Max Born (Breslavia, 11 dicembre 1882-Göttingen, 5 gennaio 1970) fisico tedesco, naturalizzato britannico. Dal 1925 fino all’avvento del nazismo, fu a capo della scuola di fisica teorica di Göttingen, dove un gruppo di scienziati di primissimo piano formulò un insieme di leggi matematiche per descrivere la struttura della materia a livello atomico, costituendo i fondamenti della Meccanica Quantistica1. Nel 1933, in seguito alle leggi razziali naziste, Born che aveva origini ebraiche dovette fuggire in Inghilterra. Insegnò Scienze Naturali a Cambridge fino al 1936, poi a Edimburgo dove rimase fino al ritiro nel 1953, subito prima di ricevere assieme al collega sperimentalista Walther Bothe il Premio Nobel per la fisica nel 1954, “per le sue ricerche fondamentali nella meccanica quantistica, in particolare per la sua interpretazione statistica della funzione d’onda”. Fu contro lo sviluppo delle armi nucleari e firmò il Manifesto Russell-Einstein (di quest’ultimo era grande amico) pubblicato il 9 luglio 1955. Insieme ai colleghi e connazionali Otto Hahn (scopritore del processo di fissione nucleare), Carl Friedrich von Weizsäcker e Werner Heisenberg, il giapponese Hideki Yukawa e lo statunitense Arthur Compton, aveva redatto il meno noto Manifesto di Mainau, analogo appello ai governi affinché rinunciassero a sviluppare le bombe a idrogeno termonucleari, approvato durante l’annuale incontro dei chimici vincitori del Nobel sull’isola di Lindau, nel lago di Costanza al confine fra Svizzera, Austria e Germania, il 15 luglio 1955. Born aveva scelto un forum di rilievo per la riconciliazione postbellica tra scienziati degli opposti schieramenti: dal 1951 ogni anno decine di Premi Nobel e centinaia di giovani scienziati di tutto il mondo si recavano a Lindau per discutere di ricerca e dialogo tra generazioni e culture. Ma Russell aveva anticipato l’uscita del suo Manifesto e la firma di Einstein pochi giorni prima della sua scomparsa avvenuta il 18 aprile 1955, diede ancor più enfasi a quel testo sottoscritto da 10 premi Nobel2. Erano tempi di mobilitazione della scienza. Fu allora che si costituirono i prodromi del movimento mondiale antinuclearista e ambientalista. Riprendiamo la traduzione di “Blessings and Evils of Space Travel” (Benedizioni e mali dei viaggi spaziali), uno degli otto saggi di Max Born raccolti in My Life and My Views (1968). Un libretto autobiografico, pubblicato l’anno prima che Neil Armstrong e Buzz Aldrin mettessero piede sulla luna il 21 luglio 1969, che con linguaggio non tecnico riporta il pensiero su scienza e società di uno dei pochi fisici capaci di eguagliare il genio di Albert Einstein. Sono pagine caratterizzate da fervore e sincerità il cui contenuto può suscitare stupore nel lettore abituato alla magnificazione acritica dei risultati delle scienze. Il messaggio arriva con forza quando Born nell’ultimo dei saggi “Cosa resta da sperare” (What is left for hope) scrive: “Nel funzionamento della scienza [oggi] e nella sua etica è avvenuto un cambiamento che rende impossibile mantenere la vecchia idea della ricerca della conoscenza fine a se stessa in cui credeva la mia generazione. Eravamo convinti che questo non avrebbe mai potuto portare ad alcun male, poiché la ricerca della verità era un bene in sé”. Non sembra nemmeno una semplice reminiscenza quando Born nel secondo saggio su “L’uomo e l’atomo” (Man and the atom) ricorda la propria cecità nei confronti delle tendenze latenti alla costruzione di bombe dei suoi studenti di Göttingen: Oppenheimer, Teller, Fermi e vari fisici russi. Per quanto possa essere stato soddisfacente avere avuto “allievi così intelligenti ed efficienti”, scrisse, avrebbe voluto “che avessero dimostrato meno intelligenza e più saggezza (…). Ora che la loro intelligenza ha fatto precipitare il mondo in una situazione disperata, sento che la colpa è mia se tutto ciò che hanno imparato da me sono stati i metodi di ricerca e nient’altro”.
