In connessione con la prima puntata del saggio di Alberto Berton sulla supermarket revolution “rompiamo” la serie delle “cose” di Giorgio Nebbia dedicata esclusivamente agli elementi con due suoi articoli del gennaio 2018 (il primo da “il manifesto”, il secondo da “greenreport”) dedicati al grande cambiamento nella conservazione e nella commercializzazione degli alimenti costituito dall’invenzione delle lattine in banda stagnata.
Banda stagnata, nuova frontiera delle conserve
Gli alimenti offerti dalla natura, frutti, vegetali, tuberi, semi, carne, pesce, sono soggetti a rapido deterioramento ad opera degli agenti esterni come calore, esposizione all’ossigeno, umidità, microbi. La necessità di conservarli si è presentata già migliaia di anni fa e il problema è stato risolto con la cottura, l’essiccazione, l’affumicamento o l’addizione di sale. Il sale poteva essere raccolto sulle rive del mare o estratto da giacimenti esistenti in Africa o nel Medio Oriente, ed è diventato oggetto di un grande commercio internazionale.
Si trattava però di tecniche rudimentali ed empiriche, che si rivelarono inadeguate quando i paesi europei, dopo il 1500, si sono trovati di fronte ai lunghi viaggi oceanici e alle lunghe campagne militari che richiedevano delle scorte di alimenti stabili per molti mesi. Nel 1765 l’italiano Lazzaro Spallanzani dimostrò che gli agenti responsabili della degradazione microbica – i «germi» – muoiono e non rinascono più se gli alimenti in bottiglie di vetro ben chiuse sono immersi in acqua bollente per circa un’ora.
Il bisogno di disporre di alimenti conservati per i marinai nei viaggi oceanici aveva indotto nel 1787 la Royal Society of Arts britannica a offrire un premio di 52 sterline a chi avesse scoperto un nuovo processo di conservazione. Era stata probabilmente la notizia di questo premio e la conoscenza dell’opera di Spallanzani che aveva spinto il francese Nicolas Appert (1749-1841), a condurre, alla fine del 1700, degli esperimenti di conservazione degli alimenti entro bottiglie di vetro ben chiuse che venivano tenute a lungo in acqua bollente. Fin dalle prime prove Appert constatò che i vegetali, la carne e il latte così trattati si conservavano intatti per mesi.
Col tono un po’ enfatico della stampa dell’epoca il Courier de l’Europe il 10 febbraio 1809 scrisse: «II signor Appert ha trovato un sistema per fermare le stagioni: nella sua casa la primavera, l’estate, l’autunno vivono in bottiglie, simili a quelle piante che il giardiniere protegge sotto una cupola di vetro contro le intemperie».
Il ministro dell’interno di Napoleone assegnò ad Appert, nel 1810, un premio di 12.000 franchi come riconoscimento delle sue benemerenze per il progresso umano, con l’impegno che egli redigesse un rapporto con la descrizione del processo. Ciò fece nel 1810 con il libro Le livre de tous les ménages, ou l’art de conserver, pendant plusieurs années, toutes les substances animales et végétales, che fu subito un successo e nel 1812 Appert cominciò la produzione industriale di conserve alimentari in vetro.
Nel 1814, cessato il blocco continentale imposto da Napoleone alle navi inglesi, Appert andò in Inghilterra per diffondere il suo libro; figuratevi la sua sorpresa quando scoprì che due inglesi John Hall (1755-1836) e Bryant Donkin (1768-1855), avevano utilizzato la sua stessa tecnica di sterilizzazione degli alimenti col calore, dopo aver comprato il brevetto del 1810 di un certo Durand che aveva tratto l’idea dalla lettura del libro di Appert.
I due imprenditori inglesi producevano alimenti conservati anziché nel pesante vetro, in scatole di banda stagnata, la sottile lamiera di ferro protetta internamente da un sottilissimo strato di stagno, inventata e brevettata proprio negli stessi anni in Inghilterra.
