Le lotte per la giustizia ambientale in Brasile

Quando il portoghese arrivò

sotto una pioggia forte

vestì l’indiano.

Che peccato!

Fosse stata una mattinata di sole

l’indiano avrebbe spogliato il 

portoghese.

Oswald de Andrade, Erro de Português ((In O. de Andrade Poesias ReunidasObras Completas, vol. VII, 4ª ed., Civilização Brasileira, Rio de Janeiro 1974, p. 177.))

Il concetto di giustizia ambientale

Dal momento in cui l’espressione “giustizia ambientale” non è più un mero accostamento di due parole, ognuna con un proprio significato, ma è diventata un tema di studi, tesi e libri, la prima domanda da porsi potrebbe riguardare la data a partire dalla quale è iniziato il dibattito su questo argomento. Dovremmo forse considerare come punto di partenza la Prima conferenza nazionale dei leader ambientalisti di colore, organizzata dalla Chiesa unita di Cristo a Washington nel 1991, quando gli attivisti contro il razzismo ambientale lanciarono il documento finale dei 17 punti sui “Principi per la giustizia ambientale”((Disponibile all’indirizzo http://www.ejnet.org/ej/principles.html.))? Oppure l’anno di pubblicazione di uno scritto in cui Robert Bullard affermava che quella della “giustizia ambientale” poteva essere la formula giusta per conquistare le grandi ONG ambientali statunitensi bianche, che, come sosteneva l’autore, avrebbero potuto anche fare un passo avanti rispetto alle posizioni conservatrici, ma che sicuramente sarebbero state refrattarie ad affrontare temi legati al razzismo, anche se di tipo ambientale ((R. Bullard (a cura di), Confronting Environmental Racism: Voices from the Grassroots, South End Press, Cambridge 1993, p. 39.))?

La maggior parte degli autori brasiliani considera come punto di partenza l’adozione dell’espressione nel mondo accademico statunitense, ritenuto anche da Bullard il momento di svolta dato che fa della formula una categoria intellettuale e quindi la legittima. Ciò non avviene per puro caso: anche se alcune organizzazioni non governative (ONG) parteciparono al processo (di creazione della definizione di giustizia ambientale), è attraverso il mondo accademico che questa espressione è arrivata in Brasile, tramite lo stesso Bullard, agli inizi del XXI secolo. È vero che vi fu un tentativo di farla valere a partire dai movimenti sociali, attivati dal Movimento dei lavoratori senza terra (MST), con il coinvolgimento di una ONG, (IBASE) ((Mi riferisco alla pubblicazione promossa dall’IBASE/CUT-RJ/IPPUR-UFRJ nella “Serie sindicalismo e justicia ambiental”, a Rio de Janeiro, nel 2000. Questa iniziativa ha avuto come origini lontane la partecipazione di Bullard al forum della società civile tenutosi parallelamente alla conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo di Rio de Janeiro nel 1992, chiamato Eco ’92. All’epoca la sua proposta non ebbe risonanza, ma più avanti, quando cominciò ad essere formulata e diffusa negli Stati Uniti, l’interesse verso di essa crebbe significativamente.)), e un istituto universitario, ma tale percorso si rivelò infruttuoso.

Tutto questo forse spiega la tendenza a mantenere il dibattito sulla giustizia ambientale prevalentemente sul piano delle idee e nell’ambiente accademico, il che ha come conseguenza un certo elitarismo. Di solito si fa risalire l’inizio della “storia ufficiale” della giustizia ambientale ai fatti di Love Canal – “canale dell’amore”, tipo “channel” TV – quando furono scoperte le conseguenze della contaminazione chimica causata dalla società Hooker (1942-1953) e la lotta contro l’inquinamento ebbe inizio. Adesso lo si considera l’evento inaugurale nella storia delle lotte contro un disastro ambientale, ma ci sono stati moltissimi altri casi prima di questo, che non sempre diedero vita ad una reazione organizzata. Un dubbio, tuttavia, rimane: non sarà forse che Love Canal è stato scelto perché è un fatto che coinvolge una popolazione bianca, cercando così di rendere “appetibile” il nuovo concetto, sia negli Stati Uniti che in Brasile?

Risalendo all’uso formale del termine, non si può dimenticare la conferenza del 1991 e i suoi 17 “Principi per la giustizia ambientale”. E per spiegarlo, dobbiamo tornare indietro di nove anni e parlare del tempo in cui il reverendo Benjamin Chavis, allora direttore della Commissione per la giustizia razziale nella Chiesa unita di Cristo (e quindi uno dei principali organizzatori della conferenza), coniò il termine “razzismo ambientale” al momento culminante dei fatti di Warren County, nel 1982 (lotta contro l’inquinamento da PCB). Niente di più naturale, visto che Chavis era stato un collaboratore di Martin Luther King nella lotta per i diritti civili, guidando i giovani neri del North Carolina fino al punto di pagare il suo impegno con la prigione((Nel mese di febbraio del 1971, Chavis (all’epoca venticinquenne) e altri nove giovani compagni, tra cui una ragazza, furono arrestati a Wilmington, North Carolina, accusati di avere bruciato un negozio di generi alimentari il cui il proprietario era bianco. Diventarono noti come “i dieci di Wilmington” e nel 1976 furono condannati a un totale di 282 anni di carcere, e per Chavis vi fu la condanna più pesante: 34 anni di carcere. Considerati prigionieri politici, i giovani furono difesi con proteste e campagne, tra cui quella di Amnesty International, mentre gli avvocati trovarono diversi errori giudiziari che furono successivamente messi in luce nei processi. Infine, tre dei testimoni di accusa ammisero di avere mentito sotto giuramento e avere subito pressioni da parte delle autorità locali. I dieci di Wilmington furono liberati dopo alcuni anni di prigione, ma solamente nel 1980, dopo una indagine del dipartimento di giustizia, venne cancellata la condanna. Queste e altre informazioni e considerazioni fanno parte di una ricerca storica sulle origini dei movimenti contro il razzismo e la giustizia ambientale e sul suo affacciarsi in Brasile, sviluppata in T. Pacheco, C. Faustino, A iniludível e desumana prevalência do racismo ambiental nos conflitos do mapa, in M.F. Porto, T. Pacheco, J.P. Leroy (a cura di), Injustiça ambiental e saúde no brasil: o mapa de conflitos, Editora Fiocruz, Rio de Janeiro 2013, pp. 73-114.)). La lotta contro il razzismo ambientale, a partire da Warren County, costituiva in realtà una naturale estensione della conquista dei diritti civili, anche se (fatto che si sarebbe ripetuto in Brasile) parte dei movimenti neri avevano difficoltà ad accettare tale formulazione, sostenendo che l'”aggettivazione” in termini ambientali del razzismo avrebbe potuto indebolire le forme di lotta contro il razzismo tout court.

