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A cinquant’anni da Helsinki

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L’Europa della pace e della cooperazione tra i popoli sfigurata dalla corsa al riarmo per prepararsi alla guerra.

Il 1° agosto di cinquant’anni fa si concludeva ad Helsinki la Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa con uno storico documento sottoscritto da tutte le nazioni del Vecchio continente, dall’Atlantico agli Urali1. In realtà, nel contesto del bipolarismo dell’epoca, vi fu uno sconfinamento rispetto all’Europa geopolitica: a ovest con la partecipazione degli Stati Uniti e ad est con quella dell’Unione sovietica che all’epoca comprendeva anche gran parte dell’Asia centro settentrionale.

Già da questo limes in cui allora veniva definita la reale estensione dell’Europa si comprende la distanza abissale dall’attuale postura claustrofobica dell’Unione europea che erige un muro di cavalli di frisia, o meglio di mine antiuomo, carrarmati, droni e missili pronti all’uso, per espungere dalla propria storia la Russia, dimenticando che San Pietroburgo è stata la terza Roma, erede della civiltà greco-romana e del cristianesimo, quando l’Occidente era dilaniato dalle guerre di religione.

Per apprezzare la straordinaria rilevanza del documento di Helsinki e valutare quanta acqua sia passata sotto i ponti in questo mezzo secolo, riteniamo estremamente importante confrontarlo con la recente Risoluzione del Parlamento europeo del 2 aprile 2025 sull’attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune – relazione annuale 2024 (2024/2082(INI))2.

Sono documenti impegnativi, di una certa mole (circa 60 pagine); tuttavia consigliamo vivamente di leggerli integralmente.

Come si nota, il titolo dei due documenti ha in comune la “sicurezza”, seguita però da due termini sostanzialmente divergenti, “cooperazione” ad Helsinki nel 1975, “difesa” oggi a Strasburgo, termine che assume una valenza aggressiva (si vis pacem para bellum, ripreso da Meloni) proprio in seguito alla recente traumatica rottura dell’Europa, tra quella che si presume appartenere all’Occidente e la restante individuata come gravissima “minaccia”, rottura simbolicamente rappresentata dal sabotaggio del gasdotto Russia-Germania Nord Stream 2 del 26 settembre 2022.

Se poi si scorrono i due documenti alla ricerca di termini spia significativi per vedere quante volte vi ricorrono, si ottiene un risultato che già di per sé dice tutto:


cooperazionearmamentiarmiGuerra
Helsinki 1975201000
Parlamento Ue 202590142847

Cinquanta anni fa 36 paesi, si impegnarono in due anni di lavoro, a costruire un quadro giuridico capace di assicurare a tutta l’Europa pace, sicurezza, diritti. Dopo anni di “guerra fredda” e di corsa agli armamenti per incrementare la deterrenza si capì che quella era una traiettoria priva di un obiettivo sensato se non un enorme spreco di risorse e l’aumento del rischio di una conflagrazione nucleare. Evidentemente nel 1975 esisteva una politica che permetteva, all’Europa e all’Italia, di tenere insieme la relazione transatlantica, il dialogo con l’Unione Sovietica e una particolare attenzione al Mediterraneo, al Medio Oriente, al mondo arabo: infatti l’invito fu esteso alla Repubblica Democratica e Popolare d’Algeria, alla Repubblica Araba d’Egitto, a Israele, al Regno del Marocco, alla Repubblica Araba di Siria e alla Tunisia. L’Occidente, inoltre, usciva dalla dura lezione della sconfitta della guerra in Vietnam, che dimostrava l’inefficacia della forza nei confronti dei popoli insofferenti del dominio imperialista e gelosi della propria indipendenza.

