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La lotta al sottosviluppo vista da Occidente. Da Truman a Papa Giovanni (1949-1963)

In quarto luogo, dobbiamo lanciare un nuovo programma che sia audace e che metta i vantaggi del nostro progresso scientifico e industriale al servizio del miglioramento e della crescita delle regioni sottosviluppate. Più della metà delle persone di questo mondo vive in condizioni prossime alla miseria. Il loro nutrimento è insoddisfacente. Sono vittime di malattie. La loro vita economica è primitiva e stazionaria. La loro povertà costituisce un handicap e una minaccia, tanto per loro quanto per le regioni più prospere. Per la prima volta nella storia l’umanità è in possesso delle conoscenze tecniche e pratiche in grado di alleviare la sofferenza di queste persone. Gli Stati Uniti occupano tra le nazioni un posto preminente per quel che riguarda lo sviluppo delle tecniche industriali e scientifiche. Le risorse materiali che possiamo permetterci di utilizzare per l’assistenza ad altri popoli sono limitate. Ma le nostre risorse in conoscenze tecniche – che fisicamente non pesano niente – crescono incessantemente e sono inesauribili. Io credo che noi dovremmo mettere a disposizione dei popoli pacifici i vantaggi della nostra riserva di conoscenze tecniche al fine di aiutarli a realizzare la vita migliore alla quale essi aspirano. E, in collaborazione con altre nazioni, noi dovremmo incoraggiare l’investimento di capitali nelle regioni dove lo sviluppo manca. Il nostro scopo dovrebbe essere quello di aiutare i popoli liberi del mondo a produrre, con i loro propri sforzi, più cibo, più vestiario, più materiali da costruzione, più energia meccanica al fine di alleggerire il loro fardello((Discorso inaugurale del Presidente degli Stati Uniti d’America pronunciato a Washington da Harry S. Truman il 20 gennaio 1949. Ho qui ripreso la traduzione di Gilbert Rist, Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale, Bollati Boringhieri, Torino, 1997, p. 75)).

È opinione piuttosto diffusa che da questo brano, pronunciato da Harry S. Truman, Presidente degli Stati Uniti d’America, in occasione del suo discorso inaugurale del 20 gennaio 1949, discenda ciò che negli anni si è chiamato aiuto (poi cooperazione) allo sviluppo. Quel meccanismo per cui i paesi ricchi si sono sentiti in dovere di fronte all’opinione pubblica mondiale di dare un sostegno ai paesi poveri o – pur usare il gergo trumaniano – sottosviluppati. Questo intendimento, agli albori nel 1949, sboccia definitivamente attorno al 1960 in ragione di alcuni fattori che proverò a elencare in questo contributo. In ordine sparso essi sono la Decolonizzazione con l’apparire sulla scena internazionale dei paesi di nuova indipendenza, la nascita (fin dal 1955) dell’area geopolitica del Terzo Mondo, la breve e intensa esperienza kennediana, la nascita di contributi teorici che tendono a sfumare l’idea di aiuto in quella di sviluppo e infine il Concilio Vaticano II.  E’ un dibattito che parte dai “grandi” della Terra e giunge in un’Italia in cui sono soprattutto le reti cattoliche a recepire queste sollecitazioni a interrogarsi sul “che fare” a proposito della situazione di estrema povertà di una gran parte del mondo((Queste connessioni e influenze sono al centro della mia tesi di Dottorato da cui è tratto anche questo contributo (Antonio Benci, Il prossimo lontano. Alle orgini della solidarietà internazionale in Italia (1945-1971), Università Ca’ Foscari, Venezia, 2013). L’idea di solidarietà internazionale inizia a delinearsi in Italia attorno al 1960 in conseguenza del trauma della fame ed è sdoganato paradossalmente proprio dall’indipendenza raggiunta dai paesi africani (e con essa l’accesso alla libera informazione). Lo stato d’animo prevalente, in tale contesto, è quello di percepirsi solidali nei confronti di un nostro simile povero e affamato (il prossimo lontano) comincia a stabilizzarsi in questo decennio non solo per le sollecitazioni esterne come la modifica dell’assetto geopolitico mondiale ma anche per ragioni più propriamente individuali chiaramente connesse alle radici cristiane dell’Italia. Il tutto transitando per la mediazione del Concilio che accresce e accelera la presa di coscienza dei problemi del mondo moderno e l’esigenza di farvi fronte in prima persona. Da qui la grande spinta al movimento del volontariato internazionale che qui sfioro soltanto ma che è il protagonista e motore di una partecipazione generale e sentita alla lotta contro la fame nel mondo e per lo sviluppo dei paesi poveri)).

I paesi occidentali fin dai primi anni ’60 hanno in effetti sposato una filosofia dell’azione piuttosto comoda in cui la donazione (contenuta) è sicuramente preferibile rispetto alla cessione di posizioni di vantaggio geostrategico o commerciale. In questo senso l’approccio “umanitario”, sia pure detto nel senso più largo del termine, ha storicamente fatto premio sul più complesso ambito di promozione dello sviluppo economico, politico sociale dell’altro((Alessandro Polsi in un saggio recente sulle Nazioni Unite sottolinea come i paesi ricchi «sembravano gradire un approccio umanitario ai problemi dei paesi poveri rispetto alle più problematiche e radicali richieste di aiuto allo sviluppo. Non è forse un caso se nei decenni successivi le risorse destinate alle emergenze umanitarie hanno finito per superare le quantità di fondi ottenuti dalle agenzie dell’Onu dedicate alla promozione allo sviluppo», Alessandro Polsi, Storia dell’Onu, Laterza, Roma-Bari, 2006, p. 101)).

Il corollario di questa strategia, comunque di retroguardia, è lo stucchevole balletto delle cifre da destinarsi in aiuto ai paesi poveri((I soggetti attivi e attori della solidarietà internazionale possono essere, per ordine di grandezza, gli Organismi Sovranazionali (ONU, FAO, Banca Mondiale, Comunità Economica Europea), lo Stato, le Organizzazioni Non Governative [ONG, nda], le associazioni di solidarietà, i volontari. Le forme di aiuto possono essere di vario tipo e grado e vanno dall’assistenza tecnica che è l’invio di esperti e tecnici in grado di implementare competenze al dono in denaro o natura al paese aiutato o assistito; dal credito di aiuto alla cancellazione del debito. Se si parla di donazioni pubbliche la forma scelta potrebbe essere bilaterale (da Stato a Stato in base ad un accordo di cooperazione), multilaterale (agreement tra un’Agenzia internazionale e uno Stato) o multibilaterale (Organismi sovranazionali e Stati assieme). Sulle tipologie di cooperazione governativa un’ottima sintesi si trova in Antonio Raimondi – Gianluca Antonelli, Manuale di cooperazione allo sviluppo, SEI, Torino, 2001, pp. 91-108. Vedi anche Sergio Marchisio, Il finanziamento multibilaterale. La terza via della cooperazione allo sviluppo, Franco Angeli, Milano, 1986, pp. 15-23)). Dalla fine degli anni ’50 all’inizio dei ’70 si registrano delle oscillazioni nella definizione dell’importo di aiuto pubblico allo sviluppo a livello internazionale. Si passa dalla percentuale dell’1% a quella dello 0,70% del Prodotto Nazionale Lordo. E questo avrebbe dovuto accompagnarsi a una crescita economica complessiva assegnata al Terzo Mondo pari al 5% annuo((L’1% viene individuato per primo in un rapporto del Consiglio Mondiale delle Chiese del 1958 sia perché si trattava di una cifra tonda sia perché doppia rispetto all’ammontare degli aiuti effettuati in quel periodo da parte dei paesi ricchi. Verso la fine del decennio, anche per effetto dei lavori della Commissione presieduta dal canadese Lester B. Pearson, verrà definito il valore dello 0,70% ratificato poi dalla Risoluzione dell’ONU n. 2626 relativa alla proclamazione del secondo Decennio dello Sviluppo. Vedi la ricostruzione sul passaggio di consegne tra l’1% e lo 0,70% in Mauro Mellano – Marco Zupi, Economia e politica della cooperazione allo sviluppo, Laterza, Roma-Bari, 2007, pp. 21-25)). Questo è l’obiettivo conclamato del Decennio per lo Sviluppo delle Nazioni Unite lanciato dallo stesso Kennedy per «contrastare l’immagine che i sovietici divulgavano degli Stati Uniti quale tipico paese capitalista, interessato solo al proprio tornaconto»((Robert Dallek, JFK. John Fitzgerald Kennedy. Una vita incompiuta, Mondadori, Milano, 2004, p. 374)). Il che sembra dare ragione a Kissinger((Kissinger nei suoi diari insiste molto sulla distanza che separa lo statista dall’accademico rivelando un doppio piano interpretativo e un «diverso concetto di moralità presente negli intellettuali, così come nei profani in materia di politica, e negli statisti. Il profano pensa in termini assoluti, per cui il bene e il male si identificano con il loro stesso concetto. Ma il leader politico non può permettersi questi lussi», Henry Kissinger, Gli anni della Casa Bianca, SugarCo, Milano, 1980, p. 56)) che esclude una sorta di moralità nei rapporti tra Stati e dà torto a chi immagina vi sia una qualche forma di assistenza solidale tra le nazioni((Sul tema vedi Luigi Bonante, Etica e politica internazionale, Einaudi, Torino, 1992, pp. 18-23 e 223-240. Bonante mette al centro della sua analisi i principi di giustizia internazionale sottolineando come possa esistere una teoria morale della vita internazionale)). Ingenuità, verrebbe da dire. Tuttavia lo Stato non è un ente a sé stante. Non è un moloch insensibile a tutto e a tutti. Le sue scelte sono condizionate da tanti fattori, interni ed esterni. Le relazioni internazionali, gli accordi, i trattati, gli stessi legami con le organizzazioni internazionali e sovranazionali possono nascere tramite influenze di diverso ordine e grado(( C’è un orizzonte interpretativo per cui la cooperazione negli anni ’60 è anche la ricerca di un punto d’incontro tra un equilibrio interno degli stati – raggiunto anche tramite meccanismi politici – e uno esterno di tipo più spontaneo. Vedi Mario Casari, La cooperazione internazionale per lo sviluppo economico, Padova, Cedam, 1963, pp. 37-49. Lo studioso patavino sottolinea come «la cooperazione internazionale, intanto costituisce un superamento della concezione classica delle “armonie spontanee”, in quanto vi sostituisce quella di atti di deliberata volontà politica degli stati nazionali (armonie “create”). Poiché tali atti definiscono le politiche economiche nazionali, la cooperazione, in quanto appartenente al novero degli atti politico-economici, è dunque un tipo di politica economica internazionale», Ivi, p. 37)).

Verrebbe da rivalutare la proverbiale e stereotipata “ipocrisia” della politica che spinge a camuffare di buone intenzioni i propri interessi. Questo a maggior ragione quando si è parlato e si parla di sostegno ai paesi poveri, in Via di Sviluppo. Centrale in questo è l’idea di sviluppo che, per quanto tecnicamente si possa configurare come uno strumento, è in realtà a pieno titolo una vera e propria filosofia di pensiero e azione, oltre a essere parte dello spazio mentale di riferimento di quel mondo che si attiva dai primi anni ’60 per il Terzo Mondo. E in quest’ambito diventa essenziale compiere una breve ricognizione sulle diverse teorie dello sviluppo sia per quanto hanno comportato a livello istituzionale (e il pensiero corre ai Decenni dello Sviluppo proclamati dalle Nazioni Unite dal 1961 in poi) sia a livello “periferico” all’interno di gruppi e associazioni prevalentemente cattoliche che cominciano a “scoprire” un Terzo Mondo, schiacciato prevalentemente sulla dimensione di sottosviluppo. E questo per il tramite di diversi attori che lo importano in un’Italia in cui lo Stato brilla per assenze e ritardi.

Ma ciò che permette una più rapida coscienza del problema e soprattutto sprigiona tutta una serie di energie vitali convogliandole verso il movimento del volontariato è l’opera della Chiesa cattolica che nel pieno del clima conciliare si materializza in due canali: la campagna contro la fame nel mondo avviata fin dal 1960 e la complessa e ramificata intelaiatura missionaria, formidabile arma di sensibilizzazione e mobilitazione.

1.         L’immaginario del Piano Marshall!

Se l’aiuto esterno può dunque essere un fattore determinante per il potenziamento degli sforzi che i paesi sottosviluppati compiono per elevarsi, quale interesse possono avere i paesi progrediti a fornirlo? Vi è ancora una gran confusione su questo argomento. Per alcuni, lo scopo principale degli aiuti all’estero è di carattere umanitario, è un’indispensabile espressione della fratellanza umana. Per altri, è economico: si tratta di assicurarsi l’accesso alle materie prime ed ai nuovi mercati, così importanti per lo sviluppo e la prosperità dei paesi progrediti. Per altri ancora, lo scopo degli aiuti all’estero è politico: influenzare cioè i paesi sottosviluppati ad assumere un atteggiamento favorevole all’Occidente, prevenendo così il dilagare del comunismo. Tutti questi punti di vista sono sbagliati se vogliono fornire l’unica spiegazione dei programmi di aiuto, mentre sono tutti giusti se vogliono esprimerne uno di tali aspetti. Infatti gli aiuti all’estero hanno molti obiettivi, proprio come la politica estera((Richard N. Gardner, L’ONU e la politica mondiale, Cappelli, Bologna, 1966, p. 82)).

Sono parole del 1964 di Richard N. Gardner che si chiede quale sia il motivo vero dell’aiuto offerto da parte dei paesi ricchi a quelli poveri. La risposta, scrive, non esiste. Ci sono invece “delle” risposte. Tuttavia è abbastanza sorprendente, leggendo le condivisibili riflessioni di Gardner, constatare come le diverse ragioni da lui espresse riecheggino piuttosto esplicitamente le diverse interpretazioni che ha ricevuto negli anni da parte di critici diversi, il primo strumento organico di aiuto internazionale “allo sviluppo”, il Piano Marshall [al secolo ERP, European Recovery Program, nda]. Un’idea, prima ancora che un programma, che, seppure nato in altro contesto e con altri fini, si può pacificamente indicare come una sorta di padre putativo (a livello economico, tecnico-scientifico e di immaginario) del concetto di cooperazione.

Il piano Marshall è annunciato la prima volta in un discorso all’Università di Harvard il 5 giugno 1947((Per un inquadramento storico del Piano Marshall vedi Giuseppe Mammarella, Storia d’Europa dal 1945 a oggi, Laterza, Roma-Bari, 1988, pp. 145-177 e Guido Formigoni, Storia della politica internazionale nell’età contemporanea (1815-1992), Il Mulino, Bologna, 2000, pp. 367-382. Per le ricadute sull’Italia vedi Francesca Fauri, Il Piano Marshall e l’Italia, Il Mulino, Bologna, 2010)), data spartiacque per la storia del dopoguerra e vero avvio della cooperazione governativa tra paesi. Da quel momento il Piano – sue riletture e reinvenzioni incluse – ha goduto di una fama non facilmente attaccabile. Scrive Ennio Di Nolfo come «dal 1947 in poi, ogniqualvolta si volesse indicare la necessità di un intervento pluriennale diretto a risolvere problemi strutturali dell’economia e della società internazionale, invalse l’uso di affermare l’opportunità di “una specie di Piano Marshall” come formula ottimale di tale intervento» (Di Nolfo)((Ennio Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali 1918-1992, Laterza, Roma-Bari, 1994, p. 691. Isernia parla di «fascino irresistibile sui policy-makers occidentali», Pierangelo Isernia, La cooperazione allo sviluppo, Il Mulino, Bologna, 1995, p. 34. Una visione che è in realtà una “vulgata” dato che gli stessi economisti a partire dagli anni ’70 si dividono sulla reale importanza e il vero impatto del Piano sull’economia europea e sul suo conseguente ruolo di volano economico, acriticamente accettato sul piano immaginario. Ricorda Ronald L. Filippelli come sul Piano si siano scontrate negli anni tre “scuole”: la prima che spiegava il “miracolo economico europeo” come diretta conseguenza dell’aiuto americano, una seconda (revisionista) guidata da Werner Abelshauser che posizionava la ripresa europea prima dell’arrivo dei dollari americani, una terza in cui si distinse Alan Milward che ridimensionando – ma non negandone alcune ragioni – la corrente revisionista riflesse sull’importanza che il Piano ebbe a livello di clima politico spingendo verso un libero mercato in grado di poter stabilizzare la situazione finanziaria e monetaria e liberalizzare produzione e prezzi. Cfr. Ronald Filippelli, Il piano Marshall e la ricostruzione postbellica, in Valerio Castronovo (a cura di), Storia dell’economia mondiale, La modernizzazione e i problemi del sottosviluppo, Vol. 5, Laterza, Roma-Bari, 2001, pp. 20-24)).

Un’indicazione che esprime un sostegno pubblico in grado di avviare un circolo virtuoso in cui si investe, si risparmia, ci si industrializza e si aggiustano le crisi con adeguate politiche sociali((Alberto Tarozzi, Gli squilibri nello sviluppo Nord-Sud e i problemi della cooperazione industriale, in Enzo Schiavina (a cura di), Noi tra gli altri, Proteo, Bologna, 1991, p. 14)). Un modello che appare come riproponibile in quei paesi che Truman chiama sottosviluppati anche e soprattutto perché, nell’atmosfera della Guerra Fredda, è una carta vincente per attrarre questi paesi nell’area occidentale. I piani di lettura sono a questo punto due: il primo che identifica il Piano in un cardine della sola politica statunitense e in cui la globalità dell’egemonia americana è il fine e l’attenzione al mercato il mezzo. Il secondo più legato a dinamiche contingenti di relazioni internazionali. Il Piano, in altri termini, discenderebbe da un afflato collaborativo da parte delle nazioni come scrive David W. Ellwood: «La rivolta contro il nazionalismo e a favore di una collaborazione internazionale istituzionalizzata come chiave della pace era straordinariamente uniforme in tutto lo spettro politico e tra tutte le nazioni»((David W. Ellwood, L’Europa ricostruita. Politica ed economia tra Stati Uniti ed Europa occidentale 1945-1955, Il Mulino, Bologna, 1994, p. 22)). Da qui nasce quella dimensione dell’immaginario del Piano Marshall come un pio e “disinteressato” omaggio di una generosa e libera nazione per aiutare un consorzio di Stati derelitti come l’allora Europa. Il che ha portato a una rilettura, ininterrotta per 70 anni, che lo vede come un generoso sostegno di tutti i poveri e sventurati bisognosi((Una visuale fuorviante, parrebbe. I Kolko ne danno un’altra interpretazione che è uno sganciamento piuttosto secco dall’immaginata virtuosità di un piano di aiuto: «Dal 1947 in poi l’opinione pubblica, e anche gli studiosi, hanno considerato il Piano Marshall come una espressione della generosità senza precedenti di una potente nazione che fece rinascere i suoi potenziali concorrenti economici dalle rovine della guerra, che fece dei popoli dell’Europa sconvolti dalla guerra i beneficiari della munificenza americana […] Il piano fu invece il risultato dell’allarme reale col quale Washington considerava la direzione presa dall’economia mondiale», Joyce Kolko – Gabriel Kolko, I limiti della potenza americana. Gli Stati Uniti nel mondo dal 1945 al 1954, Einaudi, Torino, 1975, p.445)). Da qui deriva l’immagine di un Piano che non è solo uno strumento di politica economica ma è anche – sottolinea Brandt – uno straordinario elemento di consenso((L’ex Cancelliere sottolineava pudicamente come «gli Stati Uniti si assunsero un grave onere, ma ne ricavarono anche qualcosa». Willy Brandt, La corsa agli armamenti e la fame nel mondo, Sperling & Kupfer, Milano, 1987, p. 202. In quest’opera Brandt, riprende alcuni temi della Commissione da lui diretta e in cui la riflessione di fondo è che il problema della fame accostato a quello della corsa degli armamenti indica chiaramente come sia improrogabile un concerto mondiale di cooperazione “tra i popoli”)).

È, difatti, dall’ERP che discendono numerose altre iniziative che, ammantate di sacri ideali e pubbliche virtù, hanno nei fatti continuato a far sopravvivere nella memoria la potenza salvifica del nostro intervento, perpetuandone l’impianto emotivo e culturale. Le due principali realtà di questo tipo sono in ambito internazionale la Banca Mondiale e in ambito europeo l’OECE [Organizzazione Europea di Cooperazione Economica, nda] che poi diventerà nel 1961 l’OCSE [Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nda]((L’idea di usare la struttura al fine di “allargare” il Piano Marshall prende corpo alla fine degli anni ’50, segnatamente durante la Conferenza Occidentale di Parigi del dicembre 1959, successivamente bissata da una riunione economica speciale di 13 paesi europei, quindi dalla riunione dei venti paesi membri che darà il via a un comitato ristretto in grado di specificare funzioni, compiti, regolamenti. Finalmente il 30 settembre 1961 nasce l’OCSE. Paolo Groppo a trent’anni circa dalla nascita dell’Organizzazione la riconduce ancora alla Decolonizzazione come scoperta di un mondo con cui c’erano e ci sono legami molto intensi: «Il passaggio da una visione eurocentrica basata su obiettivi economici di breve periodo ad una visione mondiale fondata su obiettivi di lungo periodo, avvenne parallelamente al forte movimento di Decolonizzazione, quando l’intimo legame esistente tra le economie dei paesi sviluppati e quelle dei paesi sottosviluppati divenne evidente a tutti», Paolo Groppo, Il centro di sviluppo dell’OCSE: una finestra aperta sul Terzo Mondo, in Franco Bosello (a cura di), Cooperazione allo sviluppo e pace, CEDAM, Padova, 1989, p. 66)).

La Banca Mondiale è il frutto di una delle non molte “riunioni tecniche” che finiscono per risultare decisive regalando notorietà pressoché eterna anche alla località che ne ha ospitato le sessioni: Bretton Woods((Per un panorama sugli accordi di Bretton Woods vedi Paul Bairoch, Storia economica e sociale del mondo. Vittorie e insuccessi dal secolo XVI a oggi, Einaudi, Torino, 1999, pp. 988-989; Sidney Pollard (a cura di), Storia economica del Novecento, Il Mulino, Bologna, 1999, pp. 173-182. Accenti più generali e centrati sull’impatto di Bretton Woods sul sistema finanziario in Brian Trew, Il sistema monetario internazionale di Bretton Woods, in Valerio Castronovo (a cura di), Storia dell’economia mondiale, cit., pp. 1-15)). È in questo consesso, presieduto dallo stesso John Maynard Keynes, che si avviano le basi del sistema economico internazionale istituendo da un lato il Fondo Monetario Internazionale((Il testo integrale del secondo emendamento del Fondo, in vigore dal 1 aprile 1978, e che modifica e integra il primo, entrato in vigore il 29 luglio 1969, è consultabile in Paolo Picone – Giorgio Sacerdoti, Diritto internazionale dell’economia. Raccolta sistematica dei principali atti normativi internazionali ed interni con testi introduttivi e note, Franco Angeli, Milano, 1987, pp. 571-597)) con compiti di stabilizzazione monetaria e dall’altro la stessa Banca Mondiale(( Sulla storia della Banca Mondiale per la Ricostruzione e lo Sviluppo è utile consultare Alessandro Magnoli Bocchi – Matteo Piazza, La Banca Mondiale, Il Mulino, Bologna, 2007, pp. 38-51; Michele Alacevich, Le origini della Banca Mondiale. Una deriva conservatrice, Bruno Mondadori, Milano, 2007. La Banca nasce il 22 luglio 1944, ma il suo statuto entra in vigore il 27 dicembre 1945, a guerra finita. Lo statuto integrale della Banca è reperibile in Paolo Picone – Giorgio Sacerdoti, Diritto internazionale dell’economia, cit., pp. 995-1006)) che, nonostante lo scetticismo dell’economista inglese, nasce come ente in grado di operare la ricostruzione. Non è un caso che si chiamasse Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (IBRD). Ricostruzione precede Sviluppo e non per uno spagnolismo alfabetico. E certamente nei primi anni l’attività dell’Istituto a questo servirà: al finanziamento della ricostruzione dopo la guerra soprattutto per garantire il flusso di importazioni proveniente dagli Stati Uniti((Ricorda uno dei report della stessa Banca Mondiale come «i primi prestiti della Banca erano stati concessi per aiutare la ricostruzione postbellica di quattro paesi dell’Europa Occidentale. Il primo mutuatario fu il Crédit National de France, ente parastatale a cui la Banca prestò 250 milioni di $ nel maggio 1947. Nell’agosto dello stesso anno la Banca prestò 195 milioni di $ ai Paesi Bassi, 40 milioni di $ alla Danimarca e 12 milioni di $ al Lussemburgo. I proventi di questi prestiti sono stati utilizzati per pagare importazioni destinate a numerosi settori dell’economia: industria, agricoltura, trasporti ed energia elettrica. I beni acquistati provengono quasi esclusivamente dagli Stati Uniti, comprendevano materie prime – soprattutto petrolio, cotone, carbone e legname – e prodotti finiti, che andavano da attrezzature industriali e agricole, a locomotive, navi e strutture in acciaio», Banca Mondiale, IFC e IDA. Principi operativi e attività, Banca Nazionale del Lavoro, Roma, 1965 [ed. fuori commercio], p. 65)) (sia pure con volumi nettamente inferiori a quelli del Piano(( La Banca Mondiale verrà ben presto messa in un angolo proprio dal Piano Marshall se non altro dal punto di vista delle fredde – ma significative – cifre che ci dicono come gli impegni del piano fossero almeno dieci volte superiori a quelli della Banca. Sottolineano Magnoli Bocchi e Piazza: «Il piano Marshall stima infatti di poter sostenere le economie europee con 5 o 6 miliardi di dollari all’anno a fronte dei 500 milioni che la IBRD presta nel suo primo anno e mezzo di vita», in Alessandro Magnoli Bocchi – Matteo Piazza, La Banca Mondiale, cit., p. 39))), quindi della ripresa e poi dello sviluppo, incontrastato riferimento e orizzonte ideologico a partire dalla metà degli anni ’60((Se si prende il rapporto della Banca del 1963 con la tabella relativa ai prestiti erogati su circa 7 miliardi di dollari impegnati al 30 giugno 1963, solo 497 sono destinati a prestiti di ricostruzione. Il resto è “benzina” per lo sviluppo (si noti che su tale residuo di circa 6,5 miliardi 4,6 erano impegnati in produzione e distribuzione di energia elettrica e in infrastrutture di trasporto, 1,1 nell’industria e poco più di 500 milioni per l’agricoltura, vedi Banca Mondiale, IFC e IDA, cit., tabella 3, p. 64)).

