Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Nell’orizzonte della crisi

  1. Premessa

È un buon esercizio di igiene mentale tornare ai fondamentali della vita: acqua, aria, terra, energia; partendo da qui si può tentare di far capire che l’ambiente non è qualcosa di aggiuntivo, una appendice o un residuo, bensì la condizione imprescindibile per l’esistenza degli individui e della società.

Non è un obiettivo facile perché lo sviluppo, per come si è realizzato, ha comportato una colonizzazione mentale: gli abitanti dei paesi ricchi e le classi agiate dei paesi poveri vivono immersi in protesi artificiali, in una immaginaria ma nondimeno efficace separazione dal mondo esterno, contro cui erigono sempre nuove barriere e filtri, moltiplicando ambienti artificiali di vita tra di loro intercambiabili.

Vi sono quindi dei presupposti antropologico-culturali, continuamente operativi, all’indifferenza massiccia circa la sorte dei beni naturali primari, purché, ovviamente, sia garantita la loro fruizione, un utilizzo sempre più intenso e totalmente mediato dalla tecnica e dal denaro.

Su questo sfondo prende consistenza una crisi ecologica storicamente determinata che coinvolge l’intero pianeta, con risposte circoscritte e palesemente insufficienti, anche per il tipo di attori coinvolti. Si tratta principalmente di soggetti privati e organismi internazionali che operano, con vari intrecci, sul piano locale e su quello globale. Finisce col restare in ombra la dimensione cruciale dello Stato, la cui forma standard resta quella dello Stato nazionale.

Aggiungo alcune brevi considerazioni, a fronte della vastità delle problematiche coinvolte, sottolineando il rischio di una sottovalutazione, dovuta ad una lettura superficiale delle tendenze storiche. A titolo esemplificativo ricordo che agli inizi del secolo passato, non a caso in coincidenza con una fase espansiva degli scambi internazionali, erano già in campo le tesi sul declino del modello dello Stato-nazione.

Nell’arena mondiale il ruolo degli stati resta decisivo, anzi la fine del bipolarismo si è tradotta in una rinazionalizzazione delle politiche governative (e questo anche in Europa). D’altro canto una sopravvalutazione dell’egemonia americana porta molti ad immaginare un sistema di potere e dominio unificato. Le cose non stanno così e l’isolamento autoreferenziale degli Stati Uniti a partire dai temi ambientali, nonostante il loro strapotere militare, è la spia di una palese debolezza ad affrontare il futuro, molto pericolosa per tutti.

È senz’altro vero che sul piano internazionale e su quello interno gli stati si ritirano da territori considerati di loro pertinenza. Molte strutture essenziali al controllo dell’ambiente, della salute, della sicurezza vengono smantellate.

Tutto ciò rientra in un colossale processo di privatizzazione sviluppatosi negli ultimi tre decenni, in coincidenza con il manifestarsi della crisi ecologica globale. Proprio quando si aveva bisogno di consolidare il concetto di beni comuni, in una prospettiva universale, la tendenza storica di fondo erodeva i presupposti politico-culturali su cui ancorare le leggi e il loro funzionamento (non a caso massicciamente disatteso).

Siccome tali processi sono stati sanzionati democraticamente, la ricerca di una alternativa è tanto necessaria quanto problematica.

2. La questione ambientale

Partirei da un paradosso: nonostante che da almeno un trentennio la questione ambientale si sia imposta nei fatti e nella mentalità collettiva, nel cosiddetto immaginario, essa rimane ai margini della politica. I partiti sostanzialmente la ignorano o vi dedicano dei puri esercizi retorici; i “verdi” in quanto forza politica organizzata raccolgono consensi modesti, e spesso sono criticati dagli stessi ambientalisti; il recente movimento di Seattle o di Porto Alegre, specie nella sua versione italiana, pur essendo nato attorno a problematiche ecologico-ambientali, sembra impegnarsi prevalentemente o esclusivamente su terreni tradizionali, seppure importantissimi, piuttosto che assumere con decisione il rapporto uomo-ambiente, tecnica-natura, come proprio asse centrale.

Del resto anche l’altro grande movimento dei decenni passati, quello del Sessantotto, non tematizzò in modo convincente la problematica che ci interessa. Il rapporto del MIT al Club di Roma venne furiosamente attaccato e, in effetti, con poche eccezioni, le variegate correnti politiche della contestazione erano industrialiste e fautrici di una grande accelerazione dello sviluppo (di qui il mito di Lenin, Stalin, Mao).

L’impressione è che i gestori della politica, sia al governo che all’opposizione, condividano un’idea che trasmettono al pubblico, ai loro elettori: la questione ambientale, frutto avvelenato ma inevitabile dello sviluppo e del benessere, a cui giustamente aspirano le masse dei diseredati, anche se da soli non ce la fanno, è risolvibile solo dalla Tecnica, ovvero si può affrontare razionalmente solo su basi tecniche. In questo senso, al di là di schermaglie di superficie, ovvero a mobilitazioni emotive, i nodi irrisolti dell’ambiente sono considerati di pertinenza dei saperi specialistici, a cui ci si affida per le decisioni da assumere.

Anche senza complicare inutilmente le cose, qui si presenta un passaggio difficile: i filosofi riassumono la cosa dicendo che la tecnica è diventata il soggetto della storia; altri diranno che la tecnica è usata per legittimare il capitale; altri ancora che la tecnica, aggiornata all’altezza delle necessità del presente, è precisamente lo strumento per risolvere i problemi che ci stanno di fronte. Propenderei per quest’ultima posizione, la quale, per altro, se sviscerata e applicata fino in fondo, non lascia molto spazio alla democrazia, così come la conosciamo storicamente e come si è realizzata nel Novecento.

