La prima Conferenza dell’Onu sull’ambiente a Stoccolma

Capita troppo spesso di scoprire come molti, oggi interessati all’ecologia ed all’ambiente, ignorino del tutto che l’umanità cominciò ad affrontare queste problematiche esattamente cinquant’anni fa nella prima Conferenza convocata dalle Nazioni Unite a Stoccolma.  Ebbene, ci sembra un servizio di grande utilità pubblicare il testo della dichiarazione approvata in quell’occasione, accompagnata dai commenti in presa diretta di Giorgio Nebbia, inviato in rappresentanza del Vaticano e nel contempo corrispondente per “Il giorno”,  e dalla ponderata riflessione critica dello stesso sugli esiti di quell’evento.

La lettura di questi materiali è certamente indispensabile per chi voglia approfondire un passaggio cruciale nella storia della crisi ecologica e della presa di coscienza da parte dell’umanità delle dimensioni epocali della stessa. Ma ancor più ci sembra imprescindibile per riflettere sul presente, sugli attuali limiti del discorso pubblico e ancor più dei messaggi del sistema massmediatico attorno alla crisi ecologica, ridotta al surriscaldamento climatico, a sua volta derubricato, spesso, alle necessarie politiche di adattamento ad una prospettiva dai più ritenuta ineluttabile. Ebbene, senza con ciò sottacere le pesanti distorsioni indotte dall’allora “guerra fredda” e dalla contrapposizione bipolare, occorre riconoscere l’impressionante ampiezza e complessità dello sguardo di quell’evento non solo sui diversi aspetti della crisi ambientale e dell’inquinamento, ma anche e soprattutto sul fondamentale intreccio tra questi e le questioni sociali, dell’emancipazione dei popoli dalla penuria e dallo sfruttamento neocoloniale per il diritto universale ad una vita dignitosa. Paradossalmente, può capitare, rileggendo questi documenti, di scoprire quanto abbiamo ancora da imparare.

Marino Ruzzenenti

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Un enorme lavoro in tutti i campi

di Giorgio Nebbia

“Il giorno”, 6 giungo 1972

Stoccolma — La lungamente attesa Conferenza delle Nazio­ni Unite sull’ambiente umano si è finalmente messa in mo­to: «Il Giorno» fin dal no­vembre scorso ha dato pe­riodicamente notizia dei fati­cosi incontri che hanno pre­parato i lavori veri e propri, cominciati oggi pomeriggio dopo che, nella mattinata, aveva avuto luogo la inau­gurazione ufficiale. Tali lavori si protrarranno per due settimane.

Questa di Stoccolma non è una conferenza di tecnici o scienzia­ti, ma di governi e di diplomati­ci, anche se questi ultimi dovran­no discutere problemi di risorse naturali, di inquinamento, di oceani e di foreste, di urbanisti­ca e di igiene; è una conferenza che non porterà alla firma di nuovi accordi, ma soltanto ad una serie di «raccomandazioni» sul tipo e sulla forma degli ac­cordi che dovranno essere di­scussi e firmati in futuro.

I più importanti risultati che ci si aspettano dalle discussioni delle prossime settimane sono: la creazione nell’ambito delle Nazioni Unite di uno speciale uf­ficio permanente per i problemi dell’ambiente e per la distribu­zione di informazioni su tali pro­blemi – una specie di amministrazione ecologica planetaria -, eventualmente dotato di un fon­do per speciali iniziative, e la tanto attesa Dichiarazione sul­l’ambiente umano.

Un testo preliminare è stato approvato durante i lavori prepa­ratori, attraverso una serie di compromessi e di accordi che non lasciano soddisfatto comple­tamente nessuno, ma che rappresentano quanto è stato possibile fare per conciliare posizioni for­temente contrastanti sui proble­mi dello sviluppo, della popola­zione, dei diritti di ciascuna na­zione sull’uso del proprio am­biente, e così via. Data la spe­ciale natura della Conferenza di Stoccolma, la dichiarazione sull’ambiente avrà meno valore di quella sui diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea Gene­rale delle Nazioni Unite, ma avrà ugualmente un grande si­gnificato.

Certamente è in sedi come queste che ci si rende conto co­me le soluzioni dei problemi eco­logici mondiali, che sembrano semplici nei congressi degli spe­cialisti, si scontrino con incredi­bili difficoltà di carattere politi­co, economico e culturale e co­me resti un enorme lavoro da fa­re in tutti questi campi; da questo punto di vista Stoccolma si può considerare un banco di prova e di verifica della reale volontà politica internazionale di difendere l’ambiente, un punto di partenza, piuttosto che un punto di arrivo.

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Stoccolma avverte: “Fare presto se no sarà troppo tardi”

di Giorgio Nebbia

“Il giorno”, 20 giungo 1972

Stoccolma — Per Stoccolma è andata, nel complesso, rela­tivamente bene; quello – non molto – che ci si aspettava è nato dalla grande, discussa e contrastata conferenza sull’ambiente umano. E’ stato deciso di costituire un organo delle Nazioni Unite, con una piccola segreteria e con un proprio fondo, anche se modesto, di 60 miliardi di lire in cinque anni, col compito di aiutare i vari governi ad applicare i principi della dichiarazione sull’ambiente e le raccomandazioni. Un po’ più laborioso e stato l’accordo sul cosiddetto «piano di azione», un complesso di raccomandazioni relative alla politica ambientale e alle sue implicazioni internazionali; come si è accennato su queste colonne queste hanno un valore più di principio che di altro, sia perché mancavano alcuni dei Paesi interessati (come l’Unione Sovietica), sia perche esse dovranno es­sere esaminate e ridiscusse dall’Assemblea generale del­le Nazioni Unite. Tuttavia le 105 raccomandazioni di  carattere tecnico e operativo rappresentano  una   base  di cui i vari Paesi non potran­no non tenere conto nelle lo­ro politiche nazionali: alcune sono del tutto innocenti, come la raccomandazione di costituire delle collezioni dei caratteri genetici di specie animali e vegetali, altre hanno un carattere fortemente politico ed economico anche a lungo termine. Si e già ricordato che una risoluzione condanna gli esperimenti con armi nucleari; altre racco­mandazioni si riferiscono al­lo scarico negli oceani, la grande pattumiera interna­zionale, di sostanze pericolose o velenose: un’altra, a proposito di «ambiente e svi­luppo», raccomanda di esa­minare «la possibilità che i problemi dell’inquinamento siano ridotti rallentando la futura produzione di materie sintetiche e di surrogati del­le merci che, nella loro forma naturale, possono essere prodotti dai Paesi in via di sviluppo».

Si tratta di un incoraggiamento adusare in maggiori quantità prodotti naturali come legno, cuoio, cotone, lana, gomma naturale, ecc., e in minore quantità le mate­rie plastiche e i surrogati sintetici, partendo dal princi­pio che la fabbricazione e lo smaltimento di questi ultimi creano dei problemi di inqui­namento. Un discorso che, se preso sul serio, potrebbe rappresentare una sfida alla chimica e alla tecnologia dei prodotti naturali i quali, fra l’altro, avrebbero il vantaggio, dipendendo dai raccolti agricoli, di ritornare disponi­bili ogni anno mentre i pro­dotti sintetici sono ottenibili da materie prime esauribili e non reintegrabili.

