A proposito dei 25 anni di Politiche della natura, di Bruno Latour: per una buona strategia ecologica dobbiamo congiungere cultura e natura e, al tempo stesso, distinguerle. Ancora non ci siamo del tutto riusciti
L’edizione italiana di “Politiche della natura” di Bruno Latour compie un quarto di secolo. Originariamente pubblicato in Francia nel 1999, il libro uscì nel nostro paese l’anno successivo, arricchendo il dibattito ecologista internazionale di nuovi spunti e specialmente di uno: l’ibridazione, la commistione tra sociale e naturale. Latour la mette al centro di quella che, a suo avviso, dovrebbe essere una politica della natura degna di tale nome e libera dagli errori concettuali del passato, tra cui l’errore per eccellenza: la divisione cartesiana.
Indice
Impossibile modernità
Cosa intende, Latour, con l’idea di commistione? Per capirlo, è utile riferirci al titolo di un altro lavoro cruciale del sociologo francese: Non siamo mai stati moderni. Latour dice: se la modernità consiste nella separazione cartesiana tra cultura e natura, allora noi non l’abbiamo mai veramente conosciuta. Ci abbiamo provato, ci siamo convinti di poterla vivere, abbiamo tentato di separare nettamente le due sfere (il sociale e naturale), senza però riuscirci davvero. Il che dipende dal fatto che separare sociale e naturale non è possibile.Cultura e natura, pensiero e terra sono intrecciati, avvinghiati, inseparabili. Partire da questo assunto e, sulla sua base, costruire il nostro modo di essere nel mondo rappresenta, secondo Latour, la premessa della migliore politica della natura. Non scienza/valori da una parte e natura dall’altra, come un mero oggetto di laboratorio, da studiare oggettivamente, ma un insieme, noi e lei, che ci vede strettamente legati. Un insieme terrestre.
Il buon Antropocene
Il ragionamento di Latour è, in un modo o nell’altro, riscontrabile in varie altre elaborazioni (dallo Chthulucene di Donna Haraway a Tim Morton, da molta nuova ecologia politica a Nell’Antropocene di Gianfranco Pellegrino e Marcello Di Paola), al punto da rappresentare una vera e propria corrente di pensiero, che capovolge almeno parzialmente il concetto di Antropocene illuminandone il lato positivo: la coesistenza di umano e non umano e la costruzione collettiva di mondi.
C’è, in questa filosofia della non separazione, almeno un aspetto di grande rilievo, rappresentato, appunto, dalla necessità di includere consapevolmente la natura nelle politiche umane, che in tal senso sono ancora molto deboli. Noi usiamo continuamente natura ma quasi senza averne idea. Ai nostri occhi, la natura è qualcosa di semi-esistente, di esistente ma non del tutto, di vivo ma non completamente vivo, di utile ma non interessante. Un grande bias: non possiamo fare a meno di natura ma la conosciamo a malapena e ne abbiamo scarsa considerazione, quando non un pensiero negativo.
Includere consapevolmente la natura nelle politiche, partendo dal riconoscimento del suo pieno e dignitoso status di vivente, è un’operazione essenziale ai fini della conversione ecologica. È, per fare un esempio, il tema alla base del lavoro sul capitale naturale, il campo di studi che valuta il contributo della natura alle nostre economie e alle nostre vite, in termini di beni e servizi ecosistemici, per utilizzarla in modo più dolce, sostenibile, capace di futuro. Si tratta non di una semplice operazione di contabilità, finalizzata a dare alla natura un valore economico, quasi nel senso di darle un prezzo (Adrienne Buller ne tratta in Quanto vale una balena), bensì di un atto che tolga la natura dall’invisibilità economica e avvisi tutti gli attori in gioco che la natura è il bene vitale da cui dipendiamo, nelle cose quotidiane e nei grandi sistemi globali, e come tale va considerata.
Questo, purtroppo, non avviene. In gran parte, le nostre politiche continuano a ignorare la natura e ad abusarne, a maltrattarla, sovrasfruttarla, con i risultati dissipativi che conosciamo. L’appello di Latour è dunque essenziale, se ibridazione vuol dire riconoscersi parte dello stesso pianeta, dello stesso Parlamento (il Parlamento delle cose, lo chiama Latour) e della stessa politica.
La differenza
Al tempo stesso, ci sono buone ragioni per maneggiare con cautela la filosofia dell’ibridazione e persino contestarne alcune letture. La prima è di ordine filosofico e rappresenta una precondizione generale per l’esistenza stessa dell’ecologismo: se cultura umana e altra natura non risultano distinguibili, se cultura umana è soltanto natura, allora tutto è soltanto natura. Lo sversamento di veleni in un lago e lo sbocciare di un fiore sono eventi del medesimo tipo. Non c’è differenza. La proverbiale distinzione tra fatti e valori (che infatti Latour contesta) viene dunque meno e il giudizio sull’agire umano perde di senso. Ognuno sa sempre cosa fare e come farlo, o semplicemente lo fa. Non sbaglia. Questa sorta di bomba del discorso finisce per nullificare la possibilità stessa di un’etica e di un ecologismo, e dunque di una politica, con le conseguenze che possiamo immaginare.
L’alternativa all’indistinzione natura-cultura non è una nuova divisione cartesiana, o il recupero di un’origine metafisica dell’umano che stacchi l’umano dalla natura e gli riconosca un eccezionalismo, uno stato privilegiato. L’alternativa è stabilire che la differenza è indispensabile affinché il discorso contempli quello schema bene/male, attribuibile al comportamento umano, che ci permetta di giudicare. Ci permetta di dire che sì, uno sversamento di veleni non equivale ad un fiore che sboccia. È una cosa sbagliata, da condannare, da impedire.
