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Aldo Rebecchi, saggio tutore dello spirito critico

Leggendo e ascoltando le tante parole scritte e dette, belle e autentiche, per ricordare Aldo Rebecchi mi sono chiesto come sia stato possibile per me riconoscere in lui per quasi mezzo secolo “l’amico di una vita, un compagno di antiche lotte, una presenza costante e paziente”. La questione, in verità, potrebbe apparire mal posta: Aldo, il grande mediatore e tessitore di relazioni, l’amico di tutti, perché non doveva essere anche mio amico? Già, ma io, come sanno quei pochi che mi frequentano, sono tutt’altro che amico di tutti, sono un bastian contrario, un polemico inguaribile. A ben vedere io e Aldo, anche nei momenti di più stretta collaborazione nel sindacato, rappresentavamo due poli per certi versi opposti: lui pacato e moderato; io fumantino ed intransigente; lui bresciano Doc, io orgogliosamente non bresciano; lui, d’origine operaia, che attingeva saggezza dagli incontri personali, io, già insegnante, che cercavo di capire il mondo studiando sui libri. E poi le nostre strade e le nostre frequentazioni molto diverse nei decenni successivi hanno esaltato quelle distanze, fino a ritrovarci di nuovo, fianco a fianco, nella Fondazione Luigi Micheletti, lui da Presidente, io da ricercatore in collaborazione, per me fortunata, con Pier Paolo Poggio.

Dunque perché ha retto per tutto questo tempo la nostra grande amicizia, fondata su una profonda fiducia e stima reciproca?

Credo che la spiegazione vada ricercata in una caratteristica di Aldo che non mi pare sia emersa con il dovuto risalto, che io ritengo tanto rara quanto preziosa e che si è manifestata nitida nei due momenti, già evocati, di più diretta cooperazione tra noi due. Due momenti in cui Brescia è fuoriuscita dal proprio provincialismo, spesso esaltato con compiacimento come virtù, e non grazie ai noti exploit della propria economia (le armi, il tondino, la meccanica fine, il Franciacorta…) o a causa del tragico unicum di un neofascismo stragista che colpì direttamente al cuore una manifestazione democratica.

In ambedue i casi, come vedremo, si può, invece, parlare di una Brescia “anomala”, alternativa e dissonante rispetto alla narrazione che le istituzioni ed il sistema vogliono accreditare.

Il primo caso ci riporta al secolo scorso e ad uno snodo cruciale nella storia del nostro Paese e non solo, ovvero la chiusura traumatica di quello che Sergio Bologna ha definito il “lungo autunno caldo” del sindacato italiano, ovvero di una stagione straordinaria, dal 1969 al 1978, in cui il movimento operaio fu protagonista e motore della più grande trasformazione sociale e culturale che ha vissuto il nostro Paese in età contemporanea, scandita da formidabili conquiste di giustizia e di civiltà: legge organica di riforma delle pensioni; lo statuto dei diritti dei lavoratori, ovvero l’ingresso della Costituzione nelle fabbriche; legge sul divorzio; riforma della casa; legge sull’obiezione di coscienza; diritto allo studio per i lavoratori; scala mobile con punto unico a tutela dei salari; il nuovo diritto di famiglia che riconosceva pari dignità e diritti alle donne; legge Basaglia sulla chiusura dei manicomi; legge sull’interruzione di gravidanza.

Seguì un “lunghissimo inverno gelido” all’insegna della restaurazione neoliberista che mentre prometteva una crescita e un nuovo miracolo economico, che non si sono mai visti, ha chiesto e ottenuto un ridimensionamento fino ad un vero e proprio annichilimento del movimento sindacale ed operaio, con una vittoria schiacciante della “lotta di classe dall’alto”, come molti hanno detto, da parte dei potentati economici e finanziari. Il tutto all’insegna di “riforme” la cui esplicita finalità era ed è quella di oliare la cosiddetta catena del valore e facilitare la realizzazione dei profitti di pochi. Ora è pressoché unanime il riconoscimento degli effetti sociali ed ambientali di questo “lunghissimo inverno freddo”: aumento delle disuguaglianze e distruzione delle risorse naturali.