Il richiamo costante alla materialità delle merci e dei processi produttivi, alla loro impronta ecologica, così come al peso della materia vivente, alla finitudine del pianeta e dei corpi che lo abitano, è un antidoto prezioso contro alcune mitologie correnti, che hanno radici lontane. Da un lato ci sono i discorsi sul “virtuale”, sulla “smaterializzazione” delle merci, con i pretesi benefici che ne deriverebbero all’ambiente, mentre mancano analisi attendibili su ciò che ha comportato la rivoluzione elettronico-informatica, la sua espansione senza precedenti quanto a rapidità e capillarità – con effetti sociali ambivalenti e ambientali irrilevanti. Dall’altro è da contrastare e combattere sul piano delle idee una concezione secondo cui in definitiva l’uomo è Dio, ovvero, secondo una variante politeistica, alcuni uomini sono dei. Ovvero ancora assurgono al ruolo di divinità la Tecnica e/o il Capitale.

In ragione dell’enorme sviluppo delle forze produttive (e distruttive) queste fantasie, variamente argomentate, sono molto pericolose e contro di esse dovrebbero convergere tanto le concezioni creaturali dell’uomo e degli esseri viventi quanto le antropologie e filosofie naturalistiche e materialistiche.

Mi limito ad evidenziare un rischio connesso  alla questione ecologica. Essa ci segnala un limite e ci propone un’autolimitazione, ma tutto ciò verrebbe spazzato via di fronte all’idea che la potenza produttiva dell’intelligenza collettiva è in grado di creare dal nulla, di auto-produrre la realtà. In queste prospettive, eredi dirette dell’esaltazione della produzione per la produzione e della guerra come macchina acceleratrice della storia, la crisi dell’ambiente torna ad essere una pura anticaglia, il rigurgito reazionario di chi non sa stare al passo coi tempi e si aggrappa ad una natura inesistente.

È difficile misurare l’influsso di queste posizioni, ma i giovani sono attratti da un radicalismo che fa sparire la fastidiosa autolimitazione che discende dall’ecologia, riconfermando la tesi secondo cui è l’uomo che crea il mondo. Contestualmente si taglia il nodo gordiano della democrazia, promettendo una “democrazia assoluta” che non deve più fare i conti con l’irriducibile diversità e unicità di ogni persona (per non dire degli altri esseri viventi e delle cose, memoria del tempo e della storia). Non meno da contrastare è un altro versante dell’offensiva intellettuale contro la consapevolezza della crisi ecologica come orizzonte necessario del nostro tempo. Facendo leva su certi eccessi fondamentalistici riscontrabili in talune posizioni dell’ “ecologia profonda”, si sostiene che il progetto ambientalista è regressivo perché vorrebbe ricondurre gli uomini ad uno stadio animale, sottoporli nuovamente alla tirannia delle leggi di natura, rinchiuderli nella gabbia dell’ambiente, togliendo loro la possibilità di costruire la storia. L’ecologia si salderebbe così con le forme più raffinate di dominio che intendono inaugurare un’epoca “post-storica”.

In realtà la preoccupazione di fondo sembra essere sempre la stessa: non porre limiti al dominio sulla natura, alla manipolazione della vita, all’artificializzazione del mondo. Quindi non sono affatto le pretese leggi dell’ecologia ad essere imposte, bensì quelle della “seconda natura” incentrate sulla riduzione della vita, in ogni sua espressione, sotto il potere dell’economia, e ciò in base ad una pulsione che non è solo acquisitiva, volta al consumo, ma anche all’esercizio del potere. È piuttosto il concentrato di tutta questa spinta nella scena del mondo come nell’intimo dei singoli, nell’illusione di sfuggire alla realtà, al tempo e alla morte: di qui l’attrazione per l’eterno presente della “realtà virtuale”.

I grandi scenari planetari non meno delle problematiche quotidiane concernenti l’ambiente non hanno fortuna presso la classe politica e modesto impatto sull’opinione pubblica, che manifesta generiche preoccupazioni ma niente di più. La stragrande maggioranza delle persone è convinta che non ci sia niente da fare, il che vale tanto per gli ottimisti quanto per i catastrofisti – e questi non sono davvero pochi, tutt’altro –.

Ne consegue che la prospettiva e le soluzioni più o meno lucidamente proposte dagli ecologisti non sono entrate nella mentalità comune, mentre la questione ecologica è stata metabolizzata come una sorta di inedita catastrofe naturale, annunciata, forse incombente, forse inesistente.

In ogni caso qualcosa rispetto a cui non si può fare nulla, ovvero non si deve fare nulla, perché, data la complessità infinita delle varianti in campo, almeno dalla prospettiva del singolo, le decisioni potrebbero essere sbagliate, infondate e controproducenti. Per gli individui, sale della democrazia, ci sono quindi solo due opzioni possibili: o affidarsi alla natura, che in qualche modo sanerà gli squilibri causati dall’uomo, fosse pure a prezzi altissimi, oppure alla tecnica che troverà il modo di conciliare, anche se provvisoriamente, l’impatto delle attività antropiche sul loro contesto ambientale.

Esiste quindi una resistenza ostinata a farsi carico, partendo dal quotidiano, delle conseguenze negative dello sviluppo economico; anzi ci si preoccupa solo se questo non procede a tassi adeguati, competitivi. L’indagine su tali meccanismi psicologici è molto importante per un cambiamento culturale; in sostanza le persone comuni oppongono una ostinata resistenza ad ammettere che ciò su cui avevano investito le loro energie, risorse, speranze, era fondamentalmente sbagliato o addirittura dannoso. La situazione dei giovani, di chi è venuto dopo, è anche più difficile: sono costretti a rifiutare o ad accettare senza aver fatto un loro percorso storico, senza la possibilità di ripensarlo. Il loro vivere appiattiti sul presente e sull’immediato futuro deriva anche dalla difficoltà di concettualizzare criticamente la storia della cultura materiale, l’unica in cui sia riscontrabile un progresso (nell’arte non c’è progresso…), che di colpo non è più tale, anzi, se continua a progredire, la fine della storia è assicurata.

