Dossier “1970” Una radice trascurata, di classe, dell’ambientalismo in Italia negli anni ‘70: il precoce ambientalismo “rosso”. Memorie dei movimenti e documenti

“Non si può ridurre il movimento di lotta per la salute e per l’ambiente, o se vuoi per una nuova società, ai verdi. L’ambientalismo, da un punto di vista culturale, è nel codice genetico della soggettività operaia. È sciocco pensare di poter guardare solo fuori dal muro di cinta, dove i rapporti di produzione e di classe sono più diluiti: una fabbrica inquinante non potrà che produrre un territorio inquinato, anche perché il territorio, il più delle volte, secondo l’età della fabbrica, è stato plasmato a immagine e necessità della fabbrica stessa. […] Noi lavoriamo per cambiare questa società dalle fondamenta, e per cambiare questa società dalle fondamenta bisogna cambiare le condizioni di lavoro. Ecco perché, se andate a vedere alcune cose che abbiamo scritto, vedete che definiamo l’ecologia come “igiene industriale”. […] Insomma, se si mette in discussione cosa produrre, come produrre, dove produrre e per chi produrre, inevitabilmente si investono i problemi dell’ambiente. Poi negli anni ’80 c’è stato il passaggio al territorio …”

[Intervista a Luigi Mara, in Michele Citoni e Catia Papa, “Sinistra ed ecologia in Italia 1968-1974”, Quaderni di “altronovecento”, N. 8, 2017]

1. Una radice trascurata, costitutiva e caratterizzante, dell’ambientalismo italiano

Il Dossier di “altronovecento” sugli anni Settanta mi da l’occasione per una riflessione su un tema sul quale si è studiato e scritto ampiamente – le origini dell’ambientalismo italiano, in certe terminologie l’ecologia politica in Italia – ma sul quale per la mia esperienza rimangono profonde lacune: non ho l’ambizione di colmarle, ma vorrei trarre, dalla mia esperienza di impegno politico ecopacifista e dai miei ricordi e da documenti, degli elementi di riflessione che ritengo significativi, che vedo ignorati, e possono arricchire, caratterizzare ed ampliare la prospettiva politica.

Una precisazione è importante per delineare l’impostazione di questo mio lavoro. So bene che una sensibilità ecologica e associazioni ambientaliste esistevano prima degli anni Settanta e devo dichiarare che allora non le conoscevo (se non Italia Nostra per la protezione del nostro patrimonio, e Pro Natura per alcuni aspetti). Quello che sostengo, e che ho vissuto in modo diretto, si radica nella contestazione studentesca del ’68 e nel ciclo di lotte operaie iniziato dall’Autunno Caldo del 1969, lotte che certo non avevano affatto al centro i problemi dell’ambiente naturale come tale, ma a partire dalle lotte per la salute e l’eliminazione dei fattori nocivi all’interno della fabbrica hanno conferito una chiara impostazione di classe alle lotte per la salute e l’ambiente all’esterno, sul territorio: con la chiara consapevolezza che la difesa di questi diritti era in antitesi con la logica del profitto e la struttura economico produttiva del capitalismo ((Non mi soffermo, e sarebbe qui fuori luogo, sui predenti di rinnovamento del marxismo negli anni Sessanta, che in qualche modo prepararono il terreno di alcune componenti della contestazione del ’68 e delle lotte operaie che seguirono: le elaborazioni di Raniero Panzieri sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo e la centralità della fabbrica nella lotta di classe, il ruolo che con lui dal 1962 ebbero i Quaderni Rossi, pur nella loro storia contrastata, o parallelamente i Quaderni Piacentini.)).

Per questo motivo ho messo in testa all’articolo la citazione inequivoca di Luigi Mara, storico e rimpianto esponente del Consiglio di Fabbrica della Montedison di Castellanza((Si veda il numero monografico della rivista Medicina Democratica, “Luigi Mara e Medicina Democratica: la stagione del modello operaio di lotta alle nocività”, n. 237-239, interventi del Convegno svoltosi a Milano il 20.10.2018.)).

La trasversalità dei movimenti degli anni Settanta incluse anche le manifestazioni e le iniziative contro la guerra al Vietnam, i movimenti femministi, l’antirazzismo con le grandi manifestazioni in difesa di Angela Davis, configurando un movimento ecopacifista complessivoche purtroppo si è perduto con la divisione affermatasi nei decenni successivi fra movimenti ambientalisti e movimenti pacifisti: lo chiamerei un eco-gender-pacifismo di classe .

* * *

Poiché questo mio lavoro parte dalle mie esperienze di movimento, devo premettere che per larga parte degli anni Settanta io propriamente non rientravo fra gli ecologisti o ambientalisti, ma appunto se si limita la ricerca rigidamente a questi termini si taglia fuori, a mio avviso, una radice che è stata determinante nel configurare l'”ambientalismo” in Italia, il grande ciclo di lotte operaie. A questo proposito penso che serva per caratterizzare la mia impostazione esplicitare qualche riserva su alcune ricostruzioni esistenti, a titolo esemplificativo perché non ho l’ambizione di conoscerle estesamente, tanto meno di farne un’analisi critica.

Nella ricostruzione – peraltro molto precisa e documentata – di Michele Citoni e Catia Papa((Michele Citoni e Catia Papa, “Sinistra ed ecologia in Italia 1968-1974”, Quaderni di “altronovecento”, N. 8, 2017.))riscontro che nomi importanti o non vengono menzionati, o lo sono solo collateralmente ad esempio per iniziative editoriali, o semplicemente in bibliografia: Luigi Mara, citato una sola volta, anche se poi gli viene dedicata una delle interviste; Giulio Maccacaro (medico del lavoro, singolarmente denotato “tra i marxisti italiani teorici della ‘non neutralità della scienza'”) per la storica serie della rivista “Sapere”, e non solo; direi di sfuggita Marcello Cini un paio di volte; Enzo Tiezzi, ambientalista allievo di Barry Commoner, solo in bibliografia; Virginio Bettini. Non hanno avuto alcun ruolo nella formazione e nella caratterizzazione dell'”ambientalismo” italiano?

Per quello che conosco, trovo in un certo senso “speculari” gli studi – indubbiamente pregevoli per l’approfondimento dei temi e la qualità dell’analisi – della corrente sull’ecologia politica, di cui Emanuele Leonardi, Gennaro Avallone, Stefania Barca, sono alcuni degli esponenti più brillanti. Rimane la sensazione che rimangano in ombra alcune radici dell’ambientalismo in Italia: raramente si trovano citati i nomi di Giorgio Nebbia o Dario Paccino, il libro di LeonardiLavoro Natura Valore ((E. Leonardi, Lavoro Natura Valore. André Gorz tra marxismo e decrescita, Orthotes, Napoli-Salerno, 2017.)) li cita in una nota a pag. 26, e Nebbia in un’altra occasione (pag. 78), Maccacaro e Mara e le riviste Sapere e Medicina Democratica nella nota a pag. 53. Sono a conoscenza per via privata che Gennaro Avallone sta curando la riedizione del libro di Paccino del 1972, L’Imbroglio Ecologico, e un saggio su Paccino ((D. Paccino, L’imbroglio ecologico, ombre corte, Verona, 2021 [1972].)).

Queste sono solo spunti a livello superficiale, l’obiettivo non è certo di polemizzare con lavori indubbiamente pregevoli, ma di approfondire aspetti che vengono affrontati in maniera che a me sembra inadeguata: non c’è dubbio che si riconosce l’importanza dei conflitti di classe e delle lotte operaie, come scrive Leonardi: “in Italia la questione ecologica diventa una questione propriamente politica attraverso le lotte operaie … contro la nocività … È la forza degli operai organizzati a … porre come inaggirabile la crisi dell’ambiente” ((E. Leonardi, op. cit., pp. 92-93.)) (dissento semmai dai riferimenti che l’autore porta per circoscrivere l’incisività da queste lotte al quinquennio 1968-1973, v. oltre). Lo scopo di questo mio lavoro è un primo contributo per dare carne e sangue a quel ciclo di lotte individuando concretamente qualcuno degli attori e protagonisti, anche quando questi non sono passati alla storia, elaborazioni e approcci originali e innovativi sviluppati nel vivo, e sotto lo stimolo, di quelle lotte; evidenziare collegamenti che spesso sono trascurati. Soprattutto cercherò di insistere sui nessi, diretti e indiretti, tra fronti di lotta apparentemente diversi, che delinearono una strategia di, e per, il cambiamento radicale della società, una convergenza degli obiettivi anche quando essa non era esplicita: lotte che culminarono con vittorie effettive proprio quando iniziò la crisi e il declino di quella stagione.

Ma voglio dire molto chiaramente che a mio parere una ricostruzione esauriente delle radici e dell’ambientalismo in Italia rimane da fare, ed è un lavoro immane perché a quel tempo non c’era internet, le idee si elaboravano e si trasmettevano con i ciclostilati, e una ricerca esauriente deve essere fatta non solo su riviste e pubblicazioni (come in parte cercherò di fare qui) ma in archivi sparsi per l’Italia – Archivi del ’68, Archivi del Movimento Operaio, o nel centro di documentazione di Castellanza – magari conservati in archivi personali che in parte rischiano di scomparire con i loro proprietari.

La mia tesi esplicita nel presente lavoro è che le lotte operaie per la salute in fabbrica degli anni Settanta costituirono una radice a suo modo indipendente e originale dell’ecologia in senso stretto, che dalle fabbriche si estese sul territorio, e caratterizzò in modo marcato un ambientalismo italiano “di sinistra”, “rosso” (spesso di impostazione marxista) che dagli inizi si contrappose all’ambientalismo “verde” (per intenderci, poi del “Sole che Ride”). La mia tesi si collega in qualche modo a quella “di sinistra” di Dario Paccino ne L’Imbroglio Ecologico del 1972, che pure viene sottovalutato nella limitata visione di Michele Citoni e Catia Papa (( Ma la corrispondenza del 1971-72 fra Paccino e Nebbia pubblicata su “altronovecento” prova la loro intensa interazione: “Ecologia e lotta di classe. Una corrispondenza tra Giorgio Nebbia e Dario Paccino, 1971-1972”, di Luigi Piccioni (a cura di). Inoltre una viva ricostruzione del percorso intellettuale e dell’impegno politico di Dario Paccino è presentato proprio da Giorgio Nebbia, “L’imbroglio ecologico ha quarant’anni”, La Gazzetta del Mezzogiorno, 12 settembre 2012, https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/analisi/395929/limbroglio-ecologico-ha-quarantanni.html .)). Le vertenze operaie furono un filone fondamentale dei rinnovamenti profondi che furono strappati nel corso del decennio, dalla Riforma Sanitaria 833, alla 194, alla Legge Basaglia, e via discorrendo: riforme che non per caso vennero manomesse, quando non stravolte, con il tramonto di quella stagione di lotte. Come lo fu il legame delle lotte operaie con i nascenti movimenti delle donne (i lavori che ho citato sull’ecologia politica hanno indubbiamente il merito fra altre cose di avere portato al centro il tema del lavoro riproduttivo), con i movimenti contro la guerra: quello che chiamo orizzonte eco-gender-pacifista complessivo.

