Tratto da “Quaderni di storia ecologica per un progetto alternativo di ricerca”, 1991, n. 1.
Questo primo Quaderno di Storia Ecologica vede la luce dopo un lungo e meditato iter preparatorio che, a illustrazione degli scopi che hanno condotto alla pubblicazione, vogliamo qui ripercorrere.
Esattamente due anni fa, tra ottobre e novembre del 1989, per iniziativa della cattedra di Storia dell’Agricoltura1 dell’Università degli Studi di Milano, prese corpo nella sede dell’Istituto di Studi Storici – oggi Dipartimento di Storia della Società e delle Istituzioni – un seminario (“Ambiente e risorse energetiche”) che riunì alcuni studiosi e un gruppo di neo-laureati e laureandi della Facoltà di Scienze Politiche e dell’Università Bocconi.
Nel corso dello svolgimento ed a conclusione del seminario, che era stato guidato più dal “gusto” per la ricerca e l’approfondimento che da un ordinato e preventivo disegno, si consolidarono alcune prese d’atto, ognuna delle quali poteva suonare da invito a proseguire il lavoro intrapreso. In primo luogo fu riscontrata la scarsità di presenza dei fattori ambientale ed energetico tra le variabili correnti nella nostrana letteratura storica e storico-economica in particolare, punteggiata solo da qualche tentativo di sensibilizzazione perlopiù poco o nient’affatto raccolto.
Tutto ciò in parziale contrasto col pur faticoso avanzare della storia ecologica (e dell’economia ecologica) quanto meno nel resto d’Europa (dell’ovest e dell’est) e nel mondo2, nonché col progredire degli studi di ecologia in altri ambiti disciplinari facenti capo, oltre che alle scienze della natura, anche alle scienze umane. Venne anche ravvisata la necessità di un approccio pluridisciplinare ai problemi derivanti dall’introduzione, fra gli innumerevoli fattori in gioco, di quelli ambientali ed energetici finalizzati alla ricerca storica e storico-economica. Emerse palese, inoltre, una contraddittorietà nelle impostazioni ripetutamente riscontrata nel corso di ricerche di storia agraria e storia economica, quando si introducevano nell’indagine fattori ambientali ed energetici accanto a quelli più strettamente agronomici ed economici. Ne derivò di conseguenza uno stimolo a reinterpretare eventi di un passato storico, prossimo e remoto, assegnando legittima collocazione alle variabili ambiente ed energia fra quelle tradizionalmente prese in considerazione. Dato che scopo del seminario era stato anche quello di mettere a disposizione materiali per l’imminente avvio dei corsi universitari di storia dell’agricoltura, si ritenne che sarebbe stato utile segnalare, almeno in parte, quanto era venuto via via oggetto di discussione in sede seminariale, perché i risultati di quella esperienza non rischiassero di andare dispersi. Per soddisfare quest’ultima esigenza, ad inoltrata primavera del 1990, fu raccolto un insieme di “materiali di studio per un modello alternativo di interpretazione storica”3; l’ambizione di chi li aveva raccolti non fu quella di apparire esaustivi ma, molto più modestamente, di offrire spunti di riflessione e stimoli alla consultazione di testi che potessero offrire una più sicura base metodologica nella ulteriore ricerca. Fra gli autori segnalati comparivano, gli uni accanto agli altri, storici e geografi, ambientalisti ed economisti, filosofi e sociologi, fisici ed economisti agrari4. Nella trascelta, si puntò a soddisfare il criterio di un approccio pluridisciplinare ad una materia che, credo più a ragione che a torto, aveva fatto sentire molti dei partecipanti al seminario inermi ed impreparati ad offrire un’accettabile spiegazione e risposta, in chiave di storia ecologica, alle problematiche via via emergenti.
Non ci sembra fuor di luogo, ora, riandare in sequenza logica alcuni di quegli apporti, assemblati per l’uso didattico un po’ alla rinfusa, anche perché il risultato del loro impatto coi fruitori fu, a suo tempo, sorprendente: la domanda si rivelò assai più consistente della più ottimistica previsione d’offerta; inoltre la raccolta non mancò di suscitare interesse anche fuori dell’ambiente universitario, segno, probabilmente, che quel modesto sforzo andava a colmare un qualche spazio lasciato vuoto dalla produzione editoriale.
È questo un primo buon motivo – sia detto per inciso – per indurre ad insistere ancora sulla strada allora intrapresa e che giustifica, in prima istanza, la compilazione di questo “quaderno” e degli altri che seguiranno.
Indice
Energia e ambiente
Nel volume La dinamica del mutamento in agricoltura5 David Grigg sviluppa linee metodologiche per lo studio della storia dell’agricoltura o meglio, secondo una dizione che egli pare preferire, della “geografia storica dell’agricoltura”.
L’opera parte da una premessa critica nei confronti degli storici, i quali, pur avendo l’agricoltura rappresentato “il fondamento della vita economica per oltre diecimila anni”, avrebbero attribuito maggiore interesse alla vita delle città prima e, successivamente, alle attività industriali che non ai “modi di vita degli agricoltori”, alla loro attività ed al loro rapporto con l’ambiente naturale.
Pertanto, secondo Grigg, risulta essere carente un’analisi sulle cause dei mutamenti ambientali. Anche se alcuni studiosi hanno ben individuato e descritto alcune delle ragioni di tali mutamenti, però esse sarebbero state separate e spesso isolate: la popolazione, la divisione del lavoro, l’andamento climatico, ecc. In realtà, si sarebbe “prodotta una storia di tipo descrittivo” anziché ricercare “le leggi generali” atte a spiegare le ragioni dei fenomeni di mutamento.
In quest’ottica si colloca anche il capitolo “I sistemi agricoli come ecosistemi”, quale specifico approccio alla determinazione della relazione fra mutamenti in agricoltura e mutamenti ambientali. Grigg si rifà a Snaydon ed Elston6 circa l’applicazione dell’idea di ecosistema allo studio dei sistemi agricoli: “I sistemi agricoli sono ecosistemi che vengono modificati e amministrati dall’uomo per dare origine a prodotti utili all’uomo”. L’essenza del discorso sta proprio nella individuazione del passaggio da ecosistemi naturali ad agro-ecosistemi e nelle loro successive trasformazioni. Ne consegue un nuovo approccio allo studio della storia dell’agricoltura attraverso la misurazione dei flussi d’energia (e delle perdite ad ogni passaggio di livello trofico), la valutazione delle catene alimentari e della produzione calorica rapportata alla superficie di terreno necessaria per la produzione. Dal punto di vista dei mutamenti e dell’utilizzo delle risorse – rinnovabili e non – appare di particolare interesse il passaggio, temporalmente indicato nel diciannovesimo secolo, dall’agro-sistema chiuso all’agro-sistema aperto, allorquando elementi nutritivi e fonti d’energia vengono immessi dall’esterno nell’agro-sistema; all’energia muscolare, umana ed animale, si sommarono inputs energetici dal petrolio e dall’elettricità. Grigg dà conto di studi ed analisi dettagliati sugli inputs energetici dell’azienda agricola e documenta, attraverso il confronto fra i diversi tipi “storici” di coltura, il rapporto tra produzione di energia per ora-uomo ed utilizzo degli inputs energetici (interni ed esterni). Nelle società industriali, dove l’agricoltura viene praticata industrialmente, se si tiene conto dell’energia complessivamente introdotta nei vari processi (produzione, trasformazione, distribuzione), la produzione per ora-uomo dell’intero sistema alimentare è molto simile a quella di una società basata sulla sussistenza. Se poi la correlazione viene fatta tra inputs energetici complessivi e prodotto energetico risulta che, sempre in una società moderna (Grigg si riferisce al Regno Unito) occorrono ben cinque unità di input per ottenere un’unità di energia alimentare, mentre nelle società pre-industriali tale rapporto indicava che per ogni singola unità di input si ottenevano unità di prodotto comprese in una fascia tra 13 e 65 unità. Il rapporto costi-benefici non viene più ad essere definito in termini monetari, bensì in termini fisici e, per la misurazione, in unità energetiche; un nuovo tipo di relazione col quale occorre prendere dimestichezza. La pretesa di offrire da un punto di vista “energetico” strumenti per l’analisi storica non può risolversi se non facendo ricorso al contributo della scienza fisica, non foss’altro che per una corretta lettura del concetto di energia e per orientare i ragionamenti secondo linee rispettose dei principi della termodinamica. Non è difficile reperire un’apertura, in forma facilmente “leggibile” anche dal profano senza però mai abbandonare il rigore scientifico, alla nozione ed alla comprensione di concetti che appartengono ad un mondo abbastanza inusuale per gli storici: nozione di energia e sua definizione, l’energia quale bene economico essenziale, fonti primarie di energia, conversione delle fonti di energia ai fini dell’utilizzazione, e così via7.
Senza questa puntuale premessa sarebbe impossibile comprendere ed assimilare a fondo l’intreccio tra le scienze della natura e le scienze umane: “Quando si parla di energia, ambiente, inquinamento occorre partire dalle basi della fisica e della biologia; occorre conoscere le scienze naturali ed esaminare come i possibili interventi tecnologici abbiano ad alterare il sistema nel quale noi stessi viviamo”8.
Georgescu-Roegen e la bioeconomia
Spetta a N. Georgescu-Roegen il merito di aver operato, in forma sistematica, il congiungimento fra scienze naturali e scienze umane, muovendo i propri passi da una spietata critica all’economia politica.
L’economia politica, fra le scienze umane, figura ancora come quella che, per impostazione metodologica, più si avvicina alle scienze della natura; ad essa uno scienziato della politica del calibro di Gaetano Mosca affidava il compito di fungere da trait d’union fra scienze della natura e scienze umane, conferendole anche, in quest’ambito, una sorta di primato: “Fra le scienze politiche e sociali [è] una branca [che] ha raggiunto una maturità scientifica tale che per la sicurezza e l’abbondanza dei risultati acquisiti si lascia notevolmente indietro le altre”9. Il muoversi criticamente nei confronti dell’economia politica può assumere allora anche il significato di rimettere in discussione l’intero rapporto tra scienze umane e scienze della natura ed è interessante sottolineare l’approdo di Georgescu-Roegen alla economia politica muovendo proprio da una sua spiccata versatilità verso le scienze esatte.
L’instancabile attività di Georgescu-Roegen, che si può far risalire, in materia di analisi economica e di costruzione della bioeconomia, alla fine degli anni Sessanta, lo vede ancora “in trincea” alla non più verde età di ottantacinque anni e gli è valsa, meritatamente, l’appellativo di “padre dell’economia ecologica”10.
Stefano Zamagni ha scritto a proposito di questo tanto sorprendente quanto scomodo economista: “È prematuro tentare di valutare il posto attualmente occupato da Georgescu-Roegen nella comunità degli economisti. Il futuro ce lo dirà. Ma è fin d’ora chiaro che il suo pensiero non è un fenomeno isolato: al contrario, esso si situa in quel rinascimento intellettuale che rigetta progressivamente i dogmi del diciannovesimo secolo e ci introduce di forza nella cultura scientifica contemporanea”11.
Il pensiero di Roegen poggia, come su di un cardine irrinunciabile, sul concetto di entropia che “è stato trasferito praticamente in tutti gli altri campi: nelle comunicazioni, nella biologia, nell’economia, nella sociologia, nella psicologia, nelle scienze politiche e anche nell’arte”; è tempo quindi che anche la storia, quella economica in particolare, lo faccia sempre più consapevolmente proprio.
Nessuna analisi di un processo materiale, dice Georgescu-Roegen, sia nelle scienze naturali sia in economia, può essere valida senza un quadro analitico, ampio e chiaro, del processo stesso. Il quadro, per lui, poggia per intero sulle leggi della termodinamica: l’uomo non può creare né materia, né energia; i fenomeni reali si muovono in una direzione precisa e implicano cambiamenti qualitativi; l’uomo può usare solo una particolare forma di energia che è l’energia disponibile o libera che si può trasformare in lavoro; l’entropia “è l’indice della quantità di energia non disponibile in un dato sistema termodinamico in un dato momento della sua evoluzione”12.
È proprio la legge dell’entropia a porre limiti materiali al sistema di vita della specie umana, “limiti che legano le generazioni presenti e future in un’avventura senza precedenti”. Secondo Georgescu-Roegen la scarsità economica non origina semplicemente nel carattere finito delle risorse minerali, bensì anche nell’inevitabile degradazione entropica. “L’economia corrente – egli dice – ha ignorato completamente la funzione sociale delle risorse naturali esauribili nel sistema di vita dell’umanità”13 e gli economisti hanno fatto proprio il “dogma meccanicistico”.