Invece dello scontro e dell’accumulo di armamenti, allora, presero il sopravvento colloqui e negoziati sulla sicurezza attraverso la cooperazione, il rafforzamento della fiducia, il controllo degli armamenti e il disarmo, esattamente l’opposto di quanto sta avvenendo ora. La firma dell’Atto finale a Helsinki nel 1975 segnò il culmine di questa integrazione delle politiche di difesa e di disarmo, che garantì la pace in Europa per decenni. A Helsinki, i principi fondamentali della sicurezza europea furono concordati attraverso un’interazione più pacifica tra gli Stati: l’uguaglianza degli Stati indipendentemente dalle loro dimensioni, la salvaguardia dell’integrità territoriale degli Stati, la rinuncia alle minacce reciproche di violenza, il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, la rinuncia all’ingerenza negli affari interni degli Stati e l’accordo di una cooperazione globale.

Riportiamo di seguito i presupposti su cui venne costruita quella piattaforma, che andrebbero tutti ripresi oggi per invertire la china bellicista su cui si è incamminata l’Unione europea:

Riaffermando che è loro obiettivo di contribuire al miglioramento delle loro relazioni reciproche e di assicurare condizioni nelle quali i loro popoli possano godere di una pace vera e duratura, liberi da ogni minaccia o attentato alla loro sicurezza; Convinti della necessità di compiere sforzi per fare della distensione un processo al tempo stesso continuo e sempre più effettivo e globale, di portata universale, e convinti che l’applicazione dei risultati della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa costituirà un contributo importante a tale processo; Considerando che la solidarietà fra i popoli, nonché la comune finalità che ispira gli Stati partecipanti nel conseguimento degli obiettivi enunciati dalla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, dovrebbero portare allo sviluppo di relazioni migliori e più strette fra loro in tutti i campi, e quindi al superamento della contrapposizione derivante dalla natura delle loro relazioni passate e ad una migliore comprensione reciproca; Consci della loro storia comune e riconoscendo che l’esistenza di elementi comuni nelle loro tradizioni e nei loro valori può aiutarli a sviluppare le loro relazioni, e desiderosi di ricercare, tenendo pienamente conto dell’individualità e della diversità delle loro posizioni e punti di vista, le possibilità di unire i loro sforzi allo scopo di superare la diffidenza e di sviluppare la fiducia, di risolvere i problemi che li separano e di cooperare nell’interesse dell’umanità; Riconoscendo l’indivisibilità della sicurezza in Europa nonché il loro comune interesse allo sviluppo della cooperazione in ogni parte d’Europa e fra loro ed esprimendo la loro intenzione di proseguire i loro sforzi in conformità; Riconoscendo lo stretto legame esistente fra la pace e la sicurezza in Europa e nel mondo intero e consapevoli della necessità per ciascuno di essi di dare il proprio contributo al rafforzamento della pace e della sicurezza nel mondo ed alla promozione dei diritti fondamentali, del progresso economico e sociale e del benessere per tutti i popoli;

Confrontiamo ora quei principi di Helsinki con alcuni passi significativi della Risoluzione Ue del 2 aprile 2025:

