Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Una “questione” planetaria

image_pdfScaricaimage_printStampa

Introduzione a La questione del carbone. Un’inchiesta sul progresso della nazione e il probabile esaurimento delle nostre miniere di carbone, “Quaderni di storia ecologica”, n. 2, 1992.

Scopo di questa breve presentazione è quello di offrire al lettore qualche spunto di riflessione sulla “riscoperta”, relativamente recente, di The coal question e su alcuni degli argomenti in essa contenuti. Argomenti intorno ai quali, negli ultimi venticinque anni, si è indubbiamente accresciuta e consolidata l’attenzione degli studiosi e dei mass-media, stimolati dall’urgenza dei problemi economici, sociali e politici derivanti dalla crescente scarsità di risorse energetiche e materiali sulla Terra. Problemi la cui soluzione è resa ancor più ardua da una sempre più preoccupante pressione demografica.

Agli storici in particolare, quest’opera si ripropone in tutta la sua modernità e freschezza al punto di indurli a collocare Jevons fra i precursori della storia ecologica. Nel primo numero di questi Quaderni, sotto la rubrica “I precursori” abbiamo dedicato ampio spazio a Sergej Podolinskij e ora il secondo numero è pressoché interamente occupato da The coal question in ossequio alla ricchezza ed attualità delle considerazioni che ne fanno, nonostante la vetusta età, un testo ancora pienamente valido nel nostro tempo, a livello planetario.

Un vuoto che si riempie

Circa un anno fa, quando licenziai per la stampa la bibliografia per il mio corso di storia economica all’Università Bocconi, contenente fra l’altro The coal question di Jevons, mi raggiunse una singolare telefonata di chi era preposto alla stampa dei programmi ad uso degli studenti. Senza dubbio egli non aveva fatto attenzione al nome dell’autore e voleva sapere se per caso non mi fossi sbagliato nell’indicare una data di edizione del volume vecchia di quasi un secolo, ben consapevole che, di norma, per la preparazione agli esami si suole segnalare la letteratura più recente e aggiornata sul tema oggetto del corso.

Lo rassicurai dicendo che la data era proprio quella, il 1906 (terza edizione dell’opera di Jevons curata da Flux), commettendo a mia volta un errore e cioè quello di ignorare la riedizione anastatica apparsa in Inghilterra in occasione del centenario della prima edizione della coal question. Gli significai anche che non conoscevo altra opera “storica” così puntuale come quella di Jevons, apparsa per la prima volta accompagnata da vasto fervore polemico nel 1865, in materia di esauribilità di fonte energetica fossile e delle conseguenze economiche e politiche che ne sarebbero derivate.

The coal question appare ora in versione italiana nei Quaderni di storia ecologica e va senza dubbio a riempire un vuoto nella nostra letteratura economica e storica. L’intento di sottoporre ad un più vasto pubblico italiano l’attualità del pensiero di Jevons ci sembra essere soddisfatto proprio nel momento più consono, quando cioè si sono fatte più pesanti le preoccupazioni per la minaccia di esaurimento delle scorte accessibili di fonte energetica non rinnovabile.

Non c’è dubbio che, alle soglie di un nuovo spartiacque energetico di portata planetaria, l’opera di Jevons ci si presenta ricca di straordinarie anticipazioni e intuizioni. L’era del petrolio, che ha fatto seguito a quella del carbone, ben lontana dallo smentirle o solo dall’offuscarle, ha anzi esaltato le previsioni di Jevons intorno alla crescente scarsità delle fonti energetiche fossili, fatta più grave dal geometrico moltiplicarsi della popolazione della Terra. Non a caso al summit di Rio de Janeiro capi di stato e di governo di tutto il mondo si sono affannati a discutere della progressiva dissipazione delle risorse naturali, a riflettere sulla dissennatezza di programmi di illimitata crescita economica, ad arrovellarsi alla ricerca di uno “sviluppo sostenibile” perentoriamente contraddetto dalle leggi della natura, indubbiamente più solide di quelle dell’economia.

L’attualità di Jevons

L’attualità di The coal question non ha mancato d’esser rilevata già da tempo. Nicolas Georgescu-Roegen, nel suo famoso saggio Energia e miti economici (che in prima stesura è del 1972), fa ripetuti richiami a Jevons e, a chiusura, riprende quasi alla lettera, certamente con intenzione, le parole conclusive della coal question che, una volta constatata l’impossibilità di una crescita senza limite, suonano: “We have to make the momentous choice between brief but true greatness and longer continued mediocrity”.