Infine il terzo risultato po­sitivo è rappresentato dal­l’approvazione all’ultima ora, venerdì sera, della Di­chiarazione sull’ambiente umano: il testo dei 26 principi (preceduti da un preambo­lo) è stato oggetto di lunghe e vivaci discussioni superate dall’introduzione di formule di condanna dell’aggressio­ne, dell’imperialismo edel colonialismo in quanto origi­ne diretta e indiretta di dan­ni all’ambiente. Nel complesso il discorso dell’ambiente è stato – giu­stamente – inserito nel più vasto tema dello sviluppo: i Paesi poveri hanno insistito, vincendo, sul principio che per nessun motivo l’attenzio­ne per la difesa dell’ambien­te deve tradursi in uno strumento di oppressione o di rallentamento del loro svilup­po economico. Un accordo internazionale che prescrivesse, per esempio, di produrre acciaio con un inquinamento eccezionalmente basso, ugua­le in tutto il mondo, scoraggerebbe la costruzione di ac­ciaierie nel Paesi in via di sviluppo: una decisione di non costruire strade o dighe danneggerebbe lo stesso i Paesi poveri che dalle stra­de e dighe si aspettano lavo­ro, energia, alimenti. D’altra parte la permissività a bre­ve termine nei confronti del­l’ambiente può tradursi in un disastro per vaste zone del pianeta. Per questo Stoccolma va considerata l’inizio di un cammino: dalle migliaia di pagine di documenti deve ora nascere una teoria econo­mica e giuridica che permetta di applicare i principi enunciati in una forma pratica: una grossa sfida agli studiosi e agli amministratori. I risultati potranno essere verificati fra cinque anni, nel 1977, quando si terrà la già prevista seconda conferenza sull’ambiente umano. Intan­to è stato deciso che il 6giugno, data di inizio della conferenza di Stoccolma, sia considerato «giorno internazionale dell’ambiente» in tut­to il mondo. Per non dimenticare questa pagina della sto­ria dei rapporti umani.

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Dichiarazione sull’ambiente umano

Stoccolma 20 giugno 1972

“Sapere”, v. LXXIII. n. 755, dicembre 1972, pp. 9-13

La Conferenza delle Nazioni Unite sul­l’ambiente umano, tenutasi aStoccolma dal 5 al 16 giugno 1972, avendo esami­nato la necessità di adottare dei criteri e dei principi comuni che possano ispirare e guidare i popoli del mondo verso la con­servazione e il miglioramento dell’am­biente, proclama:

  • L’uomo è nello stesso tempo creatura e modificatore del suo ambiente, da cui ricava i mezzi di sostentamento  fisico e la possibilità di uno sviluppo intellettuale, morale, sociale e spirituale. Nella lunga e complessa evoluzione della razza umana su questo pianeta si è arrivati ad un punto in cui, in seguito alla rapida accelerazione della  scienza  e  della   tecnica,   l’uomo  ha acquistato il potere di trasformare il suo ambiente in moltissime maniere e su scala senza precedenti. I due aspetti dell’am­biente, quello naturale e quello artificiale, sono essenziali per il benessere dell’uomo e perché egli possa godere i suoi diritti fondamentali, compreso quello alla stessa vita.
  • La protezione e il miglioramento del­l’ambiente rappresentano una necessità fondamentale da cui dipende il benessere dei popoli e lo sviluppo economico in tutto il mondo, un urgente desiderio di tutti i popoli e un dovere per  tutti  i governi.
  • L’uomo deve continuamente fare il punto della sua esperienza e deve conti­nuare a scoprire, inventare, creare e pro­gredire. Oggi il potere che l’uomo ha di trasformare il mondo in cui vive può, se usato saggiamente, offrire a tutti i popoli i benefici dello sviluppo e i mezzi per migliorare la qualità della vita. Se appli­cato in maniera errata o sconsiderata lo stesso potere arreca danni incalcolabili agli   uomini   e   all’ambiente.   Vediamo   intorno a noi sempre più frequenti prove dei danni arrecati dall’uomo in molte regioni della Terra: livelli dannosi di inquina­mento dell’acqua, dell’aria, del suolo e degli esseri umani, gravi e indesiderabili alterazioni degli equilibri biologici della biosfera, distruzione e impoverimento delle risorse non rinnovabili e gravi deficienze, dannose al benessere fisico, men­tale e sociale dell’uomo, nell’ambiente ar­tificiale e specialmente in quello in cui l’uomo vive e lavora.
  • Nei paesi in via di sviluppo la mag­gior parte dei problemi ambientali deriva dal sottosviluppo: milioni di individui continuano a vivere in condizioni di gran lunga inferiori a quelle necessarie per una esistenza umana dignitosa, mancando di adeguati alimenti, indumenti, abitazioni e istruzione, servizi igienici e sanitari. Per­ciò i paesi in via di sviluppo devono orien­tare i loro sforzi verso lo sviluppo, ma nel far ciò devono tenere presenti sia i loro bisogni prioritari, sia la necessità di sal­vaguardare e migliorare l’ambiente. Ana­logamente, i paesi industrializzati devono sforzarsi di ridurre il divario esistente con i paesi in via di sviluppo Nei paesi industrializzati i problemi ambientali sono ge­neralmente legati all’industrializzazione e allo sviluppo tecnico.
  • L’aumento naturale della popolazione provoca continuamente problemi dì conservazione dell’ambiente ed occorre adot­tare adeguate politiche e misure per far fronte a questi problemi. Di tutte le cose del mondo il popolo è il più prezioso: è il popolo che promuove il progresso sociale e crea il benessere sociale, che svi­luppa la scienza e la tecnica e che, col suo duro lavoro, trasforma continuamente l’ambiente. Col progresso   sociale   e   con quello della produzione, della scienza e della tecnica, ogni giorno aumenta il po­tere dell’uomo di migliorare l’ambiente.
  • Siamo arrivati ad un momento della storia in cui dobbiamo agire in tutto il mondo con una più prudente attenzione alle conseguenze sull’ambiente; per igno­ranza e indifferenza possiamo arrecare gravi e irreparabili danni all’ambiente terrestre dal quale dipendono la nostra vita e il nostro benessere. D’altra parte attra­verso migliori conoscenze e più sagge azioni possiamo assicurare a noi e ai no­stri discendenti una vita migliore, in un ambiente più adeguato alle necessità e alle speranze umane. Vi sono buone prospettive per un miglioramento della qualità dell’ambiente e per la realizzazione di mi­gliori condizioni di vita: occorrono per ciò entusiasmo e serenità, lavora intenso ed ordinato. Per ottenere la libertà nel mondo della natura l’uomo deve usare le sue conoscenze per costruire, in collabo­razione con la stessa, un ambiente migliore. Difendere e migliorare l’ambiente per l’attuale e le future generazioni è di­venuto l’obiettivo primario per il genere umano, un obiettivo che sarà raggiunto insieme e in armonia con i fini fondamen­tali della pace e dello sviluppo economico e  sociale  del   mondo  intero.
  • A tal fine occorre accettare delle re­sponsabilità come cittadini e come comu­nità, come imprese e istituzioni a tutti i livelli, mettendo in comune gli sforzi secondo giustizia. Gli individui in tutti i settori della vita e le istituzioni in molti campi, con la scelta dei valori e con le loro azioni daranno forma all’ambiente del futuro. Le autorità locali e nazionali hanno la responsabilità di una politica sull’ambiente nell’ambito delle rispettive giurisdizioni. E’ indispensabile la cooperazione internazionale perché i paesi in via di sviluppo possano ottenere le risorse necessarie per affrontare le loro responsabilità in questo campo. Il crescente nu­mero dei problemi ambientali su scala regionale, internazionale e globale richiede una intensa cooperazione fra i vari paesi e iniziative daparte degli organismi in­ternazionali nell’interesse comune. La Con­ferenza invita i governi e i popoli ad affrontare sforzi comuni per conservare e migliorare l’ambiente umano, per il bene di tutti i popoli e delle future generazioni.