Non stupisce perciò che appena si materializza la “realtà” del povero Terzo Mondo, quella di “rifare il Piano Marshall” appaia non una, ma la soluzione rivelando tutta l’incapacità di rapportarsi con la modernità((Ben lo spiega Brandt quando ricorda come non sia possibile copiare semplicemente il Piano Marshall: «Le basi industriali che si erano salvate dalla totale distruzione e un ampio strato di mano d’opera esperta creavano allora in Europa delle premesse che in molte parti del Terzo Mondo non esistono», Willy Brandt, La corsa agli armamenti, cit., p. 202)) e il debito persistente con un immaginario comunque ben presente e solido. E anche in questo il punto di contatto con Truman è ben chiaro a partire dall’“invenzione” delle aree sottosviluppate. Un’area che troverà poi un recinto contabile in ambito ONU nel 1951 da parte di un gruppo di esperti che pubblicano un documento che mette in relazione il sottosviluppo al reddito medio((In sintesi il limite è posto a 230 dollari di reddito medio pro-capite (che allora era la media mondiale). Vedi Measures for the economic development of underdeveloped countries, United Nations, New York, 1951, p. 3)), paventando catastrofi in caso di mancati investimenti correttivi provenienti dall’interno come dall’esterno((Diagnosi poi rivelatasi infondata per Sauvy in un libro molto critico verso questa forma di “messianesimo”: «Non si è raggiunta la metà della somma ritenuta indispensabile, ma le catastrofi previste non si sono manifestate», Alfred Sauvy, Crescita zero?, Garzanti, Milano, 1974, p. 80)). Dal gennaio 1949 il mondo ha cominciato a vivere una nuova bipartizione oltre a quella generata dalla neonata Guerra Fredda. In questo senso, prima dell’apparizione di termini più politically correct – che comunque presuppongono una gerarchia – come Paesi in Via di Sviluppo [PVS] o Paesi Meno Avanzati [PMA], il vocabolo sottosviluppo (e conseguentemente paese sottosviluppato) entra a far parte del lessico delle relazioni internazionali, come autorevolmente confermato un quindicennio più tardi da Carl Schmitt((In una conferenza del 1962 il giurista tedesco così si esprime a riguardo: «Se mi si domanda, oggi, qual è il nomos della terra, posso rispondere chiaramente: è la divisione della terra in regioni industrialmente sviluppate o meno sviluppate, insieme alla questione di chi fornisce aiuti a chi, ed anche di chi accetta aiuti da chi», Carl Schmitt, L’unità del mondo e altri saggi, Antonio Pellicani Editore, Roma, 1994, p. 339)) e non solo. Diventa insomma, utilizzando la sintesi che ne trae Wolfgang Sachs, un «concetto cerniera»((Serge Latouche, Come sopravvivere allo sviluppo. Dalla decolonizzazione dell’immaginario economico alla costruzione di una società alternativa, Bollati e Boringhieri, Torino, 2004, p. 17)), che stabilisce, oltre che una divisione, anche una graduatoria in cui gli Stati Uniti occupano «un posto preminente». Si rafforza in questo senso quella leadership ideale o egemonia avviata con il Piano Marshall e che potrebbe vivere una seconda stagione con i paesi altri rispetto a noi, poiché la condizione di sottosviluppo può/deve essere transitoria. Il duplicato del piano ERP sarà concretamente avviato oltre un decennio dopo, eppure l’impalcatura ideologica è chiaramente ben riassunta da Truman fin dal discorso del 1949 mediante l’utilizzo di alcune frasi piuttosto rilevatrici dello spirito di fondo del testo («mettere a disposizione dei popoli pacifici», «aiutare i popoli liberi del mondo»), che annuncia la salvezza, ma solo per gli appartenenti alla “mia chiesa”((Gilbert Rist, Lo sviluppo, cit., pp. 79-80)). Una scelta imperniata su alcuni aspetti che rimangono all’interno dell’agenda politica internazionale e dentro le parole chiave della modernità. Innanzi tutto la sfida della maggior produzione estrinsecata in quel richiamo a produrre più cibo, vestiario, materiali. Un’esortazione che riflette l’impostazione di fondo – che accomuna i primi anni del dopoguerra, gli anni ’50 – che vede lo sviluppo coincidere con la crescita, chiave necessaria per innescare un circolo virtuoso in cui l’espansione economica generi incremento del reddito in grado di portare a catena aumenti di consumi e risparmio. La crescita sarà considerata aprioristicamente la base imprescindibile di partenza((Piuttosto indicative in questo senso le parole – tuttora molto attuali – di Altiero Spinelli all’inizio degli anni ’70 a proposito dell’impostazione fideistica sulle proprietà benefiche della crescita: «Fondare la propria azione sull’ipotesi della crescita non significa tuttavia affatto abbandonarsi pigramente e ottimisticamente ad essa illudendosi che ogni crescita sia di per sé benefica. È anzi vero il contrario: anche le crescite più benefiche tendono di per sé a diventare alla lunga malefiche e distruttive. Ogni crescita, inizialmente dilagante in modo spontaneo e scarsamente controllato, deve produrre, ad un certo momento, un effetto di feed-back diretto a controllarla, in modo da favorire i suoi risultati positivi e da eliminare o quanto meno ridurre a proporzioni tollerabili quelli negativi», Altiero Spinelli, Discorso introduttivo, in Per un modello europeo di sviluppo, La Libreria europea, Bruxelles, 1972, p. 16)) se non l’obiettivo principale, com’è rimasta a lungo (in non pochi ambiti lo è tuttora((Wolfgang Sachs nella prefazione alla nuova edizione del suo Dizionario dello sviluppo accosta il discorso inaugurale di Truman del 1949 alla presentazione della strategia per la sicurezza nazionale di George W. Bush (17 settembre 2002): «Ciò che balza immediatamente all’occhio è che in entrambi i casi sviluppo è sinonimo di crescita economica»))). L’altra chiave d’accesso alla «prosperità e alla pace» per tutti è la fiducia nel progresso. Le risorse in conoscenze tecniche sono definite come inesauribili e conseguentemente la cessione di aliquote di sapere scientifico occidentale ai “sottosviluppati”, è in grado di aumentare la produzione, i commerci, il benessere (o per utilizzare il lessico del presidente americano portare «alla libertà e alla felicità personali»((Gilbert Rist, Lo sviluppo, cit., pp. 76))). Il discorso di Truman è importante anche per un altro aspetto. Realizzando una nuova bipartizione gerarchica del mondo tra paesi sviluppati e non, sembra conferire, implicitamente, agli stessi Stati Uniti che “si preoccupano” delle condizioni dei paesi poveri, una sorta di missione civilizzatrice di nuovo tipo in luogo di quella classica coloniale ormai in via di esaurimento. Pertanto fino a tutti gli anni ’50 le operazioni di soccorso ai paesi sottosviluppati rimangono, dato il loro essere in gran parte ancora delle colonie, a livello di intenzioni. È perciò contestualmente alla Decolonizzazione che il problema di come rendere “moderni” i paesi del Terzo Mondo e di come farli sviluppare finisce per assumere una rilevanza mondiale, soprattutto dal punto di vista della “comunità” di Stati, per cui comincia a prendere piede l’estensione aiuto allo sviluppo o politiche dello sviluppo.

Il problema in agenda è perciò come riuscire a emancipare questi paesi dalla condanna del sottosviluppo. Una posizione che trova una risposta nella difficile mediazione tra azione individuale e politiche collettive. Due spiriti-guida incarnati da due iniziative di John Fitzgerald Kennedy: i peace corps e il Decennio dello Sviluppo, ideali sintesi che racchiudono e rappresentano l’idea volontaristica e l’espressione governativa con l’assistenza tecnica a fare da raccordo((In questo contesto si posizione anche l’iniziativa di Kennedy a favore dell’Alleanza per il Progresso con il contributo di 525 milioni di dollari al “Social Progress Trust Fund” per i paesi più poveri del continente americano. Vedi Raoul Ascari, L’aiuto allo sviluppo. I protagonisti, gli strumenti, le prospettive, Franco Angeli, Milano, 1999, p. 71)).

Quella dei peace corps((I peace corps americani così sono definiti ecumenicamente in una pubblicazione di quegli anni: «Giovani che vogliano e possano servire il loro Paese per tre anni in alternativa al servizio di leva; si tratterà di giovani ben addestrati nelle lingue, nelle competenze specifiche e negli usi ed abitudini che debbono conoscere, che saranno selezionati attentamente e verranno diretti e pagati dall’International Cooperation Agency», Giuseppe Pennisi, Assistenza tecnica e servizio volontario, Calderini, Bologna, 1967, p. 82)) è un’iniziativa tra le più contraddittorie((Ricorda Robert Dallek che «i critici li soprannominarono Kennedy Kiddie Korps (I Corpi dei ragazzini di Kennedy), un “mucchio di ragazzini in bermuda che rimbalza in giro per il mondo”», Robert Dallek, JFK, cit., p. 374)), dato il difficile equilibrio tra l’essere un movimento a base volontaria e l’avere una direzione chiaramente orientata da parte governativa((Lo spiega molto bene Sergio Marelli chiarendo come i peace corps, tuttora attivi e “funzionanti” con circa 10.000 volontari in servizio siano direttamente integrati con l’Amministrazione americana. Il presidente dell’associazione per statuto è il Vice-Presidente degli Stati Uniti e il Direttore Esecutivo è di nomina governativa. Senza nulla togliere all’impegno dei volontari “sul campo” Marelli ricorda che nella sua pluriennale esperienza all’interno della cooperazione internazionale non di rado i peace corps siano stati visti dai paesi “aiutati” come una sorta di antenna ricevente e trasmittente di Washington. Vedi Sergio Marelli, ONG: una storia da raccontare. Dal volontariato alle multinazionali della solidarietà, Carocci, Roma, 2011, pp. 69-74)). I soldati di pace di JFK sono, ancora oggi, giovani che decidono di svolgere un servizio alternativo alla leva per una durata di tre anni. Un biglietto da visita più gentile dell’America della Nuova Frontiera, ma anche una necessità determinata dalla complessa e ramificata rete di organizzazioni per il servizio civile esistenti negli Stati Uniti degli anni ‘60((Vedi Giuseppe Pennisi, Assistenza tecnica, cit., pp. 81-83)). Al di là di questo e delle innegabili connessioni con la realtà interna americana per i giovani “impegnati” dell’epoca((Nel 1962 in occasione della Conferenza Internazionale sulla qualificazione della manodopera tenutasi a Portorico per iniziativa degli stessi peace corps molte nazioni manifestano l’intenzione di copiarne l’idea. Nascono nel giro di due anni iniziative analoghe in Germania, Inghilterra (con il Lockwood Committee) e in Francia con il Corpo dei volontari del Progresso. In Italia solo dal 1966 iniziano le prime forme di strutturazione del volontariato con la legge Pedini. Vedi Ministero degli Affari Esteri, I programmi di volontariato nella cooperazione internazionale, Istituto Poligrafico dello Stato, 1978, pp. 6-7)), i peace corps assumono un’importanza e un rilievo importantissimo a livello di immaginario della figura del volontario nei paesi del Terzo Mondo((L’importanza di questa esperienza “che viene” da fuori ma che è stata evidentemente introiettata mi è stata confermata dai più. Così ricorda Teresio Dutto che ha lavorato al loro fianco a cavallo degli anni ’60 e ‘70: «Ho lavorato in Kenya con alcuni peace corps, operatori giovani, molto preparati, con idee molto aperte e avventurose che facevano gli insegnanti nelle montagne della catena del Nyambene, vicino al Monte Kenya. I peace corps erano giovani universitari, laici, coordinati dalla amministrazione americana, nella visione di J.F.Kennedy che si dedicavano totalmente ai meno avvantaggiati anche in situazioni di grave disagio. In Italia il volontariato del tempo tentava di escogitare argomenti riferibili all’impiego fruttuoso dei giovani disponibili e reticenti verso le armi, e aveva individuato la possibilità di un incanalamento verso le organizzazioni cattoliche e laiche che nel frattempo avevano cominciato a viaggiare più facilmente in Africa seguendo le strade indicate dalla “nuova frontiera” Kennediana», testimonianza di Teresio Dutto, già segretario della LVIA di Cuneo nei primi anni ‘70)), oltre a essere seppure indirettamente esempio e strumento di secolarizzazione del volontariato. In uno scritto del 1968 alcuni giovani cattolici trentini impegnati per la costruzione di centri di assistenza in Brasile scrivono: «Cittadini del mondo, come ci disse Papa Giovanni; “giovani senza frontiere” riecheggiando lo slogan del Presidente Kennedy: ecco cosa volevamo diventare»((Il Gruppo di appoggio missionario “Operazione Formingueiro”, in Archivio Centro Missionario Diocesano di Trento, Operazione Formigueiro, faldone n. 200)).

La componente soggettiva e volontaristica dell’aiuto allo sviluppo kennediano è peraltro ben riassunta in un brano del discorso in cui lui stesso propone il Decennio dello Sviluppo nel settembre del 1961. Un’orazione che meriterebbe quasi un capitolo a sé per il suo essere specchio di un particolare clima, ma di cui è fondamentale proporre almeno un piccolo stralcio:

La sovranità politica è una beffa senza i mezzi per combattere la povertà, l’analfabetismo e la malattia. L’autodeterminazione si riduce a uno slogan se il futuro è senza speranza. Ecco perché il mio paese, che ha liberamente diviso i suoi capitali e la sua esperienza tecnica per aiutare gli altri ad aiutarsi, propone ora ufficialmente di designare gli anni ’60 come il Decennio di sviluppo dell’ONU((Discorso di John Fitzgerald Kennedy, in Richard Gardner, L’ONU e la politica mondiale, cit., pp. 84-85. Kennedy non lasciava dubbi sul fatto che lo sviluppo fosse la vera chiave per arrivare alla libertà, «in modo da offrire a ogni paese, per quanto diverso per sistemi e credenze, la possibilità di diventare di fatto, oltre che di principio, una nazione libera ed eguale», Ivi, p. 85)).

Per Kennedy la sovranità e l’indipendenza non prescindono dal benessere e da un’idea di aspettativa nel futuro. Quindi il nemico, incarnato da povertà, analfabetismo e malattia, va debellato e per farlo si devono aiutare i paesi ad aiutarsi (ancora un riferimento al quarto punto di Truman((Truman afferma piuttosto solennemente come «è solo aiutando i suoi membri più sfavoriti ad aiutarsi da soli che la famiglia umana potrà realizzare la vita decente e soddisfacente alla quale ciascuno ha diritto», in Gilbert Rist, Lo sviluppo, cit., p. 76))) attraverso cessione di capitali ma soprattutto di tecnologia.

Ritorna la fiducia quasi assoluta nella scienza che, nel quadro delle politiche di aiuto allo sviluppo, è fondamentale. È in questo filone teorico che s’innesta la religione laica dell’assistenza tecnica che regnerà abbastanza incontrastata all’interno delle filosofie d’intervento a favore dei paesi sottosviluppati per tutti gli anni ’60. E non solo per i “grandi”. Anche nei piccoli gruppi di appoggio missionari, negli organismi di volontariato, nei comitati e nelle associazioni la presenza dell’assistenza tecnica come prassi di aiuto allo sviluppo è ben viva e presente e risponde a una suggestione tutto sommato comprensibile, pur nel suo essere di fondo etnocentrica: ciò che funziona qui può andare bene anche . Non secondario in questa visione d’insieme è poi quel clima generale che si respira nei paesi occidentali che stanno vivendo una fase di grande trasformazione determinata da piccole e grandi innovazioni tecnologiche. Un’atmosfera di grande entusiasmo e fiducia nelle macchine che permette di immaginare un concreto salto dal sottosviluppo allo sviluppo in pochi decenni((Lo sottolinea Paolo Caroli («esisteva una diffusa fiducia che le “tecniche” moderne avrebbero permesso di saltare dal sottosviluppo allo sviluppo nel giro di pochi decenni»), Paolo Caroli, Le incerte strade per uscire dalla povertà, in Enrica Collotti Pischel – Paolo Caroli (a cura di), Esiste ancora un Terzo Mondo? Povertà, sottosviluppo, cooperazione, Franco Angeli, 1992, p. 89. Roberto Gritti amplia il concetto: «L’idea dello sviluppo attraverso la modernizzazione economica e l’uso della scienza e della tecnologia è presente sia nella tradizione del liberalismo che nel filone marxista, anche se sono inseriti in differenti contesti sociali e politici», Roberto Gritti, Le dimensioni del sottosviluppo: introduzione ai contenuti e alle metodologie dell’educazione allo sviluppo, in Id. (a cura di), L’immagine degli altri. Orientamenti per l’educazione allo sviluppo, La Nuova Italia, Scandicci (FI), 1985, p. 17.)). Siamo evidentemente all’interno di un’impostazione che tradisce un certo schematismo cattedratico nonché un palese richiamo all’Occidente come un modello. Ecco che modernizzazione, produzione di manufatti, aumento del consumo interno e avvio di un circolo virtuoso sono gli agenti in grado di portare, usando le parole dell’allora Segretario Generale dell’ONU U Thant, a quella crescita unita al cambiamento che si sintetizza nel termine sviluppo((Il passo è: «Sviluppo significa crescita più cambiamento», The United Nations Development Decade, New York, United Nations, 1961, p. 2)). Che tuttavia la prima (crescita) – nella sua accezione pienamente quantitativa – rimanesse la stella polare per gli studiosi dell’epoca nei primi anni ’60 è piuttosto pacifico, pur con alcune limitate eccezioni, tra cui è d’obbligo inserire l’africano Mamadou Dia((Mamadou Dia è uno dei primi studiosi del Terzo Mondo e non solo sul Terzo Mondo che avverte già nel 1961 la discrepanza tra crescita e sviluppo: «Non basta avere uno Stato nazionale, un governo nazionale, una superstruttura nazionale; bisogna promuovere anche un’economia nazionale progressiva rispetto all’intera collettività. Abbiamo constatato, attraverso gli esempi studiati, che l’incremento non è lo Sviluppo, sia nel senso umano che in quello collettivo della parola. Non si ha un vero Sviluppo, una creazione, cioè, collettiva al servizio della comunità, se le tecniche di produzione poste in opera, per quanto perfezionate, non sono riuscite a integrare, nel circuito economico, il grosso della nazione, se l’aumento dei livelli e di quelli di consumo, o, in una parola i risultati ottenuti sono l’appannaggio di alcuni privilegiati, sia pure autoctoni», Mamadou Dia, Lo sviluppo economico dell’africa, Sansoni, Firenze, 1962, p. 111)).

L’idea di un aiuto non più delimitato al solo intervento umanitario o emergenziale ma oggettivamente ancorato a una visione che esorta l’aiuto all’auto-aiuto (che altro non è che l’aiuto allo sviluppo, in ottica internazionale) è una formula vincente che inizia a farsi largo, deriva ancora una volta da Truman, ed è stata utilizzata da allora in un’infinità di citazioni e riletture. E perciò in questo contesto inizia una partita politica di ampio profilo di cui riepilogo le fila per sommi capi al cui centro sta ciò che prenderà il nome di aiuto pubblico allo sviluppo((È qui necessario aprire una breve parentesi per capire che cos’è l’aiuto pubblico allo sviluppo, ma soprattutto come viene definito e percepito in quegli anni. Il termine nasce nel 1962 nell’ambito del direttorio (in ambito OCSE) dei paesi più industrializzati, il DAC [Comitato per l’Aiuto allo Sviluppo, nda], ed è la sommatoria di tutti gli apporti di risorse conferiti ai paesi in via di sviluppo e agli Organismi multilaterali da parte degli stati con l’osservanza di tre criteri: ricerca dello sviluppo del paese povero, concessione a condizioni di favore e un elemento “dono” di almeno un quarto della somma. Vedi Francesco Aloisi de Larderel, Dall’aiuto alla cooperazione. Nascita ed evoluzione di un nuovo orizzonte delle relazioni internazionali, Palombi, Roma, 1988, p. 25)). Un’idea, più che una semplice parola che poi avrà letture e interpretazioni inesauribili e che sarà premessa, giustificazione e pretesto di una vera e propria grandinata di conferenze, incontri, meeting, dibattiti, che riuniscono paesi occidentali, non allineati, in Via di Sviluppo, sottosviluppati, Meno Avanzati, secondo le correnti interpretazioni dell’epoca((Per una panoramica del trentennio 1955-1985 vedi Giuseppe Scidà, Verso un nuovo ordine economico internazionale Verso un nuovo ordine economico internazionale, in “Politica internazionale”, anno 9, n. 3, marzo 1981. pp. 101-117. Si noti che dal 1964 al 1980 Scidà conta 80 tra conferenze, riunioni, sessioni di una qualche importanza e in non pochi casi di durata superiore al mese)). Possiamo tuttavia, per non riproporre lunghe sequele di luoghi e date, indicarne le prime esponendo in sintesi risultanze (poche) e delusioni (molte) alla luce soprattutto delle ripercussioni delle stesse all’interno del dibattito pubblico sulla solidarietà internazionale. La Conferenza di Bandung((Vedi Giampaolo Calchi Novati – Lia Quartapelle, Terzo Mondo addio. La conferenza Afro-Asiatica di Bandung in prospettiva storica, Carocci, Roma, 2007)) è un punto di partenza per lo sdoganamento popolare del termine Terzo Mondo. Se il copyright del nome è di un sociologo francese((La definizione viene coniata per la prima volta dal demografo francese Alfred Sauvy in un articolo in cui parla di un Terzo Mondo che raccoglie i paesi sottosviluppati alla ricerca di uno “spazio politico” autonomo operando un parallelo in tal senso con il Terzo Stato della Rivoluzione francese. Vedi Albert Sauvy, Trois mondes, une planète, in “L’Observateur”, 14 agosto 1952, p. 14)), la prima dimostrazione d’esistenza di qualcosa che poteva definirsi come tale a livello dei “grandi” e precorrendo l’ondata della Decolonizzazione è riconducibile difatti a questa località turistica dell’isola di Giava, in Indonesia, in cui si tiene la celebre Conferenza nel 1955 che preconizza e soprattutto auspica la fine del colonialismo((Nel comunicato finale della conferenza in termini che eufemisticamente possiamo definire come abbastanza chiari si dichiara «che il colonialismo in tutte le sue manifestazioni è un male a cui si deve porre fine al più presto» (estrapolato dalla ricca appendice documentale in Renato Grispo, Mito e realtà del Terzo Mondo, ERI Rai, Roma, 1970, p. 414))) proponendo il neutralismo, o per usare le parole del leader indiano Nehru “un’area di pace”((Secondo Di Bartolomei “l’area di pace” del leader indiano mirava a lasciare l’Asia (come numero di presenze assolutamente predominante a Bandung) fuori dallo scontro tra le potenze. Vedi Mario Di Bartolomei, I leaders del Terzo Mondo, Trapani Editore, Milano, 1968, pp. 25-28. Vedi anche Simonetta Casci, Il non allineamento nel pensiero di Nehru, in Giampaolo Calchi Novati – Lia Quartapelle, Terzo Mondo addio, cit., pp. 30-40)) come via di fuga dalla guerra fredda e da cui prenderà l’avvio il movimento dei non allineati. In questi primi anni il Terzo Mondo è ancora diviso tra punta avanzata del neutralismo e contenitore del sottosviluppo((Una oscillazione per il cui approfondimento rimando a Massimo De Giuseppe, Il “Terzo mondo” in Italia. Trasformazioni di un concetto tra opinione pubblica, azione politica e mobilitazione civile (1955-1980), in “Ricerche di Storia Politica”, anno 14, n.s., n. 1, aprile 2011)), salvo poi ammarare in quest’ultimo approdo piuttosto rapidamente a partire dai primi anni ‘60.

Con il che si determina una situazione del tutto in contrasto con il trionfalismo determinato dall’illusione della facile ripetizione del Piano Marshall, quasi in un contesto di felicità universale. Un’idilliaca convinzione che, seppure riproposta sovente, ha ricevuto smentite piuttosto palesi soprattutto nell’ambito delle conferenze che cominciano a vedere la presenza dei paesi del Terzo Mondo non più in ordine sparso e frammentario. Questo a cominciare dalla prima Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo tenutasi a Ginevra, una delle case Onu (anche la dislocazione geografica non è poi così secondaria), tra il 23 marzo e il 15 giugno 1964. In piccolo una sorta di vedetta di un dibattito che è continuato da allora. Sarà una riunione importante quanto lunga e per varie ragioni: viene convocata su pressione dei paesi del Terzo Mondo, vi partecipano 2.000 delegati totali per 121 Stati che sono in buona sostanza tutti paesi allora indipendenti((Mauro Mellano – Marco Zupi, Economia e politica della cooperazione allo sviluppo, cit., pp. 165-168)). È la prima volta che paesi poveri e ricchi siedono allo stesso tavolo per discutere vari temi quali l’estensione e riconsiderazione del GATT, i problemi monetari, i trasporti marittimi, i trasferimenti tecnologici e soprattutto le condizioni del commercio internazionale. Infine nasce ufficialmente il “Gruppo dei 77”, sommatoria degli stati decolonizzatisi oltre che l’unica forma di rappresentanza politica unitaria di tutto il Terzo Mondo, che rimarrà con questo nome (al di là della sua componente numerica)((Scidà ricorda che a Manila nel 1976 alla riunione preparatoria – anche questa delle riunioni preparatorie sarà una costante in questa sorta di “seconda Guerra Fredda” (tra Occidente e Terzo Mondo) – alla conferenza UNCTAD se ne contano 110, Giuseppe Scidà, Verso un nuovo ordine economico internazionale, cit., p. 108)) a impegnare singolari e pluriennali tenzoni con i propri “benefattori”, ovverosia i paesi occidentali impegnati da più di un decennio a farli “sviluppare”.