Dovrò in parte riprendere cose che ho scritto con Flavio Del Santo in un articolo su “altronovecento” qualche anno fa ((A. Baracca e Flavio Del Santo, “La giovane generazione dei fisici e il rinnovamento delle scienze in Italia negli anni Settanta”, Altro 900, ottobre 2017,http://www.fondazionemicheletti.it/altronovecento/articolo.aspx?id_articolo=34&tipo_articolo=d_saggi&id=357 .)), ma che era dedicato ad aspetti diversi dei movimenti degli anni ’70 e pertanto è rimasto gioco forza estraneo alle ricerche citate.

2. La mia esperienza: dal ’68 agli anni ’70

2a) Il Comitato Politico degli Studenti di Fisica di Firenze

Poiché non ho pretese di rigore storiografico, ma solo di riportare a galla una radice peculiare dell’ambientalismo, non credo di peccare di autoreferenzialità o presunzione fornendo qualche riferimento alla mia esperienza personale, ma anche ai compagni con i quali ho condiviso quelle esperienze. Poiché scavo nella mia memoria, riporto date approssimative ma quello che importa è la sostanza delle notizie (ho effettuato verifiche con i compagni che cito nei Ringraziamenti).

Nel 1968 io avevo 29 anni, ero un giovane laureato in fisica fresco di un incarico di insegnamento all’Università di Firenze, e fu quello l’inizio della mia effettiva politicizzazione. Dei temi ambientali avevo un lontano sentore, e comunque in senso proprio rimasero per vari anni ai margini di quelli centrali nel mio impegno politico. Non è marginale dire che il piccolo Istituto di Fisica di Firenze (i dipartimenti vennero istituiti negli anni successivi) era collocato sulla collina di Arcetri lontano dagli istituti nel centro storico dove, soprattutto ad Architettura e a Lettere, stava esplodendo la contestazione studentesca: io ero nuovo di Firenze e quindi non ebbi neanche modo di affacciarmi a quei tumultuosi eventi. Ma questo iniziale isolamento doveva tramutarsi in un grande vantaggio.

All’Istituto di Arcetri non c’era ombra di contestazione studentesca, ma quei tumulti lontani mi spinsero ad avvicinarmi agli studenti di Fisica (in tutto circa 300 nei diversi anni di corso) caratterizzandomi subito per la mia vicinanza ai loro problemi e stringendo subito un rapporto con quelli politicizzati. Verso la fine del 1969 venne istituito il Comitato Politico degli Studenti di Fisica di Firenze (nel seguito Cpf), con il quale, unico professore, ho sempre lavorato in modo strettissimo come fossi uno di loro, con una confidenza e franchezza reciproche che ci consentiva di avere magari anche polemiche, ma nella sostanza con una piena sintonia: quei primi anni e il Cpf hanno costituito la base di tutto il mio impegno politico successivo. Vi era inizialmente nel Cpf una componente di studenti della Fgci, che però rimasero rapidamente minoritari mentre il Cpf assumeva una direzione politica fortemente radicale (vi era anche qualche studente che faceva riferimento a raggruppamenti studenteschi organizzati, ma la radicalità delle scelte politiche del Cpf non ha mai dato motivo a contestazioni al suo interno).

Il Cpf intraprese anche iniziative studentesche all’esterno, stabilì un contatto stabile con il collettivo di Chimica di Firenze, e co-promosse un coordinamento dei comitati studenteschi di Fisica a livello nazionale.

È significativo che un gruppo coordinato di studenti del Cpf coltivò una vera visione strategica, che consistette nel programmare le richieste delle tesi di laurea in modo da distribuirsi nei gangli dei vari gruppi di ricerca dell’Istituto di Fisica di Firenze (a quel tempo gli studenti politicamente impegnati erano fra i più brillanti): la scelta fu lungimirante, perché effettivamente quasi tutti gli studenti del Cpf conseguirono brillantemente, anche se a volte con qualche peripezia, posti stabili o direttamente a Firenze, o a volte all’estero ma con ruoli molto importanti.

Nel 1973 fu costituito il “Collettivo Controinformazione Scienza”, composto di studenti di varie Facoltà (ma in maggioranza e più stabilmente di Fisica e di Chimica) e di alcuni docenti, fra i quali io e il chimico di Siena Enzo Tiezzi, che si era formato alla scuola di Barry Commoner: nel Collettivo si affrontarono di fatto i primi temi collegati a problematiche ambientali, con taglio interdisciplinare, con l’esplicito proposito di elaborare contenuti concreti sui quali stabilire rapporti con la popolazione. Il primo tema che venne affrontato aveva una chiara valenza ambientale, perché riguardò le sofisticazioni alimentari, e portò alla stampa di un libretto, Lo Sfruttamento Alimentare, con il quale vennero promossi vari incontri pubblici.

2b) Il Cpf e i collegamenti con le lotte operaie

La radicalità politica del Cpf risultò ben presto decisiva. In breve, dopo l’esplosione delle lotte dell’Autunno Caldo, nel Cpf si pose immediatamente l’obiettivo di cercare collegamenti diretti con le nascenti strutture operaie consiliari. A Firenze vi era stata un’esperienza molto significativa di collegamento del collettivo di Medicina con la lunga lotta degli operai della Stice-Zanussi ((Una tesi di laurea in Storia economica di Riccardo Rossi, “Le grandi fabbriche fiorentine e l’autunno caldo”, fu discussa nell’a.a. 1999-2000 presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Firenze, Capitolo 4:https://sites.google.com/site/sentileranechecantano/schede/1968—1969/le-grandi-fabbriche-fiorentine-e-l-autunno-caldo?tmpl=%2Fsystem%2Fapp%2Ftemplates%2Fprint%2F&showPrintDialog=1 . Dello storico e compianto sindacalista della FLM Luigi Falossi si veda, Qui Stice libera. Cronaca e storia della fabbrica che non c’è (La Stice-Zanussi di Scandicci dalle origini agli anni Settanta) , Lalli Editore, 1999.)). Risuonavano poi le notizie del Consiglio di Fabbrica della Montedison di Castellanza, e circolavano i suoi elaborati.

Per i collegamenti fu fondamentale il ruolo del compianto delegato della Stice-Zanussi e sindacalista della FLM “Gigi” Falossi (1937-2012), una figura emblematica del movimento sindacale fiorentino ((“Gigi racconta Falossi, l’ultima intervista”, https://www.storialavoro.it/video-2/ .)). Con il suo intervento il Cpf (con il quale lavoravo in modo organico) entrò a far parte a pieno titolo del Consiglio di Zona Metalmeccanico di Firenze Ovest (zona Osmannoro), un distretto pieno di fabbriche in gran parte di piccole o medie dimensioni, ancorché posto all’estremo opposto di Firenze rispetto all’Istituto di Arcetri. Come ho già puntualizzato, gli studenti di Fisica non si proponevano semplicemente di associarsi alle lotte operaie come avveniva in tutto il paese, ma vi era l’idea molto chiara di cercare un terreno di collaborazione con la caratterizzazione specifica di “studenti di Fisica”: le implicazioni concrete non tardarono ad arrivare. Gli studenti erano inglobati organicamente nel Consiglio di Zona, tanto che nella campagna per il contratto dei metalmeccanici del 1973 le assemblee di fabbrica erano condotte unitamente da un sindacalista e uno studente di Fisica (che a volte era … il sottoscritto). Sul contratto il Cpf intervenne anche all’assemblea del Nuovo Pignone di Firenze, con cui successivamente il collegamento sarebbe risultato cruciale.

Un tentativo di entrare a far parte anche del Consiglio di Zona Intercategoriale non andò in porto, mentre successivamente il Cpf entrò a far parte ufficialmente anche del Consiglio di Zona Metalmeccanico di Firenze Sud proprio deve era collocato l’Istituto di Fisica di Arcetri.

I collegamenti del Cpf travalicarono il territorio fiorentino: non potrò mai dimenticare che nei giorni in cui era fissata un’assemblea generale degli studenti di Fisica di Firenze, un’automobile partiva in piena notte da Castellanza con due delegati del CdF della Montedison, espressamente invitati per intervenire all’assemblea (spesso uno di loro era Luigi Mara, ma per non citare solo lui c’erano A. Cova, A. Lepori).

Nel 1973 il Cpf promosse un convegno di 3 giorni, occupando a tal fine l’ala didattica, che era al piano terreno fisicamente separata dal piano degli studi dei docenti (non è indifferente osservare che la sede dell’Istituto di Arcetri era adiacente alla caserma della Polizia di Firenze, solo nel 1990 il movimento della Pantera effettuò una vera occupazione). Il convegno si articolò con relazioni e interventi esterni (partecipò il Consiglio di Fabbrica del Nuovo Pignone , v. oltre) e produsse un’organizzazione del Cpf in gruppi di lavoro, uno dei quali riguardava proprio i temi dell’ambiente e della salute in fabbrica visti come campi di impegno capaci di mettere a prova le conoscenze scientifiche e cercare come rinnovarle, in connessione alle lotte operaie.

Nel 1976 il Cpf organizzò un dibattito ((Ne parlai in un articolo su Sapere sul tema della didattica, “Qualche esperienza concreta”, n. 802, luglio 1977, pp. 54-56.)) con compagni della Montedison di Castellanza, compagni di Torino che lavoravano sulla nocività in fabbrica, invitando CdF e di Zona e strutture sindacali di Firenze: da qui nacque una collaborazione diretta con il CdF del Nuovo Pignone di Firenze, in particolare incontri con la Commissione Organici e Investimenti, con la quale si impostò la discussione sulle prospettive delle fonti rinnovabili di energia (che a quel tempo si chiamavano energie alternative). Da qui venne la proposta decisiva di cui tratto nella seguente sezione 2d.

Con il contratto del 1973 i metalmeccanici proiettavano le lotte per la salute e l’ambiente anche all’esterno delle fabbriche, sul territorio: questa radice operaia dell’ambientalismo italiano, in senso lato, è stata una fetta sostanziale di storia! Le lotte operaie furono una componente fondamentale della conquista della Riforma Sanitaria 833 del 1978 ((Per un’analisi dettagliata dell’insieme dei movimenti che portarono alla Riforma Sanitaria n. 833 rinvio all’articolo molto bello di Chiara Giorgi e Ilaria Pavan, “Le lotte per la salute in Italia e le premesse della Riforma Sanitaria. Partiti, sindacati, movimenti, percorsi biografici, 1958-1978”, Studi Storici, 2, pp. 417-455, 2019.)), che includeva i servizi di controllo ambientale in fabbrica e sul territorio (poi sottratti al SSN dall’infausto referendum del 1993).

Il contratto dei metalmeccanici del 1973 includeva anche le “150 Ore”: vedremo gli sviluppi specifici.

2c) L’intreccio dei temi ambientali, con la contestazione della Scienza, l’opposizione alla guerra, le lotte antinucleari: un orizzonte ecopacifista che oggi è tramontato

Le questioni ambientali si articolarono anche in tanti movimenti di protesta, delineando un orizzonte ecopacifista che collegava in modo diretto i temi dell’ambiente con l’opposizione alla guerra.

