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L’ecologismo italiano: cenni storici

Relazione introduttiva al convegno Per un nuovo ambientalismo. Laura Conti venti anni dopo, (Mestre, 8 giugno 2013)

Premessa

Laura Conti è stata una figura di straordinario interesse: per la sua vicenda biografica, l’intensa attività condotta in ambiti diversi, l’originalità del suo pensiero, la stessa collocazione storica nello snodo tra movimento operaio e movimento ambientalista, età dello sviluppo industriale e manifestarsi della crisi ecologica; un passaggio da lei colto con una prontezza e radicalità che ha pochi eguali. Nondimeno Laura Conti, oggi, è ben poco conosciuta, anche i suoi scritti sono difficilmente accessibili, dispersi, fuori catalogo.

Del resto se si pensa alle figure di Antonio Cederna e Fabrizio Giovenale, Giulio Maccacaro e Lorenzo Tomatis, Alex Langer e Enzo Tiezzi, per fare solo pochissimi nomi, e di ambiti diversi, si può constatare come l’ecologismo italiano, in senso lato, abbia avuto esponenti e referenti di primo piano. Ma allora il problema è di capire perché, più che in altri Paesi, l’ecologismo politico è stato ed è da noi così debole, asfittico, sostanzialmente marginalizzato.

 Breve excursus storico

Nella fase storica che dall’Unità arriva sino al “miracolo economico” incluso, l’ambientalismo si articola su due direttrici principali, tra loro variamente intrecciate: quella interessata allo studio (e protezione) dei contesti naturali (flora e fauna); quella che pone l’attenzione sui paesaggi costruiti, le città, i centri storici, le emergenze monumentali.

L’industria, le fabbriche, sono un mondo a parte. La questione, che oggi appare cruciale, del rapporto industria-ambiente non viene messa a tema. Anche quando si manifestano contrasti e crisi evidenti, causati dall’impatto ambientale delle attività manifatturiere, il tutto resta chiuso in una dimensione locale, senza rilievo culturale e politico. Lo stesso può dirsi per l’ambiente di lavoro all’interno dei luoghi di produzione (la salute e sicurezza dei lavoratori), su cui pure l’Italia vanta una tradizione importante.

Quanto all’agricoltura, che con la meccanizzazione e i prodotti dell’industria chimica, si modernizza in un breve giro di anni, non si può certo dire che susciti attenzioni e preoccupazioni d’ordine ecologico ambientalistico; fa notizia solo l’emergenza con lo scoppio di casi clamorosi di avvelenamento e inquinamento, a loro volta derubricati come eventi eccezionali e marginali, per non dire del dissesto idrogeologico ogni volta agitato e dimenticato; andrebbero riletti nell’ottica che qui interessa studiosi del calibro di Emilio Sereni o Manlio Rossi Doria, mentre spunti di grande interesse si trovano in Giovanni Haussmann (si veda Ercole Ongaro Al servizio dell’uomo e della terra: Giovanni Haussmann 1906-1980, Jaca Book, Milano 2008) peraltro molto isolato.

In questo arco di tempo che va sino agli anni ’60 inclusi, avvengono trasformazioni decisive: il Paese si modernizza nei termini ben noti, con un vero assalto al territorio, alle risorse naturali, all’ambiente, senza risparmiare paesaggi di pregio in contesti urbani e rurali. Una resistenza significativa, e in qualche misura vincente, si manifesta solo nella difesa dei centri storici delle città, anche se la loro salvaguardia e valorizzazione avviene spesso con svuotamenti e spostamenti di popolazione schiettamente classisti.

In tal modo, non certo per colpa di Italia Nostra, all’epoca la più attiva delle associazioni ambientaliste, l’ecologismo italiano riceve un imprinting élitario, alto borghese, che peserà a lungo ed è tuttora in qualche misura operativo. La conservazione, i vincoli, la salvaguardia del patrimonio vengono contrapposti allo sviluppo e stigmatizzati come intralci all’economia. Questo è il messaggio, a lungo egemone a livello popolare, che il sistema della comunicazione è riuscito a far passare, con il concorso attivo delle principali forze politiche di centro, sinistra e destra.