Gli analisti del nostro tempo insistono sui concetti di incertezza e di rischio. Ma anche queste categorie vanno calate nel concreto e storicizzate. Prendiamo la questione della sicurezza, che è al centro delle preoccupazioni della gente e dei politici: sembra essere il terreno su cui tutti si incontrano e su cui si decidono le sorti della lotta politica (con la sinistra costretta a rincorrere la destra e viceversa). Ma la sicurezza che si vuole, contro la microcriminalità, i drogati, gli extracomunitari, in sostanza contro gli eredi delle “classi pericolose” del passato, dovrebbe garantire la riproduzione degli stili di vita frutto dello sviluppo, non altro.

I danni altissimi di comportamenti individuali consolidati, come il tabagismo, non vengono assolutamente percepiti come devianti e colpevoli. Per non dire della inesistente sicurezza stradale, che è tale da garantire una ecatombe quotidiana, mentre l’automobile e l’autotrasporto continuano ad occupare un posto cruciale, vuoi nella nostra economia, vuoi nell’immaginario collettivo. Le scelte politiche, a costo di sconvolgere le città e il paesaggio, sono state e continuano ad essere indirizzate in favore dello sviluppo e di un uso obbligato di un mezzo che alimenta la distruzione dell’ambiente e di vite umane.

Come non pensare che il feroce attaccamento ad un tale ordigno sia dovuto all’essere assurto a simbolo dei due valori cardini dell’attuale civiltà: la libertà e il consumo?

Introduco una nota personale e confesso che l’interesse e una certa frequentazione della storia dell’ambiente si sono irrobustiti per motivi personali, pratici, legati al territorio, connessi alla lotta di salvaguardia del patrimonio naturale condotta da una piccola ma pugnace sezione di Italia Nostra attiva tra Genova ed Alessandria, impegnata dai primi anni Settanta a fronteggiare la delocalizzazione di industrie inquinanti dalla riviera all’Oltregiogo. Un caso coinvolgente è stato quello della “Cromium” – una fabbrica che poi si è riusciti a bloccare – impedendo che le produzioni altamente nocive della Stoppani di Cogoleto venissero trasferite sul versante “piemontese” del passo del Turchino. Mi parve che fosse utile ai protagonisti della mobilitazione, e alle stesse istituzioni coinvolte, conoscere il retroterra storico anche di lungo periodo di quella vicenda e di altre simili, sino al caso più eclatante dell’Acna di Cengio. La difficoltà derivava dal fatto che sino alla soglia dell’industrializzazione (prima della chimica e dell’elettricità) c’erano a disposizione delle buone ricerche specialistiche, poi quasi più nulla, specie sul nodo cruciale industria-ambiente. Nasce di lì, all’inizio degli anni Novanta, il progetto di storia dell’Acna, in parte abortito per l’impossibilità di accedere agli archivi aziendali, per l’ostilità delle istituzioni (a partire dalla Regione Piemonte) e i timori che suscitava negli stessi enti promotori (gli Istituti della Resistenza del territorio interessato, la cui sopravvivenza dipende dalle elargizioni delle amministrazioni pubbliche).

Negli ultimi anni qualche progresso è stato fatto, e qualche merito  va alla Fondazione Luigi Micheletti, anche se siamo ancora molto lontani dalla produzione di ricerche storico-ambientali di altri Paesi. La differenza non è solo quantitativa ma tematica; da noi si studiano i boschi, le bonifiche, l’uso agricolo delle acque, la pesca, i rifiuti urbani, la storia del paesaggio. Tutte cose degnissime ed importanti ma il nocciolo duro dell’industrializzazione e il suo impatto sul territorio, le persone, gli ecosistemi stentano ad entrare nell’agenda storiografica, per altro debole anche sul versante complementare della storia della tecnica di età contemporanea.

In merito sono da tenere presenti le considerazioni di Manlio Calegari, poste a premessa di alcuni contributi sull’Icmesa: «Vajont, Acna, Scarlino, Farmoplant, Seveso sono solo alcune delle parole assurte a simbolo di disastri ambientali che hanno lasciato segni profondi nella vita e nella cultura del nostro paese […]. Un buon motivo per costituire un terreno privilegiato per lo storico, lo studioso della società contemporanea (…). Ma in genere così non avviene perché – si dice – lo storico può entrare in azione quando il tempo gli ha permesso di stabilire un distacco adeguato dell’oggetto dei suoi studi».

Succede così che gli eventi si allontanino nell’indeterminato, a fronte di «una montagna smisurata di materiali, quasi sempre interessanti ma spesso inutilizzabili, destinata a crescere mentre il ricordo, l’emozione, lo scandalo che una generazione ha provato al sentire la parola “Seveso” è andato diminuendo». Il che non vuol dire che la ricostruzione storica non abbia una grande importanza: «Il compito della storia – che sconta la perdita dell’emozione e l’oblio dei giudizi dati all’epoca – è un altro: è la ricostruzione convincente dei fatti e dei protagonisti, delle dinamiche e dei ruoli, delle motivazioni e di tutto quanto costituisce appunto l’ingrediente della storia. La perdita di memoria, intesa come ricordo, è connessa alla nostra biologia. La storia ha il compito di non abbandonarsi a questa deriva, ma contribuire alla formazione di quel buon senso storico di cui ogni società ha bisogno per sopravvivere decentemente» (“Quaderno di storia contemporanea”, n. 30, 2001).

