“Desviluppo” e giustizia sociale per evitare la “morte ecologica”

La presentazione scritta da Giorgio Nebbia per la traduzione italiana, curata da sua moglie Gabriella, del testo del  fondatore di “The Ecologist”, La morte ecologica, offre al nostro l’opportunità di sviluppare una riflessione che sembra scritta oggi, tanto è attuale: se si prende sul serio l’ecologia e i suoi fondamenti scientifici (il pianeta Terra è l’unico a disposizione dell’umanità; le sue risorse sono limitate; l’umanità, producendo merci, non fa altro che trasformare beni naturali pregiati in rifiuti che impoveriscono e inquinano l’ambiente) non c’è via di scampo se non realizzare rapidamente una società stazionaria che rinunci alla crescita. Ma per far questo e per permettere nel contempo ai poveri di raggiungere una condizione di vita dignitosa,  nei ricchi Paesi capitalisti si impone un “desviluppo”,ovvero una rottura con la logica capitalista che, al contrario,  vive di crescita. Buona lettura!

Marino Ruzzenenti

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Presentazione

di Giorgio Nebbia

R. Goldsmith e R. Allen, La morte ecologica. Progetto per la sopravvivenza, Laterza, Bari 1972, pp. VII-XVIII

Quando questo saggio è apparso in lingua inglese, agli inizi del 1972, nella rivista «The Ecologist», sono scoppiate vivaci le polemiche; le critiche sono venute dalla autorevole, anche se moderata, rivista inglese «Nature»[1], ma anche da parte di Barry Commoner[2], uno dei più avanzati ecologi americani; altri invece hanno salutato con attenzione, se non addi­rittura con entusiasmo, le parole di questi nuovi profeti[3]. Nel complesso ritengo che sia stata un bene la traduzione del Progetto nella nostra lingua, per­ché in questo modo i lettori italiani potranno più fa­cilmente giudicarlo con la propria intelligenza e sen­sibilità e se, da un lato, ne riconosceranno i limiti e le approssimazioni, che senza dubbio non mancano, d’altra parte vi troveranno numerosi elementi convin­centi, alla luce dell’amara e consapevole lezione eco­logica.

Per dovere di coscienza mi occuperò dapprima dei limiti: sotto molti aspetti, e nonostante lo sforzo della traduzione italiana di rendere meno aspro il discorso, il Progetto e le sue appendici danno l’im­pressione di una redazione affrettata e approssimativa, certi dati tecnici sono discutibili e la letteratura è stata usata talvolta in modo un po’ disinvolto. Certe analogie fra termodinamica e fenomeni sociali e alcune considerazioni sociologiche o etnologiche lascia­no anch’esse piuttosto perplessi.

Il discorso sulle perplessità potrebbe andare avanti, ma lo voglio concludere subito raccoman­dando al lettore di usare con cautela i dati – e con cautela ancora maggiore le estrapolazioni verso il fu­turo – così come gli consiglierei, invece, di tenere presenti i dati del rapporto del Gruppo SCEP, più volte citato[4], di certo più convincenti di quelli del Progetto per la sopravvivenza e delle sue appendici. Debbo notare, però, che anziché occuparsi del­l’aspetto redazionale e dei dati presentati, le critiche si sono concentrate, talvolta rabbiosamente[5], sul nocciolo del discorso che invece, secondo me, è pro­prio la parte che stimola quei pensieri e quelle con­siderazioni per cui il Progetto merita di essere letto. Le critiche hanno mostrato fastidio soltanto per il fatto che si possa mettere in discussione la bellezza dello sviluppo economico e merceologico: sono le voci di coloro che sono convinti che la soluzione agli innegabili problemi ecologici si possa avere con depuratori, filtri e aggeggi vari e senza alcun altro cam­biamento più profondo, filosofico e di strutture.

Questa ecologia, di cui abbiamo sentito parlare fino alla nausea in questi anni, ha in sé una innegabile carica rivoluzionaria: vorrei qui ripetere quelli che possiamo chiamare i tre princìpi dell’ecologia, in un certo senso analoghi a quelli della termodinamica.