Per concludere questa premessa, richiamo il titolo del libro curato da Bullard nel 1993 con prefazione di Chavis,Affrontare il razzismo ambientale: voci dal basso. La separazione era compiuta. La giustizia ambientale sarebbe stata trattata in maniera privilegiata dagli studiosi, mentre la lotta contro il razzismo ambientale (allargata fin dalla conferenza del 1991 in direzione di indiani, ispanici e alcuni popoli asiatici) sarebbe rimasta a livello delle “radici”, a livello di “base”.

Si può concordare o meno con questo “divorzio”, fatto è che, anche senza che l’espressione venga menzionata o conosciuta, è dal basso che prende forma la lotta contro il razzismo e le ingiustizie ambientali, nella misura in cui sono proprio i discriminati, gli emarginati, gli esclusi o minacciati di essere distrutti, coloro che più sentono pesare sulle loro vite i violenti attacchi contro la giustizia ambientale. Sono coloro che stanno in basso i soggetti che “pagano” i costi del cosiddetto “progresso e sviluppo”, l’oppressione sociale e la distruzione ambientale. Così, anche se è “arrivata” in Brasile solo nel 2005, la battaglia contro il razzismo ambientale ha un potere di mobilitazione innegabile, che la rende sempre di più un importante strumento di conoscenza e una forte bandiera di lotta((In Brasile, gli intellettuali marxisti continuavano a negare la sua importanza, e al tempo stesso, riaffermavano la vecchia tesi che il razzismo è secondario rispetto alla lotta di classe. Come se la rivoluzione avesse il potere miracoloso di dissolvere nell’aria tutti i pregiudizi razziali che esistono nella sinistra e le ferite che ne derivano.)).

Giustizia ambientale e razzismo in Brasile

Un fatto interessante che conferma questa tesi è accaduto in un incontro a Salvador, Bahia, nel 2009, al quale hanno partecipato indigeni, rappresentanti delle comunità quilombolas, membri delle comunità tradizionali e dei movimenti sociali. Nel momento della valutazione finale, un leader della comunità del quilombo in pericolo di estinzione, Crispin, di São Francisco de Paraguaçu ((Informazioni sul quilombo São Francisco de Paraguaçu e la sua lotta si possono trovare all’indirizzo http://www.conflitoambiental.icict.fiocruz.br/index.php?pag=ficha&cod=25. Questa indicazione vale anche in relazione ad altri conflitti.)), ha riassunto perfettamente il senso del razzismo ambientale: “Lo avevo sofferto; semplicemente non sapevo che avesse quel nome”.

A partire dalla frase di Crispin, possiamo affermare che il razzismo e le ingiustizie ambientali si insediarono in America Latina tra il XV e XVI secolo. E avevano come origine la linea arbitraria disegnata da Portogallo e Spagna con la benedizione papale ((È importante non dimenticare che il disegno e la differenziazione culturale dell’America Latina hanno motivi politici risalenti alla firma nel 1494 del trattato di Tordesillas, che divide verticalmente le terre, “scoperte” e conquistate, tra il Portogallo e la Spagna, con riferimento alle isole Canarie. L’accesso al bottino era così stabilito e questo si sarebbe tradotto in differenze importanti nella storia di entrambe le regioni del continente.)), in conseguenza della quale migliaia di indigeni in America Latina furono sottomessi all’invasione da parte dei portoghesi e degli spagnoli, che sottrassero qualcosa di molto più importante delle ricchezze che nella maggior parte dei casi avevano scarso significato per le loro vite e culture: furono privati del diritto di vivere bene, per il quale continuano a lottare fino ai giorni nostri.

La poesia di Oswald de Andrade non è stata posta senza motivo in apertura di questo testo, per il significato attribuitole dal suo autore oltre l’apparente gioco tra diverse culture e tradizioni. La violenza delle invasioni, conquiste e rapine andò ben oltre qualsiasi scontro culturale. La rapina operata degli spagnoli iniziò immediatamente, sullo sfondo del genocidio. Il Portogallo era più interessato all’India; così dal 1500 al 1531 le popolazioni indigene del Brasile e il suo territorio furono consegnati alla furia di francesi, inglesi e olandesi. Ma quando il bottino indiano cominciò ad esaurirsi, l’interesse della Corona tornò a concentrarsi su di esse con identica intensità. Da allora, le pratiche di dominio spagnole e portoghesi furono cadenzate in fasi in cui quel che prevaleva era la riduzione in schiavitù o il genocidio, in base alle esigenze e alle circostanze. Ma la morte era sempre presente.

In Brasile, un altro elemento si aggiunse a partire dal terzo decennio del Cinquecento: la schiavitù africana. La maggior parte degli autori stimano che il Brasile doveva contare circa 5 milioni di indigeni nel 1500; sul numero di neri portati dall’Africa ci sono piccole differenze, ma tutti convergono su circa 4 milioni di arrivi (senza contare quindi i morti nel viaggio). Una sintesi di quella che era la colonizzazione, utile a spiegare le pratiche che si perpetuano fino ad oggi, anche se in modi diversi, può essere fatta attraverso tre brevi citazioni di un autore del 1711, un sacerdote gesuita noto come Antonil:

Una volta fatta la scelta del migliore terreno per i campi di canna da zucchero, si taglia, si brucia e si pulisce, portando via tutto quello che può essere di ostacolo.

I forni dei mulini sono bocche che veramente ingoiano la foresta […] Ma il Brasile, con l’immensità di foreste che ospita, ne ha in abbondanza, come ne aveva in abbondanza negli anni passati, e ne avrà in abbondanza nei tempi a venire, per i tanti forni (futuri).