Un processo storico, forse ineluttabile, che non è qui il caso di discutere, anche se viene da interrogarsi su come possa essere accaduto che l’anomalia italiana di un movimento operaio particolarmente vitale in quella gloriosa stagione si sia tradotta nell’attuale “normalità” di un sindacato del tutto messo all’angolo, ininfluente, cosicché l’Italia è l’unico Paese dell’Ocse in cui negli ultimi trent’anni i salari reali dei lavoratori sono diminuiti.

Ebbene, noi, Aldo ed io, ci trovammo con altri a dirigere il sindacato di Brescia, la Cgil, in quel passaggio cruciale e per molti versi drammatico, in un momento in cui proprio dalla nostra provincia partiva fortissimo il segnale all’insieme del padronato italiano che era giunto il momento di scatenare la lotta di classe dall’alto e di colpire al cuore il potere e l’autonomia dei lavoratori e del sindacato. Percepimmo perfettamente che le infinite vertenze con Luigi Lucchini di quell’ultimo scorcio degli anni Settanta non erano riducibili ad una vicenda locale o ad una presunta eccessiva radicalità di alcuni settori del sindacato metalmeccanico bresciano, ma precorrevano e indicavano una strategia a tutta la Confindustria, di cui, infatti, di lì a poco Lucchini divenne Presidente nazionale. Ebbene Aldo, in quella stagione tanto difficile e drammatica, ebbe la capacità di tenere insieme con pazienza il fronte sindacale, la Cgil innanzitutto, senza mai interrompere il dialogo ed il confronto con le altre confederazioni, Cisl e Uil. Nel contempo, Aldo, a differenza purtroppo di altri esponenti politici e sindacali, non solo bresciani, era consapevole della portata generale e strategica dello scontro in atto con Lucchini ed ebbe sempre l’accortezza di accompagnare e sostenere la resistenza e la lotta di quei settori più avvertiti e combattivi del sindacato, indispensabili per tentare di reggere in quella difficilissima partita. La battaglia sostenuta da una parte del sindacato bresciano, peraltro composita, ispirata dalle due anime comunista e cattolica, si oppose strenuamente fino all’ultimo sia al disegno restauratore della Confindustria sia all’idea prevalente nel gruppo dirigente nazionale del sindacato che fosse necessario un ripiegamento tattico, la “politica dei sacrifici”, per preservare un ruolo come organizzazione sociale, ripiegamento che si tradusse nella realtà ad una infinita rotta strategica, una Caporetto senza un Piave salvifico. I ribelli “autoconvocati” bresciani diventarono un caso nazionale, anch’essi alla fine furono sconfitti, ma almeno la giusta battaglia la combatterono fino in fondo, con onore.

Inevitabilmente quella vicenda aprì lacerazioni non solo nel sindacato tra le confederazioni, ma anche nella Cgil e persino all’interno del Pci, in cui ambedue militavamo.

Cosicché accadde che in un convegno sulla siderurgia organizzato dalla Federazione del Partito comunista bresciano nel febbraio del 1982, presso la sala del Quadriportico, mi toccò di intervenire per criticare la relazione introduttiva, a nostro parere, troppo sbilanciata sulla valorizzazione del ruolo innovativo di Luigi Lucchini all’interno della ristrutturazione del settore, sottacendone il risvolto francamente antisindacale. Ne nacque un piccolo scandalo, che autorizzò il segretario regionale del Pci, potente dirigente nazionale di quella componente “migliorista” tanto neoliberista in economia quanto poco liberal nel governo del partito, ad aprire un grottesco processo con convocazione urgente a Milano per una sorta di resa dei conti. Ma la riunione durò pochi minuti di fronte alla pacata ma fermissima determinazione di Aldo nel dichiarare che i comunisti della segreteria della Cgil di Brescia non si toccano. Probabilmente Aldo non condivideva del tutto il mio intervento, nei toni e nei contenuti, ma comprendeva il valore del dissenso in quel frangente, l’importanza di resistere a quell’impetuoso vento gelido, a maggior ragione nel momento in cui troppi correvano a mettersi al riparo, sotto vento.