La Conferenza esprime la convinzione che:

  • L’uomo ha il diritto fondamentale alla libertà, all’uguaglianza e a condizioni di vita soddisfacenti in un ambiente la cui   qualità   gli   permetta   una   vita  dignitosa e di benessere; egli ha la solenne responsabilità di proteggere e migliorare l’ambiente per l’attuale e le future generazioni. Sotto quest’aspetto devono essere condannate ed eliminate le politiche che promuovono l’apartheid, la segregazione razziale, la discriminazione, il colonialismo e altre forme di oppressione e di dominazione straniera.
  • Le risorse naturali della Terra, compresa l’aria, l’acqua, il suolo, la flora e la fauna e casi particolarmente significativi di ecosistemi naturali, devono essere salvaguardate per il bene dell’attuale e delle future generazioni attraverso una attenta pianificazione e gestione.
  • Deve essere conservata e per quanto possibile, ristabilita e migliorata, la capa­cità della Terra di produrre risorse rinnovabili  essenziali.
  • L’uomo ha una responsabilità spe­ciale  nei   confronti   della   salvaguardia   e della saggia gestione del patrimonio della flora edella fauna allo stato naturale e del loro ambiente, che ora sono messi gravemente in pericolo da numerosi fat­tori avversi. La conservazione della na­tura, e soprattutto della flora e della fauna allo stato naturale, deve perciò ricevere attenzione particolare nella pianificazione dello sviluppo economico.
  • Le risorse non rinnovabili della Terra devono essere impiegale in modo da evitare il pericolo del loro futuro esaurimento e da assicurare a tutta l’umanità i benefici del loro uso.
  • Lo scarico nell’ambiente di sostanze tossiche, di altre sostanze e di calore in quantità o concentrazioni tali da superare la capacità che lo stesso ambiente ha di renderle inoffensive, deve essere fatto ces­sare in modo da evitare danni seri ed irreversibili agli ecosistemi. Deve essere sostenuta la giusta lotta dei popoli di tutti i paesi contro l’inquinamento.
  • Gli stati devono prendere tutte le possibili iniziative per evitare l’inquinamento dei mari ad opera di sostanze che possano arrecare danno alla salute umana, che possano danneggiare le risorse biologiche e la vita degli organismi marini, che possano deteriorare il paesaggio o interferire con  altri  usi  legittimi  del  mare.
  • Lo sviluppo economico e sociale è in­dispensabile perché sia realizzato un am­biente di vita e di lavoro favorevole per l’uomo e perché si creino sulla Terra le condizioni necessarie per il miglioramento della qualità della vita.
  • I danni provocati all’ambiente dalle condizioni di sottosviluppo e dai disastri naturali pongono gravi problemi e pos­sono essere evitati nella maniera migliore accelerando il processo di sviluppo; ciò potrà ottenersi attraverso un’assistenza finanziaria e tecnica ai paesi in via di sviluppo e con tempestivi interventi quan­do si renda necessario.
  • Per i paesi in via di sviluppo la stabilità  dei   prezzi  e  adeguati   utili  nella vendita delle merci di primaria importanza e delle materie prime sono necessari per la razionale gestione dell’ambiente, in con­siderazione dei rapporti fra i fattori eco­nomici e i processi ecologici.
  • Le politiche ambientali di tutti gli stati devono contribuire a migliorare, non a danneggiare, il progresso attuale e futuro dei paesi in via di sviluppo, e non devono ritardare il miglioramento delle condizioni di vita per tutti: gli stati e le organizzazioni internazionali devono pren­dere adeguate iniziative per accordi che permettano di far fronte alle conseguenze economiche, su scala nazionale e internazionale, delle misure per la difesa del­l’ambiente.
  •  Devono essere messi a disposizione mezzi finanziari per conservare e miglio­rare l’ambiente, tenendo presenti le parti­colari condizioni dei paesi in via di sviluppo, i costi che essi devono affrontare per la difesa dell’ambiente e la necessità di rendere loro disponibile, se la richie­dono, un’ulteriore assistenza tecnica e fi­nanziaria.
  •  Al fine di rendere più razionale la gestione delle ricorse e il miglioramento dell’ambiente, gli stati devono adottare dei piani di sviluppo integrali e coordi­nati per far sì che lo sviluppo non contrasti con la protezione e il migliora­mento dell’ambiente e il benessere delle popolazioni.
  •  Una pianificazione razionale rappresenta lo strumento indispensabile per con­ciliare le necessità dello sviluppo con quelle della protezione e del migliora­mento dell’ambiente.
  •  Gli insediamenti umani e urbani de­vono essere pianificati in modo da evitare gli effetti negativi sull’ambiente e da ri­cavare i massimi benefici sociali, econo­mici e ambientali per tutti. Sotto questo aspetto devono essere abbandonati i pro­getti miranti a forme di dominazione co­lonialista e razzista.
  •  Se lo ritengono opportuno i governi interessati, politiche demografiche – pur­ché non contrastino con i diritti fonda­mentali dell’uomo – dovranno essere ap­plicate sia nelle regioni in cui il tasso di aumento o l’eccessiva concentrazione della popolazione possono avere effetti ne­gativi sull’ambiente e sullo sviluppo, sia in quelle in cui la bassa densità della popolazione può impedire il miglioramento dell’ambiente umano e rallentare lo sviluppo.
  •  In ciascun paese adatte istituzioni devono essere preposte alla pianificazione, amministrazione e gestione delle risorse ambientali, al fine di migliorare la qualità dell’ambiente.
  •  La scienza e la tecnica, nel loro con­tributo allo sviluppo economico e sociale, devono contribuire anche ad identificare, evitare e limitare i danni all’ambiente, a risolvere i relativi problemi e cercare il bene di  tutta l’umanità.
  • E’ necessario che le generazioni più giovani e gli adulti ricevano una educa­zione   ai   problemi   ambientali   che   tenga conto dei popoli meno privilegiali, a1 fine di creare una opinione pubblica diretta a proteggere e migliorare l’ambiente nella sua piena dimensione umana. E’ anche essenziale che i mezzi di comunicazione di massa non solo evitino di contribuire al deterioramento dell’ambiente, maanzi diffondano informazioni sulla necessità di proteggere l’ambiente in vista dello svi­luppo  integrale dell’uomo.
  • Le ricerche scientifiche e applicate nel campo dei problemi ambientali, sia nazionali che internazionali, devono essere incoraggiate in tutti i paesi, specialmente in quelli in via di sviluppo. Per la solu­zione dei problemi ambientali deve essere incoraggiato il libero scambio di informa­zioni e di esperienze scientifiche aggior­nate e devono essere messe a disposizione dei paesi in via di sviluppo le tecnologie di difesa ambientale a costi che ne con­sentano un’ampia diffusione e non costituiscano un aggravio economico per i paesi stessi.
  • Gli stati avranno, secondo la Carta delle Nazioni Unite e secondo i principi del diritto internazionale, il diritto sovrano di utilizzare le proprie risorse sulla base delle proprie politiche ambientali; essi hanno però il dovere di far sì che le attività svolte sotto la loro giurisdizione e il loro controllo non arrechino danni all’am­biente di altri stati o di territori fuori dai limiti  della   loro   giurisdizione.
  • Gli stati devono collaborare per svi­luppare ulteriormente il diritto interna­zionale per quanto concerne il risarci­mento per le vittime dell’inquinamento e di altri danni ambientali causati da attività svolte sotto la giurisdizione e il con­trollo degli stati stessi a territori posti al di fuori della loro giurisdizione.
  •  Senza pregiudizio per i principi gene­rali stabiliti in accordi internazionali o per i criteri stabiliti su scala nazionale, è necessario tenere presenti gli standard ambientali validi nei vari paesi, considerando che quelli  validi  per  i  paesi  più progrediti possono non essere adeguati o possono   provocare eccessivi costi sociali nei paesi in via di sviluppo.
  •  I problemi internazionali che riguar­dano la proiezione e il miglioramento del­l’ambiente devono essere trattati con spi­rito di cooperazione da tutti i paesi, grandi e piccoli, su piede di parità. La cooperazione attraverso accordi multilaterali o bi­laterali o altri mezzi adatti è essen­ziale per prevenire, ridurre o eliminare efficacemente gli effetti negativi sull’am­biente di attività condotte nei vari campi, e ciò nel dovuto rispetto per la sovranità e gli interessi di tutti gli stati.
  •  Gli stati devono fare in modo che le organizzazioni internazionali svolgano un ruolo di coordinamento, efficiente e dinamico, per la protezione e il migliora­mento dell’ambiente.
  • All’uomo e al suo ambiente devono essere evitati i danni delle armi nucleari edi tutti gli altri mezzi di distruzione di massa. Gli stati devono sforzarsi di rag­giungere rapidamente accordi, negli adatti organismi internazionali, per l’eliminazione e la completa distruzione di  tali armi.