Poiché ad essere dissipata non è solo l’energia, ma anche la materia, Georgescu-Roegen enuncia anche la “quarta legge” della termodinamica: la materia non disponibile non può essere riciclata, mentre siamo in grado di misurare l’entropia energetica, perché l’energia è omogenea, non altrettanto si può fare per la materia, perché i fattori che dissipano la materia variano notevolmente da una sostanza all’altra.
“Il processo economico – egli dice – non è isolato e autosufficiente; esso non può sussistere senza un interscambio continuo che provoca cambiamenti cumulativi sull’ambiente, il quale a sua volta ne è influenzato”. In polemica con gli economisti ed alcuni ambientalisti Georgescu-Roegen è d’opinione che la cosiddetta “crescita zero” non può essere considerata una salvezza ecologica, né vede come le tecnologie possano opporre uno stop alla degradazione entropica: “l’uso diretto dell’energia solare non costituisce ancora una tecnologia praticabile. Le soluzioni attualmente conosciute sono certamente realizzabili, ma esse sono parassite dell’attuale tecnologia”. Più specificamente rivolto agli economisti, infine, sostiene che il meccanismo dei prezzi non è in grado di impedire in ogni caso le possibili calamità derivanti dalla mancanza di risorse. Nonostante tutto ciò, il monito di Georgescu-Roegen non è catastrofico: “Sarebbe sciocco proporre di rinunciare completamente alle comodità industriali dell’evoluzione esosomatica. Il genere umano non tornerà alla caverna o, meglio, all’albero”14.
Nella scia di Georgescu-Roegen si muove J. Rifkin15. Anche se meno ancorato alla razionalità economica di quegli che egli, a propria volta, giudica “profeta e maestro” ed anche se meno sistematicamente ambientalista di B. Commoner, che tuttavia è sempre presente nelle sue analisi, Rifkin pone a fulcro della propria “costruzione” la seconda legge della termodinamica. Per lui l’entropia apre la via ad una nuova concezione del mondo sia per l’interpretazione del “materiale” che dell’”immateriale”. Per Einstein, egli dice,”era la legge fondamentale della scienza”; per sir Arthur Eddington,”la suprema legge metafisica di tutto l’universo”. Due punti fermi che Rifkin assume a premesse di valore da rispettare con coerenza.
“La comprensione completa della legge dell’entropia – dice – è fondamentale per comprendere il contesto fisico da cui deve partire ogni speculazione spirituale”16.
Essa “annulla il concetto di storia intesa come progresso e infrange il concetto che la scienza e la tecnologia creino un mondo più ordinato”17. Egli fa proprio anche il convincimento di Frederick Soddy, secondo il quale le leggi della termodinamica “determinano, alla fine, la nascita e la caduta dei sistemi politici, la libertà o la schiavitù delle nazioni, l’attività del commercio e dell’industria, l’origine della ricchezza e della povertà e la prosperità fisica della specie”18. Con la legge dell’entropia dovranno misurarsi politici e teologi, tecnici ed economisti, psicologi e sociologi, tutti destinati al fallimento se si sforzeranno di innestare la legge dell’entropia in una concezione di tipo meccanicistico.
Bacone, Cartesio e Newton avevano proposto una ordinata spiegazione meccanicistica del mondo, John Locke aveva adeguato al modello meccanicistico del mondo i meccanismi del governo e della società ed Adam Smith aveva fatto altrettanto con l’economia. Ma il modello meccanicistico, secondo Rifkin, è ormai superato e “la generazione attuale, intrappolata tra il vecchio modello nel quale è stata educata e il nuovo modello che si sta affermando, comincerà a stupirsi di aver potuto credere in principi e in assiomi così evidentemente falsi” 19. Non vi è spazio per la legge dell’entropia, in modo particolare, nell’analisi economica capitalista, non importa se in chiave di economia di mercato oppure di economia pianificata, “gli economisti non riescono assolutamente a capire che le macchine e l’uomo non possono creare nulla, possono soltanto trasformare le risorse esistenti di energia disponibile da uno stato utilizzabile a uno stato dissipato, ottenendo per strada soltanto un’utilità temporanea”20.
L’analisi storica, a propria volta, deve recuperare gli eventi del passato al di fuori degli stereotipi correnti e offrire nuove vie di interpretazione di ciò che abitualmente chiamiamo “progresso”.
Preliminarmente, e il farlo non è così semplice, occorre disfarsi di un’obsoleta concezione del mondo se si vuole imboccare una strada che tenga conto dei “ferrei postulati” espressi nella prima e nella seconda legge della termodinamica.
Per un corretto rapporto tra natura, società, economia
Con una felice espressione, in qualche parte di uno dei suoi scritti, Laura Conti definisce N. Georgescu-Roegen e B. Commoner come i “due maestri rivali”. Dell’uno si è già fatto cenno; quanto al pensiero dell’altro, considerato con giusta ragione il portavoce più autorevole degli ambientalisti, esso è espresso in tutta la sua completezza e drammaticità ne Il cerchio da chiudere:
“Ovunque nel mondo – dice Commoner – è evidente il fallimento di partenza del tentativo di usare la competenza, la ricchezza, il potere a disposizione dell’uomo per raggiungere il massimo di beneficio per gli esseri umani. La crisi ambientale è un esempio macroscopico di questo fallimento: l’essere arrivati alla crisi è dovuto al fatto che i mezzi da noi usati per ricavare ricchezza dall’ecosfera sono distruttivi dell’ecosfera stessa. Il sistema attuale di produzione è autodistruttivo; l’andamento attuale della società umana sembra avere come fine il suicidio”21.
Commoner fissa al centro dell’attenzione lo stato di degrado avanzante e lo stato di inquinamento, prodotti dall’umana insipienza, che oggi ormai macroscopicamente minacciano la stessa sopravvivenza della specie sulla Terra. Si tratta di diseconomie esterne o esternalità negative delle quali gli economisti si sono dati poca pena, almeno fino a quando non se ne sono visti costretti dalla rilevanza delle forme di inquinamento. Secondo Commoner, in un sistema ad economia di mercato il perseguimento del profitto è il principale responsabile dell’inquinamento: gli incrementi di produttività volti alla massimizzazione del profitto stimolano l’introduzione di nuove tecnologie, nella generalità dei casi assai più inquinanti di quelle desuete. La produttività “prende a prestito dall’ecosistema una parte dei costi di produzione sotto forma di inquinamento”, tanto quella agricola quanto quella industriale, ed esiste una stretta correlazione tra inquinamento e profitti: d’altronde, i costi del deterioramento dell’ambiente non vengono sopportati dagli imprenditori, bensì dalla collettività. Nell’opera di recupero dell’ambiente, un posto di prima grandezza spetta appunto alle tecnologie ma, ormai, “noi sappiamo che la tecnologia moderna in mani private non può sopravvivere a lungo se distrugge il bene sociale da cui dipende: l’ecosfera”22. Di qui, la necessità, per la collettività, di esercitare un fermo controllo sulle tecnologie e di riappropriarsi dei beni ambientali; in una frase, per dirlo con Commoner, “diventa necessario cambiare il sistema”.
Commoner è critico nei confronti di chi vorrebbe puntare su una crescita a “livello sostenibile”. Se questo può essere ipotizzato per i paesi ricchi, non lo è per quelli del Terzo Mondo, per i quali è in gioco la stessa sopravvivenza. Perciò anche egli, al pari di Georgescu-Roegen, indica canali attraverso i quali sarebbe possibile superare i rischi cui l’umanità è esposta. In sintesi: rinunciare, almeno in parte, a fare affidamento sui prodotti sintetici e sui processi che consumano energia, sostituirli con sostanze naturali e processi che si basano relativamente di più sull’energia muscolare che su quella fossile.
Il mondo sta per essere portato sull’orlo del disastro ecologico – dice Commoner – non da un errore singolo, rimediabile con un bel piano, ma dalla falange delle potenti forze economiche, politiche e sociali che fanno marciare la storia. Chi propone una cura per la crisi ambientale si mette, per ciò stesso, a modificare il corso della Storia23.
“Se vogliamo sopravvivere – insiste Commoner – le considerazioni ecologiche devono guidare quelle economiche e politiche”. Con questa affermazione, egli pone il problema del rapporto che compete all’economia nel suo rapporto con la società e la natura. Rapporto che viene riconsiderato e lumeggiato nel volume Storia dell’Energia. Dal fuoco al nucleare24.
Esso apparve in edizione originale nella Nouvelle Bibliothèque Scientifique di Flammarion, “un posto particolarmente adatto e ben meritato – si legge nella introduzione editoriale italiana25 – in una collana che fu diretta per molto tempo da Fernand Braudel. Al grande storico della civiltà, che adesso va di moda smitizzare con la stessa leggerezza con cui venne a suo tempo mitizzato, certamente non sarebbe spiaciuto ravvisare in questo volume il risultato di un’analisi di lunga durata, anzi lunghissima…”: dalla preistoria alle civiltà antiche, dai vincoli ecologici alle innovazioni meccaniche nell’Occidente medievale, dalla rivoluzione dell’energia alla industrializzazione europea, all’espansione del sistema energetico capitalistico, fino ad arrivare al momento critico del nucleare.
Su queste linee si dipanano i contributi degli Autori: due storici, J.C. Debeir e D. Hémery, ed un fisico, J.P. Deléage. Le loro analisi muovono appunto dalla constatazione che il corso della storia è segnato dalla stretta interrelazione tra tre sfere: la biologica, l’economica, la sociale. In quanto biologica, la specie umana non può sfuggire alle leggi della natura ed i comportamenti umani non possono essere ricondotti solo alla loro dimensione economica e nemmeno alla loro dimensione sociale. Finché l’uomo si limitò ad intervenire superficialmente sulla biosfera, la natura non ebbe difficoltà ad assorbirne le aggressioni; ma, a misura dell’accrescersi della pressione umana sugli ecosistemi, l’uomo ha messo in discussione le stesse condizioni della loro sopravvivenza fino al limite della compromissione dell’intera ecosfera. Di qui la necessità di recuperare un armonico (e non conflittuale) rapporto tra le tre sfere “tenendo conto simultaneo delle regole economico-sociali e delle regole ecologiche…Una riflessione approfondita sul ruolo dell’energia nella storia delle società umane può portare un certo ordine nella nostra visione del funzionamento delle tre sfere e nella comprensione del posto occupato dall’energia nella maggiore sfida di fronte a cui l’umanità oggi si trova”26.
Economia, società e natura posseggono, ciascuna, un proprio corpo di regole, una propria sfera di sovranità; fra le tre sfere esiste un rapporto di inclusione: le regole economiche si esplicano nell’ambito del contesto sociale e, con questo, si muovono all’interno di regole imposte dalla natura: tutti gli elementi della sfera economica appartengono alla biosfera e obbediscono alle sue leggi, ma tutti gli elementi della biosfera non appartengono alla sfera economica e, soprattutto, non sottostanno alle sue regole27.
Naturale e sociale, prevaricati dall’economia, si adattano, con la differenza che il sociale può modificare le proprie regole mentre la natura non può che continuare a seguire quelle che le appartengono.
Capitalismo e mercificazione: un’analisi in chiave marxista
Questo rapporto di inclusione, antevisto e poi lasciato in ombra da Marx, è stato raccolto da Polanyi con tutto il rilievo che gli competeva. La costruzione di un mercato autoregolato doveva necessariamente passare per una mercificazione totalizzante, inclusiva di quelle che Polanyi definisce “merci fittizie”: lavoro, terra, moneta, e perciò stesso scavalcare i confini di rispetto ai quali l’economia era tenuta nei riguardi della società e della natura.
“Lavoro e terra non sono altro che gli esseri umani stessi dai quali è costituita ogni società e l’ambiente naturale nel quale essa esiste. Includerli nel meccanismo di mercato significa subordinare la sostanza della società stessa alle leggi del mercato”28.
L’averlo fatto significava che la “società umana era diventata un accessorio del sistema economico” dal quale era necessario proteggersi e che la natura era costretta a subire offese a volte irreparabili. Al vaglio dell’esperienza d’oggi, affermazioni contenute ne La grande trasformazione ci appaiono addirittura predittive: “Privati della copertura protettiva delle istituzioni culturali, gli esseri umani perirebbero per gli effetti stessi della società, morirebbero come vittime di una grave disorganizzazione sociale, per vizi, perversioni, crimini e denutrizione. La natura verrebbe ridotta ai suoi elementi, l’ambiente e il paesaggio deturpati, i fiumi inquinati, la capacità di produrre cibo e materie prime distrutta”29.È il melanconico e drammatico panorama che, di giorno in giorno, ci si apre dinanzi agli occhi.