B. considerando che la guerra di aggressione in corso della Russia contro l’Ucraina, i continui sforzi bellici e la cooperazione in materia di armamenti con altre potenze autoritarie, che superano di gran lunga le scorte e le capacità produttive europee, e la scelta del regime russo di minare l’ordine internazionale basato su regole e l’architettura di sicurezza dell’Europa e di dichiarare guerra ai paesi europei o di cercare di destabilizzarli al fine di realizzare la sua visione imperialista del mondo, rappresentano la minaccia più grave e senza precedenti per la pace nel mondo, nonché per la sicurezza e il territorio dell’UE e dei suoi Stati membri; che la Russia produce attualmente tre milioni di granate di artiglieria all’anno, mentre l’ambizione dichiarata dall’UE nell’ambito della sua prima strategia per l’industria europea della difesa (EDIS) mira a una capacità di produzione di due milioni di granate all’anno entro la fine del 2025; che il regime russo sta rafforzando i suoi legami con la leadership autocratica di Cina, Iran e Corea del Nord per conseguire i suoi obiettivi; […] D. considerando che l’UE si trova altresì ad affrontare la gamma più diversificata e complessa di minacce non militari dalla sua creazione, aggravate dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, tra cui la manipolazione delle informazioni e le ingerenze da parte di attori stranieri (foreign information manipulation and interference – FIMI), gli attacchi informatici, la pressione economica, i ricatti alimentari ed energetici, la strumentalizzazione della migrazione e le ingerenze politiche sovversive; […] G. considerando che, spinta dall’ambizione di diventare una superpotenza globale, la Cina sta erodendo l’ordine internazionale basato su regole, perseguendo politiche estere sempre più assertive e ostili in ambito economico e competitivo ed esportando beni a duplice uso utilizzati dalla Russia sul campo di battaglia contro l’Ucraina, minacciando in tal modo gli interessi europei; che la Cina si sta anche armando pesantemente sul piano militare, sta sfruttando il suo potere economico per reprimere le critiche a livello mondiale e sta cercando di affermarsi come potenza dominante nella regione indopacifica; che la Cina, intensificando le sue azioni conflittuali, aggressive e intimidatorie contro alcuni dei suoi vicini, in particolare nello stretto di Taiwan e nel Mar cinese meridionale, rappresenta un rischio per la sicurezza regionale e globale; H. considerando che la Cina ha promosso per molti anni una narrazione alternativa, mettendo in discussione i diritti umani, i valori democratici e i mercati aperti nelle sedi multilaterali e internazionali; che la crescente influenza della Cina nelle organizzazioni internazionali ha impedito progressi positivi e ha escluso ulteriormente Taiwan da una partecipazione legittima e significativa a tali organizzazioni; I. considerando che il contesto di sicurezza dell’UE si è deteriorato non solo nell’Europa orientale, ma anche nel vicinato meridionale e oltre; […] J. considerando che gli spregevoli attacchi terroristici perpetrati da Hamas contro Israele, la guerra in corso a Gaza e le operazioni militari contro Hezbollah in territorio libanese hanno aumentato notevolmente il pericolo di uno scontro militare regionale in Medio Oriente e che da decenni non si raggiungeva un rischio di escalation così elevato nella regione; che gli attacchi attualmente lanciati nel Mar Rosso dalle zone dello Yemen controllate dagli Houthi, con il sostegno dell’Iran, nonché i dirottamenti di navi commerciali dal Mar Rosso all’Oceano Indiano nordoccidentale da parte di pirati somali, rappresentano una grave minaccia per la libertà di navigazione, la sicurezza marittima e il commercio internazionale; che altri attacchi lanciati in Iraq e in Siria da varie milizie sostenute dall’Iran stanno aggravando il rischio di escalation nella regione; che l’UE ha avviato la propria operazione militare EUNAVFOR ASPIDES per migliorare la situazione della sicurezza nella regione; 1. sottolinea la gravità delle minacce alla sicurezza del continente europeo, che hanno raggiunto un livello senza precedenti dalla seconda guerra mondiale; esprime profonda preoccupazione per il moltiplicarsi di fratture geopolitiche, l’emergere o il riproporsi di ambizioni imperialiste di dominio da parte di potenze autoritarie, l’aumento di rivalità sistemiche tra grandi potenze e di unilateralismo nazionalista, la diffusione del terrorismo, compreso quello di matrice jihadista, lo sfollamento forzato di civili e gli attacchi deliberatamente mirati contro persone e infrastrutture civili e l’uso primario e crescente della forza e della violenza da parte di alcuni attori malevoli per promuovere i loro obiettivi e interessi politici ed economici o per risolvere controversie; 2. sottolinea la gravità delle minacce alla sicurezza del continente europeo, che hanno raggiunto un livello senza precedenti dalla seconda guerra mondiale; esprime profonda preoccupazione per il moltiplicarsi di fratture geopolitiche, l’emergere o il riproporsi di ambizioni imperialiste di dominio da parte di potenze autoritarie, l’aumento di rivalità sistemiche tra grandi potenze e di unilateralismo nazionalista, la diffusione del terrorismo, compreso quello di matrice jihadista, lo sfollamento forzato di civili e gli attacchi deliberatamente mirati contro persone e infrastrutture civili e l’uso primario e crescente della forza e della violenza da parte di alcuni attori malevoli per promuovere i loro obiettivi e interessi politici ed economici o per risolvere controversie; […] 14. accoglie con favore il piano “ReArm Europe” in cinque punti proposto il 4 marzo 2025 dalla presidente della Commissione; […] 73. si rallegra dell’aumento dei bilanci e degli investimenti nella difesa da parte degli Stati membri e dell’aumento, seppur modesto, del bilancio dell’UE destinato alla PSDC nel 2024; è fermamente convinto che, alla luce delle minacce per la sicurezza senza precedenti, tutti gli Stati membri dell’UE debbano raggiungere con urgenza un livello di spesa per la difesa, in percentuale del loro PIL, notevolmente superiore all’attuale obiettivo della NATO del 2 %; riconosce che 23 dei 32 alleati della NATO, tra cui 16 paesi membri sia dell’UE che della NATO, avrebbero dovuto raggiungere l’obiettivo di spesa per la difesa fissato dalla NATO pari al 2 % del loro PIL entro la fine del 2024; sottolinea che tale numero è aumentato di sei volte rispetto al 2014, anno in cui è stato fissato l’obiettivo di spesa; osserva che, in virtù degli attuali sconvolgimenti geopolitici e della guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, l’attuale bilancio dell’UE per la sicurezza e la difesa non è all’altezza delle sfide da affrontare nel breve e lungo termine; raccomanda che gli Stati membri aumentino ulteriormente gli investimenti nel settore della difesa, in particolare per l’approvvigionamento congiunto delle capacità di difesa, alla luce del fabbisogno stimato di 500 miliardi di EUR di investimenti nel settore della difesa entro il 2035 e sulla base dell’analisi continua delle esigenze e delle carenze in termini di capacità, e sostiene pienamente gli obiettivi fissati a tale riguardo nell’ambito dell’EDIS.