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Dopo Stoccolma

di Giorgio Nebbia

“Sapere”, v. LXXIII. n. 755, dicembre 1972, pp. 8-15

La grande conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano –  che si è tenuta nella prima quindicina del giugno 1972 a Stoccolma – sembra ormai lontana ed è possibile oggi chie­dersi se tanto rumore e tante speranze di salvezza ecologica non sono state inutili. Per chiarire le cose, e anche al­cune delle critiche mosse a suo tempo a Stoccolma, va ricordato che quella sull’ambiente umano non è stata una conferenza scientifica, ma una confe­renza politica e diplomatica e che come tale difficilmente avrebbe potuto risolvere i grandi problemi ecologici ancora aperti, fra cui quello delle cause della crisi ecologica, quello della popolazione e dei consumi, o i pro­blemi che indirettamente interessano l’ambiente come il genocidio, la guerra, l’uso delle armi atomiche, biologiche e chimiche, ecc. Da qui il senso di delu­sione, contestazione e critica manife­stato, talvolta con collera, sia nelle conferenze «laterali» a quella uffi­ciale, a Stoccolma, sia in seguito. Della conferenza di Stoccolma, qual­cosa, però, è rimasto e vale la pena di esaminarlo anche perché questo qual­cosa può già – ove ne esista la volontà politica – essere utilizzato per un’azio­ne e come direttiva nell’ambito dei sin­goli paesi e della comunità internazio­nale; i risultati di Stoccolma sono con­tenuti in una Dichiarazione sull’am­biente e in una serie di Raccoman­dazioni. Queste ultime non hanno valore giuridico, non vincolano nes­suno, spesso sono state approvate non all’unanimità e talvolta con una pic­cola maggioranza: il loro valore è ulteriormente ridotto per il fatto che alla conferenza non hanno parteci­pato l’Unione Sovietica e la maggior parte dei paesi socialisti occidentali; non erano presenti il Nord Vietnam, la Corea del Nord e la Germania orientale – che non sono stati invitati perché non sono membri delle Nazioni Unite né di qualcuna delle agenzie specializzate[1]: erano presenti la Cina, la Romania, la Jugoslavia. Nonostante questi limiti, la dichiara­zione e le raccomandazioni sono pur sempre qualcosa; per il carattere stesso della conferenza potevano essere trattati soltanto problemi di carattere internazionale, ma poiché, proprio per la natura dei  problemi ecologici, la grande maggioranza delle azioni che hanno luogo in un paese ha effetti anche sull’ambiente dei paesi vicini o lontani, praticamente tutti i casi di cattivo uso delle risorse ambientali sono stati presi in considerazione a Stoccolma: ad esempio sono problemi internazionali lo scarico di sostanze inquinanti nel mare al di fuori delle acque territoriali, cioè pochi chilometri al largo della costa di un paese, la caccia agli uccelli migratori, e così via. Ad ogni modo, per poter esprimere una valutazione sui risultati di Stoc­colma, occorre leggere la dichiara­zione e le raccomandazioni conside­rando che esse non rappresentano dei testi isolati, ma si inseriscono in un filone di iniziative delle Nazioni Unite: la conferenza di Stoccolma, infatti, è stata preceduta dalla terza conferenza sul commercio e lo sviluppo (unctad iii), tenutasi poche settimane prima a Santiago del Cile, e precede la conferenza sulla legge del mare (1973) e la terza conferenza mondiale sulla popolazione che si terrà a New York nell’agosto 1974.

Uso delle risorse naturali in rela­zione ai rapporti commerciali interna­zionali, effetti dell’uso delle risorse sull’ambiente, inquinamenti e relazione fra risorse, ambiente, sviluppo e popo­lazione umana, sono temi strettamente legati fra loro e le conferenze citate hanno avuto ed avranno lo scopo di cercare dei punti di accordo nella comu­nità internazionale su problemi molto controversi. Si pensi, per esempio, che su questi temi è inevitabile lo scontro fra paesi sviluppati e paesi sottosvi­luppati – o, come sempre più spesso si sente ormai dire, fra paesi sfrutta­tori e paesi sfruttati. Per i paesi sviluppati (meno di un miliardo di individui, circa il 25% della popola­zione mondiale, che consuma però l’80% delle risorse di energia, mine­rali, foreste) il deterioramento dell’ambiente e gli inquinamenti derivano dal frenetico e crescente sfruttamento delle risorse naturali proprie e altrui, dalla crescente produzione di merci e dall’aumento del benessere e dello spreco. Gli altri tre quarti dell’uma­nità vivono in condizioni di sottoalimentazione e sottoccupazione, in condi­zioni sanitarie e igieniche disastrose, spesso  circondati  o  immersi   in  una natura ancora incontaminata, stermi­nata o ostile; per avere cibo, case, assistenza sanitaria, lavoro, condizioni di vita dignitose, i poveri e i poveris­simi della Terra cederebbero volen­tieri le foreste e i fiumi ricchi di acque, ben volentieri vedrebbero i loro paesi tagliati da autostrade piene di traffico e il loro cielo ancora lim­pido solcato dai miasmi e dai veleni delle ciminiere.

Non c’è da meravigliarsi, quindi, che questa frenesia dei popoli ricchi per i depuratori, i parchi nazionali, la conservazione forestale, la lotta agli insetticidi chimici e alle dighe, in nome della difesa del pianeta Terra, appaia ai poveri come una nuova forma di repres­sione della loro aspirazione ad una condizione di dignità umana; per costoro la miseria è il peggiore inqui­namento[2].

Alla luce di questa dialettica – che coinvolge, sia pure con diversa inten­sità, non solo il terzo mondo uffi­ciale, ma anche i terzi mondi dei paesi ricchi, il mezzogiorno e le sacche di sottosviluppo da noi – vanno letti i risultati di Santiago del Cile e di Stoccolma e occorre prepararsi per la conferenza sulla popolazione – a cui manca ormai appena un anno e mezzo.

Nello spazio di un breve articolo come questo non è possibile trattare tutti i numerosi importanti aspetti discussi a Stoccolma e mi limiterò quindi sol­tanto ad esaminarne alcuni e soprat­tutto quelli che, a mio avviso, presen­tano qualche interesse per noi. Le raccomandazioni sono 109[3], e rien­trano in cinque grandi temi principali:

  • pianificazione e gestione degli inse­diamenti umani in relazione alla qua­lità dell’ambiente (nn. 1-18);
  • effetto sull’ambiente della gestione delle risorse naturali (nn. 19-69);
  • identificazione ed eliminazione de­gli agenti inquinanti di rilevante im­portanza internazionale (nn. 70-94);
  • aspetti educativi, informativi, so­ciali e culturali dei problemi dell’ambiente (nn. 95-101);
  • ambiente e sviluppo (nn. 102-109).