Si moltiplicavano in tutto il mondo grandi manifestazioni contro la guerra statunitense al Vietnam. Uno dei temi di discussione erano i sistemi di guerra tecnologica con i quali gli Stati Uniti aggredivano unitamente la popolazione e l’ambiente, come il famigerato Agente Orange, e la barriera elettrica per fermare i transiti dei Vietcong fra il Nord e il Sud del paese. Nacquero un po’ ovunque “Comitati Scienza per il Vietnam” che si proponevano di studiare queste questioni con l’intenzione di portare qualche aiuto ai vietnamiti ((Si veda ad esempio Sapere, Collettivi Scienza per il Vietnam, n. 772, Giugno 1974, p. 56.)): Firenze non fece eccezione, creando un gruppo multidisciplinare di colleghi (agronomi, chimici, ecc.) del quale feci parte. L’obiettivo era certo piuttosto velleitario, ma testimonia di una sfaccettatura di solito ignorata dell’approfondimento e dell’impegno sulle questioni ambientali, al tempo stesso con un’ottica internazionalista. È tanto più importante oggi ricordarlo perché questo orizzonte ecopacifista si è poi perduto, lasciando il posto a una scissione che sembra incolmabile fra l’impegno ecologista e quello per la pace.

Nel contempo, come docente e ricercatore io partecipavo alle prime iniziative a livello nazionale di (principalmente) fisici, matematici, biologi, filosofi, che si proponevano di tradurre in termini ed elaborazioni concreti la contestazione della “neutralità” della scienza (questi aspetti sono trattati in dettaglio nel lavoro citato nella nota 8).

Oggi forse non è immediato vedere i nessi fra la critica radicale della scienza e i temi ambientali, ritengo che sia necessario riconoscerli e rivalutarli: del resto i nessi apparvero ben presto concretamente per esempio nella contestazione dell’energia nucleare, che era acriticamente sostenuta dalla quasi totalità della comunità dei fisici e degli ingegneri (oltre ovviamente ai tecnici dell’Enel, ma questo è scontato, ma anche quelli dell’industria elettromeccanica tra cui spiccavano società come Ansaldo, Belleli, TIBB, Magrini-Galileo e la stessa Fiat).

Proprio a questo proposito ritengo necessario ricordare un’iniziativa allora decisamente d’avanguardia presa autonomamente da una parte degli studenti del Cpf: stimolato dall’uscita del Piano Energetico Nazionale nel 1975, un nutrito gruppo si riunì settimanalmente per più di un anno impostando una ricerca sistematica sulla tecnologia nucleare, e nel 1977 venne pubblicato I Nucleodollari ((S. Ciliberto, S. Craparo, G. Del Fante, R. Livi, M. Lugli, M. Pettini, A. Politi, A. Raspini e L. Vallerini, I Nucleodollari. Costi e rischi dell’energia nucleare in Italia, Le alternative possibili , CP Editrice, Firenze, 1977.)), che fu forse il primo libro in Italia con una trattazione sistematica, e resa alla portata di tutti, della tecnologia nucleare e dei suoi effetti ambientali ((Angelo Baracca, Saverio Craparo, Roberto Livi, Stefano Ruffo, “The Role of Physics Students at the University of Florence in the Early Italian Anti-nuclear Movements (1975-1987)”, https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/15343/1/Nuclear_Italy-14-Baracca.pdf : in E. Bini e I. Dondero (a cura di), Nuclear Italy An International History of Italian Nuclear Policies during the Cold War , EUT Edizioni Università di Trieste, 2017.))(ovviamente parlando de I Nucleodollari non intendo sottovalutare tanti ciclostilati che si cominciavano a produrre in altre realtà, si vedano i paragrafi 3b e 3e). Per valutare oggi questa impresa di un gruppo di studenti (al sottoscritto fu chiesto solo di scrivere un’introduzione a libro finito, da lì imparai le nozioni di base sulla tecnologia nucleare che non si studia affatto in un Corso di Laurea in Fisica!), occorre tenere presente che allora non c’era internet e la sola ricerca delle fonti era un lavoro molto complesso e impegnativo, una vera ricerca al livello di una tesi di laurea. È necessario osservare, per il tema del presente articolo, che il Cap. V del libro (pagg. 101-128) affrontava direttamente “I problemi ambientali”: sprechi energetici e impatto ambientale, impianti nucleari e ambiente, inquinamento termico, danni biologici, inquinamento radioattivo.

Come ulteriore nota personale ricordo che nel 1975 si svolse un convegno indetto dal Pdup (Partito di Unità Proletaria) del quale non conservo traccia, ma un opuscolo preparatorio con una mia introduzione su “Scienza e potere” e la relazione per la riunione preparatoria di Paolo Degli Espinosa, dell’Enea ((Note per la preparazione di un convegno sulla ricerca, Censis Quaderni, pagg. 56, dicembre 1974.)).

2d) Il lavoro sui fattori nocivi negli ambienti di lavoro nelle fabbriche

Fra i collegamenti stabiliti dal Cpf (sempre incluso il sottoscritto) con le realtà operaie vi fu quella a cui ho già accennato con il CdF del Nuovo Pignone di Firenze , con gli incontri regolari con la Commissione che si occupava degli investimenti e dell’innovazione. Un giorno, attorno al 1975, un delegato del CdF gettò una proposta che era una specie di sfida: ricordo quasi letteralmente le sue parole, “Se volete fare qualcosa di concreto, proponete al Corso di Laurea in Fisica di organizzare uno dei laboratori per gli studenti per effettuare misure dei fattori nocivi per la salute nell’ambiente di lavoro del Nuovo Pignone“.

Era davvero una sfida, ma gli studenti la raccolsero con convinzione e posero la richiesta al Consiglio di Corso di Laurea, nel quale, si deve sottolineare, vi era una forte componente di docenti legati al PCI, o comunque “compagni di strada”. Proprio questi sollevarono immediatamente obiezioni, soprattutto quella di fondo: non vi sono competenze sufficienti per organizzare un laboratorio serio su questi temi. È inutile dire che questa obiezione disconosceva proprio quello che era l’obiettivo di fondo della proposta degli studenti, formarsi nel lavoro concreto, e nello scambio con gli operai, conoscenze, strumenti e competenze che non erano codificati da una Scienza che era sempre stata di parte padronale.

Vale la pena di raccontare in sintesi le vicende. Il CdF del Nuovo Pignone convocò un incontro con docenti e studenti. Sappiamo che i “compagni” Professori chiesero una riunione alla Federazione del PCI, al fine che venisse avallato il rifiuto della proposta. Ma all’incontro con il CdF gli operai ribadirono “Noi questo laboratorio lo vogliamo!”. I “compagni” docenti non poterono fare altro che piegarsi, e il Consiglio di Corso di Laurea che, obtorto collo, approvare l’istituzione del Laboratorio, valido come corso ed esame per la laurea in Fisica.

Il sottoscritto e il collega Piero Bruscaglioni assumemmo ufficialmente il compito di occuparci rispettivamente dei rilevamenti delle polveri ((Conservo gelosamente il registro delle mie lezioni dell’a.a. 1977-78, iniziate con due ore di discussione generale con gli studenti, seguite dal collaudo delle apparecchiature e dei metodi di campionamento, poi si cominciò ad andare nelle fabbriche.)) e del rumore nell’ambiente di lavoro. In realtà non si partiva proprio da zero, Bruscaglioni lavorava all’Istituto di Onde Elettromagnetiche del Cnr, e di onde aveva esperienza, ed io avevo già affrontato in precedenza un’iniziativa con studenti di Scienze Biologiche per progettare strumenti, sia pure rudimentali, per il rilevamento di polveri in atmosfera ((Non è questa la sede per dilungarmi, ma mi sembra anche una modesta testimonianza dell’intraprendenza che c’era in quegli anni e anche del precoce interesse per i temi ambientali. Nel 1972 ebbi il compito di tenere le esercitazioni di Fisica per gli studenti di Scienze Biologiche. Ritenendo che lo svolgimento alla lavagna di problemi di fisica risultasse piuttosto noioso, proposi al titolare del corso, che fu disponibile, di fare una sperimentazione (avevo fatto a Milano un laboratorio del 4o anno nel quale si doveva progettare e sperimentare un’apparecchiatura): scegliere un tema specifico, approfondirlo e portare gli studenti a progettare e realizzare un’apparecchiatura rudimentale. La scelta era di progettare un misuratore della concentrazione di polveri sottili nell’ambiente. Così io sviluppai la dinamica dei fluidi, descrissi il principio di un semplice misuratore di flusso, gli studenti calcolarono le caratteristiche, disegnarono l’apparecchio e cercarono a Firenze un vetraio capace di realizzare un piccolo tronco di cono di vetro sottile con quelle caratteristiche. Lo taraono. L’ultima lezione delle esercitazioni fu la sperimentazione del funzionamento dell’apparecchio. Fu un’esperienza molto gratificante, non solo per me, quegli studenti affrontarono quell’innovazione con un entusiasmo che non avrebbero certo dedicato alle ordinarie esercitazioni, e anni dopo conservarono impresso il ricordo.)). Vennero acquistate apparecchiature idonee e il laboratorio partì a gonfie vele (intervenendo anche, grazie al Consiglio di Zona del quartiere di Porta Romana, in piccole fabbriche del quartiere vicino ad Arcetri). Si faceva riferimento anche al lavoro e all’esperienza dei colleghi fisici di Torino che dai primi anni ’70 svolgevano questi rilievi al Reparto Presse della Fiat di Mirafiori (quelli appunto che parteciparono a Fisica al convegno del 1973): la loro analisi delle misure del rumore aveva portato i colleghi e il gruppo omogeneo a concludere che tutte le modifiche del ciclo produttive per abbassare i livelli del rumore … diminuivano la produttività! Si esprimeva quindi una progettualità operaia di trasformazione e conoscenza alternativa, che nella collaborazione diretta tecnici-operai-studenti si cercava di portare a sintesi.

Quel 1977 fu per me un anno molto pieno e impegnativo perché in simultanea si riuscì ad ottenere dal Consiglio di Facoltà di Scienze M.F.N. anche un corso delle 150 ore rivolto agli operai, che ottenne una notevole adesione, ed era aperto anche alla partecipazione attiva degli studenti: l’incarico fu affidato a me, ma vi furono contributi di colleghi di Fisica e di Chimica, del responsabile della Regione Toscana per la Sanità, oltre a relazioni e interventi di delegati di fabbrica e sindacalisti ((Anche di questo corso conservo il registro delle lezioni e degli interventi, le discussioni, le riunioni della commissione mista docenti-operai-studenti, che complessivamente coprirono circa 50 pomeriggi per il totale delle 150 ore: vennero trattati nozioni introduttive di base, e problemi ambientali, come l’inquinamento in generale, le materie plastiche, il Pvc, gli effetti nocivi del piombo, i fumi.)). Il progetto era di rendere questo corso delle 150 ore una iniziativa stabile: ma proprio in quel fatidico 1977 la situazione politica precipitò. Non ho certo né l’intenzione né le capacità di approfondire qui quei drammatici eventi e la complessa situazione politica.

Il corso delle 150 ore di Firenze sulla nocività, nelle fabbriche e nell’ambiente esterno, rimase un’esperienza quasi unica (altre esperienze universitarie importanti avevano trattato per lo più temi politici o storici), invece il laboratorio degli studenti di Fisica è rimasto attivo per vari anni, anche se perse le motivazioni iniziali: ma per molti studenti rimase un’esperienza unica, un lavoro creativo, stimolante e gratificante che ha fornito molti più strumenti e esperienza che non la semplice esecuzione tradizionale di misure standard. Diede anche luogo a due tesi di laurea, io seguii come relatore la tesi di Laurea della brillante studentessa Giovanna Zatelli, che si laureò con il massimo dei voti con una ricerca originale sulla determinazione con tecniche difrattometriche X (eseguite all’Istituto di Geologia) della granulometria di polveri raccolte su membrane micropori in ambiente di fabbrica (Zatelli fu in seguito assunta all’Ospedale di Careggi nel Laboratorio di Fisica Nucleare). Quella ricerca era in qualche modo pionieristica, non occorre commentare la rilevanza e drammaticità che ha assunto oggi il problema del particolato fine e ultrafine.