Benedizioni e mali dei viaggi spaziali
Tratto da: Max Born, My Life & My Views, Charles Scribner’s Sons, New York 1968
L’appassionato di viaggi spaziali che leggesse il titolo di questo capitolo potrebbe pensare: Ecco! Questo implacabile nemico dei viaggi spaziali si è già convertito a tal punto che, mentre ne predica i mali, ne coglie anche i possibili benefici. Devo chiedergli di non cantare troppo presto. Certamente voglio raccogliere tutto quanto si può dire a favore delle avventure cosmiche ma poi voglio anche valutarle e trarne le mie conclusioni.
Se si vuole formulare un giudizio sul valore dei viaggi spaziali, bisogna partire dalla domanda: valore per chi? Sono coinvolte molte branche della scienza, come l’astronomia, la fisica, la geofisica, la meteorologia, la cosmologia, l’evoluzione biologica e altre ancora. Tutte queste sono intente a imparare qualcosa sullo spazio esterno e sui corpi che vi si muovono, non solo sulla luna, sui pianeti e sulle stelle fisse, ma anche sulle innumerevoli particelle atomiche dei tipi più diversi. Oltre agli scienziati, molti tipi di tecnici, ricercatori nel campo dei materiali e della propulsione, costruttori di razzi, specialisti di elettronica e altri, così come le industrie per cui essi lavorano vogliono studiare lo spazio, non tanto per la conoscenza in sé quanto per le sue applicazioni e, naturalmente, per guadagnare denaro. A questi si aggiungono tutti gli inventori e gli utenti dei mezzi di comunicazione che attraversano gli oceani con l’aiuto di satelliti artificiali e rendono così possibili le trasmissioni televisive da continente a continente. E infine ci sono i militari che vedono le sonde spaziali come dispositivi di posizionamento per i loro vettori di bombe nucleari e che sperano di poter presto includere lo spazio nei loro piani strategici.
Non è sufficiente? Sicuramente ho dimenticato molte cose importanti – non sono certo un esperto di viaggi spaziali. Non possiamo essere felici e orgogliosi di tutto questo? Certamente tutti gli specialisti e gli interessati possono esserlo. Ma dove siamo, io e voi? Permettetemi di iniziare, contrariamente alle regole del galateo, da me stesso. Sono un fisico e sono interessato ai risultati delle ricerche spaziali che riguardano la fisica dell’atmosfera, la fascia di radiazioni intorno alla Terra, i raggi cosmici, le meteore. In precedenza le leggi del moto planetario, che Newton elucidò quasi trecento anni fa, potevano essere verificate solo attraverso l’osservazione delle orbite dei corpi celesti naturali. Queste leggi sono ora state confermate da esperimenti diretti con corpi creati dall’uomo, e questo è per me un piacere intellettuale. È prevedibile che in un prossimo futuro la meccanica relativistica di Einstein, che oggi sostituisce la meccanica classica di Newton, sarà verificata da esperimenti con satelliti artificiali. Questo mi farebbe ancora più piacere.
Ma quanti questi piaceri da quanti uomini sono condivisi? E possono davvero giustificare i nostri sforzi per i viaggi nello spazio? Solo qualcuno che sia così assorbito dalla sua specialità da dimenticare tutti gli altri punti di vista può pensarlo. Sperimentare costa, e più l’indagine progredisce, più i costi aumentano. Ma l’esborso deve avere un rapporto ragionevole con i risultati, e questo non è il caso della ricerca aerospaziale. I risultati sono di notevole interesse per gli specialisti, ma sono proprio questi risultati scientificamente interessanti che lasciano freddo il profano.