Scatole di carne e di verdura conservate di produzione inglese furono usate nei viaggi di esplorazione polare degli anni venti dell’Ottocento. Una scatoletta di carne abbandonata dall’esploratore Parry fu trovata e aperta 114 anni dopo e il suo contenuto fu analizzato e trovato in buono stato di conservazione.
Lo stato della tecnologia è descritto in una relazione redatta da Donkin e Gamble, un altro socio, nel 1832 e intitolata Official reports and copies of numerous documents relative to the latest improvements of Gamble’s patent fresh preserved provisions.
Anche se nel 1830 i cibi in scatola comparvero nei negozi inglesi, la nascita di una vera industria degli alimenti in scatola fu possibile attraverso il superamento di varie difficoltà. Non tutti i fabbricanti riuscivano ad ottenere alimenti in scatola di buona qualità; si sapeva che la conservazione era assicurata da un trattamento a caldo, ma non si sapeva esattamente a quale temperatura i microbi vengono uccisi, quale è la durata minima del trattamento; se le scatole erano troppo grandi il calore non arrivava al centro della scatola e la carne dopo poco marciva.
Durante il riscaldamento le scatole spesso si rigonfiavano e i primi fabbricanti lasciavano aperto nelle scatole un forellino da cui usciva l’aria e che veniva poi chiuso in fretta, con una saldatura, alla fine del riscaldamento.
La soluzione definitiva sarebbe stata offerta dall’invenzione dell’autoclave, cioè di un recipiente chiuso in cui l’acqua è scaldata ad alta temperatura sotto pressione. Per inciso, l’autoclave per l’industria conserviera fu inventato da Raymond Chevalier-Appert, nipote di Nicolas Appert. Quest’ultimo era morto nel 1841, in miseria. L’aumento della richiesta di scatole di latta da parte dell’industria conserviera portò a rapidi progressi nella tecnologia della fabbricazione della banda stagnata, delle scarole di latta e nella tecnica di saldatura.
I successi dell’industria delle conserve alimentari furono accompagnati da vari incidenti. All’inizio del 1852 la cattiva qualità degli alimenti in scatola forniti alla marina britannica fu al centro di uno scandalo ripreso dalla stampa del tempo. La guerra di Crimea del 1853 fu il grande banco di prova per le conserve di carne e verdura e anche la prima convincente dimostrazione della loro utilità.
I grandi allevamenti di animali nell’America Latina e negli Stati Uniti contribuirono a creare le grandi industrie di macellazione e di conservazione della carne, la cui capitale mondiale è stata per decenni Chicago. Dopo la costruzione delle navi frigorifere transoceaniche gli animali macellati americani arrivavano anche in Europa alimentando l’industria europea delle carni in scatola.
In Italia il primo stabilimento per la produzione di conserve vegetali, soprattutto di pomodoro, fu realizzato da Francesco Cirio nel 1856. Nel 1881 cominciò la produzione, in Italia, di carne bovina lessata in scatola, nello stabilimento di Crescenzago fondato da Pietro Sada, e poi in quello di Monza costruito nel 1923 dal figlio Gino Alfonso Sada. Le prime fabbriche italiane di conserve furono costrette a usare scatole di latta di importazione, perché la prima banda stagnata fu prodotta in Italia soltanto nel 1890 da Luigi Origoni.
Gli alimenti in scatola avevano ormai cominciato un cammino di successi. Nella guerra anglo-boera del 1899 l’esercito britannico doveva la sua supremazia, fra l’altro, alla migliore alimentazione assicurata, appunto dai rifornimenti di scatole di alimenti conservati, rispetto all’alimentazione delle truppe boere che dovevano accontentarsi di carne essiccata affumicata.
Nel 1935 a Richmond, in Virginia, cominciò la produzione di birra in lattine.
Oggi l’industria delle conserve alimentari consente veramente di recuperare e utilizzare alimenti che andrebbero perduti, rende accessibili a basso prezzo a un gran numero di persone, anche delle classi e dei popoli poveri, cibi di elevato valore nutritivo.