L’altra faccia della medaglia, il risvolto su cui tutti erano concentrati, l’unica realtà che appariva consistente, vincente e ineluttabile era l’industrializzazione. La lotta concerneva solo le modalità secondo cui l’industrializzazione poteva essere sviluppata, la sua crescita alimentata e garantita da tutti i fattori in gioco: umani, naturali, tecnico-scientifici. È la storia dei “Trent’anni gloriosi” (non a caso una definizione ampiamente condivisa), rispetto a cui le culture politiche, e non solo, manifestano oggi un’acuta nostalgia. È l’età della crescita, del circolo virtuoso produzione – consumo. È ciò che oggi manca anche per colpa dell’ecologia e degli ecologisti che fanno chiudere le fabbriche (vedi Ilva) o impediscono la costruzione delle grandi opere.

Per capire il difficile decollo e la non esaltante vicenda dell’ambientalismo politico in Italia bisogna risalire a quella stagione, che per i principali attori economici, politici e sociali in campo non si è mai esaurita; il loro obiettivo costante – e la ragione di una convergenza di fondo – è stato di riproporne le dinamiche fondamentali, anche nei decenni successivi, al di là delle diverse fenomenologie, come dimostra, con una chiarezza che si può toccare con mano, l’altro e non meno dirompente miracolo economico, almeno come impatto ambientale: quello dei “distretti industriali”, dell’industrializzazione diffusa, capillare, molecolare.

Lo scenario che fa da sfondo alla scelta di Laura Conti e pochi altri di porre al centro la crisi ecologica originata dal rapporto insostenibile industria-ambiente, vede il partito egemone, la DC, alla guida di governi che sostengono la grande industria monopolistica e assistita, disegnano le infrastrutture a beneficio della Fiat, localizzano la petrolchimica nel Sud o a ridosso delle città d’arte, pianificano la costruzione di decine di centrali nucleari. Anche nelle campagne – un settore abbandonato dalla sinistra perché considerato sinonimo di arretratezza – le organizzazioni cattoliche sono convintamente favorevoli all’industrializzazione agricola. Nonostante le critiche laiche e marxiste al tasso di modernizzazione inadeguato che caratterizzerebbe la DC, non ci sono crepe significative nel mondo cattolico, almeno quello che conta, riguardo all’adesione alla religione della crescita.

I liberali e i repubblicani sono semplicemente i portavoce del mondo imprenditoriale, il loro obiettivo è di portare dentro la politica l’efficienza che caratterizza l’impresa, contro gli sprechi del clientelismo e della burocrazia.

La sinistra è divisa, ovviamente, ma non nel denunciare, in pieno “miracolo economico”, l’arretratezza e i residui feudali che peserebbero sullo sviluppo economico dell’Italia. La tesi è che solo la sinistra potrebbe garantire un rapido e solido sviluppo industriale (sul modello russo-sovietico), razionalizzando l’economia e eliminando gli sprechi. Il carattere irrealistico di queste tesi e l’accecamento di fronte al capitalismo reale (oltre che al socialismo cosiddetto sovietico) contribuirono molto alla nascita, tra gli anni ‘50 e ‘60, di una “nuova sinistra”, a sua volta molto variegata. Comunque, al suo interno, le posizioni egemoni, che si sarebbero riproposte su altra scala dopo il Sessantotto, erano compattamente industrialiste e operaiste.

Lo stesso Sessantotto italiano, quale che sia l’arco temporale che gli si voglia assegnare, fu massicciamente estraneo ai temi ambientalisti ed ecologisti, che arrivavano filtrati dalla controcultura americana, inglese e nordeuropea, e finivano con l’assumere movenze pre– o post-politiche, e comunque erano, almeno nell’immediato, sostanzialmente neutralizzati, non traducibili in termini di elaborazione teorica e di prospettiva politica.

Non si possono sottovalutare, semmai il contrario, le importanti esperienze di fabbrica, centrate sul tema dell’ambiente di lavoro, promosse da Ivar Oddone (il giovane partigiano Kim, studente di medicina del quale parla Calvino in Il sentiero dei nidi di ragno) e non molti altri, e poi tutta la vicenda che fa capo a Giulio Maccacaro (Per una medicina da rinnovare, Feltrinelli, 1979). È un fatto però che il panorama politico e culturale italiano all’altezza dei primi anni ‘70, quando si sviluppa con grande intensità l’impegno pratico e teorico di Laura Conti, sia tra i più refrattari alla tematizzazione della crisi ecologica. Lo stesso successo mediatico di Pasolini, l’esaltazione della sua scandalosa diversità, sono funzionali alla riaffermazione che la via sia una sola, il resto sono deviazioni patologiche e fantasie poetiche.