Per altro, il distacco dagli eventi, la necessaria lontananza per non cedere alle emozioni, per cui, parafrasando Croce, si potrebbe dire che tutta quanta la storia è, deve e può essere contemporanea… eccetto quella contemporanea, non rappresentano solo un collaudato dispositivo ideologico. Già Giulio Maccacaro, scrivendo a ridosso di Seveso, notava una convergenza molteplice verso la rimozione: «Basta, non è stata che una calamità; si paghino i danni e si ritorni alla normalità».

Questo è il nodo cruciale della questione e non riguarda solo i singoli eventi, rispetto a cui si fa ricorso automaticamente al caso, alla fatalità, all’analogia con le catastrofi naturali. Il meccanismo è quello del trauma e della rimozione, come nel caso dei grandi disastri politici del Novecento (guerre, stermini, violenze parossistiche). Quel che stiamo facendo al pianeta è così enorme e rapido, oltre che sempre più gratuito, non dettato dal bisogno della sopravvivenza, che non si riesce a elaborarlo e storicizzarlo. Un paragone può essere fatto, sul piano logico-storico, con i campi di sterminio nazisti e con il Gulag sovietico: adesso sono al centro di tante ricerche e c’è stata una qualche presa di coscienza e conoscenza, ma per molto tempo la storiografia, e non solo, li ha ignorati, negati o travisati.

La ricerca di una via d’uscita è sia urgente che difficile, perché si tratta di cambiare rotta, rispetto ad un modello di vita che affonda nel lungo periodo e che continua a far proseliti. Per un altro percorso, costruito consapevolmente, bisogna far leva sia sulla ragione che sul sentimento, sulla critica intellettuale e sulle emozioni: un processo che può essere corroborato solo da un ampliamento del sapere.

Negli ultimi decenni, le nostre conoscenze sugli animali si sono molto ampliate, mettendo in crisi la totale separazione tra gli uomini e le altre specie viventi, ancora imperante nonostante il darwinismo (che venne utilizzato per disemancipare gli uomini, piuttosto che per conferire dignità agli altri esseri viventi). La genesi di Silent Spring (1962) è esemplare per capire come possa funzionare il mix tra conoscenze scientifiche – gli effetti letali per gli uccelli del DDT accumulatosi nei lombrichi – e coinvolgimento emotivo – la scomparsa dei pettirossi dai giardini del Midwest –.

L’eccezionale impatto del libro di Rachel Carson, che segnò una svolta, dando vita ad un movimento di opinione decisamente più ampio rispetto ai gruppi che, sino ad allora, si erano battuti per la difesa dell’ambiente, va inquadrato nella fase inaugurale degli anni Sessanta. Però ancora oggi quella è l’impostazione giusta: conoscenza ed emozione. Solo che il contesto attuale è più difficile, schizofrenico, per effetto di tendenze tra di loro contraddittorie, talvolta nello stesso soggetto, oltre che nel corpo sociale.

Sempre rimanendo sul tema del rapporto con gli animali, registriamo un mutamento di sensibilità, così succede che per legge si riconosca agli animali di provare sofferenza e di essere tutelati dallo Stato (come in un recente emendamento della Legge Fondamentale tedesca). Contemporaneamente, gli animali di allevamento sono ridotti alla condizione di macchine biologiche, sottoposti a ritmi di crescita folli, con conseguenze ben note  (o che dovrebbero esserlo) per la salute e l’ambiente. Che senso ha chiedersi se soffre un bovino costretto a gonfiarsi nel giro di pochi mesi per essere macellato dopo aver “consumato” i circa 1.000 litri di petrolio, occorrenti a produrre tutto ciò che gli viene fatto ingoiare?

L’impianto astorico con cui da noi vengono insegnate le discipline scientifiche è la spia di una mancanza di autoconsapevolezza risolta in termini pragmatici. Una mentalità che ha conseguenze fortemente negative ai fini della presa di coscienza della dimensione storica e determinata dalla crisi ecologica. Questa va collocata nell’età dell’industrializzazione, delimitando il campo e l’oggetto della riflessione.

Nella ricerca etno-antropologica non ci sono praticamente limiti cronologici, si parla di “industrie” risalendo ai primi utensili. Ma se è giusta la tesi secondo cui la crisi ecologica è la novità cruciale del nostro tempo ed è maturata nel ciclo dell’industrializzazione, allora il passato va riletto alla luce di questo suo esito.

In base ad un tale assunto gli ultimi due secoli delimitano la contemporaneità, pur non essendo un blocco unico. Sullo sviluppo industriale come strumento necessario per vincere il bisogno e dominare la natura c’è stato un dibattito, un conflitto delle idee molto alto ed intenso, che si rifà a temi universali circa il posto dell’uomo nel mondo, ma la conclusione che si afferma con le ideologie politiche novecentesche segna il trionfo dell’industrialismo, rispetto a cui sono marginalizzate le posizioni di critica e di rifiuto più o meno radicale.

Esiste una storia interna del movimento e del pensiero ambientalista che merita di essere meglio conosciuta, però i presupposti della crisi rimandano a sviluppi d’ordine generale che danno un colpo mortale al progetto moderno, vale a dire alla realizzazione del progresso. In breve essi sono: il fallimento della rivoluzione comunista, di cui si prende atto con decenni di ritardo; il nazismo, ben imparentato con il fascismo italiano e altre varianti minori; la bomba atomica, e la costruzione di un mostruoso, incombente, potenziale di morte.

È sintomatico che la risposta collettiva ad una tale situazione si sia tradotta in uno sforzo spasmodico in direzione dello sviluppo, vale a dire nella concretizzazione, nel secondo dopoguerra, del progresso ridotto a crescita della disponibilità di beni materiali, ovvero di beni simbolici ridotti a merci da “consumare”.