In quegli anni io considerai seriamente la prospettiva di convertirmi ad attività sperimentali … se tutto non fosse tramontato con il declinare degli anni Settanta!

3. Ambientalismo italiano, più rosso che verde, e altri risvolti

In questo contesto anch’io cominciai ad occuparmi direttamente di ambientalismo. Ricordo comunque la grande impressione che aveva sollevato la pubblicazione nel 1962, quando io ero ancora studente, del libro di Rachel Carson Primavera Silenziosa.

3a) Imbrogli ecologici e limiti dello sviluppo

Il 1972 mi diede (ma non solo a me) vari stimoli. Ricordo bene che il libro di Dario Paccino, L’Imbroglio Ecologico, intrigò molto vari compagni, mettendoli sull’avviso degli “imbrogli” che potevano profilarsi: secondo Paccino (semplificando brutalmente) l’ecologia era un ennesimo strumento della borghesia capitalistica per sfruttare i lavoratori delle fabbriche e dei cantieri, ma si faccia attenzione, il titolo implicava anche l’altra faccia della medaglia, perché Paccino aveva compreso prima di tanti altri che l’ambientalismo era davvero un’ipotesi rivoluzionaria. Ricordo invece vari scetticismi con cui, forse anche per questo, almeno negli ambienti della Sinistra allora “extraparlamentare” venne accolto lo studio del Club di Roma, I Limiti dello Sviluppo. Su questo mi riconosco in quanto osserva A. Ross nel volume a cura di F. Chicchi e E. Leonardi ((A. Ross, “Vita e lavoro nell’epoca del cambiamento climatico”, in F. Chicchi e E. Leonardi, Lavoro in Frantumi, Ombre Corte, Verona 2011, p. 31.)) :

“Non molto tempo dopo la pubblicazione de I limiti dello sviluppo, le norme della fiscalità generale, che avevano assicurato un certo grado di equità sociale all’epoca del patto fordista, sono finite sotto attacco. Riforma delle imposte, austerity fiscale, deregulation e privatizzazione, aggiustamenti strutturali, crollo della sicurezza sul lavoro, sbriciolamento del welfare. Tutto ciò ha eroso drammaticamente i diritti conquistati dalle lotte operaie nel periodo post-bellico. L’unica compensazione offerta è stato un biglietto della lotteria nel mercato delle speculazioni immobiliari, con il conseguente avviamento di un periodo di sviluppo urbano altamente insostenibile, conclusosi non a caso con la più acuta recessione globale dagli anni Trenta. In retrospettiva si può tranquillamente concludere che il messaggio de I limiti dello sviluppo sia stato chiaramente percepito dalle élite, che hanno risposto con l’accaparramento compulsivo di qualsiasi risorsa esse riuscissero a espropriare alla ricchezza comune”.

Il mix di questi due fattori – il libro di Paccino e il rapporto dei Club di Roma – uniti alla fiducia con il montare delle lotte operaie (insisto sulla grande rilevanza delle lotte per il contratto dei metalmeccanici del 1973, che estendeva la rivendicazione per la salute anche all’esterno delle fabbriche, sul territorio) e la fiducia in un rinnovamento radicale dei rapporti di produzione e sociali, posero le basi di una sensibilità ambientale nella sinistra (ancora) extraparlamentare. Mentre quel rapporto, e i saggi indubbiamente pregevoli di Barry Commoner che ebbero una grande diffusione in Italia, generarono un atteggiamento esplicitamente ambientalista che in qualche modo si contrapponeva alle posizioni che si rifacevano al marxismo. Fu a mio parere uno snodo decisivo in Italia. In relazione a I Limiti dello Sviluppo, anche se non è un tema centrale di questo mio lavoro, ritengo interessante citare una ricerca di Giorgio Ferrari, “L’ultimo Rapporto sul Futuro” ((Giorgio Ferrari, “L’Ultimo Rapporto sul Futuro”, La Bottega del Barbieri, 2 dicembre 2019, http://www.labottegadelbarbieri.org/lultimo-rapporto-sul-futuro/ .)), del quale riporto un passo conclusivo che sintetizza anche dal mio punto di vista il valore e i limiti che quel rapporto ebbe allora, a confronto delle carenze degli sviluppi del mezzo secolo intercorso:

“Se nel secolo scorso si ragionava dei limiti dello sviluppo e delle disuguaglianze che quello sviluppo aveva creato, oggi non si va oltre l’esposizione di fenomeni sintomatici che affliggono il pianeta, senza troppo curarsi dell’umanità che lo abita. Si parla molto di giustizia climatica e poco di giustizia sociale; alla centralità della politica si preferisce la centralità della scienza, ma poi si finisce per dare ancora credito all’inveterato ossimoro dello sviluppo sostenibile.”

Personalmente mi sono immerso e immedesimato (a Firenze) nel movimento dei Fridays for Future nato un paio di anni fa, riconosciuto e ricambiato da* giovani, e mi sono impegnato proprio nell’osservare costruttivamente carenze della loro piattaforma, i limiti della fiducia incondizionata nella scienza, i legami fra scienza e guerra, le insidie insite nella sostenibilità, cercando in una parola di colmare la distanza non solo temporale da I Limiti dello Sviluppo di esattamente mezzo secolo prima.

Ritornando ai primi anni Settanta, ricordo bene come si acuirono divergenze di fondo fra me e il chimico dell’Università di Siena Enzo Tiezzi, che aveva studiato con Barry Commoner, e mi stupisco appunto che non venga neanche nominato nelle ricostruzioni dell’ambientalismo italiano. Nella sostanza, alla “coscienza di specie” che sostenevano gli ambientalisti verdi veniva contrapposta la “coscienza di classe”. Tiezzi contrapponeva ai “tempi storici” i “tempi biologici” dei processi naturali ((E. Tiezzi, Tempi storici, tempi biologici, Garzanti, 1986.)).

Questo dibattito fra correnti ambientaliste si manifestò in articoli sul quotidiano Il Manifesto (nonché su Sapere, v. oltre), fra i quali anche articoli di vivace polemica fra il sottoscritto e Tiezzi: purtroppo non conservo traccia di quegli articoli (che allora si scrivevano con la leggendaria Olivetti Lettera 22 e le copie in carta carbone), ma credo che una ricerca sistematica sulle edizioni del Manifesto degli anni Settanta sia necessaria per avere un quadro più completo della nascita e degli sviluppi dell’ambientalismo in Italia.

Dissento dall’affermazione di Giorgio Nebbia che “[i]l 1973 fu l’ultimo anno della primavera dell’ecologia” ((G. Nebbia, La contestazione ecologica. Storia, cronache e narrazioni, La Scuola di Pitagora, Napoli 2015, p. 102. Anche G. Nebbia, “Scritti di storia dell’ambiente e dell’ambientalismo, 1970-2013”, A cura di L. Piccioni, Quaderni di Altronovecento, n. 4, 2014, p. 135: ringrazio Luigi Piccioni per avermi segnalato alcune specificazioni di Giorgio Nebbia che mi hanno consentito di precisare meglio questo punto e il mio pensiero.)): è un punto molto importante per esplicitare divergenze di concezioni sulle radici dell’ambientalismo e ricostruire le vicende dei movimenti e dell’ambientalismo di quegli anni. Secondo la concezione di Nebbia, “… il potere economico e politico approfittò della necessità di uscire dalla crisi economica per far accantonare qualsiasi ubbia di limiti alla crescita. … il movimento ambientalista cambiò volto.” La mia concezione delle vere radici dell’ambientalismo, esplicitata fin dall’inizio, è diversa, il mio parere è che attorno al 1973 si passò da una “primavera” a una “estate rovente” della lotta di classe. Non vi fu nessuna flessione del movimento di lotta, il contratto dei metalmeccanici testimonia che a livello operaio non passò il ricatto della scarsità del petrolio per cui bisognava fare sacrifici e contenere le rivendicazioni: anzi, il tema energetico-ambientale divenne per la prima volta un terreno concreto della lotta di classe, si denunciava il tentativo (poi andato in porto) di rilanciare il ciclo di accumulazione con una ristrutturazione complessiva dell’economia partendo proprio dalle fonti di energia.

E la stesura da parte dei governi di Piani Energetici Nazionali, centrati sullo sviluppo dell’energia elettronucleare, diede vita a un forte movimento antinucleare popolare, al quale ho già accennato (v. paragrafo 3e). Non a caso si denunciava il fatto che le maggiori compagnie petrolifere avevano le mani in pasta nell’estrazione dell’uranio, e proprio da qui presero le mosse gli studenti di Firenze che elaborarono I Nucleodollari.

Io, come ho detto, individuo invece il momento cruciale di crisi nel 1977: almeno per i giovani ricordo sinteticamente, senza propositi di completezza, la contestazione di Luciano Lama (segretario CGIL) dagli studenti a La Sapienza (17 febbraio 1977), l’uccisione da parte della polizia dello studente di Lotta Continua Francesco Lorusso a Bologna (11 marzo 1977), la “Svolta dell’Eur” delle tre confederazioni sindacali CGIL-CISL-UIL (12-13 febbraio 1978), il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse (16 marzo 1978). Il clima di intimidazione era terribile.

Mi cito per una mia analisi in proposito della svolta in atto pubblicata suSapere all’inizio del 1977 ((A. Baracca, “Legare il sapere ai bisogni concreti che emergono dal movimento”, Sapere, n. 797, gennaio-febbraio 1977, pp. 50-51.)), nella quale auspicavo una correzione di tiro delle lotte e delle rivendicazioni, perché gli eventi che ho appena citato non facevano percepire ancora la drammaticità della crisi che sarebbe arrivata: mentre negli anni passati lavoravamo “per il domani”, ora le cose erano cambiate e si doveva impostare il lavoro politico su tempi molto più lunghi, il problema era dare più concretezza di obiettivi e consolidare il movimento, ma non c’era sicuramente nessuna percezione di una vera crisi imminente. L’anno seguente sarebbero arrivate riforme fondamentali – la Riforma Sanitaria 833, la 194, la 180 “Legge Basaglia” – strappate dai movimenti di lotta, articolati ma coesi su questi obiettivi e su discriminanti decisive di classe.

3b) Un apporto basilare per un ambientalismo conflittuale: il gruppo della rivista “Sapere” di Giulio Maccacaro

Così come una storia dell’ambientalismo in Italia sarebbe monca se non si desse un ruolo centrale alle lotte operaie, sarebbe monca anche se non si sviluppasse adeguatamente il ruolo dell’iniziativa di Giulio Maccacaro quando nel 1974 ebbe dall’editore Dedalo il compito di inaugurare una serie radicalmente nuova della rivista mensile Sapere. È la prova concreta di come con il 1973 l’ambientalismo italiano non andò per nulla in crisi, anzi trovò una concreta saldatura fra i diversi movimenti di classe, dati la diffusione, la coesione e l’impatto della rivista come punto di riferimento ma anche di aggregazione.

