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Per una genealogia della salute negli ambienti di lavoro

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Nota critica su Giorgio Bigatti (a cura di) Lavoro, sicurezza e salute nell’Italia delle fabbriche, a cura di Giorgio Bigatti, Mimesis Edizioni, Sesto San Giovanni 2024.

Parole chiave. Salute, lavoro, sicurezza

Luciano Gallino, nel suo Dizionario di Sociologia definisce il lavoro come

[…] un’attività intenzionalmente diretta, mediante un certo dispendio di energia, a modificare in un determinato modo le proprietà di una qualsiasi risorsa materiale (un blocco di metallo, un appezzamento di terra) o simbolica (una serie di cifre o parole) – […] – onde accrescerne l’utilità per sé o per altri, col fine ultimo di trarre da ciò […] dei mezzi di sussistenza. (Gallino 2014, p. 397)

Assumendo questa definizione come fondamentale per comprendere le proprietà basilari di ogni prestazione lavorativa, è impossibile non notare come, in realtà, essa sia completamente sprovvista di alcun riferimento alla qualità, alle caratteristiche del rapporto tra l’impiego dei mezzi e il raggiungimento dello scopo. La sociologia, così come la medicina e numerose altre discipline, vi si inserisce come potenziale “agente del cambiamento”, riproponendosi di disvelare almeno una parte delle relazioni, dei significati e dei conflitti che l’utilizzo della macro-categoria “lavoro” sottende. La fondamentale influenza delle scienze sul tema è stata, a partire dal dicembre del 2022, ben ritratta dalla mostra “Lavoro? Sicuro!”, organizzata da Fondazione ISEC (Istituto per la Storia dell’Età Contemporanea) in collaborazione con il Museo dell’industria e del lavoro di Brescia (Musil). Attraverso una ricostruzione delle tappe fondamentali della storia della sicurezza sul lavoro in Italia, ed un notevole impiego di materiali d’archivio – fotografie ed immagini in particolare – la mostra nasce con l’intento principale di sensibilizzare i visitatori su una questione che, ancora oggi, presenta dei numeri talmente allarmanti da imporsi come vera e propria “tragedia italiana”, così come viene definita da Marco Patucchi in “Morire di lavoro” (2022). Nel solo 2024 si sono registrati, infatti, 593 mila infortuni sul lavoro, una cifra che include una considerevole quota di denunce sporte da studenti (78 mila). I casi mortali, invece, si sono attestati a 1.202 (Inail, 2025).

