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R. Videsott (1778-1857)

La figura di Videsott, nato nel settembre 1904 a Trento, città allora annessa all’impero austro-ungarico, è strettamente legata al salvataggio del parco nazionale del Gran Paradiso, il più antico dei parchi italiani, di cui fu direttore per un quarto di secolo, dal 1944 al 1969, attuando una vigorosa opera di riorganizzazione e dotando lo stesso di autonomia amministrativa. Libero docente alla cattedra di patologia e clinica medica veterinaria e, a partire dal 1943, incaricato della direzione dell’omonimo istituto presso l’università di Torino ((1.  Queste notizie sono desunte dalla laudatio che ha accompagnato il conferimento a Videsott, nel 1964, della medaglia d’oro Alexander Von Humboldt per l’azione svolta nel campo della protezione della natura, contenuta in A. SILVESTRI, Note biografiche su personaggi del Movimento italiano per la protezione della natura, dattiloscritto, pp. 6-8, messomi a disposizione dallo stesso Silvestri, ex presidente della Federazione Nazionale Pro Natura (Federnatura).)), Videsott aveva tentato nello stesso anno con successo l’introduzione di una colonia di stambecchi in Alto Adige, dove dirigeva la riserva di caccia di Marebbe. Allontanato dalla riserva dalle forze nazi-fasciste, il futuro fondatore del MIPN nell’agosto del 1944 fu proposto dal comitato di liberazione nazionale di Torino per la carica di commissario straordinario per il parco nazionale Gran Paradiso; accettato l’incarico a Videsott fu affidata immediatamente una missione politico-naturalistica presso i comandi partigiani siti nel parco ((Cfr. R. PRATI, Il parco nazionale del Gran Paradiso negli anni di crisi (1944-1948), in AA.VV., Una vita per la natura. Scritti sulla conservazione della natura in onore di Renzo Videsott nel cinquantenario del Parco Nazionale Gran Paradiso, Camerino, Savini-Mercuri, 1972, pp. 18-25.)).

Negli anni della Resistenza il parco viene descritto come una fortezza assediata che alternò in tre fasi i suoi occupanti: in un primo tempo i residui dell’esercito italiano sulle Alpi Graie, successivamente l’assedio nazi-fascista, infine il controllo da parte dei partigiani e degli anglo-americani. Ma già prima del conflitto mondiale, nel periodo fascista, come denunciò lo stesso Videsott, il parco aveva subito gravi danni attraverso “la pazzia totalitarista mussoliniana che snaturò quest’organismo puramente tecnico – la commissione autonoma del parco – trasformandolo in un asservimento politico, e lo chiamò milizia forestale!” ((R. VIDESOTT, Esposizione storico-critico-descrittiva del parco nazionale del Gran Paradiso, 31 dicembre 1945, in Una vita per la natura, cit., pp. 58-71.)).

L’aver concepito il parco in funzione politica anziché in funzione tecnica, generando “incompetenza”, “menefreghismo” e “corruzione” fu la responsabilità maggiore del comando della milizia forestale fascista di Roma nel periodo 1934-1945, unitamente alla riduzione di numero delle guardie e al licenziamento di quelle scelte tra i locali, sostituite dagli inesperti e scarsamente motivati militi usciti dalla scuola forestale.

Il compito di ricostruzione del parco appariva dunque complesso: occorreva “persuadere” i bracconieri e i valdostani in generale, che la montagna era proprietà privata, o comunale, tranne i 2300 ettari prima dei Savoia, poi dello Stato italiano; vincere nei confronti del Videsott la naturale xenofobia dei valdostani, feriti nei loro interessi immediati e nel loro orgoglio montanaro, vincere la lunga inerzia e indecisione dei funzionari alleati occupanti; persuadere (ed era difficile) la ex Milizia Forestale a cedere le sue funzioni ad un nuovo organismo autonomo, che aveva la responsabilità del parco; ripristinare i mezzi e i complessi umani dei guardiaparco da sostituire; reperire i fondi per restaurare le proprietà disperse e distrutte; sensibilizzare al massimo lo Stato e l’opinione pubblica al problema, arrestare la distruzione e rendere possibile la vita sui monti alla fauna superstite” ((R. PRATI, Il parco nazionale Gran Paradiso, cit., pp. 22-23.)).

E questo nel quadro di una situazione che rinnovava il conflitto bellico sul suolo italiano sotto la duplice forma di guerra civile e di guerra d’invasione straniera. La regione valdostana, in particolare, viveva uno dei più seri fermenti politici che avessero mai agitato la valle. Una lettera di Videsott offre la sintesi della situazione che si prospettava ai responsabili della disciplina del parco.