L’altra “merce fittizia”, la moneta, è a propria volta sconvolgente e ancora una volta è predittiva l’affermazione di Polanyi: “Poiché le carenze e gli eccessi di moneta si dimostrerebbero altrettanto disastrosi per il commercio quanto le alluvioni e la siccità nelle società primitive”30. Alluvioni e siccità del nostro tempo le cui cause hanno saldi riferimenti con l’umana insipienza.
Se il sistema capitalistico e, per esso, il sistema di economia di mercato hanno portato o stanno portando, a livello planetario, a conseguenze a tal punto devastanti, c’è da chiedersene ragione. Uno storico dell’economia ci propone una risposta: “Innanzitutto, lungi dall’essere un sistema naturale, come certi apologeti hanno cercato di sostenere, il capitalismo storico è un sistema palesemente assurdo: si accumula capitale per accumulare maggiore capitale. I capitalisti sono come dei topolini su una ruota dentata, che corrono sempre più veloci, per poter correre ancora di più” 31. Questa immagine, a sostegno dell’assurdità del capitalismo, ci richiama a quella, non meno felice, in tema di ubriacature consumistiche, appartenente a Georgescu-Roegen, della circumdrome del rasoio o a quella, mia stavolta, riferibile alla scarsità di terra e di risorse alimentari, della circumdrome del cocomero32.
Altra grande ragione di défaillance del capitalismo starebbe proprio nel fatto che “il capitale crea il suo stesso limite o barriera, a causa delle forme autodistruttive di proletarizzazione della natura umana, di appropriazione del lavoro e di capitalizzazione della natura stessa”. Questa asserzione di J. O’Connor33 è estrapolata da un contesto che, in via preliminare, fa proprio riferimento a La grande trasformazione di Polanyi, il suo capolavoro, dice O’Connor, “che si occupa dei modi in cui la crescita del mercato capitalistico danneggia o distrugge le sue stesse condizioni sociali e ambientali”. Per O’Connor, “il lavoro di Polanyi resta un punto luminoso in un universo di stelle ormai spente e di buchi neri, qual è il naturalismo borghese e il neo-malthusianesimo, il tecnocraticismo del Club di Roma, l’ecologismo romantico totale e l’uni-mondismo delle Nazioni Unite”34.
Nel suo saggio, titolato L’ecomarxismo. Introduzione ad una teoria, l’Autore, assai più di quanto non facciano gli estimatori di Marx e lo stesso Polanyi, riprende, in chiave di rapporto con la natura, il concetto di autodistruzione del capitalismo: “Sono ben noti gli esempi di accumulazione capitalistica che danneggia o distrugge le condizioni del capitale, minacciando così i profitti e la capacità del capitale di produrre e accumulare altro capitale. Le piogge acide distruggono le foreste, i laghi, gli edifici e anche i profitti”35. L’elenco può continuare: salinizzazione, erosione e desertificazione, laterizzazione, rifiuti tossici, interventi chimici in agricoltura, concentrazioni urbane, ecc.,”danneggiano sia la natura che gli utili”.
L’insieme delle esternalità negative, che potremmo meglio definire esternalità ambientali, ci riporta a B. Commoner36. Anche in Commoner non si pone in discussione quindi un semplice aggiustamento politico-economico e sociale del sistema, bensì il sistema capitalistico stesso. Di qui è abbastanza breve il passo volto al recupero, a pieno titolo, di Marx e del marxismo, che troppo frettolosamente si è ritenuto di dover collocare in soffitta, specialmente dopo i più recenti avvenimenti che hanno “sconquassato” tutto l’Est europeo e l’Unione Sovietica.
J. O’Connor, proprio riferendosi alle vicende che hanno sconvolto l’assetto politico dei paesi dell’Est, sostiene che la teoria marxista non deve essere corretta, né tanto meno negata, ma estesa alle nuove problematiche ambientali individuali nell’insieme che Marx aveva definito “condizioni di riproduzione”.
O’Connor, nel saggio pubblicato da Datanews, esordisce proprio ricordando come Karl Polanyi, in The Great Transformation, considerasse il tema delle crisi capitalistiche analizzando i modi in cui la crescita del mercato danneggia le sue stesse condizioni sociali ed ambientali; senonché, polemizza il nostro Autore, quell’opera che poneva in evidenza il rapporto fra sviluppo economico ed ambiente naturale è stata messa da parte. Secondo O’Connor, la contraddizione fra sviluppo ed ambiente è emersa nel pensiero borghese occidentale, ma con risultati altamente incerti e che non tengono conto di elementi quali lo sfruttamento di classe e le crisi proprie del capitale. In particolare non viene considerata la “natura specificatamente capitalistica della scarsità”. O’Connor parte dalla premessa che lo sviluppo capitalistico crea il suo stesso limite mediante l’appropriazione della forza lavoro e la capitalizzazione della natura esterna; finora, gli studi, anche di scuola marxista, hanno ignorato o distorto le teorie di Marx “sulle forme storicamente definite della natura, della produzione e dell’accumulazione capitalistica”37. D’altra parte, Marx stesso aveva scritto poco sui modi con cui il capitale si autolimita, mentre in via di principio aveva affermato che le carenze nelle condizioni di produzione (le condizioni naturali, ad esempio) possono prendere le forme delle crisi economiche e che assumono pure forme di crisi le conseguenze di “alcune barriere realmente esterne al modo di produzione”, non quindi specificamente imputabili al capitalismo. Marx, infine, vedeva chiaramente un parallelo fra il danno recato alla forza-lavoro umana dallo sfruttamento capitalistico e quello recato alla natura e, in particolare, al suolo dall’agricoltura e dalla silvicoltura capitalistica.
Si tratta ora, per O’Connor, di estendere, attualizzandole, le intuizioni di Marx, osservando le modalità concrete con cui il capitale va a determinare le proprie crisi. È evidente, ad esempio, che Marx non poteva tener conto degli effetti di “sottoproduzione di capitale” provocati dall’adozione di sistemi agricoli ecologicamente distruttivi. In definitiva, la teoria “eco-marxista”, di cui O’Connor si fa portavoce, può muovere dall’assunzione che “le barriere naturali possono essere barriere prodotte dal capitalismo stesso, e sono pertanto una seconda natura capitalizzata”38. Il pensiero di O’Connor si articola rivisitando la teoria marxista della crisi e fornendo la “spiegazione eco-marxista del capitalismo” (sistema dominato da crisi) e della transizione al socialismo”39.
Di particolare interesse in O’Connor è il riferimento ai nuovi movimenti sociali che costituiscono un allargamento del panorama tradizionale di lotta di classe; infatti, i problemi “che riguardano le condizioni di produzione sono problemi di classe, ma sono anche qualche cosa di più (non di meno) dei problemi di classe”40. La finalità dei nuovi movimenti sociali dovrà essere una lotta per la “democrazia radicale”, per “democratizzare lo stato cui spetta definire l’assetto delle condizioni di produzione”. Uno sbocco di tal fatta può essere considerato da qualcuno astratta speculazione al limite dell’utopia, ma autorevoli voci sono pronte a contraddirlo.
Il prezzo dello sviluppo
Nel molteplice pensiero ecologistico, Hans Jonas, filosofo tedesco, si caratterizza a livello mondiale nel sostenere la necessità di un “approccio ascetico all’uso della natura”. Egli, già negli anni Trenta in Germania, che in seguito avrebbe dovuto abbandonare per motivi razziali, scriveva a proposito del rapporto uomo-natura. Sua opera fondamentale a tale riguardo è Il principio responsabilità41, che lo colloca, a sua volta, fra i padri della cultura ecologista.
Jonas sostiene l’indispensabilità di una radicale rivoluzione della coscienza umana, rivoluzione prioritaria all’agire politico; motivo centrale è la ripresa di valori etici che abbiano “per oggetto la responsabilità (degli uomini) in relazione al mondo terreno e non la perfezione e l’elevazione all’eternità”42.
Si verifica una sorta di rincorsa fra l’evoluzione tecnologica ed il comune intendere etico, così da riscontrare l’esistenza di un “vacuum etico”, non imputabile all’evoluzione tecnica in quanto tale, bensì al fatto che il Progresso pone l’uomo contemporaneo di fronte a problemi prima inimmaginabili. D’altra parte, il “vacuum” è il prodotto di uno svuotamento di valori di cui è stata oggetto la natura, e il distacco è iniziato con le origini delle scienze naturali moderne nel XVII secolo comportanti una “rottura radicale con la vecchia concezione della natura, che prevedeva fossero insiti in essa valori e finalità”.
Questa concezione è stata cancellata e si è operata una “separazione assoluta fra natura priva di valori… e lo spirito dell’uomo che si pone dei valori in senso strettamente soggettivo”. Norme e determinazioni sono sottoposte alla volontà dell’uomo (libero arbitrio), ai suoi ordinamenti politici e sociali, alla moda, alle esigenze dettate dal mercato. l problema che si pone è, quindi, quello di colmare tale vuoto recuperando valori quale – ad esempio – una “umiltà” di fondo che conduca ad una sobrietà nei consumi e ad un sostanziale risparmio delle risorse avendo presenti la tutela della natura e delle generazioni future.
Rilevanti sono le considerazioni del filosofo a proposito del diritto alla felicità e del diritto alla vita. Il primo viene definito alquanto problematico, dato che il concetto stesso di felicità da parte di noi occidentali, immersi nella società industriale, “supera di gran lunga le pretese che in passato avevano le classi più elevate”. Il diritto alla vita rientra invece nelle cose più elementari cui dovremmo riferirci, auspicando una vita “non oberata da carenze ed esigenze di base”. Sarebbe però “cosa oscena” se noi occidentali, in nome della conservazione dell’ambiente, sostenessimo questo principio, basato su una sobrietà di fondo, nei confronti delle popolazioni del Terzo Mondo, ricordandoci sempre che “siamo noi e non loro gli sfruttatori di madre Terra”.
Secondo Jonas è indispensabile affrontare la questione energetica attraverso una radicale conversione dei valori, evitando di giungere impreparati alla catastrofe “dove subentra la tirannia della nuda situazione di emergenza… dove tutte le regole dell’etica umana e della libertà non esistono più”.
Che fare? Jonas si chiede quale potrebbe essere il sistema sociale più idoneo a trattare la complessità di tali problemi. Le risposte sono caute e lasciano aperta la questione, anche se “una cosa è certa: un capitalismo sfrenato, fondato sul libero mercato… il cui unico obiettivo è quello di… aumentare sempre di più il consumismo, non è certo adeguato a porre sotto controllo certi problemi, cui noi stessi abbiamo dato vita”. Potrebbe risultare invece più idoneo un sistema socialista “che rinunci al fatto che la società senza classi sociali, con l’aiuto della tecnica, conduce al summum bonum sulla base di una natura concepita come inesauribile”.
D’altra parte, dal filosofo non dobbiamo attenderci un messaggio politico, possiamo invece cogliere un forte appello ad una profonda conversione di valori che conduca l’uomo alla pace con la natura, purché – avverte Jonas – si tratti di vera pace e non di un ulteriore atto di sottomissione da parte dell’uomo, cioè di “puro imperialismo umano”.
In Jonas, come del resto anche in Commoner, il richiamo ai problemi del Terzo Mondo è imperativo; essi possono essere condensati in un’epigrafica considerazione di Vandana Shiva: “I movimenti ecologici del Nord hanno posto il problema della sopravvivenza della specie a lungo termine, nel futuro; nel Sud, il problema ecologico è a breve scadenza, nel presente, perché è in gioco la sopravvivenza delle generazioni di oggi” 43.
Il Sahel, prostrato da anni di spaventosa siccità, è oggi una delle aree più tormentate della Terra e il caso di questa regione, inesorabilmente erosa dal deserto, che si estende per più di cinquemila chilometri quadrati, ci offre una visione paradigmatica, sia pure con tutte le peculiarità che le sono proprie, intorno ai molti mali che affliggono il Terzo Mondo. Il rapporto di causalità che lega degrado del territorio e siccità, emergente oggi in termini macroscopici e drammatici, ha profonde radici storiche; ambiente e qualità della vita sono derivate, costruite secondo un’escalation negativa che rischia un iter senza possibilità di ritorno, le cui origini si possono ricercare nell’antico e nel nuovo colonialismo capitalistico, anche più che nella tradizione e nel modo di produzione d’età pre-coloniale44.