Il testo “Lavoro, sicurezza e salute nell’Italia delle fabbriche”, a cura di Giorgio Bigatti – docente di storia contemporanea presso l’Università Luigi Bocconi e direttore scientifico di Fondazione ISEC – nasce con l’obiettivo di dare continuità all’esperienza della mostra “Lavoro? Sicuro!”, proponendo, nel tentativo di compensare l’impossibilità di “vivere” gli spazi della Fondazione, una serie di approfondimenti tematici. Questi, che in alcuni casi sono stati scritti dai diretti protagonisti della stagione riformatrice che ha attraversato gli anni Sessanta e Settanta, sono stati raccolti in tre sezioni. Nel capitolo introduttivo del volume, firmato dal curatore, si può rintracciare la duplice funzione della rappresentazione storica dei fenomeni sociali. Da un lato, essa consente di organizzare la trattazione secondo una serie di riferimenti temporali; dall’altro, permette di ricostruire le condizioni storiche, sociali, materiali e discorsive che hanno favorito l’emersione di nuove pratiche e saperi (Foucault 1977, cfr.). Fin dal titolo stesso del capitolo introduttivo (Una storia che continua…), è evidente come l’intenzione sia quella di riconsiderare gli eventi salienti occorsi tra Ottocento e Novecento, rileggendoli attraverso una lente attualizzante, capace di coglierne la continuità e la rilevanza per il presente. Partendo dall’opera di Bernardino Ramazzini, De Morbis Artificum Diatriba, Bigatti cita fra gli attori più importanti, in ambito medico, dell’Ottocento, accennando alle importanti opere di Giovanni Melchiori, Serafino Bonomi e del conte Carlo Ilarione Petitti da Roreto, che rivestirono un ruolo fondamentale nell’esplorazione delle condizioni a cui erano sottoposti i lavoratori nelle manifatture della penisola. Dopo questa breve disamina, l’attenzione passa alla città di Milano, avanguardistica nel campo delle tutele verso la classe operaia, nonostante queste fossero del tutto svincolate dal concetto di “prevenzione”, che acquisterà valore solamente nel corso del secolo successivo. Con specifico riferimento al contesto milanese, è particolarmente rilevante, ai fini di una rappresentazione esaustiva dei contenuti del testo, il ruolo assunto dalla classe imprenditoriale – Ernesto de Angeli e Giovan Battista Pirelli tra le figure più note – nella definizione degli interventi da introdurre per rispondere ai nuovi bisogni sociali, ma sempre in un’ottica di contenimento dell’influenza del movimento operaio, percepito come un attore che, potenzialmente, potrebbe mettere in crisi le “prerogative autocratiche sui luoghi di lavoro” (p. 22). Con riferimento ad alcune delle istituzioni sorte in quegli anni, un’attenzione particolare è dedicata all’Associazione per l’assistenza medica negli infortuni sul lavoro (1896) e alla Clinica del lavoro (1910). Mentre la prima nasce per rispondere ad esigenze legate al pronto intervento e alla riabilitazione, la seconda fa proprio l’obiettivo di studiare “le cause e la profilassi delle malattie professionali” (p. 24), in ottica preventiva. La parte conclusiva del capitolo si concentra, infine, sull’analisi del cambiamento di paradigma introdotto dal regime fascista, il quale, attraverso l’elaborazione di dispositivi discorsivi a carattere normativo e moralizzante, contribuì alla costruzione di una narrazione che attribuiva al lavoratore infortunato una responsabilità individuale, favorendo così i processi di stigmatizzazione e colpevolizzazione all’interno del campo delle relazioni industriali. Viene, inoltre, esaminato l’impatto negativo, in termini di incidenti e morti sul lavoro, dello sviluppo produttivo che caratterizzò gli anni Cinquanta. La descrizione degli eventi che hanno caratterizzato i due decenni successivi è, invece, trasversale all’intera opera. La prima sezione si apre infatti con un capitolo intitolato La “stagione dei diritti” e le lotte per la salute, firmato da Stefano Musso – professore ordinario dell’Università di Genova ed architetto – e adornato di fotografie ed immagini ritraenti sia cartelli antinfortunistici che lavoratori in opera o scioperanti. Musso tratta, al contempo, sia il tema della repressione aziendale degli operai politicizzati – come nel caso dell’Officina Sussidiaria Ricambi – che quello delle rivendicazioni studentesche ed operaie sessantottine, tracciando una linea di continuità tra queste ultime, i mutamenti sociali dell’epoca e la nascita, pochi anni dopo, di una nuova consapevolezza degli ordini professionali nei confronti della “questione salute”, così come tra questi elementi e l’entrata in vigore del nuovo Statuto dei lavoratori (l. 20 maggio 1970, n. 300). È l’articolo 9 a sancire l’istituzionalizzazione del diritto delle rappresentanze dei lavoratori a partecipare attivamente al sistema di governance della prevenzione, configurandole come attori collettivi legittimati a intervenire nei processi di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, in funzione di contrasto alle patologie professionali e agli eventi infortunistici.