“Il 3.XI.44, le forze nazi-fasciste hanno rioccupato Cogne, che era stata liberata dai partigiani il 12 luglio ‘44. Questi delinquenti nazi-fascisti hanno tolto il fucile sia alle guardie posticce della società Cogne, sia ai ritenuti infedeli forestali! Così il mio lavoro costruttivo-difensivo fu stroncato” (( Lettera di Renzo Videsott al brigadiere Pellini, settembre 1944, in Una vita per la natura, cit., p. 23.)).

Con la dissoluzione degli eserciti e con la fase di disordine ad essa collegata, il parco divenne oggetto dell’assalto dei bracconieri muniti delle armi belliche. Ancora sulla difficoltà di gestione del parco, è illuminante una lettera di Videsott al CLN di Aosta, nella quale il commissario straordinario esprimeva le proprie preoccupazioni “perché, dacché vive lo stambecco, esso è vicino ad una totale e definitiva estinzione”, sottolineava “il valore economico, storico, scientifico, tradizionale della vita del Parco, che è di interesse nazionale” e metteva al corrente il CLN della minaccia di dissolvimento del parco stesso dovuta al fatto che

“1) ogni funzione di difesa della vita animale e floreale del Parco è sospesa (…). 2) Tutte le guardie forestali sono a tutt’oggi disarmate, perciò nella impossibilità di affrontare bracconieri armati. 3) In alcune zone del parco non esiste nemmeno una guardia forestale, mentre all’epoca della Commissione Reale per il P.N.G.P. nelle stesse zone ne esistevano da cinque a quattordici. 4) Mai come in questo tempo ci sono tanti armati che contro legge girano per il Parco. (…) 9) Il numero degli stambecchi che erano 3800 [nel 1934], sono scesi a circa 150/250; cifre consimili, ma ancora più imprecise, riguardano i camosci e le marmotte” ((Lettera di Renzo Videsott al C.L.N. di Aosta, Aosta, 2 luglio 1945, in Una vita per la natura, cit., pp. 48-49.)).

La lettera al CLN di Aosta si concludeva con la richiesta di un “provvedimento efficace ed urgentissimo di tutela, tanto più che si è verificato un caso di bracconaggio perfino da elementi delle Forze Alleate” e con una dichiarazione programmatica: “La storia di questa distruzione, che interesserà naturalisti di tutto il mondo, non troverà in me un responsabile.” Una promessa mantenuta. L’opera di riorganizzazione amministrativa e di ricostituzione dei servizi di protezione attuata da Videsott nel periodo 1944-47 riuscì ad arginare lo stato di abbandono e il progressivo spopolamento faunistico del Gran Paradiso. La complessa opera di salvataggio fu affrontata con energia da Videsott, il quale rivolse continue implorazioni di aiuto attraverso un centinaio di epistole esortative alla società Cogne, alla AEM di Torino, alla FIAT, al maggiore Howell, commissario militare alleato in Aosta, al sottosegretario di stato alla difesa, al Ministero del tesoro, ai prefetti di Aosta e Torino, al sottosegretario alle finanze Passerin d’Entrêves, ai direttori dei parchi nazionali elvetici e a vari naturalisti.

Sottratto il parco al disfacimento, assestatolo materialmente e finanziariamente, Videsott comprese la necessità di trasformarlo in ricchezza per il bene dello Stato e delle popolazioni montane. Iniziò quindi un’attività di promozione attraverso un’oculata ricerca di collaborazioni e di consensi, tentando di coinvolgere nella tutela personaggi del mondo scientifico e la stampa nazionale ed internazionale, nella consapevolezza che il parco non dovesse immiserirsi in funzioni venatorie, ma rappresentare uno strumento didattico-pedagogico al servizio della collettività. Fin dal settembre 1945 iniziò dunque in questa prospettiva ad intrecciare relazioni con parchi nazionali americani; successivamente, con la partecipazione ai lavori della conferenza internazionale per la Protezione della natura di Brunnen nel giugno 1947, riuscì a far inviare dalla confederazione elvetica al ministro all’Agricoltura e Foreste Antonio Segni i fondi necessari alla retribuzione delle guardie del parco per alcuni mesi; ne risultò un secco monito al ministro per convincerlo a far subentrare lo Stato italiano nel finanziamento del più importante fra i parchi nazionali italiani.

Nel 1947, quando venne insediato il primo consiglio di amministrazione, impostato su nuove basi, Videsott rifiutò la carica onorifica di presidente per assumere le funzioni di vicepresidente e direttore tecnico senza emolumenti. Quattro anni più tardi venne nominato direttore e sovrintendente, rinunciando in seguito alla attività accademica per dedicarsi interamente allo sviluppo del parco ((Cfr. Laudatio per il conferimento della medaglia d’oro Alexander von Humboldt, cit., pp. 6-8.)).