Il gruppo redazionale che Maccacaro raccolse attorno a sé ha costituito un’esperienza scientifico-politica fondativa e irripetibile! I viaggi periodici a Milano per le riunioni del gruppo erano momenti veramente eccitanti, stimolanti, veri brain storming, di confronto concreto e produttivo fra operai, delegati di fabbrica, medici, tecnici, studenti, scienziati di tutte le discipline, economisti. Chi sfogli la serie di Sapere sotto la direzione di Maccacaro (purtroppo manca ancora uno studio completo e sistematico) può toccare con mano il profondo intreccio fra i temi della salute in fabbrica, i disastri ambientali come (ma non solo) l’Icmesa di Seveso del 10 luglio 1976, che si aggiungeva drammaticamente ai tantissimi casi di cancerogenesi nei luoghi di lavoro, l’insorgere del problema dell’amianto, della medicina, del nucleare, della ricerca scientifica e tecnologica, ed anche della storia critica della scienza: tutto era connesso, vagliato dal gruppo di redazione.

Se non si considera l’ambientalismo come mero amore per la natura, o piantare un alberello, o anche i limiti delle risorse, si trova in Sapere dal 1974 un’impostazione di concretissimi temi ambientali, centrali, con una precisa impostazione politica e di classe e una profonda elaborazione. Emerge molto chiaramente un’impostazione che coniugava problematiche concrete, sulle quali i partecipanti al gruppo redazionale rappresentavano e collegavano movimenti di lotta e vertenze in corso, con l’elaborazione di una visione strategica: questo era un ambientalismo sostanziale e attivo, con una esplicita valenza conflittuale alternativa al sistema capitalistico.

Ritengo necessario per dare concretezza al presente lavoro citare i temi fondamentali trattati su Sapere, fino al 1980 che è in sostanza l’orizzonte temporale di questo articolo, altrimenti le mie argomentazioni rimarrebbero generiche, anche se la seguente rassegna non ha nessuna ambizione di completezza ((Non sono in grado di ritrovare alcuni, pochi numeri.)) (se a qualcuno suonasse enfatico l’uso di certi termini radicali, deve tenere presente che sono il segno della radicalità dei movimenti che si rifletteva nel lavoro della rivista). È importante insistere che l’orizzonte dei temi trattati e discussi era davvero complessivo, come i servizi sanitari, l’aborto, i temi della psichiatria che portarono alla legge Basaglia, la medicina della e per la donna, le droghe, ecc.

· ANNO 1974 – Marzo, n. 770, dossier sul cancro da lavoro; aprile-maggio, n. 771, monografia generale sulla popolazione, poi il rumore degli aerei, l’ossigenazione artificiale dei laghi, la siccità a Genova, l’alimentazione industriale; giugno, n. 772, V. Lombardi, un’analisi spietatamente critica della “Rivoluzione verde” [pp. 44-49], poi rischio sismico, una scheda sui collettivi “Scienza per il Vietnam” [p. 56]; luglio, n. 773, inserto “Ambiente e Potere” introdotto da un articolo di Virginio Bettini sull’Ecologia Atlantica (cioè controllata dalla NATO! Legami fra ecologia e militari) [pp. 3-5, 33-56], poi inizio di una serie regolare di articoli di storia sociale della scienza, con un mio articolo sulle tecnologie energetiche nella prima rivoluzione industriale [pp. 24-32]; agosto-settembre, n. 774, dossier sull’industria chimica [pp. pp. 3-34]; ottobre, n. 775, dossier L’alimento industriale [pp. 3-32]; novembre, n. 776, inserto generale sull’acqua [pp. 4-32]; dicembre, n. 777, un articolo di Marcello Cini “Lo sfruttamento Capitalistico, apparenza o realtà?” e una discussione fra 7 Consigli di Fabbrica su “Lavoro e nocività: il sapere operaio” [pp. 45-52, e 37-44].

· ANNO 1975: gennaio, n. 778, dossier “La carestia programmata” [pp. 3-36]; marzo, n. 780, dossier “Ambiente e potere” [pp. 25-40] dopo un articolo “Una lezione dalla Cina: la scienza per il popolo” [pp. 3-11], nonché degna di nota una scheda sull’iniziativa del fascista Pino Rauti a Roma della “Associazione Difesa Ecologica” [p. 40]; aprile-maggio, nn. 781-782, un articolo di Barry Commoner, “Le fabbriche del veleno” [pp.3-9], e (si osservi il titolo) A. Nazzaro, “Il terremoto, un nemico di classe” [pp. 21-24]; giugno, n. 783, un dossier curato da Virginio Bettini su Gioia Tauro “Ecologia della Piana: L’acciaio del sottosviluppo” [pp. 5-48], e si apriva il tema della scelta nucleare con un articolo di taglio ecologico del (allora anti-nucleare) G. B. Zorzoli, “Il fascino discreto dell’energia nucleare” [pp. 57-65]; luglio, n. 784, un inserto su “Ambiente e potere” [pp. 25-57] nonché un documento di marxisti del Venezuela sulla crisi energetica [pp. 58-62]; ottobre, n. 786, dossier sui diversi aspetti dell’Organizzazione del Lavoro, con un articolo di Emilio Pugno su “La scienza operaia” [pp. 31-34]; si sono intanto susseguite varie discussioni e commenti sull’ambiente e la salute.

· ANNO 1976 – N. 789, gennaio-marzo, interamente dedicato a “Ricerca e società”; luglio, n. 792, Dario Paccino, “Sviluppo tecnologico e ambiente” [pp. 2-9] e G. Mastrangelo e G. Moriani, “Porto Marghera: per la salute contro l’inquinamento” [pp. 14-17]; agosto, n. 793, dossier sulle Multinazionali del Farmaco [pp. 2-26] e articolo su “Inversione termica e ambiente” [pp. 36-40]; settembre, n 794, dossier oggi molto attuale “Vera e falsa prevenzione” [pp.6-41, con un articolo di Giorgio Nebbia, “Alla ricerca di una nuova società neotecnica”, pp. 42-45]; ottobre, n. 795, dossier sulle “150 Ore” [pp. 3-26]; infine il doppio n. 796 di novembre-dicembre, che annuncia nella presentazione la dolorosa morte di Maccacaro (15 gennaio 1977), interamente dedicato (158 pagine) a “Seveso un crimine di pace”, con un articolo introduttivo di Maccacaro seguito da altri 20 articoli: il primo di ampio inquadramento tecnico [pp. 10-36] a firma del Gruppo di Prevenzione e Igiene Ambientale del CdF della Montedison di Castellanza, insieme a B. Mazza e V. Scatturin.

· ANNO 1977, inizio serie post-Maccacaro – Si snodano su tutti numeri dibattiti vivaci su tutte le tematiche sollevate. N.797, gennaio-febbraio, dopo l’editoriale sulla sfida dell’eredità di Maccacaro, monografia su “La rapina del suolo” [pp. 7-20], W. Ganapini “Agricoltura industriale e ambiente” [pp. 37-42]: n. 798, marzo, occupato da 4 sezioni, Scienza e potere, Medicina e Potere (fra cui il documento istitutivo di Medicina Democratica), Democrazia e potere, Scuola e potere; n. 799, aprile, monografia “Il rumore del padrone” sul rumore negli ambienti di fabbrica, seguita nel n. 800 di maggio da un articolo sul rumore urbano [pp. 24-29], che ben testimonia l’estensione dalla fabbrica al territorio, e G. Gattegno e R. Zito “Alimenti: natura e petrolio” [pp. 14-18]; n. 801, giugno, corposo articolo di Amory Lovins [pp. 3-21] a seguito del dibattito sull’energia; n. 802, luglio, Taccuino “Seveso un anno dopo” [pp. 24-27], B.Terracini su coloranti alimentari; n. 805, ottobre-novembre, corposi articoli su “Analisi di classe della carestia nel Bengala [pp. ], M. Boato sul disastro di Manfredonia e B. Terracini sulla diossina di Seveso.

· ANNO 1978 – Il tema dell’energia divenne centrale. Gennaio, n. 807, l’energia nucleare; febbraio, n. 808, le energie alternative (allora si usava questo termine); marzo, n. 809, “Il rischio nucleare”, con dettagliatissima analisi critica del cosiddetto “Rapporto Rasmussen” che risultava tristemente premonitrice, esattamente un anno dopo (28 marzo 1979) sarebbe avvenuto l’incidente di Three Mile Island (Harrisburg) che ne contraddisse platealmente le previsioni e cambiò la storia dell’energia nucleare ; ne seguì sul n. 810 di aprile-maggio un numero monografico di 160 pagine “Il nucleare: una scelta imposta” con una panoramica a tutto campo di tutti gli aspetti; l’intero n. 811 di giugno sulle Tecnologie, un tema allora di grande attualità “Il piccolo è bello?”; n. 812, luglio-agosto, due sezioni, “Seveso due anni dopo” [pp. 2-20] e il problema dell’agricoltura [pp. 21-38]; il problema energetico ritorna, a tutto campo, nel n. 813, settembre-ottobre, “Energia: condizioni per l’alternativa” (solare, geotermia, rifiuti, eolico, idroelettrico, agricoltura alternativa), che segue nel numero di dicembre, 815, con l’attenzione ai movimenti, dopo una lunga e documentata introduzione di Marietti, Mattioli e Scalia, un articolato dibattito fra comitati di lotta e CdF [pp. 18-33].

· ANNO 1979 – Hanno sempre più spazio sulla rivista dibattiti su temi già trattati in precedenza. Gennaio, n. 916, dossier “Informatica e potere” [pp.3-57]; febbraio-marzo, n. 817, dossier sull’insegnamento delle scienze [pp. 4-65] con un ampio respiro sull’insieme dei problemi, dalle metodologie didattiche, ai soggetti, alle 150 ore, agli obiettivi; aprile-maggio, n. 818, la notizia più significativa riguarda le dimissioni ufficiali di G. B. Zorzoli dalla redazione per dissensi sull’impostazione (Zorzoli stava cambiando la sua posizione iniziale di opposizione all’energia nucleare), poi farmaci, agricoltura, tumori, Seveso; giugno, n. 819, “Il rischio nucleare: lo scheletro nell’armadio”, ulteriori riserve di fondo sul “Rapporto Rasmussen” [pp. 3-15]; luglio, n. 820, dossier dal titolo inequivocabile “Aborto luogo obbligato” [pp. 4-33]; agosto, n. 821, dossier, anche questo titolo significativo, “Terremoto: “catastrofe naturale?”” [pp. 4-44]; settembre, n. 822, dossier “Il sonno rubato” [pp. 3-44]; ottobre-novembre, n. 823, annuncio del convegno internazionale antinucleare per gennaio 1980 [p. 58], dossier generale sulla Riforma Sanitaria [pp. 4-57], molto attuale oggi C. Bossi, “Politica “perversa” dei servizi sociali in Lombardia” [pp. 38-44]; dicembre, n. 824, dossier “Agricoltura, Scienza e lotta di classe” [pp. 4-44], segnalo il mio articolo “Scelte energetiche un anno dopo” [pp. 46-54]. Da segnalare la pubblicazione degli atti del convegno organizzato dal Gruppo Gpia della Montedison di Castellanza “Lotte e sapere operaio, in memoria di Maccacaro”, Clup-Clued, 1979, nel quale intervenni anch’io.

