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Lezione di commiato. La storia. Un sapere delle trasformazioni nel tempo

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La ricerca di una strada


Pubblichiamo il testo della bella lezione di commiato tenuta da Piero Bevilacqua il 6 novembre 2014 all’Università “La Sapienza” di Roma, già pubblicato nel volume collettivo La storia, le trasformazioni. Piero Bevilacqua e la critica del presente a cura di Leandra D’Antone e Marta Petrusewicz e ora visibile anche in video a questo indirizzo.

Care studentesse, cari studenti, care amiche e cari amici, care allieve ed allievi, voglio subito premettere e promettere che non vi infliggerò una noiosa lezione di storiografia. Non vi ho invitato per farvi la lezione. Più semplicemente e spero più piacevolmente, vi racconterò come sono arrivato alla storia, come con la storia ho scoperto altre discipline e saperi, come con la storia e queste altre discipline ho letto il passato dell’Italia e le vicende del mondo contemporaneo. Credo, al di là della mia persona, che il percorso da raccontare abbia un qualche interesse generale per almeno due ragioni. La prima è che esso è a suo modo rappresentativo di una intera generazione di storici italiani: quelli nati all’indomani della seconda guerra mondiale ed attivi a partire dagli anni Settanta. La seconda è che tale percorso segna una parabola insolita nel panorama della storiografia contemporaneistica italiana, solitamente proclive a privilegiare la storia politica.

Confesso subito che il mio approccio alla storia non è stato facile. Direi anzi che gli avvii sono stati particolarmente tormentati. Da ragazzo, negli ultimi anni del Liceo, quando si decide la strada da prendere, io ero tutto proiettato verso il mondo della poesia e della letteratura. Forse sarebbe più appropriato dire che era posseduto dalla letteratura. Mi sono iscritto a questa Facoltà, alla Sapienza, dove ora concludo la mia carriera di docente, con in testa un’idea molto precisa. Volevo diventare insegnante, professore di scuola, perché desideravo formare ragazzi, trasmettere sapere alle nuove generazioni. In quegli anni la scelta della propria professione era anche ispirata, in tanti di noi, da un dovere essere civile, se non esplicitamente politico. Ma volevo continuare a occuparmi di letteratura e quindi decisi di specializzarmi nello studio del romanzo italiano del Novecento. Non era proprio una grande idea, come capii più tardi: fatto sta che negli ultimi due anni del Liceo, quando il progetto mi si era precisato nella mente, mi ingozzai di narrativa italiana novecentesca.

Mi chiamava a Roma il nome di Natalino Sapegno, sui cui manuali avevo studiato al Liceo, (oltre alle Cantiche della Divina Commedia da lui curate), ma anche Giacomo Debenedetti, di cui avevo letto un volume dei suoi Saggi critici. Debenedetti non riuscii neppure a vederlo, perché mori nel gennaio del 1967, poco dopo che io ero arrivato a Roma. Ma c’era anche il nome di un’altro docente che mi attraeva: un giovane studioso dall’insolito cognome, Alberto Asor Rosa. Di lui conoscevo i taglienti giudizi espressi su Cassola e Pasolini in un testo che ne riportava ampi brani e che io avevo letto all’ultimo anno di Liceo: Letteratura e ideologia di Giancarlo Ferretti. Debbo dire che nei primi due anni di frequenza universitaria la mia fame di letteratura (ma anche di filosofia e di storia), e la mia curiosità di provinciale irrequieto, fu ampiamente soddisfatta da tanti corsi allora affollati: da quelli di Natalino Sapegno a quelli di Achille Tartaro, o Angelo Maria Ripellino, che ovviamente trattava di altre letterature. E tuttavia la mia frequentazione più sistematica si fissò sulle lezioni che il giovane Asor Rosa – credo che fosse al suo primo incarico di insegnamento – teneva sulle opere giovanili di Giovanni Verga.

Il 1968 e i moti studenteschi passarono come una bufera sui miei ardori letterari. Tutti i miei assestati equilibri, psicologici e culturali, vennero sconvolti. Non solo perché il movimento studentesco ebbe il suo epicentro romano in questa Facoltà, dove ora vi trovate. Io vi presi intensamente parte, sin dal primo giorno, che ebbe avvio il 2 febbraio, con l’occupazione della Facoltà. Non solo, dunque, per questo coinvolgimento politico diretto, ma anche per una ragione più profonda, che tuttavia dai moti studenteschi veniva ulteriormente rafforzata. Tramite Asor Rosa, attraverso passaggi che sarebbe divertente poter raccontare, sono entrato a far parte del gruppo intellettuale che allora stava dando vita alla rivista “Contropiano”. In quel gruppo c’era l’élite dell’operaismo italiano. Oltre ad Asor Rosa, che tirava le fila con la sua straordinaria energia di organizzatore, vi facevano parte Mario Tronti e Toni Negri, che io non ho mai conosciuto, perché andò via all’uscita del primo numero: aveva trovato troppo moderato il saggio di apertura di Tronti. Ma poi c’erano anche Aris Accornero, Rita di Leo, Massimo Cacciari, Umberto Coldagelli, Manfredo Tafuri e non pochi altri. A un giovane che veniva dalla fonda provincia del Sud, sia pure dotato di buone letture – in provincia un tempo si leggeva molto – quell’esperienza aprì orizzonti teorici e culturali a dir poco esaltanti. Ma qui non c’è tempo per parlarne. E tuttavia un aspetto debbo necessariamente sottolinearlo, perché si inscrive nella traiettoria culturale del mio percorso. La frequentazione di quel gruppo mi spinse a studiare sistematicamente l’opera di Marx, che considero l’acquisizione di base più importante per il mio mestiere di storico. Senza Marx ogni lettura del mondo contemporaneo è monca. Un Marx che si è aggiunto a un altro grande critico della modernità: Giacomo Leopardi. Scoperta e innamoramento mai affievolito della giovinezza, l’altra stella polare del mio firmamento culturale.

Ricordo tale tratto della mia esperienza perché utile alla comprensione del prosieguo di questa storia. Il Sessantotto e l’operaismo mi fecero disamorare radicalmente della letteratura. Un divorzio psicologico che è durato a lungo. In quegli anni di lotte e di conflitti la letteratura mi sembrava evasione, disimpegno, mentre mi apparivano imperiosamente necessarie la scienza e la teoria. E queste avevano di fronte un compito immane e tuttavia indifferibile: cambiare radicalmente il mondo. Questa mia condizione spirituale a livello universitario produrrà un ibrido curioso. Dopo i 4 anni di frequenza mi laureai con Asor Rosa – correlatore fu allora un benevolo ed elogiativo Renzo De Felice – discutendo una tesi dal titolo Critica dell’ideologia meridionalistica. Salvemini, Dorso, Gramsci. Un titolo marxianeggiante in salsa meridionalistica. E il contenuto, com’ è facile immaginare, aveva poco a che fare con la letteratura italiana. Nella tesi interpretavo quelle figure del Sud rurale con la lente dell’operaismo. Così ero entrato all’Università avendo in testa Pavese, Moravia e Calvino e ne sono uscito con Salvemini e Gramsci.