Per molti decenni la banda stagnata è stata fabbricata per immersione della lamiera di acciaio nello stagno fuso. Nel 1930 negli Stati Uniti cominciò la produzione di banda stagnata per deposizione elettrolitica dello stagno sul lamierino. Il processo fu perfezionato durante la Seconda Guerra Mondiale perché permetteva di consumare meno stagno.
Attualmente è in uso un sistema di stagnatura elettrolitica a ciclo continuo; il lungo nastro di acciaio da ricoprire viene fatto passare attraverso una serie di vasche contenenti un anodo di stagno. L’aspetto dell’acciaio stagnato è grigio opaco; con la brillantatura gli viene conferito però l’aspetto brillante. Il nastro viene fatto passare attraverso una serie di rulli che portano il rivestimento di stagno alla fusione e poi raffreddato.
Nel frattempo l’uso di contenitori di banda stagnata si è esteso dal campo della conservazione degli alimenti a molti altri come i contenitori di prodotti spray (insetticidi, cosmetici, ecc), con notevoli innovazioni.
La rivoluzione delle lattine
Sono passati duecento anni da quando l’esploratore John Ross partì da Londra per il suo primo viaggio alla ricerca del passaggio a Nord ovest imbarcando una scorta di lattine di carne conservata fabbricate dalla premiata ditta Donkin & Hall, secondo un brevetto ispirato dagli esperimenti del francese Nicolas Appert.
Le scatole di banda stagnata cominciavano il loro viaggio alla conquista del mondo; il loro uso avrebbe permesso di portare nel mondo, fra i popoli, anche i più lontani e i più poveri, cibi di tutti i generi.
I succhi di agrumi conservati in scatola avrebbero permesso di sconfiggere lo scorbuto che affliggeva i marinai per mancanza nei loro cibi di quella che sarebbe stata identificata come vitamina C.
Le scatolette possono venir trasportate per migliaia di chilometri e raggiungere le aree geografiche più lontane, raggiungendo i negozi dei paesi opulenti e in quelli in via di sviluppo, senza che il loro contenuto si alteri.
Alberto Moravia, in una corrispondenza dal suo viaggio in Africa nel 1963, riferisce la sua sorpresa nel vedere, a Maralal, nel Kenya, «l’ultima località in cui arriva la strada asfaltata, prima delle piste che portano al Lago Rodolfo, piramidi di scatolame, con le variopinte etichette, sulle quali si vede il salmone che salta fuori dalle acque canadesi o il bue che sta fermo nel mezzo del prato australiano» (Da: Alberto Moravia, A quale tribù appartieni?)
L’uso dei contenitori di banda stagnata non si esaurisce nel settore degli alimenti; bidoncini di latta trasportano petrolio, benzina, olio lubrificante, vernici, detersivi, diserbanti; la banda stagnata è usata per le bombole spray per cosmetici e vernici.
Il suo successo è dovuto al basso costo, ai tempi brevi della sua fabbricazione e riempimento, alla robustezza unita alla leggerezza, al fatto che è impermeabile all’aria e non lascia passare la luce che può alterare il contenuto di vitamine e può provocare ossidazione e rancidità, è facile da stivare, trasportare e immagazzinare, può conservare inalterati i frutti di un raccolto fino al raccolto successivo, e oltre.
I fenomeni di rigonfiamento delle lattine, che una volta si verificavano, sono ormai molto rari e dipendono dal difetto di conservazione degli alimenti contenuti. Indagini statistiche mostrano che in oltre il 99,5% dei casi il rilascio di stagno negli alimenti non ha superato la soglia di sicurezza indicata in 200 milligrammi per chilo di contenuto e i 100 mg/kg nel caso delle bevande. Il corpo umano può comunque tollerare l’ingestione di molte centinaia di milligrammi di stagno.
È stato ed è oggetto di discussione la contaminazione del cibo da parte del bisfenolo A, un additivo delle resine epossidiche usate in alcuni paesi come rivestimento interno delle lattine per evitare il contatto del cibo col metallo ed oggi vietato.
L’industria degli imballaggi di banda stagnata ha un ruolo importante anche nell’economia mondiale.