Il vero vulnus e motivo del contendere a Ginevra come nelle successive occasioni rimarrà il commercio internazionale, arena di libero scambio per gli uni, strumento di condizionamento quando non di sfruttamento per gli altri, come finirà per adombrare lo stesso Paolo VI nella sua Enciclica Populorum Progressio di tre anni dopo(( Al tempo la lettura di un commercio internazionale come propedeutico a una riedizione neocolonialista era piuttosto popolare e diffusa anche nell’ambito della sinistra cattolica. Vedi Cosimo Perrotta, Commercio internazionale e sottosviluppo: dai costi comparati all’imperialismo, in “Questitalia”, anno 12, n. 132, marzo 1969, pp. 11-27 (prima parte) e n. 134, maggio 1969, pp. 28-44 (seconda parte))). Già nel 1964 gli Stati Uniti si oppongono a ben 9 dei 15 principi approvati contestando «ogni frase che potesse suonare come legittimazione a politiche di nazionalizzazione e controllo statale delle risorse naturali, alle raccomandazioni a rimuovere le barriere doganali e altre restrizioni alle esportazioni dei paesi sottosviluppati»((Alessandro Polsi, Storia dell’Onu, cit., p. 98. Dalla conferenza infine nasce l’UNCTAD [United Nations Conference on Trade and Development, nda], sorta di comitato permanente che si riuniva due volte l’anno e prevedeva una Conferenza internazionale ogni triennio)). La richiesta dei paesi del Terzo Mondo rimarrà per un oltre un decennio trade, not aid((Uno slogan che rimarrà al centro del dibattito per i successivi decenni. Un’economista come Iraci Fedeli rifletteva come in sostanza il commercio e i termini dello stesso (terms of trade) erano solo una parte del problema ma porlo significava avere concretamente la possibilità di “spuntare” qualche piccolo successo e «far passare la politica internazionale dello sviluppo dall’utopia alla scienza», Leone Iraci Fedeli, Note sul Terzo Mondo, Mario Bulzoni Editore, Roma, 1970. La citazione a p. 183)), cioè commercio e non aiuto, proprio a simboleggiare come lo scambio a pari condizioni fosse l’unica forma di aiuto dignitosa e perciò accettabile. A questo i paesi industrializzati rispondono quasi sempre con vaghe dichiarazioni di principio, impegni generici e semantiche dichiarazioni, spesso allungate con una buona dose di vaghezza, pur di non perdere posizioni di vantaggio strategico ed economico((Ammette, contrito, un dattiloscritto del Ministero degli Affari Esteri nel 1970: «Alla richiesta di facilitazioni commerciali avanzata dal Terzo Mondo non è stata ancora data una risposta soddisfacente dai paesi industrializzati. Occorrerà da parte italiana adoperarsi attivamente in sede Unctad affinché si raggiungano al più presto soluzioni ragionevoli che consentano una graduale espansione delle esportazioni dei paesi in via di sviluppo sui mercati occidentali», in Ministero Affari Esteri, Linee direttrici per una politica italiana di assistenza ai paesi in via di sviluppo, Roma, s.d. (presum. 1970))). Non stupisce quindi che, per tutto il decennio, i paesi ricchi insistano in piani e iniziative che da un lato ricordano il Piano Marshall, dall’altra s’intrecciano alla parola sviluppo, anche in considerazione di un dibattito culturale soprattutto interno agli economisti di diverse scuole di pensiero e che adesso mi appresto a ripercorrere.

2.                     La Nuova Frontiera dello Sviluppo

Diffusa idea era che le condizioni di sottosviluppo avessero più o meno ovunque caratteristiche simili, tralasciando di prendere in considerazione le differenze pur sensibili che esistevano tra, ad esempio, l’America Latina, l’Africa, l’Asia, il Mezzogiorno italiano. Ovunque si trovavano le stesse caratteristiche di società “tradizionali”, come saranno definite dalle teorie della modernizzazione: generale arretratezza delle tecniche produttive, comportamenti irrazionali da un punto di vista economico, mancanza di spirito imprenditoriale, atteggiamenti verso la vita e il lavoro non favorevoli allo sviluppo ecc. Di conseguenza le “ricette” potevano essere le stesse, dando implicitamente per scontato che le regole dell’economia e quindi della politica economica fossero le stesse ovunque. Su questa opinione agiva sicuramente anche la diffusa credenza secondo la quale la via per lo sviluppo sarebbe passata in ogni paese per una successione di fasi ben definite, simili a quelle che i paesi di più antico sviluppo avevano sperimentato nel loro cammino, secondo il modello degli stadi successivamente proposto da Rostow((Gianfranco Bottazzi, Sociologia dello sviluppo, Laterza, Roma-Bari, 2009, p. 37)).

Il punto della situazione, ancorato al 1960, lo offre il sociologo Gianfranco Bottazzi che a cinquant’anni di distanza coglie in pieno le contraddizioni di un’impostazione chiaramente etnocentrica che adatta lo sviluppo alla nostra idea e alle nostre esperienze. Il dibattito su questo termine franco è da allora incessante e ha dato origine a una sterminata bibliografia. In questa sede preme fare una veloce ricognizione sugli snodi principali degli anni ’60 soprattutto alla luce delle ricadute sulle percezioni e letture sia dei “grandi” sia dello stesso movimento italiano. E il punto di partenza non può che essere Walter W. Rostow, che nel 1960 pubblica Gli stadi dello sviluppo economico, un testo molto discusso che delinea le fasi di crescita economica((Walter W. Rostow, Gli stadi dello sviluppo economico, Einaudi, Torino, 1962)) e in cui lo sviluppo risulta essere il prodotto dinamico di un motore a cinque tempi: situazione tradizionale, precondizioni allo sviluppo, decollo, maturità e infine il gioioso consumo di massa. Rostow in questo avvalora a grandi linee l’assunto di Truman con la proposta di avviare e ottenere per l’area del sottosviluppo il bis del processo di sviluppo occidentale in generale e americano in particolare. Del resto che l’ideologia non fosse avulsa dai teoremi dell’economista americano è chiaramente indicato nel sottotitolo dell’opera in lingua originale pubblicata nel 1960 A non communist manifesto. Rostow contrappone «la sua spiegazione storica a quella del marxismo e intendeva spiegare lo stato e lo sviluppo di tutte le possibili società, del passato e del presente, come un certo stadio o fase di un processo di sviluppo unico e uniforme»((Gianfranco Bottazzi, Sociologia dello sviluppo, cit., p. 70)).

Possiamo ad ogni modo inquadrare lo studioso americano come il punto di sintesi di un’impostazione culturale che è strettamente incardinata allo schema quantitativo occidentale per cui ciò che conta è, dicendolo con Ragnar Nurske, “rompere il circolo vizioso”((Nurske riprendendo Stuart Mill che sottolinea come ogni incremento di produzione alimenta, se correttamente distribuito, la propria domanda, introduce l’idea di sviluppo equilibrato. In un saggio del 1951 (pubblicato in Inghilterra nel 1958 e in Italia nel 1965) annota: «Noi sappiamo che in alcune parti del mondo lo sviluppo economico si è effettivamente verificato; deve essere accaduto qualcosa che ha rotto il circolo vizioso. Così, la teoria della stagnazione deve essere seguita da una teoria dello sviluppo che metta in luce le forze che sono necessarie, o che siano state osservate nell’esperienza passata, per trarre l’economia fuori dalle condizioni stazionarie nelle quali, altrimenti, tenderebbe ad assestarsi. Come vedremo, non è possibile esaminare questo argomento senza rifarsi, quasi automaticamente, alla grande opera di Shumpeter», Ragnar Nurkse, La formazione del capitale nei paesi sottosviluppati, Einaudi, Torino, 1965, p. 15)). In un sol colpo si determina il problema e la soluzione al sottosviluppo. Tutto dipende da un corto circuito economico livellante verso il basso e sanabile con l’afflusso di capitali economici, tecnologici, umani nelle più diverse forme (a fondo perduto, crediti, agevolazioni) in grado di “far partire” la macchina.

Rostow è perciò uno snodo fondamentale poiché sintetizza due aspetti fieramente avversati eppure non di rado sommessamente reiterati da allora. Il primo, colto da Myrdal, è l’essenza fatalistica dello sviluppo, come fase di un processo inarrestabile e inevitabile con un ruolo quasi positivistico((Gunnar Myrdal, Saggio sulla povertà di undici paesi asiatici, Il Saggiatore, Milano, 1971, pp. 1895-1892)). L’altra critica è che la teoria di Rostow finisce per tracciare un paradigma universalista dello sviluppo che, peccando di etnocentrismo, non riflette adeguatamente sulle realtà e strutture dei diversi paesi((Alexander Gerschenkron, Il problema storico dell’arretratezza economica, Einaudi, Torino, 1965, pp. 334-339)).

Si incarica di confermare queste critiche il già intravisto Decennio dello Sviluppo, avviato nel 1961 come piattaforma programmatica che si basa su una filosofia imperniata sull’assistenza tecnica e sugli innesti di capitale, fondamentali per innescare il famigerato circolo virtuoso in grado di rilanciare l’economia dei paesi arretrati. E da questo momento che s’introduce il dibattito tuttora aperto sul fatto se gli aiuti stanziati per i paesi sottosviluppati siano il risultato di una genuina pressione dell’opinione pubblica alla ricerca di una giustizia sociale, della necessità di innervare futuri mercati in sintonia con lo stesso Piano Marshall, di trasmettere il proprio modello di sviluppo, finanche di avviare progetti vagamente neocoloniali come paventato fin dagli inizi della Decolonizzazione dalla sinistra marxista((Chiara Robertazzi e proprio in quel 1961 descriveva con lucidità alcuni scenari futuri possibili: «Bisogna infatti guardarsi da un’eccessiva semplificazione e non credere che, per il solo fatto di accettare investimenti ed aiuti dall’Occidente, i paesi africani di recente indipendenza ricadano sotto la dominazione coloniale o neo-coloniale. In effetti essi non possono rinunciare alla ricerca dei capitali indispensabili ad avviare un reale sviluppo economico finora mancato o troppo diseguale: il loro problema è come servirsi di questi investimenti e di questi aiuti senza diventarne schiavi», Chiara Robertazzi, Decolonizzazione e neocolonialismo in Africa, in “Problemi del socialismo, anno 4, n. 6, giugno 1961)) per poter mantenere il più a lungo possibile lo status quo. Oggetto e soggetto di quella che potrebbe essere un’opera a parte e che ha dato il là a una sterminata bibliografia che parte ad ogni modo dal 19 dicembre del 1961, giorno della proclamazione formale e solenne del Decennio dello Sviluppo con cui si prevede per i paesi sottosviluppati un aumento annuale del 5% del proprio reddito nazionale attraverso un programma piuttosto articolato(In primis l’investimento preliminare incentrato soprattutto su pre-investimento e assistenza tecnica volto a migliorare la formazione del personale nei paesi del Terzo Mondo tramite invio di esperti, borse di studio, programmi di addestramento nelle materie cardine del riavvio economico (istruzione, lavoro, agricoltura, ma anche dogane e telecomunicazioni). Altri due punti essenziali del Decennio saranno gli aiuti finanziari pubblici – garantiti quasi esclusivamente da paesi del DAC – e l’incremento di quelli privati rilanciati da due fattori: l’opera di Organismi internazionali atti a rimuovere le barriere allo sviluppo (e quindi ancora il GATT, il Fondo Monetario internazionale, la Banca Mondiale) e la creazione di numerose Banche di Investimento regionali [La prima ad essere creata è nel 1959 la BID [Banca Interamericana di sviluppo, nda]: seguiranno poi la BAD [Banca Africana di sviluppo, nda] avviata nel marzo del 1964 e infine la ADB [Banca Asiatica di sviluppo, nda] nel novembre del 1966. Vedi Francesco Aloisi de Larderel, Dall’aiuto alla cooperazione, cit., pp. 135-137]. Il quarto punto verte sugli aiuti alimentari da effettuarsi con l’invio di derrate agricole sia per sopperire all’emergenza fame (che coinvolgeva all’inizio del decennio almeno 300 milioni di persone) sia per evitare l’impiego delle – già limitate – risorse finanziare per gli approvvigionamenti agricoli)) e demandato a una complessa e ramificata catena di programmi, enti, fondi e accordi – in sede ONU soprattutto: a partire dall’EPTA [Programma Allargato di Assistenza Tecnica, nda] e dal Fondo speciale ONU che verranno accorpati nel 1966 nell’UNDP [Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, nda]((L’UNDP nasce ufficialmente il 1 gennaio 1966 con Risoluzione AG 2029. Sottolinea Manlio Frigo: «l’UNDP, organo sussidiario dell’Assemblea generale a carattere operativo, ha lo scopo di fissare gli obiettivi da raggiungere e di assicurarne la messa in opera in termini concreti, anche mediante l’attuazione di programmi congiunti di assistenza tecnica con altri organi sussidiari delle Nazioni Unite come l’UNCTAD e l’UNIDO», Manlio Frigo, Problemi dello sviluppo, in Paolo Picone – Giorgio Sacerdoti, Diritto internazionale dell’economia, cit., p. 917. Il programma, sottolinea un altro giurista come Benedetto Conforti, ha «il compito di approvare programmi nazionali di sviluppo presentati da singoli Stati, di stanziare i relativi fondi e di sovraintendere all’esecuzione dei progetti che compongono i programmi, esecuzione che è di solito affidata ad altri enti, soprattutto ad Istituti specializzati», Benedetto Conforti, La carta delle Nazioni Unite, Edizioni Cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (FI), 1993, p. 15)); dall’UNCTAD [Conferenza delle Nazioni Unite su Commercio e Sviluppo, nda]; dal GATT [Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio, nda]((Uno strumento nato a Ginevra il 30 ottobre 1947. Il testo integrale dell’accordo, più volte ridisegnato, con un’ottima introduzione e panoramica storica si trova in Giorgio Sacerdoti, Scambi internazionali, in Paolo Picone – Giorgio Sacerdoti, Diritto internazionale dell’economia, cit., pp. 409-444)) e da altri ancora((L’ILO [Organizzazione Internazionale del Lavoro, nda], l’WHO [Organizzazione Mondiale della Sanità, nda], l’Unesco [Organizzazione culturale e scientifica delle Nazioni Unite, nda], l’Unicef [Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, nda])).

Il fatto che sia previsto un modus operandi non molto dissimile dal Piano Marshall, significativamente rievocato in quello «spezzare l’attuale circolo vizioso»((Vedi il brano del discorso del Generale Marshall ad Harvard in Jost Dülffer, Yalta, 5 febbraio 1945. Dalla guerra mondiale alla guerra fredda, Il Mulino, Bologna, 1999, p. 237)), utilizzato dallo stesso Generale nel celebre discorso del giugno 1947, non toglie nulla all’importanza dell’iniziativa kennediana su un piano – che è quello che più interessa – di comunicazione politica. Questo perché il primo Decennio dello Sviluppo è la scoperta del Terzo Mondo in un momento storico, la Decolonizzazione, che la stessa Organizzazione delle Nazioni Unite sintetizza nella “Dichiarazione sull’indipendenza ai paesi e popoli coloniali” [Risoluzione 1514-XV] ed è perciò importante al di là delle sue mancanze, degli obiettivi irrealistici, perfino dei propri fallimenti. Segna l’ingresso nel dibattito mondiale della necessità dello sviluppo, che è ancora sprovvisto di aggettivazione, introduce nell’agenda internazionale l’esigenza di un riequilibrio tra le nazioni, sia pur anch’essa con modalità vaghe e sfuggenti. Infine ribadisce con forza il dovere di sostenere un Terzo Mondo che è qualcosa di più di una semplice espressione geografica di uso “comune” all’interno dell’Occidente. L’ultimo mezzo secolo ha indubbiamente visto un impegno e una partecipazione attiva delle nazioni intorno ai problemi dello “sviluppo”. Tuttavia al di là del significato intrinseco del termine, ciò che preme sottolineare è come la visione di aiuto e sostegno più articolato e meno estemporaneo ai paesi poveri e alle loro popolazioni si fanno strada nella sensibilità collettiva creando un circolo virtuoso in cui le stesse politiche statali sono agevolate dal clima culturale che a partire dagli anni ‘60 vede generalmente come un dovere aiutare un Terzo Mondo sovrapposto al sottosviluppo((Scidà lo riassume con queste parole: «Un tutto omogeneo e caratterizzato dalla comunanza di elementi pesantemente negativi, quali la malnutrizione, l’analfabetismo, la sovrappopolazione, il basso livello dei redditi e dei risparmi, la dipendenza dall’estero», Giuseppe Scidà, Cooperazione per lo sviluppo. Un’introduzione sociologica, AVSI, Cesena, 1986, p. 30)).

Al primo Decennio ne seguirà un secondo, ricco anch’esso di buone intenzioni((Un aspetto essenziale delle attività del Decennio consisterà nel mobilitare l’opinione pubblica dei Paesi in Via di Sviluppo e dei paesi sviluppati per sostenere gli obiettivi e le politiche fissate per lo stesso Decennio. I governi dei paesi più prosperi dovranno intensificare i loro sforzi per fare comprendere all’opinione pubblica il carattere interdipendente degli sforzi per lo sviluppo intrapresi durante il Decennio, in particolare i vantaggi che essi possono ritrarre dalla cooperazione internazionale per lo sviluppo ad accelerare il loro progresso economico e sociale. Vedi Strategia internazionale dello sviluppo. Programma d’azione dell’Assemblea Generale per il Secondo Decennio della Nazioni Unite per lo Sviluppo, Centro d’informazione delle Nazioni Unite, Roma, 1971. Il Secondo Decennio dello Sviluppo (1971) si apre con il proclama di destinare lo 0,70% del PIL da dare ai PVS. Una dichiarazione di intenti mai realizzata come spiega Giulio Marcon: «I paesi dell’OCSE [..] raggiungono in 20 anni (1998) questi risultati: lo 0,10% negli Usa, lo 0,13 in Italia, lo 0,27 in Gran Bretagna, lo 0,28 in Giappone, lo 0,26 in Germania», Giulio Marcon, Le ambiguità degli aiuti umanitari. Indagine critica sul Terzo settore, Feltrinelli, Milano, 2002, p. 40)), poi un terzo, un quarto, un quinto, che, se da un lato riflettono un deficit di fantasia programmatica, dall’altro dimostrano le carenze di realizzazione degli obiettivi proposti. Non è secondario ricordare come il 1961 si proponeva di essere “il” Decennio dello Sviluppo, poi trasformato/ridimensionato con l’aggiunta di “primo”((Franco Bosello sottolinea un approccio al problema affrontato con la «presunzione molto probabilmente, ma certamente con ingenuità, intellettuale e politica». Franco Bosello, Prefazione a Antonio Varsori (a cura di), Dimensioni storiche della cooperazione internazionale, Cleup, Padova, 2010, p. 7)).

E inoltre va sottolineato come lo stesso dibattito internazionale arriva “a caduta” su quello nazionale, anche in considerazione del fatto che i risultati si dimostrano fin dall’inizio deludenti se considerati nell’insieme e se si tiene nel debito conto l’incremento demografico, che di fatto traduce la crescita totale del PIL in decremento pro-capite dello stesso((Fra il 1950 e il 1967 il prodotto pro-capite dei PVS, considerati nel loro insieme, cresce secondo una media annuale del 2,8 per cento (con enormi differenze tra i vari paesi); nello stesso arco di tempo, la crescita delle esportazioni di 22 PVS, scelti come campione rappresentativo, ha un tasso annuale del 4% mentre, sempre per lo stesso arco di tempo, le esportazioni dei cinque paesi più industrializzati (Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania Federale, Francia e Italia) crebbero a un tasso medio annuale del 9 per cento. Vedi Ennio Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali, cit., p. 1012. Il dato è relativo e va perciò letto tenendo conto del problema perennemente aperto dell’eccessivo sviluppo demografico. Il rapporto Pearson lo sottolinea piuttosto chiaramente quando rileva come l’incremento in assoluto tra il 1950 e il 1967 dei paesi in via di sviluppo è stato dimezzato dal costante aumento demografico: stando alle cifre l’aumento annuo del PIL è pari al 4,8% – addirittura superiore agli incrementi al primo stadio di sviluppo di paesi industrializzati nella loro storia come Regno Unito, Germania, USA e Giappone – ma l’accelerato incremento demografico porta a un aumento di reddito pro-capite tra il 2 e il 2,5%, per l’appunto. Vedi Associati nello sviluppo. Rapporto della commissione di studio sullo sviluppo internazionale, Roma, Edizioni Abete, 1970, pp. 51-52; sulla relativizzazione del dato vedi anche Paul Bairoch, Lo sviluppo bloccato. L’economia del Terzo Mondo tra il XIX e il XX secolo, Einaudi, Torino, 1976, pp. 221-224)) avviando in tal senso un non sviluppo.

In questo ambito è bene perciò aprire una breve parentesi sul tragitto che vede l’inserimento dell’Occidente all’interno dei dante causa del fenomeno. A partire dall’inizio del decennio le interpretazioni correnti non risparmiano il passato coloniale, ma non lo mettono neppure al centro.

Da un lato le solite letture imperniate sugli aspetti meramente economici. Ecco chi sottolinea la carenza di capitali, ed è il caso di Rosenstein-Rodan, chi come Hirschman lamenta la mancanza di una classe imprenditoriale autoctona, chi come Myrdal riflette sui problemi strutturali che allontanano l’avvio del circolo virtuoso dello sviluppo.

Dall’altro la scuola “francese” – composta da demografi, sociologi e geografi – introduce altri aspetti oltre a quelli rigidamente “numerici” come il reddito pro-capite o il prodotto nazionale lordo. Investiga sulle caratteristiche culturali, sulle tendenze della popolazione, sulle strutture produttive. Oltre all’inventore del termine Terzo Mondo, Alfred Sauvy, troviamo l’antropologo Georges Balandier, l’economista François Perroux e infine il geografo Yves Lacoste, il cui studio Geografia del sottosviluppo mi sembra utile per riepilogare i cardini di questa scuola che mette in relazione il non sviluppo di questi paesi a quattro fattori critici: il forte aumento demografico, gli effetti nefasti del colonialismo, l’assenza di una borghesia, la creazione artificiale in loco di una minoranza privilegiata((Già Alfred Sauvy in un suo saggio (Théorie générale de la population, PUF, Paris, 1956) ragionava sull’incremento demografico in grado di erodere – relativizzandola – la crescita economica in valore assoluto, con uno studio dal marcato sapore neo-malthusiano. Un incremento troppo violento e precoce che va nella direzione opposta alla riduzione delle nascite in Occidente. La lettura di Lacoste sull’eredità nefasta del colonialismo è poi in linea con lo “spirito del tempo” che imputava al passato coloniale la responsabilità di avere irrimediabilmente reso un paese il “riflesso” di un altro (la riflessione sulla monocultura per cui rimando alle parole di Melotti in questo stesso paragrafo). La borghesia assente è poi in stretta connessione con la creazione in loco di una classe di “assistenti” privilegiati che ha allargato ancor più le diseguaglianze all’interno del paese. Vedi Yves Lacoste, Geografia del Sottosviluppo, Il Saggiatore, Milano, 1968, pp. 205-245)), che poi a lungo andare cronicizzerà una situazione di grandissima sperequazione all’interno degli stessi paesi del Terzo Mondo, con piccole enclaves ricche circondate da straripanti sacche di miseria((Ben sintetizzati da Perroux con una felice metafora in cui accosterà i pochi settori moderni e i molti segmenti arcaici incapaci di comunicare tra loro come «un insieme composto da isolotti di crescita economica, circondati da spazi economici vuoti o stagnanti», François Perroux, L’economia del XX secolo, Etas Kompass, Milano, 1967, p. 159)). Gli esponenti della scuola francese hanno determinato un salto di qualità innegabile nello studio del sottosviluppo anche attraverso un’opera di sensibilizzazione portata avanti dalle colonne di “Faim et soif”, la rivista pubblicata in Francia dall’Abbé Pierre((Vedi Denis Lefèvre, Tutte le sfide dell’Abbé Pierre. Vita del fondatore di Emmaus, EMI, Bologna, 2012, pp. 169-176)). Altro aspetto da sottolineare è come questi studiosi iniziano a vedere le cose non solo da un punto di vista teorico, ma anche pratico, attraverso missioni nei diversi paesi freschi di indipendenza((Lo stesso Dumont nel suo libro più celebre fa un riferimento diretto a ciò che ha visto nel corso di alcune missioni patrocinate dalle Nazioni Unite. Vedi René Dumont, Uomini e fame, Silva, Milano, 1963)). Viaggi in cui cominciano a incontrare non solo i peace corps kennediani, non solo gli operatori sul campo (i vari volontari), ma anche il loro e nostro prossimo lontano.

Con questa scuola s’intravedono i primi accenni di superamento di un’ottica etnocentrica, che rivestiva ancora l’approccio sociologico “tradizionale” e quello strutturale-funzionale((Lo stesso Dumont nel suo libro più celebre fa un riferimento diretto a ciò che ha visto nel corso di alcune missioni patrocinate dalle Nazioni Unite. Vedi René Dumont, Uomini e fame, Silva, Milano, 1963)), ma soprattutto si inserisce tra le priorità quella di reperire maggiori informazioni empiriche sui paesi del Terzo Mondo oltre a studiarne le diverse componenti sociali con nuovi strumenti concettuali.