Dalla letteratura alla storia il passo non è stato facile. Mi aiutava certo il pesante – e per certi aspetti ingombrante – bagaglio teorico-idelogico che avevo accumulato. Ma dovevo reimpostare tutta la mia strategia di ricerca: temi, metodo di lavoro, fonti. La prima metà degli anni Settanta è stata una fase davvero tormentata della mia ricerca. Ho dovuto trovare la strada da solo, perché quella che portava alla storia non era più quella della letteratura, né dell’ideologia operaista applicata al passato.

Sono uscito da una condizione piuttosto penosa di incertezza – penosa perché non sapevo più vivere senza un impegno sistematico di ricerca – occupandomi delle lotte contadine in Calabria dopo la seconda guerra mondiale. Non si trattava di un tema e di un ambito molto originali. Dopo il 1968 quelle pagine epiche del nostro recente passato erano state alquanto frequentate. Tuttavia quella ricerca aveva allora, e ha avuto di fatto, il merito di soddisfare la mia passione politica e civile e al tempo stesso di farmi sperimentare un metodo di lavoro da storico. Per ricostruire qugli eventi cominciai a frequentare l’Archivio Centrale dello Stato, a seguire con scrupolo documentario i fatti, prima e , nella misura del possibile, indipendentemente dalla loro interpretazione ideologica. E nelle carte d’archivio, nei documenti dei prefetti, di polizia e carabinieri, trovai tracce e allusioni alle condizioni economiche e sociali dai cui scaturivano i conflitti di quegli anni. Sicchè, molto naturalmente, fui portato a soddisfare il mio marxismo mettendomi a indagare le strutture sociali delle campagne calabresi. Cosi, nella seconda metà degli anni Settanta, oltre all’Archivio Centrale dello Stato ho scoperto un’altra istituzione culturale importante del nostro paese: la Biblioteca del Ministero dell’Agricoltura (oggi delle Politiche agricole). Una vera miniera – debbo dire assai poco frequentata e valorizzata – per gli studi economici, sociali, territoriali nella quale ho speso un paio di decenni di lavoro. Esito di quella ricerca è stato il mio primo vero libro di storia Le campagne del Mezzogiorno tra fascismo e dopoguerra. Il caso della Calabria, pubblicato da Einaudi nel 1980. Ma debbo aggiungere che questa mia prima esperienza di ricerca storica fu enormemente arricchita da una scoperta culturale che considero fondamentale per la mia formazione, per il prosieguo dei miei studi, per il mio indirizzo storiografico. Sul finire degli anni ‘70, mentre scoprivo negli opuscoli e nei testi della Biblioteca del Ministero dell’Agricoltura come vivevano i contadini calabresi tra ‘800 e ‘900, cosa mangiavano, quali case abitavano, come si svolgeva ed era organizzato il loro lavoro, mi sono imbattuto nella storiografia delle “Annales”. Innanzi tutto ho scoperto Marc Bloch e Lucien Febvre, i fondatori, successivamente Fernand Braudel, Emmanuel Le Roy La durie, Jacques Le Goff, ecc. Ho scoperto cioé non solo una grande storiografia, ma anche un modo di fare storia che forniva piena dignità scientifica, “autorizzava”, per così dire, a fare oggetto di ricostruzione la condizione materiale, la vita quotidiana delle masse anonime.Com’è noto, questi studiosi, a partire dagli anni ‘30 del Novecento, avevano messo da parte una vecchia concezione della storia come racconto di eventi, vicenda di capi di stato, di leader politici, di guerre, successioni dinastiche, ecc privilegiando una analisi delle strutture profonde della società. Grazie a loro i contadini, gli artigiani, i pescatori, gli operai, le donne diventavano i protagonisti delle vicende del passato, gli attori di un nuovo racconto. La storia faceva un grande bagno di democrazia. Cessava di essere la narrazione delle élites, com’era stata per secoli. Per me è stato come scoprire Marx una seconda volta. Un Marx che ora illuminava in maniera ricca e circostanziata il mio sentiero di storico.

Con gli annalisti la storia diventava una “scienza delle trasformazioni nel tempo”. Il titolo di questa lezione è volutamente un omaggio a loro, che hanno posto al centro della scena non l’individuo eroico, ma il contesto, le “strutture”, all’interno dei cui limiti gli individui agiscono e sono storicamente giudicabili. La scoperta delle “Annales” mi ha spinto allo studio di tante altre discipline: dall’antropologia, alla sociologia, all’economia, ecc. Mi ha fatto accostare di fatto, tramite le realizzazioni della ricerca da parte dei singoli studiosi, ma anche grazie alla teorizzazione storiografica. Gli annalisti teorizzavano un’“histoire à part entière” o a “n dimensions”, come voleva Braudel. Una storia totale, grazie alla quale tutti gli ambiti in cui uomini e donne hanno vissuto ed agito, meritano di essere ricordati e ricostruiti storicamente. Un fine ambizioso che rendeva necessaria una cooperazione interdisciplinare, il concorso dei saperi che quei diversi ambiti del reale studiano e indagano. Ma l’incontro con le “Annales” mi ha fatto scoprire soprattutto la dignità storica della geografia: il sapere che è il grande assente della cultura storiografica e della cultura in generale del nostro paese. Con gli annalisti, e soprattutto con Fernand Braudel, imparavo che le vicende storiche si svolgono in uno spazio, entro realtà territoriali storicamente determinate, condizionate e plasmate dagli uomini, che a loro volta ne sono condizionati e plasmati. Era per me una lezione duratura che mi avrebbe reso facile, negli anni seguenti, l’approdo alla storia dell’ambiente.

Con gli anni ‘80 mi si schiudono molteplici prospettive di ricerca, in mezzo a una vera e propria esplosione di suggestioni culturali. Cercherò di darne conto partitamente, in maniera ovviamente rapida. La prima riguarda la storia delle bonifiche e la scoperta del territorio italiano, le sue trasformazioni secolari e il loro significato nella storia d’Italia.Le altre sono la Storia delle regioni italiane messe in cantiere dall’editore Einaudi a partire dai primi anni ‘80 e di seguito l’avventura dell’Istituto di Storia e Scienze Sociali (IMES) e della rivista “Meridiana”.