La penetrazione coloniale prima, le forme di nuova dipendenza poi, hanno costretto molte popolazioni africane a bruciare le tappe, scandite nel lungo tempo storico, della modificazione nell’utilizzo della superficie agraria disponibile, così come sono delineate nel modello di E. Boserup: dal maggese forestale a quello di macchia; dal maggese corto ai raccolti annuali, ai raccolti multipli con la scomparsa del maggese45. Con effetti disastrosi e devastanti per il territorio. Ai vincoli posti dalla natura alla stabilità delle società contadine del Sahel si sono aggiunti i deleteri effetti dell’intervento umano: il degrado ambientale è conseguenza della presenza e dell’intersezione con quelli naturali dei fattori negativi indotti dall’uomo. Ne è scaturita una sorta di “degrado culturale” con esiti negativi e distorsioni a volte aberranti nei sistemi di gestione economica e politica di quelle società46. Tradizioni e costumi locali sono stati annichiliti dal vano perseguimento di una crescita e di uno sviluppo inesistenti.
“Oggi l’idea dello sviluppo… è una rovina intellettuale nel paesaggio delle idee e getta un’ombra sul nostro modo di pensare. È giunta l’ora di avvicinarsi a un’archeologia di questa idea, di dissotterrare le fondamenta e tutte le sovrastrutture, per poterla apprezzare come monumento di un’era ormai finita”. Con queste parole, Wolfgang Sachs presenta una propria ricerca-itinerario sulla storia dell’idea di sviluppo (e sottosviluppo) economico con lo scopo di restituire originaria ed autentica dignità alle più umiliate etnie, come contributo al tentativo, forse in extremis, di arginare il degrado della natura47.
Il pensiero di Sachs trova qui un’opportuna collocazione sia per l’approccio storico-sociologico, sia per il significativo contributo di critica, spesso radicale, delle scelte operate che hanno determinato, negli ultimi due secoli, lo stato di degrado (naturale e sociale) fino alla formulazione del dilemma: “un mondo unico (omologato mediante la completa occidentalizzazione) o nessun mondo”. La concezione illuministica di “umanità unica”, dove “la nuova base dell’uguaglianza diventa la natura umana in quanto tale”, viene considerata in termini critici. È una concezione universalistica che ha comportato l’omologazione al modello occidentale imperante di lingue, costumi, concezioni di rapporti sociali ed economici48.
Colpisce significativamente, in Sachs, l’interesse dedicato alla “morte delle lingue”. Delle 5100 lingue parlate sulla Terra (di cui solamente l’1% europee), non più di 100 sopravviveranno nei prossimi cinquant’anni. Morte delle lingue – e quindi delle culture – non meno grave della morte delle specie animali e vegetali. Specie e lingue sono indispensabili per la sopravvivenza di un sistema naturale, nel quale “una lingua esprime l’ordine che viene dato al mondo, le sensazioni che muovono un gruppo ed il senso di tutte le cose”.
Critiche puntuali di Sachs si rivolgono al concetto di sviluppo economico formulato all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, quando, in un apparente clima di generosità, sulle ceneri del colonialismo – che percepiva il proprio impero “come spazio politico morale in cui prevalevano i rapporti di autorità e non come spazio economico condizionato dai rapporti commerciali” – i popoli vennero classificati in sviluppati e sottosviluppati. In un mondo concepito come “arena economica” si rafforzò un nuovo tipo di egemonia, fondata su una filosofia per la quale “il grado di civiltà di un paese dipende dal suo grado di produttività”. Il reddito pro-capite divenne il parametro cardine al fine di esaltare l’elevato benessere, segno di “perfezione sociale”. In pratica, una lotta alla povertà – intesa come mancanza di potere d’acquisto – “mediante la trasformazione forzata di molte società in economie monetarie”, senza tener in alcun conto che differenti culture potessero indirizzare le proprie energie verso differenti modelli di vita. Successivamente, quando gli effetti delle politiche di “colonizzazione economica” determinarono un sempre maggiore impoverimento dei Paesi del Sud del mondo, compromettendone le risorse naturali (la desertificazione dovuta allo sfruttamento organizzato e capillare in cambio prima di tecnologie e poi di debiti) ed annullando le economie autoctone, parte integrante della vita sociale delle singole comunità e Paesi, venne imposto un modello globale caratterizzato da una netta linea di demarcazione fra i Paesi: il limite di sopravvivenza.
Il concetto di sobrietà che da sempre aveva caratterizzato civiltà che “non conoscono il furore dell’accumulazione”, viene completamente accantonato. In Sachs sono numerosi gli esempi di popoli e comunità la cui fondamentale sobrietà è stata classificata come povertà, omologando sotto un comune denominatore mondi diversi. Per cui, ad esempio, “gli Zatopechi, i Tuareg e gli Rajastani vennero classificati in maniera simile su un livello orizzontale, mentre a livello verticale venne loro attribuita una posizione di enorme inferiorità nei confronti delle nazioni ricche”. “Non siamo poveri, siamo di Tepito”, orgogliosamente replicava allo stesso Sachs un abitante di un quartiere decadente di Città del Messico.
La preoccupazione circa l’inarrestabilità di questo processo di omologazione pervade l’insieme degli articoli di Sachs. Processo che trova nella crisi ambientale che incombe sull’intero pianeta argomentazioni forti in favore di un “mondo unico” che fronteggi l’unica e complessiva minaccia di una “natura in via di distruzione”, per cui potrebbe persino risultare “sacrilego” riproporre l’esistenza di “tanti mondi diversi”. Rimane certo che il vero “errore storico” dell’idea di sviluppo fu proprio quello di voler forzare l’occidentalizzazione del mondo intero.
L’illuminata speranza di “unità” si è trasformata in “minaccia di unificazione”. Ma Sachs avvia una riflessione ponendo un quesito inquietante: “Basterà intendere il mondo unico come un gran banco di dialogo tra civiltà?” Non sarà possibile dare una risposta prescindendo da almeno due realtà planetarie: l’incombente degrado ambientale e i cinquanta milioni di esseri umani, appartenenti ai “mondi diversi”, che annualmente muoiono di fame. Lo stesso Sachs apre una prospettiva, per così dire unitaria, quando riconosce che “non si potrà quindi fare a meno di qualche idea di ecumene”. In vista del terzo millennio, una riflessione ed una prospettiva necessariamente aperte.
Si arresta qui il giro d’orizzonte, semplicemente esemplificativo, sui grandi temi e sugli apporti pluridisciplinari, nell’ambito delle scienze umane, che fanno da perno ad una visione “ecologica” del mondo. Temi ed apporti che si sono moltiplicati nell’arco degli ultimi decenni e che meriterebbero la non lieve fatica di trovare una valida sistemazione in una quanto più possibile esauriente rassegna bibliografica: dalle grandi opere alle più modeste pubblicazioni divulgative che, già per il loro “esistere”, contribuiscono a dare il segno di una sempre più massiva presa di coscienza ecologica.
L’economia ambientale nella problematica economica
Alla fine degli anni Ottanta, il “panorama della letteratura ecologica” si è arricchito di ulteriori ed autorevoli presenze, oltre che di “riscoperte”49 di lavori che avevano avuto la cattiva sorte di passare troppo superficialmente sotto silenzio. Ecco allora un’altra valida ragione per dar vita a questi “Quaderni”: recuperare i passi perduti e tener viva l’informazione, per quanto possibile, sui nuovi passi della storia ecologica.
Nonostante le critiche di fondo che, a partire da Georgescu-Roegen, sono state mosse alla compagine degli economisti, non si può misconoscere un ormai consolidato filone di sensibilizzazione, all’interno dell’economia politica, intorno ai problemi ambientali. A voler restringere il panorama al solo orizzonte italiano, va accreditato, per esempio, a Giacomo Becattini il merito di avere, forse per il primo, aperto il mondo culturale italiano alla bioeconomia con un approccio che non lascia spazio ad interpretazioni equivoche: “Il problema dell’ambiente – ha ammonito – in quanto problema del vivere dell’uomo sulla Terra, non è uno tra i tanti, ma è – credo di non esagerare – il problema”50.
Di altrettanto rilievo sono stati i contributi offerti da Stefano Zamagni alla divulgazione, in più riprese, del pensiero di Georgescu-Roegen; valga per tutti l’introduzione a Energia e miti economici già richiamata in altra parte di questo scritto.
È lo stesso Georgescu-Roegen a ricordare, fra i pionieri della bioeconomia, con Becattini, anche Palomba, Gerelli, Nebbia, Tani, Tiezzi e gli “intraprendenti e più giovani bioeconomisti Mercedes Bresso e Silvana De Gleria”51. È proprio Mercedes Bresso, in un recentissimo scritto, a porre in rilievo, tra l’altro, la distinzione tra economia dell’ambiente (disciplina strettamente interna all’economia standard che ne assume quindi principi e vincoli teorici e metodologici) ed economia ecologica (luogo di intersezione tra ricerca ecologica e ricerca economica superandone le distinzioni disciplinari)52.
A monte di questa sapiente puntualizzazione, non si può ignorare un volume particolarmente significativo che risale ai primi mesi del 1988. Oltretutto facciamo riferimento ad esso, senza indugiare su ulteriori richiami e citazioni, perché ci sembra che faccia convenientemente il punto sugli studi ed i contributi in materia di economia ecologica; è il libro di Romano Molesti, Economia dell’ambiente 53 il cui sottotitolo (“per una nuova impostazione”) già la dice lunga sull’approccio all’argomento. L’Autore, fortemente critico nei confronti della scienza economica, tra l’altro ricorda che “in sostanza non ha saputo tenere il passo con i mutati aspetti della realtà. Tale scienza non si dovrebbe ridurre ad una semplice dicotomia produzione-consumo, ma dovrebbe inquadrarsi in una dialettica più complessa…”54.
Non è qui il luogo per parafrasare o commentare i saggi di Molesti; ci teniamo solo a sottolinearne l’atteggiamento critico nei confronti di chi, come ebbe a dire Pigou, vorrebbe la moneta quale “solo strumento di misura chiaramente disponibile nella vita sociale”. Il punto di vista dell’Autore è che l’economia ambientale debba occupare una posizione centrale all’interno dell’intera problematica economica. “Occorrono pertanto – egli dice – grandi sforzi per recepire all’interno della scienza economica nuovi schemi per cui la questione ambientale possa assumere un ruolo endogeno e non più esogeno, come accade attualmente”55. Non per nulla proprio Georgescu-Roegen afferma che “gli studiosi come Romano Molesti sono piuttosto rari” e che egli, il cui libro “costituisce un’opera di alto valore e denuncia”, senza dubbio è una “figura guida” in questo campo56.
Questa sommaria “carrellata” è evidente, potrebbe essere ulteriormente arricchita ma, se anche lo si facesse, sarebbe comunque impossibile minimizzare il fatto che “benché la percezione sociale dei problemi ecologici non sia nata negli ultimi vent’anni, ma molto prima… l’economia ecologica, nei termini di una critica fondamentale dell’economia ortodossa, ancora non si è radicata nelle discipline universitarie”57.
L’ambiente come storia
Anche il giudizio sull’impegno ecologico degli storici è particolarmente severo:
“La scienza ecologica – dice Martinez Alier – sta crescendo dovunque, e nonostante ciò la storiografia ecologica è ancora alla sua infanzia… Pertanto, sarebbe da analizzare il motivo dell’assenza di una storiografia ecologica, tanto nella tradizione marxista come in altre scuole di pensiero”58.
Verso la fine del 1988 era apparso in Italia un volumetto che forse non ebbe la risonanza che meritava59. Eppure esso portava un “piccolo mattone all’edificio” della storia ecologica, se non altro per aver sottolineato con forza l’indifferenza, la passività o addirittura l’assenza dello storico, in Italia, dall’arena ecologica. Tanto da far porre all’autore un interrogativo: “Esiste una storia ecologica?” accompagnato immediatamente dalla risposta “O non c’è, o se c’è balbetta. La storiografia generale non la sente propria, non la nutre”60.