L’ambientalismo propone delle alternative, che talvolta vengono accettate sia pure con l’obiettivo di aggirarle, come nel caso dello sviluppo sostenibile. Dobbiamo d’altro canto aver ben presenti i passaggi inesorabili  della storia sociale. Limitando la scena all’Europa occidentale, ed essendo già in piena contemporaneità, abbiamo: prima un lungo periodo di compressione delle condizioni di vita della popolazione lavoratrice, che trae scarsi o nulli benefici dall’industrializzazione; poi un enorme massacro concentrato attorno a due guerre mondiali; infine la possibilità, attraverso lotte e sacrifici, di raggiungere l’agognato benessere, che si rivela quasi subito incerto ed insulso.

Rapidamente archiviate le promesse non mantenute del socialismo e del comunismo, il capitalismo trionfante mostra crepe paurose, il suo ulteriore sviluppo moltiplica i problemi e aggrava la crisi. I contendenti, anche quando si presentano come nemici assoluti, condividono lo stesso atteggiamento per quanto riguarda il rapporto uomo-natura. All’ordine del giorno c’è ora la ricerca di una via d’uscita non regressiva;  l’ambientalismo di per sé non rappresenta la soluzione, ha però il merito di porre l’attenzione su ciò che deve essere superato affinché l’esistente non si riproduca affrettando la fine. Può anche darsi che tutto continui e che, in futuro, le nostre angosce risultino incomprensibili ad una nuova specie di umanità, ma è una scommessa insensata.

Adriano Sofri affronta il problema dal carcere, da cui non si decidono a farlo uscire. Egli invita a tornare alla sapienza presocratica. “Era l’esperienza della prima volta delle cose (…). Penso che un modo sensato di aspettare la fine del mondo sia di studiarla”. Il suo è anche un invito a studiare la genesi storica della crisi: “La natura cambiava, ma lentamente: da sembrare ferma. Finché non abbiamo toccato qualche nervo profondo della natura, fino a manomettere  col nostro tempo precipitoso i tempi della storia naturale. Siamo diventati autori potenziali della fine del mondo: a mano armata con l’atomica. E a mano pacifica con la nostra esuberante capacità di consumo” (“L’Espresso” del 7.08.2002).

Un’analisi della situazione del pianeta incentrata sulla questione ambientale non può sottrarsi ad una conclusione pessimistica, a meno di violare il principio dell’onestà intellettuale. Il modello di vita occidentale è chiaramente insostenibile, ma viene propagandato, imposto e difeso con ogni mezzo (a partire da spese militari stratosferiche  e il ricorso alla forza), tanto più che chi lo attacca violentemente usando il terrorismo – anche per l’enorme squilibrio delle forze – non ha nulla di meglio da proporre, anzi pratica e propugna apertamente una regressione sia politica che culturale.

È vero che la responsabilità della crisi ecologica globale è dei ricchi ed ultraricchi abitanti del Nord, pur essendo questa una rozza semplificazione rispetto ad una geografia ben altrimenti complessa, però anche i paesi poveri entrano nello stesso circolo senza via d’uscita. La scelta dello sviluppo insostenibile diventa una necessità economica, per la sopravvivenza si accetta di produrre, nelle condizioni peggiori, innanzitutto ciò che domandano i paesi ricchi, sulla base di una divisione internazionale del lavoro che sempre più fa perno su due fattori principali: il costo della forza-lavoro che si tende a ridurre al minimo attraverso la privazione di ogni diritto; la più ampia libertà di inquinare e saccheggiare  l’ambiente e le risorse naturali.

I paesi del Sud, i poveri della Terra,  sono in uno stato di costrizione, e  non possiamo arrogarci il diritto di pretendere da loro quelle scelte virtuose nei confronti del mondo della natura che noi abitanti dei paesi ricchi continuiamo ad evitare, sia sul piano dei comportamenti individuali che a livello sistemico.

Però non possiamo nemmeno nasconderci un lato scomodo della realtà, replicando l’errore di giudizio commesso da molti nel caso degli esperimenti comunisti del Novecento. Come  dice Eduardo Galeano: “Con devozione ed entusiasmo il Sud del mondo copia e moltiplica le peggiori abitudini del Nord (…); fa sua la religione nordamericana dell’automobile  e il suo disprezzo per il trasporto pubblico, e tutta la mitologia della libertà di mercato e della società di consumo” (“Il manifesto” del 4.08.2002).

Trovare una via d’uscita dal “malpasso” in cui è precipitata ed è spinta a forza l’umanità sembra essere sempre più difficile, così si moltiplicano le forme di autoinganno, a cui ci si deve sottrarre in nome della dignità personale. Abbiamo anche un dovere nei confronti dei giovani e delle generazioni future, che non può ridursi alla pura testimonianza. Lo studio del percorso che è stato compiuto, specie negli ultimi due secoli, è indispensabile, ma andando molto al di là delle energie di una generazione di ricercatori è chiaramente insufficiente, oltre che poco appassionante per i giovani, inclusa quella consistente minoranza che non vive solo nel  presente immediato.

I compiti più urgenti sono tanto d’ordine critico che propositivo, e in entrambi i casi non a senso unico. La critica dovrebbe indirizzarsi sia verso le riproposizioni dello scientismo ovvero forme più efficaci di apologia della tecnica, che nei confronti dei molti limiti dell’ambientalismo (non solo quello, in verità poco diffuso, di tipo fondamentalista).