Il mio Le Campagne del Mezzogiorno mi fece guadagnare la stima e l’amicizia di Manlio Rossi Doria, economista agrario, ma soprattutto grande figura politica e intellettuale dell’Italia repubblicana, maestro di studi del mondo delle campagne per più di una generazione. In quel momento Rossi Doria aveva per le mani una smilza cartella con alcuni fogli e qualche fotocopia che un giorno mi sottopose. Era un progetto di storia delle bonifiche italiane in età contemporanea che gli veniva sollecitata Giuseppe Medici. Medici, lo dico per i più giovani, era anche lui un economista agrario di alto profilo, persona di vasta cultura, ed era stato più volte ministro nei vari governi del dopoguerra. In quegli anni, ormai anziano, ricopriva un ruolo più defilato di Presidente dell’Associazione Nazionale delle Bonifiche. Rossi Doria, allora vicino agli 80 anni, era alla ricerca di qualche volenteroso studioso che lo aiutasse ad imbarcarsi nell’impresa. Il campo di studi sulle bonifiche era allora totalmente vergine. La storiografia, salvo isolati saggi, era inesistente e occorreva più o meno partire da zero: individuare le fonti, definire un arco cronologico significativo, farsi un’idea dei molteplici quadri territoriali della Penisola nelle loro specificazioni regionali e locali. Io accettai la sfida con spavalderia. Quella spavalderia che si ha quando si è giovani e pieni di energia e si possiede un po di furiosa passione per proprio il lavoro. D’altra parte, io ho sempre desiderato aprire sentieri nuovi di ricerca, piuttosto che muovermi su strade già battute da altri e quindi largamente esplorate. I momenti più faticosi e noiosi del mio lavoro di storico sono stati quelli in cui mi son trovato ad approfondire e sistemare qualche mio vecchio studio. Le fonti a cui dovetti attingere per costruire la storia delle bonifiche furono una sorpresa entusiasmante e hanno costituito, già esse stesse, una scoperta di grande portata. Si trattava per lo più di opuscoli o di libri di agronomi, ma soprattutto di tecnici, ingegneri idraulici e civili. In tutti questi testi, finalizzati a progettare opere di intervento in determinati luoghi – rettifica del corso di un fiume, costruzione di argini, prosciugamento di paludi, rimboschimento di pendici, ecc – una prima parte introduttiva è quasi sempre dedicata alla storia delle bonifiche realizzata da altri tecnici nei decenni o nei secoli passati in quella stessa area. Sia che si trattasse di zone della Valle del Po, della Maremma toscana, delle coste del Mezzogiorno d’ Italia o della Sicilia, le bonifiche costituivano quasi sempre una ripresa di opere precedenti. Erano stati i Romani o gli Etruschi, o i tecnici dei monaci Benedettini nel Medioevo, che avevano bonificato la pianura padana, o quelli a servizio dei principi degli stati preunitari, che erano intervenuti sui loro contadi in età moderna, o gli ingegneri dei regnanti napoletani. Le fonti stesse, cioé, che mi dovevano informare sulle bonifiche di età contemporanea, mi fornivano prima di tutto notizie delle tracce archeologiche di precedenti interventi li rinvenute. Testimoniavano eloquentemente che la bonifica è stata un’opera incessante e millenaria. Esse mi mostravano che sulla Penisola, per insediarsi e svolgere le loro economie, le popolazioni italiche e italiane avevano dovuto permanentemente sistemare e modificare l’habitat naturale. Una consapevolezza storica che appare oggi drammaticamente assente dalla cultura dominante del nostro paese. Il nostro territorio mi è apparso così, come per una rivelazione, l’opera di una radicale manipolazione, un artefatto storico unico nel panorama europeo. Così, dopo avere scoperto la storia del paesaggio agrario quale settore disciplinare attraverso I caratterioriginalidellastoriaruralefrancese di Marc Bloch e di quello italiano, attraverso l’opera pionieristica di Emilio Sereni, mi sono affacciato a una vicenda più profonda, sottostante e insieme intrecciata alla vicenda del paesaggio. Una vicenda che differenzia profondamente la storia della Penisola da quella di paesi come la Francia, la Spagna, la Germania, lo stesso Regno Unito, che certo hanno conosciuto singole opere di bonifiche, in questa o quella regione, ma non hanno certo la nostra storia territoriale. A questa si può accostare solo quella dei Paesi Bassi, ma per altre ragioni e modalità di interventi.

In Civiltà e imperi del Mediterraneo, Braudel ha sottolineato le due diverse strade attraverso cui i paesi europei hanno allargato le loro aree agricole nel corso dell’età moderna. Nell’Europa del Nord hanno abbattuto le foreste, mentre al Sud, nel bacino del Mediterraneo, contadini e proprietari hanno guadagnato nuove terre tramite le bonifiche, il risanamento del disordine idraulico. In questa giusta osservazione Braudel prendeva atto di una realtà fattuale, una diversità di strategia che sembrava legata alla difformità dei due diversi contesti naturali. Di fatto egli registrava una semplice sfasatura storica. In realtà, le popolazioni mediterranee e soprattutto italiane erano impegnate a bonificare i terreni destinati all’agricoltura, perché quelle che le avevano preceduto avevano già diboscato nei secoli o nei millenni precedenti. Esse avevano denudato monti e colline dei loro boschi, talora delle foreste primarie, in epoche precedenti e avevano lasciato le successive generazioni alle prese con gli effetti di quei diboscamenti, costrette a porre riparo ai processi di erosione e disordine idraulico delle pianure. Quando mi sono affacciato alla storia ambientale ho avuto modo di scoprire, attraverso gli studi di alcuni storici tedeschi, che nel mondo antico, nei paesi del bacino del Mediterraneo, si era verificata – per dirla con le parole di uno di loro – una Ökocatrastrophe, una catastrofe ambientale. Là dove erano nate le prime civiltà, le popolazioni, grandi consumatrici di legname, avevano provocato un gigantesco processo di erosione, distruggendo equilibri ambientali delicati, in territori ancora geologicamente giovani, spesso inadatti allo sfruttamento agricolo, climaticamente vulnerabili. Oggi in forme nuove, malgrado il nostro dominio tecnico sulla natura, siamo ancora alle prese con un territorio che mostra la sua naturale e storica fragilità.