Gli insediamenti umani

Abbastanza significativo è il ricono­scimento che dell’ambiente fanno parte non solo gli animali in via di estinzione, i parchi nazionali e i monu­menti del passato, ma anche le città e le abitazioni dell’uomo d’oggi, dai centri urbani congestionati alle peri­ferie squallide, alle baracche, alle case di campagna. Vi è stato facile accordo sulla necessità di migliorare i servizi igienici e sanitari (nn. 9 e 10), ridurre le nocività dovute al rumore (n. 14), di prevenire le calamità naturali (n. 18). Molto vivace è stata invece la discus­sione, infilatasi in questo tema, sul ruolo che la popolazione ha sull’am­biente umano, sull’uso delle risorse naturali, sull’inquinamento: il pro­blema è trattato nelle raccomanda­zioni 11 e 12;[4]in tali punti viene raccomandato che «durante la pre­parazione della conferenza mondiale sulla popolazione del 1974 venga ri­volta particolare attenzione ai pro­blemi della popolazione in relazione all’ambiente e, più particolarmente, all’ambiente degli insediamenti uma­ni» (n. 11) e che le agenzie delle Nazioni Unite «forniscano urgente­mente, ai paesi che la richiedano, crescente assistenza nel campo del family planning… e promuovano e intensifichino ricerche nel campo della riproduzione umana in modo da poter evitare le serie conseguenze dell’esplo­sione della popolazione sull’ambiente umano» (n. 12).

Sulla raccomandazione n. 12 c’è stata una lunga battaglia sia in commissione sia nell’assemblea generale. In quest’ul­tima è stato dapprima proposto di non dibatterla del tutto (proposta re­spinta con 45 voti contrari, 12 favo­revoli e 20 astensioni, fra cui l’Italia); poi di sostituire «family planning» con «benessere familiare» (proposta respinta con 41 voti contrari, 28 a favore e 7 astensioni); poi di sostituire «esplosione della popolazione» con «sovrappopolazione» (proposta respin­ta con 28 voti contrari, 22 a favore e 24 astensioni); infine la raccomanda­zione è stata approvata con 55 voti favorevoli, 18 contrari e 4 astensioni. A favore del controllo della popola­zione si sono schierati non soltanto i paesi bianchi e ricchi (gli Stati Uniti si sono battuti energicamente contro qualsiasi attenuazione del testo origi­nale), ma anche molti rappresentanti dei paesi in via di sviluppo, tanto che veniva spontaneo chiedersi se i voti dei diplomatici di questi ultimi paesi riflettessero effettivamente il pensie­ro delle popolazioni che essi erano venuti a rappresentare. Infatti, per esempio, nelle manife­stazioni parallele a quelle ufficiali, un gruppo di scienziati del terzo mondo ha votato una dichiarazione il cui spirito è del lutto contrario a quello della raccomandazione 12 e che dice: «E’ stato spesso suggerito che alla base dei problemi ambientali sta la sovrappopolazione del mondo e viene così invocato, come soluzione, un controllo della popolazione. Noi affer­miamo, invece, che l’aumento della popolazione non è né il più importante né il più decisivo fattore che influen­za l’ambiente … Non neghiamo possa essere necessario rallentare l’au­mento della popolazione, ma ciò non deve essere fatto attraverso pressioni esterne o costringendo la gente ad andare contro il proprio immediato interesse individuale… A nostro avviso è urgente avviare un processo che metta in moto i meccanismi con cui una popolazione si stabilizza spon­taneamente … Perciò condanniamo severamente le agenzie internazionali e i programmi di aiuti che impongono delle politiche di controllo della popo­lazione contrarie ai popoli del terzo mondo e che ne perpetuano lo sfrut­tamento».

Davanti all’assemblea generale, il 10 giugno 1972, il rappresentante della Cina, affrontando il problema del rapporto fra popolazione e ambiente, ha detto: «Noi riteniamo che di tutte le cose del mondo il popolo sia la più preziosa: le masse possiedono in­finito potere creativo, lo sviluppo della produzione e del benessere sociali dipendono dal popolo e il migliora­mento dell’ambiente umano pure dipen­de dal popolo[5], … Naturalmente ciò non significa assolutamente che noi approviamo l’incontrollato aumento della popolazione. Il nostro governo ha sempre raccomandato una disci­plina delle nascite … ma è insensato pensare che l’aumento della popola­zione in sé provochi l’inquinamento e il deterioramento dell’ambiente e sia responsabile della povertà e dell’ar­retratezza». È ben noto che molti non condividono questa posizione e il dibattito sul ruolo che l’aumento della popolazione ha sulle risorse naturali, sull’ambiente e sullo sviluppo è in pieno svolgi­mento all’estero e anche fra alcune forze culturali in Italia: i risultati di Stoccolma indicano che è urgente portare avanti tale dibattito, anche in vista della conferenza mondiale sulla popolazione del 1974.

Uso delle risorse naturali

Sotto questo tema sono stati trattati numerosi problemi. «Occorre una pianificazione del mondo rurale in re­lazione alla politica ambientale e del territorio e alla programmazione eco­nomica e sociale a medio e lungo ter­mine: anche nei paesi industrializzati le zone rurali si estendono per più del 90% del territorio e non devono più essere considerate un settore mar­ginale e una riserva di spazio e di mano d’opera» (n.19). Occorre di­fendere il suolo, il cui sfruttamento irrazionale è anche una conseguenza del «pagamento, per i prodotti agri­coli dei paesi in via di sviluppo, di prezzi inadeguati che non consentono agli agricoltori i guadagni necessari per gli investimenti indispensabili alla conservazione e difesa del suolo»(n. 20 d); devono essere stabilizzate le terre marginali (n. 69). I pesticidi chimici, soprattutto quelli clorurati e quelli contenenti metalli pesanti, sono responsabili di inquina­menti con effetti su tutto il pianeta ed è necessario studiare urgentemente nuovi e meno nocivi metodi di lotta antiparassitaria (n. 21). I residui agricoli possono essere riuti­lizzati col che diminuirà il consumo di fertilizzanti sintetici e l’inquina­mento e si otterranno nuovi prodotti utili; esiste uno speciale programma della fao per la «guerra agli spre­chi» che deve essere potenziato anche per evitare la distruzione dei prodotti agricoli invenduti, prodotti che posso­no essere razionalmente utilizzati (n. 22).

La gestione e l’uso delle risorse na­turali devono essere pianificati in modo integrale (n. 68). Una gestione razio­nale delle risorse forestali è di grande importanza per la difesa del suolo, per l’aumento delle risorse idriche e per la difesa degli equilibri biologici. De­vono essere potenziati i parchi na­zionali e le zone protette (nn. 34-36). È importante difendere la fauna dai danni degli inquinamenti (n. 29), dall’uccisione eccessiva e in alcuni casi dal pericolo di estinzione di certe specie (n. 30), tanto più che le ri­sorse della flora e della fauna allo stato naturale hanno importanza an­che per il turismo. È stato raccomandato «un accordo internazionale sotto gli auspici della International Whaling Commission e dei governi interessati, per la sospen­sione per dieci anni della caccia a qualsiasi tipo di balena per fini com­merciali» (n. 33).[6] I governi sono stati invitati ad adottare «conven­zioni e trattati internazionali per pro­teggere le specie che vivono in acque internazionali e quelle che migrano da un paese all’altro; è necessario consi­derare una convenzione contenente i criteri per la regolazione della caccia e della pesca sportive, per evitare l’ec­cessivo sfruttamento delle risorse faunistiche» (n. 32). Vedremo se questa raccomandazione indurrà il nostro governo ad una le­gislazione più restrittiva sulla caccia! Numerose raccomandazioni si riferiscono alla necessità di difendere e con­servare il patrimonio genetico di spe­cie vegetali ed animali, alcune delle quali sempre più rare: si pensi che l’uomo ricava i suoi alimenti da appena quindici vegetali principali, le cui specie e varietà sono state e devono essere continuamente modificate per renderle resistenti ai parassiti, per aumentarne la produttività, per aumen­tarne il valore nutritivo; in questo modo, però, si vanno perdendo le specie e le varietà originali, la cui conservazione in apposite «banche genetiche» è di fondamentale impor­tanza per il futuro. Ugualmente minacciate da un irrazio­nale sfruttamento sono le risorse na­turali non rinnovabili – come combu­stibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale) e minerali. Il principio n. 5 della dichiarazione ribadisce che tali risorse devono essere usate facendo attenzione al pericolo del loro possi­bile esaurimento e alla necessità che il loro uso sia diretto al bene dell’uma­nità. I criteri di gestione della produzione mineraria dovrebbero «indicare i casi in cui certe attività minerarie devono essere limitate» e fornire indi­cazioni «per evitare attuali e futuri effetti negativi sull’ambiente» (n. 56). Per quanto si riferisce alle fonti di energia, gli aspetti negativi del loro uso sono impliciti nella raccomanda­zione «che vengano raccolti, misurati e analizzati i dati relativi agli effetti sull’ambiente della produzione e dell’uso dell’energia» tenendo sotto controllo, in particolare, le concentra­zioni nell’ambiente «di anidride car­bonica, anidride solforosa, agenti ossi­danti, ossidi di azoto NOx, calore, pol­veri, nonché di idrocarburi e radio­attività … al fine di aumentare le conoscenze sui rapporti fra tali con­centrazioni e gli effetti sul clima, sulla salute umana, sulla vita animale e vegetale e sul paesaggio» (n. 57). La conferenza ha anche raccomandato «che venga preparata una relazione sulle fonti di energia disponibili, sulle nuove tecnologie e sulle tendenze dei consumi, per avere una base per l’uti­lizzazione più efficace delle risorse energetiche» (n. 59); «che venga coordinala la localizzazione degli im­pianti di ritrattamento dei combustibili nucleari in relazione alla possibilità di smaltimento dei residui radioattivi» (n. 75); «che venga riconosciuto che lo scarico del calore residuo degli impianti termoelettrici a combustibili fossili e nucleari rappresenta un poten­ziale pericolo per gli ecosistemi ma­rini» (n. 86 f).