In Brasile si dice che per lo schiavo è necessario conoscere tre parole che iniziano con la lettera “p”, e cioè pau[legno], p ão [pane] e pano [panno]. […] Alcuni signori si preoccupano di più per un cavallo che per una mezza dozzina di schiavi, perché il cavallo è utile, e deve avere qualcuno che gli dà da mangiare, che lo accudisce con un panno per il sudore, la sella e il morso dorato((A.J. Antonil, Cultura e opulência do Brasil, Edusup-Itatiaia, Belo Horizonte-São Paulo, 1982. André João Antonil era lo pseudonimo letterario di padre João Antônio Andreoni.)).

Alla fine del XIX secolo, mentre in quasi tutta l’Europa urbana e rurale erano già sostanzialmente delimitate e definite le diverse aree e realtà culturali, economiche e sociali, in America Latina ciò era ancora lontano dall’accadere. In Brasile questa diversità era ulteriormente accentuata, e le cause erano sia la realtà geografica in termini di estensione territoriale, che il modo particolare in cui si svolgeva la sua evoluzione storica. Il XX secolo è iniziato a soli 12 anni dalla cosiddetta “Abolizione della schiavitù” (1888) e 11 anni dopo la proclamazione della Repubblica (1889). Due eventi indiscutibilmente legati e che derivavano dall’ascesa di una borghesia che prendeva possesso dello spazio precedentemente occupato da una nobiltà locale, prodotto di matrimoni di interesse, di donazioni o di acquisto di titoli (nobiliari), durante e dopo l’esilio della famiglia reale portoghese nelle terre brasiliane((A differenza degli altri paesi dell’America Latina, il Brasile ha vissuto nel 1808 una esperienza unica, accogliendo il principe reggente Dom João VI e la sua corte, in fuga dalla Francia, e diventando per 13 anni la sede del regno portoghese. Tornato in Europa nel 1821, Dom João VI lasciò come sostituto il figlio Pedro, che nel mese di aprile 1822, secondo la storia ufficiale, proclamò l’indipendenza del Brasile e salì al trono come Dom Pedro I. Le lotte per l’indipendenza erano avvenute e continueranno ad avvenire in alcuni Stati. Bahia, per esempio, celebra la sua indipendenza, a seguito di lotte violente in cui gli schiavi e liberti africani hanno il posto d’onore, il 2 luglio 1822.)).

Per quanto riguarda la geografia, nonostante la sua enormità, il paese ha continuato ad essere prevalentemente costiero. Le stesse terre utilizzate per l’agricoltura e l’allevamento erano situate nelle vicinanze delle città, e, fatta eccezione per gli stati del Sud, la distesa rurale rimaneva roccaforte degli indios, sopravvissuti al massacro operato dai “pionieri”((Sulla storia della formazione e mescolanza delle razze in Brasile, di cui trattiamo qui en passant, un lavoro fondamentale è quello di D. Ribeiro, O povo brasileiro: a formação e o sentido do Brasil, Companhia das Letras, São Paulo 1995. L’opera è stata completata poco prima della morte dell’autore.)) nel tentativo di ridurli in schiavitù o espellerli dal loro territorio nella zona costiera o sterminarli in maniera sommaria, e dei neri sottrattisi alla schiavitù formando nell’interno del paese dei quilombos (luoghi) dove vivevano liberi e in molti casi aiutati dagli indigeni.

Nei primi anni dopo l’abolizione della schiavitù, la manodopera schiava, ora pseudo-gratuita, continuerà ad essere utilizzata, nelle zone rurali e urbane, per la prestazione di servizi ritenuti indegni dai bianchi. Ma proprio come nel caso delle loro “sorelle” di lingua spagnola, le élite brasiliane volevano una nazione bianca, europea, occidentale e cristiana. Per questo era fondamentale “pulire” il sangue dei suoi abitanti. Così inizia la campagna per lo “sbiancamento” della popolazione, che avrà come principale strategia quella di sostituire la vecchia manodopera schiava con quella degli immigrati europei, che oltretutto erano considerati intelligenti e lavoratori, a differenza della visione egemonica circa neri e indios. Nelle parole di Kabengele Munanga:

Gli individui di razza “bianca” furono decretati collettivamente superiori a quelli di razza “nera” e “gialla” a causa delle loro caratteristiche fisiche ereditarie, come ad esempio il colore chiaro della pelle, la forma del cranio (dolicocefalia), la forma delle labbra, naso, mento etc., che, pensavano, li rendessero più belli, più intelligenti, più onesti, più inventivi etc., e quindi più indicati a condurre e dominare le altre razze, soprattutto la nera, più scura di tutte e quindi considerata come la più stupida, più emotiva, meno onesta, meno intelligente e quindi maggiormente soggetta a schiavitù e a tutte le forme di dominazione ((K. Munanga, Uma abordagem conceitual das noções de raça, racismo, identidade e etnia, “Cadernos Penesb”, 3, 2003.)).

Invitati a venire a “colonizzare” il paese, arrivano in ondate successive abitanti delle Azzorre, italiani, polacchi e tedeschi, ricevendo l’aiuto del governo per fondare le imprese in città, o terra da coltivare, soprattutto nel Sud e Sudest. Questa nuova invasione straniera costringe indiani, neri e altri brasiliani, risultati dalle mescolanze ed espulsi dalla costa, a cercare nei territori del Centro-Est, Nord e Nordest lo spazio per continuare a vivere secondo le loro culture e tradizioni . È come se per qualche decennio scomparissero dalla mappa, lasciando al Brasile del Sud e litoraneo una faccia bianca da mostrare al mondo.

Negli Stati del Sud (Paraná, Santa Catarina e Rio Grande do Sul), furono create vere e proprie cittadelle europee mantenendo praticamente intatte le loro culture di origine. Nelle case e nelle scuole si parlavano e insegnavano le lingue dei paesi di provenienza. Per la maggior parte il portoghese restava una lingua incomprensibile; l’uso di altre lingue sarà vietato solo dal governo di Getúlio Vargas ((Dittatore dal 1930 a 1945, deposto e poi eletto presidente dal 1951 al 1954, quando si suicidò.)) durante la Seconda guerra mondiale, e per motivi di sicurezza militare: il timore era che alcuni agissero come spie fornendo informazioni ai paesi d’origine.