Con ciò intendo sostenere, contrariamente ad altre ricostruzioni storiche, che non è possibile collocare il Sessantotto come luogo di origine dell’ecologismo politico; si trattò piuttosto di un mancato incontro – a eccezione di esperienze minoritarie e marginali. Il che contribuisce a spiegare le debolezze, il lento e tormentato decollo, le complesse peripezie dell’ambientalismo italiano. In definitiva l’egemonia industrialista prima e consumista poi non è stata radicalmente intaccata, anche in ragione di percorsi e genealogie di più lungo periodo che rimandano ai caratteri salienti della cultura italiana, con poche eccezioni anche se vertiginose come Bruno e Leopardi. In tale ottica si consideri, a conferma della tesi qui sostenuta della debolezza teorica dell’ambientalismo italiano, la sostanziale estraneità del tema nel nostro pensiero filosofico novecentesco.

Per quanto riguarda poi i movimenti ambientalisti o di contestazione ecologica, spontanei o organizzati in associazioni, quel che colpisce è la settorialità degli obiettivi e delle elaborazioni programmatiche. Mentre l’industrializzazione è un processo globale che investe ogni aspetto della vita e colonizza ogni angolo del pianeta, coloro che ne criticano le conseguenze si rinchiudono in ambiti ristretti, in contraddizione con l’impianto e le motivazioni dell’ecologia, e a conferma di un micidiale “dislivello prometeico”, che spiega le oscillazioni tra l’esaltazione della Tecnica e la divinizzazione della Natura.

Il ruolo cruciale avuto da Laura Conti e pochi altri nel fornire di un pensiero l’ecologismo politico italiano (con la nascita della Lega per l’ambiente e non solo) conferma la necessità di individuare altri e più complessi itinerari rispetto al ruolo convenzionale che è stato assegnato al Sessantotto come luogo d’origine dell’ecologismo militante in Italia. Rachel Carson (Primavera silenziosa, Feltrinelli, Milano 1963) e Barry Commoner (Il cerchio da chiudere, Garzanti, Milano 1971) non erano autori di riferimento per la Nuova sinistra e i gruppi extraparlamentari; Murray Bookchin (Per una società ecologica, Eleuthera, Milano 1989) è stato scoperto, in ambienti ristretti, solo molto più tardi, senza coglierne la complessa vicenda politica; ciò per limitarsi alla pur decisiva scena nordamericana.

In definitiva perché maturi una presa di coscienza forte sul nodo industria-ambiente bisogna attendere Seveso nel 1976, un disastro ambientale che segna anche il momento di maggiore visibilità di Laura Conti. Ma si noti la contraddizione: quando la questione dell’inquinamento ambientale, attraverso un evento choc, occupa la scena, dall’altro lato, all’interno delle fabbriche, le esperienze più avanzate di base su salute e sicurezza, sul controllo del processo produttivo, sul come e cosa produrre, si vanno esaurendo; il terrorismo da un lato, l’offensiva padronale dall’altro, creano un cortocircuito e danno loro il colpo di grazia. È evidente quindi che la debolezza dell’ecologismo, la sua frammentazione, hanno precise cause d’ordine sociale, oltre che politico e culturale. 

Un momento di crescita è rappresentato dalla lotta contro le centrali nucleari, che hanno in Italia una lunga storia risalente all’immediato dopoguerra ma che diventano oggetto di forte contestazione solo dagli anni ‘70. Un discorso a parte meriterebbe il rapporto tra ambientalismo e pacifismo caratterizzato, nel nostro Paese, da momenti di forte protagonismo alternati da lunghe fasi carsiche; in specifico si può dire che la presenza di armi nucleari in Italia non ha dato vita a lotte paragonabili a quelle di molti altri Paesi. È probabile che la gran parte degli italiani non sappia neppure che ospitiamo tuttora un buon numero di ordigni atomici. Per una lunga fase ha funzionato, in modo più o meno cosciente, l’accettazione dell’equilibrio del Terrore quale garanzia della pace, poi forse ha prevalso l’idea che la presenza di un arsenale atomico, sia pure sotto controllo americano, ci consente di far parte del ristretto club dei Paesi che contano.