A questi deliri bellicisti si è aggiunto il Vertice Nato tenutosi a L’Aia il 25 giugno 2025, che ha corroborato il RearnEurope formalizzando, sotto la spinta di Trump, la soglia del 5% del Pil da destinare alla Difesa per tutti i partner europei dell’Alleanza, esclusa la Spagna che si è opposta. Un obbiettivo che sembra veramente impegnativo, specie per alcuni Paesi come l’Italia. Questo 5% è da spacchettare in un 3,5% di spese militari per così dire dirette e in un 1,5% di spese riguardanti mobilità, infrastrutture, cyber, ecc. Spese, queste ultime, a carattere evidentemente duale. Il target temporale per il raggiungimento del 3,5% viene fissato in 10 anni al 2035 e al 2029 viene fissata una “review”, per verificare lo stato di attuazione del programma3.

Che cosa significherebbe per l’Italia il perseguimento di questo obiettivo viene spiegato da Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne Rete italiana Pace e Disarmo e analista dell’Osservatorio Milex:

Dal momento che il livello di spesa attuale si aggira attorno al 2% però, quella che va considerata è la differenza, cioè l’1,5% che l’Italia dovrà aggiungere e che si traduce in 222 miliardi di euro. “Se invece consideriamo l’intero target del 5%, non solo la parte di spesa militare pura, il conteggio totale di questo 5% nei prossimi 10 anni, se ci sarà una progressione aritmetica è di 964 miliardi, cioè 445 miliardi in più rispetto al livello attuale del 2%”, prosegue. “Vuol dire che bisognerà trovare nei prossimi 10 anni una media di 44 miliardi di euro all’anno”4.

In questa sede non affrontiamo il percorso involutivo che ha portato l’Europa da Helsinki a oggi5, ma ci preme essenzialmente riflettere su questa emergenza del riarmo e della preparazione alla guerra, sulle sue possibili conseguenze e sui movimenti che sono in atto per contrastarla.

Innanzitutto va chiarito che sia gli obiettivi dell’Unione europea che quelli della Nato hanno un rilievo solo politico, non sono vincoli giuridici previsti dai trattai dell’Ue o dell’Alleanza atlantica. Nel caso dell’Unione europea non c’è bisogno di motivarlo, essendo evidente il fatto che non vi può essere una Difesa comune quando non vi sono un Commissario alla Difesa e una postazione di bilancio relativa, cosicché ad oggi la competenza ricade sugli Stati nazionali.