Il secondo e il terzo capitolo, invece, si concentrano rispettivamente sulle figure di Giovanni Berlinguer e Ivar Oddone. La figura del primo viene raccontata da Fabrizio Rufo, docente presso l’Università La Sapienza. Anche nel caso di Berlinguer, il punto di partenza per lo sviluppo di un pensiero critico sul tema della salute sui luoghi di lavoro è rappresentato dalla già citata opera di Ramazzini, il quale riuscì – per primo – a sistematizzare l’analisi delle caratteristiche di più di cinquanta mestieri con riferimento all’insorgenza delle malattie ad essi collegate. Partendo da questo approccio – che riconosce implicitamente le potenzialità della prevenzione – Berlinguer inserisce il fattore sociale e le specificità individuali all’interno del quadro teorico, affermando così la necessarietà di estendere lo sguardo al di fuori dei luoghi di lavoro, ossia all’ambiente nel suo complesso. Con riferimento agli ambienti di produzione, è necessario – al contempo – che lo stesso sguardo penetri ancora più in profondità, focalizzandosi sull’esperienza del lavoratore. Ciò, così come esplicitato dallo stesso Berlinguer nel 1973 in occasione del convegno Scienza e organizzazione del lavoro, si ricollega inevitabilmente alla questione ecologica, rilanciata l’anno precedente dal Club di Roma, con la pubblicazione di The Limits to Growth (Meadows, Meadows, Randers, Behrens III, 1972). L’elemento su cui è indispensabile agire, secondo Berlinguer, è il principio di prevenzione in fase produttiva e, nel fare ciò, è auspicabile un link tra le istanze nell’ambito della sostenibilità del processo produttivo e quelle dei lavoratori che, così, potrebbero inserirsi in “un ampio schieramento di forze sociali e politiche” (p. 66) mosse dalla volontà di emanciparsi da un ambiente di lavoro non salubre, nocivo. In conclusione di capitolo, sono riportate sinteticamente le conseguenze della crisi petrolifera che ha caratterizzato la prima metà degli anni Settanta. Tra queste, vi sono l’introduzione di nuove tecnologie labour-saving, un aumento vertiginoso del fenomeno della disoccupazione e il conseguente indebolimento del potere contrattuale del movimento operaio, che colpisce con particolare impeto soprattutto la componente assunta presso le piccole imprese che assorbono le lavorazioni maggiormente nocive.

La dimensione più teorica del testo emerge all’interno del terzo capitolo, dedicato alla figura di Ivar Oddone e firmato da Cristina Accornero. L’ autrice, ripercorrendo le esperienze portate avanti dal medico torinese presso il Centro di medicina preventiva della Cassa Mutua dell’Azienda elettrica di Torino e nell’ambito della V Lega Mirafiori, affronta i nodi centrali della riflessione di Oddone sul tema della salute nei luoghi di lavoro, evidenziando come questa sia stata, in parte, recepita dai movimenti sindacali e utilizzata sia per riformulare la contrattazione di fabbrica sia, soprattutto, per promuovere una nuova prospettiva di analisi delle condizioni lavorative. I nodi nevralgici del lavoro svolto da Oddone possono essere, a mio parere, così sintetizzati: 1) è necessario mettere in discussione l’aura di sacralità di cui gode la figura del medico aziendale, a cui egli sostituisce quella del “tecnico della salute”; 2) è fondamentale dedicare maggiore attenzione alla socializzazione dei risultati scientifici già conosciuti, non trascurando però le questioni etiche legate al rapporto tra divulgazione scientifica e società; 3) l’opera di divulgazione deve partire anche dall’esperienza diretta del lavoratore; 3) la prevenzione, elemento centrale del ragionamento, implica che la relazione diadica medico-paziente venga integrata da una serie di interventi atti a coprire il continuum esistente tra colui che manifesta dei sintomi e colui che, invece, si considera sano; 4) la medicina preventiva, per essere considerata efficace, deve far proprio l’elemento della partecipazione di un ampio alveo di soggetti alle opere di checkup sanitario e di socializzazione delle scoperte.

Nel quadro delineato, secondo Oddone, l’idea di “gruppo omogeneo” – insieme ai principi di “non-delega” e di “validazione consensuale” – costituisce uno dei tre dispositivi privilegiati attraverso cui il movimento operaio può esercitare in modo efficace la propria agentività all’interno del contesto della fabbrica, riappropriandosi così, almeno parzialmente, di spazi densi di valore simbolico.