Agli oltranzisti modernizzatori americani, alla Talcott Parsons((Vedi Talcott Parsons, La struttura dell’azione sociale, Il Mulino, Bologna, 1962 e Id., Il sistema sociale, Edizioni di Comunità, Milano, 1965)) (faro dell’impostazione strutturale-funzionale) che demonizzano le società tradizionali, arretrate per definizione, finiscono per contrapporsi le teorie neomarxiste che individuano nei diseguali rapporti di forza tra Nord e Sud le cause del sottosviluppo indicando nel mancato sviluppo del Terzo Mondo la ragione dello sviluppo dei paesi industrializzati. È, molto sinteticamente, l’impostazione della scuola della dipendenza((Per un approfondimento sulla teoria della dipendenza vedi Annamaria Valle, I paradigmi dello sviluppo. Le teorie della dipendenza, della regolazione e dell’economia-mondo, Rubettino, Soveria Mannelli (CZ), 1998, pp. 5-22)) avviata da studiosi latino-americani, ma non solo((Non distante di pochi anni ma piuttosto consono in accenti e accenni l’economista Pierre Salama che assegna al capitalismo una sorta di regia della cattiva distribuzione delle risorse a livello mondiale: «La genesi del sottosviluppo si spiega con l’integrazione delle economie naturali nel processo di sviluppo del capitalismo a livello mondiale. La trasformazione delle economie naturali in economie sottosviluppate non è che l’altra faccia dello sviluppo del capitalismo su scala mondiale. Queste economie si sottosviluppano a vantaggio delle economie del centro industrializzato. Questo processo di sottosviluppo spiega l’esistenza di forme di produzione feudali, create da condizioni favorevoli allo sviluppo industriale», Pierre Salama, Il processo di sottosviluppo, Jaca Book, Milano, 1973, p. 14. Il libro di Salama analizza accumulazione del capitale, ripartizione dei redditi, volume dell’occupazione tra centro e periferia sciogliendo le proprie conclusioni in un inno alla rivoluzione «che deve essere, insieme, antimperialista e anticapitalista, vale a dire permanente», Ivi, p. 191)), che porta a quella contrapposizione, non solo semantica, centro-periferia((Sulla nozione di Centro e Periferia vedi Celso Furtado, Teorie dello sviluppo economico, Laterza, Bari, 1972, pp. 256-267)), base e fase essenziale del dibattito da allora in poi. Se la storia dimostra che la dipendenza coloniale introduce poi alla dipendenza economica, si deve perciò riflettere su come liberarsi da una situazione di fondo dell’economia mondiale in cui c’è un sistema duale dove la produttività aumenta in maniera esponenziale al centro e rallenta in periferia a causa sia di strutture e istituzioni risalenti all’epoca coloniale sia in virtù dell’andamento dei termini di scambio che penalizzano i paesi del Terzo Mondo, esportatori di materie prime e importatori di lavorati industriali. Questa impostazione teorica marxista nasce e si sviluppa per merito di studiosi latinoamericani raggruppati intorno alla figura dell’intellettuale argentino Raùl Prebisch e della struttura da lui guidata tra il 1948 e il 1962, la CEPAL [Commissione Economica per l’America Latina, con sede a Santiago del Cile, nda]((La CEPAL è stata indubbiamente una palestra che ha formato una generazione di studiosi tra cui vanno menzionati il brasiliano Celso Furtado, il messicano Juan Noyola, i cileni Anìbal Pinto e Osvaldo Sunkel)). Un’organizzazione che per prima ha segnalato la dicotomia centro-periferia all’interno del sistema economico mondiale, che ha rafforzato la percezione di una forte diseguaglianza all’interno delle dinamiche degli scambi internazionali((Vedi Loris Zanatta, Storia dell’America Latina contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 2010, pp. 125-128 e 155-15)) e che ha avuto poi un ruolo tutt’altro che confinato alla sola “accademia”((Lo segnala Louis Baeck: «Essendo una istituzione che lavorava per tutta la regione, la CEPAL funzionava come cinghia di trasmissione di idee e di linee guida per lo sviluppo e aveva una notevole influenza sui segmenti economici delle burocrazie dei vari Stati. Tra l’altro, attraverso corsi di addestramento per manager di Stato l’istituzione era in grado di diffondere i suoi canoni per tutta l’America Latina», Louis Baeck, Albori e apogeo dell’economia dello sviluppo, in Valerio Castronovo (a cura di), Storia dell’economia mondiale, cit., pp. 204-205)). Un gruppo che ha poi visto al suo interno una suddivisione in due blocchi contrapposti a proposito del problema del sottosviluppo a cavallo del ’68. Da un lato un gruppo radicale neo-marxista che punta sul “salto” a piè pari della fase borghese sulla scorta dell’esempio intravisto nella rivoluzione cinese e su un’attenzione maggiore alle “campagne”, uno sguardo che ha avuto un peso persino spropositato all’interno dell’immaginario della sinistra europea e italiana in particolare((Se si dà una scorsa alle pubblicazioni della nuova sinistra italiana alla fine degli anni ’60 l’attenzione e l’attrazione verso questo modello era piuttosto generale. In questo senso si segnalano soprattutto le sinologhe Edoarda Masi ed Enrica Collotti Pischel. Vedi per l’aspetto relativo alla non transizione per il capitalismo borghese Edoarda Masi, Note sulla rivoluzione culturale cinese, in “Quaderni piacentini”, n. 30, aprile 1967 e per l’afflato contadino delle lotte antimperialiste Enrica Collotti Pischel, Guerriglia e guerra nel Vietnam: il fallimento delle logiche repressive di fonte alla rivoluzione anticoloniale contadina, in “Questitalia”, anno 10, n. 110, maggio 1967)). Dall’altro lato un raggruppamento più moderato che presta maggiore attenzione alle strutture sociali interne. In questa sede è sufficiente dare alcuni cenni sulle differenze tra queste due impostazioni. il filone più “moderato” pone quindi in maggior risalto i fattori interni (soprattutto il ruolo dello stato) e socio-politici come le cause prime della dipendenza. Inoltre non giudica incompatibili sviluppo e dipendenza teorizzando uno sviluppo dipendente associato((Per quanto concerne gli esponenti della scuola neo-marxista vanno ricordati Marini e Dos Santos (Theotonio Dos Santos, La nuova dipendenza, Jaca Book, Milano, 1971) della seconda Cardoso, Furtado e Faletto (Celso Furtado – Enzo Faletto, Dipendenza e sviluppo in America Latina, Feltrinelli, Milano, 1971))). L’approccio neo-marxista, al contrario, pone l’accento sul colonialismo e l’ineguaglianza degli scambi, la natura prevalentemente economica della dipendenza e la sua incompatibilità con lo sviluppo.

È perciò importante rilevare come il filone della dipendenza rafforzi semanticamente il concetto di distanza, di diseguaglianza, d’ingiustizia. In questo senso bene fa Umberto Melotti, sia pure a decenni di distanza, a sfrondare degli aspetti più ideologici (e datati) l’intera analisi del problema sottosviluppo attaccando quello che lui chiama l’unilateralismo anti-coloniale, che è poi il riflesso di ciò che prenderà il nome di neocolonialismo:

Allora era molto in voga l’interpretazione del sottosviluppo come riflesso del periodo coloniale e quindi del colonialismo. Si davano come assodati alcuni dogmi come lo sfruttamento dell’Occidente, l’imposizione della coltura monoprodotto, l’andamento dei termini di scambio. Un giogo economico che aveva rimpiazzato quello politico. Non c’era – come ti ho detto a proposito di Cuba – nessuna riflessione su ciò che era la realtà del paese. Mancavano del tutto gli elementi endogeni. Il primo – gliene va dato atto – che fece delle riflessioni su questo è stato Samir Amin, un egiziano che aveva studiato in Occidente e che fu il primo a mettere in discussione l’unilateralismo anti-coloniale. Anche io con la rivista “Terzo Mondo” ho dato un contributo in tal senso((Testimonianza di Umberto Melotti (già fondatore della rivista “Terzo Mondo”) raccolta a Milano il 22 ottobre 2010)).

Le riflessioni dello studioso milanese, in parte autocritiche((Ancora Melotti in un suo libro del 1966 dedica molte pagine e tabelle a riflessioni sulla monocultura e sulla mono-esportazione, illustrando casi quasi patologici (il 65% delle esportazioni di Cile e Ghana riguardavano rispettivamente rame e cacao; la Colombia esportava al 95% materie prime tra cui in primis il caffè; la Costa d’Avorio esportava al 80% del suo totale esportazioni, caffè e cacao). Vedi Umberto Melotti, Fame e sottosviluppo nel mondo, Edizioni la Culturale, Milano, 1966, pp. 108-126. I dati riportati fanno riferimento alle tabelle in Ivi, p. 110 e p. 111)), mettono a fuoco uno strabismo pregiudiziale piuttosto diffuso tra gli studiosi alla fine degli anni ’60 e cioè che le ragioni esogene del sottosviluppo fossero premianti su quelle endogene e che le motivazioni economiche e geopolitiche fossero prevalenti su quelle storiche. André Gunder Frank a cavallo del 1970, attraverso una serie di studi che riguardano l’America Latina((André Gunder Frank, Capitalismo e sottosviluppo in America Latina, Einaudi, Torino, 1969 e André Gunder Frank, America Latina: sottosviluppo o rivoluzione, Einaudi, Torino, 1971)), riformula la teoria della dipendenza prefigurando un sistema mondiale capitalista che per sua natura ha generato sviluppo al centro e sottosviluppo in periferia((Gunder Frank non ha dubbi nell’indicare un nesso diretto ed evidente tra capitalismo e sottosviluppo: «Una massa crescente di documenti suggerisce, ed io ho fiducia che la ricerca storica futura lo confermerà, che l’espansione del sistema capitalistico nei secoli passati ha permeato in modo efficace e integrale perfino i settori manifestamente più isolati del mondo sottosviluppato. Perciò le istituzioni e i rapporti economici, politici, sociali e culturali che ora osserviamo là sono il prodotto dello sviluppo storico del sistema capitalistico non meno di quanto lo siano le caratteristiche apparentemente più moderne o capitalistiche delle metropoli nazionali di questi paesi sottosviluppati», André Gunder Frank, America Latina: sottosviluppo o rivoluzione, cit., p. 25)). Esiste perciò uno sviluppo del sottosviluppo, sorta di economia dello sviluppo di derivazione dal centro((Una teoria chiaramente influenzata dalla lettura del capitalismo come vettore imperialista e che è stata attaccata soprattutto perché non riusciva a scorgere all’interno dei problemi determinati dal sottosviluppo o non sviluppo dell’America del sud classi e strutture sociali pre-capitalistiche e feudali. Si veda in proposito Giovanni Arrighi, Struttura di classe e struttura coloniale nell’analisi del sottosviluppo, in “Giovane critica”, n. 22-23, primavera 1970, pp. 44-46. Arrighi che aveva studiato alcuni casi africani, la Rhodesia in primis, nella spiegazione del sottosviluppo diverge da Frank poiché mette al centro il probema della struttura di classe e quindi dei rapporti interni a un paese tra i mezzi di produzione e lo Stato, per cui sostanzialmente «l’analisi della struttura coloniale dovrebbe essere incorporata nell’analisi della struttura di classe», Ivi, p. 46. Vedi anche Ernesto Laclau, Feudalesimo e capitalismo in America Latina, in “Problemi del socialismo”, anno 13, n. 5-6, maggio-giugno 1972, pp. 767-791)) e da questo assolutamente e imprescindibilmente dipendente. In altri termini una «conseguenza necessaria»((André Gunder Frank, Capitalismo e sottosviluppo, cit., p. 27)) dell’espansione del centro((Un’ulteriore approfondimento della “diversità” di sviluppo tra paesi del Nord e del Sud giunge nei primi anni ’70 da Samir Amin, direttore dell’IEDEP, l’Istituto economico per lo sviluppo e la pianificazione con sede a Dakar, in un celebre saggio Lo sviluppo ineguale, pubblicato in Italia da Einaudi nel 1974, ma uscito l’anno precedente a Parigi. Amin compie un’analisi in grado di riaffermare il carattere di assoluta ineguaglianza degli scambi e dei rapporti economici tra Nord e Sud. Un libro che amplia un dibattito vecchio di anni. Vedi il saggio (la cui traduzione, compiuta 4 anni dopo la prima edizione in lingua inglese, viene caldeggiata da Raniero Panzieri) di Thomas Balogh, Una società di ineguali. Saggi sullo squilibrio e gli scambi internazionali, Einaudi, Torino, 1967 sulle ineguaglianze degli scambi tra i paesi con ovvio danno verso quelli del Terzo Mondo. Un dibattito allargato dallo studioso greco Arghiri Emmanuel, Lo scambio ineguale, Torino, Einaudi, 1972. In sintesi la tesi di Emmanuel è che i salari nazionali sono liberi e determinati all’interno delle proprie comunità nazionali da agenti politico-istituzionali più che dal mercato. Questo comporta – sempre nella tesi di Emmanuel – che la libera variabilità dei salari nazionali avvantaggi chi ha un livello retributivo più alto, creando in tal modo uno squilibrio. Argomenti che innescano una discussione che frutta un altro testo importante. Vedi Eugenio Somaini, Arghiri Emmanuel, Luciano Boggio, Michele Salvati, Salari, Sottosviluppo, Imperialismo. Un dibattito sullo scambio ineguale, Torino, Einaudi, 1973. È questo un libro particolarissimo in cui i tre studiosi italiani (Somaini, Boggio e Salvati) pongono una serie di domande e confutazioni allo studioso greco cui egli risponde nel quarto e ultimo capitolo. Non si può dimenticare infine Immanuel Wallerstein, Il sistema mondiale dell’economia moderna, voll. 1-2, Il Mulino, Bologna, 1978-1982. Un’analisi che, in un’ottica marxista, preannuncia vagamente la globalizzazione prossima ventura disegnando l’idea di un “sistema-mondo” che coinvolge un network mondiale con degli stati centrali che – manipolando gli scambi – arrivano a una posizione dominante che hanno naturalmente tutta la convenienza a mantenere, alla faccia dei farisaici piani di aiuto allo sviluppo. Tutte queste impostazioni teoriche prestano il fianco (secondo Louis Back) alle dinamiche endogene e finiscono per «perdere di vista le traiettorie dello sviluppo interno e i problemi della periferia». Vedi Luois Baeck, Albori e apogeo dell’economia dello sviluppo, cit., p. 207)). Solo in apparenza parliamo di querelle accademiche, poiché le ricadute sull’impostazione di quelle “avanguardie” occidentali che alimentano dibattiti e conferenze sensibilizzando e mobilitando, sono presenti e in certi casi vistose. Anche le loro riflessioni e interpretazioni riflettono la vague della dipendenza come specchio della situazione economica mondiale e in ultima analisi degli egoismi occidentali da contrastare. Pensiamo solo al fatto che nel documento base della FOCSIV, la principale Federazione italiana di organismi di volontariato di ispirazione cristiana, approvato alla fine di settembre del 1973 si legge in uno dei primi punti che «ragionevolmente si può pensare che la causa vera del sottosviluppo sia da ricercare nel fenomeno della dipendenza che si realizza sia nei rapporti internazionali sia all’interno dei singoli Paesi tra gruppi dominanti e masse dominate»((Documento base della FOCSIV, in La Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario, edizione fuori commercio, Roma, 1984, p. 7)). In questo senso Nord-Sud, centro-periferia, paesi sviluppati e “in via di”, sono tutte dicotomie che sembrano figurare un conflitto di modernità che rafforza inevitabilmente il sentire comune di una distanza tra noi e loro. Quello che cambia rispetto a prima è che aumenta il numero di persone che oltre a dichiararsi contrari a questa situazione, agiscono per cambiarla, cercando nello sviluppo “buono” un possibile soggetto attivo di tale cambiamento. La scuola della dipendenza è perciò la prima breccia critica alle impostazioni figlie dell’onda lunga del Piano Marshall stancamente riapplicato al Terzo Mondo. La generale crisi delle teorie dello sviluppo dà vita sul finire del decennio a teorizzazioni alternative che impostano una loro visione fieramente avversa a qualsiasi forma di etnocentrismo ancorata alla ricerca di uno sviluppo dal basso con soluzioni locali come prova a fare il presidente della Tanzania con il suo “socialismo africano” o di famiglia((Gilbert Rist, Lo sviluppo, cit., pp. 130-143. Rist nel suo consueto stile caustico ma arguto sottolinea come la stessa self reliance non può prescindere da un meccanismo internazionale di redistribuzione che prevenga la possibilità concreta e reale – basata sul semplice fatto che esistono risorse che certi paesi hanno e altri no – che si crei anche con questo sistema un centro sviluppato e una periferia sottosviluppata)). Da un lato è «logica conseguenza della scuola della dipendenza»((Ivi, p. 132)), dall’altro ci appare come una formula non così distante da quella filosofia di intervento che occuperà lo spazio mentale di riferimento degli anni ’70 e ‘80((La percezione della possibilità di farcela da soli passerà inevitabilmente per esaltazioni e delusioni, come la grande crisi dell’indebitamento dei primi anni ’80 si incaricherà ben presto di dimostrare. A livello dei “grandi”, la data comunque focale del decennio è il 26 agosto 1982. Il Messico dichiara pubblicamente che non potrà più onorare i propri debiti. Esplode così il caso dell’indebitamento dei Paesi in Via di Sviluppo. Il problema del sovra-indebitamento ha innescato un dibattito lungo, complesso e articolato. Le soluzione nel tempo prospettate sono state a grandi linee 4. In primis la rinuncia o la sospensione dei crediti: alcuni paesi creditori hanno trasformato il credito in dono (segnalo gli accordi di Toronto del 1988 e la cancellazione del 50% del debito dell’Egitto in seguito al suo “amichevole” sostegno alla guerra del Golfo) o hanno sospeso il debito (in alcuni casi subendo una decisione unilaterale del Paese in via di sviluppo, vedi il caso della Bolivia nel 1984 e del Brasile, che nel 1987 dichiara una moratoria sul pagamento degli interessi, salvo poi “pentirsi” 8 mesi più tardi causa le ritorsioni economiche subite). In secundis una proroga (caso messicano con lo riscadenziamento in 14 anni del debito di 48,5 miliardi di dollari). Quindi il terzo caso che prevede nuovi crediti da parte per lo più di istituzioni finanziarie come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (il Piano Baker del 1985 che concede a 20 paesi pesantemente indebitati un aiuto tramite “raccomandazioni” alle banche private). Infine la raccomandazione di operare una rinegoziazione basata su un abbattimento della sua quotazione e relativa trasformazione dei debiti in obbligazioni o in investimenti. Vedi André Gauthier, L’economia mondiale dal 1945 ad oggi, Il Mulino, Bologna, 1998, pp. 576-582)), almeno quanto l’assistenza tecnica lo è per gli anni ’60: la self reliance((Self Reliance che sta per “credere nelle proprie forze” apre la strada all’idea di dover fondare l’aiuto allo sviluppo in un rapporto alla pari di cooperazione per l’appunto tra paesi. Una ancora ottima sintesi della Self Reliance in Johan Galtung – Peter O’Brien – Roy Preiswerk (a cura di) Self Reliance. A strategy for development, Bogle, London, 1980, pp. 19-44)), letteralmente farcela da sé. Esprime l’auspicio che ciascuna nazione possa trovare in proprio le risorse e le energie per poter arrivare a quell’auto-sviluppo che assume una valenza sempre più preponderante nel panorama mentale già dalla fine degli anni ’60. Questo perché, anche in conseguenza dei fallimenti del primo Decennio, ci si accorge sia dei limiti dello sviluppo((In questo il biennio 1972-1973 sarà fondamentale. Esce a cura del Club di Roma I limiti dello sviluppo, il primo testo a porre il problema della limitatezza delle risorse della terra, e quindi, implicitamente sulla razionalizzazione del loro impiego Donella H. Meadows, Dennis Meadows, Jørgen Randers, William W. Behrens III, I Limiti dello sviluppo. Rapporto del System Dynamics Group Massachusets Institute of Technology (MIT) per il progetto del Club di Roma sui dilemmi dell’umanità, Mondadori, Milano, 1972. L’anno seguente lo shock petrolifero con l’aumento del prezzo del petrolio che passa da 3 a 12 dollari il barile nello spazio di un mattino innesca un dibattito che cambia in profondità l’approccio allo sviluppo. Si passa dalla macro-economia alla micro-economia. Ciò che conta è adesso il bisogno di base, l’esigenza – anche minima – di miglioramento delle condizioni di vita del singolo abitante, comunità, villaggio del Terzo Mondo)) sia dell’esigenza di ricercare delle ricette condivise con gli “assistiti”(In questo contesto si posizionano le richieste intellettuali di uno sviluppo altro, diverso. Nel 1975 si distingue in questo la Dag Hammaskjold Foudation di Uppsala con l’elaborazione di un rapporto il cui titolo What now. Another development è piuttosto indicativo (si dovranno attendere 15 anni per averne una parziale traduzione italiana. Vedi Verso uno sviluppo diverso, in Alberto Tarozzi (a cura di), Visioni di uno sviluppo diverso, Gruppo Abele, Torino, 1990, pp. 43-59). Da lì il passo verso una riconsiderazione abbastanza radicale è breve. Nasce il basic-needs model, un modello che si basa su alcuni pilastri: investimento su sistema produttivo rurale e la cosiddetta economia informale urbana; accessibilità di strati finora trascurati della popolazione a servizi essenziali quali istruzione, sanità, trasporti; sforzo di emancipazione della popolazione)). Un’altra stagione che, come per quanto riguarda temi, aspetti, criticità proprie della materia negli anni ’60, vede l’Italia in forte ritardo, soprattutto dal punto di vista della cultura della sua classe dirigente.

3.         L’Italia, ovvero «tecnici e missionari»

È noto che, alle varie esigenze del processo di sviluppo in corso in un paese, corrispondono in astratto tipi di intervento e di durata dell’intervento: dai doni ai prestiti, ai consolidamenti, ai crediti all’esportazione, agli investimenti privati, ecc.. lo scopo è di convogliare i diversi tipi di intervento verso le esigenze che più sono adatti a soddisfare, e non solo di accrescerne la quantità in via indiscriminata. Ciò presuppone un esame profondo della situazione economica del paese assistito, non solo dal punto di vista della capacità di rimborsare l’aiuto, ma anche e soprattutto da quello della capacità di assorbirlo, e di assorbire determinate forme di esso, anziché altre. Ed è per accrescere simile capacità assoluta e relativa di assorbimento che l’aiuto va preceduto da una opera adatta di assistenza tecnica, di pre-investimento e di forme di intervento non finanziario diretto, che condizionano l’impiego efficace dei capitali nei vari settori produttivi((Brano tratto da un discorso pronunciato a Roma il 25 gennaio 1961 nella sede del Banco di Roma, vedi Giuseppe Pella, O.C.S.E. – dalla cooperazione europea alla cooperazione euro-americana, Centro Italiano Studi per la riconciliazione internazionale, pubblicazione a cura del Banco di Roma, 1961, p. 46)).

Uno strumento questo dell’assistenza dei Paesi in Via di Sviluppo che, nelle parole di Giuseppe Pella, al tempo (1961) Ministro del Bilancio italiano, è proprio di una comunità «intercontinentale o oceanica, volta a compiti interni di rafforzamento economico, e a compiti esterni di assistenza al mondo in via di sviluppo»((Ivi, p. 33)). Questo breve intervento dell’uomo politico biellese esponente di spicco della Democrazia Cristiana presenta in nuce tutte le caratteristiche (o giustificazioni) dell’aiuto pubblico allo sviluppo nei primi anni ‘60((Già un paio d’anni prima lo stesso Pella nella qualità di Ministro degli Affari Esteri in un discorso al senato (10 luglio 1959) aveva parlato di assistenza ai paesi meno sviluppati come parte di una politica più ampia che vedeva l’integrazione europea (tema ripreso nel discorso qui citato del 1961) e la liberalizzazione degli scambi come rilevanti «ai fini» dell’equilibrio tra i due blocchi. Vedi Luigi Vittorio Ferraris, La politica italiana di cooperazione allo sviluppo, in Luciano Tosi (a cura di), L’Italia e le organizzazioni internazionali. Diplomazia multilaterale nel novecento, CEDAM, Padova, 1999, p. 327)): la ricerca di un consolidamento interno motivato dal fatto che l’aiuto al mondo meno sviluppato regge se l’espansione in Occidente non viene smorzata e lo sforzo di procedere a uno sviluppo economico e commerciale che, sostenendo le economie occidentali, possa contribuire al decollo di quello che si inizia a chiamare Terzo Mondo((Nel 1959 durante una riunione dei Ministri degli Affari Esteri della Comunità Europea Pella suggerisce di creare un Comitato ad-hoc per studiare la politica di aiuto ai paesi in via di sviluppo. In quell’occasione precisa cosa intende lui e di converso il governo italiano per aiuto: «Per quello che riguarda l’aiuto ai paesi in via di sviluppo bisognerebbe capire cosa si intende per aiuto. Conviene in questo senso limitarsi a perseguire un’azione sotto la forma abituale del finanziamento a titolo gratuito o a titolo di prestito destinato a coprire le spese per le importazioni di questi paesi o in termini generali di finanziamento delle strutture di base, oppure conviene – ed è l’intendimento del governo italiano – incoraggiare le correnti di scambio con i paesi in via di sviluppo, ovvero creare delle possibilità di esportazioni per arrivare ad aumentare le importazioni e studiare ugualmente quale tipo di assistenza tecnica privilegiare. E infine andrebbero anche identificati i paesi verso cui orientare gli aiuti», Vedi Houda Ben Hamouda, La politique de coopération européenne envers les pays maghrébins dans les années 60, in Antonio Varsori (a cura di), Dimensioni storiche della cooperazione internazionale, Cleup, Padova, 2001, p. 19)). Il discorso di Pella guarda all’equilibrio dei blocchi, alla liberalizzazione degli scambi in Europa e al clima del tempo che sembra tendere a un avvicinamento di paesi e popoli, non solo sul piano emotivo((È di grande interesse – ancorché forse un po’ troppo messianica – ancora la riflessione del “tecnico” Pella a proposito della «crescente integrazione delle economie, caratteristica dei nostri tempi, che avvince le varie parti del mondo ad uno stesso destino», Giuseppe Pella, O.C.S.E., cit., p. 34)).