Le proposte, d’altro canto, dovrebbero pescare nel meglio della tradizione dell’Occidente, tanto sul piano del pensiero che della cultura materiale e della tecnica, contro i tentativi di azzerarla e renderla compattamente omogenea (come avviene in Heidegger e nei suoi insopportabili seguaci); essa è molteplice e segnata da una lotta, ancora aperta, pro o contro il tentativo di dominare la natura e costruire, su questa base, una “ seconda natura”, portata al livello del puro artificio, in cui tutte le forme viventi potranno essere fabbricate e manipolate.

Lasciato a se stesso l’Occidente, diventato una costruzione ideologica, non ha gli antidoti per orientare diversamente le sue conoscenze, energie ed interessi; se mantiene ed amplia la sua egemonia riuscirà piuttosto a colonizzare le altre culture se non a clonarle a sua immagine e somiglianza. Proprio in questa fase storica è vitale l’incontro con altri popoli e civiltà, per quello che hanno da dare in termini di valori e di ideali, e per i saperi pratici di cui sono custodi e portatrici. In un mondo unificato sarà possibile ritrovare un percorso di progresso solo superando la pretesa dell’Occidente di continuare ad imporre una superiorità insostenibile sul piano sociale e del rapporto con l’ambiente.

3. I limiti della politica

Il crollo del comunismo sta determinando un processo rapido di cancellazione, a cui concorrono spinte diversificate. È vero che la ricerca storica progredisce su molti filoni, ma non arriva al pubblico, nemmeno a quello colto, d’altro canto temi di grande portata vengono quasi ignorati, anche quando ebbero un impatto e significato molto importante nella vicenda del comunismo russo-sovietico. Non ci fu solo una scelta decisamente e spietatamente industrialista ma anche un forte impulso alla  scienza e alla tecnica, nonché una ricca elaborazione teorico-pratica in campo ecologico. E però l’URSS è stata sconfitta proprio nella gara tecnico-scientifica con gli USA – questa è una delle spiegazioni più diffuse del crollo, anche se insufficiente e fuorviante – mentre le dimensioni della catastrofe ambientale nell’ex Unione Sovietica sono state, e sono, di dimensioni incomparabili. Di qui la facile ma inevitabile conclusione: il capitalismo è probabilmente insostenibile ma il comunismo lo è stato sicuramente…

A suo tempo la proposta berlingueriana di una scelta per l’ “austerità” suscitò attacchi da tutte le parti, e ancora adesso su questo aspetto vige una sorta di “damnatio memoriae”, specie nel suo ex partito. Essa infatti lasciava trasparire l’intenzione di sottrarsi all’egemonia culturale che il capitalismo esercitava sul movimento operaio tramite l’ideologia dello sviluppo e del consumo.

Si può riproporre la questione usando le parole di Sante Bagnoli, tratte da un suo bel editoriale. È inutile che aggiunga di essere d’accordo e però di non vedere solide prospettive per l’affermarsi di un’altra posizione, quasi che ci si vergogni della verità piuttosto che della menzogna.

«Per chi sta in cima alla piramide del mondo, il primo compito che si presenta è almeno non mentire, non mentire anche a se stessi, non dire che con il libero mercato tutti arriveranno a stare nelle condizioni dell’Europa […]. Solo una discesa del nostro livello materiale ci potrà ridare una pace che ci tolga dall’ansia dei progetti e delle carriere, vero idolo di un mondo che si è impoverito di coscienza e di spirito. Non mentire sarebbe la premessa, ma solo la pratica di una modalità diversa del vivere può far riconoscere la menzogna. L’immigrazione e la povertà, con anche i nuovi poveri, sono qui, in casa nostra, ad aiutarci in una pratica che ci sveli la menzogna. Alla nostra patologia provocata dall’ubriacatura prometeica del progresso economico illimitato è oggi data l’occasione di essere abitati da chi ha fame e sete di giustizia» (“Inoltre”, n. 5, 2002).

Il capitalismo liberal-democratico, che oggi regna incontrastato in tutte le maggiori culture politiche, esaminato nell’ottica della questione ambientale, non dà buone speranze: forse non è il suo banco di prova più impellente, ma le politiche attuate sinora e i risultati ottenuti lasciano pochi dubbi sulla capacità di tale sistema di autoriformarsi in vista di una riconversione ecologica. Il massimo risultato conseguibile è di fare dell’ambiente un grande “business”, come sta avvenendo da tempo. In questa ottica, sarebbe irrazionale risolvere la crisi, dato che è la sua perpetuazione che consente di fare profitti.

Non ha senso considerare il capitalismo, piuttosto che la tecnica, come i responsabili unici del disastro; innanzitutto perché non sono entità sovrastoriche e poi perché i sistemi politici ed economici di altra natura non hanno dato prove migliori, sia in generale che in specifico sulla questione ambientale. Anche quando partivano da una diversa base sociale (prevalentemente di tipo contadino), si sono più o meno rapidamente convertiti ad un industrialismo sfrenato (Russia e Cina), ovvero hanno privilegiato le campagne rispetto alle città, arrivando però a soluzioni folli, come nel caso di Pol Pot.

Lo stesso vale per le esperienze europee come il fascismo, un movimento senza prospettive, ad un tempo futurista e ruralista, oppure il nazismo che rappresenta il vertice insuperato del modernismo reazionario: massimo sviluppo della tecnica ed estrema regressione pseudo-naturalistica.

Il sorgere di un movimento antiglobalizzazione è uno dei fatti nuovi più interessanti di questi ultimi anni, si capisce quindi come vengano sviluppati non pochi sforzi per marginalizzarlo. L’obiettivo immediato è chiaro: la gente, gli spettatori, debbono percepirlo come un problema d’ordine pubblico e tenersene lontani. Ad un livello un po’ meno superficiale si debbono evidenziare le contraddizioni interne delle istanze proposte, ovvero il loro carattere utopico nonché regressivo. In ultima istanza gli si contrappone il paradigma della Scienza e della Tecnica, opportunamente resuscitato dopo decenni di critiche filosofiche ed epistemologiche ad un tale “feticcio della modernità”.