Lo studio delle bonifiche italiane mi dischiuse un’altra scoperta: la vicenda secolare di Venezia e della sua laguna. Mentre studiavo le bonifiche realizzate nel Veneto nel corso dell’ ‘800, mi imbattei più volte in considerazioni da parte degli ingegneri che di primo acchito mi parvero un po’ oscure. Costoro sostenevano che le paludi da bonificare in quel territorio erano state provocate dagli interventi fatti nei secoli precedenti, volti a salvare Venezia e la sua laguna. Che cosa c’entrava Venezia? Aprii dunque un nuovo cantiere di ricerca, destinato a diventare uno dei più entusiasmanti del mio lavoro di storico. Ricordo qui che Venezia è un’isola – o, meglio, un insieme di isolotti tenuti insieme da ponti, oggi attraversati da frotte di turisti- all’interno di una vasta laguna di circa 550 Km2. Un mare interno che per secoli è stato porto naturale, luogo di pesca, via di transito e di mobilità urbana. Tanto gli isolotti che la laguna sono l’opera millenaria del trasporto dei torrenti e dei fiumi alpini che depositavano i loro materiali nell’ Adriatico e tendevano a recingere il mare con un cordone di terra. Tanti laghi costieri italiani, lungo l’Adriatico e il Tirreno, debbono la loro origine a tale dinamica. Le isole su cui sorge Venezia son fatte del fango e della sabbia trasportate dai fiumi, e la laguna è chiusa verso l’Adriatico- salvo l’apertura delle sue “bocche di porto” – dagli stessi materiali. Ma esattamente questa tendenza all’interramento continuo costituiva il più grande pericolo: perché con l’avanzare del fango e dell’acqua dolce in laguna, si estendevano i canneti, il mare tendeva a trasformarsi in palude, e la malaria, con la diffusione delle febbri, avrebbe spinto i cittadini ad abbandonare la città. Senza dire che l’interramento, pur senza la malaria, avrebbe sottratto a Venezia il suo porto e distrutto la sua proiezione mercantile.

Per secoli la Repubblica di Venezia ha combattuto contro questa minaccia, deviando i fiumi dalla Laguna, scavando tutti i giorni il fango dai rii e dai canali, costituendo magistrature come il Magistrato alle acque (1501) che vigilavano costantemente sulle dinamiche delle acque interne. È stata dunque l’opera di deviazione dei fiumi – come quella gigantesca del Brenta nel XVI secolo – i cui corsi sono stati portati a scorrere parallelamente alla costa, che ha finito con creare stagni e paludi nell’entroterra per l’inevitabile esondazione delle acque dai letti creati artificialmente a colpi di badile.

Perché richiamo qui Venezia? Per almeno due insegnamenti universali che quella vicenda ci tramanda. Sono entrambi insegnamenti di natura politica. Allorché i governanti veneziani intervenivano nelle acque lagunari per renderle più profonde e navigabili, per operare delle “riforme”, come essi dicevano, ricorrevano all’espressione “a titolo d’esperimento”. Le riforme consistevano nella deviazione di un rio, nell’apertura di un nuovo canale, nell’interramento di un piccolo tratto di laguna. E magistrati e tecnici aspettavano anni per vedere gli effetti dei loro interventi, fatti a titolo d’esperimento, pronti a tornare sui propri passi, se l’esperimento non dava i risultati sperati. Una lezione straordinaria che ci viene dal mondo preindustriale, da una città, di cui nulla è giunto alla cultura politica nazionale in età contemporanea.

Il secondo insegnamento viene dal successo dei Veneziani nell’opera di salvaguardia. Essi sono riusciti a salvare la città e la laguna, non solo deviando fiumi e torrenti e scavando quotidianamente il fango che si depositava nei rii, ma soprattutto grazie a una elaborazione culturale egemonica. Una elaborazione fondata sull’idea che la laguna fosse un bene comune intangibile, che tutti gli interessi particolari dei privati – fossero ricchi mercanti o umili pescatori – dovessero essere subordinati all’interesse generale di quel mare interno. Laguna, che, come ho cercato di dire, si identificava con la comune salvezza. Mi ha sempre colpito, studiando le carte dell’Archivio di Stato di Venezia, il fatto che anche la più modesta perizia idraulica (ce ne sono migliaia nei faldoni dell’Archivio) si aprisse con una formula di rito, una sorta di preghiera laica, con poche variazioni:”per la libertà e la salvezza di Venezia”. L’ambientalismo, per usare una parola dei nostri tempi, era in quella città una religione diffusa, era stato imposto, attraverso un disciplinamento egemonico, come senso comune dalle classi dirigenti a tutti i cittadini. Una lezione straordinaria per il nostro tempo. Per questo il libro che racconta questa storia,Venezia e le acque, pubblicato da Donzelli, ha come sottotitolo Una metafora planetaria. Nel senso che indica a tutti i governati della Terra la via che si dovrebbe seguire.

Da questo ambito di studi debbo per brevità espungere una figura come quella di Carlo Cattaneo, che ha arricchito in maniera rilevante la mia visione della storia d’Italia.Ma non c’è il tempo per farlo dignitosamente. Siamo ancora fermi alla prima metà degli anni ‘80, una fase particolarmente ricca e fertile per la ricerca storica e per le scienze sociali in Italia. Allora, a poco più di un decennio dall’istituzione delle Regioni a statuto ordinario, avvenuta nel 1970, un grande editore, Giulio Einaudi, inaugura la collana della storia delle regioni italiane. Per la verità nel 1977 era uscita, presso lo stesso editore, una storia del Piemonte di Valerio Castronovo, che costituiva l’ ampliamento di un’opera precedente. Ma la collana si presentava ora con maggiori ambizioni. A dirigerla erano allora Corrado Vivanti, un autorevole storico dell’Italia moderna, che concluderà la sua carriera di docente in questa Facoltà, e Carmine Donzelli, un giovane redattore, già allievo di Vivanti all’Università di Torino e mio antico compagno di Liceo a Catanzaro, nostra comune città natale. Nella nuova collana la storia delle regioni italiane non si presentava come l’opera sintetica di un singolo studioso. Perché essa non doveva limitarsi a ricostruire le vicende politiche ed economico-sociali, ma ambiva a dar conto di un più ampio spettro di fenomeni storici: doveva occuparsi anche degli aspetti urbanistici delle città, dell’archeologia, dell’arte, delle vicende letterarie, ecc Sicché la preparazione dei volumi che dovevano coprire la storia di una qualche regione italiana imponevano l’organizzazione di un vero e proprio cantiere, nel quale collaboravano non solo storici di diversa formazione, ma anche economisti, antropologi, urbanisti, sociologi, ecc. La messa in opera di questa collana editoriale rappresentò dunque, per un po’ di anni, un laboratorio culturale di notevole novità. Dopo l’uscita, nel 1984, del volume sul Veneto, curato da Silvio Lanaro, tra una larga parte di storici italiani (e anche di scienziati sociali) si è svolto un intenso dibattito sulla storia territoriale e istituzionale d’Italia. Vivanti e Donzelli si fecero allora promotori di numerosi convegni, alcuni dei quali ricordo ancora per la loro vivacità, come quello tenuto all’Istituto Cervi a Roma, con Lucio Gambi e Giovanni Levi in posizione critica nei confronti dell’operazione editoriale. O come quello più ampio che si tenne a Catania, nel Monastero dei Benedettini, con la presenza di Rosario Romeo, Giuseppe Giarrizzo e un foltissimo gruppo di giovani storici, che avrebbero dominato la scena italiana della disciplina nel quindicennio successivo. Il dibattito durò degli anni, sin dentro il decennio successivo, e accompagnò l’uscita dei vari volumi: quello della Calabria, della Toscana, della Sicilia, dell’Umbria, della Campania, ecc. Sento qui l’obbligo di ricordare che nulla, assolutamente nulla dei temi, delle critiche, delle idee emerse nei nostri dibattiti e nei nostri volumi, ebbe una qualche eco, né nei media, né nel mondo politico italiano. Eppure, tutti quei cantieri intellettuali in fermento rappresentavano una occasione straordinaria per i partiti e per la classe dirigente del paese. L’occasione per riflettere su una delle più importanti riforme statuali dell’Italia repubblicana.

