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Editoriale n°16

Sullo sfondo abbiamo le guerre: dall’Iraq all’Afghanistan, e ancor prima la Palestina, la Cecenia, le guerre dimenticate dell’Africa e dell’Asia, le guerre che stanno preparando. Tutte quante fallimentari, una sequela di inutili massacri, caos e confusione, di menzogne inestricabili in cui affondano leader politici, giornalisti, opinionisti, presunte guide spirituali. Con ipocrisia, tracotanza, disperazione, confidano nella violenza: continuano a pensare che la guerra sia lo strumento ultimo a cui affidare la soluzione dei problemi politici del nostro tempo.
Nonostante il ripetersi sistematico dei fallimenti, rivelatori della loro inadeguatezza, occupano tutta la scena, perseguendo i loro mediocri e superati fini particolari. Essi rappresentano il principale ostacolo alla comprensione della novità che è maturata nei fatti, e non solo, come in passato, nelle parole di qualche spirito illuminato: l’umanità è definitivamente unificata. Se l’universalismo in passato era frutto di una scelta ideale oggi si dispiega nella concretezza del processo storico. Ed è proprio la sua effettualità a suscitare ogni sorta di ripulse e paure, a cui è necessario e vitale sottrarsi e contrapporsi perché se prevarranno non ci sarà una prospettiva di futuro.
Il processo di convergenza dei popoli e dei singoli ha superato una soglia di non ritorno, anticipata in negativo dalla Bomba, e poi scavalcata definitivamente nei decenni successivi per effetto della tecno- scienza e del suo impatto sull’ambiente. Così come la guerra con l’ecosistema, l’unico che abbiamo a disposizione, è palesemente insensata, altrettanto la guerra dell’umanità con se stessa non può essere che autodistruttiva, oltre che unicamente regressiva e totalmente inutile, come lo sono le finalità che si propongono i fautori dell’una e dell’altra guerra.
Il fatto che nondimeno le guerre continuino incessanti, senza suscitare un rifiuto generalizzato, deriva dal dominio che vecchie rappresentazioni, idee, credenze, sia pure in disfacimento, continuano ad esercitare in alto e in basso, nella mente di uomini e donne sottoposti all’incessante lavorio dei mezzi di comunicazione. Attraverso di essi il nulla viene propinato con grande sfoggio di seduzione, si atrofizza così la facoltà di pensare e di agire, mentre il sentimento viene sviato verso oggetti futili, alimentando il ciclo del consumo per il consumo.
Sarà possibile uscire dall’incubo, svegliarsi dal sonno, porre fine all’incantamento? Non possiamo saperlo, non abbiamo garanzie: non possiamo riporre speranze in una natura umana buona che in ultimo prevarrà o al contrario abbandonarci alla disperazione perché gli uomini sono cattivi. Ci limitiamo a sottolineare una novità storica e le potenzialità positive di una discontinuità che altri considerano funesta. È una scommessa controcorrente e apparentemente inattuale, visto il paesaggio che ci circonda, ma siamo persuasi che si tratti della strada da percorrere se non altro perché non ci sono alternative.

In primo piano, nella quotidianità della vita, abbiamo un’umanità che fa ogni sforzo per sottrarsi al proprio tempo, alla sfida della realtà, scegliendo di vivere in un eterno presente privo di senso. E sono proprio coloro che non debbono lottare per i bisogni essenziali che maggiormente si abbandonano alla pura e piatta ripetitività della sopravvivenza. Non meno ampia è la platea di coloro che per la paura e il risentimento di fronte al dispiegarsi concreto dell’unificazione del mondo si rifugiano in ogni sorta di tribù immaginarie, che in paesi come l’Italia, dove il processo di dissoluzione è andato più in profondità, possono assumere valenze politiche, non meno dei vari fondamentalismi in cui degradano le religioni universalistiche.
Esse proclamano la loro verità assoluta di fronte all’effettività, seppure aurorale e precaria, di un’unica civiltà universale. In tal modo, o riescono a superare la loro particolarità, oppure alimentano, direttamente o indirettamente, l’immaginario bellico che, con l’esaurirsi dello scontro mondiale tra il capitalismo e il comunismo, ripropone una nuova guerra globale (o almeno la minaccia di scatenarla) in nome dell’ostilità assoluta tra l’Occidente e l’Islam.
Si tratta, ancora una volta, di una guerra impossibile, se non nella forma del puro annientamento, e però tutt’altro che priva di conseguenze pratiche, non solo nei teatri dove tale guerra si sta combattendo, con i massacri che fanno da scenario sanguinoso alla nostra vita, ma anche nel tessuto dei rapporti umani, sfregiati dall’ostilità che serpeggia, od esplode, nelle società incompiutamente multiculturali dove viviamo. Società in preda alla paura e alla regressione e quindi governate da forze politiche che rispecchiano tali sentimenti.
Con il che non si intende tracciare un quadro unicamente e unilateralmente fosco e negativo. Sappiamo bene che lo stato di degrado a cui è giunta l’Italia -sempre alla ricerca di qualche primato- non è universale. E anche in Italia non mancano forze molteplici, seppure frantumate, divise o avverse tra di loro, che da tempo e tenacemente perseguono, con più o meno consapevolezza, l’obiettivo di dare sostanza ad una fratellanza universale, basata sul rispetto della dignità di ogni singolo, oltre che dell’ambiente globalmente inteso in cui alla specie umana è toccato in destino di vivere.
Nondimeno pensiero e azione debbono guardare in faccia e fare i conti con la realtà, anche quando è spaventosa, e la nostra lo è seppure in modo diverso dal passato, per trascenderla.