Nel quinto capitolo, curato da Salvatore Romeo, viene tracciata in forma sintetica la storia del polo siderurgico di Taranto, dalle origini, risalenti alla prima metà degli anni Sessanta, fino al 2012, che segna l’inizio di una terza fase nell’evoluzione dell’esperienza industriale tarantina, non trattata all’interno del testo. La prima fase, definita dall’autore “La stagione del conflitto”, ha inizio con la costruzione dell’impianto, affidato fin da subito ad Italsider, del gruppo IRI, ed è caratterizzata da numerose criticità, in gran parte derivanti dal ricorso al subappalto, dal sistema di job evaluation e dalle modalità di selezione del personale, una mansione di sovente delegata “alle articolazioni del movimento cattolico locale (Democrazia cristiana, Cisl, parrocchie, curia), che svolsero una funzione di filtro” (p.91) politico. Le conseguenze di un siffatto impianto sono un alto tasso di infortuni sul lavoro e “l’insorgenza di malattie gravi” (p.92). Se questo primo periodo attenzionato si conclude alla fine degli anni Settanta con alcune importanti vittorie sindacali, anche in questo caso derivate in parte dalla maggiore attenzione riservata dalla scienza al tema, gli anni Ottanta e i due decenni successivi sono caratterizzati da un sostanziale indebolimento del movimento operaio e dalla sua, si potrebbe dire, progressiva passivizzazione. La crisi del siderurgico, unita alla privatizzazione dell’impianto del 1994, impone quella che Romeo definisce fase di Ristrutturazione e restaurazione (p. 96), il cui inizio è da rintracciarsi nell’ingresso sulle scene della famiglia Riva e la fine nella sua estromissione, risalente all’agosto del 2012, quando viene inoltre disposto il primo sequestro dell’area a caldo. L’ultimo di questi provvedimenti risale all’8 maggio 2025 (il Sole 24 Ore). Questa fase è caratterizzata da un’accesa conflittualità, derivante in parte dalla forte precarizzazione dei giovani lavoratori impiegati nell’area del siderurgico, sottoposti a subdole forme di ricatto occupazionale.

La prima sezione del testo si conclude con tre capitoli incentrati sul ruolo giocato dalle immagini nella sensibilizzazione del lettore. Se il primo, curato da Tatiana Agliani e Uliano Lucas, è in grado di rendere conto di come la fotografia in Italia sia stata, a partire dagli anni Cinquanta, “un potente strumento per raccontare il lavoro, i suoi tempi, le sue trasformazioni, i suoi rischi” (p. 101), i successivi contributi firmati rispettivamente da Carlo Vinti (Design e arte nei cartelli antinfortunistici di Eugenio Carmi), Stephen Alcorn e Marta Sironi (“Incidente di John Alcorn) si concentrano sul ruolo giocato dalla grafica antinfortunistica. È difficile non cogliere, passando in rassegna i tre capitoli, una certa discontinuità sul piano dell’efficacia comunicativa. Laddove le fotografie riescono a restituire con forza l’elemento della centralità dell’individuo, i due contributi successivi si limitano a descrivere i lavori di Carmi ed Alcorn da un punto di vista tecnico-artistico, relegando in un cono d’ombra le soggettività che vengono interessate dagli infortuni e cadendo, inoltre, nella trappola rappresentata dall’eccessiva romanticizzazione del ruolo dell’arte nel campo della prevenzione.

La seconda sezione, dedicata ad alcune delle esperienze e testimonianze, si apre con un contributo di Sergio Fontagher Bologna che, supportato da una efficace selezione di immagini, presenta la propria esperienza nell’ambito della rivista “Sapere”, la cui direzione, nei primi anni Settanta, è affidata a Giulio Maccacaro. In quegli anni viene disvelato, anche grazie al lavoro svolto dalla rivista, il filo doppio che connette scienza e potere. Ciò a cui ambisce Fontagher Bologna è un ribaltamento di prospettiva che permetta di ascrivere quell’epoca a periodo caratterizzato da “una comune tensione morale verso il cambiamento” (p. 134), sottraendola alla narrazione dominante che sembra, invece, volerla rappresentare ancora oggi attraverso l’impiego di termini come anni “di piombo” o “del terrorismo”.