Una così drastica “sentenza” non poteva non coinvolgere, in prima persona ed in primo luogo, gli storici economici. È certo che il vuoto lasciato dagli storici economici in materia di storia ecologica può esser ricondotto alla pertinace resistenza dell’economia politica, dalla quale la storia economica trae propri strumenti di lavoro, a superare la “separatezza tra le scienze naturali e le scienze sociali61“.
“Mentre in generale, gli economisti e gli storici economici non sono minimamente interessati allo studio del flusso di energia nelle società umane, i fisici, d’altra parte, sembrano più propensi a impegnarsi nella speculazione teologica piuttosto che nell’economia”62. Povertà dell’economia “ortodossa” e povertà della storia economica, dunque, che fanno ritenere all’autore de L’ambiente come storia la storia ecologica una “materia inconsueta”, “una scommessa da tentare” anche a costo di “probabili scivoloni”, capace di esporlo a dei “rischi”, di fargli compiere un “passo alquanto fuori schema”, di fargli intraprendere “un’avventura”, di invischiarlo in una impresa “temeraria”63. A prescindere dal merito di aver imboccato una strada così impervia, a Caracciolo va accreditato anche quello di aver rivisitato, sia pur sommariamente, qualche tappa dell’iter della storia ecologica alla quale così poca attenzione era stata dedicata in Italia. È così che egli trova modo, tra l’altro, di rammentare come fosse proprio la American Historical Association a partorire, a Denver, l’embrione della American Society for Environmental History (ASEH) che si sarebbe consolidata due anni dopo dando vita anche ad una propria rivista. Col 1982 l’ASEH avrebbe poi allargato il proprio orizzonte, inizialmente orientato alla sola storia americana, in occasione della prima Conferenza Internazionale sulla Storia Ambientale che vide la partecipazione di molti studiosi europei. Nel correr del tempo la rivista Environmental History dall’approccio storico si sarebbe infine sempre più aperta al contributo pluridisciplinare avvalendosi dei contributi di geografi, etnologi, psicologi, filosofi e letterati ed avrebbe esteso il proprio interesse temporale dal XIX e XX secolo a tutto l’arco della storia, in particolare sotto la direzione di J. Donald Hughes.
Un’altra tappa importante per la storia ecologica fu il IX Congresso internazionale di Storia Economica, dell’agosto 1986, nell’ambito del quale il Workshop coordinato da N. Keddie, di Los Angeles, portava per l’appunto il titolo Ecological History. Di lì venne lo spunto per la promozione di un meeting internazionale di storici e scienziati che avrebbe preso corpo circa un anno e mezzo dopo (29 febbraio – 3 marzo 1988) a Bad Homburg ed i cui contributi sarebbero stati raccolti e pubblicati, nel 1990, sotto il titolo The Silent Countdown64.
Fu proprio grazie a Caracciolo, che aveva preso parte a quei lavori, se del seminario si ebbe tempestiva notizia. A Bad Homburg è legato anche un altro importante evento, del quale è ancora da sottolineare la scarsa rilevanza assegnatagli in Italia: la nascita della European Association for Environmental History alla quale avrebbe fatto da cassa di risonanza la Environmental History Newsletter65 con corrispondenti in 17 Paesi europei, dell’ovest e dell’est, e negli Stati Uniti appoggiata, per l’Italia, alla Fondazione Lelio Basso.
Il libro di Caracciolo, come s’è detto, andò in stampa nel settembre del 1988 e circa due anni dopo, al X Congresso internazionale di Storia Economica, che si svolse a Leuven nel 1990, la sezione C2 fu dedicata alla storia dell’ambiente e dell’energia. L’impegno di aprirne e concluderne i lavori sarebbe toccato a Christian Pfister che era stato uno dei più infaticabili organizzatori ed animatori di Bad Homburg. Della discussione di Leuven diamo in questo fascicolo un sommario resoconto grazie proprio alla Newsletter del dicembre ‘9066.
Ora è in fase di organizzazione l’XI Congresso i cui lavori si svolgeranno a Milano nel 1994 e nell’ambito del quale ci sono tutti gli auspici perché la storia ecologica trovi il proprio legittimo spazio. Questi Quaderni potrebbero allora diventare, sul versante energetico ed ambientalista, palestra e stimolo per gli storici e per gli studiosi di altre discipline in vista del Congresso di Milano. Ecco un’altra buona ragione perché prendano corpo i Quaderni di storia ecologica.
Ritornando alla “temeraria avventura” di L’ambiente come storia, se è consentito però muovere un sommesso rimprovero al suo autore, esso consiste nell’aver voluto accostarsi all’ecologico in forma eccessivamente restìa, timida, anziché netta ed imperiosa (magari provocatoria); già nel sottotitolo (“Sondaggi e proposte di storiografia dell’ambiente”) ma anche nel contesto dove, alla straordinaria incisività del primo e in parte dell’ultimo capitolo, sembrano far da contrasto i capitoli centrali condotti ancora secondo i canoni tradizionali della storia economica. Se è impossibile rifiutare l’idea “che la ricerca storica diventa debitrice di quella dei fisici e deve accostarsi, volente o nolente, alle leggi della termodinamica, ai vincoli dell’entropia e dell’ininterrotta riduzione di risorse non rinnovabili”67 e che nel fare storia sono d’obbligo l’introduzione di un più gran numero di variabili oltre che la consapevolezza delle sollecitazioni critiche ricavate dal presente, ne consegue che anche la storia economica non può più sottrarsi dal far riferimento alle leggi della termodinamica assegnando inoltre spazio ad altre variabili in gioco, in modo speciale ai tre elementi essenziali e determinanti “di carattere primordiale” su cui poggia ogni attività volta al miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità: materia e sue trasformazioni, energia e sue trasformazioni, informazione e sua elaborazione e trasmissione68. Ecco le variabili mutuate dalla fisica alle quali affidare un ruolo di primo piano, accanto – per qualche verso si potrebbe dire “invece” – a quelle che tradizionalmente lo storico economico mutua, ad esempio, dagli economisti (le leggi dell’economia), dai sociologi (le regole comportamentistiche), dai teologi (i dettati della fede), dai giuristi (le normative centrali e periferiche del diritto) e così via.
In queste osservazioni si sostanzia, almeno a parere di chi scrive, la discussione che è tutt’altro che una compiaciuta “esercitazione lessicale e definitoria”69 intorno alla denominazione da assegnare alla nuova disciplina o subdisciplina storica che ne deriva: storia ambientale o storia ecologica?
Il Caracciolo fa ripetuto uso dell’espressione storia ecologica anche se l’autore si confessa più propenso a privilegiare quella di storia ambientale. A Bad Homburg l’iniziale dizione Ecological History è sfociata in quella definitiva di Environmental History ma, mentre la parola ambiente nella accezione più usata definisce lo spazio che circonda una cosa o una persona e in cui questa si muove o vive, ecologia – almeno nella definizione di Haeckel – indica lo studio delle relazioni tra gli organismi e il loro ambiente e quindi appare dotata di maggiore pregnanza rispetto alla prima. Infatti la storia ambientale si risolverebbe nello studio diacronico dello spazio che circonda gli uomini mentre alla storia ecologica spetterebbe il compito, di gran lunga più impegnativo, di occuparsi delle relazioni tra quegli uomini e quello spazio. Perciò quest’ultima dizione, o quella più sintetica di ecostoria, continua a convincermi d’essere più appropriata dell’altra.
Un’altra considerazione, forse meritevole di un più attento approfondimento, concerne, al di là dell’oggetto, il metodo e gli strumenti di indagine. Per una ricerca di storia ambientale possono essere sufficienti gli strumenti imposti dal punto di vista dal quale essa viene condotta; una ricerca di storia ecologica obbliga in ogni caso all’utilizzo, cogli altri, di strumenti propri delle scienze della natura. L’argomento è quanto mai scabroso e piuttosto che avventurarsi in una disquisizione dagli sbocchi incerti è forse meglio tentare qualche esemplificazione.
Quantità prodotte e impieghi energetici
Una persistente tentazione degli storici economici è stata quella di “misurare”: non per ridurre ogni spiegazione storica a termini quantitativi ma per la costruzione di documentazioni probatorie. L’utilizzo di seriazioni di lungo o corto periodo e di elaborazioni statistiche fa parte del mestiere dello storico economico: si misurano produzioni e consumi, rendite e profitti, produttività e occupazione, ecc. sia quando si indaga sulle società preindustriali che quando si esplorano le vie del capitalismo dalla rivoluzione industriale in poi.
La c.d. rivoluzione industriale consolida il prevalere delle regole costituite dal capitalismo alla base della cui filosofia c’è il perseguimento del profitto. Nella scansione rostowiana, a quello del decollo economico seguono, lungo la via capitalistica, gli stadi della maturità e dei consumi di massa e si viene costruendo un solco sempre più profondo tra società opulente e società misere, identificate, le une, come area del progresso (di valenza positiva) e le altre come area dell’arretratezza (di valenza negativa).
Crescita e sviluppo economico si impongono come obiettivi destinati a superare sempre sé stessi. La misura del GNP e del reddito pro-capite è la cartina di tornasole per la verifica dei loro andamenti; il tutto può essere misurato in unità monetarie ed in quantità prodotte. Nel prezzo del “progresso” invece non entrano gli sprechi di risorse non più rinnovabili, gli scarti non più riciclabili, né importa se, nel conto di costi e ricavi, si omettono le forme di degrado che l’ambiente è stato costretto a subire. Quel che si mette in conto sono gli incrementi, assoluti e pro-capite, dei beni e servizi prodotti.
Anche l’agricoltura – si riscontra – dà di più sia nel rapporto superficie-prodotto che nel rapporto prodotto-uomo. Non si considera se, per mantenere il livello dei rendimenti, occorre accrescere gli input chimici e la misura della produttività del lavoro non tiene in conto gli input meccanici di rimpiazzo d’uomini ed animali. Anche in agricoltura ciò che conta è che sia favorevole il rapporto costi-ricavi valutato in moneta. Una società, una comunità, sono tanto più progredite quanto più il loro reddito globale e pro-capite sono elevati e sono tanto più arretrate quanto più i redditi sono bassi.
Questa classificazione di progresso ed arretratezza sbadisce alquanto nei suoi significati se, però, facciamo uso di una nuova unità di riferimento per le misurazioni. Infatti, se ci rifacciamo, per misurare, alle unità energetiche, il nostro conto costi-ricavi da lusinghiero si trasforma in fallimentare. Ciò vale per le attività industriali e, in proposito, può essere interessante l’opinione manifestata da K.W. Kapp: se si includono nei costi aziendali totali quelli delle esternalità ambientali, la produzione in alcuni casi “può aver luogo a costi totali che superano i totali benefici”70. Non solo. Il rendimento energetico, anche prescindendo dalle esternalità, presenta un andamento decrescente nel tempo; per ottenere una unità di reddito occorrono più unità di energia commerciale di fonte primaria nei paesi progrediti e in sviluppo che in quelli arretrati. La scarsità di risorse globali è il segno palese dello spreco.
In agricoltura, mentre nelle società arretrate carenti di fattori produttivi di origine industriale si riscontrano coefficienti energetici positivi nella produzione di energia “alimentare”, nelle società più industrializzate essi sono fortemente negativi.
La terra, presso le civiltà contadine, poiché tutto viene da essa, è considerata come un bene capitale che l’uomo non può e non deve sperperare ma che deve, anzi, conservare integro e che, là dove vada in qualche parte a consumarsi, deve essere reintegrato. Grossa differenza rispetto a quanto potrà accadere quando il suolo comincerà invece ad essere considerato come un bene di consumo fino a diventare oggetto di degrado irreparabile.
Sulla Terra, a prezzo di ingente spesa energetica, ulteriore superficie può essere utilizzata per l’agricoltura; nel contempo, però, territori un tempo fertili vanno progressivamente cessando d’esser produttivi. Per lo sconsiderato sfruttamento dei suoli, la desertificazione avanza tanto nelle regioni fra le più misere, quanto in altre che furono fra le più prospere del pianeta.
Misurando perciò in unità energetiche (peraltro assai più “asettiche” ed imparziali di quelle monetarie), nel rispetto delle leggi della termodinamica e tenendo conto degli impatti ambientali, i giudizi storico-economici emessi secondo i parametri tradizionali devono essere riveduti.