Dice infatti Georgescu: “Forse il destino dell’uomo è quello di avere una vita breve, ma ardente, eccitante e stravagante, piuttosto che un’esistenza lunga, monotona e vegetativa”.

Da parte del “fondatore” della bioeconomia ovviamente erano inevitabili, nei confronti di Jevons, dei rilievi critici severi quantunque gli venissero accreditate, tuttavia, quelle “circostanze attenuanti che non possono però essere invocate da chi è venuto dopo che il dogma meccanicistico era già stato rifiutato addirittura dalla fisica”. La rilevanza di un Jevons anticipatore delle conseguenze economiche della progressiva scarsità di fonte energetica è del resto sottolineata anche altrove (Martinez-Alier in Economia ecologica, 1987) benché qui la critica sia meno sfumata di quanto non appaia in Georgescu-Roegen.

Comunque, quello di studiare e “giudicare” il pensiero economico di Jevons lungo tutto l’arco della sua opera e non solo su di uno specifico scritto, è compito che spetta più agli economisti che agli storici. Se si è ritenuto di dare alla luce, in versione italiana, la Questione del carbone è perché – come già detto – Jevons sviluppa le proprie analisi intorno ad alcuni problemi ancora saldamente validi nel nostro tempo. È il caso di condensare il filo del suo pensiero in qualche riga: la Gran Bretagna gode di una indiscussa posizione di primato economico e civile nei confronti di tutte le altre nazioni del mondo. La ragion prima di tale primato risiede nel possesso, nella accessibilità e nella capacità di sfruttamento delle miniere di carbone.

La possibilità di sfruttare il carbone si accompagna con la messa a punto di tecnologie e tecniche capaci di trasformare, attraverso la combustione, energia termica in energia meccanica; la fonte fossile va ad associarsi e a sostituire il legname di boschi e foreste in irreversibile esaurimento e dacché mulini idraulici, a vento e di marea si sono dimostrati insufficienti a coprire i bisogni energetici di una società in evoluzione. Sul carbone, quindi, poggiano le “magnifiche sorti” dell’impero britannico tanto da far dire a Stephenson: “la forza dell’Inghilterra risiede nelle miniere di carbone e di ferro… Il Lord Cancelliere siede ora su una balla di lana, ma la lana già da tempo ha cessato di essere emblematica del principale genere di consumo inglese. Egli dovrebbe sedere su di un sacco di carbone”. Benché, in virtù del carbone, l’Inghilterra si trovi all’apogeo della propria potenza, secondo Jevons la prospettiva per il futuro non deve essere segnata dal trionfalismo bensì dalla preoccupazione della finitezza degli stock di carbone britannico tutt’altro che inesauribili. Il possesso di grosse riserve di combustibile fossile finirà per favorire altre nazioni, come gli Stati Uniti e la Germania, alle quali rischia di trasferirsi lo scettro del primato.

Nella seconda metà del XIX secolo una siffatta previsione poteva poggiare tranquillamente sulle cifre (l’ammontare delle riserve note di carbone) e sui fatti (l’impetuosa crescita economica americana e tedesca) che erano sotto gli occhi di tutti. Per il Regno Unito, al vertice della propria potenza, stava delineandosi la fase del declino, lenta, graduale, irrevocabile.

L’Inghilterra, costretta a rinunciare al proprio ruolo di avanguardia nella crescita materiale si sarebbe dovuta augurare di continuare ad esercitarlo in direzione del civile progresso dentro e fuori dei propri confini. Un ruolo di conquista e diffusione di “beni immateriali”, altrettanto se non più nobili di quelli materiali, innescati nella entusiasmante fase della prima industrializzazione.

Seguendo una tal traccia è impegno sterile mettere in discussione la validità delle previsioni di Jevons, affaticandosi a centellinarne un punto percentuale nella crescita dei consumi di carbone, confidando nel “miracolo” del reperimento di nuova, ignota e perciò inesplorata fonte di energia, oppure affidando poteri liberatori al progresso tecnologico. A Jevons stava più a cuore la “certezza delle leggi naturali che l’incostanza dei numeri statistici” e, a oltre cent’anni dalla pubblicazione della coal question, non è difficile convalidarne gli intenti.

Tuttavia, se la portata del suo contributo analitico dovesse limitarsi a questo, potremmo senza pentimento relegare The coal question nell’angolo più remoto della nostra biblioteca e dimenticarcene. È, in ogni caso, quello che molti fra gli economisti, ma anche fra gli storici, hanno fatto da tempo e che, in buona misura, continuano a fare.

