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Luciano Gallino. Tra magistero e impegno politico

Luciano Gallino (1927-2015) è stato uno dei più autorevoli sociologi italiani. Fu, anzi, fra i fondatori della sociologia in Italia: cominciò la sua attività a metà degli anni ‘50 del ‘900 formandosi, giovanissimo, all’Ufficio studi sociali di Adriano Olivetti a Ivrea, dove fu direttore del Servizio di ricerche sociologiche e studi sull’organizzazione. Divenne, in seguito, ricercatore all’Università di Stanford, in California, per due anni (1964-1965), invitato come Fellow dal Center for Advanced Study in the Behavioral Sciences – è stato il primo italiano a ricevere tale invito con relativo titolo e a poter usufruire dell’offerta. Grazie a questa opportunità, ebbe la possibilità di iniziare una ricerca approfondita e internazionale sulla Sociologia, continuata poi per anni, fino alla realizzazione completa del “Dizionario di Sociologia” (Prima Edizione: UTET, Torino, 1978). Dal 1971 – nonostante non si fosse mai laureato – è stato professore su incarico alla Facoltà di Magistero, poi professore ordinario di Sociologia a Scienze della Formazione a Torino e, infine, professore emerito della stessa Università.

Studioso e profondo conoscitore di teoria sociale, nelle sue ricerche sul campo si è occupato delle relazioni fra tecnologie, cultura e formazione, oltre che di sociologia economica del lavoro e dell’industria. Negli ultimi decenni, prima della scomparsa, aveva scritto opere importanti, critiche del sistema capitalistico e dell’ideologia neoliberale, in difesa dei diritti di cittadini e lavoratori contro il dominio della finanza. Fra i suoi testi più importanti in questo ambito, ricordiamo: Globalizzazione e disuguaglianze (2000), L’impresa responsabile. Un’intervista su Adriano Olivetti (2001), La scomparsa dell’Italia industriale (2003), L’impresa irresponsabile (2005) e L’Italia in frantumi (2006). In, Tecnologia e democrazia. Conoscenze tecniche e scientifiche come beni pubblici (2007), raccolse saggi sui temi della ricerca tecnologica con lo sguardo volto alle loro implicazioni sociali e culturali: una riflessione sui vantaggi immensi che la tecnologia reca alla nostra esistenza, ma anche un monito sui pericoli di un suo uso irriflessivo. Anche in questo, come nei lavori successivi Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità (2007), Con i soldi degli altri (2010), Finanzcapitalismo. La società del denaro in crisi (2011), Il colpo di stato di banche e di governi (2013) Luciano Gallino ha continuato a sottolineare le divergenze preoccupanti tra crescita materiale e qualità dello sviluppo, così come gli scarti fra i vantaggi preannunciati e le effettivi realizzazioni delle scienze moderne, dominate dalle logiche di corto periodo e da un velo d’ignoranza sugli effetti a lungo termine, che confondono gli scenari sovrastimando i vantaggi e sottostimando (o escludendo) i fattori negativi. Più volte, inoltre, nei suoi testi sono rilevanti le considerazioni sui possibili contributi della tecnologia per una maggiore formazione democratica, attuabile attraverso i mezzi della comunicazione, l’informatica, Internet, ma soprattutto consolidando l’idea delle conoscenze come produzione collettiva e della scienza come bene pubblico globale.