Nell’America Latina di colonizzazione spagnola, dove la presenza nera non arrivò mai lontanamente ad eguagliare la quota di neri portata dall’Africa dai portoghesi, la ricerca dell'”europeizzazione” aveva una soluzione più semplice: bisognava delimitare strettamente i bugres ((Termine peggiorativo con cui si indicavano gli appartenenti ai popoli originari, principalmente delle regioni del Sud e Centro-Est.)). E poiché per gli indigeni non esistevano i confini inventati dai “colonizzatori”, molti, come i Guaraní, continuarono a vivere secondo la loro cultura nomade e cercarono nelle terre brasiliane, che erano anche loro, un luogo dove rifugiarsi.

Dopo la Seconda guerra mondiale la situazione cambierà radicalmente, soprattutto a causa del ruolo egemone degli Stati Uniti e per l’interesse che il capitalismo americano dimostrò verso i paesi del Sud, o meglio per il loro potenziale in termini di ricchezze varie. La Rivoluzione cubana del 1959 esacerbò questo atteggiamento, che ebbe come conseguenza un susseguirsi di colpi di Stato militari e la creazione di dittature al servizio degli Stati Uniti, a partire dal Brasile, il 1° aprile del 1964.

Il capitale, le dittature e la comparsa di nuove lotte per i territori

C’è un breve testo di Milton Santos, molto espressivo, che vale la pena citare:

Il territorio è dove vivono, lavorano, soffrono e sognano tutti i brasiliani. È anche il ricettacolo ultimo di tutte le azioni e tutti i rapporti, la posizione geografica comune dei pochi che sempre realizzano profitti e dei molti perdenti riluttanti, per i quali il denaro globalizzato – che qui chiamano “reale” – non è più un sogno ma un incubo((M. Santos, O chão contra o cifrão, “Folha de São Paulo”, 28 febbraio 1999.)).

La dittatura civile-militare del 1964-1985 in Brasile è stata oggetto di innumerevoli studi, libri, tesi, film e persino commedie teatrali. Ma solo con la tardiva creazione della Commissione nazionale della verità (CNV)((La resa dei conti con la dittatura iniziata nel 1964 è stata estremamente difficile in Brasile, a differenza di quanto accadde in paesi come l’Argentina, il Cile e l’Uruguay. Proposta dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva nel 2009, la CNV aveva incontrato il rigetto immediato dei comandanti militari che minacciarono di dimettersi se fosse stata varata. Infine istituita dall’attuale governo nel novembre 2011 e insediatasi nel maggio 2012, la CNV “si propose di indagare sulle violazioni gravi dei diritti umani che si sono verificate tra il 18 settembre 1964 e il 5 ottobre 1988”, da parte di agenti dello Stato brasiliano. Unica iniziativa concreta, fino ad oggi, per una resa dei conti con la dittatura militare civile 1964-1985, la CNV ha poteri ristretti, limitati alle indagini, e un termine per il suo funzionamento, fino al dicembre 2014. La relazione finale è stata presentata il 10 dicembre 2014. Dettagli sul portale istituzionale http://www.cnv.gov.br, consultato il 9 gennaio 2016 [ndc].)), per un caso inaspettato e praticamente solo nell’ultimo anno del suo lavoro, si è cominciato a scoprire la portata delle atrocità commesse dalla dittatura militare contro le popolazioni indigene del Brasile.

Era di dominio pubblico che a partire dal governo del generale Emílio Médici Garrastazu (1969-1974), in particolare, fosse diventata un’ossessione per i militari spezzare l’isolamento del Centro-Est per portarlo allo “sviluppo” assieme all’Amazzonia. Per questo motivo, le strade furono aperte e le foreste distrutte assieme a tutto ciò che era d’intralcio. Tra di esse, la BR-230, conosciuta come “Transamazzonica”, al cui riguardo il dittatore dichiarò, in filmati promozionali chiaramente influenzati dall’estetica di Leni Riefenstahl ((La grande cineasta del nazismo, regista tra l’altro del classico Il trionfo della volontà, nata nel 1902 e morta nel 2003.)), che avrebbe portato “la gente senza terra” (gli abitanti del Nordest, ai quali non mancavano le terre, ma le condizioni per vivere con dignità) verso “una terra senza gente”. Agli occhi della dittatura, gli indigeni che vivevano lì non dovevano essere considerati come esseri umani, non facevano parte della popolazione. Ciò che non era conosciuto era la misura sino a cui i militari erano disposti a spingersi affinché ciò divenisse un dato di fatto.

Nei primi mesi del 2013 il ricercatore Marcelo Zelic, vice presidente del gruppo “Mai più tortura” e collaboratore della Commissione nazionale della verità, scoprì, nel Museo dell’indigeno, un documento di oltre settemila pagine che si pensava fosse stato bruciato in un incendio: la “Relazione Figueiredo”((Una sintesi di 68 pagine della “Relazione Figueiredo” è disponibile all’indirizzo http://pt.scribd.com/doc/142787746/Relatorio-Figueiredo (consultato il 25 giugno 2014).)), ben nota per essere stata redatta dal procuratore della Repubblica Jader Figueiredo Correia, nel 1967-1968. Su richiesta del ministro degli Interni, Albuquerque Lima, il procuratore viaggiò per circa 16.000 km, conducendo indagini fino al dicembre 1967 sul funzionamento dell’agenzia federale responsabile di garantire teoricamente protezione alle popolazioni originarie, ma in verità progettata per integrarle “nella civiltà” e nel mercato del lavoro in agricoltura: il Servizio di protezione dell’indio (SPI), creato nel 1910 e la cui denominazione originale era Servizio di protezione degli indiani e dei lavoratori nazionali (SPILTN).

Mentre visitava più di 130 sezioni dello SPI, intervistando il personale, i residenti e gli indigeni, Figueiredo elaborò un rapporto che configurava un quadro evidente di genocidio, dovuto a varie cause: riduzione in schiavitù, stupro, tortura e morte inflitte sadicamente fino alla contaminazione di villaggi interi con varie malattie – vaiolo, morbillo, varicella e influenza – o sottoposti a bombardamento aereo con uso della dinamite. La “Relazione Figueiredo” ha causato una svolta inaspettata nei lavori della Commissione nazionale della verità, evidenziata anche dal lavoro, nel suo ambito, della psicanalista e scrittrice Maria Rita Kehl. Le testimonianze dei sopravvissuti da lei raccolte non solo rivelano il volto mostruosamente crudele dei militari e dello SPI coinvolti in queste azioni, ma confermano anche il diritto ai territori rivendicati da molti popoli indigeni, espulsi forzatamente.