L’importanza storica della figura di Videsott risiede non solo nell’ appassionata azione di immediata salvaguardia e nella successiva oculata gestione del parco nazionale del Gran Paradiso, ma anche nell’avere saldato, assieme ad Alessandro Ghigi, il nascente movimento protezionistico italiano a quello internazionale. Fondando nel 1948 il MIPN Videsott aveva subito compreso l’esigenza di stabilire dei collegamenti internazionali. Ecco perché nel programma statutario dell’associazione era esplicitamente prevista la partecipazione “ad ogni iniziativa internazionale o federale fattrice di utilità comune o d’intesa e di unione tra i popoli” ((Statuto del MIPN, in W. GIULIANO, La prima isola cit., p. 116.)).

In questa prospettiva partecipò, assieme al fratello Paolo, alla conferenza internazionale per la protezione della natura indetta dall’UNESCO a Fontainebleu, i cui lavori si svolsero dal 29 settembre al 7 ottobre 1948 culminando con la costituzione della UIPN. In quel consesso Videsott, che rappresentava tre dei quattro organismi italiani presenti -il MIPN, l’Ente parco nazionale Gran Paradiso e l’Associazione nazionale per i paesaggi e i monumenti pittoreschi d’Italia- fu chiamato a far parte del primo comitato esecutivo dell’UIPN, presieduto dallo svizzero Charles Bernard ((“Vous avez été un des membres fondateurs en 1948 à Fontainebleu de l’Union internationale pour la protection de la nature (UIPN) comme elle était nommée alors et vous avez également été membre du premier comité sous la Présidence du Dr. Ch. J. Bernard. Aujourd’hui vous êtes heureux, comme moi, de voir le développement et l’extension qu’a pris l’activité de cette organisation internationale fondée à une époque où seuls quelques hommes clairvoyants et idéalistes avaient le courage d’exprimer leurs opinions”. Lettera di Jean G. Baer a Renzo Videsott, 3 dicembre 1972, in Una vita per la natura, cit., p. 5.)).

Dalla sua posizione di rappresentante dell’Italia nel comitato esecutivo dell’organismo, Videsott intravide la possibilità di trasformare il parco nazionale del Gran Paradiso, ancora appoggiato su basi gracili, in un ricco parco internazionale o federale. In questa visione egli considerava la costituzione dell’UIPN un passo verso la realizzazione del federalismo europeo, operato dai naturalisti accomunati nello studio delle scienze ambientali ((Cfr. Lettera di Renzo Videsott a Domenico Peretti Griva, primo presidente alla corte d’appello a Torino, 2 novembre 1948, e Lettera di Renzo Videsott all’on. A. F. Farinet, 11 novembre 1948, in Una vita per la natura, cit., pp. 39-40 e 84-86.)).

Nel 1970 Videsott venne chiamato alla presidenza della sezione nazionale del CIPU – Consiglio internazionale per la protezione degli uccelli – fondata nel 1955 da Augusto Toschi, allievo di Ghigi e suo successore nella direzione del Laboratorio di zoologia applicata alla caccia di Bologna ((Cfr. A. TOSCHI, La protezione degli uccelli rari, in Una vita per la natura, cit., pp. 428-434.)).

Dotato di personalità carismatica, Videsott come Ghigi seppe fare opera di proselitismo oltre a svolgere di un’intensa azione per la diffusione del concetto di protezione di flora e fauna attraverso scritti scientifici e divulgativi ((Ad esempio Alfredo Todisco, intellettuale e uomo di cultura, ha scritto di avere iniziato il suo impegno giornalistico di tutela dell’ambiente centrato sulla difesa degli animali nel 1954 attraverso l’incontro e gli insegnamenti ricevuti dall’allora direttore del parco del Gran Paradiso. Cfr. A. TODISCO, Animali addio, Torino, S.E.I., 1973, pp. 4-8. Anche Alberto Silvestri, presidente della federazione Pro Natura (Federnatura) negli anni ‘80, iniziò il proprio impegno ambientalista fondando nel 1966, dietro esplicito invito di Videsott, l’associazione naturalistica Pro Natura Forlì. Cfr. A. SILVESTRI, La difesa del patrimonio naturale in relazione alla caccia, all’agricoltura e al turismo, Forlì, tip. Zauli, 1969, pp. 9-)).