Il primo principio afferma che non abbiamo altra casa nello spazio che il pianeta Terra. Il secondo prin­cipio ci ricorda che le dimensioni della Terra sono limitate e che limitate sono pure le risorse naturali (aria, acqua, foreste, suolo abitabile e coltivabile, ecc.); alcune di queste sono rinnovabili, come ad esempio l’acqua (anche se in certe zone l’eccessivo sfrutta­mento delle riserve è più rapido della reintegrazione ad opera dei cicli naturali), altre (come i combusti­bili fossili e i minerali) non sono rinnovabili, per cui gli uomini stanno consumando un capitale di risorse che, ovviamente, una volta finito non ci sarà più. Il terzo principio dell’ecologia ci ricorda che noi non facciamo altro che trasformare le risorse naturali in merci le quali, dopo un periodo più o meno breve, si trasformano in rifiuti; questi a loro volta non pos­sono scomparire, ma vanno a finire, inquinandole, nelle stesse riserve di risorse naturali dalle quali noi continuiamo a trarre quanto ci occorre per vivere e per produrre. Essere sulla Terra e produrre merci significa quindi, inevitabilmente, impoverire le riserve di risorse naturali e peggiorare la qualità di quelle restanti.

Un esame oggettivo della situazione ecologica mostra che essa è ben peggiore di quella descritta dal buon abate Malthus quasi due secoli fa; ci tro¬viamo in crisi perché la popolazione e la produzione industriale aumentano con ritmo geometrico, mentre le risorse diminuiscono (invece di «aumentare con ritmo aritmetico» come pensava Malthus, il quale oggi ci appare, a conti fatti, un ottimista).

Ora è abbastanza ragionevole dedurre che, in un mondo di risorse limitate, l’aumento della popolazione, la sottrazione sempre più intensa di risorse alle loro riserve, il moltiplicarsi della produzione di mer­ci, energia e rifiuti non possono continuare all’in­finito.

Questa è la situazione, ci piaccia o non ci piaccia, e dobbiamo provvedere in conformità. Una soluzione può venire solo dalla revisione critica del nostro sogno e del nostro ideale di sviluppo illimitato e fine a se stesso, e dalla ricerca e scoperta di altri sogni e di altri ideali che conciliino una vita dignitosa per l’uomo, partecipe della grande armonia della natura, con l’uso razionale di un patrimonio di risorse asso­lutamente limitato.

Dal momento che non si può accettare l’espan­sione dei consumi e della popolazione al ritmo attuale, una delle proposte è quella di una società che un giorno riesca a fermare l’aumento della popolazione e dei consumi, cioè di una società stazionaria e perciò stabile, liberata dalle crescenti tensioni che la nostra società sta incontrando e che ancora di più incontrerà in futuro.

L’idea non è nuova perché, dopo Malthus, è stata proposta, per lo più come elegante esercizio intellettuale, da molti economisti: John Stuart Mill l’ha analizzata nel 1847 nel quarto libro dei suoi Principii[6], Pigou le ha dedicato un intero volume, nel 1935[7], e spero che un giorno o l’altro un laureando di buona volontà scriva una bella tesi sulla storia della società stazionaria nel pensiero economico.

Con l’esplosione dell’interesse per l’ecologia  che ci ha ricordato che popolazione e consumi non possono au­mentare all’infinito in un pianeta di risorse finite[8] – più volte in questi anni è stato proposto di ridurre a zero il tasso di accrescimento della popolazione (Zero Population Growth, ZPG), di stabilizzare i consumi, ecc. Di recente la bandiera della società stazionaria è stata issata dal «Club di Roma», un gruppo presie­duto da Aurelio Peccei, importante personaggio della grande industria internazionale, e costituito da una settantina di «soci», economisti, scienziati, uomini d’affari.