Viene spontaneo a questo punto chie­dersi se nella politica energetica italia­na si tenga conto delle precedenti con­siderazioni: alcuni mesi dopo Stoccol­ma l’ente di stato per l’energia elet­trica, che dovrebbe interpretare la politica energetica governativa, si è scagliato contro gli isterismi di coloro che, ostacolando una irrazionale instal­lazione di nuove centrali termoelettri­che, cercano solo di ricordare al no­stro governo le raccomandazioni sotto­scritte a Stoccolma e in coerenza con le quali dovrebbe svolgersi una poli­tica energetica nazionale ecologica­mente sensata, diretta a scoraggiare gli sprechi ecc.

Per quanto riguarda la gestione delle risorse idriche comuni a diversi stati, dopo  aver  riconosciuto  il  diritto di sovranità permanente che ciascuno stato ha nell’utilizzazione delle pro­prie risorse, la Conferenza ha racco­mandato ai vari governi di accordarsi perché «quando sono previste, nel campo delle risorse idriche, rilevanti opere che possano avere un signifi­cativo effetto sull’ambiente di un altro paese, questo paese sia avvertito con molto anticipo delle opere programma­te; lo scopo fondamentale di qualsiasi attività nel campo dell’utilizzazione delle risorse. idriche sia in ciascun paese quello di assicurare il migliore uso dell’acqua e di evitarne l’inquina­mento; i benefici netti ottenibili da risorse idriche di bacini comuni a più paesi siano divisi equamente fra i paesi interessati» (n. 51) (approvata con 64 voti favorevoli, 2 contrari, 8 astensioni). Sulla base di questa rac­comandazione è evidente che un paese che intende sviluppare progetti di dighe, laghi artificiali, modificazioni del corso di fiumi ecc., dovrebbe av­vertire in anticipo i paesi che potreb­bero essere interessati o influenzati negativamente da queste iniziative, anche in relazione alle modificazioni climatiche che possono derivare da queste o da altre azioni nell’uso delle risorse naturali del pianeta. I vari paesi sono stati invitati anche a cercar di prevedere gli effetti nega­tivi sull’ambiente delle opere di rego­lazione del corso dei fiumi (n. 54), nonché a collaborare alla preparazione di un registro mondiale dei grandi fiumi che contenga notizie sulla quantità di sostanze inquinanti che essi traspor­tano nei mari e negli oceani, e di un altro registro di fiumi da considerare «puliti», secondo certi standard internazionali, e come tali da proteg­gere (n. 57).

Prodotti sintetici e ambiente

La discussione sull’uso razionale delle risorse naturali ha affrontato anche il tema della crescente concorrenza che i prodotti sintetici stanno facendo ai prodotti naturali, agricoli e forestali. I paesi oggi industriali erano origina­riamente poveri di prodotti e mate­rie prime agricole – legname, fibre tessili, gomma – ed erano invece ric­chi di risorse scientifiche e imprendi­toriali;   il  processo di  colonizzazione si è svolto per la conquista delle fonti di tali materie prime e per alimentare con esse le industrie. A partire dalla seconda guerra mondiale i paesi indu­striali, molti dei quali ex-coloniali, hanno impiegato la proprie risorse scientifiche per produrre artificial­mente quei prodotti che prima im­portavano dalle colonie: le materie plastiche per sostituire il legname e il cuoio, le fibre tessili sintetiche per sostituire quelle naturali, la gomma sintetica per non dover dipendere dalle importazioni di gomma naturale. A loro volta le ex-colonie, raggiunta l’indipendenza, si sono trovate con la popolazione in espansione (espan­sione incoraggiata dai bianchi durante il periodo coloniale perché faceva aumentare la mano d’opera locale a basso prezzo) e con sempre maggiori difficoltà a smerciare i propri pro­dotti naturali che spesso sono l’unica cosa che essi possano vendere e con cui possano ottenere le risorse finan­ziarie indispensabili per acquistare dai paesi industriali i manufatti e le mac­chine necessarie per muovere i primi passi sulla via dello sviluppo. Le di­chiarazioni da parte dei paesi ricchi di voler aiutare quelli poveri verso tale sviluppo diventano sempre meno convincenti davanti alla costatazione che la loro politica produttiva e com­merciale rende sempre più difficile la vendita dei prodotti naturali ex-colo­niali, dei prodotti agricoli e forestali. Ora ci si sta rendendo conto che, quasi come per una tragica nemesi, la produzione, l’uso e lo smaltimento dei prodotti sintetici, non biodegrada­bili, creano dei problemi ambientali sempre più gravi, problemi di inqui­namento prima sconosciuti e problemi di rapido impoverimento delle riserve di alcune risorse naturali non rinno­vabili, per esempio del petrolio, dal momento che la maggior parte dei prodotti sintetici deriva oggi proprio da esso.

Già durante la conferenza unctad iii era stata approvata la raccoman­dazione n. 70 che invita «i paesi ad incoraggiare le ricerche pure e appli­cate dirette a far sì che i prodotti naturali possano sostenere la concor­renza di quelli sintetici e dei surro­gati, che siano migliorate le tecniche produttive e aumentino  il commercio e il consumo dei prodotti naturali, per esempio attraverso lo sviluppo di usi nuovi e alternativi dei prodotti stessi, l’apertura di nuovi mercati e la pro­paganda del loro uso … Richiama l’attenzione della conferenza delle Na­zioni Unite sull’ambiente umano, sui problemi di inquinamento derivanti dalla produzione e dal consumo di prodotti sintetici ».