La grande discontinuità
Non tutto è tuttavia valutabile in termini quantitativi; quando gli storici trasferiscono la loro attenzione dal concetto di crescita a quello di sviluppo71 tendono proprio ad operare un “salto” dal quantitativo al qualitativo. Nelle valutazioni degli storici economici, accanto ai fattori economici trovano posto anche valori extra-economici di indubitabile portata e la “qualità della vita” è la felice espressione entrata ormai nella coscienza di massa che sinteticamente li definisce. La stima del GNP, quale indicatore dello stato di benessere peraltro mai sfuggito a innumerevoli rilievi critici, si fa desueta e, in sua vece, entra in gioco l’HDI (indice di sviluppo umano). In un tale contesto si suole considerare la cosiddetta rivoluzione industriale come l’altro grande spartiacque, dopo quello del neolitico, nella storia dell’uomo: essa avrebbe aperto la via a profondi mutamenti nella “qualità della vita”.
Fra le innumerevoli cause che presiedono alla “esplosione” della rivoluzione industriale e dei processi di industrializzazione, ognuna degna del massimo rispetto, s’è voluto sottolineare in modo particolare il passaggio dall’utilizzo dell’energia animata a quello dell’energia inanimata 72. Però la spiegazione diventa impropria se si riflette sul fatto che l’energia meccanica di cui l’uomo fino ad allora si era servito non consisteva solo nella forza muscolare propria e degli animali; né quella termica era fornita soltanto dal legname dei boschi. L’uomo preindustriale sapeva ben servirsi anche di altre risorse energetiche, quali l’idraulica e l’eolica, per sviluppare lavoro ed il carbone per sviluppare calore. Muovendo da un’ottica rispettosa delle leggi termodinamiche forse si può dire meglio che la rivoluzione industriale fu caratterizzata per un verso dalla acquisizione della capacità di trasformare l’energia termica in energia meccanica e, per altro verso, dalla capacità di farlo utilizzando, insieme a quelle rinnovabili, fonti energetiche di tipo non rinnovabile.
La macchina termica fu il rivoluzionario convertitore di energia che divorando, dopo il legno, carbone, petrolio, uranio, permise o permette di sommare all’impiego di fonte rinnovabile quello di fonte non rinnovabile per produrre lavoro. Per il suo tramite, in un inarrestato crescendo tecnologico, si sono moltiplicate, per sommatoria, le disponibilità energetiche dell’uomo. L’impiego di fonte irriproducibile, però, in rapidissimo volgere di anni, inseguì, eguagliò, superò e prevaricò quello delle fonti riproducibili; il peso del secondario prima e del terziario poi, raggiunse e scavalcò quello del primario che fino ad allora aveva sostenuto l’umanità. Oggi ne stiamo sopportando le conseguenze: sempre in termini preoccupanti; spesso in termini drammatici.
La quantità d’energia di flusso di cui riusciamo ad avvalerci è di gran lunga inferiore alla energia di stock che noi andiamo irreversibilmente dissipando e che è una quantità finita, destinata ad esaurirsi, nelle sue fonti, a brevissima scadenza, sia in termini fisici che in termini economici.
Le disponibilità di riserva petrolifera mondiale, agli odierni livelli di consumo, sono garantite ancora per qualche decennio. Dopo di che, salvo scoperta di nuovi giacimenti, il petrolio sarà esaurito non solo per le generazioni in vita ma anche per quelle future.
Benché sia ipotizzabile il momento in cui le celle fotovoltaiche, superata la fase della sperimentazione, potranno trovare applicazione di massa sulla Terra e captare energia direttamente dal Sole, ancora non sappiamo con certezza se questo non provocherebbe altri immensi scompensi ambientali; quel che è certo è che, per “catturare” energia occorre “spendere” energia; quindi occorre far presto, muoversi prima che siano esaurite le fonti energetiche non rinnovabili alle quali ancora si può attingere.
Non ce n’è forse abbastanza per rivedere l’enfasi trionfalistica dalla quale anche troppi storici si sono per molti anni fatti trascinare (c’è chi continua a farlo) disquisendo di rivoluzione industriale? Eppure più d’un campanello d’allarme non aveva mancato di squillare.
Nel 1971 C. Fohlen pubblicò un libro dal titolo Qu’est-ce que la révolution industrielle?73 dalla cui versione italiana (del 1976) misteriosamente fu eliminato l’interrogativo, niente affatto retorico, quanto meno a parere dell’autore. Nel 1980 I. Wallerstein presentò, nel corso di un convegno franco-polacco a Nizza, una comunicazione dal titolo altrettanto significativo: A quoi sert le concept de révolution industrielle?74 e nel contesto si chiedeva se si trattasse di un concetto utile e a che cosa esso potesse servire sul piano “scientifico e ideologico”.
Il concetto di grande discontinuità (riferito alla rivoluzione industriale) – che pure lo suggestionò – indusse anche R.M. Hartwell75 ad asserire, probabilmente con una carica di humour, che “nella discontinuità devo fare professione di credo”. Egli ci propone, in lista aperta, una serie di fattori che avrebbero qualificato l’essenza della rivoluzione industriale senza però la pretesa di volerne suggerire una precisa definizione, bensì dichiarando di non aver trovato né in Toynbee, né in Mantoux, né in Ashton una sicura definizione di quello che fu la rivoluzione industriale 76.
Segno, nei casi rammentati e che non sono i soli, che forse il concetto di rivoluzione industriale è da considerare di dubbia significanza e in via di obsolescenza; un concetto che tanto più si deteriora mano a mano che ci allontaniamo dal tempo in cui la formula “rivoluzione industriale” venne coniata ed utilizzata per la prima volta, vale a dire intorno alla fine del XVIII secolo. Ma segno anche che forse è maturo il tempo per “rileggere” la storia della c.d. rivoluzione industriale facendo ricorso, accanto a quelli tradizionali, a nuovi parametri che ci mettano meglio in grado di lumeggiare il fenomeno.
A ben guardare, l’impiego di energia inanimata si può far risalire quanto si vuole nella storia dell’uomo e la forza muscolare dell’uomo e degli animali resta, ancora oggi, fonte energetica prevalente presso una cospicua parte delle popolazioni della Terra; la nuova e inusitata fonte di energia, fino al 1850, non è che il carbone ma già nel 1865 W.S. Jevons 77 – inascoltata Cassandra – metteva in guardia intorno alla sua finitezza economica e materiale. Se fatto nuovo vi fu, nella r.i., esso è da ricercare nell’impiego di risorse energetiche irriproducibili (il carbone) insieme alle risorse riproducibili in natura e ad esse sommabili, evento di cui, accanto alle positive, siamo oggi in grado di valutare le valenze negative.
Ma il ricorso a nuove fonti di energia è una costante nella storia dell’uomo e perciò c’è di che rimettere in discussione il concetto di grande discontinuità, né la rivoluzione industriale può essere vista, nella storia, quale pietra miliare della discontinuità, a punto tale che, in un brevissimo volgere di anni abbiamo sentito il bisogno di far ricorso ai concetti di seconda, e poi di terza r.i. e già si parla, per l’avvenire, di crescita zero e di sviluppo sostenibile e ci compiacciamo di definirci figli dell’età postindustriale quando ancora siamo ben lontani dall’aver conseguito quel traguardo così semplicemente esplicitato da un maestro della storia dell’agricoltura: “garantire un pane ad ogni uomo che vive su questa Terra”78.
Se però usiamo l’espressione “postindustriale”, già mettiamo nel conto l’idea di qualcosa che deve cambiare e che sta cambiando. È quell’idea che legittima il dubbio che la rivoluzione industriale, in onore della quale sono stati inalzati infiniti monumenti, in realtà possa considerarsi alla stregua di una effimera parentesi aperta nel continuum della storia dell’uomo.
Sotto il profilo temporale, rispetto ai 10.000/12.000 anni della storia dell’uomo sapiens sapiens, essa ne copre un arco di 200 anni o poco più, cioè la cinquantesima, la sessantesima parte.
Sotto il profilo spaziale la rivoluzione industriale ha costruito un mondo vivibile solo per una privilegiata minoranza dell’umanità gratificatasi della vana presunzione di esportare i propri modelli politici, economici e culturali nel resto del mondo. Dal punto di vista dei contenuti ha esaltato, per un verso, la sapienza ma, per altro verso, anche l’insipienza degli uomini: sappiamo raggiungere la Luna ma non abbiamo saputo salvaguardare le risorse della Terra; sappiamo costruire robots, ma non abbiamo saputo sostenere tutti gli esseri umani. Ci stiamo preparando a celebrare il primo viaggio di Colombo oltre Atlantico passando sotto silenzio i disastri ambientali e sul vivente (vegetale e animale) creati da quello che A. Crosby79 chiama “imperialismo ecologico” che ha distrutto civiltà, culture, etnie che solo con grande fatica oggi tentiamo di recuperare nella memoria storica.
Ripetutamente, nel corso della storia, l’umanità si è trovata a dover affrontare spartiacque energetici e, per dirla con J. Rifkin, spartiacque entropici, stretta dalla necessità di trovare nuove vie di sopravvivenza e di crescita. La cosiddetta rivoluzione industriale è uno di essi, cui altri ne sono seguiti che ci hanno costretto a fare appello alla seconda e poi alla terza r.i.; per ciò stesso ci siamo ricollocati nell’ambito della continuità, e non in quello della discontinuità, seppur segnata da punti di svolta, da crisi a volte profonde. In questa chiave, del resto, possiamo leggere i movimenti di lungo periodo di Kondratiev e le analisi di Schumpeter80.
La rinuncia al concetto di discontinuità, riferito alla rivoluzione industriale, ci permette di rinnovarne un filo, che altrimenti sarebbe spezzato, anche nella storia del capitalismo il quale, a propria volta, affonda le radici in un tempo assai più lontano di quello che si vorrebbe imposto da una c.d. rivoluzione industriale arroccata tra la metà del XVIII e quella del XIX secolo. È superfluo qui ricordare l’esaltante panorama della lunga durata costruito da F. Braudel per ammettere che c’è qualcosa da rivedere nella ricostruzione della storia del capitalismo.
I limiti di campo della storia ecologica
Gli effetti ecologici di un intervento sull’ambiente assai raramente sono rapidi; il più delle volte si fanno palesi lentamente, spesso avvengono al di fuori della volontà e della previsione umana.
La valutazione di impatto ambientale conseguente alla introduzione di nuove pratiche agrarie, relativa a insediamenti urbani e industriali oppure conseguente gli interventi indotti dal terziario, è scienza di conio recente.
C’è allora da chiedersi se la storia ecologica debba riservare il proprio terreno d’intervento ai tempi lunghi oppure se abbia il diritto di ritagliarsi un proprio campo di indagine anche nel breve o medio periodo. Anche prescindendo dal fatto che, quanto più l’indagine ecostorica si fa contemporanea, tanto più i tempi del mutamento ambientale sono raccorciati, si può dare al quesito risposta favorevole alla seconda ipotesi. Altrettanto si può dire se, anziché al tempo, ci si riferisce allo spazio: ogni dimensione areale, per quanto ridotta possa essere, si presta all’indagine ecostorica.
La storia ci si dischiude come una maestosa opera dell’arte musiva nella quale ogni tessera porta indelebili le proprie tonalità e sfumature di colore. Tasselli dall’aspetto apparentemente insignificante, ognuno per sé, collocati con sapienza danno forma, forza e valore al complesso disegno d’assieme. Tali sono, nel grande mosaico della storia ecologica, una serie di contributi ognuno dei quali sembra collocato in un alveo che ha pochi tratti in comune con quello degli altri ma che invece conduce al medesimo rivo. La storia, quella ecologica non fa eccezione, non conosce limiti areali o temporali; tracce, documenti, testimonianze possono sempre legittimare visuali ecologiche81.
In sintonia cogli storici, benché autonomi nei loro disegni che muovono da un differente ambito di interessi operano, sul terreno che è loro specifico, studiosi di altre discipline, come, ad esempio, i ricercatori della sezione di ecologia del Dipartimento di Biologia dell’Università di Milano 82. Dai loro lavori traspare lo sforzo di coniugare la massimizzazione del rendimento energetico di aziende agricole con la salvaguardia e/o l’incremento del rendimento economico, espresso in quantità, con particolare riguardo alle economie di sussistenza. In tal modo essi vanno costruendo modelli applicabili anche a ricognizioni nel tempo passato. L’auspicio è che, fra gli uni e gli altri, si operi quella sutura che metta in comune la lunga esperienza degli storici con il rigore scientifico dei biologi. In analoga direzione, mutato il campo, operano geografi, urbanisti e demografi impegnati nello studio degli equilibri fra territorio e insediamenti, fra crescita demografica e fabbisogni alimentari83. In tutti questi casi – ma non sono i soli – la pluridisciplinarità può sortire fecondi risultati il cui perseguimento costituisce un altro valido motivo per dar vita a Quaderni di storia ecologica nei quali facciano un tutt’uno le sollecitazioni del passato e quelle del presente.