In ogni caso la mobilitazione antinucleare, con la contestazione delle centrali di Montalto di Castro, Trino Vercellese, Viadana Po etc., ha rappresentato uno snodo importante nella storia dell’ecologismo italiano. Una minoranza significativa di scienziati e tecnici ha rotto lo schieramento sino ad allora piuttosto compatto delle scienze dure a favore della tecnologia nucleare sia in campo civile che militare. Non mancano però le crepe all’interno del fronte ambientalista, una parte minoritaria vede nell’energia nucleare una fonte energetica meno inquinante e pericolosa per l’ambiente delle fonti fossili. Tesi rilanciate con il crescere delle preoccupazioni e evidenze in tema di cambiamenti climatici.

Non c’è lo spazio per soffermarsi qui sulla vicenda delle associazioni ambientaliste e dei partiti verdi, oggetto di numerose ricostruzioni di taglio sociologico se non propriamente storico. In sintesi si può dire che se dal punto di vista associativo l’ambientalismo italiano non è meno interessante e ricco di quello di altri paesi industrializzati, la vicenda dei partiti politici, quindi dell’ecologismo politico, è invece tra le più deludenti e inconcludenti, a dimostrazione di quanto si è cercato di affermare circa la mancanza di un’elaborazione teorica adeguata, capace di fare i conti con le specificità storico-culturali italiane che abbiamo sommariamente evocato.

La situazione attuale

Concludo con alcune considerazioni su una nuova fase dell’ecologismo italiano, quella dei movimenti dal basso, territoriali, locali, dei comitati sorti in ogni dove per contestare singoli aspetti dell’industrializzazione e delle infrastrutture che ne garantiscono il funzionamento e la diffusione.

A mio avviso, tale fase può datarsi dall’avvio del tutto inaspettato, a metà anni ’80, del movimento di lotta contro l’Acna in Valle Bormida, tra il Piemonte e la Liguria, dopo una lunga latenza, in seguito alla sconfitta delle contestazioni contadine degli anni ‘50. La fisionomia di queste contestazioni territoriali è molto diversa dall’ambientalismo classico, portatore di istanze postmaterialistiche. Qui la lotta ha a che fare con le conseguenze dirette sulla salute e sull’ambiente, e si dispiega con caratteristiche diverse, accomunate però dalla centralità della mobilitazione degli attori locali, a fronte della marginalità delle organizzazioni nazionali (partiti, sindacati, spesso delle stesse associazioni ambientalistiche), quale che sia la posizione che assumono, anche nei casi in cui si schierino con i “comitati”.

Una geografia di questa contestazione dal basso dell’impatto dell’industrialismo, percepito come non più sopportabile, è molto difficile da tracciare, anche per l’estrema frammentazione delle lotte, a volte circoscritte ad un singolo quartiere. La costituzione di una banca dati storica, imperniata sulle situazioni di maggiore evidenza e durata temporale, è perseguita dal progetto della Fondazione Micheletti di Brescia tramite il sito: www.industriaeambiente.it/progetto/

Per capire il perché dell’affermazione di questa forma di contestazione e della mancanza di rappresentanza politica che la caratterizza (un vuoto in cui recentemente si è inserito il Movimento 5 stelle), bisogna risalire alla crisi dei primi anni ’90 che ha colpito a morte i partiti politici novecenteschi. Nel caso italiano ciò si è risolto nell’abbandono di ogni ideologia, intesa come visione complessiva della società, e nell’affermazione incontrastata del capitalismo come stato di natura, forma naturale e insuperabile dell’economia.

La classe politica, sempre più screditata, poteva tutt’al più allinearsi ai dettami dell’economia e della finanza che, a sua volta, governava l’economia cosiddetta “reale”, secondo una dinamica che ci ha condotto all’attuale crisi strutturale che ha nell’Italia uno dei suoi epicentri. Ben lungi dall’attrezzarsi per affrontare un’ineludibile riconversione ecologica, le forze politiche manifestano la loro impotenza nel fronteggiare la depressione economica e la disoccupazione.

In questo contesto la divaricazione tra rappresentazione politica e azione sociale diventa incolmabile, ribadendo quel che era già evidente all’avvio del ciclo della contestazione di base contro gli effetti indesiderati dell’industrializzazione. Non a caso, l’origine di questi movimenti e comitati locali è contemporaneo e parallelo alla nascita dei Verdi in Italia; sarebbe assurdo sostenere che non ci furono incontri e contaminazioni, ma il dato saliente è piuttosto quello della sostanziale autonomia, se non estraneità. Non a caso, mentre i comitati hanno continuato a proliferare e diffondersi, i Verdi sono usciti fuori di scena.