Quanti di voi condividono il mio piacere per la prova della meccanica classica e relativistica che ho appena citato? Quanti sono impressionati dalla scoperta della fascia di Van Allen? Dal conteggio delle meteore? Dalla misurazione della radiazione cosmica al di fuori della nostra atmosfera? Chi ha anche solo un concetto chiaro delle dimensioni dell’universo? Tutti sanno che sono misurate dagli astronomi in “anni luce”, un termine scelto male perché non indica un tempo ma una distanza: è la distanza che la luce percorre in un anno. La luce percorre 300.000 km al secondo. La stella fissa più vicina è a circa quattro anni luce di distanza; gli oggetti visibili più lontani, a molti miliardi di anni luce. Ma la distanza dalla Luna è di circa un secondo luce – meno di un trenta-milionesimo di anni luce. Quindi, quando riusciremo ad atterrare sulla Luna, sarà raggiunta solo questa piccolissima frazione della distanza dalla stella fissa più vicina
Uno sbarco sulla Luna sarebbe davvero un’impresa audace e splendida dal punto di vista tecnico e organizzativo. Ma è davvero un viaggio nello spazio? Potrebbe essere considerato forse come un’esplorazione verso il sistema planetario. È un obiettivo utile? Sappiamo che nessuno degli altri pianeti è sufficientemente simile alla nostra Terra da rendere possibile la vita umana su di essi. Sono freddi come il ghiaccio, o sfere calde incandescenti, privi di acqua e di aria, e completamente inadatti all’immigrazione umana. Il viaggio verso le stelle fisse, alcune delle quali potrebbero avere un pianeta abitabile, è ancora oggi un sogno fantastico. Ci sono naturalmente specialisti di razzi che studiano i problemi tecnologici del progetto – per esempio, i dispositivi di propulsione che utilizzano la pressione delle radiazioni – o riflettono sul problema dei tempi di viaggio immensamente lunghi. A questo scopo, viene utilizzato un risultato della teoria della relatività di Einstein, secondo cui un viaggiatore che si muove ad alta velocità – vicina a quella della luce – invecchia più lentamente del suo fratello gemello che rimane a casa. Queste considerazioni, che sono ben stabilite teoricamente e sperimentalmente, donano fascino al metodo scientifico e alle speculazioni sui viaggi spaziali. Ma non ci riportano nel dominio della razionalità.
Nel febbraio 1958, in occasione di una discussione tenutasi all’Accademia Evangelica di Kloster Loccum, dissi che i viaggi spaziali sono un trionfo dell’intelletto ma un tragico fallimento della ragione, e questa frase è stata spesso citata. Nella rivista Christ und Welt, dell’aprile 1960, queste parole sono state nuovamente citate, con l’aggiunta di: “Sono abbastanza consapevole che le mie osservazioni non fermeranno queste cose, e che non devono essere fermate”. In realtà non ho detto “che non devono essere fermate”. Se l’avessi fatto, avrei rinnegato il mio senso di responsabilità che mi impedisce di lasciarmi affascinare dai gadget tecnici a tal punto da perdere la prospettiva delle scienze nel quadro della cultura umana nel suo complesso.
In un programma televisivo, The Voyage into the Dark, del giugno 1961, ho completato questa idea con le seguenti parole: “L’intelletto distingue tra il possibile e l’impossibile; la ragione distingue tra il sensato e l’insensato. Anche il possibile può essere insensato”. Questo è stato interpretato come se io considerassi l’esistenza della razza umana come insensata. Non sono così pessimista. Credo che l’umanità, una volta allertata, si scrollerà di dosso il regno della tecnologia e il vanto di essere onnipotente, e tornerà ai veri valori, sensati e necessari: alla pace, all’amore umano, all’umiltà, alla riverenza, alla contentezza, all’alta arte e alla vera scienza. Gli attuali cosiddetti viaggi nello spazio non mi sembrano vera scienza. Anche il nome è un inganno. Non ha nulla a che fare con gli immensi spazi dell’universo. Si tratta di girare su orbite sovra-atmosferiche intorno alla terra e di spingersi con razzi verso la luna e i pianeti più vicini; in breve, un’indagine dei dintorni della terra.