1 L’ambito disciplinare dal quale il seminario prese le mosse appariva come il più appropriato per affrontare il tema proposto in quanto, fra le discipline storiche, la Storia dell’Agricoltura è quella che più di ogni altra affonda le proprie radici nel lunghissimo tempo della vicenda umana. Essa ci accompagna fino ai nostri giorni lungo un arco temporale che non conosce terminus a quo se non quello in cui l’uomo, pescatore, cacciatore, raccoglitore, ha cominciato ad affidare alla terra radici, tuberi e semi per moltiplicare le risorse atte a soddisfare le necessità sussistenziali. Sotto il profilo spaziale la storia dell’agricoltura non ha prospettiva di minore ampiezza. Essa non può ignorare, o quasi, un quanto si voglia recondito e minuscolo angolo del nostro pianeta al di qua del limite fisico di riproducibilità delle piante. Tanto sotto il profilo temporale che sotto quello spaziale la storia dell’agricoltura possiede inoltre una peculiarità inconfondibile che è quella di allineare, nell’indagine sul corso evolutivo delle pratiche agricole, dalle origini ad oggi, copresenze delle più avanzate tecniche elaborate dall’uomo, insieme con le forme più arcaiche del suo rapporto con la terra; anche oggi la coltivazione alla zappa coesiste (e non meramente sopravvive) con le pratiche colturali che impiegano mezzi meccanici e biologici frutto dell’avanzante sapere umano. La storia dell’agricoltura possiede anche un’altra peculiarità che è quella di ignorare un proprio terminus ad quem proiettabile nel futuro dell’umanità perché esso coincide con il limite della sopravvivenza della specie sulla Terra, cioè con la negazione della Storia stessa. Al rapporto tra l’uomo e la terra, tra l’uomo e il resto della natura, è strettamente connessa la vita sulla Terra. Inoltre dalla storia dell’agricoltura non è possibile prescindere per connotare, in un ambito temporale e spaziale a tutto sesto, mutamenti ambientali e flussi energetici. Infine, in quanto storia dell’arte di coltivare la terra, la storia dell’agricoltura si richiama all’evoluzione delle scienze della natura, ma fa anche costante riferimento alle scienze umane. Infatti, da quando l’uomo si dedica alla coltivazione della terra ed all’allevamento del bestiame, in un decorso storico scandito dalla scarsità di risorse, accompagnata ai crescenti bisogni di una popolazione in continuo aumento, si modellano assetti economici e giuridici, si definisce ed evolve l’organizzazione politica dei popoli, si costruiscono le stratificazioni sociali.
2 In Europa gli studiosi di storia ambientale sono raccolti attorno alla European Association for Environmental History; negli Stati Uniti opera da diversi anni la American Society for Environmental History; sono numerosi gli studiosi di storia ed economia ecologica in altre parti del mondo: i canadesi Colin A.M. Duncan della Queen’s University e Roman Serbyn dell’Università del Quebec; i giapponesi Yoshiro Tamanoi, Atsushi Tsuchida e Takeshi Murota; l’indiano Ramachandra Guha. In Cecoslovacchia già da tempo ha preso corpo la rivista Historical Ecology.
3 Il materiale venne raccolto in dispensa “ad uso esclusivo degli studenti del corso di Storia dell’Agricoltura per l’Anno Accademico 1989/90”.
4 Nella raccolta comparivano scritti di Arnaldo M. Angelini e Jean Paul Deléage (fisici); Nicholas Georgescu-Roegen, Barry Commoner e Jeremy Rifkin (economisti); James O’Connor (economista e sociologo); David Grigg (geografo); Wolfgang Sachs (etnologo); Hans Jonas (filosofo); Jean Claude Debeir, Daniel Hémery, Sante Violante (storici). Figuravano, a corollario, anche altri contributi: un breve articolo di J. Donald Hughes sulla nascita della ASEH; un rapido excursus lungo la storia della popolazione terrestre fino al XXI secolo d.C. (attraverso proiezioni) di Colin McEvedy e Richard Jones. In un contesto nel quale la ricerca era, tra l’altro, indirizzata a lumeggiare il rapporto tra bisogni e risorse tanto nel lungo che nel medio periodo, ed estesa ad un’area spaziale senza confini, la presenza di sia pur sommari ragguagli sugli andamenti demografici parve di primaria utilità. Né meno utile si rivelò il cenno ad una “nuova cartografia” così come proposta da Arno Peters, che restituisse ad ogni regione del mondo la sua legittima dimensione. Fra quelli che Peters definisce i “dieci miti” dell’odierna cartografia, la fedeltà di superficie in particolare consente una piena comparabilità fra tutte le regioni della Terra, in particolare nel rapporto con la popolazione e le risorse. Né poteva mancare un approccio, mutuato dalla Storia del Pensiero economico (Parigi 1974) di Alain Barrére, con il pensiero fisiocratico che agli albori dell’analisi economica moderna fissava come cardine del “governo della natura” il postulato che la ricchezza di un paese provenisse totalmente dall’agricoltura e non dall’attività artificiosa, quindi innaturale, dell’industria, i cui addetti, secondo il disegno fisiocratico, costituivano la “classe sterile”. Una visione antitetica rispetto all’industrialismo ed ai modi di produzione che gli sono propri. D’altronde la fisiocrazia è il primo “système de pensée, concevant l’économie politique comme une science, science de la nature autant que de l’homme, ou plus exactement, science de l’homme se conformant à des prescriptions naturelles”. Senza dubbio i fisiocratici “ont été les véritables fondateurs de l’analyse économique et de l’économie politique scientifique. Si l’on tient à décerner le titre de père de l’économie politique – jeu assez puéril à vrai dire – ce n’est pas à Adam Smith, mais à Quesnay qu’il revient de droit”.
5 D. GRIGG, La dinamica del mutamento in agricoltura, Il Mulino, Bologna 1985.
6 R.W. SNAYDON – J. ELSTON, Flows, cycles and yields in agricultural ecosystems, in Food Production and Consumption: The Efficiency of Human Food Chains and Nutrient Cycles, Amsterdam 1976.
7 In proposito, si può consultare, di ARNALDO M. ANGELINI, Fonti primarie di energia, alla voce “Energia” del secondo volume dell’Enciclopedia del Novecento, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1977.
8 U. FACCHINI, direttore del Dipartimento di Fisica dell’Università di Milano, dal testo a ciclostile di una conferenza tenuta nel dicembre 1986 per l’Università Verde.
9 G. MOSCA, Elementi di scienza politica, F.lli Bocca, Roma, 1896, p. 3.
10 Sull’opera pionieristica di N. Georgescu-Roegen il giudizio dei cosiddetti ecologisti è ormai unanime. Valga per tutte questa affermazione di M. BRESSO, Il modello bio-economico, in appendice a G. NEBBIA, Lo sviluppo sostenibile, ECP, Firenze 1991, p. 134: “Si può affermare che – se anche gli economisti che si sono incamminati su questa strada sono ancora molto pochi – quella bio-dinamica (a volte detta neo-fisiocratica) si sta rivelando una strada maestra nel rinnovamento del pensiero economico”.
11 S. ZAMAGNI, nell’introduzione a N. GEORGESCU-ROEGEN, Energia e miti economici, Boringhieri, Torino 1982, pp. 20-21.
12 N. GEORGESCU-ROEGEN, ivi, p. 29.
13 Questa, e le altre citazioni da Georgescu-Roegen che seguono, sono tratte dal saggio Energia e miti economici, pp. 23-75 dell’edizione italiana, contenuto nell’op. cit. (v. nota 11) e che è un aggiornamento di una relazione tenuta nel 1972 alla Yale University.
14 Ivi, pp. 73-74.
15 J. RIFKIN, Entropia. La fondamentale legge della natura da cui dipende la qualità della vita, Mondadori, Milano 1982. Questo volume, raramente presente anche nelle biblioteche più qualificate (noi lo abbiamo rintracciato nella Civica Biblioteca di Vimercate, Milano), è ormai introvabile in libreria ed esaurito presso l’editore.
16 Ivi, pag. 18.
17 Ivi, pag. 16.
18 Ivi, pag. 18.
19 Ivi, p. 17.
20 Ivi, p. 142.
21 B. COMMONER, Il cerchio da chiudere, Garzanti, Milano 1986, p. 350.
22 Ivi, p. 344.
23 Ivi, p. 355.
24 J.C. DEBEIR – J.P. DELEAGE – D. HEMERY, Storia dell’energia. Dal fuoco al nucleare, Edizioni del Sole-24 Ore, Milano 1987. Secondo gli Autori, la crisi energetica del 1973 ha messo in allarme imprenditori, economisti, scienziati e politici; da allora, e in misura sempre più accentuata, il problema delle fonti di energia e dei convertitori energetici non ha cessato di mantenersi al centro dell’attenzione ed oggi – secondo il ritmo della propria ricorrenza ciclica – si ripropone in forme differenti ma anche più drammatiche. “Tutte le società storiche – dicono – hanno conosciuto una barriera energetica, una soglia insuperabile. La nostra società si sta avvicinando a questa soglia… Quando una società urta contro il limite di saturazione delle risorse energetiche che consentono di sfruttare il sistema di convertitori di cui essa dispone, allora si apre una crisi, che in generale è duratura e ripetitiva”. In sostanza, gli Autori ripropongono, attingendo alla storia, una chiave di spiegazione e interpretazione delle crisi già configurata nelle analisi condotte per altra via da Rifkin e presenti nell’ecomarxismo di O’Connor. Nell’introduzione al volume, Piero Bairati commenta: “… è il primo studio che affronta il problema storico dell’energia come questione specifica e distinta. Esso segna un grande balzo in avanti, non solo per questa ragione e non solo per la prospettiva di lunga durata e per l’ampio scenario geografico, ma anche per la complessità del tessuto interpretativo e, ancora di più, per il coraggio di affrontare come questioni storiche i grandi problemi del presente… Dobbiamo essere molto grati a Debeir, Deléage e Hémery per la loro opera che contribuirà significativamente all’attuale dibattito sulla questione energetica e, soprattutto in Italia, a infondergli una dignità culturale e uno spessore storico fino ad oggi insufficienti”.
25 P. BAIRATI, nella introduzione a Storia dell’energia, cit., p. 8.
26 In Storia dell’energia, cit., pag. 24.
27 “Conferire un carattere determinante alla sfera economica ha per effetto quello di sottomettere la società e la natura a un determinismo che non può essere loro legge comune. Se ciò dovesse accadere, la biosfera si troverebbe a dipendere da uno dei suoi sottosistemi”. Ivi, p. 23.
28 K. POLANYI, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca, Einaudi, Torino 1974, p. 92.
29 Ivi, p. 95.
30 Ivi, p. 95.
31 I. WALLERSTEIN, Il capitalismo storico. Economia, politica e cultura di un sistema-mondo, Einaudi, Torino 1985, p. 29.
32 La “circumdrome del rasoio” consiste nel radersi più in fretta per aver più tempo per lavorare a una macchina che rada più in fretta per poi aver più tempo per lavorare a una macchina che rada ancora più in fretta, e così via, ad infinitum; in Georgescu-Roegen, op. cit., p. 75.
La “circumdrome del cocomero” consiste nel coltivare cocomeri da poter sfracinare sul campo, una volta maturi, sotto i cingoli dei trattori allo scopo di ottenere una più abbondante produzione di cocomeri l’anno successivo, e così via, ad infinitum.
33 O’CONNOR, L’ecomarxismo, Data News, Roma 1989.
34 Ivi, p. 11.
35 Ivi, p. 12.
36 Cfr. in B. COMMONER, op. cit., nel saggio Il significato economico dell’ecologia, pp. 311-348. Dice, tra l’altro, Commoner: “Un’impresa commerciale che inquini l’ambiente è sussidiaria della società; in questo senso, l’impresa benché libera, non è interamente privata. Se vogliamo invertire la corsa della degradazione ambientale, queste relazioni vanno cambiate”.