In questa vicenda hanno giocato un ruolo rilevante diversi fattori: il radicalismo e il localismo dei comitati – in ragione di ciò accusati di essere portatori della sindrome Nimby –; la diffidenza e la critica verso i professionisti della politica, di contro la ricerca della democrazia diretta e partecipativa (con tutti i problemi che ciò comporta). Sono forse però più interessanti altri due elementi. In primo luogo il fatto che la totalità di questi movimenti e comitati abbia come comune denominatore la contestazione e la lotta contro singoli aspetti e manifestazioni dell’industrialismo, sia a livello di impianti produttivi che di infrastrutture, ovvero di funzionamento della macchina industriale complessivamente intesa. L’altro punto, non meno importante è che, a differenza di quel che sostengono i critici e la generalità dei media, i comitati di contestazione dell’industrialismo nell’era della globalizzazione non hanno posizioni luddiste, ma in merito andrebbe riletto o letto il fondamentale libro di E. P. Thompson sulla nascita della classe operaia in Inghilterra (E. P. ThompsonRivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, Il Saggiatore, Milano 1969).

Al contrario, facendo uscire dall’apatia le popolazioni, i comitati si impegnano a fondo nello studio dei problemi, si documentano, coinvolgono esperti, tecnici, scienziati (in ciò c’è una continuità con le lotte sul nucleare).  Spesso riescono a dimostrare che il “re è nudo” e che decisioni strategiche per la cui realizzazione si agita lo stato di eccezione sono, in realtà, prive di ogni razionalità, sono il prodotto non di un sapere superiore ma del “non sapere” al governo. Più prosaicamente, ben lungi dall’incarnare il Bene comune mascherano malamente interessi particolari, spesso illegali, quando non schiettamente criminali. Anche in ragione di ciò è stato possibile riaprire la vertenza storica sulla gestione dei “beni comuni”, di cui non bisogna sottovalutare l’importanza accanto ai rischi di vuota retorica.

Ma il bene comune per eccellenza in passato era la terra e ancora oggi è la Terra, anche con la minuscola. Ricordo allora un’altra componente dell’ecologismo, a mio avviso assolutamente centrale in senso simbolico e materiale. Più o meno nello stesso torno di tempo che vede la fine e l’inabissarsi del movimento del Sessantotto, comincia a delinearsi un altro fenomeno non meno interessante e che considero complementare alla critica “comitatista” dell’industrialismo, altrettanto privo di rappresentanza politica e in assenza di un’elaborazione teorica unitaria, di una narrazione capace di imporsi sulla scena pubblica. Mi riferisco al “ritorno dei contadini”, sviluppatosi silenziosamente negli ultimi tre decenni (si veda Silvia Pérez-Vitoria, La risposta dei contadini, Jaca Book, Milano 2011) prima di trovare echi più o meno superficiali in diversi contesti, prevalentemente mediatici. È in questo ambito che la prospettiva, talvolta fumosa, della “decrescita”, assume contorni concreti, indicando una dinamica di possibile fuoriuscita dall’insostenibile eredità dell’industrialismo.

Per padroneggiare questi scenari e ridare slancio all’ecologismo italiano, conoscere Laura Conti, la sua capacità di elaborazione e sintesi, di entusiasmo e provocazione, è molto importante. Forse è utile conoscere gli elementi salienti, i rappresentanti più significativi dell’ecologismo italiano, se fosse così il lavoro di salvataggio degli archivi che abbiamo condotto, in quasi totale solitudine presso la Fondazione Micheletti, avrebbe un senso.

Si può discutere sull’entità e i tempi della crisi ecologica globale, si può anche negarla, resta il fatto che esiste una diffusa, anche se confusa, presa di coscienza della sua consistenza reale e sulla necessità di una riconversione ecologica non solo dell’economia ma anche della società e delle sue singole componenti. Al contrario la classe politica, oggi compattamente al governo, senza distinzioni destra-sinistra, punta sulla reindustrializzazione quale unica via per la crescita, considerando la crescita l’unico rimedio alla crisi economica.

È possibile invece, anzi necessario, un post industrialismo ecologico, una Green Economy che non sia una trappola o una replica della Rivoluzione Verde in agricoltura. Senza voler evocare cosette quali il destino del capitalismo e della democrazia. Ma questa è un’altra storia, o forse no.

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