Cosa fare? Se quanto è stato detto sinora ha qualche fondamento, pur nella consapevolezza dei limiti di ciò che riusciamo a pensare e a fare, allora non è difficile indicare alcune cose che sono alla nostra portata.
In primo luogo è possibile operare nella quotidianità in coerenza con i principi professati, intervenendo nelle situazioni di prossimità, laddove si manifestano le necessità: il bisogno materiale, il disagio spirituale, il desiderio di conoscere per agire consapevolmente. In tale modo fungiamo da tasselli anonimi di quel tessuto connettivo che tiene in vita il legame sociale e impedisce lo sfascio completo della società, per effetto dell’assurda guerra di tutti contro tutti che si è insediata nell’economia e nella politica.
E’ una scelta nobile e utile, seppure del tutto misconosciuta, compiuta da una quantità rilevante di persone e associazioni che compongono nel loro insieme la minoranza virtuosa che ha sinora impedito il crollo definitivo di questo paese. Bisogna però anche vedere i limiti di tale modus operandi: esso risulta privo di rilevanza politica e certamente non in grado di invertire la marcia inerziale verso il baratro.
Riteniamo perciò indispensabili altre due forme di attività. La prima possiamo considerarla d’ordine sociale ed economico, ed è volta ad incidere su una scenario anch’esso a portata di mano e che non può più essere abbandonato all’insipienza dei politici di professione e all’azione devastante degli uomini-macchina dediti alla religione del profitto. La saldatura dei primi con i secondi e la loro intercambiabilità vige su scala generale, ma nella dimensione del territorio, della comunità locale, progetti operativi e alternativi alla distruzione dell’ambiente, del patrimonio storico materiale e immateriale, sono possibili, necessari, praticabili.
Il passaggio dalla testimonianza e dalla lotta alla realizzazione è difficile e non privo di rischi, però è anche più che maturo. In questo campo, come in ogni altro, non ci si deve muovere con schemi manichei: è possibile, oltre che auspicabile, che singoli politici e imprenditori vogliano mettersi in gioco e abbandonare vecchi e ripetitivi rituali.
Tutto ciò non va però disgiunto dall’azione sul piano intellettuale, senza paura di essere tacciati di astrattismo e utopismo. E’ quindi necessario argomentare e ribadire l’avvenuta unificazione del mondo, vale dire della specie umana, e presentare questo passaggio d’epoca straordinario come una grande opportunità, traendone tutte le conseguenze pratiche: in primo luogo fine della guerra e cittadinanza universale.
Siamo nel pieno di una transizione inarrestabile che suscita paure e alimenta reazioni di ogni genere: se prevarranno non ci sarà futuro. Dobbiamo scommettere sul contrario e ridare speranza alle giovani generazioni. E’ possibile se l’azione dal basso si salda con la visione del nuovo che sta nascendo: un parto difficile ma non impossibile.

