Dario Paccino. Dall’imbroglio ecologico alla crisi climatica, a cura di Maurizio Da Re e Antonio Schina, Pistoia, Centro di documentazione di Pistoia, 2024, pp. 103, € 13,00.
La fama di Dario Paccino (1918-2005) rimane essenzialmente legata a un testo di grande successo che ebbe tra l’altro il merito di formare una generazione di ambientalisti di sinistra: L’imbroglio ecologico. L’ideologia della natura, pubblicato da Einaudi nel 1972.
Paccino è stato tuttavia un pubblicista, un pensatore e un militante la cui attività politica e culturale si è dispiegata su un arco temporale molto precedente ma anche molto successivo all’uscita de L’imbroglio ecologico, dalla Resistenza nelle file delle Brigate Matteotti fino agli ultimi scritti dei primi anni Duemila. A lui, oggetto già quattro anni fa di un importante recupero critico con la riedizione de L’imbroglio ecologico corredata da un’introduzione di Gennaro Avallone, Lucia Giulia Fassini e Sirio Paccino1 è dedicato questo profilo collettivo curato da Maurizio Da Re e da Antonio Schina per la collana “I quaderni dell’Italia antimoderata” edita dal Centro documentazione di Pistoia pressoché in contemporanea con un’altra importante opera collettiva curata sempre da Gennaro Avallone e Sirio Paccino sulla quale avremo modo di ritornare2.
Il profilo curato da Da Re e Schina è articolato in quattro parti: un’illustrazione della figura di Paccino e del suo pensiero, una collocazione del suo pensiero nella situazione attuale, alcune testimonianze sul suo impegno editoriale e una bibliografia piuttosto dettagliata. Un omaggio che in modo del tutto coerente compare in una collana di biografie di “antimoderati”, personaggi
che credono e praticano la fedeltà di classe, il primato del soggetto-classe sul predicato-partito, mai fine e semmai mezzo, la conoscenza concreta attraverso la pratica dell’inchiesta, il lavoro dentro-e-fuori le organizzazioni […] che provano a realizzare nuove sperimentazioni teoriche e pratiche, fuori da quella che è la posizione consolidata e apparentemente inamovibile del togliattismo, fondata sulla convinzione che vada privilegiato il cambiamento dei rapporti di produzione, senza porsi l’obiettivo del cambiamento dei modi di produzione […] che hanno la coscienza e la capacità di opporsi a chi vorrebbe depotenziare sempre e comunque tutte le espressioni di antagonismo e di autonomia dei citi subalterni, tutte le posizioni di riflessione culturale e politiche che non si ritrovano in questa linea di pensiero3.
All’interno di questa ottica i volumi precedenti sono stati dedicati a Luciano Bianciardi, Giovanni Pirelli, Raniero Panzieri, Stefano Merli, Guido Quazza, Massimo Gorla, don Bruno Borghi, Franco Fortini e Sebastiano Timpanaro.
Per collocazione editoriale e per come è stato concepito e realizzato il volume costituisce un contributo importante alla conoscenza di una figura finora relativamente poco studiata dell’“altronovecento”. I punti di forza dell’opera sono dati dal fatto che quasi tutti i saggi sono in realtà testimonianze di prima mano di collaboratori e compagni di strada di Paccino negli ultimi trent’anni della sua vita e dalla bibliografia finale, mentre un punto in questo contesto di grande debolezza è purtroppo l’assenza di un profilo biografico sistematico ed esaustivo, assenza che lascia in ombra non solo lunghi periodi della sua vita ma anche molti aspetti decisivi del suo pensiero e della sua attività. In questo modo Di Paccino sfuggono infatti del tutto la formazione politica e poi la lotta partigiana, l’evoluzione all’interno della sinistra socialista negli anni Cinquanta e Sessanta, le modalità della precoce scoperta della questione ambientale, l’importante collaborazione con Valerio Giacomini all’interno della Federazione Pro Natura, il rapporto con l’attività giornalistica professionale.
Quella che viene invece in luce in queste pagine è la parabola del Paccino scrittore e soprattutto dell’intellettuale/militante rosso-verde che si dispiega tra la metà degli anni Sessanta e il 2005 grazie a libri, articoli, collane editoriali, riviste e una continua presenza nei luoghi del conflitto. Le tappe principali di questa parabola possono essere considerate la pubblicazione insieme a Mario Lodi nel 1966 di un manuale di educazione ambientale in tre volumi4; la pubblicazione nel 1970 di Domani il diluvio, uno dei primi testi italiani di introduzione alla crisi ecologica5; la fondazione nel 1970 e poi la direzione della rivista “Natura e società”, organo della Federazione Pro Natura in quegli anni presieduta da Valerio Giacomini6, il grande successo de L’imbroglio ecologico, uscito negli stessi mesi della Conferenza Onu di Stoccolma sull’ambiente umano e dei Limits to Growth del Club di Roma7; la creazione nel 1979 della rivista “Rossovivo”, durata fino al 1986 e alla quale Antonio Schina dedica uno dei saggi del volume; infine, a metà anni Novanta, la creazione della “Biblioteca per invendibili e malvenduti”, una “piccola casa editrice indipendente autoprodotta e auto-finanziata dal circuito antagonista”.