Ricordo questo passaggio pur importante di storia culturale, perché dal cantiere per realizzare la storia della Calabria, curato da Augusto Placanica e da me, è nato, nel 1986, l’Istituto Meridionale di Storia e Scienze Sociali (IMES) diretto da Carmine Donzelli e la rivista “Meridiana”, diretta da me. Si tratta di una delle esperienze fondamentali per la mia formazione, che senza alcuna esagerazione posso anche considerare un tratto importante (e largamente sconosciuto) della storia culturale del nostro Paese nell’ultimo quarto del 900. Qui mi limito necessariamente a pochi accenni. Qual’era ‘ambizione dell’IMES? Realizzare una grande innovazione storiografica e scientifica e al tempo stesso contribuire allo sviluppo e all’emancipazione della parte più debole del nostro paese, il Mezzogiorno. Volevamo, in una parola, innovare il campo della storia, facendolo cooperare e dialogare con le scienze sociali, ma non attraverso un esperimento metodologico astratto e accademico, quanto piuttosto applicando l’esperimento a un grande pezzo d’Italia, il Sud, per coniugare ricerca rinnovata con un nuovo impegno civile. Volevamo fornire una nuova interpretazione del passato del nostro Mezzogiorno, ma anche condizionare, intervenire positivamente sul suo suo presente. Grazie soprattutto all’impulso di Carmine Donzelli, che dopo 15 anni trascorsi come redattore in Einaudi portava in dote una vasta rete di relazioni intellettuali, al gruppo originario dei calabresi, si sono aggiunti non solo giovani docenti meridionali, come Salvatore Lupo e Giuseppe Barone, Angelo Massafra e Biagio Salvemini, ma anche studiosi di altre università italiane, come Carlo Trigilia e Marcello Messori, o non meridionali come Guido Crainz e Alberto Banti.

L’idea di fondo che animava il gruppo era che il Mezzogiorno non fosse il Terzo Mondo, ma un pezzo dell’Italia che aveva partecipato, con le sue specifiche modalità e contraddizioni alla storia generale, al processo di modernizzazione capitalistica del nostro Paese.Volevamo dunque rifare la storia del Sud e intervenire nel presente elaborando una strategia alternativa a quella degli ultimi decenni. Una strategia, quella che andava allora sotto il nome di “intervento straordinario”, ormai esaurita. Ma in che senso volevamo cambiare la storia? Cercherò di chiarire questo aspetto con il massimo della sintesi. Devo ricordare, con un po’ di provocazione, che allora la storia del Mezzogiorno contemporaneo quasi non esisteva. Di fatto, esisteva solo la questione meridionale, cioé il problema del divario Nord-Sud, con la sua sterminata letteratura. Ma quel problema, certo grande, aveva finito con l’assorbire l’intera storia del Sud, con la recriminazione della sua arretratezza. Le fonti di questa storia erano Fortunato, Salvemini, Dorso, Gramsci, ecc. Il che significava che la letteratura critica e militante, le indagini, ma anche le polemiche politiche, sorreggevano l’indagine degli storici che si occupavano di Sud, quale pressoché unica fonte su cui ricostruire il passato di quella vasta regione d’Italia. Esaurendo il Mezzogiorno nella questione meridionale, esso appariva tutto agricolo e contadino, l’agricoltura era presentata come tutta latifondistica, le città e i loro sviluppi scomparivano dal radar, venivano cancellate le aree di dinamismo economico, affondato in un indistinto immobilismo il processo di trasformazione che pur aveva investito il Sud all’indomani dell’Unità. Non c’è il tempo per fornirvi una idea della direzione presa da questa revisione storiografica. Mi limito a evocare gli inizi di questa sfida intellettuale. Il primo numero, monografico, di “Meridiana” si intitolava Mercati e si apriva con un mio saggio intitolato Il Mezzogiorno nel mercato internazionale. Un tema quasi mai affrontato – salvo qualche eccezione, come quella di De Viti De Marco – dai meridionalisti, se non per sostenere qualche battaglia politica nel loro tempo. In quel mio saggio, grazie alla storiografia internazionale, soprattutto inglese, scoprivo e mostravo come il mercato internazionale e dunque una parte rilevante dell’economia, nasce storicamente prima del mercato nazionale. Finché non si sviluppano le ferrovie e un moderno sistema viario, il commercio si svolge via mare.Da Napoli è più facile trasportare merci a Marsiglia che a Matera. Con il linguaggio di oggi potremmo dire che la globalizzazione precede la nascita delle economie nazionali. Non per niente Braudel ha coniato il termine di “economie-mondo” per descrivere le reti di scambio su cui si reggevano le società preindustriali. Dal mio saggio emergeva così che il Sud era da secoli – benché in posizione politica subordinata – all’interno di una vasta rete di rapporti internazionali, che verranno in parte spezzati dall’unificazione nazionale e dalla formazione del mercato interno italiano. Esso faceva parte dell’economia-mondo mediterranea. Con l’unità, dunque, nasce una nuova storia, con perdite soprattutto di sovranità, ma anche con acquisizioni per il Sud e soprattutto per il paese. Naturalmente arresto qui la mia riflessione di merito per non riprendere una controversia secolare. Ho solo voluto mostrare come il Sud, che entra a far parte del nuovo stato unitario, non provenisse da una vicenda di arcaica arretratezza, ma fosse parte, sia pure in forma non dominante, di un sistema di economia europea, con una propria fisionomia e collocazione.