Il Club di Roma ha reclutato economisti come Forrester[9] e Meadows del Massachusetts Institute of Technology e li ha incaricati di preparare un «si­stema» mondiale delle attività umane che tenga conto degli effetti della tecnica sulla popolazione, sugli in­quinamenti, sullo sfruttamento delle risorse naturali, sulla qualità della vita dell’uomo, ecc. L’analisi di tale sistema ha indicato che la sopravvivenza del­l’uomo sul pianeta in condizioni accettabili è offerta soltanto, appunto, da una società stazionaria, nella quale le nascite uguaglino le morti, la popolazione resti costante e i consumi medi per persona restino anch’essi costanti; in questo modo l’inquinamento annuo resterà anch’esso costante e la disponibilità delle risorse naturali  subirà solo una lenta secolare diminuzione, diventando preoccupante soltanto molto al di là del 2100[10].

Questi risultati del lavoro del Club di Roma sono sintetizzati nel recente libro intitolato The Limits to Growth[11]  tradotto anche in italiano: pur­troppo questo saggio non dice come si possano realiz­zare gli obiettivi auspicati, su quali livelli debbano fermarsi popolazione e consumi, come questi consumi debbano essere distribuiti e così via: forse fu­ture ricerche risponderanno a questi interrogativi. I redattori del Progetto per la sopravvivenza hanno tentato di affrontarne alcuni, pur con tutti i limiti di cui ho già parlato (fra l’altro, la prosa, vecchia di oltre un secolo, di John Stuart Mill è spesso più lim­pida di quella dei nuovi assertori della società sta­zionaria!).

Per quanto riguarda l’idea della società stabile, qualche lettore reagirà con fastidio (convinto che l’idea sia, di per sé, da buttar via) e probabilmente butterà via anche questo libro: quelli però, fra i lettori, che sono disposti a meditare sull’idea che può non essere indispensabile avere più energia, più con­dizionatori d’aria e aggeggi tecnici, provino a leggere le pagine del Progetto e vi troveranno almeno degli spunti per una nuova attenta riflessione.

Fra i molti argomenti trattati vi sono quelli ri­guardanti l’insufficiente disponibilità di alimenti nel mondo e la struttura alienante delle città odierne. Il problema  alimentare richiede  la   ristrutturazione  del mondo rurale, la restituzione al mondo contadino della dignità di un tempo e la necessità di assicurare ad esso dei servizi adeguati che scoraggino l’abban­dono della terra: perché la terra abbandonata resta esposta all’erosione, all’inaridimento e allo squallore, mentre i contadini che l’hanno abbandonata affluiscono in città ostili dove sono costretti ad affrontare sfa­vorevoli condizioni ambientali e finiscono con l’au­mentarne la congestione, già arrivata a punti critici.

Le monocolture sono state nocive agli equilibri naturali perché, in nome di un aumento di produttività a breve termine, hanno ridotto la capacità di autodifesa delle piante contro le malattie e i parassiti.

Nelle colture, come nella vita sociale, la diver­sità è un elemento importante; la produzione di massa porta all’uniformità e allo squallore dei manufatti, degli alimenti, del gusto della vita, delle città d’oggi­giorno[12].

Da quanto appare nella notizia pubblicata su «Na­ture», Commoner ha accusato il Progetto di mesco­lare alla scienza la politica: io penso invece che esso, oltre che abbastanza approssimativo dal punto di vi­sta scientifico, come si è detto, sia debole proprio sul piano politico, perché evita di indicarci il modo in cui sarà possibile realizzare le pur ragionevoli pro­poste di una società stabile, conciliando le numerose inevitabili  contraddizioni.

Questa società stazionaria – è questo il dilemma che ci si presenta alla lettura – scaturita come lo­gica conseguenza del fatto che è impossibile uno sviluppo materiale e un aumento della popolazione illimitato in un pianeta di risorse limitate, è una società reazionaria o progressista, è una società che consente ai padroni e ai detentori del potere di re­stare tali, o è una società che permette la liberazione dei poveri e degli oppressi?