Per oltre un quarto di secolo Videsott diede impulso all’attività volta a garantire al parco del Gran Paradiso quell’autonomia, quell’integrità isolatrice e protettiva e quella consistenza di personale che considerava necessarie per conferire ai parchi italiani la loro qualifica naturale e scientifica. Fin dal marzo 1946 presentò ad Aosta una bozza di progetto-legge per la costituzione dell’Ente autonomo parco nazionale Gran Paradiso. Nel giugno dello stesso anno lo schema di decreto legge per il parco, che diverrà decreto legislativo del capo provvisorio dello Stato nel 1947, passava vittoriosamente, pur se con qualche modifica, all’esame del consiglio della Valle d’Aosta. Il consiglio valdostano eliminò dallo schema di decreto legge disegnato da Videsott l’anello di protezione intorno al parco e respinse la proposta di esproprio dei terreni non appartenenti allo Stato. Veniva comunque accettato il principio della piena autonomia amministrativa e tecnica del parco, con trapasso di ogni competenza dalla Azienda Stato Foreste Demaniali all’Ente autonomo del parco nazionale del Gran Paradiso dotato di proprio consiglio di amministrazione, proprio corpo di guardia parco e proprio sufficiente bilancio. Contro l’autonomia del parco, tuttavia, in attesa della firma ministeriale del decreto di istituzione dell’Ente autonomo parco Gran Paradiso, si doveva registrare a Roma la resistenza del Ministero del tesoro. Il decreto dal quale dipendevano burocraticamente i parchi, giacente dal settembre 1946 sul tavolo del ministro dell’agricoltura e delle foreste, venne infine firmato dopo che Videsott, in seguito a molteplici riunioni interministeriali, era riuscito a far approvare a Roma il principio che ogni parco italiano dovesse essere governato da una commissione locale autonoma assommante tutte le forze interessate. Una commissione consultiva centrale presso il Ministero dell’agricoltura e delle foreste venne designata per il coordinamento delle varie direttive assieme ai rappresentanti dei parchi ((Cfr. R. PRATI, La difficile autorizzazione per lavorare per il parco; Lettera di Renzo Videsott al dott. Zimmerli, direttore del parco nazionale svizzero dell’Engadina, Torino, 7 aprile 1947; e Lettera di Renzo Videsott all’ing. Ugo Bayer, Torino, 4 agosto 1949, in Una vita per la natura, cit., pp. 26-42, pp. 81-84, pp. 87-89.)).

Tra i punti cardine del pensiero di Videsott in materia di parchi una rilevanza particolare era rivestita dall’esigenza che nella composizione del consiglio di amministrazione e alla direzione dell’ente parco prevalessero le competenze naturalistico-biologiche rispetto a quelle delle varie correnti politiche, mentre naturalmente dovevano essere escluse le tendenze affaristico-speculative. Una necessità elementare era rappresentata dal fatto che il parco fosse un comprensorio unico, dotato di confini razionali determinati in base alle esigenze biologiche della fauna da proteggere e non da ragioni politiche ((Cfr. R. VIDESOTT, Contributo per un razionale tracciamento del confine di un parco nazionale, in atti del convegno “La protezione della natura e del paesaggio” cit., pp. 118-123.)).

Nel corso del primo congresso internazionale degli amministratori e direttori dei parchi nazionali tenutosi a Cogne nel 1955, Videsott formulò per la prima volta il concetto di parco diviso in zone al fine di ottemperare alla triplice esigenza della protezione di fauna e flora, della ricerca scientifica e dello sviluppo del turismo. Il piano di Videsott prevedeva la suddivisione del parco in tre fasce: una prima area di protezione integrale assoluta, una seconda accessibile a scopi scientifici, infine una terza destinata all’affluenza turistica ((Cfr. R. VIDESOTT, Problemi di organizzazione e di vita dei parchi nazionali d’Italia, in atti del primo convegno internazionale degli amministratori e direttori dei parchi nazionali, Cogne 28 agosto 1955, Torino, Ed. Parco nazionale Gran Paradiso, pp. 69-84.)).

Nel rapporto, che conteneva un piano di organizzazione successivamente preso a modello e adottato dai responsabili dell’istituendo parco nazionale della Vanoise, Videsott, in linea con quanto andava elaborando all’interno della commissione per la protezione della natura e delle sue risorse del CNR, di cui era membro fin dall’istituzione nel 1951, insisteva sull’importanza delle ricerche scientifiche sulla fauna al fine di una migliore tutela, da ottenersi appunto attraverso l’approfondita conoscenza dei comportamenti e della biologia animale. Sottolineando il ruolo educativo e sociale dei parchi nazionali Videsott comprese in anticipo l’importanza e la conseguente pressione che il turismo avrebbe esercitato sulle aree ambientali protette, nella convinzione che un parco ben organizzato e potenziato valorizzasse economicamente l’industria turistica delle zone adiacenti integrando i bilanci comunali e contribuendo alla lotta contro lo spopolamento montano.

(tratto da: Edgar H. Meyer, I Pionieri dell’ambiente. L’avventura del movimento ecologista italiano. Cento anni di storia, Milano, Carabà Edizioni).