Una proposta operativa. Provare a tradurre in pratiche precise dei principi generali, o la stessa volontà di fare, può essere azzardato ma è indispensabile. Pur nella consapevolezza che il passaggio necessita dell’apporto di più persone ed esperienze, proviamo ad indicare un paio di obiettivi che possono trasformarsi in progetti rispetto a cui cercare le risorse umane ed economiche per la loro attuazione.
Oggi ogni territorio e le popolazioni che lo abitano debbono tornare a fare i conti con i bisogni fondamentali: cibo, acqua, energia, salute, istruzione. Non nel senso che debbano ricominciare da zero, come pure certi pensano e come talvolta sarebbe auspicabile. Si tratta piuttosto di fare ciò che è realisticamente possibile e urgente per dare nuove basi al benessere del corpo e dello spirito, tenendo conto del punto a cui siamo arrivati nella conoscenza e nella tecnologia, e però anche nella distruzione dell’ambiente e della società.
A tal fine crediamo nella praticabilità e utilità di laboratori sperimentali che affrontino, all’interno di un determinato territorio, le questioni cruciali dell’agricoltura e dell’industria, mettendo assieme i saperi locali e quelli degli immigrati, le potenzialità della tecnologia e quelle della creatività individuale. I laboratori, costruiti dal basso, ma senza escludere rapporti e apporti istituzionali a vari livelli, debbono diventare luoghi di sperimentazione di tecnologie appropriate, vale a dire confacenti alle esigenze della società, in primo luogo al bisogno di lavoro dei giovani, nonché rispettose il più possibile dell’ecosistema e atte a mantenere e rivitalizzare il patrimonio storico. I laboratori dovranno connettersi alle scuole e alle imprese che vorranno condividere i progetti e la loro filosofia.
Obiettivo dei laboratori sarà la produzione di prototipi, pratiche, metodologie, vale a dire sia di hardware che di software. E ciò non solo in senso metaforico perché sono da riconoscere le potenzialità delle tecnologie informatiche, opportunamente utilizzate, senza esaltazioni o demonizzazioni. Il passaggio dalla fase sperimentale a quella industriale è sia auspicabile che rischioso: gli esiti dipendono interamente dal contesto sociale e culturale.
In tal senso, pur senza porre obiettivi politici troppo ambiziosi, è importante che i laboratori sperimentali siano affiancati da centri di interpretazione con il compito di raccogliere e far interagire il meglio della cultura locale, inclusi i saperi professionali, con la cultura i saperi degli immigrati, specie dei cosiddetti extra-comunitari.
Nei centri di interpretazione, puntando decisamente all’utilizzo delle tecnologie informatiche e multimediali, la dimensione verticale, storica, potrà incontrarsi con l’apertura sul mondo, coniugando universalismo e comunità locale, in totale controtendenza con quel che oggi avviene, ma in piena rispondenza con ciò che necessita per essere all’altezza del momento storico in cui ci troviamo

Oltre il Novecento. L’obiettivo che si è posto questa rivista è di aiutare a far emergere un Novecento altro da quello che si è insediato nell’immaginario collettivo, posto interamente sotto il segno delle catastrofi e dei crolli. Un racconto unilaterale e insostenibile volto a cancellare, a rendere inutili, non solo le indubbie realizzazioni che si sono avute nei campi più diversi, dalle arti alla scienza, ma il significato della vita delle persone anonime che hanno affrontato con coraggio e abnegazione provi difficili, quali la povertà e le dittature, le guerre, l’oppressione coloniale e razziale. Rispetto a ciò ogni atteggiamento liquidatorio è inaccettabile e controproducente, alimentando sfiducia e nichilismo.
D’altro canto come non vedere che le culture politiche che hanno egemonizzato la scena novecentesca sono definitivamente tramontate, senza che siano state superate da nuove concezioni all’altezza dei tempi. In tal senso bisogna sicuramente andare oltre il Novecento, pena la regressione sopra evocata e che un po’ tutti constatano, anche se poi ognuno ne dà una spiegazione diversa, oppure nessuna spiegazione pensando che sia ineluttabile e insuperabile, derivando dalla natura stessa degli uomini: un acquiescenza imparentata con la servitù volontaria.
Nella politica del Novecento ha dominato il paradigma della guerra, comunque coniugata: tra gli Stati, al loro interno, come guerra di razze e di fedi, nonché guerra e illusorio predominio della tecnica sulla natura.
Tutto ciò rappresenta un retaggio ingombrante e paralizzante che, come detto, dobbiamo superare per aprire la strada a nuove azioni ed esperienze. Un passaggio necessario verso il futuro che non può avvenire senza conoscere il Novecento e l’Altronovecento, la natura ambivalente della modernità e dei suoi esiti.