37 J. O’CONNOR, op. cit., pp. 11-12.
38 Ivi, p. 13.
39 Ivi, p. 27.
40 Ivi, p. 45.
41 H. JONAS, Il principio responsabilità. Un’etica della civiltà tecnologica, Einaudi, Torino 1990.
42 H. JONAS, La pace con la natura nasce dal cuore dell’uomo. Sotto questo titolo apparve nel n. 30 dell’ottobre 1989 di “Riza-Scienze” una lunga intervista concessa da Jonas. Da essa sono tratte questa e le successive citazioni da Jonas qui riportate.
43 V. SHIVA, In principio era la Shakti, “Il Manifesto”, 28.10.1989.
44 Sul Sahel, cfr. S. VIOLANTE, Introduzione al volume di P. SPREAFICO, La siccità nel Sahel. Il degrado di un territorio ed i suoi effetti sociali, CUSL, Milano 1990, pp. 5-24.
45 Le scansioni dell’impiego della terra indotto dalla crescita della pressione demografica, secondo il modello della Boserup, sono validamente presentate in D. GRIGG, op. cit. pp. 38-39. Sull’argomento, cfr. anche in: J. KOSTROWICKI, Geografia dell’agricoltura, Angeli, Milano 1983. Alla p. 198 si legge tra l’altro: “L’estendersi della zona coltivata e l’accorciamento del periodo di riposo del terreno senza sufficiente fertilizzazione supplementare del suolo, provocano un calo inevitabile dei raccolti. Da qui la necessità di un’ulteriore riduzione del periodo di riposo e contemporaneamente di un ulteriore aumento della superficie coltivata, il che a sua volta porta ad un ulteriore calo dei raccolti e al progressivo sterilizzarsi dei suoli. A mano a mano che i ritorni delle coltivazioni sullo stesso posto si fanno sempre più frequenti, il bosco non è più in grado di rinnovarsi per intero, si dirada, gli alberi cedono il posto ad una vegetazione di sottobosco composta prevalentemente di piante arbustive e cespugliose, cresce sempre più erba, si forma un tappeto erboso e il suolo diventa sempre più duro”.
46 I pastori nomadi che si spostano di oasi in oasi e che costruiscono la loro economia secondo antichi modelli, “simbioticamente” con gli agricoltori sedentari; questi, a loro volta, ancorati a forme di agricoltura discontinua nella quale coltivo e bosco sono funzionali l’uno all’altro, difendono insieme, forti dell’antica “ecologica” saggezza, la propria esistenza, il proprio territorio e la propria cultura. Per contro gli immigrati, eufemisticamente definiti “extra-comunitari” per mascherare il colore della loro pelle, che oggi bussano alle porte dell’Europa, sono gli avamposti di un mondo col quale l’intera umanità, senza distinzione fra ricchi e poveri, sarà chiamata a fare i conti sempre che non sia troppo tardi.
47 W. SACHS, Per un’archeologia dell’idea di sviluppo. Sotto questo titolo sono comparsi ne “Il Manifesto” undici articoli tra l’agosto e il settembre 1989. La citazione, e quelle di Sachs che seguono, sono estratte da essi, pubblicati il 22, 23, 24, 25, 26, 29, 31 agosto e il 2, 7, 9, 12 settembre.
48 In proposito scrive M. BRESSO (in “Dossier Ambiente”, n. 8, 1989, p. 32): “La dignità e il valore di una cultura non possono essere più legati ad una assurda gara sul primato del PIL. Se il Paese più ricco (almeno sul piano statistico) è anche, per definizione, quello che impone modelli culturali e di vita, svalutando tutto ciò che è altro da lui, non potremo che consumare tutte le nostre risorse materiali e intellettuali in una vana corsa”.
49 Per esempio sono da accreditare a Martinez-Alier (cfr. in Economia ecologica, passim) la riscoperta di Autori come Podolinskij e Vernadsky.
50 Questa affermazione di G. Becattini è riportata in R. Molesti, Economia dell’ambiente: per una nuova impostazione, IPEM Edizioni, Pisa 1988, p. 5.
51 Ivi, pp. XI-XII.
52 Vedi in Martinez-Alier, Economia ecologica, Garzanti, Milano 1991, p. 8, nell’introduzione al volume.
53 Vedi qui a n. 49.
54 Ivi, p. 5.
55 Ivi, p. 6.
56 Ivi, p. XII.
57 J. MARTINEZ-ALIER, Valutazione economica e valutazione ecologica come criteri di politica ambientale, in Capitalismo, Natura, Socialismo – rivista di ecologia socialista, n. 1, marzo 1991, p. 16.
58 Ivi, p. 21.
59 A. CARACCIOLO, L’ambiente come storia, Il Mulino, Bologna, 1988
60 Ivi, p. 8.
61 J. MARTINEZ-ALIER, Valutazione economica, ecc., cit. p. 16.
62 J. MARTINEZ-ALIER, Economia ecologica, cit., p. 31.
63 A. CARACCIOLO, L’ambiente come storia, cit. passim.
64 P. BRIMBLECOMBE – C. PFISTER, The Silent countdown. Essays in European Environmental History, Springer-Verlag, Berlino 1990.
65 Accanto alla “Environmental History Newsletter” è il caso di ricordare anche la rivista “Historical Ecology” il cui primo numero apparve a Praga nel 1988. Nella introduzione di Jaroslav Purs, professore alla Charles University e direttore dell’Istituto di Storia dell’Accademia delle scienze cecoslovacca, si legge: “Il primo volume, che comprende interventi su problemi di carattere storico-ecologico è stato licenziato per la stampa nell’aprile del 1988. Gli articoli e gli studi non si rifanno a degli standard identici e la storia ecologica è in essi filtrata dalla storia economica, cioè dalla storia dell’industria e dell’agricoltura, dalla geografia storica, dalla demografia storica, dalla storia delle scienze naturali e della tecnologia, dalla storia della medicina e dei servizi igienici e di altri campi di ricerca affini. Si può dire che l’ecologia storica, in quanto disciplina scientifica a sé stante, è in fase di costruzione. Potrebbe trattarsi di un punto di partenza fecondo per la creazione di una struttura, arricchita dagli studi sull’argomento, all’interno della quale verrebbero definiti i confini della ecologia storica, i suoi metodi e le sue tecniche, verrebbe esaminato il suo sviluppo storico, e definiti la sua base teorica e le relazioni con le altre discipline scientifiche, discipline dalle quali scaturiscono spesso idee originali e rivoluzionarie. È necessario cominciare affrontando i campi scientifici specifici, ma d’altra parte, è inevitabile perseguire un approccio interdisciplinare con le scienze sociali, naturali, mediche e tecniche e darsi da fare per la loro integrazione”. Ci pare superfluo sottolineare il forte richiamo alla pluridisciplinarità che da queste parole scaturisce.
66 È perlomeno singolare che nessuna rivista, nemmeno quelle storiche o ecologiste, salvo errore, in Italia abbia dato conto della Sezione C2 di Leuven. L’omissione potrebbe dipendere proprio dalla sottovalutazione tuttora imperante della ecostoria.
67 A. CARACCIOLO, op. cit., p. 20.
68 Cfr. in A.M. ANGELINI, op. cit.
69 Così si esprime il Caracciolo. In realtà, però, anch’egli insiste sulla questione definitoria tutt’altro che per “esercitazione”.
70 K.W. KAPP, Social costs of business enterprise, Asia Publishing House, Bombay-London-New York 1963, p. 290. A. CODDINGTON, The economics of ecology, in New Society del 19 aprile 1970, p. 596, cita, tra l’altro, da KAPP, The social cost of private entreprise (1950), valutando le esternalità negative:” lo sviluppo economico rende molte cose obsolete e, una tra le principali, la teoria economica”.
71 La letteratura specializzata distingue scrupolosamente il termine di crescita da quello di sviluppo. Una esauriente discussione sul loro significato si può trovare in J.D. GOULD, Storia e sviluppo economico, vol. I, Laterza, Bari 1975, pp. 11/16. In esso si sottolinea come gli inglesi si servano dei termini growth e development; i francesi di croissance e développement, gli spagnoli di crecimiento e desarrollo. In Italia l’uno o l’altro termine si usano, molto spesso, “ad occhio”; prova ne sia che il famoso libro di Rostow The Stages of Economic Growth è stato tradotto Gli stadi dello sviluppo economico. Una “perla” che trascriviamo pari pari dalle note al volume recentissimo (1991) di G. Nebbia, Lo sviluppo sostenibile è la seguente: “D.H. Meadows e altri, I limiti dello sviluppo, Mondadori, Milano 1972 (titolo originale I limiti della crescita)”.
72 In proposito è il caso di citare la recentissima riedizione dello scritto di C.M. CIPOLLA, La fine di un mondo che fu, in Storia economica dell’Europa pre-industriale, Il Mulino, Bologna 1990. La scansione proposta da Cipolla risale al 1962 ed i concetti da lui espressi si possono a giusta ragione considerare come entrati a far parte della letteratura “classica” in tutto il mondo. Non c’è studio sulla rivoluzione industriale che non vi faccia esplicito riferimento. Non so se sia azzardato affermare che Cipolla fu il primo a porre sul tappeto la questione della r.i. in termini energetici ma la sua straordinaria intuizione, benché ripetutamente citata e ripetuta, in Italia non stimolò ulteriori indagini e studi sulla medesima falsariga facendo di lui, malauguratamente, un grande maestro disertato dai discepoli potenziali. Ad assegnare a Cipolla il merito della “riscoperta” del fattore energia nell’indagine storico-economica c’è anche J. Martinez-Alier. “La storia ecologica – scrive – più facile da scrivere è lo studio sull’uso dell’energia … Il primo lavoro storico significativo sulla quantificazione dell’uso di energia è di Carlo Cipolla nel 1962, con un ritardo di quasi cento anni” (CNS, n.1, p. 22). Lo stacco secolare denunciato da Martinez va individuato nel terminus dal quale muove la sua Economia ecologica (cit.), cioè all’incirca dalla prima pubblicazione del The coal question di W.S. JEVONS che è del 1865. È significativo, per inciso, il fatto che in Italia il libro del famoso marginalista non sia mai stato tradotto e che questa bisogna se la siano assunta proprio i Quaderni di Storia ecologica: una versione quasi integrale del libro di Jevons in lingua italiana occuperà, quasi per intero, il secondo Quaderno che uscirà a primavera 1992”.
73 Nel capitolo introduttivo si legge: “Nella prima edizione dell’Encyclopaedia of the Social Sciences, pubblicata nel 1933, figurava un lungo articolo di Herbert Heaton, Industrial Revolution. Nella nuova edizione, dal titolo International Encyclopedia of the Social Sciences, pubblicata nel 1968, la voce Industrial Revolution scompare o, meglio, comporta soltanto i seguenti rinvii: Economy and Society; Industrialisation; Modernization. Questo mutamento, in trentacinque anni, è caratteristico della recente evoluzione delle idee intorno al problema”.
74 È il titolo dell’estratto, in ciclostile, della “Communication présentée au Premier Colloque Franco-Polonais d’Histoire”, ”Les relations économiques et culturelles entre l’Orient et l’Occident”, Nice-Antibes, 6-9 novembre 1980. È interessante confrontare anche con quanto asserisce R.M. Hartwell, La rivoluzione industriale inglese, Laterza, Bari 1976, p. 55: “Definendo la rivoluzione industriale come crescita economica, lo storico comincia a porre domande pertinenti, invece di scavare senza scopo negli archivi con un compiacimento da antiquario e, spesso, con un malinteso sdegno moralistico”.
75 R.M. Hartwell, op. cit.
76 Ivi, pp. 52/97
77 W.S. Jevons, The Coal Question, Macmillan, London-Cambridge 1865.
78 La frase appartiene a Ildebrando Imberciadori, una delle più illustri figure contemporanee della Storia dell’agricoltura.
79 A.W. Crosby, Imperialismo ecologico – L’espansione biologica dell’Europa, Laterza, Bari 1988.
80 Cfr. in M. Niveau, Storia dei fatti economici contemporanei, Mursia, Milano 1972, pp. 141-145.
81 In Italia sono da considerare di particolare rilievo gli studi, per citare soltanto i più significativi, di D. Moreno, B. Finzi, P. Bevilacqua; apprezzabili anche le fatiche di alcuni giovani studiosi milanesi, come P. Spreafico, F. Di Lucchio, L. Ceriotti.
82 In questa direzione si muovono studiosi come E. Tibaldi, G. Pacchetti e G. Soncini.
83 In argomento occorre segnalare di D. Grigg, Alimentazione e sviluppo economico – Fame e malnutrizione nel mondo. Otium, Ancona, 1989.