· ANNO 1980 – Si allargano gli spazi di dibattito. Gennaio, n. 825, sintesi del dibattito in Redazione su, titolo eloquente, “Lotte sulla salute: come si ricomincia?” [pp. 2-14], molto significativo dopo l’approvazione della Riforma Sanitaria del 1978 sulla consapevolezza dei suoi limiti e la necessità di rilanciare le lotte, M. Tosi, “La gestione dei rifiuti radioattivi” [pp. 24-33] preveggente sul problema a tutt’oggi irrisolto, M. Coiro sul problema delle leggi emergenziali, “Democrazia limitata”, armi della polizia [pp. 33-43]; marzo, n. 826, sul nucleare e il ciclo dell’uranio [pp. 2 e 70-80], un articolo di Barry Commoner e un significativo dossier su Consultori [pp. 8-69]; aprile, n. 827, “Dopo la seconda crisi energetica”, F. Strati “Trasporti e soggettività operaia” [pp. 46-54], poi droga, Centri Sociali [pp. 8-14]; maggio, n. 828, dossier “Il soldato malato speciale” [pp. 8-41]; giugno, n. 829, sulla riforma psichiatrica [pp. 7-33], poi Scienza e Lavoro [pp. 34-39]; luglio-agosto, n. 830, G. Silvestrini sulle scelte energetiche in USA, fonti rinnovabili [pp. 7-14], e Legge Merli sui limiti delle sostanze inquinanti negli scarichi delle acque; settembre, n. 831, excursus sui vari problemi, M. Bottero su “Mezzogiorno, sviluppo, energia, tecnologie appropriate” [pp. 7-22]; ottobre, n. 832, dopo un ricordo di Franco Basaglia (deceduto il 29 agosto) un lungo articolo di A. Sohn Rethel “La scienza come coscienza alienata” [pp. 7-23] riproposto dalRadical Science Journal; dicembre, n. 834, terremoto in Irpinia ((Il 23 novembre 1980 un violento terremoto devastò il Sud, ci furono 2.735 morti, 9.000 feriti, 400.000 sfollati. Riassumo da una mail di Vincenzo Miliucci del 23.11.2000, ecologia sociale : In tutta Italia si attivò una straordinaria gara di solidarietà popolare, vista l’inadeguatezza e i ritardi degli aiuti di Stato. Tra i moltissimi che vi presero parte, Radio Onda Rossa e i Comitati Autonomi Operai di Roma costituirono il Centro di Solidarietà Proletaria fin dalle prime ore della tragedia. La catena di solidarietà prese avvio seduta stante: la radio mise a disposizione il suo conto bancario per le sottoscrizioni, i Comitati Autonomi Operai svuotarono 4 sedi in via dei Volsci per ricevere gli aiuti. Ininterrottamente, per 3 giorni in via dei Volsci una miriade di persone portò di tutto: dai generi alimentari a quelli sanitari, vestiario pesante, coperte, sacchi a pelo, scarponi, stivali, tende, brandine, lampade, gruppi elettrogeni. Il 27 novembre giunsero a S. Andrea di Conza 60 compagne/i con al seguito 8 camion e 2 pulmini. Erano i primi soccorsi che arrivavano, fu attrezzata la cucina che diede da mangiare a 1200 persone compresi i pochi militari inviati sul posto senza mezzi. Il 9 dicembre fu inaugurato il “baraccone in legno” che ospitava la mensa e il Centro Sociale; in un convento abbandonato per il sisma fu attrezzato un pronto soccorso presidiato da medici e infermieri; la rete elettrica fu ripristinata dagli operai elettricisti Enel giunti volontari da Roma e Catanzaro. Ben presto i volontari denunciarono ammanchi e ruberie da parte dell’amministrazione locale, del governo Regionale e Nazionale: “Terremoto, un affare da 40.00 miliardi”, i soccorritori furono fatti oggetto dal sindaco DC, dai CC e dagli inquirenti, di discriminazioni e ostacoli, fino all’atto finale dei “57 fogli di via” da parte del Questore di Avellino in data 24 e 25 dicembre! I volontari, nel caso autonomi divenuti beniamini della popolazione, dovevano essere cacciati perché in grado smascherare le magagne, nelle zone terremotate non ci dovevano essere occhi indiscreti. Solo nel giugno 1981 al TAR di Napoli i denunciati ebbero partita vinta “con la revoca dei fogli di via, in quanto illegali”. La strage dei terremotati del Sud fu il grande business per la DC e la camorra, che con le decine di migliaia di miliardi della ricostruzione aumentarono a dismisura i loro poteri e traffici. Le inchieste, i processi e le condanne postume non scalfirono questo malaffare.))[pp. 2-5], nube tossica a Massa Carrara [pp. 38-52], dossier sul Convegno di Venezia sul nucleare, del 26-28/01/1980, con la relazione di minoranza scritta da C. Mussa Ivaldi e G. Nebbia [pp. 10-38].

In definitiva, Sapere, con i suoi componenti e collaboratori, stavano in pieno dentro le lotte e le vertenze più avanzate, collegando i temi ambientali con le lotte sociali con un preciso programma di classe, mantenendo salda la prospettiva e la coesione a dispetto delle crisi del movimento che si affacciavano al volgere del decennio. Infatti nel numero di gennaio 1981, n. 835, si affrontava la vertenza alla FIAT con il ricatto delle 23.000 casse integrazione. E in febbraio un tema oggi di scottante attualità, R. Canosa, “Epidemie e potere”.

3c) Un fitto intreccio di dossier, riviste, iniziative di ambientalismo rosso.

Sapere non nasceva dal nulla, come un caso isolato, come scrivevo all’inizio per tutto il decennio giocò un ruolo importantissimo l’elaborazione e la circolazione di documenti e dossier ciclostilati : se non si tiene conto di questi strumenti e collegamenti, spesso informali, qualsiasi ricostruzione delle vicende dell’ambientalismo italiano, delle vertenze e delle lotte sociali, rimarrà gravemente carente. È incredibile, oggi, la capacità di diffusione, di generalizzazione e di ascolto che c’era in quegli anni, con gli strumenti a disposizione.

Inoltre, si affiancarono a Sapere altre riviste che ebbero un ruolo importante.

Dario Paccino((La figure e il ruolo di Paccino meriterebbero una trattazione particolare: Dario era stato partigiano nelle brigate Matteotti; fatto prigioniero e torturato dai fascisti, tornò libero in seguito ad uno scambio di prigionieri; il 25 aprile del 1945 era a Torino a scrivere le cronache della liberazione per l’ Avanti! di cui fu redattore per molti anni, divenendo al tempo stesso stretto collaboratore di Rodolfo Morandi. Nel dopoguerra, oltre che per l’Avanti!, scrisse anche per Comunità (rivista della fondazione Pirelli, polo attrattivo di giornalisti e intellettuali come Riccardo Bacchelli, Antonio Cederna, Piero Ottone, Franco Fortini), Paese Sera, Italia Domani(settimanale politico e di costume, dove collaborarono, tra gli altri, Carlo Cassola, Antonio Giolitti, Aldo Capitini, Italo Calvino). Così lo descrive Giorgio Ferrari (che ringrazio per queste note), per molti anni suo amico e collaboratore: “Alcuni mesi dopo la sua morte, sfogliando i suoi appunti per un diario mai scritto, notai questa sua riflessione: “… questo tessuto economico ha cambiato tutto. Incominciai come politico militante e critico teatrale, son finito naturalista.”. Ed era così in fondo, ma con una densità di pensiero e di critica dell’esistente che meriterebbe assai più di queste poche righe”. Rimando qui a un commosso ricordo di Peppe Sini, “Per Dario Paccino, a quindici anni dalla scomparsa”, Il Popolo Veneto, 4 giugno 2020, https://www.ilpopoloveneto.it/notizie/politica-attualita/2020/06/04/102864-per-dario-paccino-a-quindici-anni-dalla-scomparsa.))(1918-2005) aveva fondato nei primi anni Settanta la rivista Rossovivo, dal titolo inequivocabile (sottotitolo: contro lo sporco mondo del padrone), di critica marxista all’ecologia dominante, rivista che però rinnovò la sua notorietà e influenza con la “nuova serie” edita tra il 1979 e il 1986 grazie all’apporto del Comitato Politico ENEL che fin dal 1973 con la pubblicazione di una serie di opuscoli [“Crisi dell’energia e ristrutturazione”; “Contro la truffa nucleare” (1975); “Le lotte antinucleari in Europa” (1977)] aveva affrontato la questione nucleare anche con l’apporto di tecnici ENEL impiegati nel settore. Questa nuova serie, della quale Dario firmò tutti gli editoriali e vari articoli, aveva un’impostazione più movimentista e radicale, coniugandola a contenuti scientifici documentati, e dette un contributo importante alle lotte antinucleari e contro “l’energia padrona” (così si intitolava il primo numero) fino all’esito vittorioso del referendum del 1987.

Sempre arrestandomi al 1980, su Rossovivo:

· l’editoriale del n. 1, febbraio-marzo 1979, a firma di Paccino aveva proprio titolo inequivocabile “L’energia padrona”, il fascicolo era interamente dedicato al problema dell’energia e l’ultima parte era dedicata alla “Scelta nucleare” [pp. 59-79].

· Il n. 2, luglio-agosto 1979, era successivo all’incidente di Harrisburg [pp. 11-23] e dedicava sezioni all’Acna di Cengio [pp. 24-26] e al Pcb [pp. 35-47].

· Il n. 3, gennaio-febbraio 1980, allargava l’orizzonte: oltre alla sezione “Dopo Hiroshima” sull’Apocalisse nucleare prossima ventura [pp. 9-20], “Scienza e restaurazione”, psichiatria, psicofarmaci, Taccuino sulle lotte, poi ancora su Harrisburg e schede sulle centrali nucleari italiane [pp. 45-60].

· Il n. 4, luglio-agosto 1980, aperto dall’editoriale di Paccino “La scienza e noi” [pp. 5-7], discuteva “L’ecologia dell’equo profitto” [pp. 9-11], la “Energia per la guerra, guerra per l’energia” [pp. 55-58], passando per un dossier “Lo svuotamento della Riforma Sanitaria” con documenti dei Lavoratori Ospedalieri del Policlinico di Roma” [pp. 9-11].

Nel 1978 Gianni Mattioli (allora in Democrazia Proletaria), Massimo Scalia, Ermete Realacci, Gianni Silvestrini ed altri fondarono il “Comitato per il Controllo delle Scelte Energetiche”. La sezione siciliana del Comitato, il cui esponente principale era Gianni Silvestrini, pubblicò dalla fine del 1978 i Quaderni del Comitato Siciliano per il Controllo delle Scelte Energetiche : personalmente ebbi frequenti contatti e partecipai a diverse iniziative a Palermo. Nel 1981 fu fondata la rivista nazionale QualEnergia.

Nell’ambito dell’ARCI nacque nel 1980 la Lega per l’Ambiente, da cui si è successivamente resa autonoma, che si propose come erede dei primi gruppi ecologisti e dell’ambientalismo scientifico di sinistra, con l’ambizione di “Pensare globalmente, agire localmente”. Nel IV congresso nazionale del 1992 cambiò nome in Legambiente.