La scrittura e l’attività editoriale non soltanto erano le attività che, per lunga consuetudine professionale, Paccino conosceva meglio e nelle quali si trovava più a suo agio ma erano soprattutto quelle che considerava come gli strumenti essenziali per forgiare una lucida consapevolezza del presente, opposta alle mistificazioni e alle manipolazioni cognitive del capitale, e per organizzare una resistenza adeguata alla devastazione sociale e ambientale necessariamente prodotta dal modo di produzione capitalista.
Il tenace lavoro culturale e politico di Paccino si è svolto, con poche eccezioni tra cui L’imbroglio ecologico è la più importante, in ambiti relativamente di nicchia e in ogni caso non mainstream,né all’interno dell’ambientalismo né all’interno della sinistra. A questa distanza rispetto ai principali centri della comunicazione e della politica istituzionale italiani, distanza che ha reso più labile la memoria del contributo di Paccino rispetto a quella di altre figure storiche della sinistra e dell’ambientalismo italiano, hanno contribuito vari elementi. Il primo di questi elementi è stato una lucidità tragica e “abissale” sulla potenza distruttiva del capitalismo e della tecnologia, assolutamente condivisibile ma estremamente difficile – ieri come oggi – da convertire in senso comune e poco spendibile politicamente se non nell’ambito di vertenze specifiche e di circoli di avanguardia. In secondo luogo una radicalità politica generosa e senza compromessi, non incline a dialoghi e mediazioni con soggetti distanti, radicalità che in alcuni casi ha tra l’altro portato a entusiasmi dimostratisi presto drammaticamente illusori (non credo sia un caso che nessuno degli autori abbia citato l’unica altra opera di Paccino pubblicata da Einaudi, L’ombra di Confucio8). Il terzo elemento è stata la scelta, ovviamente consapevole e voluta da parte di un comunicatore di professione, di una postura sempre fortemente polemica, acuminata, diametralmente opposta a quella altrettanto radicale dal punto di vista politico ma profondamente dialogante e pedagogica verso i “lontani” che aveva Giorgio Nebbia nel suo scrivere. Esemplare in questo senso il giudizio divergente che Paccino e Nebbia diedero – al momento della loro comparsa e in seguito sempre – de I limiti dello sviluppo: per il primo un tipico prodotto della macchina della mistificazione capitalista, per il secondo un fondamentale elemento di presa di coscienza della crisi ambientale.
Dario Paccino è stato comunque un protagonista importante dell’ambientalismo italiano della seconda metà del Novecento e dell’articolazione tra sinistra di classe e ambientalismo, che vale senz’altro la pena di studiare, recuperare e ripensare. Perché, anzitutto, la sua eredità non sarà forse mainstream ma è sicuramente viva, come dimostrano molto bene le testimonianze e i saggi di questo libro e come ha dimostrato la riedizione de L’imbroglio ecologico. Poi perché alcune delle sue intuizioni e dei suoi cavalli di battaglia restano drammaticamente attuali, e anzi acquistano una crescente attualità col passare del tempo. Maurizio Da Re, ad esempio, è l’unico che nel libro parla di greenwashing, ma in fondo proprio l’onnipervasiva e consapevole presenza del greenwashing può essere considerata la versione odierna dell’imbroglio capitalista che Paccino denunciava – non cogliendo sempre i bersagli giusti – oltre mezzo secolo fa. E soprattutto è intramontabile e centrale il nesso, che stava al cuore del pensiero e delle preoccupazioni di Paccino, tra profitto e rendita da un lato e distruzione dell’ambiente dall’altro. Ripercorrere infine la vicenda politica di Paccino porta al cuore di una vicenda ancora poco battuta dalla ricerca storica e in genere non molto ricordata: quella del nesso tra questione ambientale e i movimenti “antagonisti” derivanti in vario modo dall’operaismo. Un nesso che pur non essendo stato sempre organico ha avuto e continua ad avere una rilevanza politica e culturale notevole e al quale Paccino ha dato in Italia un contributo decisivo, con i suoi scritti come con la sua militanza.
1 Dario Paccino, L’imbroglio ecologico. L’ideologia della natura, Verona, Ombre Corte, 2021.
2 L’ecologia politica di Dario Paccino. Tra l’imbroglio ecologico e le lotte contro il nucleare, a cura di Gennaro Avallone e Sirio Paccino, Verona, Ombre Corte, 2024.
3 Dalla presentazione della collana nella seconda di copertina del libro.
4 Mario Lodi e Dario Paccino, L’uomo e la natura – Alla scoperta della natura – La macchina uomo e le macchine dell’uomo, Bologna, Calderini, 1966.
5 Dario Paccino, Domani il diluvio, Bologna, Calderini, 1970.
6 Su questa vicenda qualche cenno in Luigi Piccioni, “Ecologia e lotta di classe. Una corrispondenza tra Giorgio Nebbia e Dario Paccino 1971-1972”, “altronovecento. ambiente tecnica società”, n. 42, agosto 2020.
7 Dario Paccino, L’imbroglio ecologico, Torino, Einaudi, 1972.
8 Dari Paccino, L’ombra di Confucio. Uomo e natura in Cina, Torino, Einaudi, 1976.