La realtà è che la dittatura militare e civile, con la sua politica di “integrazione nazionale” che implicava la rottura e trasformazione del territorio in spazio per il “progresso e lo sviluppo”, sostenne i grandi esponenti del settore agricolo, dell’allevamento e dello sfruttamento idroelettrico, che si servivano di sgherri per espandere sempre più il loro potere. Partendo da sud, dove la terra disponibile aveva cominciato a diradarsi e diventare sempre più costosa, dagli anni Sessanta essi diedero vita a vere ondate di penetrazione che iniziarono ad avventurarsi nel Centro-Est, utilizzando accaparratori di terra (grileiros) e pistoleri (jaguncos) ((I grileiros sono coloro che prendono possesso della terra servendosi di documenti falsi, di solito dopo l’espulsione dei loro abitanti, soprattutto indigeni, o comunità quilombolas e tradizionali. Jaguncos sono assassini o uomini armati, come amano autodefinirsi. Il termine jagunco, utilizzato principalmente nel Nordest, ha carattere fortemente peggiorativo. Per tale motivo è il nome che utilizzano gli attivisti che lottano contro questo stato di cose.), fabbricando certificati falsi di proprietà (spesso con la connivenza di notai e giudici), in una politica di terra bruciata, di espulsione, di disboscamento, di incendi, e, infine, con l’introduzione di varie monocolture, con i loro pesticidi cosparsi per mezzo di aerei, a contaminare l’aria, il suolo, l’acqua e anche i residenti renitenti ((Notizie circa l’utilizzo di agrotossici per contaminare ed espellere popolazioni nel Nordest, con casi di cancro comprovati e persino l’assassinio del leader di coloro che si oppongono, José Maria Figlio, possono essere reperite all’indirizzo http://www.conflitoambiental.icict.fiocruz.br/index.php?pag=ficha&cod=47 (consultato il 25 giugno 2014).)).

Mentre quello che viene chiamato “Arco di deforestazione” era in cammino verso il nord del Brasile, dopo essere penetrato in Amazzonia e nelle aree meridionali del Nordest, molti popoli indigeni – come i Kaiowá e i Guaraní ((Cfr. http://www.conflitoambiental.icict.fiocruz.br/index.php?pag=ficha&cod=89.)) nel Mato Grosso do Sul – si sono trovati intrappolati ai margini delle strade, tra l’asfalto e le recinzioni che li escludono dalle terre che sono già state riconosciute come loro giustamente appartenenti, e dove i loro antenati sono sepolti. La sofferenza e la disperazione sono tali che, nel solo 2013, 73 indigeni – in maggior parte tra i 15 e 25 – anni sono stati “suicidati dalla società. ((Prendo questa espressione da Van Gogh: le suicidé de la société, di Antonin Artaud (Œuvres, vol. XIII, Gallimard, Paris 1975). Come nella visione che Artaud ci presenta della morte di Van Gogh, anche nel Mato Grosso do Sul una società prevalentemente bianca, intrisa di valori razzisti, permette che l’avidità del capitale determini la condanna di questi giovani alla non-esistenza. I dati del 2014, con 135 suicidi, confermano l’aggravarsi della situazione))In Brasile si dava per scontato che il grande problema che coinvolge i pregiudizi e gli effetti del razzismo ambientale fosse limitato ai neri e ai loro discendenti meticci. In primo luogo, erano loro che contendevano ai bianchi – in condizioni di vita molto diseguali, è ovvio – le statistiche sulla predominante origine etnica nel paese. In secondo luogo, i pochi indios che per qualche motivo vivevano nelle città hanno cercato di nascondere la loro identità, mescolandosi ai “bianchi misti”((Sottolineo la differenza tra “bianchi misti” (caratteristica della maggioranza dei brasiliani) rispetto a quelli che chiamo “non bianchi”, in base alle reazioni razziste, includendo in tale analisi i bianchi del Nordest del Brasile, come spiegato in T. Pacheco, Inequality, Environmental Injustice, and Racism in Brazil: Beyond the Question of Colour, “Development in Practice”, 18, 6, agosto 2008.)) per essere più facilmente accettati e ottenere posti di lavoro. Così erano prevalentemente casi di neri – e abitanti in città – che avevano il primo posto nelle notizie e negli studi sul razzismo, istituzionale o ambientale. Ma ben prima della pubblicazione della “Relazione Figueiredo” questo velo di invisibilità degli indios, prodotto dai mezzi di comunicazione al servizio del capitale, cominciava a dissolversi.

Dal 1990, creando organismi regionali e nazionali, i diversi popoli iniziarono processi unitari nonostante le differenze culturali e persino di linguaggio. Così, i 305 gruppi indigeni etnici in Brasile, che parlano 274 lingue diverse, secondo l’IBGE, e dei quali 49 hanno parte della loro popolazione che vive in altri paesi (come per gli Asháninka e Guaraní) si sono dimostrati sempre più decisi nel rivendicare i loro diritti, anche se ciò avviene in modo molto diseguale. Vi sono situazioni estremamente dolorose, che determinano diverse forme di degrado e di autodistruzione, come già detto, ma vi sono anche molti individui che lottano o vogliono riprendersi i loro territori (come tra i Tupinambá((Cfr. http://www.conflitoambiental.icict.fiocruz.br/index.php?pag=ficha&cod=30.)), Bahia, o Xakriabá ((Cfr. http://www.conflitoambiental.icict.fiocruz.br/index.php?pag=ficha&cod=215.)) in Minas Gerais) o restano su posizioni intransigenti e in uno stato di quasi belligeranza, espellendo dalle loro terre sia minatori che tecnici governativi interessati ad utilizzare i loro fiumi (come il Teles Pires, nel caso dei Munduruku((Cfr. http://www.conflitoambiental.icict.fiocruz.br/index.php?pag=ficha&cod=432.))) per la costruzione di dighe e centrali idroelettriche, come a Belo Monte per la produzione di energia a basso costo da utilizzare in generale per le industrie energivore che producono merci per l’esportazione e quindi aprono la strada allo sviluppo dello sfruttamento delle risorse minerarie.