Una doppia chiave di lettura

The coal question si presta bene ad una interpretazione simile a quella che avviene per le rappresentazioni grafiche ad effetto ottico positivo-negativo. È noto e sperimentato che queste consentono una doppia chiave di lettura; in entrambi i casi chi osserva l’immagine è nel vero ma l’uno non vede quel che vede l’altro; anzi, l’immagine da ognuno individuata non ha assolutamente nulla a che fare con quella che si è fissata nella mente dell’altro. Alla stessa maniera l’ottica prevalente secondo la quale è stata letta The coal question è stata secondaria dalla nuova onda di trionfalismo suscitata dall’era del petrolio, del nucleare, della presunzione di illimitata disponibilità di fonte di energia accompagnata alla capacità dell’uomo di impadronirsene per i propri fini. In siffatto contesto era quasi giocoforza giudicare The coal question un’opera superata, le previsioni statistiche in essa contenute come erronee, il pessimismo di Jevons poggiato su basi inconsistenti che il tempo avrebbe smentito. Una volta che simili linee interpretative ebbero preso il sopravvento, resero a tal punto miopi da precludere ogni possibilità di accesso ad una seconda chiave di lettura del libro di Jevons. Si spiega anche così il motivo per cui The coal question non ha mai conosciuto, nonostante la collocazione del suo autore fra i più illustri costruttori della scienza economica, una versione italiana, lacuna alla quale solo oggi, con quasi 130 anni di ritardo, si provvede a porre rimedio.

La seconda chiave di lettura, invece, travalica la possibile fallacia delle statistiche e i circoscritti confini del Regno Unito, eleva a livello planetario il problema posto da Jevons, e ci viene imposta, è il caso di dirlo, dallo stesso Jevons, per la forza e la durevolezza dei suoi argomenti.

Lo spartiacque energetico che urge alla vigilia dello scadere del secondo millennio, dacché le scorte mondiali di petrolio tendono ad assottigliarsi a ritmo crescente, costringe alla ricerca di vie d’uscita analogamente a quanto accadde nell’era del carbone: ogni fonte di energia fossile è soggetta ad esaurimento senza una valida prospettiva, a breve, di rimpiazzo. Si ripropongono cioè nel presente, su scala infinitamente più alta, gli stessi problemi attorno ai quali, a suo tempo, si affannarono le analisi e le diagnosi di Jevons. Ed è questa la vera chiave di lettura o di rilettura con la quale accostarsi alla coal question.

La legge dell’entropia

La freschezza del pensiero di Jevons si manifesta, in primo luogo, nelle considerazioni proprio intorno alla esauribilità della fonte energetica fossile; per Jevons non si trattava solo di un nodo geologico al quale, almeno parzialmente, la tecnologia avrebbe potuto far fronte, ma soprattutto di un nodo economico e politico. Peraltro non gli erano estranei i principi della termodinamica, branca emergente della scienza fisica, tanto che ne dette prova sottolineando con Tyndall che le miniere costituiscono un gigantesco eposito di energia, “immenso ma molto meno che infinito” e che, per effetto di combustione, “l’energia resasi disponibile è perduta per sempre”, nonché che dal residuo “non si può più ottenere energia” se non in piccola parte. È la legge dell’entropia che invita a riflettere sulla irreversibilità del processo di dissipazione dell’energia.

Tra le possibili fonti utilizzabili, a sostegno della crescita, Jevons non manca poi di sottolineare, nonostante le ridotte conoscenze del suo tempo, presenza e rilevanza di petrolio e di gas naturale riconducibili, però, ai processi di formazione del carbone e quindi capaci di dilazionare ma non di azzerare il momento dell’esaurimento delle fonti. Quanto all’energia elettrica, se di fonte termica, non altera i termini del problema, e se di fonte idraulica, è insufficiente a soddisfare (il caso dell’Inghilterra è estremamente evidente) i bisogni di una società figlia della cosiddetta rivoluzione industriale. Le palesi utilità derivanti dal suo impiego, oltretutto, stimoleranno il consumo e non il risparmio di fonte primaria. In Jevons non manca nemmeno un richiamo anticipatore, ma affidato a future epoche, al solare e alla scissione degli elementi. Il rammarico e il rischio, invece, derivanti dall’abbandono o dalla sottovalutazione delle fonti bioenergetiche compaiono esplicitamente fra le considerazioni di Jevons quando egli si duole del ruolo di secondo piano in cui sono stati relegati agricoltura e allevamento del bestiame e quando non nasconde preoccupazioni per l’emorragia di braccia umane sospinte ad emigrare oltre oceano.