A un anno circa dalla sua scomparsa, l’8 novembre 2016 si è tenuto a Torino, presso la sede del Centro Studi Sereno Regis, in collaborazione con la Fondazione Luigi Micheletti di Brescia e il Centro Studi Piero Gobetti di Torino, un seminario di commemorazione della figura e degli insegnamenti di Luciano Gallino intitolato Fra Magistero Scientifico e Impegno Politico a cui hanno partecipato Paola Borgna, Sergio Scamuzzi, Francesco Ciafaloni, Walter Barberis, Paolo Maddalena, Paolo Ceri, Federico Bellono, Antonella Tarpino (la registrazione è disponibile online https://serenoregis.org/evento/luciano-gallino-tra-magistero-scientifico-e-impegno-politico/). È stata l’occasione anche per alcuni approfondimenti storici sulla biografia del sociologo torinese. Nel 1967, assieme alla moglie, la professoressa Tilde Giani (docente di Psicologia dello sviluppo all’Università di Torino), tradusse L’uomo a una dimensione, pubblicato nel 1964 dal filosofo tedesco con cittadinanza statunitense Herbert Marcuse – uno dei massimi esponenti con Max Horkheimer e Theodor Adorno della Scuola di Francoforte – allora maestro della nuova sinistra che in quegli anni andava mettendo vigorose radici nelle università offrendo ai giovani del ‘68 gli argomenti per parlare delle democrazie europee come di società bloccate sul piano politico, culturale e ideale: una delle piú radicali disamine e contestazioni della condizione umana nelle società industriali avanzate, che non ha mai esaurito la forza del suo impatto critico e polemico e che ancora trovava forza negli scritti di Gallino nei decenni successivi. Vale la pena di riprendere quanto scrisse lo stesso Gallino nell’introduzione alla riedizione del libro di Marcuse nel 1991:

L’attualità di L’uomo a una dimensione non è soltanto legata al persistere delle stesse distorsioni, nelle società industriali avanzate, che il suo autore intravvide all’epoca con lucidità. È la storia più recente che si è incaricata di restituire al libro una inquietante presa diretta (…). Una società non può continuare a incivilirsi; non può produrre individui consapevoli e autodeterminati; non può applicare la ragione all’arte di vivere, se non sa dialogare al proprio interno, o all’esterno, con qualche forma di opposizione radicale; se non sa interagire con forze che rappresentano un rischio perenne e una sfida, perché mettono in forse la sua identità, le strutture psichiche e culturali latenti che ne assicurano la persistenza, col risultato positivo che in tal modo codeste entità forzano una società a non bloccarsi, a continuare a crescere (…) Intanto a Sud dell’Europa sta crescendo un diverso Altro, più grande di un continente, la cui situazione disperata, posta a contatto sempre più quotidiano e ravvicinato con un livello di vita incomparabilmente più alto come quello europeo, sta alimentando migrazioni che potrebbero assumere proporzioni bibliche (…) E su queste nuove alterità che circondano l’Europa che “L’uomo a una dimensione” ha ancora molto da dire, o, meglio, molto su cui far riflettere. I popoli dell’Est e del Sud si collocano ora, rispetto all’Europa, precisamente nella posizione di quegli emarginati, quei disperati in cui Marcuse vedeva la sola speranza di rinnovamento radicale delle società industriali: “Il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili”, mantenuti del tutto al di fuori del processo democratico (…) Per far fronte alla sfida posta da queste nuove alterità l’Europa dovrà innanzitutto misurarne la portata – una presa di coscienza da cui appare ancora molto lontana. E se poi non vorrà rinserrarsi in se stessa – una decisione che sarebbe presumibilmente suicida – dovrà stabilire con esse un nuovo contratto, un nuovo patto sociale. Caratteristica fondante di tale contratto, per quanto necessaria, non potrà essere soltanto lo stabilirsi di nuovi rapporti con tali popoli, ai quali destinare, ad esempio, maggiori risorse per lo sviluppo e insieme il pagare di più le loro risorse; il che già imporrebbe di per sé grandi mutamenti, poiché si tratterebbe di accrescere la quota attuale delle nostre risorse così incanalate non di alcuni punti percentuale, ma di parecchi ordini di grandezza, con conseguenze di certo severe sul livello di vita medio dell’Europa benestante. A ciò si dovrebbero aggiungere mutamenti ben più impegnativi, quali una nuova razionalità tecnologica, fondata anziché sulla separazione storica tra scienze naturali e scienze umane, sulla loro intenzionale rifusione; un diverso ordine di priorità nei consumi individuali e collettivi; la diffusione di un’etica della responsabilità in ogni settore di attività economica ed amministrativa; una concezione innovativa di ciò cui occorre dar priorità nella formazione dei giovani; una dissociazione tra avere ed essere che pur non sacrificando troppo il primo – in fondo si tratta solo di imparare, con le parole del Worldwatch Institute, quanto grande sia “abbastanza” – non subordini ad esso il secondo. Con un’espressione di Marcuse, l’Europa potrà far fronte alle sfide che provengono da Est e da Sud soltanto se riuscirà ad operare un mutamento qualitativo e quantitativo del suo tenore di vita, riassumibile in una “riduzione del sovrasviluppo”, con tutte le conseguenze – o per meglio dire le premesse – economiche, sociali e culturali che ciò comporterebbe. E tutti codesti mutamenti non si potrebbero imporre, ma soltanto ottenerli dai cittadini mediante forme di democrazia partecipata, delle quali nei sistemi politici europei, e men che mai nel nostro, non si intravede per ora nemmeno il presagio”. Di tutto questo tratta L’uomo a una dimensione, con un’aderenza anticipatrice ai termini delle questioni odierne da farlo apparire scritto, in molte parti, giusto in questi anni. Libro certo scomodo; sicuramente irritante; non privo dell’arroganza di chi presume di possedere uno strumento per pensare dalle capacità diagnostiche quasi infallibili – come appaiono d’altra parte quasi tutte le opere della Scuola di Francoforte. Ma anche un libro che come pochi altri obbliga a riflettere su ciò che dobbiamo decidere e fare, qui e ora, al fine di trasformare noi stessi e la società in cui viviamo in direzione di un’esistenza che non sia, come l’attuale, il regno di una generalizzata zwecklose zweckmässigkeit (inutile opportunità Ndr) l’abile e preveggente applicazione di mezzi sempre più efficienti a scopi scelti alla cieca; un’esistenza in cui sia invece la ragione oggettiva, con la sua capacità di individuare l’essenza della realtà, a suggerire i nostri scopi e le correlative azioni. Stabilendo e interiorizzando, come causa e come effetto di simile trasformazione, nuovi rapporti con società sin qui sottoprivilegiate che non sono più disposte ad accettare l’attuale diseguaglianza dei privilegi. Prima che sia la storia, se non domani forse domani l’altro, a trasformare brutalmente noi in strumenti dei suoi scopi più ciechi((L. Gallino, Prefazione alla riedizione di H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi Torino, 1991.)).

Le posizioni politiche e culturali di Luciano Gallino nascevano dalla sociologia coltivata come disciplina scientifica, in conseguenza della conoscenza approfondita del lavoro nell’industria e dei rapporti fra questa e il sistema finanziario che aveva a lungo indagato. È importante recuperare le fila di questo pensiero, che si intrecciano con il lavoro scientifico e culturale e riguardano i diritti di tutti noi come lavoratori, esseri umani liberi ed eguali, cittadini e soggetti di diritti anche sul lavoro, che non è una merce. I suoi libri rappresentano una struttura coerente di idee e proposte da cui i giovani potranno ripartire. “Dire ciò che è, rimane l’atto più rivoluzionario” è la citazione di Rosa Luxemburg che apre il suo ultimo volume: Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti (2015). Perchè, come scriveva in conclusione della prefazione al medesimo testo, “nessuno è veramente sconfitto se riesce a tenere viva in se stesso l’idea che tutto ciò che è può essere diversamente, e si adopera per essere fedele a tale ideale”.