Un aiuto pubblico allo sviluppo che il ragionier Pella nella sua visuale onesta da revisore dei conti non vede come un finanziamento a fondo perduto, chiaro specchio del tempo e del luogo. L’Italia di quegli anni immagina un sostegno alle economie deboli e in via di sviluppo come “non incondizionato”((Per tutti gli anni ’50 le preoccupazioni furono essenzialmente quelle di riuscire a barcamenarsi tra l’anelito statunitense a farla finita con il colonialismo e gli ultimi fuochi rappresentati dalla testardaggine di Inghilterra e Francia (quest’ultima soprattutto) a non voler dismettere l’impero coloniale. Già dagli anni ’60 inizia a farsi strada – anche per le “spinte” terzomondiste, ma non solo, della società civile – un atteggiamento più pronto a “investire” sui paesi nuovi. Sulla politica estera italiana tra gli anni ’60 e ’80 del novecento vedi Annamaria Gentili – Angelo Panebianco, La politica dell’Italia. Continuità d’indirizzo ma scarsa autonomia, in “Politica Internazionale”, n. 8-10, agosto-ottobre 1975, pp. 42-52)) e in cui i tecnicismi utilizzati (pre-investimento, assistenza tecnica, forme di intervento non finanziario diretto) nascondono una gran voglia di non impegnarsi fattivamente e in prima persona((Giampaolo Calchi Novati nel fondamentale saggio sulle prospettive della cooperazione italiana sottolinea come i canali multilaterali «si conciliano poco con un’impronta “politica” e “personalizzata”», Giampaolo Calchi Novati, La cooperazione allo sviluppo: una scelta per la politica estera italiana, in IPALMO, Cooperazione allo sviluppo: una sfida per la società italiana, Milano, Franco Angeli, 1982, pp. 33-34)). Che l’Italia repubblicana nel suo primo quarto di secolo di vita sia stata piuttosto latitante nel campo dell’aiuto allo sviluppo è interpretazione piuttosto diffusa e pacifica negli studiosi((Pierangelo Isernia definisce senza mezzi termini il periodo 1951-1971 come la fase di «non politica» di cooperazione. Rifacendosi ai lavori di Monti e Alessandrini, Isernia parla di legislazione in materia confusa, interventi episodici e disarticolati che rispondono a esigenze e pressioni differenti e non coordinate. Vedi Pierangelo Isernia, La cooperazione allo sviluppo, cit., pp. 76-86)), anche se lavori più recenti((

Angela Villani con l’avallo di un importante messe documentale dell’Archivio Storico diplomatico italiano critica la lettura diffusa tra gli studiosi di un decennio 1955-1965 di assoluto immobilismo in questo campo. L’Italia preferisce fare la propria politica di cooperazione soprattutto tramite l’aiuto multilaterale appoggiandosi alle Nazioni Unite. Il paese appena entrato nell’ONU (dicembre 1955) decide difatti di trasferire al Palazzo di vetro il proprio impegno riguardante la cooperazione, aderisce all’iniziativa di creare un Fondo Speciale delle Nazioni Unite (1958), si “fa” eleggere presso il Consiglio Economico e sociale (1961), esprime la formula trade and aid in contrapposizione a quella meno “morbida” del trade not aid, sostiene la nascita del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) nel 1965. Lo stesso anno in cui Amintore Fanfani – innegabilmente sostenuto anche dai paesi del Terzo Mondo – viene eletto (21 settembre) alla presidenza della XX sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU, Vedi Angela Villani, La politica italiana di cooperazione allo sviluppo in Luciano Tosi – Lorella Tosone (a cura di), Gli aiuti allo sviluppo nelle relazioni internazionali del secondo dopoguerra, CEDAM, Padova, 2006, pp. 167-186.

La mia impressione è che la tesi della Villani sia plausibile solo se “decontestualizzata”. In altre parole è vero che ci sono negli anni del boom economico alcuni sforzi da parte della politica estera di ritagliarsi un ruolo nel sistema di aiuti ai paesi del Terzo Mondo preferendo la via multilaterale. Tuttavia vanno considerate due obiezioni.

La prima è di merito. Il canale multilaterale può apparire un’opzione indubbiamente sensata poiché denota l’intenzione di affidarsi ad agenzie specializzate o strutture percepite come competenti in materia di aiuti a paesi poveri. E tuttavia questa delega a enti, organismi, agenzie sovranazionali comporta l’indebolimento o la rinuncia a ricercare dei canali diretti con i paesi poveri. Questo è un punto nodale poiché la cooperazione tra Stati indubbiamente obbedisce a stimoli, influenze, situazioni interne, ma certamente è anche risultante di una parola che ha poco a che fare (apparentemente) con la solidarietà: interessi. Dire che questi sono maggiormente tutelati quando vi sono canali diretti sembra addirittura pleonastico. Eppure tale aspetto è stato comunemente definito come “mercantile” negli anni ’80 e ’90 da parte di alcuni studiosi.

La seconda obiezione è di ordine numerico. Pur presente, l’aiuto tramite il canale multilaterale dell’Italia è quasi risibile (mai superiore al 2,5% del totale dei contributi totali del DAC nel decennio 1960-70) se paragonato agli altri paesi del DAC e che nell’unico periodo del decennio – il biennio 1966-1968 – in cui i fondi italiani di aiuto allo sviluppo aumentano, questo è in ragione dell’impegno bilaterale in Somalia. Vedi Nelida Ancora – Stefano Manservisi – Roberto Vanore, Il processo di maturazione dei concetti e principi guida della cooperazione multilaterale italiana negli anni settanta, in Sergio Alessandrini (a cura di), La politica italiana di cooperazione allo sviluppo, Giuffrè-Finafrica-Cariplo, Milano, 1983, pp. 39-43)) hanno rivalutato l’attività dell’Italia in materia all’interno degli anni ’60. Sono semmai le industrie italiane, in gran parte a partecipazione statale, a “investire” soprattutto nei paesi africani di recente indipendenza (e prossimità geografica), come rileva Giovagnoli((Ricorda Giovagnoli: «Nel 1960 anche l’Italia entrò nel DAC, Gruppo di assistenza allo sviluppo, formato dai paesi più industrializzati. Tuttavia, le risorse finanziarie ed umane destinate alla cooperazione rimasero limitate: i contribuiti italiani alle Organizzazioni Internazionali restarono inferiori, in termini relativi, a quelli di molti altri paesi di dimensioni più modeste e di inferiore peso internazionale. Furono soprattutto le industrie italiane, in buona parte a partecipazione statale, interessate ad una presenza nei paesi africani di recente indipendenza, a premere sul governo perché si instaurassero più intensi rapporti bilaterali con questi paesi», Agostino Giovagnoli, Stato nazionale e cooperazione internazionale nella classe dirigente cattolica, in Luciano Tosi (a cura di), L’Italia e le organizzazioni internazionali, cit., p. 175)). L’arrivo sulla scena internazionale dei “paesi nuovi” a partire soprattutto dal 1960 comporta una ridefinizione degli equilibri determinati dalla Guerra Fredda. Una situazione che non tutti i paesi occidentali sembrano cogliere in maniera lucida, anche a causa – ed è il caso italiano – della situazione politica interna che determina una sorta di duplicazione della contrapposizione tra i blocchi((Carlo M. Santoro sottolinea come in Italia «era ancora forte la contrapposizione ideologica fra governo e opposizione di sinistra, che indubbiamente contribuiva a occultare il significato strutturale di quegli eventi per sostituirvi una scelta apparentemente obbligata di blocco a favore o contro i nuovi paesi del sud del Mondo». Santoro in sostanza opera una sovrapposizione tra Nord e Sud del mondo da un lato e destra e sinistra in Italia per spiegare la mancanza di una «più matura iniziativa politica verso i paesi di recente indipendenza sia da parte del governo sia da parte del Ministero degli Esteri», Carlo M. Santoro, La politica estera di una media potenza. L’Italia dall’Unità a oggi, Il Mulino, Bologna, 1991, pp. 201-210 (le citazioni sono entrambe a p. 202))).

È da questo cambio di morfologia delle relazioni internazionali che muove i primi passi quella corrente neoatlantica che caratterizza la politica estera italiana di quegli anni. Un’espressione di una parte dell’élite cattolica (La Pira, Mattei, Gronchi, Fanfani((Sul ruolo di Fanfani all’interno della politica estera italiana a cavallo degli anni ’60 vedi: Evelina Martelli, L’altro atlantismo. Fanfani e la politica estera italiana (1958-1963), Guerini e Associati, Milano, 2008, pp. 13-106; Giuseppe Mammarella – Paolo Cacace, La politica estera dell’Italia. Dallo Stato unitario ai giorni nostri, Laterza, Roma-Bari, 2010, pp. 206-224))) che ha dato un contributo rilevante alla modifica di impostazione della politica estera che è parte del “carattere” originario di uno Stato e anche l’asse intorno al quale si è sempre voluto inserire non solo l’aiuto pubblico ma anche la stessa cooperazione allo sviluppo((È immortalato in tutte le pubblicazioni relative dall’incipit della legge 49/87: «La cooperazione è parte integrante della politica estera dell’Italia» (vedi legge 49/87 «Nuova disciplina della cooperazione dell’Italia con i paesi in via di sviluppo»). Lo conferma lo stesso Calchi Novati alla Conferenza del 1981 sulla cooperazione allo sviluppo: «Non è concepibile né teoricamente né praticamente una politica della cooperazione in contrasto con gli orientamenti generali della politica estera. È vero invece che la cooperazione può diventare uno strumento attivo di politica estera», Giampaolo Calchi Novati, La cooperazione allo sviluppo: una scelta per la politica estera italiana, cit., p. 30)). L’aiuto o assistenza ai paesi sottosviluppati non sembra tuttavia parte attiva della politica estera italiana nei primi anni ’60, al di là degli sforzi neutralisti di Gronchi, delle invadenti eppure innovative iniziative di Enrico Mattei e soprattutto della formazione del cosiddetto neo-atlantismo((Sul neoatlantismo vedi Alessandro Brogi, L’Italia e l’egemonia americana nel Mediterraneo, La Nuova Italia, Firenze 1996, pp. 295-339. Brogi identifica nel neoatlantismo un aspetto nazionalista: rafforzamento del vincolo con la potenza egemone tramite iniziative condotte nell’area mediterranea che facessero da contrappeso al terzaforzismo gollista e un aspetto neutralista (fondato invece su un sostegno al non allineamento nasseriano. Vedi pp. 295-299. Più attento alle falle dello stesso in ragione della svolta del centro-sinistra e decisamente scettico sulla sua effettiva validità Formigoni: «Il neoatlantismo non emerse insomma come nuova possibile sintesi condivisa nella vicenda democristiana ma restò prospettiva incerta quanto parziale». Vedi Guido Formigoni, Democrazia Cristiana e mondo cattolico dal neoatlantismo alla distensione, in Agostino Giovagnoli – Luciano Tosi (a cura di), Un ponte sull’Atlantico. L’alleanza occidentale 1949-1999, Guerini e Associati, Milano, 2003, pp. 149-155 (citazione a p. 155). Più attenta al contesto internazionale e al tentativo di combinare atlantismo ed europeismo la Martelli in una monumentale ricerca sul quinquennio 1958-1963. Vedi Evelina Martelli, L’altro atlantismo, cit. Vedi inoltre Massimo De Leonardis, La politica estera italiana, la NATO e l’ONU negli anni del neoatlantismo (1955-1960), in Luciano Tosi (a cura di), L’Italia e le organizzazioni internazionali, cit., pp. 201-233)).

In questo senso l’aiuto allo sviluppo dei paesi del Terzo Mondo è sostanzialmente demandato ad altri e svolto per “interposte persone”((Il riferimento è ovviamente alla figura del volontario internazionale, vero perno dell’intera legislazione italiana negli anni ’60)), come rileva, in un incontro con il Pandit Nehru del 1962, l’allora Presidente del Consiglio italiano Amintore Fanfani esprimendo i suoi «fervidi auguri per lo sviluppo dell’India cui concorre anche l’Italia con l’opera dei suoi tecnici e con lo zelo dei suoi missionari»((Nehru-Segni-Fanfani, in “Stampa e Documentazione”, anno 13, n. 9, settembre 1962, p. 32)).

Tecnici e missionari, quindi. Questo il contributo che lo Stato italiano prevede nel 1962 come sostegno a un Paese in Via di Sviluppo come l’India. Si spiega in questo senso un approccio incentrato sulla delega, con processi non in prima persona, decisioni timide e rinviabili, fondi messi a disposizione dei paesi “poveri” scarsi(( È abbastanza indicativo che il contributo annuale all’intera cooperazione italiana sia, nel periodo 1965-1968, pari a quanto raccolto dalla “Stampa” di Torino in un mese per la campagna contro la carestia in India del 1966 (un miliardo di lire dell’epoca). Vedi Luigi Vittorio Ferraris, La politica italiana di cooperazione, cit., p. 329)) e inviati tramite le principali Organizzazioni Internazionali((Come rileva Sergio Alessandrini utilizzando dei dati piuttosto indicativi: «Nel 1961 il 77,4% dell’aiuto pubblico allo sviluppo è costituito da apporti bilaterali. Tale proporzione scende al 47,5% nel 1965 e al 42,6% nel 1970», vedi Sergio Alessandrini, La politica italiana di cooperazione allo sviluppo, cit., p. 261)).

Il problema è perciò – in questo contesto di assenza piuttosto accentuata da parte del “potere” -riuscire a comprendere come la società italiana inizia a introiettare l’idea di un Terzo Mondo sovrapposto all’area del sottosviluppo, rendendo più semplice, quantunque non poco arduo, il lavoro di quei gruppi in appoggio ai paesi poveri, che cominciano a strutturarsi in movimento alla fine del decennio. In questo ci sono diversi attori che esercitano una funzione essenziale come l’informazione, base di partenza per la sensibilizzazione e la mobilitazione di numerosi simpatizzanti e militanti del movimento che nasce in quegli anni per combattere la fame nel mondo.

Per primi abbiamo una nuova generazione di studiosi che sono agenti non secondari della modernizzazione degli studi in materia((Sulla difficoltà di archiviazione del proprio passato coloniale, lasciato più all’analisi critica degli studiosi che non a un processo generale comunitario di elaborazione collettiva, interverranno proprio in quegli anni anche studi di africanisti che non erano più i soli “coloniali”, ma anche giovani studiosi che iniziavano il loro percorso di ricerca, pur se non di rado contrastati dall’ambiente accademico di provenienza. Uno dei principali studiosi del Terzo Mondo negli anni ’60, Umberto Melotti, così ricorda il suo e altri “percorsi” all’interno delle gerarchie accademiche: «Io e Marco Mozzati siamo stati contrastati nella nostra carriera accademica a Pavia da parte di un professore, Carlo Giglio, che poi ha scritto un libro Colonizzazione e Decolonizzazione, che sposava il colonialismo e detestava i nostri sforzi. Anche Giampiero Cotti Cometti, che ha scritto un testo fondamentale alla fine degli anni sessanta, Problemi di geografia del Terzo Mondo, aveva ottenuto un posto di professore incaricato a Trieste, ma non è stato chiamato da quella Università quando ha vinto un posto di professore ordinario, per cui è dovuto andare a Torino, dove ha insegnato fino alla morte (2009). Lo stesso “moderato” Giampaolo Calchi Novati, vicino alla sinistra cattolica e al PCI, non ha avuto vita facile a trovare una cattedra (è finito a lungo a Pisa)», testimonianza di Umberto Melotti)), e secondo Nicola Labanca sono anche i pionieri dell’elaborazione del passato coloniale dell’Italia((Vedi Nicola Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino, Bologna, 2002, p. 452. Nell’ultima parte del libro, anche Labanca affronta il tema dell’eredità coloniale, ivi incluso il mito degli “italiani brava gente”, e delinea – seppure di corsa, ma va tenuto presente che non è un argomento centrale del suo libro – le letture “post-coloniali” in Italia, arrivando a indicare a sinistra un certo recupero dell’ideologia anticoloniale in ottica antimperialista, all’interno del mondo cattolico una ripresa in clima conciliare della solidarietà ai poveri e a una ripresa dell’evangelizzazione missionaria, a destra un’esaltazione anacronistica del passato coloniale italiano (Ivi, pp. 453-456). Un altro punto di vista molto più netto e forse anche sbrigativo a proposito del mancato dibattito sul colonialismo italiano in Angelo Del Boca, L’Africa nella coscienza degli italiani. Miti, memorie, errori, sconfitte, Mondadori, 2002, pp. 111-127 e 467-478 (quest’ultimo uno sguardo a dieci anni dalla prima edizione))).Ricercatori come Calchi Novati, Romain H. Rainero, Umberto Melotti, Edoarda Masi, Enrica Collotti Pischel, pongono in effetti la lente d’ingrandimento su ciò che è il Terzo Mondo, ognuno dalla propria angolatura e per i paesi in cui ha sviluppato maggiori competenze((I primi due, Calchi Novati e Rainero dedicheranno soprattutto all’Africa la loro attività di ricerca e interpretazione. Le ultime due sull’Asia (più monotematica sulla Cina, la Masi; mentre la Collotti Pischel darà alle stampe apprezzabili lavori anche sul Vietnam e sull’India). Melotti invece, come vedremo, preferirà concentrarsi sui grandi temi attinenti il Terzo Mondo: il sottosviluppo, il neocolonialismo, la dipendenza)), grazie essenzialmente a due tribune che hanno permesso la conoscenza delle diverse realtà del Terzo Mondo: gli Istituti di ricerca e i Centri di documentazione. Gli uni più legati a una dimensione pubblica, gli altri nati da iniziative private, spesso di militanza. Realtà che hanno come riferimento lo studio ma anche la politica nel suo senso più ampio e che finiscono spesso per coinvolgere gli stessi studiosi.

All’interno dei primi una rassegna sintetica non può prescindere dalla Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI), dall’Istituto di Studi di Politica Internazionale (ISPI)((La Villani annota come all’interno di questi si trovano alcune “avanguardie” costituite soprattutto da esponenti democristiani che guardano a sinistra oltre a elementi di sinistra che si muovono nell’alveo dell’anticolonialismo e infine una parte più culturale e accademica. Vedi Angela Villani, La politica italiana di cooperazione allo sviluppo, cit., pp. 165-167. La SIOI pubblicava il quadrimestrale “La comunità internazionale”, mentre l’ISPI il settimanale “Relazioni internazionali”. L’ISPI pubblica anche delle monografie di grande interesse come nel 1964 Contrasto cino-sovietico: rassegna di documentazione curato da Paolo Calzini e Enrica Collotti Pischel)), dall’Istituto Affari Internazionali (IAI)((Fondato nel 1965 per iniziativa di Altiero Spinelli; pubblicava al tempo “Lo spettatore internazionale” e “Iai informa”)) e infine, da ultimo, l’Istituto per le Relazioni tra l’Italia e paesi dell’Africa, America Latina e Medio Oriente (IPALMO)((Fondato nel 1971, pubblica “Politica internazionale”; darà vita in coedizione con altri a una collana molto importante sulla cooperazione allo sviluppo pubblicando in particolare due volumi nei primi anni ’80 fondamentali per una ricostruzione della politica italiana in materiaVediIPALMO, Cooperazione allo sviluppo, cit., e Id., Cooperazione allo sviluppo: Nuove frontiere per l’impegno dell’Italia, Franco Angeli, Milano, 1985)). Un posto d’onore per la sua attività di precursore il Centro studi per i Popoli Extraeuropei di Pavia, fondato nel 1959 da Vittorio Beonio Brocchieri, che si segnalerà per importanti convegni a partire dai primi anni ’60((Sentiamo ancora il ricordo personale di Melotti: «Ricordo anche due importanti convegni dei primi anni ’60 (i cui atti sono stati poi pubblicati dalle Edizioni di Comunità) organizzati a Pavia da Vittorio Beonio Brocchieri e dal Centro studi per i Popoli Extraeuropei da lui fondato: uno su Stato, popolo e nazione nelle culture extraeuropee, Edizioni di Comunità, Milano, 1965; l’altro sullo Stato d’Israele, peraltro con un orientamento unilateralmente filo sionista. Il mio intervento critico, pur apprezzato da Beonio Brocchieri, non è stato pubblicato lì, anche se l’ho poi pubblicato altrove (in uno dei primi “Quaderni del Centro studi Terzo Mondo”)», testimonianza di Umberto Melotti. Da sottolineare come già parlare di popoli extraeuropei nel 1959 è un deciso passo in avanti ove si pensi che solo pochi anni prima si preferisce usare l’espressione aree arretrate (vedi Adolfo Beria d’Argentine (a cura di), Atti del Congresso Internazionale di studio sul problema delle aree arretrate, Giuffré, Milano, 1955, 4 Voll). Segnalo tra gli altri Albert Sauvy, Progresso o carestia? Chiarificazione del problema dei paesi meno progrediti, Ivi, pp. 197-208)). Istituti che fungeranno negli anni da strumento di elaborazione e riflessione intellettuale e culturale in senso ampio. I Centri di documentazione saranno più concretamente delle centrali di comunicazione e aggregazione in grado di trasmettere sia pure a piccole – ma determinate – minoranze termini come neocolonialismo, sottosviluppo, imperialismo. Prendo ad esempio uno di questi, il Centro studi Terzo Mondo che pubblicherà a partire dal 1968 la rivista “Terzo Mondo”, proprio per il suo essere un cenacolo intellettuale allargato che giunge non solo a realizzare una rivista – una delle più interessanti e delle meno “terzomondiste” peraltro – ma anche perché è anch’esso fornitore di volontari per il Terzo Mondo((Invierà alcuni volontari nell’ambito di progetti di assistenza tecnica, rinunciandovi tuttavia ben presto. Secondo la mappa del libro di Costadoni a tutto il 1974 il Centro studi Terzo Mondo aveva inviato 17 volontari (vedi Gian Carlo Costadoni, Il “chi è” per il Terzo Mondo in Italia, IPALMO, Roma, 1976, p. 38). Lo stesso Melotti nel corso di una conversazione non registrata ha confidato che per loro, un gruppo di intellettuali, era troppo faticoso e complicato seguire programmi di assistenza tecnica e culturale)).

Il “Centro”((Nel primo numero del suo bollettino si presenta come un Centro di studio e di sensibilizzazione che intende «promuovere e diffondere in ogni ambiente la coscienza dei problemi e delle prospettive dei paesi afro-asiatici e latino-americani di nuova indipendenza o ancora in lotta per la propria emancipazione politica, economica e sociale», Terzo Mondo in “Centro Studi Terzo Mondo”, n.1, marzo 1965)) riunirà un’équipe di collaboratori di ottimo livello – tra gli altri Lelio Basso, Enrica Collotti Pischel, Giampaolo Calchi Novati, Romano Ledda, Cesare Musatti, Emanuele Tortoreto, Luciano Vasconi, Ferdinando Vegas e un giovanissimo Marco Pannella – e documenta con fogli ciclostilati e poi, dopo 3 anni, con la rivista, le pubblicazioni del Centro (con gli immancabili “Quaderni”), i convegni con proposte di viaggi a seguire i vari festival o conferenze su e nel Terzo Mondo, uno spazio per lo studioso dell’anno e il riepilogo delle diverse iniziative promosse. Scorrendo l’elenco di chi ha collaborato con il Centro si intuisce una rete vasta e anche sorprendente che unisce la direzione provinciale della DC, varie componenti della sinistra partitica, milanese, i Circoli contro il colonialismo, o i Centri Matteotti, Luxembourg, Labriola, Marchesi, svariati comitati contro la fame nel mondo e infine il Centro di documentazione Frantz Fanon((La lista che appare nel primo numero della rivista “Terzo Mondo” nel 1968 è chilometrico. Vi si trovano in sostanza tutti i gruppi “più aperti” che diverranno in seguito ONG (Cooperazione Internazionale, Crocevia, Mani Tese, Tecnici Volontari Cristiani, il Movimento Sviluppo e Pace). Va infine ricordato come sia stato membro della Commissione Italiana per la Campagna contro la fame nel mondo (FAO) e dell’Associazione Nazionale dei Gruppi Spontanei. Vedi Centro Studi Terzo Mondo, in “Terzo Mondo”, anno 1, n. 1, luglio-settembre 1968, pp. 81-84)). Nel suo piccolo anche questo Centro studi riconferma l’idea di un ‘68 in divenire: la circolazione d’informazioni, il riuscire a “fare rete” tramite contatti con gli altri soggetti, la tensione verso l’appartenenza e l’esclusione((Vedi Guido Crainz, II Paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli, Roma, 2003, pp. 121-154 e 312-320; Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, 2006, pp. 404-419; Peppino Ortoleva, I movimenti del ’68 in Europa e in America, Editori Riuniti, 1998, pp. 50-53; Silvio Lanaro, Storia dell’Italia repubblicana. L’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ‘90, Marsilio, Venezia, 1992, 364-386)). Utilizzo l’esempio di questa realtà milanese come ponte per trattare brevemente delle stesse associazioni e gruppi cattolici che riterranno opportuno quando non obbligatorio “dotarsi” quasi tutte di biblioteche, Centri di documentazione per favorire la conoscenza di quanto prendeva il nome di Terzo Mondo((Un’altra realtà che nasce per scopi abbastanza diversi ma che sviluppa velocemente una sensibilità sull’argomento è il Centro Internazionale Crocevia, nato nel 1958 per sostenere iniziative culturali in Italia per i giovani studenti stranieri a Roma e che in pochi anni, con la copertura del Ministero della Pubblica istruzione, comincia a effettuare un «servizio di cooperazione». In una lettera al Ministero del 31 maggio 1967 è richiesto il “solito” contributo, pari a 1 milione di lire, per la «costituzione di una biblioteca specializzata sui problemi dello sviluppo e di un “centro di documentazione” che permetta agli studenti stranieri ed italiani di essere in contatto vivente con la realtà sociale e economica dei paesi del Terzo Mondo». Nel calendario d’iniziative del Centro sarà costantemente presente un «gruppo di studio sui problemi internazionali e dello sviluppo». Vedi Archivio Crocevia, faldone corrispondenza 1962-1969)). E chiameranno sovente gli “esperti” dell’argomento per dibattiti, conferenze e soprattutto corsi di formazione(( Lo stesso “Terzo Mondo”, rivista del Centro verrà coinvolta dal Movimento Sviluppo e Pace per un corso di formazione sui problemi del Terzo Mondo. Le lezioni saranno tenute da gran parte degli studiosi che si sono poc’anzi citati (Melotti, Calchi Novati, Collotti Pischel, Iraci tra gli altri). A dimostrazione della circolazione culturale dell’epoca. Vedi Attività, in “Terzo Mondo”, anno 2, n. 5-6, ottobre-dicembre 1969, p. 124)). Pur con la cronica carenza di spazi e sedi idonee, queste associazioni capiranno subito l’importanza di dover studiare e favorire la conoscenza delle “realtà paese” non solo attraverso l’accatastamento di testi e libri ma anche tramite conferenze, dibattiti, incontri che hanno costituito un impulso determinante alla mobilitazione. Le organizzazioni più evolute e/o che dispongono di fondi pubblicano anch’esse – come lo stesso Centro di documentazione milanese Franz Fanon – delle rivistine imperniate nei primi tempi sulle traduzioni di articoli apparsi preferibilmente sulla stampa estera, generalmente ritenuta più affidabile. In questo senso di esempi ve ne sono molti((Ne rappresenta un esempio abbastanza illuminante il piccolo Centro di documentazione del Movimento Sviluppo e Pace di Torino, che avrà come obiettivo quello di imporre l’attenzione su questi temi tramite delle pubblicazioni come “Terzo Mondo informazioni” e “Ogni uomo” che intendono informare sulle condizioni di miseria delle popolazioni del Terzo Mondo. Così si esprime Piergiorgio Gilli: «Allora il Movimento Sviluppo e Pace pubblicava “Ogni uomo” (alla francese “Tout Homme”). Come giustamente diceva Paolo VI non bisogna vedere i soli effetti (povertà, miseria), ma individuare anche le cause del sottosviluppo. Per cui insieme al Movimento nacque il Centro di documentazione Terzo Mondo, abbonato a riviste internazionali specialistiche e che creò la testata “Terzo Mondo informazioni”. È importante questo aspetto. Nello stesso statuto del Movimento Sviluppo e Pace è indicato chiaramente come sia essenziale informarsi ed informare l’opinione pubblica sulle situazioni di povertà nei paesi del Terzo Mondo e sulle cause che vi sottendono e poi intervenire in appoggio a iniziative progettuali. Fin da allora con l’intenzione di valorizzare le risorse locali», testimonianza di Piergiorgio Gilli (Segretario del Movimento Sviluppo e Pace) raccolta a Torino il 23 marzo 2011)).