Al di là dell’armamentario retorico (o repressivo) degli avversari dei  “no global new global” resta il fatto che ci troviamo di fronte a qualcosa di veramente eterogeneo, direi di caotico se ne analizziamo le componenti, rispetto a cui non funziona nemmeno da comune denominatore il rifiuto della globalizzazione, ovvero del capitalismo. Può darsi che questa mancanza di identità ne favorisca l’espansione, ma ne prepara anche la probabile frammentazione e disintegrazione. Questo stato di cose è in buona misura inevitabile, dato che situazioni diversissime vengono investite contemporaneamente dallo stesso processo e reagiscono a seconda della propria storia e cultura.

Evidenzierei però tre aspetti, che costituiscono altrettanti punti deboli, specie per quel che riguarda le espressioni nostrane del movimento:

a)l’incapacità di porre al centro delle analisi e delle proposte la crisi ecologica, per come è emersa con chiarezza negli ultimi trent’anni, vuoi nelle sue dimensioni globali come in quelle locali (e in quest’ottica anche l’Italia è un caso “locale”);

b)l’assoluta refrattarietà a prendere atto e a riflettere sul fatto che la base sociale del movimento, su scala planetaria, è costituita in primo luogo dai contadini. Per le culture di sinistra italiane, che pure sono presenti o sono egemoni nel movimento, un tale dato di fatto è assurdo, forse non esistono più gli operai, figuriamoci se dobbiamo attardarci con i contadini! E, in ogni caso, la faccenda ha qualche interesse solo per i paesi sottosviluppati (per colpa della globalizzazione liberista);

c)la terza questione è secondaria ma può produrre effetti nefasti: così come era già successo con il ’68, il movimento antiglobalizzazione sembra che non possa fare a meno di affidarsi a dei capi o ideologi, che emergono con l’interessato aiuto dei media, pronti a cavalcare l’estremismo verbale e l’opportunismo pratico.

Si è molto discusso del concetto di “carrying capacity”, esteso dagli ecosistemi naturali agli ecosistemi artificiali antropizzati; per certi versi si può ancora pensare al dibattito sulle tesi di Malthus, ma interessa di più il progetto della tecno-scienza volto a superare ogni limite, poco curandosi dei tempi e dei cicli naturali, per non dire del principio di entropia e di scenari che non incidono sul presente e l’immediato futuro, un tempo che è già stato catturato, internalizzato.

La città è il caso paradigmatico di ecosistema antropizzato esploso per l’impatto dell’automobile, e la salvaguardia  dei “centri storici”, per altro sacrosanta, non ha certo risolto il problema. Per certi versi ha incrementato lo “sprawl” urbano sul resto del territorio.

Emerge già qui il tema ripetutamente messo a fuoco da Giorgio Nebbia: quello della violenza insita nelle merci, a partire dalle armi, le “merci oscene”. D’altro canto nelle merci c’è un valore che è altra cosa dal prezzo monetario, ci sono i frutti della natura, dell’intelligenza e del lavoro umani. Allora bisogna ricostruire la genealogia dell’impazzimento  che abbiamo tutti sotto gli occhi e di cui è emblema la produzione crescente e ingestibile di rifiuti.

Nebbia pensa che restando dentro il capitalismo non si possa trovare la via d’uscita perché esso è basato strutturalmente sulla vendita di quantità crescenti di merci, e la creazione di nuovi bisogni e desideri (funzione primaria delle merci immateriali).

Temo però che mancherà il tempo per una riconversione che dovrebbe  essere di natura innanzitutto culturale. Infatti l’elemento che caratterizza il capitalismo trionfante è l’accelerazione continua della velocità delle trasformazioni, a partire  dalla contrazione dei tempi del ciclo produttivo.

Se Marx ne sottolineava la capacità di “dissolvere tutto ciò che è solido”, oggi, cancellando biblioteche di critiche inadeguate già al tempo della loro formulazione, il meccanismo della “distruzione creatrice” si sviluppa sempre più velocemente. E questo avviene in presenza di masse sterminate che, a loro volta, si sono messe in movimento, partendo da condizioni di miseria, a costo di sacrifici per noi inimmaginabili. Chi potrà fermarle se non l’uso illimitato della forza ?

D’altra parte l’Occidente, a partire dall’Italia in rapido calo demografico, non può fare a meno dei migranti. La loro prima aspirazione è un livello dei consumi paragonabile al nostro propagandato standard di vita. Si ripete quel che è successo nel secondo dopoguerra, solo su scala molto più vasta.

Non  vorrei dare l’impressione di un determinismo senza via d’uscita, in realtà si stanno sviluppando dinamiche molteplici e divergenti sia sul piano sociale che intellettuale, dei comportamenti e dei valori. La democrazia realmente esistente non riesce ad essere una soluzione, e non possiamo invocare certo il ritorno allo Stato assoluto.

In una prospettiva storica la democrazia moderna è stata il frutto delle lotte per l’emancipazione dei lavoratori. Si tratta di conquiste tutt’altro che garantite una volta per tutte, infatti la grande restaurazione capitalistica degli anni Ottanta e Novanta tuttora in corso, ha mirato in primo luogo a cancellare gli elementi di democrazia economica in nome della libertà d’azione dell’impresa. La risposta del movimento operaio è stata incerta (una sua parte ha fatto propria la logica d’impresa) ma si è manifestata una resistenza e la partita è aperta.