Nel complesso mi sembra che il Progetto, pur mettendo in discussione la filosofia dello sviluppo e del progresso, dia per scontata la possibilità di rea­lizzare gli obiettivi della società stazionaria conser­vando la struttura capitalistica e liberale.

In qualche punto del Progetto si affaccia l’idea di una struttura corporativa in cui il saggio governo sa comporre i conflitti fra capitale e lavoro, ma questo contrasta con l’assioma di base secondo cui, in una società stabile, fra il buon padrone e il buon lavora­tore, membri della stessa comunità decentrata, non dovrebbero sorgere conflitti di questo genere.

Talvolta si sente un vago desiderio di perbenismo puritano, col suo rispetto per l’ordine, la gerarchia e l’autorità, e altrove emerge il nostalgico sogno del buon selvaggio. Ma nel complesso viene prospettata una società artigiana e agricola quasi autosufficiente, che fa pensare ad una serie di borghi medievali, cia­scuno organizzato in cooperative, collegati fra loro da treni rapidi e circondati da boschi e valli.

Mi sembra che nel Progetto l’unica dichiarazione di carattere politico si trovi a p. 60, dove si afferma che è necessario che la disponibilità di proteine sia uguale per tutti gli abitanti della Terra: questo è già qualcosa, ma il discorso si ferma qui.

A mio avviso, invece, l’idea di una società stabile nei consumi e nella popolazione mette in moto un processo di revisione di base, una rivoluzione cultu­rale che porta lontano. Io credo, infatti, che i pre­supposti per una società veramente stabile siano la distribuzione dei beni materiali secondo giustizia e la limitazione della popolazione nel rispetto della di­gnità umana e di culture anche diverse da quella occi­dentale, con metodi accettabili sul piano morale.

Immaginando che si possa stabilizzare la cifra globale della popolazione mondiale sui valori – otti­mistici – di 4 o 5 miliardi di persone, una distribu­zione secondo giustizia dei beni materiali potrà avere luogo in due soli modi: o assicurando a tutti la «fe­licità» rappresentata dai consumi degli americani o degli europei di oggi, con la conseguenza di un di­sastro ecologico senza limiti; o stabilizzando i consu­mi su un qualche livello che sia superiore a quello attuale dei paesi poveri, ma inferiore a quello attuale dei  paesi ricchi.

Facciamo un esempio: i 3600 milioni di terrestri hanno consumato nel 1970 circa 50·1012 kWh di energia, con una media di 14 000 kWh/anno per persona. Questa media, però, non dice niente: infatti gli 800 milioni di abitanti dei paesi industria­lizzati non socialisti si sono presi una fetta del 60% di questi consumi, cioè 30·1012 kWh, pari a 37 000 kWh/anno per persona, in media (ma i 200 milioni di abitanti degli Stati Uniti hanno avuto a disposi­zione circa 90 000 kWh/anno ciascuno); i 1100 mi­lioni di abitanti dei paesi socialisti si sono presi un altro 28%, cioè 14·1012 kWh, pari ad una media di 13 000 kWh/anno per persona; ai 1700 milioni di abitanti dei paesi del Terzo Mondo (cioè al 47% della popolazione mondiale) è rimasta una fetta del 12% del consumo totale di energia, cioè 6·1012 kWh, pari a 3 500 kWh/anno per persona. A puro titolo di confronto si pensi che i consumi energetici italiani corrispondono ad una media di poco inferiore a 20 000 kWh/anno per persona.

Immaginiamo adesso che, in un certo anno, l’obiettivo della società stazionaria diventi una realtà e che la popolazione mondiale si stabilizzi, diciamo, intorno ad un valore di 4000 milioni di persone. poco più della popolazione mondiale attuale. Do­vranno certamente stabilizzarsi anche i consumi, fra  cui quelli energetici, ma su quale livello? Se i con­sumi energetici si stabilizzeranno su quelli americani medi attuali, la sognata società stabile dovrà sottrarre ogni anno dalle riserve – inquinando in corrispon­denza – fonti di energia in quantità equivalenti circa a 350·1012  kWh; vale a dire che l’inquinamento ter­mico, atmosferico e radioattivo per i soli consumi energetici corrisponderà ogni anno ad una produzione mondiale di energia sette volte superiore a quella attuale; le conseguenze ecologiche dell’impoverimento delle riserve e dell’inquinamento sarebbero certa­mente molto gravi e forse disastrose.