Non intendo seguire con un elenco dettagliato, che non sarei neanche in grado di fare, gli esempi che ho portato mi sembrano significativi, mi interessa ribadire che il quadro dell’ecologismo italiano era estremamente vivo e articolato, ed era animato negli anni Settanta da correnti esplicitamente di sinistra, o esplicitamente “rosse” .

3d) La divaricazione fra rosso e verde

Ritornando al piano personale, in questo contesto lo sviluppo della polemica sempre più aspra, ma sempre amichevole, che sviluppai con il chimico di Siena Enzo Tiezzi ci indusse a promuovere il 12 aprile 1981 a Firenze una giornata di confronto dal titolo “Le lotte ambientali tra movimento e rapporti di produzione”, chiamando a partecipare gli esponenti italiani di varie discipline più noti e coinvolti nelle questioni ambientali((Laura Conti, Federico Butera, Giorgio Pizziolo e Rita Micarelli, Andrea Poggio, Gianni Mattioli e Massimo Scalia, Ricardo Basosi, Marcello Cini, Antonino Drago, Walter Ganapini, Alberto L’Abate, Tiziano Pera, Ermete Realacci, Gianni Silvestrini, Enrico Testa, e altri.)) : i testi delle relazioni vennero pubblicati con il titolo suggestivo Entropia e Potere ((A. Baracca e E. Tiezzi (a cura di), Entropia e Potere, Materiali di Testi e Contesti, Clup-Clued, Milano, 1981.)) .

In un convegno successivo a Palermo il 18-21 settembre 1981 (con la partecipazione di alcuni degli stessi protagonisti), dove Laura Conti sviluppò un’analisi marxiana, il sottoscritto riprendeva i temi della sfida posta dalla nuova complessità dei problemi, la centralità del tema del potere capitalistico sulla natura, e la necessità di sviluppare ulteriormente l’analisi di Marx ((A. Baracca, “Contro Prigogine”, intervento al Convegno “Energia, Ambiente e Trasformazioni Ambientali”, Palermo, 18-21 settembre 1981, p. 27-39.)). Quegli incontri di Firenze e di Palermo sono documenti importanti per ricostruire il livello del dibattito in quegli anni.

Io conservo documenti più tardivi, quando attorno al 1980 Il Manifesto inaugurò la pubblicazione di inserti di quattro pagine dedicati a temi specifici denominati “La Talpa del giovedì”. Cade a pennello per il tema che sto trattando una “Talpa” del 14 febbraio 1985 intitolata esplicitamente “L’ecologia politica” incentrata proprio sui “Verdi”, con un articolo centrale di Rossana Rossanda, e fra gli altri due contributi da Sergio Bologna (sui verdi tedeschi) e del sottoscritto (su “Natura/Potere” dal titolo “Homo oeconomicus, specie divisa”, che iniziavo con le parole inequivoche: “Il verde non è rosso”, e infra “La produzione sta cedendo il primato alla riproduzione sociale”). Vale la pena di citare l’incipit e passi di Rossana, a critica dell’ecologia non politica :

“Della politica i verdi esprimono esemplarmente la crisi e la necessità: ne rifiutano tutte le categorie, che sono poi quelle che si articolano nelle ideologie dei partiti e delle grandi correnti del secolo e esigono quella partecipazione collettiva che della politicità è la radice prima. […] La storia dei “poteri” dal basso, come i consigli, o dei “poteri locali”, come le forme comunali, è storia ormai di poco più di un decennio di spinte e lenti soffocamenti … I verdi odierni hanno l’aria di pensare che la soluzione sta a monte o a valle del misurarsi con la rete di poteri e interessi reali, dunque storici. […] E in questo accurato evitare la giungla del politico/sociale il verde, come persona, trova spesso un vuoto insospettato. …”

Io contribuii ancora sui temi ambientali, nel marzo 1985 (“Perché la scienza non può salvarci da Bhopal o Seveso”) e più tardi sulle polemiche sui “verdi” (28 giugno 1989, “La sfida verde degli anni ’90”; 19 settembre 1989, “L’alternativa ambientalista”).

3e) I movimenti e le lotte antinucleari

È già emerso ampiamente dai paragrafi precedenti – dalle descrizioni delle annate di Sapere, poi di Rossovivo, nonché de I Nucleodollari e dall’accenno alla diffusione di ciclostilati – che dalla metà degli anni Settanta irruppero prepotentemente sulla scena forti e diffusi movimenti popolari antinucleari. Diffusi perché i vari Piani Energetici Nazionali (PEN) prevedevano la costruzione di impianti nucleari in molte zone d’Italia. Non è certo il caso qui di fare né un elenco né una cronistoria, dovrebbe essere risultato evidente il carattere radicale di quelle lotte.

L’aspetto che mi sembra necessario sottolineare qui è che la contestazione della Scienza come istituzione accademica e specialistica, già contestata il generale dalla contestazione del ’68, prese un forma molto concreta e attiva, non solo perché i “tecnici” gli “specialisti”, gli ingegneri del settore vennero efficacemente contestati, ma perché nacque una figura, non ufficiale, di “esperto di parte popolare”, riconosciuto sul campo , che certo non poteva vantare il background degli specialisti ma era in grado di opporre considerazioni di carattere più generale e complessivo – sociali, economiche, sanitarie, ecc. – che la frammentazione accademica degli specialismi impediva di collegare fra loro in una visione organica. Gli “esperti” furono spiazzati. Anzi, sulle prime anche gli esperti aderenti ai partiti della sinistra extraparlamentare non erano a priori contrari e furono presi in contropiede dall’esplodine delle proteste popolari: ecologismo militante.

Non posso dimenticare il vivido ricordo di un’affollata assemblea pubblica a Firenze nel 1975 nella quale un ingegnere nucleare di Pisa reclamava “Io vi porto i dati, dove sono i vostri?”, spalleggiato dai ricercatori nucleari di Firenze, ma con evidenti riserve da parte del pubblico. Gli studenti di Firenze autori de I Nucleodollari parteciparono dal 1977 a numerose iniziative pubbliche, a Pisa (sede di una facoltà di Ingegneria Nucleare), Varese, Casalmaggiore, Genova, Cremona, dove sebbene fossero studenti non incontrarono difficoltà e riscossero il largo consenso del pubblico presente.

D’altra parte mi sembra molto significativo dal punto di vista del presente lavoro ricordare (e ho raccolto altre testimonianze in proposito) che al tempo delle grandi manifestazioni antinucleari a Montalto di Castro il gruppo energia di Democrazia Proletaria fosse favorevole all’energia nucleare: ancora il 6 aprile 1979 Paolo Degli Espinosa scriveva un articolo sul Manifesto dal titolo “Non sono antinucleare. E voi siete antiautomobilistici?”. Insomma, i movimenti di lotta sopravanzavano le posizioni della sinistra (allora) extra-parlamentare: è uno dei motivi che mi spingono a raccogliere le presenti memorie.

In ogni località nella quale era in programma la futura costruzione di una o più centrali nucleari esplosero proteste e manifestazioni popolari ((Per una ricostruzione dei Piani Energetici Nazionali, dalla designazione delle localizzazioni delle centrali nucleari, e dei movimenti di opposizione popolare che si svilupparono, si veda ad esempio, Giorgio Nebbia, “La storia del nucleare non depone a suo favore”, in V.Bettini e G. Nebbia (a cura di), Il Nucleare Impossibile, pp. 3-18, UTET, 2009.)). Da Montalto di Castro, a Viadana, San Benedetto Po, al Molise ((A. Camporeale e V. Gallo (a cura di), Quando il Molise fermò il nucleare, Cheti, Solfanelli, 2019.)), alla Basilicata (che, non si dimentichi, ospitava il centro nucleare della Trisaia). Inutile dire che dopo l’incidente di Three Mile Island del 28 marzo 1979 le manifestazioni di protesta si intensificarono: il 19 maggio oltre 20.000 persone parteciparono a Roma a una manifestazione antinucleare nazionale.

3f) Una fiammata di infatuazione, l’effimero entusiasmo per le idee di Prigogine

Ritengo degno di attenzione discutendo in termini complessivi le vicende dell’ambientalismo italiano l’improvviso entusiasmo che esplose nel 1979 con la pubblicazione in Italia di due libri successivi di Ilya Prigogine, premio Nobel 1977 per la Chimica, che avevano singolarmente lo stesso titolo italiano ma erano molto diversi fra loro ((Ilya Prigogine, La nuova alleanza, Longanesi, Milano, 1979; Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, Einaudi, Torino, 1981: il primo era una raccolta disordinata di articoli, alcuni specialistici con complesse formule matematiche, il secondo invece era molto più serio e sistematico, ma uscì quando l’interesse stava per spegnersi!)) : la concezione di Prigogine venne accolta da molti come una novità epocale e immediatamente generalizzata, come un’interpretazione innovativa delle forme viventi e degli ecosistemi.

Il concetto alla base delle idee di Prigigine era in termini molto semplificati il seguente. In un sistema termodinamico aperto mantenuto lontano dall’equilibrio da un flusso di energia che lo attraversa sono ovviamente presenti fluttuazioni caotiche. Ma quando le grandezze che descrivono il sistema, e che ne quantificano la distanza dall’equilibrio, raggiungono alcuni valori critici, si stabiliscono spontaneamente nel sistema delle strutture ordinate molto peculiari, stabili nello spazio e nel tempo: un nuovo stato ordinato, lontano dall’equilibrio termodinamico, che Prigogine chiama una “struttura dissipativa”, introducendo il concetto suggestivo di “ordine mediante il disordine”. In altri termini, in determinate condizioni è la stessa tendenza universale all’aumento di entropia che porta all’insorgere di queste strutture. Se si tiene presente che un organismo vivente, o un sistema ambientale, sono dal punto di vista fisico sistemi termodinamici mantenuti lontano dall’equilibrio da un flusso di energia e di materia, si coglie anche intuitivamente il nesso delle considerazioni di Prigogine con i problemi ecologici.

Le idee di Prigogine furono salutate in Italia non solo come una grande novità, ma come una nuova strada verso l’unificazione del sapere, ebbero recensioni entusiaste, egli ricevette interviste, vennero pubblicati suoi articoli, sulle sue idee vennero redatti dossier (si veda per dettagli l’articolo citato nella nota 8). In Italia articoli di Prigogine apparvero su Rinascita, Il Globo, Repubblica. A dire il vero pochi fisici parteciparono a questo entusiasmo perché sapevano bene che queste idde non erano così nuove.

Nel 1981 la rivista Alfabeta pubblicò due articoli estremamente positivi su Prigogine. Questo mi spinse, insieme al collega fisico di Roma Angelo Vulpiani, a scrivere una replica molto ferma, definendo senza mezzi termini “cialtroneschi” gli articoli di Prigogine apparsi in Italia, ribadendo la non originalità delle idee di Prigogine, i diversi livelli di rigore delle sue argomentazioni, la sua interpretazione ideologica che equivale a introdurre forze vitalistiche che guidano le fluttuazioni, le generalizzazioni ingiustificate, la non necessità delle sue deduzioni e conclusioni. Dopo una replica altrettanto dura di Antonio Signorino (che arrivava a paragonare Prigogine a Einstein), il quale ci tacciava di una posizione ideologica (!), proponemmo succintamente otto punti da discutere, riportando il confronto sui diversi livelli di rigore e di dimostrabilità, e auspicando una prosecuzione del confronto((La successione degli articoli fu: Gianluca Bocchi, “L’arricchimento della natura”, e Mario Galzigna, “Il gioco delle perle di vetro”, Alfabeta, p. 4-7, novembre 1981. A. Baracca e A. Vulpiani, “Contro l’esaltazione per le idee di Prigogine”, Alfabeta, n. 37, p. 7-8, giugno 1982. Antonio Signorino, “Per Prigogne”, Alfabeta, n. 41, ottobre 1982. A. Baracca e A. Vulpiani, “Otto punti”, Alfabeta, n. 44, p. 23, gennaio 1983. V. anche A.Vulpiani, “Qualche osservazione sulla nuova dinamica di Ilya Prigogine”, Testi e Contesti, n. 7, maggio 1981.)): ma non risulta che l’esaltazione per le idee di Prigogine abbia avuto un seguito.