Per ampi tratti è lumeggiato, in Jevons, il problema del risparmio di combustibile: miglior rendimento termico ascrivibile al progredire tecnologico, utilizzo degli scarti di lavorazione, razionalizzazione dei processi produttivi. Uno ad uno, pur apprezzandone le utilità, Jevons sfata i presunti poteri risolutori di queste vie, muovendo dai fatti. Ogni risparmio energetico agisce sull’economico in funzione di stimolo sia sul versante dell’offerta che su quello della domanda di beni e servizi, dilatando e non comprimendo l’area degli impieghi energetici.

Il nocciolo della questione

Nel capitolo sulla Legge naturale della crescita sociale è racchiuso, per dirlo con parole di Jevons, “il nocciolo della questione. Anche se non cambiano le nostre caratteristiche endogene, le circostanze esogene – egli dice – il nostro ambiente, come viene definito da Spencer, sono in continuo cambiamento… Nel lungo periodo un aumento (della produzione) a questo ritmo diventa impossibile, supererebbe ogni limite e possibilità fisica… Non possiamo moltiplicare i prodotti del suolo, di volta in volta, ad infinitum… Nessuna quantità di capitale, di lavoro e di tecnica può garantirci un tale risultato anche se le scoperte possono a volte permettere dei considerevoli miglioramenti… La natura esterna presenta un tale limite assoluto e inesorabile, per quanto incerto e indefinibile questo limite possa essere”.

Come non è possibile moltiplicare all’infinito il prodotto agricolo destinabile alla sussistenza, così è preclusa la via alla moltiplicazione delle attività industriali. “Non possiamo – dice Jevons – raddoppiare continuamente la lunghezza delle nostre ferrovie, la stazza delle nostre navi, l’ampiezza dei ponti, la dimensione delle fabbriche. In ogni tipo di impresa incontreremmo senza dubbio un limite naturale di convenienza o di praticabilità commerciale, quali ne troviamo nella coltivazione della terra. Con questo non mi riferisco ad un limite fisso ed insuperabile, quanto piuttosto ad un limite elastico, che possiamo di volta in volta spostare un pochino più avanti, ma con sempre maggiori difficoltà”.

L’ottica di Jevons è ferma sui contorni delle isole britanniche, ma non v’è chi non veda, oggi, la validità universale dell’assunto. Una barriera economica si aggiunge alla barriera fisica e si introduce in questa maniera da parte di Jevons, con illuminata intuizione e preveggenza, il concetto di crescita sostenibile al quale si accompagna, in immediata sequenza, quello ancor più grave di azzeramento di ogni crescita materiale. “Le nostre risorse materiali – dice – sono limitate ed è questa la causa precisa per la quale non possiamo continuare a progredire”. Ciò implica conseguenze sociali di immane portata: “È facile far rotolare un macigno lungo il pendio di una montagna e pericoloso invece cercare di arrestarlo. Un cambiamento avverso nel tasso di crescita di una nazione è ugualmente pericoloso e tormentoso”. Pericolo e tormento che puntualmente ci si ripropongono nel presente in forma assai più preoccupante di quanto non accadesse al tempo in cui Jevons scriveva, ora che ci ritroviamo a lambire la cresta di un nuovo temibile spartiacque energetico.

La responsabilità verso le generazioni future

Un non prospero futuro, più o meno immediato, propone a Jevons qualche considerazione anche intorno al destino delle generazioni che seguiranno. Nel passo che segue è senza dubbio individuabile l’abbozzo dell’idea che, nel districarsi delle relazioni economiche, un ruolo non secondario debba essere riservato alla posterità. Coloro “che temono qualsiasi interferenza nel godimento del presente, cercano di stigmatizzare come assurdo e chimerico ogni ragionamento sul futuro. È vero che anche nel migliore dei casi la nostra visione del futuro è approssimativa, ma chi riconosca la propria responsabilità nei confronti dei posteri si sentirà tenuto a usare la propria capacità di previsione richiamandosi a quei fatti e a quei principi guida che sono in nostro possesso. Benché molti dati siano attualmente imprecisi o mancanti, le nostre conclusioni potrebbero essere rese attendibili almeno nella misura necessaria a promuovere ulteriori indagini su un soggetto di tale enorme importanza. Come minimo non dovrebbe tardare a far piazza pulita di quella serie di palesi menzogne relative all’economia di carburante e alla scoperta di sostituti del carbone, che servono a nascondere la natura critica della questione e a fornire ambigue sicurezze a chi ama credere che abbiamo dinnanzi a noi un periodo indefinito di prosperità”.