Pernici bianche
I modi e i tempi della cultura umana sono imparagonabili a quelli del resto del vivente. Noi agiamo, apprendiamo, creiamo, ci adattiamo, consumiamo, trasformiamo con una velocità (e un impatto) che nessun altro agente naturale conosce, il che può costituire tanto un vantaggio evolutivo quanto una trappola. Un pericolo reale e permanente, per la biosfera e noi stessi.
Se il riscaldamento globale, che in montagna si fa sentire maggiormente, produce l’innalzamento della linea del bosco, ed il bosco, salendo in cerca di fresco, invade l’ambiente delle praterie alpine che sono l’habitat unico della pernice bianca, la pernice bianca perde la propria casa e non ha modo di riprogrammarsi, di adattarsi tempestivamente, ad esempio decidendo che da ora in poi vivrà nel bosco. Non può farlo. È spacciata. I suoi tempi di reazione sono troppo più lenti di quanto richiesto dagli effetti dell’azione antropica. In questo caso, l’ingerenza di Antropocene rischia di far estinguere la pernice bianca, così come il fringuello alpino, lo spioncello, il sordone e tutte quelle specie di uccelli che con la pernice bianca condividono talune abitudini e necessità.
La soluzione del caso consiste allora in un intervento umano di segno contrario che, ripristinando o ricostruendo artificialmente gli habitat perduti, o salvaguardando strenuamente i siti idonei residui, ponga rimedio al nostro stesso intervento e metta in condizione la lentezza della natura di esprimersi. Ovviamente, molto meglio sarebbe non dover ricorrere a questo, facendo in modo che non ci sia necessità di intervenire continuamente per correggere i nostri errori, eliminando o mitigando gli effetti sulla natura della cattiva antropizzazione. Nell’uno o nell’altro caso il punto resta comunque la differenza tra azione umana e reazione non umana e gli effetti negativi di tale gap.
Dovunque
Se quindi esiste una buona ibridazione, che è quella della convivenza, esiste altresì un’ibridazione cattiva, un cattivo Antropocene, che è quello della distruzione. La crisi ecologica, in ogni sua forma, non è altro che questo: cattiva antropizzazione, eccesso di presenza umana. Occupazione. Basti pensare, in tal senso, al dato di Ipbes, la Piattaforma sociopolitica intergovernativa su biodiversità ed ecosistemi, secondo cui il 65% degli habitat marini e il 75% di quelli terrestri risultano modificati dall’azione antropica e un milione di specie viventi è a rischio nei prossimi decenni, di cui 500.000 definite dead species walking, specie morte che camminano. Forme viventi che stanno muovendosi nel miglio verde che le separa dalla stanza dell’esecuzione, cioè dal momento dell’estinzione. Forme viventi che hanno perso gli habitat, li hanno visti andare distrutti, frammentati, inquinati, compromessi dalla nostra azione. Mal-ibridati.
Siamo dovunque, e non va bene. Siamo una specie su 8 o 9 milioni di specie conosciute e su decine, forse centinaia di milioni di specie reali, che ha colonizzato l’intero pianeta, mettendo a rischio il pianeta e sé stessa. L’operazione richiesta, quella di restituire natura al pianeta, non è un vezzo ecologista da natura incontaminata, come talvolta pensa l’ecologia politica, ma una questione di giustizia ambientale ed un bisogno vitale, da cui dipende davvero buona parte del nostro futuro. Non è un caso se lo scontro ecopolitico degli ultimi tempi si sia giocato non soltanto sulla transizione energetica e la questione climatica ma anche sulla Nature Restoration Law, la legge europea per il ripristino della natura. Il provvedimento più ambizioso dell’intera storia delle politiche della natura europee e forse mondiali, che prevede la rigenerazione del 90% degli habitat degradati entro il 2050, è passato con un voto all’ultimo respiro, nel Consiglio dell’Ue del giugno 2024, dopo un’opposizione durissima di Orban, Meloni, partiti sovranisti e molte lobbies industriali. Quella legge dice che il territorio europeo e l’intero pianeta vanno condivisi, per il bene nostro e della biodiversità, e la condivisione vuol dire anche rinunciare a qualcosa, rinaturalizzare, restituire ciò che non è (soltanto) nostro. Zone umide, fiumi, dune, coste, ambienti marini, foreste, praterie…
Natura+
In un ricco libro del 2022, dal titolo Noi siamo natura, Gianfranco Bologna ha ricostruito storicamente le argomentazioni grazie a cui l’umanità può prendere atto del suo essere natura e imparare a stare nella natura nei modi giusti. A quel “siamo natura” dovremmo aggiungere una nota, un segno più (Natura+), non per indicare la nostra superiorità sulla natura, l’estraneità, il nostro diritto/privilegio maggiore bensì, al contrario, per dire di un maggior dovere, di un senso di responsabilità, che dipende proprio dai pericolosi strumenti in nostro possesso e dalla nostra tendenza a usarli male. Quel segno più è, in realtà, un segno meno. Un invito a fare meno e meglio, a rallentare, a ritirarci quando occorre, a lasciare spazio, a disabitare. A capire che, talvolta, il non fare è il fare più bello. È ascolto, attesa, godimento senza consumo.
L’essenza dell’essere umani, il nostro vero centrismo, è saperci anche mettere al margine. Questo, probabilmente, è il modo umano per eccellenza, sul quale costruire le nuove politiche della natura. Un modo che non pratichiamo bene e dobbiamo imparare, decisamente meglio. In un certo senso, e forse Bruno Latour converrebbe, più che non siamo mai stati moderni, non siamo mai stati umani. Non ancora, non abbastanza.