Anche per queste ragioni, grazie al lavoro di amici come Fulvio Perini, Riccardo Barbero e Livio Pepino dell’associazione Volere la Luna, la memoria di Gallino è conservata e studiata con affetto e attenzione alla sua attualizzazione. Come ha sottolineato Alberto Sinigaglia, amico di Luciano Gallino, che curò la pubblicazione sul giornale La Stampa di tanti suoi commenti e recensioni, e presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte che lo annovera tra gli iscritti illustri, occorre

Onorare la figura del professor Gallino oltre che per il suo magistero e l’impegno politico, anche per la sua opera di giornalismo, inteso come pubblico servizio, come strumento per aiutare i lettori a sapere, a capire, a ragionare. Con questo spirito e con una chiarezza esemplare Luciano Gallino ha commentato per lunghi anni su La Stampa, poi su Repubblica, fatti, problemi e mutazioni della società italiana. Indiscusso maestro della sociologia, ha saputo esserlo anche dell’informazione, testimoniando un impegno sempre profuso a favore delle libertà e dei diritti di lavoratrici e lavoratori, dei loro figli e delle loro famiglie. L’augurio e di lasciare almeno un messaggio di speranza ai più giovani – come sottolineava il titolo del suo ultimo libro – una spiegazione almeno che aiuti i nostri nipoti a trovare una nuova strada((A. Sinigaglia, lettera inviata al Convegno Luciano Gallino: Fra Magistero Scientifico e Impegno Politico, Torino 8 novembre 2016 (https://serenoregis.org/evento/luciano-gallino-tra-magistero-scientifico-e-impegno-politico/))).

Secondo il giudice Paolo Maddalena, ex vicepresidente della Corte Costituzionale, fra i temi di Gallino che occorre riprendere vi sono la tutela dell’ambiente e la crisi del sistema economico, che rappresentano due facce della stessa medaglia.