In tutti questi casi il governo federale rimane come minimo silenzioso. Nonostante che la Costituzione del 1988 – anche chiamata “Costituzione del cittadino”, e nella quale gli indigeni hanno conquistato un loro spazio – contenga, tra l’altro, un capitolo espressamente intitolato “degli indiani”, il 231, che prevede(va) un orizzonte di cinque anni a partire dalla sua entrata in vigore affinché tutte le terre indigene fossero definite e regolarizzate – piano questo che ad oggi non ha avuto attuazione. Lo stesso si ripete in relazione alle comunità quilombolas e alle comunità tradizionali, teoricamente protette, così come per gli indigeni, con la Convenzione ILO 169. Sempre più ostaggio della lobby agraria, che detiene ufficialmente 202 seggi su un totale di 594 nel Congresso nazionale ((Ci sono 191 deputati e 11 senatori che fanno parte ufficialmente della Frente parlamentar da agropecuária, cfr. http://www.camara.gov.br/internet/deputado/Frente_Parlamentar/356.asp (consultato il 25 giugno 2014). Il totale dei deputati nel Congresso è di 513, e i senatori sono 81.)) e ha il sostegno della lobby evangelica, il governo di Dilma Rousseff si comporta in modo pavido davanti a questi nemici, con i quali si accorda in nome di una governabilità sempre più asservita.

La stessa situazione si ripete con piccole sfumature in altri paesi. In Perù, come in Argentina e Cile, sono prima di tutto le compagnie di produzione del petrolio che invadono e contaminano i territori dei popoli indigeni. Mentre alcuni di loro, come i Mapuche e Munduruku, minacciano di andare fino alle estreme conseguenze nella difesa dei loro territori, in altri casi, popoli come gli Asháninka del lato peruviano hanno avuto il loro territorio degradato, e alla fine sono stati espulsi non solo dall’industria petrolifera, ma anche da quella del legname e dal traffico di droga.

Ci sono inoltre grandi progetti in cui il Brasile negli ultimi decenni è sempre più coinvolto, esercitando un ruolo imperiale non solo verso i suoi vicini dell’America Latina, ma anche verso alcuni paesi africani. Due esempi che non possono non essere menzionati sono l’Iniziativa per l’integrazione di infrastrutture regionali in Sud America (IIRSA), in cui sono coinvolti altri undici paesi dell’America Latina, e la relativamente più semplice strada progettata per tagliare la riserva del Territorio indígeno y parque nacional Isiboro Sécure (TIPNIS), in Bolivia. Nel caso boliviano, la lotta assume un maggiore significato nella misura in cui si collega a una legge in discussione sull’industria mineraria e metallurgica attraverso la quale fino al 25% del territorio potrà essere consegnato al settore minerario e alle industrie del petrolio e del gas. E ci si aspetta che ciò accada con finanziamenti brasiliani attraverso la Banca nazionale per lo sviluppo economico e sociale (BNDES).

Ma il Brasile non è l’unico o il più grande problema che i nostri fratelli latinoamericani devono affrontare. In un’analisi della congiuntura – in cui fornisce anche una sintesi critica della sua opera -, dal titolo La neoconquista spagnola, Adán Salgado Andrade mostra come, in diversi settori, dalle miniere alle comunicazioni, attraverso le banche e la produzione di petrolio, il capitale di origine spagnola sia sempre presente in questa parte dell’America Latina. A suo avviso questa nuova invasione è vincente: “Sì, la Spagna deve essere felice, di come la neoconquista dell’America Latina, in particolare del Messico, si sta completando”((A. Salgado Andrade è professore della Universidad nacional autónoma de México (UNAM). Il saggio citato è disponibile all’indirizzo http://www.argenpress.info/2014/06/la-neoconquista-espanola.html (consultato il 25 giugno 2014).)).

Per quanto riguarda i quilombolas e le comunità tradizionali brasiliane, la realtà è molto simile a quella dei popoli indigeni dell’America Latina in generale, circa la violazione dei loro diritti, compresi quelli previsti dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro, sottoscritta ma non rispettata da diversi governi nazionali((Emblematico è il caso del quilombo del fiume dei Macacos, in Aracati, Bahia, dove l’invasore è la stessa marina militare. Cfr. http://www.conflitoambiental.icict.fiocruz.br/index.php?pag=ficha&cod=411.)). Con in più il fatto che non si è stati in grado di costruire una efficace unità nella lotta, anche in termini di rappresentatività, aspetto questo che mina ulteriormente la difesa di tali comunità.

L’azione di molti movimenti sociali è stata inoltre indebolita, negli ultimi dieci anni, dalla partecipazione a governi teoricamente di sinistra, che i movimenti stessi avevano sostenuto in campagna elettorale, e che, una volta giunti al potere, si sono rivelati una “sinistra che diventa di destra”. Alla ricerca della cosiddetta “governabilità”, presidenti come Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile, e altri dopo di lui, hanno seguito la via sfortunata della “post-democrazia consensuale”((J. Rancière, Democracia ou consenso, in Id., O desentendimento, Editora 34, São Paulo 1996.)), che sempre di più minaccia di morte la politica.

Accettando cariche pubbliche, anche se nel tentativo di rendere possibili nuove realizzazioni, molti leader aderiscono a politiche non sempre democratiche ovvero, con la loro presenza, in qualche modo contribuiscono a legittimare tali politiche. Il risultato è quello di indebolire i movimenti e le organizzazioni, rendendole bersagli di accuse di arrendevolezza e alla messa in discussione della loro rappresentatività. Un esempio è costituito dal Coordinamento nazionale delle comunità rurali nere quilombolas (CONAQ), che si rese acquiescente a tal punto che una nuova articolazione nazionale di quilombos fu creata a metà del 2014, dividendo e indebolendo l’intero movimento quilombo.

Nelle aree urbane il razzismo e l’ingiustizia ambientale sono ugualmente presenti, negando soprattutto ai neri e agli abitanti del Nordest, in Brasile, e agli indios, negli altri paesi, il loro diritto ad una città e una vita dignitosa. L’America Latina in questo caso non fa altro che seguire, in modo più accentuato, la tendenza globale alla privatizzazione dello spazio pubblico, consegnando le città alla furia della speculazione immobiliare e all’industria del turismo. Siccome l’apartheid sociale urbano((Cfr. M. Davis, Planeta favela, Editora Boitempo, São Paulo 2006.))peggiora, le comunità sono sempre più spinte verso zone in cui sono presenti discariche, depositi di rifiuti tossici e altre forme di condanna a una non vita.

