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In ricordo di Goffredo Fofi

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Sono del tutto inadeguato a ricordare Goffredo Fofi, che ci ha lasciato l’11 luglio scorso. Se non fosse che come Fondazione Luigi Micheletti e come Centro di storia dell’Ambiente a un certo punto ci è capitato di essere aggiunti alla estesissima costellazione dei suoi contatti e incontri di grande intellettuale e politico, “impolitico”, girovago e fuori dagli schemi.

Un giorno di giugno di undici anni fa mi arriva una mail che più inattesa non si può:

Da: goffredo@lostraniero.net Data: 09/06/2014 6.44 A: ruzzo@libero.it Ogg: saluti
Gentile professore, la ringrazio per il pezzo che ha mandato a “A sud”, per il nostro “speciale” estivo, e spero davvero di poterla incontrare presto, anche con l’amico Poggio. Cercherò di venire presto a trovarvi a Brescia, in una delle prossime salite a Milano. Se ha altre idee per Lo straniero, non esiti a proporle, saremmo molto felici di averla assiduamente tra i nostri collaboratori. Un caro saluto, Goffredo Fofi.

Che era accaduto? Il 28 Marzo di quell’anno ero stato coinvolto dal mio amico, valente storico abruzzese, Costantino Di Sante, in un convegno su L’economia criminale, in un piccolo centro dell’Abruzzo, Sant’Omero, insieme ad Alessandro Leogrande, giovane scrittore e giornalista tarantino, vicedirettore della rivista di Goffredo Fofi “Lo straniero”, Nicola Gratteri, allora Procuratore Aggiunto presso la Procura di Reggio Calabria e Don Giacomo Panizza, Presidente della Comunità Progetto Sud di Lamezia Terme. Un’occasione fortunata per conoscere, già durante l’evento, gente di grande valore, ma ancor più nel corso della cena conviviale che seguì. Alessandro Leogrande (che purtroppo dopo poco più di tre anni venne stroncato da un improvviso malore) stava preparando con le attiviste romane di “A sud” un numero speciale sulla crisi ambientale per “Lo straniero” e mi propose di inviargli un articolo sui siti industriali inquinati, che poi sarebbe effettivamente uscito, con il titolo Le bonifiche in Italia, sulla rivista dell’agosto-settembre 2014.

Poteva finire tutto lì. Sennonché Goff decise di far scoccare la scintilla e mi mandò letteralmente in confusione con quella mail.

Così, impacciato e deferente (era stato uno dei miti dei “Quaderni Piacentini” su cui durante il mio Sessantotto cercavo di apprendere i rudimenti della “contestazione globale”), gli risposi subito:

Il giorno 09/giu/14, alle ore 17:48, ruzzo@libero.it ha scritto a: goffredo@lostraniero.net :Gentile maestro, (permetta che la chiami così, perché lo è stato per me in tante occasioni passate, con i suoi scritti e le sue iniziative) la ringrazio per l’apprezzamento che mi dimostra e che mi fa enorme piacere. Spero di incontrarla personalmente con Pier Paolo e che si sviluppi una collaborazione feconda tra Lo straniero e la Fondazione Micheletti.Un cordiale saluto. Marino Ruzzenenti

Immediata la replica spiazzante di Fofi:

Da: goffredo@lostraniero.net 10/06/2014 6.34 A: ruzzo@libero.it, Ogg: saluti e…
E allora, caro Marino, passiamo al tu, e lasciamo da parte i maestri ché siamo tutti allievi che devono imparare a camminare sull’orlo di un precipizio… E aspetto proposte! Un carissimo saluto a te e a Pier Paolo (e signora), Goffredo.

Da allora mi regalò la sua dolce amicizia e la straordinaria opportunità di partecipare ad alcune delle sue ultime imprese editoriali, le riviste “Lo straniero” e “Gli asini” e uno dei suoi tanti libri collettivi, dedicato alla Terra di lavoro, una delle tante patrie da lui adottate nel suo instancabile girovagare condividendo le tribolazioni degli ultimi. E nel 2015, con generosità, ci fece dono del cammeo su Levi, Scotellaro, Dolci e i contadini del Sud, che pubblichiamo qui nella sezione documenti, partecipando al convegno organizzato da Pier Paolo Poggio, su Le tre agricolture.

Ma impagabile è stata per me la sua frequentazione in occasione delle riunioni allargate della redazione (l’ultima il 1° marzo scorso), in luoghi sperduti, ma ricchi di natura, cultura, passione, critica e progettualità. In quegli incontri, in cui Goffredo spesso mi chiedeva di dire la mia, ho imparato molto, o meglio ho cercato di imparare insieme agli altri. Tra questi, tanti giovani che lo hanno sempre accompagnato, perché apprezzavano come il suo sguardo critico sul mondo fosse capace di rinnovarsi continuamente, di scorgere “i segni dei tempi”, perfino di anticiparli.

A Goffredo non ho mai nascosto, fin dall’inizio, la mia storia politica e culturale di “militanza”, dopo la parentesi sessantottina, nel PCI e come dirigente sindacale della Cgil, dunque, in quell’epoca, molto lontana dal suo itinerario. L’esserci ritrovati così improvvisamente in sintonia, mi ha imposto una riflessione autocritica profonda e salutare. La distanza di Fofi da quel mondo novecentesco, il PCI e la Cgil, credo fosse dettata da una sana riserva: coglieva come vi fossero anche lì, i germi corrosivi di ogni sistema di potere, ovvero la tendenziale omologazione all’opinione prevalente, l’estraniarsi dalla realtà pulsante della vita facendosi assorbire dalla logica della macchina burocratica, infine la rincorsa a posizioni influenti o di tornaconto personale. E se guardo a tanti, troppi itinerari e conseguenti approdi di dirigenti politici e sindacali nonché di intellettuali di quel “mio mondo”, in particolare nel nostro Paese, bisogna riconoscere che “i germi corrosivi” hanno ben attecchito. A questo proposito, recentemente ho scoperto per caso la carriera, considerata da record assoluto per la lunga durata, di un certo Carlo Festucci, per 32 anni segretario generale di Aiad, ovvero dell’Associazione degli imprenditori che producono armi, affiliata alla Confindustria. Ma lo shock devastante è stato quando ho letto che a quell’incarico Festucci è passato, senza soluzione di continuità, dopo essere stato – udite, udite! – segretario nazionale della Fiom-Cgil, ovvero del più combattivo – un tempo – sindacato italiano, i mitici metalmeccanici di Bruno Trentin.

Fofi, è sempre stato insofferente alla connotazione di intellettuale “impegnato” per non essere confuso con quel mondo. Fu grande intellettuale, ma senza cattedre e senza obbedienze, sostanzialmente autodidatta. Lo spirito critico fu la sua cifra, ma non astratto, accademico, bensì vissuto e pagato di persona condividendo le sofferenze degli ultimi, degli esclusi, fin dai 18 anni, quando lascia tutto per unirsi a Danilo Dolci nel suo visionario progetto di riscatto non violento del mezzogiorno più misero. Vissuto, quindi, coerentemente in povertà francescana, non per uno sfizio originale, ma perché la critica alle storture – e ce ne sono tante – del sistema dominante per essere vera non tollera adattamenti personali a quel sistema. Questa fu la mite e rude esistenza “rivoluzionaria” di Goffredo Fofi.

Ecco perché la mia gratitudine per Goff non verrà mai meno: ha saputo con la sua infinita generosità accogliere un confuso naufrago di quel mondo novecentesco, offrendogli speranza e sapienza per proseguire l’incerto cammino “sull’orlo di un precipizio”.

Grazie Goffredo.

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