Allora immaginiamo di attestarci su consumi di energia corrispondenti a quelli medi mondiali attuali, cioè 14 000 kWh/anno per persona: lo sfruttamento delle fonti di energia e l’inquinamento termico, chi­mico e radioattivo totale sarebbero ogni anno co­stanti, su valori di poco superiori agli attuali, e la situazione dal punto di vista ecologico potrebbe an­che essere relativamente sopportabile. Se questa ener­gia fosse distribuita secondo giustizia, i paesi in via di sviluppo avrebbero energia in misura tre volte più grande di quanta ne abbiano oggi, i paesi socialisti resterebbero ai livelli attuali e, invece, i paesi attual­mente industrializzati dovrebbero affrontare un pro­cesso di  desviluppo.

Ed ecco che la proposta di una società stabile, se vuole essere coerente, finisce con questa parola oggi scandalosa, che evoca concetti di continenza e auste­rità in nome del diritto dei poveri ad usufruire di una giusta porzione dei beni della Terra e in nome del dovere che incombe su tutti gli uomini di conservare una Terra che possa essere abitabile anche per le generazioni  future.

Da questo punto di vista il progetto della società stazionaria pone in crisi non solo la società capitali­stica, che per definizione si sostiene sull’espansione della disponibilità dei beni e sulla speranza di tutti i suoi membri di averne, oggi o domani, una mag­giore parte per sé, ma anche i socialismi occidentali, tesi anch’essi ad uno sviluppo e ad un benessere sem­pre maggiore, e perfino il socialismo cinese, anche se esso oggi rappresenta forse l’unico modello di so­cietà in cui, sotto la spinta di una motivazione mo­rale e quasi religiosa, l’austerità è stata elevata a modello di vita e molte delle proposte del Progetto (piccole comunità rurali, uso di tecnologie intermedie, riutilizzazione dei rifiuti, ecc.) hanno già trovato at­tuazione[13].

Forse c’è da cercare una nuova filosofia della so­cietà stazionaria nel Cristianesimo, con la sua motiva­zione morale verso la continenza nei consumi, l’aspi­razione alla giustizia nella distribuzione dei beni, la dissuasione da un accrescimento irresponsabile della popolazione, che oggi appare l’atto con cui, attra­verso l’eccessivo sfruttamento della Terra, si toglierà al «prossimo del futuro» la possibilità di uno svi­luppo umano integrale[14].

Forse, invece, in questa società stazionaria tutto è da inventare di sana pianta, una volta che si parta dal principio che è impossibile lo sviluppo illimitato in un mondo di risorse limitate; forse c’è da rivedere criticamente il rapporto uomo-ambiente delle società dei secoli «bui» del Medioevo occidentale[15].

Immagino l’ironia per queste affermazioni e gli slogan con cui saranno combattute: il progresso è la grande molla dell’umanità; indietro non si torna; il desviluppo in termini materiali e merceologici è una utopia. I1 problema è, a mio avviso, definire che cosa sono progresso e sviluppo, se sono necessariamente legati al possesso di condizionatori d’aria o non, piuttosto, alla possibilità di godersi l’aria fresca sotto un albero… Il problema è cercare di distin­guere fra i beni materiali inutili e quelli che vera­mente sono liberatori dalle malattie, dalla fame, dalla fatica, dall’ignoranza.

In questi ultimi anni molto si è giocato con l’eco­logia, di cui è stato distorto e mimetizzato il più profondo messaggio globale e rivoluzionario: cia­scuno ha fatto dell’ecologia una bandiera per chiedere dei cambiamenti che toccassero lui il meno pos­sibile e fossero invece pagati dagli altri; adesso, però, l’ecologia comincia a scottare e a rivelare il suo vero volto.