Dei circa 1.600 milioni di tonnellate di acciaio prodotte annualmente (2016) nel mondo, circa 15 milioni di tonnellate all’anno sono trasformate in banda stagnata, il sottilissimo laminato di acciaio, con caratteristiche di composizione ben definite, che viene ricoperto con stagno attraverso un processo elettrolitico.
Delle 300-350 mila tonnellate di stagno prodotte nel mondo, circa il 20 per cento, 60 mila tonnellate all’anno, sono usate nella produzione di banda stagnata, che contiene circa l’1 per cento di stagno.
Il consumo di banda stagnata per usi alimentari nel mondo si valuta di circa 15 milioni di tonnellate all’anno; la produzione di scatole di conserva di acciaio viene stimata di 80 miliardi di barattoli all’anno nel mondo.
Decine di acciaierie nel mondo producono banda stagnata e centinaia di stabilimenti la trasformano nello scatolame usato nelle migliaia di stabilimenti dell’industria conserviera che nel mondo inscatolano pomodoro e derivati, legumi, frutta sciroppata, tonno e sardine, olio alimentare e altri prodotti.
In Italia la richiesta di banda stagnata è di oltre 700 mila tonnellate all’anno, ma se ne produce meno del 10 per cento. Il resto è importato sia dalle acciaierie italiane sia da quelle cinesi. Alla banda stagnata fanno concorrenza, nel settore degli imballaggi per alimenti, il vetro, l’alluminio, le materie plastiche, il cartone accoppiato con fogli metallici o plastificato. Ciascuno ha i suoi vantaggi e svantaggi e il suo settore di applicazione. Il vetro è più pesante, esente da pericoli di corrosione, trasparente e questo è un vantaggio quando si vuole che l’acquirente veda il suo contenuto, ma uno svantaggio se il contenuto, come l’olio, è esposto ad ossidazione catalizzata dalla luce, nel qual caso deve essere conservato in bottiglie di vetro opaco. Anche i contenitori di vetro sono facilmente riciclabili. L’alluminio si presta bene per contenere bevande gassate o birra e le sue scatole sono facilmente riciclabili.
Le bottiglie di plastica, per lo più polietilentereftalato, sono largamente usate per le acque «minerali»; è controverso il rilascio di plastificanti all’acqua e le bottiglie sono riciclabili soltanto se sono raccolte tutte insieme, separate da altri oggetti di plastica.
Il successo dei contenitori in banda stagnata è stato assicurato anche dalla possibilità, e relativa facilità, del loro riciclo. Si stima che nel mondo circa 11 milioni di tonnellate di scatolame di banda stagnata siano avviati ogni anno al riciclo.
Gli imballaggi di acciaio immessi in commercio in Italia, per usi alimentari (la maggior parte) e non alimentari, risulta dell’ordine di 400-500 mila tonnellate all’anno.
Attraverso i vari sistemi di raccolta, ogni anno sono recuperate circa 300-350 mila tonnellate di imballaggi di acciaio usati. Gli imballaggi di acciaio, materiale magnetico, possono essere facilmente separati da altri rifiuti e da altri materiali mediante elettrocalamite.
La trasformazione in acciaio riutilizzabile ha luogo attraverso varie operazioni. Gli imballaggi vengono frantumati, sottoposti ad un lavaggio per eliminare materiali ancora presenti all’interno, selezione per eliminare le parti estranee.
A questo punto il materiale viene sottoposto a destagnatura con processi elettrolitici. Il rottame di acciaio viene poi avviato alle fonderie con forni elettrici e va ad aggiungersi ai circa 17 milioni di tonnellate di rottami assorbiti dall’industria siderurgica italiana. Con la produzione di acciaio dal rottane si consuma meno energia e si immettono nell’ambiente meno gas serra (specialmente anidride carbonica) rispetto alla produzione col ciclo integrale: minerale-carbone-calcare.
Il successo del riciclo degli imballaggi di banda stagnata dipende dalle caratteristiche del rottame che non deve contenere metalli estranei non graditi alle acciaierie.