Ripresi e sviluppai il tema con una prospettiva ambientalista più ampia e approfondita nel convegno di Palermo nell’autunno 1981 (v. nota 30), la mia relazione aveva il titolo inequivocabile “Contro Prigogine”. Nel 1981 proposi e curai una “Talpa” dei Manifesto dedicata interamente ai temi legati al dibattito su Prigogine, con articoli miei, di Gagliasso e Napolitani, e interviste a Lavenda e Liquori.

Ma la “meteora” Prigogine si estinse quasi all’improvviso, come era esplosa due anni prima, e non sembra aver lasciato ricadute significative!

4. Dalle lotte contro il nucleare civile a quelle contro le armi nucleari

La profonda svolta degli anni ’80 determinò la crisi, quando non la fine, di molte esperienze degli anni Settanta, soprattutto delle realtà operaie più vive. Personalmente scrissi l’11 novembre 1981 un articolo sul Manifesto dal titolo “Chi ha paura di Castellanza”.

Ben vive rimasero fino al referendum popolare del 1987 le lotte antinucleari, ma nei primi anni Ottanta si aggiunse la “Crisi degli Euromissili” che risvegliò il movimento contro la guerra, che era dormiente dopo la fine della guerra al Vietnam, e specificamente per il disarmo nucleare.

Per ricordare i fatti essenziali, soprattutto per i giovani che allora non c’erano, nel 1977 l’URSS aveva promosso un programma di ammodernamento dei propri missili nucleari a medio raggio, che prevedeva la sostituzione dei vecchi SS 4 e SS 5 con i moderni SS 20 dotati di tre testate nucleari. In risposta la NATO decise nel 1979 l’installazione di 108 missili Pershing 2 e 464 missili da crociera, Cruise, in basi militari americane situate in Gran Bretagna, Italia e Germania occidentale.

Si sviluppò in tutta Europa un poderoso movimento di protesta che invase le piazze con milioni di manifestanti. Anche a Roma si svolsero imponenti manifestazioni nazionali per la pace e il disarmo nucleare, esplicitamente contro l’installazione dei missili a Comiso, mentre pacifisti intervennero direttamente in Sicilia.

Nel 1981 vari giovani compagni fisici di Roma convinsero Edoardo Amaldi, che era il fisico italiano più autorevole erede della scuola di Enrico Fermi, a lanciare un appello fra i fisici contro l’installazione dei missili cruise a Comiso in Sicilia: si raccolsero così quasi 900 firme di fisici italiani, che il 27 novembre 1981 vennero presentate al Presidente della Repubblica Sandro Pertini ((Michelangelo De Maria e Giorgio Parisi, “Scienza e Guerra”, Testi e Contesti, n. 7, pp. 19-22, maggio 1082.)) . Nel corso di questo processo nacque il progetto di fondare l’Unione degli Scienziati Per il Disarmo (USPID), che vide la luce in margine al congresso nazionale della Società Italiana di Fisica (SIF) a Perugia nel 1982. Per seguire le mie memorie personali terrei a ricordare a futura memoria, ma anche perché mi sembra significativo di quei tempi, che io ero presente a quell’incontro ma ebbi uno scontro con Francesco Calogero (che era già un esperto di armamenti nucleari) sulla natura che doveva avere l’associazione: Calogero sosteneva che l’associazione doveva avere il carattere di gruppo di esperti qualificati che si esprimevano solo su questioni importanti, mentre io sostenevo che dovesse avere un carattere più democratico, di movimento contro la guerra negli atenei e i centri di ricerca, ed essere aperta alla partecipazione di tutte le componenti universitarie, anche al personale tecnico e ausiliario. Calogero affermò che se fosse passata la mia proposta egli non avrebbe aderito all’associazione, al che non potei che rispondere che se fosse passata la sua non avrei aderito io: rimasi in minoranza e per coerenza non aderii formalmente … ma nei mesi seguenti contribuii a fondare la Sezione Fiorentina dell’USPID insieme a vari ex-studenti che erano stati attivi nel Cpf e nel Collettivo Controinformazione Scienza, con i quali elaborammo documenti sugli effetti delle esplosioni nucleari, intervenimmo in numerose scuole, e organizzammo incontri cittadini.

Per concludere l’excursus sugli Euromissili, dal 1985 si svolsero nuovi negoziati, conclusi dalla firma dello storico trattato INF ( Intermediate Nuclear Force Treaty), siglato nel dicembre 1987 nel corso del summit di Washington tra R. Reagan e M. Gorbacëv: quel trattato che nel 2019 Trump ha unilateralmente disdetto.

Conclusioni

Penso che non sia necessario tirare conclusioni dettagliate, il senso di questa mia ricostruzione dovrebbe risultare chiaro dai vari commenti alla successione e alle modalità degli avvenimenti, e delle lotte. Fino dai primi anni Settanta si è andata formando in Italia una corrente dell’ambientalismo con una netta impostazione di classe. Secondo la mia esperienza diretta, dall’interno di questi movimenti, la sensibilità per i problemi ambientali, con questa impostazione radicale, ebbe origine dalle lotte operaie per la salute e contro i fattori nocivi del ciclo produttivo in fabbrica, che poi si estese e dilagò dalle fabbriche al territorio, imprimendo questa radicalità ai movimenti popolari. Con questa impostazione le lotte non riguardavano la semplice protezione dell’ambiente, ma reclamavano una trasformazione radicale della produzione, individuavano concretamente nel profitto capitalistico la radice dello sfruttamento sia dell’Uomo che delle risorse e dell’ambiente, contenevano quindi una progettualità di trasformazione della società e del modo di produrre.

Questo carattere radicale e complessivo produsse una forte saldatura delle molteplici componenti sociali, dai movimenti femministi, a quelli pacifisti e antirazzisti, a quelli antinuclerai, a quelli per una riforma sanitaria universale, a quelli antipsichiatrici: un ciclo di lotte che non si arrestò davanti alla crisi energetica e alla progressione autoritaria che stava avanzando nel paese, anzi prese ulteriore vigore da queste per rivendicare un cambiamento radicale, e culminò nelle grandi conquiste raggiunte significativamente nel 1978, in rapida successione: il 13 maggio la “Legge Basaglia”, n. 180, che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici; il 22 maggio la legge n. 194 che depenalizzò e disciplinò le modalità di accesso all’aborto; il 23 dicembre la legge 833 che istituì il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Per il tema di questo articolo è importante ricordare che la Riforma Sanitaria metteva in primo piano la prevenzione, primaria e secondaria: quest’ultima interveniva negli stadi iniziali e preclinici della malattia, sui comportamenti e nell’educazione alla salute, ma il presupposto era che fosse preceduta e affiancata dalla prevenzione primaria, consistente nella tutela dell’ambiente, l’individuazione e la bonifica delle cause di inquinamento di aria e suolo, territorio e ambienti di vita e di lavoro. Si realizzava così concretamente la saldatura fra le lotte operaie per la tutela della salute in fabbrica, e le lotte sul territorio.

Queste conquiste finirono sotto attacco quando i movimenti di lotta declinarono e si frammentarono perdendo la loro forza e compattezza. La Riforma Sanitaria era fra le più avanzate in Europa e nel mondo, ma era stata strappata in un momento di crisi politica e i movimenti la vedevano come una conquista incompleta, da integrare e realizzare per molti aspetti: ho citato il numeri di Sapere del gennaio 1980 con la sintesi del dibattito in Redazione su “Lotte sulla salute: come si ricomincia?”, e in numero di Rossovivo di luglio-agosto 1980 con un dossier “Lo svuotamento della Riforma Sanitaria” . Queste spinte furono purtroppo vanificate dalla sconfitta dei movimenti, e negli anni successivi la 833 venne progressivamente stravolta e smantellata pezzo per pezzo.

Qui voglio ricordare un passo cruciale di quello smantellamento, quando nei primi anni Novanta gli “Amici della terra” (Associazione ambientale in realtà amica degli inceneritori, degli aeroporti, ecc.) presentarono un quesito referendario per la separazione delle competenze ambientali da quelle sanitarie, in cui si chiedeva: il Si per separare l’ambiente dalla sanità! Era l’obiettivo preciso per cancellare definitivamente l’impronta, per quanto ormai sbiadita, delle lotte operaie sui problemi della salute e dell’ambiente. Il 18 aprile 1993 gli italiani votarono (ci fu l’83% di partecipazione) 8 quesiti referendari (fra i quali l’approvazione del sistema maggioritario per l’elezione del Senato) e il responso fu di 8 “SI”. Il referendum per separare l’ ambiente dalla sanità ottenne l’82,57% di SI e il 17,43 di NO ((Si veda ad esempio A. Baracca e G.L. Garetti, “Ambiente & salute: un nesso spezzato dal nefasto referendum del 18 aprile 1993!”, Sinistrainrete,https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/17556-angelo-baracca-gian-luca-garetti-ambiente-e-salute-un-nesso-spezzato-dal-nefasto-referendum-del-18-aprile-1993.html .)). Tutte le competenze ambientali venivano sottratte al SSN, la tutela della salute veniva separata dalle condizioni ambientali , dal controllo e dalla tutela di tali condizioni, che pure hanno un impatto decisivo sulla salute. Nacque il sistema delle Agenzie ambientali SNPA (un’Agenzia ha una funzione ben diversa da un servizio sociale), che comprende una Agenzia nazionale, ISPRA (ex ANPA, ex APAT) e le agenzie regionali (ARPA) e quelle delle due province autonome (APPA).

Ringraziamenti

Sono in primo luogo debitore di una discussione con Saverio Craparo e Roberto Livi, ex-studenti del Comitato Politico di Fisica, in cui mi hanno rinfrescato molti degli eventi che riporto nella prima parte di questo scritto.

Ringrazio poi Giorgio Ferrari per varie osservazioni e commenti su tanti aspetti delle lotte degli anni Settanta, su Dario Paccino, e le prime lotte antinucleari.

Ringrazio poi Gennaro Avallone e Emanuele Leonardi per avere gentilmente verificato le osservazioni che ho espresso all’inizio di questo lavoro su alcuni loro lavori sugli sviluppi dell’ecologia politica in Italia, e avermi suggerito anche rettifiche e correzioni di tiro.

Ringrazio Luigi Piccioni per alcune osservazioni e informazioni relative alla “svolta” del 1973 che mi hanno consentito di precisare meglio il mio pensiero.

Infine non posso mancare di ringraziare i compagni della redazione di Altronovecento per l’accoglienza di questo lavoro e la preparazione di questo dossier.