Dunque, tra la metà degli anni ‘80 e i primi del 2000, per quasi un ventennio, il Sud d’Italia è stato il centro dell’attenzione, il laboratorio operoso di un gruppo intellettuale straordinariamente folto ed attivo, composto da studiosi di varie discipline, trenta-quarantenni nel pieno della oro maturità ed energia. Ricordo che fino al 2002/2003, periodo in cui si conclude la mia direzione, sono stati pubblicati circa 40 volumi di “Meridiana” (il termine volume non è abusato per chi conosce la rivista). Ma non c’era solo l’uscita di “Meridiana” tre volte l’anno, sempre meno puntuale, a dir la verità, col passare degli anni. È stato quello un periodo di grande creatività dei singoli studiosi che venivano pubblicando il loro libri e saggi sul Mezzogiorno. Ricordo al volo i lavori di Augusto Placanica, di Giuseppe Barone, Salvatore Lupo, Angelo Massafra, Biagio Salvemini, Leandra D’Antone, Domenico Cersosimo, Franco Benigno, Saverio Russo, Pietro Tino, Gianfranco Viesti e di tanti altri che sarebbe lungo enumerare. Certamente mai, dopo l’esperienza della rivista “Nord e Sud”, sul Mezzogiorno d’Italia si erano concentrati tanti sforzi intellettuali, ricerche, dibattiti, forme molteplici di mobilitazione culturale. Mi piace ricordare che da tali fermenti è nata qui a Roma, nel 1993, una importante casa editrice di cultura, la Donzelli, che ha continuato a pubblicare

“Meridiana” per diversi anni, mentre l’Imes è stata diretta da Franco Benigno. Ma mi tocca anche osservare che di quella grande esperienza intellettuale oggi non rimane pressoché nulla. “Meridiana” continua meritoriamente le sue pubblicazioni, ma si occupa di vari temi sociali e politici e non ha più alle spalle un vero gruppo intellettuale. Mentre il Sud d’Italia, oggi attraversato da processi gravi di arretramento sociale, di impoverimento di vaste fasce di popolazione, di involuzione della sua vita civile, è scomparso dallo sguardo della cultura nazionale. Della politica non è il caso neppure di accennare.

Consentitemi qui una considerazione di ordine personale, ma che ha un valore generale. Io ho alle spalle una storia intellettuale fortunata. Sono cresciuto in mezzo a gruppi importanti di studiosi, che hanno contribuito molto alla mia formazione, ad arricchire la mia curiosità multidisciplinare. Dopo l’esperienza con il gruppo di “Contropiano”, è stata la volta, ai primi anni ‘80, di “Laboratorio Politico”. Sempre su sollecitazione e coinvolgimento di Asor Rosa ho conosciuto un gruppo ancora più ampio rispetto al vecchio nucleo di operaisti. Dentro “Laboratorio Politico” si aggiungevano a quest’ultimo nuove figure: da Stefano Rodotà a Remo Bodei, da Giacomo Marramao (mio vecchio amico e conterraneo) a Ezio Tarantelli, che verrà assassinato dalle Brigate Rosse. Pochi anni più tardi, in posizione dirigente, ho fatto l’esperienza dell’Imes che ho appena ricordato. Ebbene, qual’è la lezione generale che debbo trarre? Rammento che le due ultime riviste citate avevano l’ambizione di influenzare il corso della politica italiana. Entrambi avevano l’ambizione civile di innovare e arricchire la cultura politica nazionale, di offrire visione e prospettive ai partiti politici della sinistra e al movimento sindacale italiano. Ebbene, entrambi le esperienze intellettuali (pur con differente durata) non hanno minimamente scalfito il muro di gomma, sempre più alto, che si è venuto innalzando tra il mondo intellettuale italiano e la rappresentanza politica della sinistra e del movimento operaio, il tardo PCI e il PDS. Su tale versante il fallimento dell’Imes e di “Meridiana” è stato totale, così come sul versante dei media, sempre meno interessati a dar conto dei fatti culturali, che riguardavano fenomeni seri e complessi. Ricordo, solo per darvi un’idea di questa divaricazione tra cultura e politica, già allora visibile, un piccolo ma significativo episodio. Nel 1989 l’Imes ha organizzato un convegno internazionale sulla mafia. Non c’erano solo i nostri migliori studiosi dei fenomeni criminali, da Salvatore Lupo a Marcella Marmo, ma anche esperti che venivano dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. Senza dubbio si trattava del primo grande sforzo internazionale di analisi scientifica di quel fenomeno. Ricordo che i dirigenti dell’Imes, soprattutto io e Donzelli, scrivemmo varie lettere personali di invito ai dirigenti del PCI-PDS e della sinistra senza avere l’onore di una sola presenza al nostro Convegno. I giornali e gli altri media si guardarono bene dal darne notizia, neppure quando l’anno dopo uscì un numero doppio di “Meridiana” che ne pubblicava i materiali in forma di saggi. Credo che in questa vicenda di incomunicabilità si possa leggere con un certo anticipo un grave trasformazione della vita politica italiana, un fenomeno che sarebbe apparso in maniera conclamata qualche anno più tardi. I partiti politici si stavano già avviando a diventare agenzie di marketing elettorale, non più bisognosi di saperi sociali, di conoscenza, di analisi. Non più mossi dal fine di cambiare la società, ma schiacciati dalla necessità di riprodurre sé stessi come ceto politico, i gruppi dirigenti dei partiti non avevano più bisogno delle vecchie figure intellettuali, portatrici di conoscenze sociali e di elaborazioni teoriche. Sempre di più ad essi sarebbero serviti gli analisti di mercato, i sondaggisti, gli studiosi di previsioni elettorali. Sempre di più le figure intellettuali che diventano importanti per il potere politico sono quelle come Nando Pagnoncelli ed altri- con tutto il rispetto per questi professionisti che fanno il loro rispettabile mestiere – e sempre meno quella dell’intellettuale umanista o scienziato sociale: lo storico, l’antropologo, il sociologo, ecc. Questo per dire, in conclusione, che il declino italiano ha una lunga incubazione storica.