Ma anche il Consiglio atlantico non ha assunto alcuna decisione da cui possano derivare obblighi giuridici in ambito Nato per i Paesi membri, che richiederebbe l’unanimità, mancante per l’opposizione della Spagna. Quella adottata è una semplice dichiarazione d’intenti, un atto d’indirizzo politico cui i governi dei Paesi membri hanno dichiarato di volersi conformare6.

Dunque la partita si gioca nei prossimi anni nell’ambito degli Stati nazionali, nei parlamenti e nelle opinioni pubbliche.

Il punto critico sul piano politico è che nel Parlamento Ue e anche in quello italiano lo schieramento favorevole, ad oggi, è molto ampio, dalla destra moderata fino alla “sinistra” liberaldemocratica, anzi proprio quest’ultima spesso sembra la più determinata.

Come rispondere a questa deriva bellicista?

Partiamo da una constatazione ricordando una frase di Willy Brandt, cancelliere tedesco e grande protagonista di quell’epoca che portò a Helsinki: “La pace non è tutto, ma il tutto è niente senza pace”.

Un’Unione europea che si riarma non prepara un futuro di pace, tutt’altro. Installare dei missili a lunga gittata in Germania, esplicitamente puntati contro la Russia, è una provocazione sconsiderata, che non ha nulla a che vedere con la deterrenza, dal momento che la Russia detiene circa 6.000 ordigni nucleari. Tra l’altro, il fatto che a riarmarsi sarebbe soprattutto la Germania, l’unico grande Paese Ue che può indebitarsi in modo consistente, è già di per sé un grave pericolo per la pace europea: i russi non hanno dimenticato le decine di milioni di morti provocati dall’aggressione della Germania nazista. Proclamare da parte del nuovo cancelliere tedesco Friedrich Merz, il 14 maggio scorso in occasione del suo primo discorso al Bundestag, che “la Germania avrà l’esercito convenzionale più forte d’Europa” non è un buon viatico per la pace, e segna la distanza abissale con le parole di Brandt di mezzo secolo fa. Una critica puntuale a questa torsione bellicista dell’Europa è stata sviluppata efficacemente in un lavoro collettivo pregevole pubblicato da “Sbilanciamoci” che ci preme segnalare, Europa a mano armata. La militarizzazione europea e le alternative7.

Inoltre il riarmo per prepararsi alla guerra avrà, anzi ha già, un effetto dirompente sulla crisi ecologica in corso. Si produrranno merci “oscene” destinate alla distruzione consumando enormi risorse e non ci sarà più un euro per la conversione ecologica, rinviata, se va bene, di un decennio.

Un recente e documentato studio dell’Università La Sapienza di Roma dimostra come in Italia l’implementazione delle misure per una transizione energetica 100% rinnovabile, da realizzare da qui al 2050, richiederebbe, oltre che una pianificazione pubblica, un importante piano di investimenti. Nel complesso i ricercatori hanno calcolato l’ammontare complessivo in circa 1.200 miliardi di euro per l’intero periodo, corrispondente a circa il 2,3% del Prodotto interno lordo (Pil) italiano, che equivale a 48 miliardi di euro all’anno8, più o meno quelli che dovremmo invece investire nelle armi. E si tratta solo del tema energia, che è uno dei capitoli della crisi ecologica.

Archiviata la crisi ecologica, altri guai seri arriverebbero per lo stato sociale, la già disastrata sanità soprattutto, che avrebbe bisogno di consistenti trasfusioni di risorse non di ulteriori prelievi, come sarebbe inevitabile in una prospettiva di riarmo. Con la situazione debitoria dell’Italia è impensabile aumentare il deficit di ulteriori 600 miliardi, senza incorrere nel default. Cosicché si dovrà tagliare la spesa sociale per comprare armi, come ha efficacemente illustrato l’associazione Sbilanciamoci:

Secondo le simulazioni del Report di Sbilanciamoci, con la spesa di un cacciabombardiere F35 (130milioni) si potrebbero garantire 6.500 residenze universitarie pubbliche e gratuite; con il costo di un carro armato Ariete (90 milioni) si potrebbero acquistare 597 apparecchiature TAC; con la spesa di un cingolato leggero (20milioni) si potrebbero acquistare 224 nuove ambulanze; con i soldi spesi per un sottomarino U212 (1,2miliardi), si potrebbero assumere 8mila infermieri (5 anni di stipendio); con il costo di un cacciamine di nuova generazione (120milioni), si potrebbe garantire l’assistenza domiciliare a 8.571 anziani non autosufficienti; con la spesa di un carro armato Leopard (40milioni) si potrebbero acquistare 1.409 ventilatori polmonari per la terapia intensiva.9

Dunque chi ha a cuore la necessità di por mano alla crisi ecologica e di consolidare uno stato sociale più equo e dignitoso non può non dare oggi priorità assoluta alla battaglia contro il riarmo e la preparazione della guerra e per una immediata risoluzione dei conflitti in corso in Palestina e in Ucraina. Occorre ricostruire lo spirito di Helsinki, ridare spazio alla trattativa, al dialogo e in prospettiva alla cooperazione per un futuro di pace.

Certo, se guardiamo alle posizioni espresse dall’attuale mediocre leadership dell’Unione europea, c’è da disperare. Giustamente da alcuni commentatori è stata segnalata la sua pulsione a dir poco autolesionista: così l’Europa, mentre subisce dagli “alleati” Usa pesantissimi e umilianti dazi al 30%, non solo si riarma acquistando le armi dagli Usa, ma addirittura paga di tasca propria i Patriot, forniti dagli Usa, per regalarli all’Ucraina a sostegno di una guerra che gli Usa vogliono finire al più presto perché la ritengono persa.

Ma nel mondo vi sono anche segnali che si muovono nella giusta direzione.

Dopo un presidente democratico Biden, invasato dall’ideologia neocon, che si rifiutava di parlare con Putin, definito elegantemente il 22 maggio 2024 “pazzo figlio di puttana”10, oggi i tre leader delle principali potenze del mondo tornano parlarsi11, come continuavano a parlarsi anche nei periodi più critici della “guerra fredda” i leader dei due poli contrapposti.

Tutto questo avviene, significativamente, in contemporanea con la pubblicazione della Dichiarazione di Rio de Janeiro della XVII riunione dei Brics, l’altro mondo che col Sud globale vale ormai tanto o forse più dell’Occidente. La lettura di alcuni brani può esserci di conforto, anche perché sembrano riecheggiare lo spirito di Helsinki:

2. Riaffermiamo il nostro impegno con lo spirito dei Brics di rispetto e comprensione mutui, uguaglianza sovrana, solidarietà, democrazia, apertura, inclusione, collaborazione e consenso. […] 5. Ribadiamo il nostro impegno con la riforma e con il perfezionamento del governo globale, per mezzo della promozione di un sistema internazionale multilaterale più giusto, equo, agile, efficace, efficiente, responsivo, rappresentativo, legittimo, democratico e responsabile, nello spirito di ampia consultazione, contribuzione congiunta e benefici condivisi. […] 17. Esprimiamo preoccupazione per i conflitti in corso in diverse parti del mondo e per l’attuale stato di polarizzazione e frammentazione dell’ordine internazionale. Manifestiamo apprensione per l’attuale tendenza all’aumento critico delle spese militari globali, a scapito di un adeguato finanziamento per lo sviluppo dei paesi in via di sviluppo. Sosteniamo un approccio multilaterale che rispetti le diverse prospettive e posizioni nazionali su questioni globali cruciali, tra cui lo sviluppo sostenibile, l’eliminazione della fame e della povertà e la lotta globale al cambiamento climatico, pur esprimendo profonda preoccupazione per i tentativi di collegare la sicurezza all’agenda climatica. […] 22. Ricordiamo le nostre posizioni nazionali in merito al conflitto in Ucraina, espresse nei forum appropriati, tra cui il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Prendiamo atto con apprezzamento delle proposte di mediazione e dei buoni uffici, tra cui la creazione dell’Iniziativa africana per la pace e del Gruppo degli amici per la pace, volte alla risoluzione pacifica del conflitto attraverso il dialogo e la diplomazia. Ci auguriamo che gli sforzi attuali portino a un accordo di pace sostenibile. […] 26. Esprimiamo la nostra ferma opposizione al dislocamento forzato, temporaneo o permanente, con qualsiasi pretesto, di qualsiasi parte della popolazione palestinese dal Territorio Palestinese Occupato, nonché a qualsiasi modifica geografica o demografica del territorio della Striscia di Gaza. Ribadiamo che il diritto internazionale e gli organi giudiziari internazionali esigono la fine dell’occupazione illegale e l’immediata cessazione di tutte le pratiche che violano le norme giuridiche e ostacolano una pace giusta e duratura12.