In megalopoli come São Paulo, gli studi condotti dalla locale università (USP) mostrano come esista una strana coincidenza tra il numero crescente di baraccopoli bruciate e il parallelo avanzamento del settore immobiliare, che realizza nuovi quartieri per le classi medie. La gentrificazione viene utilizzata in questi casi come strategia a doppia finalità: serve anche per erigere una barriera di sicurezza tra gli “indesiderabili” e i quartieri dove vivono le élite. Come se tutto questo non bastasse, nei quartieri poveri e nelle comunità urbane i giovani neri, vittime di un vero genocidio, sono costretti a scegliere tra la “protezione” dei trafficanti di droga e l’omicidio da parte delle forze di polizia.

In una mappa dei conflitti, i numeri della resistenza

Per dimostrare fino a che punto questa realtà si è configurata e, allo stesso tempo, dimostrare che esiste molta vita e molta lotta, nonostante lo scenario delineato, possiamo citare alcuni dati contenuti nella “mappa dei conflitti” che riguardano l’ingiustizia ambientale e la salute in Brasile, creata dalla Fondazione Oswaldo Cruz (Fiocruz) e disponibile su internet su una piattaforma di Google Maps ((Cfr. http://www.conflitoambiental.icict.fiocruz.br (consultato il 25 giugno 2014). La mappa dei conflitti brasiliani è stata una delle basi e continua ad essere usata come fonte di informazioni per il progetto Environmental Justice Organizations, Liabilities and Trade (EJOLT), coordinato da Joan Martínez Alier, dell’Università autonoma di Barcellona.)). Molti degli esempi che abbiamo citato sono presenti, come è stato riportato nelle note. Lanciata nel 2010, per segnalare quelli che erano considerati all’epoca i 297 peggiori conflitti socio-ambientali in Brasile (anche se alcuni di essi si sono sviluppati al di là dei confini del paese), la mappa dei conflitti conta ora circa 500 casi con riferimenti geografici, storicizzati ed aggiornati quando necessario.

Questa mappatura risulta innovativa in quanto si riferisce alle popolazioni coinvolte nei conflitti, piuttosto che al tipo di disastro, di aggressione ambientale o ai danni alle persone normalmente utilizzati come indicatori per questo tipo di ricerche. E i risultati sono estremamente rivelatori, corroborando scientificamente quanto qui è stato finora scritto. Vale la pena ricordare che alla fine del 2013 è stato pubblicato un libro con diverse letture e analisi dei 297 casi iniziali della mappa((M.F. Porto, T. Pacheco, J.P. Leroy (a cura di), Injustiça ambiental e saúde no Brasil: o mapa de conflitos, cit.)).

Per il presente contributo utilizzo i dati provenienti da circa 500 conflitti censiti al giugno 2014. Anche se c’è stato un incremento di circa il 70% (dei conflitti), vi è poca differenza percentuale in relazione ai risultati, dimostrando che si mantengono inalterate le tendenze su chi è più colpito, per quali tipi di progetti, con quali conseguenze e quali forme di resistenza sono state utilizzate. È necessario precisare che è normale che un conflitto coinvolga più di un tipo di comunità, il che comporta che i risultati superino il 100% di aumento dei conflitti.

Un primo dato che la mappa mostra è un’apparente contraddizione. Anche se gli ultimi dati ufficiali forniti dall’Istituto brasiliano di geografia e statistica (IBGE) ((Censimento demografico del 2010 dell’IBGE, consultabile nel portale istituzionale http://www.ibge.gov.br.)) nel 2010 dicono che circa il 87% degli abitanti del Brasile vivono nelle città e solo il 13% nelle campagne, l’analisi dei conflitti rivela che circa il 61% di essi si verifica nelle zone rurali; circa il 30% nelle aree urbane, e circa il 9% nelle zone in cui città e campagna si confondono. Non è difficile trovare la spiegazione: come disse Milton Santos, si tratta di diverse forme di lotta per il controllo del territorio, ed è principalmente sulle grandi estensioni di terra che i conflitti si verificano, anche in forme molto violente((La Commissione pastorale della terra (CPT) pubblica, sin dal 1985, un’analisi annuale sulla violenza nelle campagne in Brasile. Cfr. http://www.cptnacional.org.br/index.php/publicacoes/conflitos-no-campo-brasil.)).

Un esempio di quel che abbiamo affermato circa queste lotte, è il fatto che, anche se lo stesso IBGE registra l’esistenza in Brasile, nel censimento del 2010, di poco meno di 900.000 indios – che all’epoca corrispondevano allo 0,44% della popolazione – la mappa dei conflitti mostra che gli indios sono stati coinvolti nel 29,40% dei casi, vale a dire quasi un terzo del totale.

Se da un lato ciò riflette le modalità con cui gli indios continuano ad essere trattati, dall’altro l’esistenza della lotta chiarisce che essi non accettano più che il genocidio si perpetri. Sempre più spesso gli indios escono dall’invisibilità e, come nuovi e importanti attori politici, coraggiosamente si oppongono a coloro che violano i loro diritti.

In un paese in cui il semplice annuncio che ci sarebbe stata la riforma agraria fece cadere un presidente della Repubblica (João Goulart nel 1964), non c’è da meravigliarsi che il gruppo più numeroso degli indios sia composto da agricoltori familiari (contadini) e geraizeiros (appartenenti a comunità contadine tradizionali, comunità di Minas Gerais), che operano nel settore agroalimentare, coinvolti nel 34,2% dei casi. In relazione a questo dato bisogna però fare un’osservazione: succede spesso che la comunità quilombola – soprattutto, ma non solo – si autoidentifichi negli agricoltori familiari, inseriti in situazioni in cui i loro mezzi di sussistenza si sovrappongono alla loro realtà e identità.