Ci sono importanti astronomi e fisici che oggi non mostrano grande entusiasmo per l’”astronautica”. Sulla rivista satirica britannica Punch, non molto tempo fa, è apparso un articolo in cui sono state raccolte le dichiarazioni degli astronomi riguardo ai viaggi nello spazio, datate dal primo Sputnik fino ai giorni nostri. Vi si può leggere come la valutazione dei viaggi spaziali per fini scientifici sia cambiata dall’iniziale consenso, al più netto rigetto. Il noto astronomo di Cambridge Fred Hoyle ha affermato che: “La corsa allo spazio sovietico-americana è quasi inutile per la ricerca scientifica. Ciò che è stato realizzato non vale una millesima parte di quanto è stato speso”. E il fisico britannico e premio Nobel Sir John Cockcroft ha detto: “Sorridiamo guardando i vostri voli spaziali in televisione. I vostri sforzi rappresentano una distorsione della scienza in nome della competizione con l’Unione Sovietica”.
Ciò che spinge il cittadino medio a sacrificare una parte non trascurabile delle sue tasse per i viaggi spaziali non è certo l’interesse scientifico. Ma cos’è? Forse la possibilità di usi pratici – per esempio, il miglioramento delle previsioni meteorologiche, o l’ampliamento del raggio di trasmissione della televisione con l’aiuto di satelliti artificiali? Non credo che la gente comune sia influenzata da queste motivazioni. Chi si preoccupa di come i meteorologi arrivino alle loro conclusioni? Chi freme per vedere “in diretta” sullo schermo televisivo qualche capo di Stato in Asia o in Africa, invece di vederlo fra qualche giorno nei telegiornali? Ma il singolo cittadino ha poca scelta.
Ci sono invece enormi settori della vita pubblica che si aspettano di trarre profitto dallo sviluppo della ricerca spaziale e planetaria. Vediamo quante benedizioni si nascondono qui. Uno di questi settori è l’industria. La costruzione di razzi pone enormi esigenze di perfezione dei materiali e di precisione del lavoro. Ci costringe, quindi, a nuovi progressi tecnologici. Questo è particolarmente vero nei settori dell’elettronica dell’automazione, della chimica dei combustibili e degli esplosivi, e della metallurgia. Si sostiene che un Paese che non partecipa ai viaggi spaziali rimarrà indietro in tutti questi settori e non sarà in grado di competere economicamente. A ciò si contrappone il fatto che la tecnica dei viaggi spaziali assorbe un’alta percentuale della potenza cerebrale disponibile e la sottrae ad altri scopi. È discutibile se il danno così inflitto all’economia generale sia bilanciato dai benefici. Non sembra che qui si nasconda una pura benedizione.
Un altro settore della vita pubblica che trae benefici dai viaggi nello spazio è quello militare. I militari chiedono continuamente razzi sempre più perfezionati per il lancio delle bombe atomiche. I viaggi spaziali sono ovviamente uno splendido strumento per raggiungere questo obiettivo sotto mentite spoglie scientifiche. Solo sotto questo mantello si possono rendere disponibili i costi mostruosi per la ricerca spaziale. Dopo aver raggiunto l’obiettivo dei missili balistici intercontinentali, è stato preso in considerazione l’uso di satelliti artificiali a scopo di spionaggio e per il lancio di bombe e le risorse hanno perciò continuato ad affluire. Oggi la praticabilità di queste armi di guerra è in dubbio, perché i satelliti stazionari che girano intorno alla terra sono più vulnerabili dei missili guidati. Comunque sia, a parte gli specialisti militari e i politici, è probabile che nessuno consideri queste applicazioni dei viaggi spaziali come una fonte di benedizioni. La guerra non è mai appartenuta al dominio della ragione e oggi è pura follia.