L’idea di fondo di chi si dota di un Centro di documentazione è quella di dover abbinare da un lato una certa ricerca intellettuale, dall’altro che la conoscenza dei problemi è fondamentale almeno per provare ad arrivare alla soluzione. In questa direzione vanno le pubblicazioni che, prevalentemente in forma di notiziario o bollettino((Il citato “Terzo Mondo Informazioni” è invece – in questo la sua particolarità – ascrivibile al novero delle vere e proprie riviste. Una pubblicazione apprezzata all’interno di quelle che si occupano di Terzo Mondo. In un lavoro del 1981 Gian Carlo Costadoni elencherà 12 riviste tra quelle “da leggere” (vecchio retaggio sessantottesco). Oltre a testate del calibro di “Mondo e Missione”, “Monthly Review”, “Politica Internazionale”, verrà inserita “Terzo Mondo informazioni” soprattutto per la sua «volontà di far conoscere la realtà del sottosviluppo e di sollecitare la soluzione dei problemi relativi alla collaborazione internazionale», oltre che per l’interesse verso «paesi meno conosciuti e [a quei] popoli che più sono soggetti a regimi politici dittatoriali», Gian Carlo Costadoni, Cosa leggere sul Terzo Mondo, Editrice Bibliografica, Milano, 1981, p. 12)), potevano essere di vari tipi: semplicemente informative sulle condizioni di vita nei paesi del Terzo Mondo((Ancora Gilli con una punta di orgogliosa rivendicazione così ricorda le pubblicazioni del Movimento Sviluppo e Pace: «”Terzo Mondo Informazioni”, nato come rivista che non parlava di noi e non chiedeva soldi. Era una rivista di documentazione che parlava di loro, del Terzo Mondo. Non quella rivista che parla a metà illustrando i progetti che si facevano nel Terzo Mondo», testimonianza di Piergiorgio Gilli. È piuttosto sorprendente notare che tra gli articoli più tradotti o riportati nei primi anni ’70 trovavano spazio “Le Monde Diplomatique”, “Jeune Afrique”, “Monthly Review” e perfino “Lotta Continua”)), di promozione delle proprie attività in loco((Particolarmente efficace in questo “Mani Tese” con gli elenchi sempre molto dettagliati delle micro realizzazioni, con gli importi da raggiungere e la lista dei donatori)) o ancora utili vademecum per chi voleva prestare un servizio nelle missioni cattoliche((La prima in Italia in questo senso “Ad Lucem” del CeLIM di Milano che inizia le proprie pubblicazioni per far “incontrare” la domanda (missionari laici) e l’offerta (richieste di aiuto da parte delle missioni) che vedono “la luce” nel 1958. Segnalo anche il “Notiziario LVA” sull’Organismo di volontariato nato a Cuneo nel 1966 che inizia le sue pubblicazioni nel 1967 con il nome “Notiziario Associazione Volontari Laici per l’Africa e il Sud America”)).

In una ricerca condotta nei primi anni ’70 Gian Carlo Costadoni censirà 199 realtà che si occupavano al tempo di Terzo Mondo. A questi il sociologo aveva inviato un questionario cui avevano risposto in 117. La radiografia che ne esce è un interessante spaccato della realtà dei movimenti impegnati per contrastare il sottosviluppo e al cui interno trova spazio il mondo della solidarietà internazionale in Italia, gli Istituti di ricerca, le realtà di pura militanza politica. Degli oltre 100 gruppi censiti, 37 mettono l’assistenza al Terzo Mondo come proprio scopo prioritario. Segue a ruota l’informazione che per 34 di queste associazioni è ragione di vita pur con una varietà di sottotitoli((Gli obiettivi sono così “sintetizzati”: «Raccogliere, produrre, pubblicare, offrire, promuovere, diffondere, divulgare, distribuire, far conoscere informazioni e materiale per la conoscenza e lo studio del Terzo Mondo, delle sue situazioni e dei suoi problemi economici e politici, sociali, culturali, religiosi, etnologici, missionari e letterari, dei problemi dello sviluppo, della realtà del sottosviluppo, dei problemi e delle Organizzazioni Internazionali, della struttura dei paesi del Mediterraneo, del mondo islamico contemporaneo, dei problemi africani, degli eventi e movimenti culturali in rapporto con la nuova situazione socio-politica-religiosa dei paesi del Terzo Mondo, tenendo presente la loro evoluzione», Gian Carlo Costadoni, Il “chi è” per il Terzo Mondo, cit., p. 10)). Istituti e Centri di documentazione non si occuperanno solo di pubblicare articoli e traduzioni, organizzare dibattiti e cineforum, allestire convegni e appuntamenti culturali. Saranno anche i referenti dell’importazione della produzione culturale dei Paesi in Via di Sviluppo. Gli anni ’60 vedono un moltiplicarsi di iniziative rivolte a cercare di capire e studiare da vicino questa realtà anche su sollecitazione delle figure più rappresentative dello stesso Terzo Mondo. Non solo dal punto di vista “esotico-politico”, ma anche per altri aspetti, come il cinema(( Sul cinema del Terzo Mondo vedi Goffredo Fofi – Morando Morandini – Gianni Volpe, Storia del cinema, Vol. 3, T. 2, Garzanti, Milano, 1988, pp. 320-441. Riferendosi al cinema africano gli autori rifletteranno (ne troviamo accenti analoghi a proposito dei romanzieri) sulla difficoltà dei cineasti africani a fare una sintesi tra l’assimilazione all’Occidente da un lato e il “ritorno alle origini” della propria cultura indigena («tra tradizione e modernità obbligata»). Ma in Italia iniziano ad attivarsi anche “centri” di smistamento delle pellicole in arrivo dal Terzo Mondo e sul Terzo Mondo. Al di là del culto di molte parrocchie per il Molokai che narra le gesta di Padre Damiano (al secolo Damiano De Veuster) o i cineforum sull’Imperialismo (Il mostro a sette teste), si affacciano proiezioni collettive e rassegne. In questo ambito era attivo già dalla fine degli anni ’50 il Columbanium di Genova organizzatore di numerosi convegni da principio sul cinema latinoamericano, quindi ampliandolo sul Terzo Mondo. Vedi la Rassegna del Cinema Latinoamericano iniziata nel 1961 e il convegno ”Terzo Mondo e Comunità Mondiale” del 1965 (pubblicato con il titolo omonimo nel 1967), intriso di quello “spirito” conciliare come testimonia l’introduzione del Direttore Angelo Arpà: «L’impulso maggiore per noi del Columbianum che amiamo distinguerci per la consapevole e attiva adesione del Messaggio Cristiano, fu dato dalla dilatazione spirituale e dalla rinnovata carica umana che il Concilio Ecumenico Vaticano II ha portato non soltanto nel mondo della Chiesa, ma nel più vasto mondo della realtà, dove siamo chiamati a vivere e a operare», Angelo Arpà, Significato di un’iniziativa in Terzo Mondo e Comunità Mondiale, Marzorati, Milano, 1967, p. XV)), la letteratura((Dal Terzo Mondo giungono anche interpretazioni diverse del trauma derivato dalla colonizzazione. Caposaldo in questo ambito Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez che nel 1967 impone riletture fantastiche di un mondo “a parte” come quello di Macondo in cui si annota lo sforzo, come sottolinea Silvia Albertazzi, di «distruggere un mondo corrotto, a patto però di saperlo – volerlo – ricostruire» (Silvia Albertazzi, Lo sguardo dell’altro. Letterature postcoloniali, Carrocci, Roma, 2000, p. 186). Quello di Marquez e di altri scrittori come Naipaul, Rushdie, Achebe è uno sforzo di riflessione su una realtà, quella post-coloniale, complessa e traumatica al di là dell’ottimismo post-indipendenza (vedi Raymond F. Betts, La Decolonizzazione, Il Mulino, Bologna, 2003, pp. 111-125))), la critica sociale((Tra questi Frantz Fanon è naturalmente un personaggio di primo piano. Con il suo libro I dannati della Terra alimenterà un dibattito a sinistra piuttosto corposo. Vedi Giovanni Giudici, L’uomo dalla roncola, in “Quaderni Piacentini”, n. 12, settembre-ottobre 1963, pp. 4-12. L’interesse dell’articolo di Giudici risiede nella lettura che lui fa della dicotomia fanoniana colonizzatore-colonizzato che nell’autore trova una sua traduzione in Occidente in quella sfruttatore-sfruttato. Ritorna la lettura di un Terzo Mondo specchio dei nostri disvalori)). Iniziano a giungere non solo le “letture” europee ma anche quelle autoctone, anche se il loro legame consapevole o meno con i colonizzatori è tuttora argomento complesso e tutt’altro che definito((E per cui rimando a Silvia Albertazzi, Lo sguardo dell’altro, cit.)). Una realtà in cui, secondo Roberto Gritti, è centrale il rimescolamento tra cultura tradizionale e recupero di elementi innovativi di culture altre: «Recupero dell’identità non significa un semplice ritorno al passato, troppo spesso immaginato romanticamente, ma una rivitalizzazione delle culture tradizionali sulle quali inserire selettivamente gli elementi innovativi derivanti da altri corredi culturali, in una sorta di equilibrata integrazione dinamica»((Roberto Gritti, Le dimensioni del sottosviluppo, cit., p. 49. Gritti mette in guardia rispetto a un etnocentrismo alla rovescia che rinnega la semplice constazione che «ogni cultura ha la sua propria dignità e validità […] questo vale anche per quella occidentale e moderna troppo spesso vissuta dai “terzomondisti” (veri o falsi) come un compendio del male», in ibidem)).

In questo spazio intellettuale di apertura a un Terzo Mondo in cui convivono in modo confuso i paesi africani di recente indipendenza e Cuba, l’America Latina che tiene a battesimo la Teologia della Liberazione e il conflitto in Vietnam, la suggestione della rivoluzione culturale cinese e l’India affamata, decisive sono le pubblicazioni di alcune case editrici italiane che importano in Italia intellettuali, politici, religiosi che animeranno un dibattito avviato già negli anni ’50 da figure di primo piano all’interno di quello che possiamo chiamare cattolicesimo non ortodosso, come Primo Mazzolari((Aldo Ungari, impegnato fin da giovane nei circoli cattolici di Brescia li ricorda come un «tessuto in cui laici e preti hanno una formazione se posso dire “conciliare” anche prima del Concilio. Una delle figure più considerate non a caso è don Primo Mazzolari con cui i preti bresciani sono rimasti in contatto anche quando lui era in disgrazia», testimonianza di Aldo Ungari (fondatore delllo SVI – Servizio Volontario Internazionale) raccolta a Brescia il 24 marzo 2011. In un articolo apparso su “Settegiorni”, a 10 anni dalla scomparsa, Arturo Chiodi parla di don Primo come di chi aveva con anni di anticipo «una visione conciliare, il sentimento che distingue l’errore dall’errante, con una larghezza di carità ed una saldezza di fede che scandalizzavano certi ambienti cattolici di allora, tutt’altro che cristiani», Arturo Chiodi, Il profeta in canonica, in “Settegiorni”, anno 3, n. 93, 23 marzo 1969, p. 19. Sulla sua opera e i suoi scritti vedi Primo Mazzolari, Scritti sulla pace e sulla guerra (edizione critica a cura di Guido Formigoni e Massimo De Giuseppe), EDB, Bologna, 2009. Vedi anche Daniela Saresella, Cattolici a sinistra. Dal modernismo ai giorni nostri, Laterza, Bari-Roma, 2011, pp. 78-85)), Aldo Capitini((De Giuseppe nel saggio sul Terzo Mondo in Italia indica in Aldo Capitini «il primo intellettuale italiano ad avvicinarsi a un uso consapevole del termine di Terzo mondo» e ne ricorda l’adesione alla Third Camp Conference diNew York, promossa da Adrian J. Muste pur mantenendo una posizione distante da posizioni di sapore vagamente terzaforzista ma allo stesso tempo ricercava quello che De Giuseppe chiama un «neutralismo “creativo”», Massimo De Giuseppe, Il “Terzo mondo” in Italia, cit., pp. 31 e 32)), Giorgio La Pira((Ci si riferisce al La Pira definito da Fanfani come «tessitore di colloqui e incontri in campo extranazionale», (Amintore Fanfani, Giorgio La Pira. Un profilo e 24 lettere, Rusconi, Milano, 1978, p. 19). Lo stesso Mario Pedini ricorda come «negli anni in cui percorrevo l’Africa [anni ’60, nda] ho conosciuto gente che non sapeva dove fosse l’Italia ma che conosceva La Pira come portatore di un’etica nuova, che conosceva il nome di Mattei e degli imprenditori italiani, di Kariba, Inga, Rosaires e di tante altre opere in cui lavoravano validamente squadre di italiani, particolarmente aperti nei confronti dei locali e ispiratori di efficaci scuole di maestranze», Mario Pedini, Per una storia del volontariato, in Ministero Affari Esteri, DGCS, Interdipendenza e solidarietà Nord-Sud, [Atti della Giornata Nazionale per la solidarietà Nord-Sud. Il contributo delle ONG italiane, Roma, 26 maggio 1988], ICU, Roma, 1989, p. 48. Per un ritratto a più voci sull’uomo politico siciliano (ma fiorentino d’adozione) vedi Giorgio La Pira. Messaggero di pace (Atti del convegno, Treviso, novembre 1987), Teorema, Treviso, 1987)).

La semplice consultazione dei testi pubblicati in Italia conforta il doppio specchio ideologico e rifrangente tra un Terzo Mondo terreno di deflagrazione delle contraddizioni del capitalismo da un lato e spazio del sottosviluppo dall’altro((Ennesimo tema da approfondire in altra sede e su cui mancano degli studi in materia. La riflessione sulla diversità di vedute e rimedi tra sinistra e cattolici è complessa e verte tanto sul perché il Terzo Mondo è povero, quanto su come e perché “aiutarlo”. In una prospettiva generale anche queste interpretazioni e riflessioni, che meritano un lavoro a sé, riflettono il quadro della Guerra Fredda in cui sostanzialmente la divisione non è solo tra due blocchi sovranazionali di governo e potere, ma soprattutto di filosofie economiche e sociali: quindi capitalismo e comunismo come sviluppo di liberalismo e marxismo. Una dicotomia in cui non pochi gruppi cattolici tenteranno uno sforzo di mediazione quando non di sintesi sia pure con gradi diversi e sensibilità comunque differenziate)). Per l’editoria di sinistra Feltrinelli traduce soprattutto le opere dei grandi leaders rivoluzionari((Pubblicazioni che hanno un’impennata naturalmente a ridosso del 1968: vedi le opere di Guevara (La guerra di guerriglia e altri scritti politici e militari e Creare due-tre, molti Vietnam: è la parola d’ordine entrambi nel 1967; Diario del Che in Bolivia e La guerra rivoluzionaria del 1968), di Castro, la cui Storia della Rivoluzione cubana esce con la casa editrice del PCI Editori Riuniti nel 1961 (Difficoltà e prospettive della costruzione socialista e Che Guevara: esempio di internazionalismo proletario entrambi apparsi nel 1968), dello stesso Ho Chi Min (Scritti, lettere, discorsi: 1920-1967 uscito nel 1968). Segnalo anche Stokely Carmicheal, Il potere negro e le lotte del Terzo mondo, Feltrinelli, Milano 1967)), mentre Einaudi, Fanon a parte, promuove prevalentemente saggi e documenti degli analisti italiani((Einaudi traduce nel 1962 l’opera più importante di Frantz Fanon con la prefazione di Jean-Paul Sartre: Frantz Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino, 1962. Nello stesso anno esce La rivoluzione interrotta: sviluppi interni e prospettive internazionali della rivoluzione cinese di Enrica Collotti Pischel, seguito dalla curatela del celeberrimo Stella rossa sulla Cina di Edgar Snow e nel 1968 da Il Vietnam vincerà : politica, strategia, organizzazione (con una raccolta di scritti di Ho Chi Min). Sempre di sinologa parliamo per le opere di Edoarda Masi pubblicate ancora da Einaudi La falsa libertà e La contestazione cinese: note per una strategia socialista (apparsi nel 1967 e 1969))). Protagoniste per l’editoria “moderata” sono la Jaca Book (riferimento all’epoca del movimento Gioventù Studentesca di Don Giussani) che pubblica alcune opere di grande risonanza di autori “terzomondiali”((In primis il testo di Pierre Jaléé Il saccheggio del Terzo Mondo nel 1968 (seguito poi da Il Terzo Mondo in cifre di 3 anni dopo) quindi le opere di Hosea Jaffe (Dal colonialismo diretto al colonialismo indiretto: il Kenia, 1968; Uganda: la perdita e la riconquista della perla del Nilo bianco, 1969; La rivoluzione contro il razzismo: il Sudafrica, 1969), un testo giornalistico-militante di sicuro impatto come Saggi sull’America Latina di Regìs Debray (1968))), le Edizioni di Comunità((Le Edizioni di Comunità che come si è visto pubblicano gli atti del convegno di Pavia (Stato popolo e nazione nelle culture extra-europee) si segnalano anche per le numerose ristampe del pensiero di Mohandas K. Gandhi Antiche come le montagne (4 edizioni tra il 1963 e il 1970))) e infine la stessa A.V.E., casa editrice dell’Azione Cattolica, che inserisce nel suo catalogo libri di analisi sui temi del sottosviluppo((L’A.V.E. (Anonima Veritas Editrice) pubblica Antonio Grumelli, Mondo in trasformazione, 1965; il gruppo del Gallo, Sviluppo e sottosviluppo: una sfida all’uomo di oggi, 1970 e Giovanni Serpellon, Terzo Mondo in via di sottosviluppo, 1971. È sempre la casa editrice romana a far uscire gli atti del primo convegno del Movimento Laici per l’America Latina (MLAL) tenutosi a Roma nell’estate del 1970: Sviluppo e sottosviluppo in America Latina nel 1971)). Naturalmente diverse sono le case editrici di “derivazione missionaria”, al cui interno il ruolo preminente è ricoperto dall’EMI (Edizioni Missionarie Italiane) che immette nel mercato non solo i testi dei sacerdoti e degli stessi missionari((Incessante in questo la produzione di Piero Gheddo. In questo aiutato dal fatto di ripubblicare i suoi “speciali” de “Le Missioni cattoliche” seppure ampliati e rivisti. Per dare un esempio La fame nel mondo, EMI, Bologna, 1965 è la trascrizione (con degli ampliamenti) dello speciale La fame nel mondo in “Le Missioni cattoliche”, anno 93, marzo 1964, pp. 142-165)), ma anche la trascrizione delle opere degli altri leaders del Terzo Mondo come Helder Câmara((Il “più vicino” ai gruppi impegnati nel Terzo Mondo è stato senza dubbio Hélder Câmara, anche in virtù dei suoi frequenti viaggi in Italia e di alcuni suoi libri usciti alla fine degli anni ’60. Vedi Hélder Câmara, Terzo Mondo defraudato, EMI, Bologna, 1968; Hélder Câmara, Rivoluzione nella pace, Jaca Book, Milano, 1968)) e lo stesso Gandhi((Mohandas Gandhi, La forza della non violenza, EMI, Bologna, 1969. La ricezione di Gandhi da parte del mondo cattolico è innegabilmente un tema che meriterebbe un approfondimento a parte. Sottolineo infatti come la principale opera del Mahatma I pensieri in Italia esca con l’introduzione di Primo Mazzolari per la piccola casa editrice vicentina La Locusta (con 7 ristampe nell’arco del decennio). Sulla casa editrice fondata da Renzo Colla vedi Nazareno Fabbretti – Mario Isnenghi – Valerio Volpini (a cura di), La locusta e la cultura cattolica in Italia, La Locusta, Vicenza, 1987)). E sono sempre le edizioni bolognesi a introdurre nel 1964 una collana editoriale sui temi della fame((I primi libri sono immediatamente pubblicizzati sul numero di ottobre (del 1964) de “Le Missioni cattoliche”: Piero Gheddo, La fame nel mondo e Noel Drogat, I paesi della fame. Oltre ai due testi due quaderni: Abbé Pierre, Fame ed impegno cristiano e Philippe Farine, Contro la fame)) e che prende il nome del gruppo “Mani Tese”, un’iniziativa non unica né estemporanea(( La coincidenza tra gruppo e collana editoriale troverà a partire dalla fine del decennio e con gli anni ’70 numerosi altri esempi. Saranno molti i movimenti e gruppi che andranno “oltre” la pubblicazione di bollettini e notiziari per dare vita anche loro a delle vere e proprie edizioni, funzionali a militanti e simpatizzanti, per studiare l’evoluzione dei problemi del Terzo Mondo e promuovere le attività del gruppo. Di esempi ce ne sono moltissimi. Tra le più significative le edizioni LVIA di Cuneo, MLAL di Verona, CUAMM di Padova con pubblicazioni di Quaderni, Atti di convegni, numeri monografici in occasione di anniversari oltre a libri veri e propri)). La polarizzazione di orientamento ideologico lascia in un cono d’ombra altri protagonisti della Decolonizzazione, soprattuttoesponenti politici africani come ad esempio Senghor((Mario Di Bartolomei sottolinea la rilevanza culturale prima ancora che politica del Sènghor valorizzatore della negritude. Ecco che «l’opera di Sènghor ha sollevato intorno alla causa negra l’interessamento dell’opinione pubblica mondiale come pochi altri sforzi individuali dei leaders africani. L’équipe di “Présence africaine”, che si era costituita intorno a lui, attirava l’attenzione delle élites internazionali sulle rivendicazioni dei popoli di colore», Mario Di Bartolomei, I leaders del Terzo Mondo, cit., p. 148)) e Nyerere, i quali si debbono accontentare di uscite sporadiche per case editrici minori o qualche comparsata su riviste. L’editoria missionaria non di rado è perciò la prosecuzione delle riviste((Vedi il caso di Nigrizia che traduce le opere di Raoul Follereau (Se Cristo domani … nel 1957 e Uomini come gli altri nel 1958); ma anche di Istituti missionari con libri dei propri redattori. E’ il caso di Walter Gardini, Problemi missionari d’oggi (1962); l’ISME (i Saveriani) che pubblica tra le altre cose, libri su Padre Damiano, conosciutissimo missionario nelle parrocchie grazie al film Molokai che ripercorre la sua vita al servizio dei lebbrosi. Vedi Marmilia Gatti, Pattini d’oro (Giovinezza di Padre Damiano) e Molokai (L’apostolato di Padre Damiano))), che sono state un importantissimo canale informativo sulle condizioni di un Terzo Mondo ancora lontano, difficile da raggiungere, semisconosciuto se non fosse per questi agenti di collegamento tra noi e loro che sono gli stessi missionari.

4.         La Chiesa dei poveri

Appena conquistata, e dissipatasi l’euforia per la sovranità acquisita o ritrovata, l’indipendenza non poteva nascondere l’enormità delle incombenze che restavano da portare a termine. La Decolonizzazione era evidentemente un processo globale che andava al di là dell’atto formale, sollevando lo Stato dall’assoggettamento politico. Restava dunque da costruire uno Stato, definire una strategia di sviluppo e acquisire una legittimità internazionale. Compiti, questi, tanto temibili quanto lo erano la mancanza di transizione, la scarsità di quadri e l’assenza di concertazione, che non sempre permisero ai dirigenti che avevano guidato le lotte nazionali di evitare il doppio scoglio della sottomissione compiacente agli orientamenti impressi dall’ex potenza coloniale e del massimalismo rivoluzionario estraneo alle tradizioni popolari((Bernard Droz, Storia della Decolonizzazione nel XX secolo, Bruno Mondadori, Milano, 2010, p. 245)).