A questo punto vi chiedo una prova ulteriore di pazienza e di affetto. Vi chiedo di seguire i tempi supplementari di questa partita. Vorrei raccontarvi come sono arrivato all’ultima stagione storiografica in cui oggi mi trovo: la storia dell’ambiente. Sarò molto sintetico, toccherò due, tre passaggi di rilievo, di rilievo culturale generale. Io sono uno storico dell’agricoltura e per alcuni anni, conquistato dalle critiche ambientaliste alla società industriale, ho sofferto il disagio di essere privo della strumentazione teorica necessaria per criticare su basi scientifiche l’agricoltura industriale. Non avevo, per dirla in breve, altra alternativa da contrapporre a quella grande esperienza che era stata la modernizzazione capitalistica delle campagne, se non il ritorno al passato, l’”agricoltura della nonna”. E questo non potevo permettermelo. Sia perché il successo produttivo dell’agricoltura industriale era innegabile e senza precedenti, sia perché sapevo bene, per lunghi studi, quanta subalternità, oppressione, fatica, avevano dominato la vecchia società contadina. Non era possibile alcuna nostalgia, se non per certi aspetti culturali e umani di quel passato. Ho superato le mie difficoltà storico-teoriche ai primi del 2000, con la scoperta dell’agricoltura biodinamica. Ho letto allora l’opera di fondazione di questa branca dell’agronomia, le Lezioni sull’agricoltura del 1924 di Rudolf Steiner. Steiner era uno studioso delle opere scientifiche di Goethe, che elaborò una concezione filosofica generale, detta antroposofia, ancora oggi influente in alcuni ambiti culturali. Per la verità io ho fatto le maggiori scoperte scientifiche studiando gli agronomi provenienti dalla scuola di Steiner. Fra questi soprattutto Ehrenfried Pfeiffer, autore di un testo fondamentale, La Fertilità della terra (1938) che ancora oggi viene ripubblicata. La faccio molto breve. Che cosa mi hanno fatto scoprire questi studi che si svolgono a partire dagli anni ‘30 del 900, soprattutto in Germania, in GB e negli USA? Una verità fondamentale. L’agricoltura industriale che continua a mietere successi sul piano produttivo si è fondata essenzialmente su una scoperta e uno strumento: i concimi chimici. Ora, gli agronomi biodinamici scoprono che tali concimi non fertilizzano la terra – come era accaduto con i letami e altre sostanze organiche nei passati millenni – ma nutrono direttamente le piante. Accade per le piante quel che succede alle persone quando non si nutrono col cibo, ma vengono alimentati artificialmente con una flebo. Col tempo, a furia di concimazioni chimiche, il suolo si mineralizza, diventa sterile e le piante crescono solo se continuamente alimentate dalla flebo chimica. Ma per questa via le piante vivono in un habitat – il suolo è un organismo vivente, un ecosistema, non un supporto neutro – in un habitat progressivamente alterato, innaturale, e perciò diventano deboli, si ammalano, vengono attaccate dai parassiti, hanno perciò bisogno di un’assistenza medica sempre più sistematica. Gli agricoltori sono costretti a ricorrere sempre più spesso ai pesticidi per difendere i raccolti. Si forma così il circolo vizioso di una agricoltura sempre più dipendente dall’industria agrochimica e che produce beni agricoli abbondanti ma sempre meno sani, in un ambiente sempre più inquinato e inquinante.

Tali scoperte, che mi portarono ad allargare la mia visione di storico dell’agricoltura e da cui nacque La mucca è savia. Ragioni storiche della crisi alimentare europea (Donzelli, 2202), mi aprirono la strada a una nuova esperienza intellettuale, che voglio qui ricordare, anche se in maniera necessariamente breve. Rammento che quel mio piccolo, ma denso libro, venne allora recensito su

“La Stampa” da Carlo Petrini, che io non conoscevo. Ebbene, poiché in fondo alla sua recensione si poteva leggere un indirizzo di posta elettronica a lui intestato, gli scrissi (com’è costume di chi, come me, non chiede mai recensioni per i suoi libri, ma ringrazia quando le riceve) una breve lettera di ringraziamento. Lui mi rispose a breve giro, invitandomi a una iniziativa di Slow Food, che si sarebbe tenuta di lì a poco a Torino, con la premiazione dei difensori della biodiversità. Nacque da lì la mia amicizia con Carlin, personaggio raro e prezioso di questa Italia malandata, e l’ingresso in un nuovo gruppo intellettuale. Quando io presi a far parte della bella famiglia di Slow Food era in stato già avanzato il progetto della Facoltà di Scienze gastronomiche – dove avrei insegnato Storia dell’agricoltura, nella sede “albertina” di Pollenzo – ma si stava già pensando alla costituzione di una seconda facoltà, quella di Agroecologia. Così entrai nel comitato scientifico creato a tal fine ed mi misi in contatto con un mondo intellettuale assolutamente nuovo. I nostri ripetuti incontri, tra Torino, Firenze, Roma, Parma mi fecero frequentare i saperi di Vandana Shiva (che Petrini ha giustamente coinvolto da subito nell’avventura ambientalista di Slow Food), di biologi come Marcello Buiatti, di un etologo come Ettore Tibaldi, scomparso prematuramente e vari altri scienziati. Per mia fortuna, oltre a Petrini, non mancava la cultura umanistica ed era bene rappresentata da Massimo Montanari e Alberto Capatti, eminenti storici dell’alimentazione. Un gruppo che ha lavorato per alcuni anni, coordinato con sapienza da Cinzia Scaffidi.

La strada che mi porta alla storia ambientale ha un altro passaggio. È il nodo teorico che riguarda più in generale il rapporto tra il lavoro umano, cioé l’attività produttiva, e la natura. Per questo tema e più in generale per la mia idea di natura, l’ultimo mio debito, in ordine di tempo, è nei confronti di Edgar Morin, l’autore dei diversi volumi della Methode. Non posso qui neppure sfiorare questo passaggio. Ricordo solo che Morin è forse l’unico filosofo ad aver studiato a fondo le discipline in cui è divisa la scienza contemporanea (dalla chimica alla biologia, dalla fisica alla genetica) per appropriarsi di una idea complessa di natura che superasse i settorialismi disciplinari. Ma prima di Morin viene un passaggio teorico importante. E qui cade un curioso intermezzo personale. Alla fine degli anni ‘80 sono stato protagonista (e in parte vittima) di una elettrizzante forma di perversione mentale. In quel periodo, per cause che mi restano ancora ignote, è scoppiata dentro di me una furente passione per lo studio della lingua tedesca. In questo, ovviamente, non c’è niente di perverso. La follia sta nel fatto che in quel periodo io ero sommerso dal lavoro. Dirigevo “Meridiana”, aiutavo Donzelli nella direzione dell’Imes, stavo curando la pubblicazione dei tre volumi della Storia dell’agricoltura italiana (che usciranno per Marsilio tra il 1989 e il 1891) e svolgevo il mio lavoro di docente all’Università. Ricordo che per alcuni mesi il mio riposo, la sera, dopo 10-12 ore di lavoro -la mia giornata cominciava molto presto – era gettarmi sul letto con una grammatica di tedesco in mano. Quella stessa che alcune volte, da ragazzo, avevo cercato di studiare e che abbandonavo dopo qualche settimana. Se non era perversione mentale non so che cosa fosse.

