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Manifesto di Pescarolo

Di chi è e a chi serve il patrimonio, quando esso è incorporato in oggetti che stanno nel museo etnografico? E quali sono le responsabilità sociali e politiche, perchè tale patrimonio sia risorsa individuale e collettiva?

La sostanza di tali quesiti e un tentativo di risposta, sono stati alla base del Convegno tenuto a Pescarolo (CR) presso il Museo del Lino il 16 marzo 2019, a conclusione del quale abbiamo sentito la necessità di avviare un processo di coinvolgimento e riflessione sullo statuto del museo etnografico contemporaneo e sul suo ruolo culturale e politico. Per un tentativo di avvio di tale processo abbiamo deciso di redigere un documento, che abbiamo chiamato MANIFESTO DI PESCAROLO.

Il Manifesto scaturisce innanzitutto da una valutazione e da una necessità: la valutazione è relativa alla consapevolezza che i musei DEA possano e debbano svolgere un ruolo importante all’interno delle sfide del contemporaneo relative al consolidamento e difesa della democrazia (vedi Convenzione di Faro) e la necessità è quella di un rilancio di una rete dei musei DEA come spazio di confronto, elaborazione delle idee, azione. L’incontro di Pescarolo ci ha dato l’opportunità di riflettere una volta di più sullo statuto dei nostri musei, sulla loro missione scientifica e sociale, sulle condizioni della loro presenza e della loro attività. I musei etnografici non sono solo i musei contadini, e dovrebbero essere luoghi di ricerca prima che di conservazione, sul presente e sul passato, in quanto dimensione necessaria a comprendere il presente della società in cui il museo opera. Il Manifesto nasce anche dalla necessità di fare rete, per aiutarsi nella gestione tra territori vicini, per promuovere una nuova generazione di attori del patrimonio, nella forma anche di un movimento non solo delle professionalità.

E’ importante che ogni museo individui il tipo di patrimonio che vuole studiare e valorizzare, in relazione a oggetti, documenti audiovisivi o beni immobili significativi di cui si dispone o si intende disporre rispetto alla cultura o alle culture presenti in un territorio, in una comunità o in un gruppo sociale. Inoltrte i musei DEA dovrebbero fare riferimento alla storia e agli orientamenti recenti della antropologia, con i suoi metodi e le sue prospettive di ricerca e di riflessione analitica, critica e autocritica.

Il patrimonio è concetto ancora poco praticato dai musei: Unesco, Faro, Convenzione europea del paesaggio. Occorre una piccola rivoluzione prospettica, connettere la carta di Siena sulla nuova missione di musei e depositi, con la nostra attenzione ai temi dell’immateriale. Rilanciare ai musei i temi delle culture popolari per rendere più attivi i portatori di memoria culturale, e per favorire la salvaguardia con i giovani. Rileggere i musei alla luce di sviluppo locale e patrimonio immateriale può essere vitale.

La differenza cosa è oggi? Culture migratorie? Biodiversità? Saperi e pratiche legate al territorio? Stili e modi delle culture popolari del passato che arricchiscono gli stili del presente? I musei che definiamo etnografici sono musei delle differenze, della comunità, o

di mediazione culturale verso la comunità e di collaborazione verso la comunità?

Siamo fuori degli orientamenti delle professioni museali? Perché non ce la faremo mai a raggiungere quegli orientamenti? Per costruire professionalità diffuse dobbiamo metterle in reti significative sul territorio, per creare una nuova generazione di attori del patrimonio, mostrando i limiti scientifici e gestionali del localismo dei nostri musei.

Professionalità e volontariato risultano contradditori? La professionalità dei grandi musei aiuta la capacità riflessiva e di mediazione o la annulla?

Con le professioni museali si rischia di andare verso musei in cui la conoscenza è priva di dialogo e di relazione, oltre quella dell’accoglienza?

Ma non è che i nostri piccoli musei diffusi siano collaborativi, orientati alle comunità. Copiano i grandi musei, ma sono molto meno efficaci di essi. Più che capaci di mediazione e riflessività, sono per lo più solo chiusi.

Quali sono i contenuti e la sostanza della pratica etnografica del museo? Crediamo che il mandato del museo etnografico nel contemporaneo, debba essere incentrato soprattutto sulla comprensione del presente e delle persone che lo vivono. Si tratta di sollecitare i protagonisti, in primo luogo, ma anche il pubblico ad operare confronti tra culture differenti e ad interrogarsi sulla propria, proponendo gli spunti che vengono dalla pratica etnografica ma anche dalle teorie antropologiche. I musei che definiamo etnografici sono spesso più musei di storia dell’agricoltura e della cultura popolare, che musei della pratica etnografica, ma va chiarita la loro specificità, anche al pubblico, al di là delle scelte di patrimonializzazione.

“Non proponiamo necessariamente delle soluzioni, ma possiamo interrogare in modo incisivo, significativo e spesso critico, il tempo del contemporaneo e le sue espressioni.” (Jacques Hainard)

Maggio 2019

Pietro CLEMENTE

(Presidente onorario “Società Italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici)

Fabrizio MERISI

(Direttore “Museo del Lino”)

Massimo PIROVANO

(Direttore “Museo Etnografico dell’ Alta Brianza”) Mario TURCI

(Direttore “Museo Ettore Guatelli”)

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