Sono parole dello storico Bernard Droz e ben fotografano la situazione di molti paesi che, usciti dal periodo coloniale, si rendono ben presto conto di tutte le difficoltà di arrivare a essere uno Stato moderno. Il momento del termine del dominio coloniale è naturale spartiacque per una comunità di popolo che diventa in questo modo, a dar retta alla retorica, artefice del proprio destino di nazione indipendente.

Si potrebbe in questo senso idealizzare – a cadere vittime del “solito” immaginario determinato da fotografie da rotocalco, spezzoni cinematografici, la Settimana Incom((Penso soprattutto al reportage del 1960 sulla fine dell’Amministrazione Fiduciaria Italiana in Somalia. Scattata ufficialmente a partire dal 1 luglio di quell’anno viene in non poche corrispondenze dipinta con venature di rimpianto ma anche di condiscendenza verso lo “stile italiano” (lasciando trasparire il luogo comune del colonialismo italiano diverso da quello degli altri, il mito italiani brava gente, eccetera). Così ne scrive Nane Serpellon sul mensile missionario dei gesuiti in un piccolo ma riuscito esempio di “occidentalismo di ritorno”: «Dieci anni di governo italiano hanno incoraggiato questa lenta popolazione africana al lavoro; l’hanno educata all’autodisciplina. La tradizione e la mentalità africane non sono state represse, ma sviluppate e integrate dalla cultura latina», Nane Serpellon, Tanti auguri Somalia, in “Missioni della Compagnia di Gesù”, anno 46, giugno-luglio 1960, p. 15. Con accenti non molto diversi si esprime Manlio Lupinacci sul “Corriere della sera” in un articolo intriso di paternalismo e che esprime grossi dubbi sul fatto che i somali (e per estensione gli africani tutti dei paesi di recente indipendenza) siano in grado di edificare uno Stato: «Sono convinto nel profondo del mio spirito che tutti gli uomini sono idonei a essere uomini liberi e a formare società di uomini liberi: purché la storia ve li prepari». Nei suoi dubbi («È ancora bianca la libertà e temo che l’indipendenza finirà per considerarla straniera») e rimpianti (in un altro brano parla di «stretta al cuore» pensando al passato coloniale italiano chiuso per sempre) Lupinacci riassume la sua visione occidentale di Stato ordinato e liberale inaccessibile a suo dire alle «società di tribù» africane. Vedi Manlio Lupinacci, Ammainabandiera, in “Corriere della Sera”, 1 luglio 1960)) – la Decolonizzazione e identificarla con la cerimonia dell’alza-bandiera. A una data prefissata, normalmente a mezzanotte((Come non ricollegarsi in questo senso a Salman Rushdie e al fulminante avvio di uno dei suoi romanzi più belli: «Io sono nato nella città di Bombay … tanto tempo fa. No, non va bene, impossibile sfuggire alla data: sono nato nella casa di cura del dottor Narlikar il 15 agosto 1947. E l’ora? Anche l’ora è importante. Diciamo di notte. No, bisogna essere più precisi … Allo scoccare della mezzanotte, in effetti. Quando io arrivai le lancette dell’orologio congiunsero i palmi in un saluto rispettoso. Oh, diciamolo chiaro, diciamolo chiaro; nell’istante preciso in cui l’India pervenne all’indipendenza io fui scaraventato nel mondo», Salman Rushdie, I Figli della Mezzanotte, Mondadori, Milano, 2009, p. 9)), nella piazza principale della capitale di una Colonia scende per l’ultima volta il vessillo del paese occidentale colonizzatore e sale per la prima volta la bandiera della ormai ex colonia, che, non di rado, per riaffermare un’identità pre-coloniale decide anche di cambiare il nome((Il caso più noto oltre a essere anche il primo è quello della Costa d’Oro, il primo paese dell’Africa “nera” a conoscere l’indipendenza nel 1957. Esattamente il 6 marzo di quell’anno (e ovviamente un minuto dopo la mezzanotte) il Ghana diventa indipendente o, per usare le parole del presidente Kwame Nkrumah, un paese che si separa «dall’ex potere imperiale». Vedi Raymond F. Betts, La Decolonizzazione, cit. (citazione a p. 85))). Il tutto con la nostalgia che già affiora nei partenti – tutti rigorosamente vestiti, nonostante il lutto, in bianco e con uniformi di taglio coloniale – e la gioia dei “locali” finalmente liberi, senza tutela alcuna, di crearsi il proprio destino in un clima di generale entusiasmo. Un’immagine fuorviante. Se è vero che la maggioranza dei paesi riesce a giungere all’indipendenza senza spargimento di sangue, rimane il fatto che, con la Decolonizzazione – che già dal nome è una negazione di qualcosa e chiarisce piuttosto chiaramente che si tratta di operazioni guidate dall’alto se non delle vere e proprie concessioni – da un lato aumentano tantissimo le difficoltà di loro, i cui gruppi dirigenti fanno fatica a formare un qualcosa che possa assomigliare ad una amministrazione((Chiara Robertazzi, cui certamente non sono imputabili simpatie clericali, così dipinge la situazione in Congo nel 1960, all’alba della sua indipendenza: «Il Congo non ha a tutt’oggi neppure un medico, un ingegnere, un avvocato, un professore, un farmacista; i generali sono stati creati al momento della ribellione della Force Pubique, con rapidissime promozioni dai gradi più bassi. Esistono invece quattro vescovi africani e varie centinaia di preti, sempre tuttavia scarsi rispetto al numero dei vescovi e dei preti europei, il che dimostra solo che le missioni cattoliche, cui come abbiamo già detto era stato concesso il monopolio dell’istruzione, seguivano direttive più lungimiranti di quelle dell’amministrazione coloniale», Chiara Robertazzi, Il Congo specchio dell’Africa, in “Problemi del socialismo”, anno 3, n. 10, ottobre 1960. Per una storia del Congo dall’indipendenza all’ascesa al potere di Mubutu vedi Gruppo U3M (a cura di), Il Congo di Lumuba e Mulele, Jaca Book, Milano, 1969 . La documentazione in sede ONU relativa al Congo per il periodo 1960-1964 in Maria Vismara, L’azione politica delle Nazioni Unite. 1946-1976, Vol. 1, Tomo 2, CEDAM, Padova, 1983, pp. 1137-1341)) se non a uno Stato (e il cui corollario è una sequela piuttosto martellante di Colpi di Stato((Sono ad sempio ben 13 i Colpi di Stato tra il 1964 e i primi mesi del 1966 nella sola Africa. Vedi Corrado Pizzinelli, In due anni e mezzo tredici colpi di Stato, in “Famiglia cristiana”, n. 19, 8 maggio 1966, pp. 40-46)). Dall’altro lato contribuisce a che l’informazione delle condizioni di vita esistenti in buona parte di questi paesi inizia a filtrare a noi tramite agenti d’informazione e collegamento che sono l’espressione della Chiesa nel Terzo Mondo: i missionari.

Difatti nel vuoto di potere che si viene a creare acquisiscono uno spazio notevole e svolgono due ruoli in uno: sono i sostituti o facenti veci di un potere centrale evanescente((Le riflessioni della Robertazzi (Chiara Robertazzi, Decolonizzazione e neocolonialismo in Africa, cit.) trovano un’ideale sponda in quanto osserva Gildo Baraldi – che ha speso una vita all’interno del movimento della “cooperazione” italiana – mezzo secolo dopo: «Un po’ per mancanza di competenze specifiche, un po’ per precise scelte politiche delle potenze coloniali, l’interno è ignorato e viene meno quella che non chiamerei “presenza dello Stato” quanto una realtà amministrativa coloniale. Cosa succede allora? Che in alcuni casi in modo addirittura esplicito, in altri negandolo ma di fatto facendolo, la gestione della brousse dell’interno viene delegata all’unica autorità di fatto presente che sono i missionari. Questi missionari accettano di buon grado questo ruolo anche perché ne fanno di fatto il centro di vita dell’interno e favorisce l’attività di evangelizzazione», testimonianza di Gildo Baraldi (già Presidente del COSV – Comitato di coordinamento degli Organismi di volontariato – il tavolo tecnico di raccordo – nato nel 1968 – tra le associazioni che diventeranno le future ONG), raccolta a Roma il 12 marzo 2012)), dato che il sostanziale mantenimento delle strutture coloniali((Sottolineava Calchi Novati in un’opera apparsa nel 1963 a proposito delle strutture di potere nell’Africa ex-francese: «È probabilmente dubbio che l’Africa occidentale potesse definirsi una società divisa in classi, sia per la rudimentalità dei mezzi di produzione che per la scarsa coscienza di classe dei soggetti appartenenti al medesimo gruppo, ma ad assumere le redini dello Stato fu certo una classe di borghesi burocratici in embrione inseriti nell’apparato dello Stato o nel circuito del grande commercio internazionale, destinata a trovare nel potere politico e nel rafforzamento dei principi del capitalismo semi-coloniale la sua unica via di sopravvivenza», Giampaolo Calchi Novati, L’Africa nera non è indipendente, Edizioni di Comunità, Milano, 1964, p. 143)) comporta una drammatica sperequazione tra le poche città e le infinite campagne((Baraldi sintetizza: «I nuovi stati, le nuove autorità nazionali, salvo alcune eccezioni come l’Algeria e il Marocco, raggiungono l’indipendenza attraverso processi pilotati dalle potenze (ex) coloniali. Vengono perciò messi al potere dei governi plasmati dalle potenze coloniali il cui compito nei fatti – poi ognuno ne dà l’interpretazione politica che vuole – è quello di continuare a perseguire gli interessi economici della potenza coloniale nella capitale», testimonianza di Gildo Baraldi)) e sono, per i fedeli cattolici, i più efficaci reporter di informazioni e notizie su quanto sta avvenendo, consolidando l’impressione dell’abisso esistente tra noi e loro,.

È loro la voce che arriva a diocesi, parrocchie e oratori e che dipinge tantissime realtà del Terzo Mondo in cui miseria e arretratezza sono i naturali progenitori della tragedia della fame documentata in quegli anni((In molti casi vengono riportati degli indici numerici sulla fame, sull’aspettativa di vita adulta e infantile, sui livelli salariali e soprattutto sull’assistenza medica (che abbiamo già incontrato nell’analisi della Robertazzi). In un numero del 1960 di “Fede e Civiltà” sono riportati alcuni dati dell’ONU che riassumo per punti: a) suddividendo la popolazione mondiale il 60% si trova in situazione di miseria, mentre il 20% è nell’abbondanza; b) la mortalità infantile che in Svezia è pari al 2% in Africa è in media del 35%; c) 800 milioni di individui vivono con 67 lire al giorno [teniamo presente che un quotidiano costava nel 1960 40 lire, nda]; d) la vita media se in Inghilterra e Stati Uniti è pari a 70 anni, in Cina è di 43 e in India di 32 anni; e) Negli Stati Uniti c’è un medico ogni 729 abitanti mentre in Kenia ce c’è uno ogni 9924 e in Indonesia ogni 61.000. Vedi Uomini come noi, in “Fede e Civiltà”, anno 58, n. 3, marzo 1960, p. 106. A margine di questo riepilogo la rivista informa i lettori sull’iniziativa tedesca di Misereor (su cui vedi Walter Kiefer – Heinz Theo Risse, Misereor. Un’ avventura dell’amore cristiano, EMI, 1966))). In questo c’è il supporto pieno della Chiesa che già dalla fine degli anni ’50, intravedendo il termine del colonialismo, spinge per dare nuova verve all’opera delle missioni in una funzione che è anche di contenimento del comunismo((Ecco il messaggio natalizio del 1954 in cui si stigmatizzano piuttosto duramente le potenze coloniali. Di particolare interesse il passaggio in cui si accenna al fatto che gli «incendi, a danno del prestigio e degli interessi dell’Europa, sono, almeno in parte, il frutto del suo cattivo esempio», Jean-Marie Mayeur, La Chiesa cattolica in Id. (a cura di), Storia del Cristianesimo, Guerre mondiali e totalitarismo (1914-1958), Vol. 12, (Edizione italiana a cura di Giuseppe Alberigo), Borla/Città Nuova, Roma, 1997, p. 328; e quello del 1955 in cui si mette in guardia da conflitti tra paesi europei ed extraeuropei (il concetto di Terzo Mondo è di là da venire nonostante quello fosse l’anno di Bandung) che possono «favorire un terzo che ambedue gli altri gruppi in fondo non vogliono, e non possono volere», Ivi, p. 329)). Ne è uno strumento chiaro l’Enciclica Fidei Donum espressamente indirizzata verso un nuovo sviluppo dello spirito missionario della Chiesa con una duplice lettura: la solidarietà dei popoli e il fronte da opporre alla minaccia comunista. In concreto si trattava della “spedizione” per un limitato, ma non breve, periodo di tempo di sacerdoti diocesani in terra di missione. Una formula che non otterrà immediatamente dei risultati eccelsi da un punto di vista quantitativo((Il missionario fidei donum è un sacerdote diocesano distaccato per un periodo di 4 o 5 anni che, pur rimanendo formalmente ancorato alla diocesi d’origine, effettua il suo servizio presso una missione sottostando naturalmente all’obbedienza al vescovo della missione. Nel 1964, a 7 anni dall’Enciclica, si calcolò che erano andati in missione come fidei donum non più di 150 nuovi sacerdoti (in tutto il mondo), Piero Gheddo, I “sacerdoti Fidei donum”, in “Le Missioni cattoliche”, anno 93, maggio 1964, p. 237-238. In una recente ricerca per i 50 anni della Fidei Donum Dario Nicoli identifica tre fasi storiche ben distinte (relativamente ai sacerdoti fidei donum): la prima che arriva fino al 1968 che vede poche intese molto dipendenti dallo spirito d’iniziativa della diocesi italiana; la seconda che copre il periodo 1969-1982 di forte espansione e l’ultimo di lento e contenuto declino, in particolar modo dalla seconda metà degli anni ’90. Vedi Dario Nicoli, Presentazione della ricerca sui 50 anni di esperienza Fidei Donum in Italia, in “Notiziario dell’ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le chiese”, n. 42, gennaio 2008, pp. 150-152 [Atti del convegno di spiritualità per sacerdoti, Montesilvano (PE), 5-8 novembre 2007]. In particolare prendendo i dati totali e per decennio la ricerca di Nicoli ci dice che su 1672 partenze tra il 1957 e il 2006, 217 sono comprese nel decennio che va dal 1957 al 1966. Un dato quasi doppiato dal periodo successivo (1967-1976) che vede ben 423 partenze, il picco più alto dell’intero cinquantennio (dati degli altri decenni presi in considerazione: 1977-1986: 317; 1987-1996: 354; 1997-2006: 361), vedi Dario Nicoli, Il movimento Fidei Donum. Tra memoria e futuro, EMI, Bologna, 2007, p. 169)). Tuttavia, una maggiore attenzione verso le realtà periferiche oltre a un non disprezzabile aumento – in assoluta controtendenza – delle vocazioni missionarie a partire proprio dagli anni ‘60((Di fronte alla crisi delle vocazioni missionarie «sembra che alcuni paesi negli anni 1970-1980 prendano la via opposta, poiché la Spagna e l’Italia hanno raddoppiato il numero dei loro missionari tra il 1963 e il 1987: in questo ultimo anno hanno raggiunto rispettivamente le cifre di 22.000 e 19.000», Jean François Zorn, Crisi e mutamenti della missione cristiana, in Jean-Marie Mayeur (a cura di), Storia del Cristianesimo, Crisi e rinnovamento dal 1958 ai giorni nostri, Vol. 13, (edizione italiana a cura di Andrea Riccardi), Borla/Città Nuova, Roma, 2002, p. 316. Base dei dati tratti dall’Agenzia vaticana Fides, 4 luglio 1992. In particolare si segnala che i soli 2 istituti missionari (Comboniani e Missionari della Consolata) a registrare un incremento di vocazioni tra il 1962 e il 1977 sono italiani)) è elemento importante di quell’aumento di interesse verso la realtà delle missioni nel Terzo Mondo, anche se resta il dubbio se l’interesse fosse più per le prime o per il secondo. Come detto, fondamentale canale di passaggio di notizie, immagini, impressioni è la stampa missionaria, incardinata in Italia soprattutto attorno a tre testate di grande diffusione come “Le missioni cattoliche” (poi “Mondo e Missione”), “Nigrizia” e “Missioni della Compagnia di Gesù” (in seguito “Popoli”). Pubblicazioni che non si cristallizzano, ma subiscono anch’esse i condizionamenti di quello spirito del tempo in cui l’immagine dello stesso Terzo Mondo è un aspetto fondamentale.

Prendiamo “Le Missioni cattoliche”, forse la più “istituzionale” tra le riviste missionarie, espressione del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME). La centralità di temi quali la missione evangelizzatrice, l’attacco al marxismo((Vedi i primi due numeri del 1961 di “Le Missioni Cattoliche” con due servizi speciali dedicati alla Russia e alla Cina: Centro studi Russia Cristiana (a cura di), La Chiesa Ortodossa in Russia al cui interno segnalo l’articolo Lotta contro Dio e sopravvivenza della fede, in “Le Missioni Cattoliche”, anno 90, gennaio 1961, pp. 16-30 (l’articolo citato pp. 26-30); l’articolo molto lungo sulla Cina è opera di Padre Amelio Crotti, missionario espulso dalla Cina. Crotti rilegge la storia recente del “paese di mezzo” centrando la sua analisi sull’attacco operato da Mao verso le forme religiose pre-esistenti e l’impossibilità di arrivare realmente alla condivisione del marxismo da parte di un popolo per il quale «famiglia e terra sono cose sacre», Amelio Crotti, Il popolo cinese di fronte al comunismo, in “Le Missioni Cattoliche”, anno 90, febbraio 1961, pp. 58-72 (citazione a pagina 67). E ancora: Luigi Muratori, Cuba e il regime di Fidel Castro, in “Le Missioni cattoliche”, anno 92, maggio 1963, pp. 244-266. Vi si dipinge un regime ferocemente dittatoriale e in buona parte abbandonato dal popolo, già stanco a cinque anni dalla rivoluzione)), l’attenzione ai problemi interni della struttura ecclesiastica(( Fondamentale in questo ambito il rapporto con le chiese locali. Di grande importanza in questo senso il Congresso Eucaristico Internazionale del 1964, per la prima volta tenutosi in un paese non cristiano, l’India. Vedi Augusto Colombo, La chiesa indiana alla vigilia del Congresso di Bombay, in “Le Missioni cattoliche”, anno 93, novembre 1964, pp. 461-464)) rimane intatta. E tuttavia iniziano a filtrare nella seconda metà del decennio, soprattutto per l’effetto del Concilio Vaticano II((Vedi: il numero speciale del dicembre 1962 interamente dedicato al Concilio nell’ottica naturalmente missionaria con una serie di articoli (alcuni di grande interesse come quello sul Giappone moderno di fronte alla Chiesa o dei problemi liturgici nelle missioni con un contributo di un vescovo indonesiano) scritti di pugno da esponenti delle chiese locali, Numero Speciale per il Concilio Vaticano II, in “Le Missioni cattoliche”, anno 91, dicembre 1962; Piero Gheddo, La prima sessione del Concilio: aspetti missionari, in “Le Missioni cattoliche”, anno 92, marzo 1963, pp. 140-158, un inserto molto centrato sulle prime discussioni conciliari, soprattutto in tema di riforme liturgiche (in modo da conformarle alle culture dei vari popoli (un tema caro allo spirito missionario, per ovvie ragioni). Nel dicembre 1963 esce un altro numero speciale interamente dedicato alla seconda sessione del Concilio che altro non è se non una mappa delle diverse chiese locali e missionarie)), analisi e riflessioni sulla realtà socio-economica dei luoghi del Terzo Mondo((A partire dal 1964 iniziano a uscire degli speciali in cui il taglio non è più solo religioso ma è accortamente miscelato con una certa attenzione ai problemi socio-politici. Cito i primi: Augusto Colombo, India 1964. Una difficile via al progresso, in “Le Missioni cattoliche”, anno 93, novembre 1964, pp. 480-499. È un interessante reportage sul subcontinente all’indomani della morte di Nehru e dell’ascesa al potere di Shastri; Bernardo Bernardi, La questione razziale nel Sud Africa, in “Le Missioni cattoliche”, anno 93, dicembre 1964, pp. 532-554; Luigi Muratori, Missione nuova per il Giappone d’oggi, in “Le Missioni cattoliche”, anno 94, gennaio 1965, pp. 32-48)), sull’importanza del laicato missionario((Viene data una buona visibilità alla nascita e ai primi passi della Federazione degli Organismi di Laicato Missionario [FOLM, nda] costituitisi a Milano il 3 settembre 1966. In particolare alla fine del 1967 viene dedicato un intero numero al Laicato missionario in Italia curato da Cesare Bonivento (con un intervento di Domenico Bosa). Vedi Il laicato missionario in Italia, in “Le Missioni cattoliche”, anno 96, novembre 1967, pp. 538-554 e Paolo Linati, FOLM. Federazione di Organismi di Laicato Missionario, Ivi, pp. 555-560)), sulla richiesta di maggiore attenzione da parte della politica((In sordina viene pubblicato agli inizi del 1965 un trafiletto in cui si dà conto della proposta di legge di Pedini e altri per la dispensa dal servizio militare per i cosiddetti volontari della libertà. Sarà la progenitrice della legge 1033 approvata l’anno dopo. Vedi Italia: proposta di legge per i “volontari della libertà”, in “Le Missioni cattoliche”, anno 94, aprile 1965, pp. 191-192)). Un mensile più attento alla realtà dei luoghi di missione, in questo caso l’Africa, è, ben prima del Concilio, “Nigrizia”, che già dal nome indica un significativo spostamento verso loro((Curioso annotare un dibattito acceso da una lettera di Vittorino Chizzolini a proposito del nome. Nell’ottobre del 1961 egli scrive «non penso che oggi si possa più usare il termine “Nigrizia”, che sottolinea l’aspetto razziale, ecc. che cosa diremmo noi se gli africani, sia pure con la migliore delle intenzioni, pubblicassero una rivista dal nome “I visi pallidi”?», Vittorino Chizzolini, I visi pallidi, in “Nigrizia”, anno 79, ottobre 1961)), anche se il punto di vista e la visuale appare ancora piuttosto centrata sul noi((Sia su “Nigrizia” sia su “Le Missioni cattoliche”, il solco è sempre quello della tradizione missionaria ed evangelizzatrice. Tutti gli articoli scritti dai o sui missionari hanno immancabilmente delle foto con loro impegnati in opere di assistenza alla popolazione locale; sono valorizzate le donazioni citando i nomi dei donatori e infine sono indicate le opere di cooperazione missionaria, che a partire dal 1965 diventano sul mensile del PIME una rubrica dal titolo I missionari chiedono)): basti pensare che ancora nel 1963 sullo stesso mensile dei comboniani a proposito dell’essere missionario si legge come «l’impiego di mezzi umani e l’istituzione di opere temporali, ospedali, scuole, partiti e sindacati possono distogliere il missionario dal suo diretto ministero apostolico»((Tra il 1962 e il 1963 esce un lungo articolo a puntate dal titolo Il missionario del nostro tempo (nei numeri di novembre e dicembre 1962 e gennaio 1963) con molte riflessioni figlie del cambiamento in nuce, ma anche con delle linee chiaramente riconducibili al dovere evangelizzatore. Nell’ultima parte dell’articolo si legge inoltre: «Il missionario di oggi a differenza di quello di ieri, dispone di mezzi eccezionali per arrivare a tutti gli uomini. Si pensi alla stampa, ai mezzi di comunicazione, alla facilità di comunicazioni. Ma questi mezzi sono costosi e sembrano contraddire allo spirito di povertà e di semplicità del Vangelo», Il missionario del nostro tempo (3), in “Nigrizia”, anno 81, gennaio 1963, p. 8)).