Così si strinse un’amicizia che dopo quella stagione ci accompagnò saldissima, anche se poi abbiamo percorso strade molto diverse, fino all’ultimo decennio in cui ci siamo ritrovati nella Fondazione Luigi Micheletti.

La Fondazione Micheletti viveva anch’essa una grave crisi. Nella realtà bresciana, fin dalle origini, appariva una presenza culturale in qualche modo aliena, grazie all’indole “ribelle” del suo fondatore, Luigi Micheletti, insofferente delle “verità” istituzionali e di sistema, delle vulgate di comodo, delle versioni mainstream, come si direbbe ora. Il fortunato sodalizio con Pier Paolo Poggio, che successivamente ha coinvolto Giorgio Nebbia, ne ha fatto un’istituzione culturale di rilevanza nazionale e internazionale, proprio perché seppe da subito emanciparsi dal soffocante provincialismo ed intraprendere percorsi di ricerca inesplorati e dissonanti, fino a diventare negli ultimi trent’anni la più importante struttura a livello nazionale di documentazione e ricerca sulla storia dell’industria e sull’altro Novecento, quello – oggi di gran moda – del rapporto tra ambiente, tecnica e società.

Una realtà, dunque, nata in certo modo a dispetto della cosiddetta “brescianità” si può comprendere che non abbia goduto in generale di sostegni economici importanti da parte delle istituzioni locali. Purtroppo con il nuovo secolo, e con l’idea che “con la cultura non si mangia”, anche i finanziamenti governativi vennero via via ridimensionati. Rebecchi prese per mano con passione questa realtà, ricca di straordinarie potenzialità, ma anche oberata da una situazione finanziaria e gestionale difficile. Grazie al suo percorso all’interno delle istituzioni (parlamentare, vicepresidente della Provincia, coordinatore dello staff del sindaco di Brescia, presidente del Banco di prova…) ha sapientemente utilizzato le sue relazioni con la società bresciana e con alcuni imprenditori, superando comprensibili resistenze, per raccogliere quei sostegni indispensabili a rivitalizzare la Fondazione Micheletti e per cercare di avviare finalmente la realizzazione della sede centrale del Museo dell’industria e del lavoro,

Aveva deciso di dedicarsi esclusivamente a questa impresa, lasciando gli altri impegni. Anche in questo caso perché convinto che la natura errante della Fondazione Micheletti fosse un patrimonio di rilevanza nazionale ed internazionale, da salvaguardare ed anzi valorizzare, e che una ricerca libera, indipendente, necessariamente critica, su terreni poco esplorati come la storia dell’industria e del rapporto tra tecnica e ambiente, fosse vitale per il futuro del Paese, in un orizzonte che ovviamente oltrepassasse la “brescianità. Una preoccupazione che lo ha animato anche gestendo la difficile transizione al dopo Pier Paolo Poggio nella direzione della Fondazione, processo, purtroppo, non pienamente compiuto a causa della sua prematura ed improvvisa scomparsa.

Certo, Aldo Rebecchi fu un uomo delle istituzioni e della mediazione, ma, almeno nella mia personale esperienza ed in due momenti cruciali in cui la sua opera travalicò l’ambito locale, fu anche una persona di grande saggezza e fermezza nel salvaguardare quella corrente critica dello status quo, senza la quale una società è destinata ad avvizzirsi in un tramonto gelido e triste.

Una dote rarissima di questi tempi nel personale politico e istituzionale, bresciano e non solo.

Anche per questo Aldo ci mancherà.