Di riprendere l’argomento, che in Jevons non è solo di rilevanza economica e politica ma anche morale, si incarica, nella lunga introduzione alla terza edizione della coal question, anche A.W. Flux. “È palese – egli dice – l’ingiustizia di lasciare ai nostri discendenti un paese le cui risorse di combustibile siano seriamente intaccate”. Di qui l’invito, da parte di Jevons, alla rinuncia al perseguimento di una pertinace crescita del benessere materiale. Ne potrebbe emergere l’idea che si tratti di un invito alla rassegnazione e alla resa senza condizioni di fronte all’inevitabilità di un avvenire sempre più precario a misura dell’assottigliarsi delle risorse attingibili. Al contrario Jevons, con senso realistico, invita ad usare “con saggezza e onestà” la ricchezza materiale ancora disponibile, da non spendere però per incrementare un benessere fatto di “lusso, ostentazione e corruzione” che sarebbe da biasimare. “Potremmo invece – dice Jevons – dedicarci a innalzare le condizioni morali e sociali della gente e a ridurre i fardelli delle prossime generazioni. Anche se i nostri successori si troveranno in una condizione meno felice della nostra, non potranno in questo caso farcene una colpa”.

Queste parole suggeriscono anche qualche considerazione intorno all’impegno sociale al quale Jevons, sia pure attraverso avari accenni, non manca di essere sensibile quando auspica il riscatto delle popolazioni più misere delle isole britanniche da ogni forma di avvilimento sociale di cui si trovarono ad essere vittime durante la prima industrializzazione, nelle grandi concentrazioni urbane, nelle miniere e nelle campagne negate. Le sue considerazioni, come quelle che egli dedica alla piaga del lavoro minorile non sono ispirate da mera commiserazione e pietà: le classi più diseredate, con la loro miseria e il loro avvilimento stanno alla base della “intera struttura della nostra ricchezza e della nostra raffinata civilizzazione” e ci mettono “davanti a una spaventosa responsabilità cui, nella piena fruizione della nostra ricchezza e del potere conferitoci dall’uso abbondante delle nostre risorse, non possiamo in alcun modo sfuggire”.

Nella visione jevonsiana c’è la “vocazione civilizzatrice” dell’Inghilterra vittoriana destinata a diffondere i propri modelli di vita politica, culturale, economica, commerciale, sociale, che non si devono estinguere, con l’estinzione della fiamma del carbone britannico. Dice Jevons: “È questa una questione di importanza quasi religiosa che abbisogna dello studio e dell’impegno di ogni persona ragionevole. Se dovessimo arrenderci a una determinata distribuzione della ricchezza materiale, che è opera di una più alta Provvidenza, non per questo dovremmo abbandonarci allo sconforto riguardo al futuro; dovremmo piuttosto imparare ad assumere una visione elevata dei nostri doveri e delle opportunità che indubbiamente ci offre il presente”.

Nella continuità dell’opera civilizzatrice è possibile perpetuare il primato britannico all’interno dell’umano consorzio e in Jevons sembra affiorare il concetto secondo cui “il vero prodotto del processo economico non è il flusso materiale degli scarti, ma l’ancora misterioso flusso immateriale del godimento della vita” (N. Georgescu-Roegen in Energia e miti economici). Ancora una volta egli suggerisce spunti di riflessione a chi oggi si trova al vertice nell’area della prosperità e del benessere col medesimo ruolo che, nell’età della c.d. rivoluzione industriale, appartenne all’Inghilterra: abbandonare ogni ambizione di ulteriore crescita materiale e destinare ogni residua energia a favore di quella parte dell’umanità che è rimasta defraudata del diritto di goderne in quantità sufficiente; un debito da saldare non soltanto in rispetto di principi etici bensì a salvaguardia della propria stessa ragione di sopravvivenza. Per Jevons la posta in gioco era l’avvenire dell’impero britannico; nel presente, proprio per essersi fatto planetario il problema dell’esaurimento delle risorse, è in gioco quello dell’umanità.

Anche se oggi sono obsoleti ed anacronistici i modelli di riferimento “vittoriani” tuttavia i principi di reciproco rispetto e di libertà, nell’economico e nel politico, così come emergono nella coal question, sopravvivono per intero. Se il complessivo impegno di Jevons sia stato o meno coerente lasciamo che siano altri a discuterlo. Noi, in questa sede, ci siamo accontentati di sottolineare alcuni degli ammaestramenti che, a centotrent’anni di distanza, possiamo ancora trarre dalla lettura del suo libro.

image_pdfScaricaimage_printStampa
Total
0
Shares
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articolo Precedente

Per una storia ecologica

Articoli Collegati
Total
0
Share