Il problema è stato ripreso a Stoccol­ma in due raccomandazioni che «le agenzie delle Nazioni Unite a ciò interessate intraprendano studi sui co­sti e benefici relativi all’uso dei pro­dotti sintetici al posto di quelli natu­rali che servono allo stesso fine» (n. 64) e che i governi prendano le necessarie iniziative per promuovere «il commercio internazionale dei pro­dotti e delle merci naturali che fanno concorrenza ai prodotti sintetici, i quali hanno un molto maggiore effetto inquinante» (n. 103 f)[7].  Anche a questo punto viene da chie­dersi se i governi vorranno accettare queste raccomandazioni e adeguare ad esse le proprie politiche produttive: c’è da dubitarne, se si pensa all’im­portanza delle grandi società sovrannazionali e agli utili che ricavano dalla produzione per via petrolchimica di fibre tessili sintetiche, detergenti, gomma sintetica, materie plastiche. In Italia, per esempio, a distanza di molti mesi ormai da Stoccolma, si sta discu­tendo un piano chimico, cioè una poli­tica, incentivata con denaro pubblico, dello sviluppo dell’industria chimica, e tutto il piano prevede l’espansione dell’industria dei prodotti sintetici, esattamente il contrario di quanto rac­comandato a Stoccolma, e non una sola voce si è levata, per quanto mi consta, da parte del nostro governo, per ricordare che lo stesso governo ha assunto a Stoccolma un impegno preciso per incoraggiare la sostituzione dei prodotti sintetici inquinanti con quelli naturali, il cui consumo contri­buisce sia alla difesa dell’ambiente, sia ad aiutare i paesi poveri nel pro­cesso di sviluppo.

Agenti inquinanti

Una serie di raccomandazioni è rivolta alla riduzione dei pericoli dell’immis­sione nella biosfera di agenti inquinanti che possano avere influsso nega­tivo a livello internazionale; alcuni di questi riguardano l’atmosfera (degli agenti inquinanti dovuti all’uso delle fonti di energia si occupa anche la già citata raccomandazione n. 57), altri le acque e altri, infine, i mari che rappresentano oggi la grande pattu­miera dei rifiuti delle petroliere, dei prodotti chimici di cui i paesi e le industrie vogliono liberarsi, delle cit­tà costiere.

Fra l’altro è stato raccomandato di creare «un registro internazionale … contenente i dati sulla produzione dei prodotti chimici più nocivi e sui loro diversi passaggi dagli stabilimenti di produzione attraverso i settori di uti­lizzazione, fino allo scarico o alla riuti­lizzazione finale» (n. 74) e «un re­gistro degli scarichi nella biosfera di quantità significative di materiali ra­dioattivi» (n. 75). Sono questi due punti importanti che, se attuati, per­metterebbero di seguire nei loro movi­menti gli agenti inquinanti più peri­colosi e porrebbero dei vincoli alle in­dustrie e ai paesi più spregiudicati che con le loro azioni possono avve­lenare il patrimonio comune di acqua, aria e mare: poiché c’è motivo di temere che molti fra i governi che hanno sottoscritto le raccomandazioni finiranno per fare orecchie da mer­cante, è chiaro che per l’osservanza di questo punto i gruppi di pressione ecologica potranno svolgere una effi­cace azione.

I governi sono stati anche invitati ad «accettare e a far rispettare le norme atte ad evitare l’inquinamento del ma­re da parte delle navi» e a «far sì che sia posto sotto controllo lo scarico di rifiuti negli oceani effettuato dai loro connazionali in qualsiasi posto o da qualsiasi persona nelle zone sotto la loro giurisdizione» (n. 86). Inutile dire che contro questa raccomandazione è stato invocato il diritto di libertà nella navigazione (fra gli altri dal rappresen­tante della Grecia). Questi problemi dovranno essere ripresi e discussi dalla conferenza sulla legge del mare che si terrà nel  1973.

Ambiente e sviluppo

Alcuni dei problemi sui rapporti fra ambiente e sviluppo sono già stati ricordati quando si è accennato al fatto che lo sviluppo è rallentato e l’ambien­te e più facilmente e rapidamente de­gradato a causa dei prezzi inadeguati pagati ai paesi in via di sviluppo per i loro prodotti agricoli (n. 20) e della crescente difficoltà che gli stessi incon­trano nella vendita dei prodotti natu­rali, per la sempre più forte concor­renza da parte dei prodotti sintetici (nn. 50 e 103).

La Conferenza ha anche raccomandato che «l’attenzione per l’ambiente non venga invocata come pretesto per po­litiche commerciali discriminatorie o per ridurre l’accesso a certi mercati … e che i costi delle politiche ambientali dei paesi industrializzati non vengano trasferiti, direttamente o indirettamen­te, ai paesi in via di sviluppo; che, in via di principio, nessun paese risolva o trascuri i propri problemi ambientali a spese di altri paesi; che, quando l’at­tenzione per l’ambiente porti a limita­zioni commerciali o a più stretti stan­dard ambientali con effetti negativi sulle esportazioni, soprattutto se a far­ne le spese sono i paesi in via di svi­luppo, vengano trovate adeguate misu­re di compensazione» (n. 103). Il suc­co di questo discorso è il seguente: può capitare che, dovendo usare il ddt per combattere la malaria, i paesi in via di sviluppo ottengano dei pro­dotti agricoli con un contenuto abba­stanza elevato di ddt, superiore ai limiti massimi ammessi per i prodotti venduti in certi paesi industriali; in questo modo i paesi industriali potreb­bero rifiutarsi di importare merci dai paesi poveri che vedrebbero così aumen­tare la propria miseria; analogamente il giorno in cui un paese industrializ­zato volesse, per ragioni protezioni­stiche, ridurre le proprie importazioni da un altro paese (industrializzato o in via di sviluppo), esso potrebbe abbas­sare arbitrariamente il limite massimo di ddt, di mercurio, di piombo, e così via, ammesso nelle merci di im­portazione in nome della difesa dell’am­biente. La raccomandazione si propone appunto di evitare il pericolo di arbitri in questo senso.

Benché sollevato a più riprese nell’am­bito delle contro-manifestazioni esterne alla Conferenza ufficiale di Stoccolma, il problema degli effetti ecologici delle armi «scientifiche» era stato evitato nelle bozze delle raccomandazioni di­stribuite fra i partecipanti e figurava soltanto in un paragrafo della bozza di dichiarazione sull’ambiente e in al­cune dichiarazioni fatte all’assemblea generale.[8]

Dichiarazione sugli esperimenti nucleari

Verso la metà della conferenza, du­rante i lavori della commissione sugli agenti inquinanti, è stata proposta una mozione secondo cui la Conferenza decideva «di condannare gli esperi­menti con armi nucleari, specialmente quelli condotti nell’atmosfera, e di invi­tare gli stati che intendono condurre esperimenti nucleari nell’atmosfera ad abbandonare tali esperimenti che provocano un’ulteriore contaminazione dell’ambiente». In sede di commissio­ne è trascorsa quasi una settimana pri­ma che si arrivasse alla votazione con­clusiva, che ha visto la mozione ap­provata con 48 voti favorevoli, 2 contrari (Cina e Francia) e 14 asten­sioni; per quanto si riferiva agli esperimenti nell’atmosfera la condanna colpiva in particolare Cina e Francia (quest’ultima stava per intraprendere, subito dopo la conferenza, una serie di esplosioni nucleari sperimentali nel poligono di Mururoa nel Pacifico); la condanna di qualsiasi tipo di esperi­mento nucleare colpiva anche gli Stati Uniti (e l’assente Unione Sovietica). Una proposta per la eliminazione delle parole «specialmente quelli» – propo­sta che avrebbe limitato la condanna a Francia e Cina, che conducono espe­rimenti nell’atmosfera, e avrebbe evi­tato la condanna degli esperimenti nu­cleari sotterranei americani e sovietici – è stata respinta con 21 voti contrari, 13 favorevoli e 17 astensioni. La mozione finale, nel testo sopra ri­portato, che condanna qualsiasi espe­rimento nucleare, è stata poi approvata dall’assemblea generale con 56 voti favorevoli (quasi tutti i paesi del terzo mondo, Finlandia, Santa Sede, Svezia, Giappone, Romania, Jugoslavia ecc.), 3 voti contrari (Cina, Francia e Gabon) e 29 astensioni (Stati Uniti, Belgio, Germania, Grecia, Sud Africa, Spagna, Italia,… San Marino, ecc.). La pre­sa di posizione contro gli effetti delle armi sull’ambiente è stata poi rece­pita nel punto 26 della dichiarazione sull’ambiente, contrastato fino all’ulti­ma seduta dell’assemblea generale. Il lettore dirà che il risultato non è poi molto entusiasmante, ma per la logica di una conferenza governativa delle Na­zioni Unite anche questo pochissimo può essere considerato un successo. Le dichiarazioni esistono e l’opinione pubblica di ciascun paese può ora appellar­si a queste righe nella sua protesta con­tro la sperimentazione militare e con­tro le armi che rendono ancora più inumana  la guerra.