Si giunge quindi alla conclusione che le considerazioni scientifiche e pratiche possono spiegare facilmente l’interesse nella ricerca spaziale di gruppi di specialisti, ma non quello dell’umanità in generale. Eppure, senza dubbio, questo interesse esiste. Quali sono le sue radici? L’umanità è affascinata dallo splendore dell’impresa, dall’enorme costo, dalla complicazione, dalla complessità e dalle dimensioni dell’apparato, dalla spesa in uomini, macchinari, materiali; in più, c’è il romanticismo della spinta verso l’ignoto, l’incerto. Inoltre c’è l’antico desiderio dell’umanità di svincolarsi da Madre Terra e di raggiungere le stelle. A questo si aggiunge l’ammirazione per l’ingegnere intelligente e tenace che ha capito tutto questo e lo ha realizzato, e per gli eroi dello spettacolo, i piloti spaziali. Anche chi sa che questi uomini non sono eroi come Achille o Sigfrido, ma una parte ben inserita di un apparato pensato e guidato da altri, non può fare a meno di ammirare il loro coraggio. Questi motivi fanno tutti appello ai nostri più alti ideali. Sono usati dagli specialisti della scienza, della tecnologia, dell’industria, della politica e della guerra per promuovere i loro interessi particolari, per rendere popolari i loro piani e per spillare più soldi ai contribuenti.
Non riesco quindi a vedere alcuna benedizione nei viaggi spaziali così come sono perseguiti oggi negli Stati Uniti, nell’Unione Sovietica e in altri Paesi. Sarebbe diverso se si trattasse di un’impresa comune a tutti i popoli e che agisse per la riconciliazione degli antagonismi e il mantenimento della pace. Ma è proprio questo che non fa. È il simbolo di una contesa tra grandi potenze, un’arma della guerra fredda, un emblema di vanità nazionale, una dimostrazione di potenza. Inoltre, non credo all’opinione spesso espressa secondo la quale i viaggi nello spazio sarebbero un parafulmine per la nostra aggressività e violenza innate, che altrimenti si scaricherebbero nelle guerre. Perché vengono usati direttamente come preparazione alla guerra e costituiscono un gioco pericoloso. Non c’è alcuna garanzia che, ad esempio, nella competizione per raggiungere la luna, venga mantenuti il fair play – la correttezza – abituale nello sport. Chi ci assicura che chi vincerà in quella gara non cederà alla follia di credere di possedere una superiorità assoluta, e non cercherà di sfruttare il momento per conquistare la padronanza sulla Terra? Fino a che i progetti dei viaggi spaziali rimarranno legati all’immagine di grandezza e potenza delle nazioni, fino a che il grande pubblico sarà ingannato sulle loro reali portate scientifiche e pratiche, non riuscirò a trovarvi alcuna benedizione, nonostante tutta la mia ammirazione per la loro realizzazione.
1 Fra gli scienziati di Göttingen figuravano il giovanissimo statunitense J. Robert Oppenheimer, l’austriaco poi naturalizzato svizzero Wolfgang Pauli, l’italiano Enrico Fermi, l’inglese Paul Dirac, l’austriaco poi naturalizzato statunitense Victor Weisskopf, l’ungherese poi naturalizzato statunitense Edward Teller e i tedeschi Werner Heisenberg e Pascual Jordan.
2 Oltre ad Albert Einstein, Nobel per la Fisica nel 1921, e Max Born (Fisica, 1954), firmarono Percy Bridgman (Fisica, 1946), Hermann Joseph Muller (Medicina, 1946) e Linus Pauling (Chimica, 1954; Pace, 1962) dagli Stati Uniti, Cecil Powell (Fisica, 1950) e Joseph Rotblat (di origini polacche, avrebbe vinto il Nobel per la Pace con le Pugwash Conferences nel 1995) dalla Gran Bretagna, Hideki Yukawa (Fisica, 1949, firmatario anche del Manifesto di Lindau) dal Giappone, Frédéric Joliot-Curie (Nobel per la Chimica nel 1935 con la moglie Iréne, figlia di Marie Curie) dalla Francia e Leopold Infeld (Fisica, 1922) dalla Polonia.