“Siamo passati da un sistema economico finanziario corretto di stampo Keinesyano – ha spiegato Maddalena, ripercorrendo il magistero di Gallino – che ben può denominarsi “produttivo” di beni reali, a un sistema economico finanziario “neoliberista”, che ben può denominarsi produttivo di beni fittizi e “predatorio” di beni reali. I governi e le banche hanno prodotto un vero e proprio “colpo di Stato”, introducendo negli ordinamenti giuridici la possibilità di creare danaro dal nulla mediante le “cartolarizzazioni” dei debiti e i cosiddetti “derivati”, i quali hanno concesso agli speculatori finanziari di costruirsi una ricchezza fittizia, valutata nel 2010 (non si conosce quale sia il valore attuale, che si dovrebbe presumere maggiore) 1,2 quadrilioni di dollari, cioè venti volte il Pil di tutti gli Stati del mondo. Insomma, si è arrivati all’assurdo che il debito deve considerarsi alla pari di un bene reale, può cioè essere trasformato in un “titolo commerciabile” sul quale la borsa scommette, con l’unica conseguenza che se il debito è pagato vince lo scommettitore, mentre se il debito non è pagato dal debitore reale, lo devono pagare tutti i cittadini, poiché le banche sono troppo grandi e importanti per fallire. Il danaro non è creato dallo Stato, ma dalle banche, che, trasformando i prestiti in titoli commerciabili, si liberano subito dal pericolo dell’inadempimento da parte del debitore, vendendo immediatamente i titoli sul mercato ad alti tassi di interesse. Alla fine pagherà l’ignaro compratore e cioè i cittadini che si sono fidati delle banche. Si ha così un accentramento della ricchezza nelle mani di pochi e un immiserimento generale. I guai per l’Italia sono cominciati con la lettera, del 12 febbraio 1981, di Andreatta al governatore della Banca d’Italia Ciampi, con la quale il Tesoro esonerava la Banca d’Italia dall’obbligo di comprare i buoni del tesoro rimasti invenduti. Da quel momento, il tesoro, per finanziare le sue casse si è dovuto rivolgere al mercato, che ha fatto schizzare in alto i tassi di interesse, creando un mostruoso debito pubblico. L’entrata nell’euro, eliminando la facoltà della Banca d’Italia di stampare danaro, essendo l’euro stampato solo dalla BCE, ha fatto il resto. Si può affermare che tutto il debito pubblico italiano è costituito dai tassi di interesse pagati agli speculatori finanziari. Per pagare gli interessi e nel tentativo illogico, impostoci dall’Europa, di ridurre il debito con l’austerity e non con lo sviluppo del prodotto interno lordo, l’Italia ha tagliato le spese pubbliche, riducendo la circolazione della moneta e creando una fortissima disoccupazione specie nella fascia giovanile. Poiché non è stato sufficiente il taglio delle spese, lo Stato italiano è ricorso alla “svendita” di beni e servizi mediante il sistema, sostenuto dalla finanza internazionale delle “privatizzazioni”, le quali consistono nel trasferire i beni in proprietà collettiva del popolo a singoli privati o a società private: una vera e propria appropriazione indebita, che ha impoverito tutti. Nel 1992, sono state privatizzate le banche pubbliche, nel 1992 sono state privatizzate le più grandi industrie pubbliche: l’Ina, l’Enel, l’Eni e l’Iri. Una vera e propria ecatombe. Intanto le industrie private si sono trasferite all’estero e l’Italia non produce più nulla. Grazie al decreto legislativo n. 85 del 2010, il cosiddetto “federalismo demaniale”, il demanio idrico, il demanio marittimo, il demanio minerario e il demanio culturale (gli immobili artistici e storici in proprietà collettiva demaniale) sono stati trasferiti alle Regioni, le quali devono “valorizzarli” e venderli a privati. La parola “demaniale”, dunque, non significa più “inalienabile, inusucapibile e inespropriabile”, ma “vendibile a chiunque”. Uno sconvolgimento della grammatica giuridica. Inoltre è da tener presente che i beni svenduti circolano nel mondo come girano i loro padroni privati e quindi, di regola, le privatizzazioni creano disoccupazione. Comunque anche se questi beni restano in Italia, i profitti ricavati non restano in patria, ma vanno all’estero dove risiedono i proprietari privati. Altrettanto avviene con la privatizzazione dei servizi pubblici essenziali (rete ferroviaria, autostrade, linee aeree, telecomunicazioni, ecc.): tutti i profitti vanno all’estero. E l’Italia si impoverisce sempre più. Ai “parlamenti democratici”, si è sostituito un altro “parlamento sovrano”: quello del mercato, che, dopo essersi arricchito con danaro fittizio creato dal nulla, decide, del tutto arbitrariamente e secondo accordi di interesse privato, i prezzi delle merci, il valore delle monete (gli spread), i tassi di interesse, la svendita simultanea dei titoli del debito pubblico. Un vero e proprio “Antisovrano”, che favorisce una ristretta “oligarchia” e danneggia i Popoli. La fine è vicina. Ci aspetta l’immiserimento generale. Chi non produce non mangia. La svendita dell’intero territorio, poi, è in atto da tempo (abbiamo svenduto tutte le industrie, alberghi, servizi, demani e interi territori), e un popolo senza territorio è come gli Ebrei sotto la schiavitù di Babilonia. Gallino, tuttavia, ci propone una soluzione. Occorre che tutte le associazioni e i Comitati disparsi in tutta Italia si uniscano e formino una forza organizzata, capace di prendere le redini del nostro autogoverno e portarci via dal disastro provocato dal neoliberismo imperante. Non abbiamo altra scelta. Gallino ha avuto il coraggio di farci comprendere in quale disastro ci troviamo. Dobbiamo capirlo e seguirlo se vogliamo evitare la nostra fine((Paolo Maddalena, intervento scritto inviato al Convegno Luciano Gallino: Fra Magistero Scientifico e Impegno Politico, Torino 8 novembre 2016 (https://serenoregis.org/evento/luciano-gallino-tra-magistero-scientifico-e-impegno-politico/).)).