Ora, il possesso – sia pure faticoso e imperfetto – della capacità di leggere questa lingua mi ha aperto un mondo culturale di straordinaria ricchezza, pur essendomi affacciato solo a pochi settori disciplinari. E soprattutto mi ha fatto scoprire la storia ambientale tedesca, una delle maggiori storiografie nazionali in quest’ambito. L’altra è quella degli USA, a cui abbiamo dedicato ampio spazio – per merito soprattutto di un giovane studioso, Marco Armiero – in una piccola rivista, I frutti di Demetra, che ho diretto con altri amici, tra il 2003 e il 2009. Ma in quegli anni, grazie a quella lingua, ho scoperto un libro rivelatore, Natur in der ökonomischen Theorie (1984) di Hans Immler. (Di questo autore è uscito per Donzelli un testo divulgativo, Economia della natura, con una mia prefazione). Si tratta di una vasta ricostruzione, condotta con notevole scrupolo filologico, del rilievo, della considerazione che la natura ha avuto nello svolgimento storico del pensiero economico. Da Aristotele a Marx, passando per i fisiocratici, con la sistematicità di cui gli studiosi tedeschi son maestri, Immler mostra come viene scoperto, mediato, poi occultato il mondo naturale nel processo di produzione della ricchezza. Non vi spaventate, non ve ne farò il riassunto. Ricordo qui solo uno snodo teorico importante – utile per il mio lavoro di storico – ed è la critica che questo studioso muove alla teoria del valore-lavoro. Ricordo qui ai più giovani – con inevitabile schematicità – che la teoria del valore- lavoro è stata elaborata da Adam Smith, il padre dell’economia politica, nella sua Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni e perfezionata successivamente da David Ricardo. Essa consiste nella dimostrazione che è il lavoro umano, il quale trasforma la materia prima in beni, a creare la ricchezza. Marx, sostiene Immler, è un continuatore di questa teoria, benché ne sia un innovatore rivoluzionario. Alla scoperta originaria di Smith – che mette il lavoro umano al centro della storia delle società – Marx aggiunge quella delle origini della formazione e divisione delle classi. Egli, scopre cioè il plusvalore, quel “lavoro in più “ di cui si appropria il capitalista in fabbrica, che è il segreto dell’accumulazione capitalistica, del processo di formazione di una classe di imprenditori e di operai industriali al loro servizio. Ma anche Marx finisce col restare dentro lo stesso orizzonte, compie la medesima astrazione teorica di Smith e Ricardo. La ricchezza, ridotta alla nozione di valore,toglie ad essa la sua sostanza concreta, cancella la sua origine naturale. Essa diventa esclusivamente un prodotto sociale, in quanto ogni merce possiede un valore d’uso – serve cioé a qualche scopo umano utile – ed un valore di scambio: vale a dire è scambiabile con qualcosa d’altro, tramite il danaro, di pari importanza. Ma in questo modo, il rilievo che la natura ha nella composizione di una merce – e quindi nel generale processo di produzione della ricchezza – scompare. Di fatto perdono ogni valore il sole, l’acqua, la terra fertile, l’ossigeno, se non entrano in un processo produttivo mediato dall’uomo. Eppure queste risorse naturali hanno permesso agli uomini di vivere e crescere per centinaia di migliaia di anni senza che l’economia politica insegnasse loro come fare. Se non possiede un valore d’uso il mondo fisico diventa irrilevante. Ma anche considerata quale materia prima, la natura è una entità inerte, che prende vita solo grazie al lavoro. Ma oggi sappiamo che così non è. Il legname trasformato in mobilio dal lavoro umano è reso disponibile dagli alberi cresciuti per un determinato numero di anni, grazie al lavoro chimico del terreno, all’azione del sole, delle piogge, dell’ossigeno di un determinato habitat. La natura fa in realtà la sua parte nel creare la ricchezza, indipendentemente dal lavoro umano. La quale natura, ci ricorda Immler provocatoriamente, “non è la violetta”, ma è l’automobile, la stessa fabbrica, composta in gran parte di natura inorganica. La durezza del ferro che forma la struttura di un capannone industriale, la fa la natura con suoi processi geologici, i gas – o gli idrocarburi come il petrolio – hanno un loro “comportamento” chimico portato in dote dal mondo naturale, che gli uomini hanno scoperto, migliorato, messo al loro servizio. Ma queste qualità, che son “valori” , che diventano poi valori economici, non sono state create da loro. Dunque le società industriali si sono sviluppate e si reggono tuttora su questa gigantesca misconoscenza, su un totalitario occultamento del ruolo della natura nel processo di produzione della ricchezza. Marx, ricorda Immler, ha una visione più ricca della natura rispetto ai padri dell’economia politica. Egli vede nel lavoro un processo di ricambio organico con la natura (Stoffwechsel mit der Natur), ma di fatto, privilegiando per ragioni politiche il tema dello sfruttamento del lavoro operaio, è rimasto all’interno della teoria del valore. Il marxismo, dunque, ideologia che ha ispirato le lotte sociali di milioni di persone nel corso dell’età contemporanea, ha contribuito a tenere il mondo naturale in un limbo di irrilevanza. Non si comprendono i ritardi con cui il movimento operaio e i partiti comunisti hanno scoperto la questione ambientale senza comprendere questo nodo teorico. Naturalmente, le teorie economiche neoclassiche che sono venute dopo, non si sono poste neppure il problema, e hanno portato la riflessione della disciplina su altri terreni. La cancellazione della natura è stata completa. E i risultati li abbiamo tutti sotto gli occhi.

Credo che a questo punto ne abbiate abbastanza. Mi guardo bene dall’accennarvi al mio recente impegno nella saggistica teorico-politica, o del mio ritorno alla letteratura, agli amori intellettuali della giovinezza. Cerco di concludere rispondendo all’interrogativo affettuoso di tanti amici che mi hanno chiesto: “Che significa lezione di commiato”? Il commiato non è dal mio lavoro di insegnante o di ricercatore, ma dalle burocrazie accademiche: quell’ammasso di procedure e formalismi inquisitivi che, insieme alla mancanza di risorse, stanno uccidendo l’Università italiana. La stanno uccidendo nell’indifferenza di una classe dirigente tra le peggiori della nostra storia. E mi sentirei ipocrita se in questa mia lezione, che è pur sempre di commiato, nascondessi la profonda delusione e amarezza per le condizioni in cui si trova oggi l’istituzione universitaria e la ricerca in generale nel nostro paese. Quando sono entrato nell’Università mai avrei immaginato di doverla abbandonare il queste condizioni. Noi stiamo lasciando morire una nostra invenzione storica, un pilastro della nostra civiltà. Ma poiché oggi è pur sempre un giorno di festa e così io l’ho pensato, voglio lasciare qui un messaggio, se non di speranza, almeno di esortazione. Un messaggio ai miei amati allievi e a tutti i giovani, adatto ai tempi nostri: tempi in cui la speranza latita e l’orizzonte non è sereno. E una frase, intrisa di pessimismo protestante, di un uomo del XVI secolo, Guglielmo il Taciturno: “Non c’è bisogno di sperare per intraprendere, né di riuscire per perseverare”.

Vi ringrazio per la pazienza e per l’attenzione.

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