Il futuro

Le attività delle Nazioni Unite nel campo della difesa dell’ambiente non sono finite con Stoccolma: la conferenza ha proposto la creazione di un «Consiglio per i programmi ambientali», costituito dai rappresentami di 54 paesi, che do­vrà essere coadiuvato da un piccolo segretariato dotato di un fondo (12 miliardi di lire all’anno per cinque anni); un fondo ben modesto, dato che il segretariato deve svolgere funzioni di coordinamento e di scambio di infor­mazioni anche per il programma di sorveglianza terrestre («Earthwatch»), che prevede 110 stazioni di rilevamen­to delle condizioni e dell’inquinamento dell’atmosfera (previste dalla raccoman­dazione n. 79). Inoltre è stato proposto di dichiarare ogni anno il 5 giugno «Giornata mondiale dell’ambiente» e di indire una seconda conferenza sull’ambiente, probabilmente nel 1977. Questa rapida rassegna non può dare che un’idea molto parziale del fermento che ha accompagnato la conferenza di Stoccolma e di cui in Italia si è avuto soltanto un riflesso marginale, dato che purtroppo è ben limitata la parte­cipazione dell’opinione pubblica e anche degli organi ufficiali ai grandi pro­blemi internazionali. Nel caso di Stoc­colma, ad esempio, tutti i paesi sono stati invitati a presentare, entro una certa data, una relazione sui problemi nazionali dell’ambiente, redatta secon­do uno schema suggerito dalla segreteria delle Nazioni Unite: il nostro paese ha presentato, e con grande ritardo, una in cui i problemi ambientali erano trattati in modo inadeguato. Se si guarda poi l’elenco dei membri delle delegazione italiana a Stoccolma si con­stata che, a fianco dei vari funzionari ministeriali, erano numerosi i rappre­sentanti del potere economico e indu­striale ed erano ben scarsi i rappre­sentanti delle forze più vive del movi­mento ecologico italiano, quelli che, io penso, avrebbero potuto utilmente af­fiancare i diplomatici nei momenti delle votazioni più importanti per il nostro paese.

Infine non mi sembra vi sia alcun segno che le raccomandazioni di Stoccolma abbiano influenzato in qualsiasi manie­ra la nostra politica nel campo delle risorse naturali, dell’ambiente, degli insediamenti urbani e rurali ecc. In oc­casione della giornata delle Nazioni Unite, il 24 ottobre, il Sindaco di una grande città italiana ha ricordato l’av­venimento citando lodevolmente alcuni paragrafi della dichiarazione di Stoc­colma; peccato soltanto che quella cit­tà versi le sue acque luride nel mare antistante, abbia un traffico automobili­stico dall’allucinante disordine, manchi di adeguati spazi verdi e sia devastata dalla speculazione edilizia, senza che si ponga rimedio alla disastrosa situa­zione.

Stoccolma ormai, comunque, è lonta­na, ma abbiamo adesso un’altra sca­denza, quella della conferenza mondiale sulla popolazione: io spero che la no­stra partecipazione (attraverso una relazione nazionale i cui questionari do­vrebbero essere ormai pervenuti al Mi­nistero degli Esteri) avvenga con la collaborazione di tutte le forze poli­tiche e culturali e permetta all’Italia di dare il suo contributo ad un problema che è nostro e di tutti, quello della so­pravvivenza dignitosa in questa unica casa che abbiamo nello spazio, il pia­neta Terra.


[1] La Germania occidentale non è membro delle Nazioni Unite, ma è membro di alcune agenzie specializzate dell’onu e poteva quindi essere invitata ed era presente; in una situa­zione simile erano alcune altre delegazioni. La maggior parte dei paesi socialisti non ha partecipato  per  protesta  contro  il  mancato invito della Germania orientale. (Mentre l’articolo era in stampa è stato annunciato – 21 novembre 1972 – che la Repubblica De­mocratica Tedesca è stata ammessa a far patte ddl’unesco, appunto una delle agen­zie delle Nazioni Unite. E’ stato cosi final­mente rimosso l’ostacolo che tanto disturbo ha arrecato  alla  Conferenza  di  Stoccolma).

[2] Quest’ultimo concetto è stato esposto nel messaggio di Paolo vi letto il 5 giugno 1972 e nella dichiarazione fatta daIndira Gandhi il 14 giugno 1972 all’assemblea generale della conferenza di Stoccolma.

[3] La numerazione delle raccomandazioni è quella della relazione finale (documento a/conf 48/14 del 3 luglio 1972, delle Na­zioni Unite); tale numerazione è differente da quella dei documenti distribuiti e discussi nel corso della conferenza e a suo tempo ripresi dalla stampa internazionale.

[4] Il risultato delle discussioni è riflesso nel­l’ambiguo paragrafo 16 della dichiarazione.

[5]  La sostanza di questa frase e stata accolta nel punto 5 del preambolo alla dichiarazione sull’ambiente. Nel suo messaggio alla confe­renza Paolo vi ha detto: «L’uomo è la prima e la più grande ricchezza della Terra». In tutte le votazioni la delegazione della Santa Sede si è trovata su posizioni simili a quelle sostenute dalla Cina, dalla Romania, da molti rappresentanti ufficiali e dai rappre­sentanti «non ufficiali» del terzo mondo, per la difesa dell’uomo e della vita.

[6] Questa attesa raccomandazione è stata ap­provata con 53 voti a favore, nessuno contrario e 12 astensioni (essa va, infatti, con­tro gli interessi dei paesi che hanno flotte baleniere e specialmente del Giappone). Po­che settimane dopo, però, si è riunita la International Whaling Commission che ha re­spinto (con 6 voti contrari, 4 a favore e 4 astensioni) la proposta di sospensione totale della caccia per dieci anni, accettando invece una sospensione a tempo indeterminato della caccia ad alcuni tipi di balene e la riduzione (rispetto agli anni precedenti) del massimo numero di animali catturabili, per alcune specie di balene e di capodoglio.

[7] Nella proposta di raccomandazione era scritto «che possono fare concorrenza», ma la Nigeria ha proposto che il testo finale por­tasse la frase «che fanno concorrenza» e questo emendamento è stato approvato con 48 voti favorevoli nessuno contrario e 26 astensioni. La raccomandazione 103 è stata approvata con 72 voti favorevoli, 1 contrario e 8 astensioni.

[8] Si possono ricordare il discorso pronunciato dal primo ministro svedese Olaf Palme il 6 giugno 1972 («L’immensa distruzione realiz­zata dai bombardamenti indiscriminati e dal­l’uso su larga scala di bulldozer e di erbicidi è un oltraggio che alcuni hanno definito eco­cidio: temiamo che l’uso attivo di questi me­todi sia associato ad una resistenza passiva per evitare che vengano discussi in questa sede»); il messaggio di Paolo vi, letto il 5 giugno 1972 («La coscienza morale reagisce con orrore davanti all’applicazione da parte dell’uomo delle scoperte della scienza per la produzione di mezzi di distruzione come le armi atomiche, chimiche e batteriologiche e tanti altri strumenti bellici, grandi e piccoli»); il discorso pronunciato il 14 giugno 1972 da Indira Gandhi, che ha ricordato «le armi diaboliche che non solo uccidono, ma muti­lano e deformano i vivi e quelli che devono ancora nascere, che avvelenano la terra e la­sciano lunghi solchi di squallore e di dispe­rata desolazione».