E infine ci sono i popoli, anche europei, che non si rassegano al riarmo e alla guerra. Di grande valore il coordinamento europeo che si è creato nelle ultime settimane13, che ha promosso in tutte le capitali Ue manifestazioni molto partecipate come quella tenutasi a Roma il 21 giugno. Mobilitazioni che alimentano la speranza.

1 Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Atto finale, Helsinki, 1975, https://www.osce.org/files/f/documents/a/c/39504.pdf.

2 Risoluzione del Parlamento europeo del 2 aprile 2025 sull’attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune –relazione annuale 2024 (2024/2082(INI)), https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-10-2025-0058_IT.pdf.

3 P. Batacchi, NATO, il Vertice delle guerre. Spese militari al 5%, ma con calma e flessibilità, in “Rivista Italiana Difesa”, 25 giugno 2025. https://www.rid.it/shownews/7397/nato-il-vertice-delle-guerre-spese-militari-al-5-ma-con-calma-e-flessibilita.

4 G. Casula, Cosa significa per l’Italia aumentare la spesa militar fino al 5% come da accordi Nato. Lo spiega l’esperto, in “fanpage.it”, 26 giugno 2025, https://www.fanpage.it/politica/cosa-significa-per-litalia-aumentare-la-spesa-militare-fino-al-5-come-da-accordi-nato-lo-spiega-lesperto/.

5 Si può vedere un primo rozzo tentativo di lettura nel saggio che sempre in questo numero pubblichiamo: M. Ruzzenenti, La fine dell’Occidente?

6 D. Gallo, L’Italia non è vincolata al futuro riarmo Nato, inIl Fatto Quotidiano”, 2 luglio 2025.

7 F. D’Aprile (a cura di), Europa a mano armata. La militarizzazione europea e le alternative, Sbilanciamoci, Roma giugno 2025, https://sbilanciamoci.info/europa-a-mano-armata-il-libro-contro-il-riarmo/.

8 G. Borrelli, La transizione riduce i costi dell’energia e crea occupazione. A patto di avere una regia pubblica, in “Alrteconomia.it”, 13 giungo 2025, https://altreconomia.it/con-una-forte-regia-pubblica-la-transizione-puo-ridurre-i-costi-dellenergia-e-creare-nuova-occupazione/.

9 P. Tridico, La trasformazione dell’UE: dal welfare al warfare, in “Trasform!Italia”, 2 luglio 2025, https://transform-italia.it/la-trasformazione-dellue-dal-welfare-al-warfare/.

10 Biden, insulti a Putin durante evento elettorale, in “Ansa” 22 maggio 2024, https://brics.br/pt-br/documentos/documentos-da-presidencia-brasileira/250706-brics-declaracao-de-lideres-ptbr.pdf/@@do.

11 F. Mini, Ora i big del mondo si parlano: dietro la telefonata Trump-Putin,in “Il Fatto Quotidiano”, 7 luglio 2025.

12 Dichiarazione di Rio de Janeiro della XVII riunione dei Brics, Rio de Janeiro, 6 luglio 2025. (nostra traduzione),

13 Stop RearmEurope. Welfare not Warfare, https://stoprearm.org/.

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