Seguono, infine, i contributi di Laura Bodini e Bruzio Bisignano. La prima ripercorre l’esperienza dei Servizi territoriali di medicina del lavoro, nati in Emilia-Romagna sul finire degli anni Sessanta e conosciuti in Lombardia, dove lei stessa lavorò, come Servizi di medicina per gli ambienti di lavoro (Smal). Inserendosi appieno nel quadro delineato da Fontagher Bologna, Bodini procede attraverso una ricostruzione degli elementi – tra questi, la radicale messa in discussione della gestione centralizzata della salute sui luoghi di lavoro e la presenza di soggettività politiche e sindacali “illuminate” – che hanno consentito l’istituzione di questi servizi, e dalla descrizione di alcuni avvenimenti paralleli, come ad esempio la nascita di organizzazioni quali Magistratura democratica e Medicina democratica. Personalità di rilievo come Ivar Oddone a Torino e Gastone Marri a Roma, insieme ad Antonio Pizzinato e Carlo Smuraglia in Lombardia, contribuirono in modo determinante alla nascita e allo sviluppo dei primi servizi territoriali per la salute, anticipando di alcuni anni l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, avvenuta nel 1978 con la legge n. 833. Attraverso una metodologia incentrata sui concetti di “mappa di rischio”, “indagine globale” e “protagonismo dei lavoratori”, gli Smal operavano individuando i fattori di rischio – materiali e immateriali – delle malattie professionali, non dedicando però un’adeguata attenzione agli infortuni che, nel corso degli anni Settanta, “rimasero purtroppo in ombra o meglio non sufficientemente alla luce” (p. 159). In merito all’aspetto partecipativo, venne ripreso quanto suggerito da Oddone, ossia la centralità del coinvolgimento del lavoratore in ogni fase dell’indagine. L’ultimo contributo analizzato in questa nota critica è quello di Bruzio Bisignano, dal titolo Il fascino discreto della siderurgia. Ricordi di cinquant’anni di Nordest tra acciaio, salute e passione. In questo scritto, l’autore ripercorre la propria esperienza personale, iniziata come operaio e proseguita poi come responsabile della sicurezza e formatore. Tra gli elementi più significativi del suo racconto vi è il fatto che l’assunzione dell’incarico di sicurezza sia avvenuta dopo una lunga militanza nel Consiglio di fabbrica, un organismo a forte connotazione politica. Di particolare rilievo risulta anche la motivazione che lo spinse ad accettare tale ruolo: il “miglioramento della vita famigliare e sociale” (p. 174), che avrebbe compensato la riduzione dello stipendio. La testimonianza di Bisignano si sviluppa, inoltre, attraverso una scansione temporale ricorrente all’interno dell’opera, utile a delineare i principali cambiamenti vissuti nel corso della sua carriera lavorativa e del suo impegno sindacale in ambito industriale.

In conclusione, l’opera curata da Giorgio Bigatti rappresenta un contributo significativo per coloro che desiderano – o necessitano – approfondire, con rigore storiografico e consapevolezza critica, l’evoluzione della tutela della salute nei luoghi di lavoro in Italia. A partire dai numerosi richiami alla figura di Bernardino Ramazzini, la ricostruzione offerta dal volume si configura come uno strumento prezioso per riportare questa tematica al centro del dibattito scientifico e sociale. In un’epoca segnata dalla crescente precarizzazione delle condizioni lavorative, dall’emergere di nuove professioni e dalla persistenza di forme, talvolta solo parzialmente celate, di sfruttamento, l’urgenza di una riflessione approfondita e consapevole sulla salute e sicurezza del lavoro si fa quanto mai impellente.

Riferimenti bibliografici e sitografia

Gallino, L.
2014, Dizionario di sociologia, Utet, Torino.

Foucault, M.
1977, Nietzsche, la genealogia, la storia, in Id. Microfisica del potere. Interventi politici, Einaudi, Torino.

Meadows D.H., Meadows D.L., Randers J., Behrens III W.
1972, The limits to growth, Universe Books, New York.

Patucchi, M.
2022, Morire di lavoro. Le storie dietro i numeri di una tragedia italiana, La Repubblica, Roma.

https://www.ilsole24ore.com/art/ex-ilva-sequestrato-l-altoforno-1-l-incendio-AHVBsLe

https://www.inail.it/portale/it/inail-comunica/comunicati-stampa/comunicato-stampa.2025.07.relazione-annuale-inail-2024.html

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