Un caso a parte “Missioni della Compagnia di Gesù”, realisticamente più orientato alla realtà della terra di missione e non a dispute interne o riflessioni, pur presenti e in qualche caso innovative rispetto al coevo panorama missionario((Sugli studenti del Terzo Mondo che vengono a studiare in Italia vedi Silvio Zarattini, Le missioni vengono a noi, in “Missioni della Compagnia di Gesù”, anno 46, marzo 1960, pp. 6-9; sull’idea missionaria vedi Walter Gardini, Che cosa sono le missioni, in “Missioni della Compagnia di Gesù”, anno 46, ottobre 1960, pp. 6-12 (l’autore pubblicherà due anni dopo un libro dal titolo Problemi missionari d’oggi; sulla necessità di adeguarsi ai moderni strumenti di comunicazione di massa vedi le intelligenti riflessioni di Silvio Zarattini, L’opinione pubblica, in “Missioni della Compagnia di Gesù”, anno 48, n. 5, maggio 1962, p. 15; sull’unione delle chiese Jean Danielou, L’unità dei cristiani e l’avvenire del mondo, in “Missioni della Compagnia di Gesù”, anno 48, marzo 1962, pp. 8-11)). In ogni numero trova spazio uno speciale intitolato “Il paese di turno” in cui si mira a rappresentare sia la realtà sociale e politica sia quella religiosa. Nell’ottobre di ogni anno in coincidenza con la giornata missionaria esce poi un numero speciale dedicato a un argomento particolare ma sempre attinente la chiesa locale((Tradizione che termina nel 1964. Tra quelli più significati: lo speciale del 1960 dedicato alle Missioni, e quello del 1963 all’Africa del Concilio con una connotazione molto positiva sul futuro del continente di cui si parla soprattutto del caso del Madagascar)), mentre una rubrica fissa è quella dedicata al cinema e non solo quello missionario, a sottolineare la sensibilità verso i meccanismi di coinvolgimento dell’opinione pubblica. Non così dissimile, ma ancora più portato al versante intellettuale e di introspezione spirituale sui problemi generali della chiesa e delle missioni, è infine il mensile “Fede e Civiltà” dei Saveriani. Una pubblicazione sicuramente meno accessibile al grande pubblico che privilegia numeri monografici sui grandi temi della missionologia, ma anche, con l’innesto del Concilio nel dibattito intellettuale della Chiesa, ad analisi e interpretazioni sui paesi del Terzo Mondo e sull’importanza delle chiese locali((In uno di questi corposi volumi, dedicato al Burundi, nel 1964 si accenna un po’ di sfuggita alla presenza in Italia del vescovo di Ngozi Andrea Makarakiza che sarà fondamentale per l’avvio della costruzione di un ospedale a Kiremba con l’aiuto della diocesi bresciana. Vedi Vittorino Martini, Il Burundi nel “ciclone” dello spirito santo, in “Fede e Civiltà”, anno 62, n. 8, ottobre 1964, pp. 1-61. Si tratta di un numero molto curato che presenta la realtà geografica, storica e culturale del paese insieme a una mappatura dettagliata della suddivisione di fedi religiose nel paese con il numero di parrocchie e di fedeli. Non è un “caso” l’interesse per questo piccolo paese dell’Africa centrale, ove si pensi che parliamo comunque di un paese a maggioranza cristiana: «il popolo più cristiano d’Africa; più del 50% del Burundi è cattolico», così all’inizio degli anni ’70 il noto vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi, intervento al 2° convegno di studio promosso dal Movimento Laici per l’America Latina (MLAL), vedi La liberazione dell’Uomo, in “Quaderni ASAL”, n. 3-4, 1972, p. 145)).

Questa breve panoramica indugia sulle principali fonti dell’epoca che contribuiscono non solo a trasmettere informazioni, immagini, avvenimenti politici, culturali, sociali di quell’ampio contenitore che prende il nome di Terzo Mondo, ma soprattutto si incaricheranno, come vedremo, di trasmettere all’interno del “mondo cattolico” le prime iniziative di assistenza e aiuto, principalmente rivolte a fronteggiare l’“eterna piaga della fame”, spettro e presenza nera per la cristianità fin dall’Apocalisse di Giovanni.

La riscoperta della fame, problema in parte narcotizzato dal colonialismo, riesce a sensibilizzare singoli e gruppi dell’alveo cattolico((Nel 1960 “Le Missioni cattoliche” pubblica un servizio speciale dedicati al problema della fame (Piero Gheddo, Popoli ricchi e popoli affamati, in “Le Missioni cattoliche”, anno 89, aprile 1960, pp. 138-150). Sempre nel 1960 un lungo numero speciale di “Gentes”, mensile della gesuitica Lega Missionaria Studenti, sul tema (Giulio Di Laura, I due terzi degli uomini hanno fame, in “Gentes”, anno 34, n. 6, giugno 1960, pp. 571-598). Negli stessi anni “Italia Missionaria” avvia una rubrica dal titolo “Mani Tese” che darà il la all’omonima associazione. Iniziano a formarsi gruppi che si occupano di contrastare la fame nel mondo. Gruppi e organizzazioni che saranno in prima linea contro la grande carestia indiana del 1966 e la cui genesi vedremo meglio nel corso del prossimo capitolo)) ed è una campagna informativa continua negli anni, determinante per creare un terreno fertile per una grande iniziativa giovannea. Difatti, al di là dei richiami di principio ai valori della pace, della bontà, della solidarietà dello stesso Pio XII((L’instancabile Piero Gheddo ci propone nel suo libro sulla fame nel mondo un messaggio di Pio XII ai membri della FAO in cui prevede per i popoli progrediti «duri risvegli se non si danno cura, fin d’ora, di assicurare ai meno fortunati i mezzi per vivere umanamente», Piero Gheddo, La fame nel mondo, EMI, Bologna, 1965, pp. 80 e 81)), sarà Giovanni XXIII, d’intesa con l’unica agenzia delle Nazioni Unite ad avere la sua sede in Italia, a Roma, la FAO [Food and Agricoltural Organization, nda]((E’ la principale Agenzia delle Nazioni Unite di stanza a Roma. Questo in virtù del pregresso IIA (Istituto Internazionale dell’Agricoltura), dalle cui ceneri sorge la FAO dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Vedi Luciano Tosi, Alle origini della FAO. Le reazione tra l’Istituto Internazionale dell’Agricoltura e la Società delle Nazioni, Franco Angeli, Milano, 1989, pp. 233-276; vedi Claudia Gioffré, F.A.O., in Marcello Flores (a cura di), Diritti Umani. Cultura dei diritti e dignità della persona nell’epoca della globalizzazione, Vol. 1, UTET, Torino, 2007, pp 571-573)) ad avviare una grande campagna contro la fame in occasione della X Conferenza Internazionale nei saloni della stessa FAO a Roma nel maggio del 1960((Vedi il Rapporto della prima riunione del comitato consultivo della Campagna mondiale contro la fame, in Josué De Castro, Il libro nero della fame, Morcelliana, Brescia, 1963, pp. 177-190. Lo stesso De Castro rivestirà il ruolo di presidente per il primo periodo del Comitato consultivo)). In quell’occasione il Papa sottolineerà come «i bisogni del fratello lontano» non possono essere ignorati in virtù dell’appiattimento delle distanze((Le parole esatte del “Papa buono”: «Nessuno, in un mondo in cui le distanze non contano più, può addurre a scusa che i bisogni del fratello lontano non gli sono noti», in Per la campagna contro la fame mobilitate le risorse di 80 paesi, in “La Stampa”, 5 maggio 1960)).

La campagna della FAO nasce per contrastare una piaga che per i tecnici dell’organizzazione dell’ONU non è per niente “eterna”, ma è solo figlia dell’effetto congiunto di sovrappopolamento e perdita di superficie coltivabile a causa di impoverimento e calamità naturali((Vedi Lanciata dalla F.A.O. la “Campagna mondiale contro la fame”, in “Le Missioni cattoliche”, anno 89, gennaio 1960, pp. 12-14)), ma anche della cattiva distribuzione delle risorse((Josué De Castro, già presidente negli anni ’50 dell’Organismo internazionale, nel suo libro più noto La geografia della fame, sottolinea come la fame non sia un fenomeno naturale, ma dipende dalla cattiva distribuzione delle risorse. La via indicata da De Castro e recepita dalla FAO nel 1960 è in linea con i tempi dell’idolatria alla assistenza tecnica, tramite la ricerca e studio di altre fonti di alimentazione e infine la traduzione in azione dei diversi progetti. Vedi Josué De Castro, La geografia della fame, Leonardo da Vinci, Bari, 1954; Id, Il libro nero della fame, Morcelliana, Brescia, 1963. Una sintesi efficace dei temi e della posizione di De Castro che legge la fame come un effetto dell’azione dell’uomo e non un “fenomeno naturale” in Lino Montagna, La “fame” nel mondo, Edizioni Pro-cultura, Milano, 1960, pp. 12-16)). Sarà condivisa da molti paesi e avrà una previsione di spesa contenuta((Il budget stanziato nel 1960 era di 2 milioni di dollari all’anno: 750.000 per l’informazione. Il resto per l’aiuto tecnico, Lanciata dalla F.A.O., cit., pp. 12-13)) oltre che un orizzonte temporale ben definito di cinque anni. È difatti lanciata il 1 luglio di quell’anno con l’emanazione del Manifesto contro la fame nel mondo((La Conferenza internazionale contro la fame nel mondo della primavera del 1960 lancia il 1 luglio del 1960 la grande campagna quinquennale imperniata sull’idea di assistenza tecnica per migliorare produzione e distribuzione delle derrate agricole, lottare contro l’erosione del suolo, migliorare le reti idriche, rinforzare la difesa contro parassiti e insetti. Il tutto tramite l’invio degli esperti occidentali. Vedi Contro la fame nel mondo, in “La Stampa”, 2 luglio 1960)). Di fatto seguirà il destino dei Decenni dello Sviluppo((Nel 1965 verrà rinnovata (con toni piuttosto stanchi) nel corso della Conferenza della FAO a Roma dal 20 novembre al 9 dicembre del 1965, I lavori della XIII Conferenza della FAO, in “Notiziario dell’Ufficio Stampa e informazioni del Comitato Nazionale Italiano FAO”, anno 15, n. 12, dicembre 1965, p. 14. Prorogata nuovamente di 10 anni nel 1970, XV Sessione della Conferenza della FAO, in “Notiziario dell’Ufficio Stampa e informazioni del Comitato Nazionale Italiano FAO”, anno 19, n. 12, dicembre 1969, p. 12)) con ricorrenze, appuntamenti e convegni disseminati all’interno degli anni ’60((A metà circa del quinquennio viene difatti promossa la Settimana contro la fame nel mondo tra il 17 e il 24 marzo del 1963. In un messaggio congiunto di Sen e U Thant (Direttore Generale della FAO e Segretario Generale dell’ONU), è chiara l’intenzione di utilizzarla come un rilancio: «La Settimana viene celebrata al punto centrale della Campagna mondiale contro la fame e dovrebbe servire, grazie alla partecipazione di centinaia di milioni di persone, a dare un nuovo impulso alla Campagna stessa, nel momento in cui essa si appresta ad entrare nella sua seconda fase». La settimana continua il messaggio «costituirà anche per il pubblico una delle prime occasioni di partecipare allo sforzo generale richiesto dagli obiettivi del “Decennio delle Nazioni Unite per lo sviluppo”, durante il quale si spera che tutti i paesi in corso di sviluppo si dirigeranno verso il progresso economico e sociale e l’autosufficienza», Messaggio del Direttore Generale della FAO e del Segretario Generale dell’ONU, in “Notiziario dell’Ufficio Stampa e informazioni del Comitato Nazionale Italiano FAO”, Numero speciale per la settimana mondiale contro la fame, anno 13, gennaio-marzo 1963, p.6. Un avvenimento lanciato anche nei media più diversi: vedi Lanciato da Roma un appello contro la fame nel mondo, in “La Stampa”, 15 marzo 1963; Mobilitazione mondiale per la lotta contro la fame, in “Corriere della Sera”, 15 marzo 1963; La Campagna Mondiale contro la fame, in “Le Missioni cattoliche”, anno 92, marzo 1963, p.128)) per rinvigorirne la carica emotiva. Al di là dei risultati pratici, la campagna adeguatamente “ritrasmessa” dalla miriade di organi di stampa cattolici contribuirà in maniera determinante alla presa di coscienza del problema, al di là della ricerca delle cause e delle forme di aiuto o assistenza. È fondamentale l’appoggio della Chiesa (l’Italia rimane in una posizione piuttosto “defilata”((Lo ricorda l’Associazione Mani Tese in un numero speciale del suo bimestrale nel 1966: «In Italia solo nel novembre del 1965 è stata istituita una commissione di coordinamento per la campagna contro la fame, collegata con il Comitato Italiano della FAO presso il Ministero dell’Agricoltura», Il perché di un movimento, in “Mani Tese”, n. 9, marzo-aprile 1966. L’articolo prosegue indicando nella necessità di informare e sensibilizzare l’opinione pubblica su questi temi e nella promozione di “attività” nei paesi in via di sviluppo i perché della nascita di Mani Tese (che approfondirò più avanti). Per inciso a Presidente della Commissione verrà incaricato l’ambasciatore Bartolomeo Migone, Insediata la commissione per la campagna contro la fame nel mondo, in “Notiziario dell’Ufficio Stampa e informazioni del Comitato Nazionale Italiano FAO”, anno 15, n. 11, novembre 1965, p. 5))) che sembra quasi delineare una simbiosi paradossale tra fede e tecnica((Da un lato abbiamo le parole di Giovanni XXIII nel 1963 in cui quasi si inneggia ai prodigi della tecnica («che ci si ingegni ad affrettare l’applicazione della scienza e della tecnica ai paesi in via di sviluppo», Messaggio del Sommo Pontefice ai popoli per la “campagna contro la fame” e il congresso mondiale dell’alimentazione, in “L’Osservatore Romano”, 15 marzo 1963). Dall’altro, solo due anni più tardi, in un articolo del 1965, Vittorio Cervi, l’addetto stampa dell’Organizzazione, individua tre possibili sinergie tra la FAO e il mondo cattolico: l’assistenza e l’appoggio “non solo morale” delle missioni vista la loro conoscenza del territorio, l’appoggio ai progetti agricoli che l’Organizzazione promuove in tutto il Terzo Mondo e soprattutto l’opera di promozione per poter svegliare l’interesse su questi temi, Vittorio Cervi, Possibilità di collaborazione tra i cattolici e la FAO, in “Notiziario dell’Ufficio Stampa e informazioni del Comitato Nazionale Italiano FAO”, anno 15, luglio-agosto 1965, pp. 5-10)), in cui non è così sorprendente il trasversale utilizzo, su varie testate, del termine “crociata”((In un’intervista a De Castro del 1963 lo si indica come colui che guida la crociata contro la fame, Intervista con l’uomo che guida la crociata contro la fame nel mondo, in “La Stampa”, 28 novembre 1963; in un comunicato della stessa FAO si equipara la lotta contro la fame a una «crociata di fraternità mondiale», Insediata la commissione per la campagna, cit., p. 5)). In realtà è un matrimonio d’interesse determinato dalla natura stessa dell’Organizzazione internazionale e dalla vocazione caritatevole della Chiesa che non può certamente assistere inerte alle cifre inquietanti comunicate dall’Agenzia delle Nazioni Unite e che descrivono, spesso con l’intelligente uso di iperboli((Si pensi a quella statistica FAO ripresa da Yves Lacoste secondo cui «nel complesso dei paesi del Terzo Mondo, tenendo conto del loro incremento demografico, la fame occulta potrebbe essere debellata purché, nei prossimi quarant’anni, la produzione di latte e carne aumenti del 500%», Yves Lacoste, Geografia del sottosviluppo, cit., p. 36)), una situazione diffusa e allarmante in cui un abitante su due nella terra è esposto sia pure con gradi diversi al rischio fame o denutrizione((Nel 1963 la FAO calcolava «da 300 a 500 milioni di persone sono sottoalimentate e che la metà – e forse anche di più – della popolazione mondiale, valutata in 3 miliardi di individui, soffre per la fame o la malnutrizione», La fame nel mondo, in “Notiziario dell’Ufficio Stampa e informazioni del Comitato Nazionale Italiano FAO”, Numero speciale per la settimana mondiale contro la fame, anno 13, gennaio-marzo 1963, p. 13. Cosimo Perrotta riprendendo in parte questi dati e ampliandoli con quelli della Terza inchiesta mondiale sull’alimentazione della FAO (nello stesso anno) riporta il dato annuale sui decessi attribuibili alla sottoalimentazione nel mondo tra i 30 e i 40 milioni annui, Cosimo Perrotta, L’aiuto al Terzo Mondo, cit., p. 7)).

Anche con questi mezzi germoglia non solo l’idea di Terzo Mondo in Italia, ma soprattutto quella che si potrebbe chiamare la chiamata di correità nel suo sottoviluppo e il conseguente dovere di «solidarietà che lega tutti gli esseri umani e li fa membri di una unica famiglia»((Giovanni XXIII, Mater et magistra [B, 1], in Enchiridion delle Encicliche, Vol. 7, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1994, p. 271)) per usare le parole di Giovanni XXIII. Un dovere che trova una sua prima strutturazione a Como nel settembre del 1961 in occasione di una Settimana sociale dei cattolici d’Italia che viene dedicata al tema della solidarietà internazionale. Sarebbe un’esagerazione definire i 12 punti delle Conclusioni della settimana come il pensiero cattolico o per lo meno della Chiesa Cattolica all’alba del Concilio in materia. Tuttavia forniscono una buona piattaforma rappresentativa di come il Terzo Mondo e le sue aspirazioni in rapporto a noi vengono lette, anche sulla scorta dell’Enciclica di pochi mesi prima, Mater et magistra che ha una parte dedicata proprio alla solidarietà tra i popoli((Riconosciuto dallo stesso Piero Gheddo in un suo saggio ove la considerava come la prima manifestazione di rilievo che testimoniava l’interesse per il tema del sottosviluppo e della necessità di collaborazione con i Paesi in Via di Sviluppo. Vedi Piero Gheddo, La campagna contro la fame in Italia, in “Le Missioni cattoliche”, anno 95, marzo 1966, p. 152)). Al di là del ribadire il diritto all’indipendenza e allo sviluppo vitale di questi paesi, gli aspetti premianti delle sessioni rimangono due: un appello a una maggiore cooperazione internazionale, all’intervento delle Organizzazioni Internazionali e soprattutto alla più equa distribuzione delle risorse e all’elevazione umana per contrastare quel «sacro egoismo» di cui il colonialismo è stato indiscusso interprete((Adriano Declich, Ci bloccano egoismo e vecchi schemi, in “Gioventù”, anno 38, n. 8, ottobre 1961, pp. 10-12 e p. 32. Citazione a p. 10. L’analisi di Declich si snoda anch’essa sui 12 punti, eppure la parte preminente è dedicata alla critica non solo del colonialismo, ma anche delle iniziative contro la fame)). Tutti aspetti che correranno nelle interpretazioni vaticane per tutto il decennio e verranno ripresi dalla Populorum Progressio del 1967. Il secondo tema sottolineato è il ruolo della Chiesa nei paesi di nuova indipendenza attraverso una maggiore comprensione delle condizioni sociali culturali del paese, l’intervento del laicato cattolico((Pochi giorni prima del raduno comasco si tiene la seconda settimana di studi missionari in cui il professor Andrea Seumois sviluppa una lunga relazione in cui annotava come il laicato missionario non dovesse prescindere dalla sua finalità apostolica a scapito di ciò che lui definiva come «il suo immediato scopo di ordine temporale», Andrea Seumois, I problemi del laicato in missione, in Il Laicato cattolico nei paesi di missione [Atti della seconda settimana di studi missionari], Società Editrice Vita e Pensiero, Milano, 1962, p. 19)) e infine la «missione civilizzatrice della Chiesa nello spirito del Concilio Ecumenico»((La solidarietà internazionale alla Settimana Sociale dei Cattolici d’Italia, in “Le Missioni Cattoliche”, anno 90, novembre 1961, pp. 352-356. A corredo un lungo articolo firmato da Padre Gheddo il cui passo centrale riprende le parole del Cardinale Siri: «Occorre ripeterlo perché sia ben chiaro questo concetto fondamentale della nostra esposizione – ha detto il Cardinal Siri: – solo la coscienza cristiana può essere il sostegno e la giustificazione di una sincera ed operante solidarietà internazionale tra i popoli», Piero Gheddo, I doveri dei cattolici verso i paesi in via di sviluppo, in “Le Missioni Cattoliche”, anno 90, novembre 1961, p. 354)) in cui si ribadisce la necessità di far incontrare tutti i popoli con il “Cristo Redentore”.

È naturalmente il Concilio Vaticano II a creare in questo una discontinuità – o quantomeno una prospettiva di cambiamento – rispetto al passato. Non si può in questa sede fare una storia del Concilio((Sul Concilio Vaticano II è necessario avere un atteggiamento prudente che, come rileva Giovanni Vian, non ceda a un approccio ideologico, di tipo conservatore o progressista. Di certo quello che ha preso il nome di “spirito conciliare” è stato ed è fondamentale per comprendere appieno quella stagione che fa da sfondo all’impegno del movimento di appoggio al Terzo Mondo. Lo spirito conciliare è stato all’origine dell’impegno di chi negli anni ’60 inizia ad avvicinarsi alle tematiche della fame nel mondo, del sottosviluppo, del “che fare”. In questo senso ancora più appropriato sembra il suggerimento (ancora di Vian) di “storicizzare” il Concilio, tentando di non caricarlo delle frustrazioni di attese e aspettative forse eccessive. Per una ricostruzione del Concilio e del suo tempo vedi Giovanni Vian, Il Concilio Vaticano II: una riconciliazione con il moderno?, in Daniele Menozzi (a cura di), Cristianesimo, Vol. 1, Einaudi, Torino, 2008, pp. 474-490 (da: Giovanni Filoramo (a cura di), Le Religioni e il mondo moderno, 4 Voll., Einaudi, Torino 2008-2009. Una ricostruzione cronologica e minuziosa in Giuseppe Alberigo (a cura di), Storia del Concilio Vaticano II, Il Mulino, Bologna, 1995- 2001 (5 Volumi). Studi più recenti che cercano di coglierne l’eredità in Gian Franco Svidercoschi, Un Concilio che continua. Cronaca, bilancio, prospettive del Vaticano II, Ancora, Milano, 2002 e Giuseppe Alberigo, Transizione epocale. Studi sul Concilio Vaticano II, Il Mulino, Bologna, 2009. Per una panoramica di più ampio respiro vedi una parte del saggio di Andrea Riccardi, Il Cattolicesimo della Repubblica, in Giovanni Sabbatucci – Vittorio Vidotto, Storia d’Italia. L’Italia contemporanea, Vol. 6, Laterza, Roma-Bari, 1999, pp. 249-277)) a uso e consumo di quel movimento che nasce per sostenere i paesi sottosviluppati o in breve il Terzo Mondo. Tuttavia alcuni punti vanno sottolineati. Il primo aspetto che il Concilio esalta e valorizza è la componente laica in un processo e progetto di assistenza ai poveri dei paesi sottosviluppati, soprattutto tramite l’impegno in prima persona e l’esortazione alla carità cristiana((Se ne trovano traccia soprattutto in tre decreti conciliari: la Lumen Gentium [30-37], l’Apostolicam Actuotisatem [Proemio-32] e soprattutto la Gaudium et Spes [83-93]. Vedi Enchiridion Vaticanum. I Documenti del Concilio Vaticano II, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1981, pp. 189-205; 518-577; 947-965)). Il ruolo che la Chiesa per il tramite dei padri conciliari assegna ai laici relativamente a questo campo appare ancora duplice: da un lato chi è in missione è ancora interno a una visione missionaria di catechesi seppure in un brano particolarmente importante della Ad Gentes Divinitus si accenni anche alla gestione di non meglio precisate “faccende temporali”((Le riflessioni dei “Padri Conciliari”: «Nelle terre di missione i laici, sia forestieri che indigeni, devono insegnare nelle scuole, avere la gestione delle faccende temporali, collaborare all’attività parrocchiale e diocesana, stabilire e promuovere le varie forme di apostolato laico, affinché i fedeli delle giovani chiese possano svolgere quanto prima la propria parte nella vita della chiesa», in Enchiridion Vaticanum, cit., p. 693)). Dall’altro nella Gaudium et Spes c’è l’esortazione e l’incoraggiamento dato ai cristiani «specialmente i giovani, che spontaneamente si offrono a soccorrere gli altri uomini e le altre nazioni»(( Ivi, p. 957)), anche collaborando con le istituzioni internazionali siano esse istituzionali o gruppi cattolici((Ivi, p. 959)). Una traduzione piuttosto semplice, ma d’effetto, la delinea Bernard Haering su “Famiglia cristiana” indicando, sulla scorta di alcuni passi della Lumen Gentium un prima e un dopo del Concilio, per cui i laici sono valorizzati come «Popolo di Dio». Se prima la Chiesa erano i preti ora anche i laici sono la Chiesa; se prima al massimo erano sacrestani e chierichetti ora sono tutti missionari; se prima accettavano soltanto, ora cooperano allo sviluppo delle verità della fede((Vedi Bernard Haering, I laici nella Chiesa, in “Famiglia cristiana”, n. 11, 13 giugno 1966, pp. 37-40)).

È proprio da questo inserimento dei laici all’interno del corpo stesso della Chiesa, e dentro la più ampia parabola della modernità, che cominciano a germogliare diverse iniziative per i paesi poveri anche e soprattutto in virtù di accordi e istanze che nascono, in solido, proprio dentro le stanze del Concesso avviato dal “Papa Buono”. Il Concilio, difatti, è anche luogo fisico di incontro tra cardinali italiani e del Terzo Mondo, propedeutico all’avvio di numerose iniziative e attività di sostegno e cooperazione, alcune delle quali giungono fino ai nostri giorni. Questo che è il secondo aspetto importante ha una valenza decisiva poiché raccorda le stesse gerarchie al “popolo di Dio” in uno sforzo comune che valorizza la “parte laica” permettendole di trovare uno sbocco a quella voglia di fare che la contraddistingue.

Infine l’importanza del Concilio è direttamente connessa al nuovo clima di modernizzazione che si respira e che ha nella “Chiesa dei poveri” qualcosa di più di un semplice slogan («lo spirito di povertà e d’amore è infatti la gloria e la testimonianza della chiesa di Cristo»((Enchiridion Vaticanum, cit., p. 957)). Questo nuovo afflato è il carburante principe della decisione di molti di impegnarsi attivamente qui (con un campo di lavoro, di raccolta della carta o anche semplicemente contribuendo a una mostra della fame) o lì (chiedendo di partire per un periodo di servizio gratuito presso una missione). E proprio queste vocazioni sono determinanti per l’inserimento del prossimo lontano all’interno della scala dei valori culturali.

In questo il Concilio Vaticano II, al pari di altre iniziative, come i Decenni dello Sviluppo, le Conferenze con e sul Terzo Mondo, l’andirivieni delle teorie dello sviluppo sono assi portanti non solo del dibattito intellettuale ed elitario, quanto concrete forme di coinvolgimento in grado di suscitare interesse, simpatia e militanza. Non solo, ma è questo dibattito e contesto culturale a essere il volano di una presa di coscienza dell’esistenza in vita di un prossimo sia pure lontano verso il quale provare un sentimento che è soprattutto di condivisione, reciprocità, scambio. Da qui parte la rincorsa per il pieno inserimento della solidarietà internazionale dentro i valori condivisi di una società in rapida trasformazione come quella italiana degli anni ’60.