Nelle campagne, dopo i contadini e le popolazioni indigene, abbiamo quasi allo stesso livello di conflittualità i quilombolas (21,40%) e le varie tipologie di pescatori e raccoglitori di molluschi e frutti di mare (21,80%), seguiti da altri membri delle comunità tradizionali, come ad esempio gli abitanti delle comunità fluviali rivierasche, i vazanteiros(abitanti vicino al fiume São Francisco), diversi tipi di comunità dedite all’attività di estrazione dei minerali etc.

Per quanto riguarda le aree urbane, il 37,4% dei casi coinvolge direttamente il problema dei territori, tradotto sotto forma di diritto alla città e agli alloggi. Trattasi di residenti delle periferie e/o in case inospitali (6,4%), di residenti in zone colpite da incidenti ambientali (5,8%), discariche o terreni contaminati (13,8%), discariche urbane (4,4% ) e anche delle comunità urbane o favelas (7,00%), sempre più spesso costrette a combattere contro le imprese del settore immobiliare che hanno avuto il sostegno di molti governi per promuovere sfratti violenti, utilizzando come giustificazione eventi di grandi dimensioni come i campionati mondiali di calcio o le olimpiadi.

Bisogna ricordare che la maggior parte di queste persone, il cui diritto a uno spazio urbano viene negato, è stata espulsa o a causa della necessità di cercare lavoro, o – molto più frequentemente al giorno d’oggi – a causa dell’azione del capitale che si espande su larga scala nelle zone rurali e costiere, costringendole a lasciare il territorio dove vivevano. Un chiaro esempio in questo senso è quello degli indios urbani, che in questi anni sono diventati una nuova categoria di persone in Brasile.

Concludendo…

America Latina a parte, vediamo che il capitale internazionale mostra chiaramente di volere la nostra terra, la nostra acqua, i nostri minerali, le nostre vite. Nel XXI secolo, l’avidità lo induce ad agire come hanno fatto gli spagnoli e i portoghesi nei primi secoli dopo l’invasione: saccheggiando, talvolta uccidendo, come se il piatto non avesse fondo e le vite non avessero valore. Ma non si può negare che ciò avviene con il coinvolgimento dei capitalismi nazionali. Quel che avviene è una sorta di suicidio irrazionale, per esempio attraverso la distruzione delle foreste per trasformare alberi centenari in carbone e, al loro posto, piantare soia o peggio ancora eucalipti. È già perfettamente noto il risultato che si raggiungerà con simili pratiche, e che ha già iniziato a manifestarsi.

Mentre è pienamente consapevole del valore che l’acqua potabile ha e avrà in misura crescente per l’umanità, tanto che ne acquista le sorgenti, il capitale non esita nella sua avidità ad utilizzare tecniche di frantumazione idraulica, o fracking, per spingere sempre più lontano l’estrazione del gas. Ben sapendo che molti di questi pozzi per l’estrazione avveleneranno gradualmente le falde acquifere come nel caso del Guaraní, in cui è presente la maggiore falda al mondo, situata per la maggior parte nel sottosuolo del Brasile, un territorio dove si trova il 12% dell’acqua potabile del mondo. E tutto ciò avviene con la connivenza di governi che desiderano aumentare il proprio PIL a tutti i costi, rimborsare i debiti interni ed esterni, alla ricerca sfrenata di quello che chiamano la crescita e lo sviluppo.

D’altra parte, le vie delle città sono sempre più spesso teatro di proteste. In Bolivia, la marcia indigena di La Paz ha impedito l’apertura della strada del progetto TIPNIS. In Patagonia, i Mapuche si sono imposti e dicono no al petrolio in Neuquén, mentre in Ecuador gli Huaorani sono stati in grado di mantenere per anni il petrolio del Yasuní sottoterra. In Brasile, le comunità urbane si ribellano e alzano barricate nei quartieri poveri o ricchi per protestare contro la violenza della polizia e i bulldozer della speculazione immobiliare. Le riprese di possesso delle terre da parte degli indios si succedono. Seguendo questi esempi, le comunità quilombolas e i vazanteiros si uniscono ((Cfr. http://www.conflitoambiental.icict.fiocruz.br/index.php?pag=ficha&cod=424.)) nel nord del Minas Gerais, e inoltre riconquistano i margini e le rive del fiume São Francisco e parte della foresta trasformata in un parco nazionale. C’è vita e c’è lotta, come mostrato dalla mappa dei conflitti.

In conclusione riporto una storia che ritengo costituisca un buon esempio. Nel maggio 2013 la comunità dei Munduruku uscì dalle proprie terre – alcuni percorrendo più di 800 chilometri da Teles Pires – arrivando a occupare il cantiere di Belo Monte per ribadire il rifiuto all’installazione di una centrale idroelettrica sul proprio territorio. Il segretario generale della presidenza, Gilberto Carvalho, chiese loro di scegliere cinque rappresentanti per andare a dialogare a Brasilia. I Munduruku risposero: “Siamo 140 più i nostri alleati”. Il ministro insistette, la risposta rimase la stessa. Infine, il 4 giugno il governo brasiliano inviò a Belo Monte due velivoli delle forze aeree brasiliane, e 150 indiani furono portati alla riunione nella capitale.

I Munduruku non hanno vinto la guerra. La loro lotta continua. Ma hanno mostrato forza e unità. Così facendo, hanno indicato un percorso non solo per loro, ma per molti altri, indigeni o meno. C’è vita, c’è lotta, c’è solidarietà, come quella che ricevettero da altri popoli, tra cui i Tupinambá del sud di Bahia, il cui capo Babau, anche se minacciato di morte, si recò a Pará per dimostrare che il suo popolo era con loro. E se c’è tutto questo, continua ad esserci la speranza di un mondo migliore e più giusto.

Chiudo con le parole pronunciate da Valdenir Munduruku, uno dei leader del suo popolo, prima di tornare a Pará, il 13 giugno:

La nostra lotta è appena iniziata. Stiamo tornando alla nostra comunità, dove ci rafforzeremo e ci alleeremo con i nostri parenti, per lottare insieme contro questa mancanza di rispetto del governo federale alla nostra cultura, alla nostra concezione della vita e ai nostri diritti.

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Il contributo di Tania Pacheco è un capitolo del volume: Pier Paolo Poggio (a cura di), Rivoluzione e sviluppo in America Latina, vol. IV de L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, Fondazione Luigi Micheletti – Jaca Book, Milano 2016.