Ecco che, portata alle sue conseguenze logiche, ci costringe a passare dalla filosofia dello sviluppo alla filosofia dell’austerità; se questa deve aver luogo secondo giustizia, i poveri attuali passeranno dalla fame e dallo sconforto ad una dignitosa austerità; i ricchi, dallo spreco alla disciplina e alla continenza merceologica.

Secondo me l’ecologia porta alla ricerca di valori nuovi, ad una nuova morale; porta alla condanna della divinizzazione dei beni materiali che debbono essere considerati sotto una luce nuova e cioè non tanto e non solo come ostacoli nel cammino verso la vita eterna, quanto come mezzo con cui sottraiamo agli altri dei beni e delle risorse che sono scarsi e molto limitati.

Io credo che se la società stazionaria è stata ri­spolverata dall’establishment come un mezzo per cavalcare, senza eccessivi danni, la nuova tigre dell’eco­logia, per conservare la struttura della società capita­listica e della disuguaglianza, essa finirà per deludere quelli che l’hanno sostenuta.  Staremo a vedere.

Aprile  1972


[1] The Case Against Hysteria,  in «Nature», v. 235, gennaio 1972, pp. 63-5, e anche Catastrophe or Change?, in «Nature»,  v.  235,  gennaio 1972,  p.  184.

[2] Commoner Wades In, in «Nature», v. 236, marzo 1972,  p. 4.

[3] Si vedano le lettere  a «Nature» pubblicate nel v. 235, gennaio 1972, a p. 179, febbraio 1972, pp. 405 e 406, e gli articoli apparsi su «Time» del 24 gennaio 1972, in «Chemical and Engineering News», v. 50, gennaio 1972,  pp.  27-8, e marzo  1972, p. 2, ecc.

[4] Si veda la nota  1  a p.  13.

[5] Si   veda   per   esempio   l’articolo   di   J.   Rodolfo   Wilcock, Calma ecologi!, in «Il Messaggero», 7  febbraio  1972.

[6] Si  veda in  nota 17 a p. 82.

[7] Arthur Cecil  Pigou, The Economics of Stationary  States,  1935.

[8] I più stimolanti articoli sono quelli di Garutt Hardin. The Tragedy of the Commons, in«Science», v. 162, dicembre 1968, pp. 1243-8, e di Kenneth Boulding, The Economic of Corning Spaceship Earth, in Environmental Quality in a Growing Economy, a cura di H. Jarrett, Johns Hopkins  Press, Baltimore 1966, pp.  3-14.

[9] La prima parte delle ricerche del Club di Roma è stata sintetizzata nel libro di Jay Forrester, World Dynamics, Wright-Allen, Cambridge Mass. 1971. Si veda la recensione, molto critica, apparsa su «Science», v. 174, dicembre 1971, pp.  1014-5.

[10] Si veda la recensione fatta da Alfredo Todisco sul «Corriere della Sera» del 20 febbraio 1972 e il commento di Adriano Buzzati Traverso nello stesso giornale l’8 aprile 1972.

[11] Si veda la nota 9 a p. 32; per le polemiche cfr. la recensione del testo inglese apparsa in «Nature», v. 236, marzo 1972, pp. 47-9, e la lettera di C.H. Waddington ap­parsa in «Nature»,  v. 236, marzo  1972, p.  247.

[12] A questo proposito credo che il libro fondamentale da leggere sia quello di Lewis Mumford, Technics and Civilizathion, del 1933, tradotto in italiano col titolo Tecnica e cultura,  Il  Saggiatore, Milano 1961.

[13] G. Nebbia, L’ecologia in Cina, in «Ecologia», a. 2, marzo 1972.

[14] G. Nebbia, Per una visione cristiana dell’ecologia, in «Ecologia»,  a. 2,  gennaio  1972,  pp. 4-16.

[15] Man’s Rote in Changing the Pace of the Earth, a cura di W. L. Thomas Jr., Chicago University Press, Chicago 1971.