L’orizzonte rimane però quello del come produrre e come distribuire le risorse. La domanda  sul cosa produrre viene tenuta ai margini, non viene nemmeno formulata innanzitutto come conseguenza di una debolezza storica del movimento operaio, fortemente connotato in senso produttivista e acritico verso l’innovazione tecnologica, considerata di per sé un progresso.

            In epoche passate, in età premoderna, il controllo delle risorse naturali era molto rigido, sia attraverso le consuetudini che le leggi. L’accesso era regolamentato anche su base religiosa e costituiva una delle principali prerogative ed incombenze del potere politico. Si può dire che non esistesse il concetto di proprietà privata, innanzitutto della risorsa principale: la terra.

Oggi la situazione è cambiata al punto che nulla sembra potersi sottrarre al processo di privatizzazione, eppure è solo nella nostra epoca che il concetto di bene comune dell’umanità ha assunto un significato pregnante, di rilevanza immediata, riferendosi a risorse di cui abbiamo scoperto la fragilità e il limite.

Questa situazione dà origine ad una serie di paradossi e di rischi ed illustra in maniera esemplare quella che mi pare essere una delle maggiori connotazioni del tempo attuale: la presenza contemporanea di tendenze del tutto contraddittorie senza che si dia alcuna possibilità di sintesi e di mediazione, esse sono infatti inconciliabili ed abbastanza forti da riuscire a svilupparsi ma non abbastanza da imporsi sulle tendenze di segno opposto, anche per questo motivo piuttosto che scontrarsi coesistono ignorandosi reciprocamente. Si ha così una scomposizione del corpo sociale del tutto analoga a quella che, secondo alcuni, caratterizza da tempo la condizione dei soggetti individuali.

È una situazione che ricorda  quella analizzata nei primi decenni del Novecento con il concetto di “contemporaneità del non contemporaneo”, vale a dire la presenza nello stesso tempo di persone e gruppi sociali appartenenti ad epoche diverse, immessi forzatamente e rapidamente nella modernità.

Allora la sintesi combinatoria che ne ricavarono nazismo e stalinismo, sotto il segno della massima accelerazione del tempo storico, si rivelerà catastrofica; oggi l’effetto più concreto sembra essere la paralisi della politica  di fronte alle grandi questioni di scenario della nostra epoca, come nel caso della gestione delle risorse naturali e dei beni ambientali.

Crescono le aree protette e contemporaneamente le privatizzazioni (dello stesso demanio pubblico); si moltiplicano le normative e le violazioni alle medesime. Pur senza sottovalutare gli sforzi e le mobilitazioni degli ambientalisti nonché l’esistenza di culture e sensibilità attente alle sorti dei beni comuni, la spinta a metterli sul mercato è prevalente, essendo trascinata da grandi e minuti interessi economici. A ciò si deve aggiungere che quando le risorse naturali sono considerate strategiche il ricorso alla guerra è tornato ad essere, nonostante l’ONU e il diritto internazionale, la via più diretta per risolvere la questione; così, in alto e in basso, la giuridicizzazione  del dato di fatto delegittima la legge ridotta a strumento occasionalistico contingente.

Se da un lato la pressione sulle risorse naturali è enormemente aumentata in conseguenza dello sviluppo industriale, dall’altro non si sono approntati gli strumenti per affrontare un problema  che è antico ma che  si presenta con tratti assolutamente inediti.

L’ampliamento della sfera del diritto privato, con un sovraccarico che determina contenziosi infiniti, non pare essere una soluzione se non nel senso di cancellare il concetto stesso  di beni e risorse collettive, patrimonio comune dell’umanità. Lo stesso risultato si ottiene per via statale, imponendo con la violenza le ragioni della forza.

È ovvio che in un tale contesto le conferenze e convenzioni internazionali scontino una debolezza strutturale se non un deficit di legittimazione.  Si potrebbe dire che, pur con tutti i limiti, è già tanto che continuino a tenersi (ma per quanto se si ripetono i fallimenti ?).

Nel documento della Fondazione Heinrich Boll per il vertice di Johannesburg si afferma con decisione: “i sistemi democratici di governo sono la via migliore per proteggere l’ambiente”; la realizzazione dell’equità in uno spazio ambientale finito, qual è il nostro pianeta, deve e può avvenire nell’ambito della democrazia.

Sono affermazioni solo apparentemente scontate, anche in un’epoca in cui tutti si dicono democratici. È stato infatti osservato, ad esempio da Ralf Dahrendorf, che se le condizioni del dissesto ambientale sono quelle da più parti denunciate allora le nostre istituzioni democratiche non sono adeguate per affrontare il problema, e quindi la scelta può essere tra perire nella democrazia o sopravvivere nella dittatura.

Anche Sandro Pignatti e Bruno Trezza nel loro libro “Assalto al pianeta. Attività produttiva e crollo della biosfera” (Bollati Boringhieri, 2000), pensano che il vincolo ambientale imporrà la fuoriuscita dal capitalismo e dalla democrazia rappresentativa, come sistema di governo statale-nazionale, a favore di forme di democrazia diretta nell’ambito di unità economiche autosufficienti.

Indipendentemente dal fatto che si condividano o meno, sono prospettive impraticabili: il capitalismo e la democrazia hanno sia il potere che il consenso, la dittatura e le comunità autarchiche né l’uno né l’altro. In effetti il precipitare di uno stato di emergenza potrebbe dar vita ad una sorta di dittatura ecologica (così come in passato ci furono i dispotismi idraulici), mentre una presa di coscienza generalizzata consentirebbe la destrutturazione dei grandi sistemi economici e di potere a favore di una ricostruzione dal basso. Ma, al momento, non ci sono i presupposti per questi scenari.

Ancor meno ipotizzabile è che arrivi a conquistare il potere un partito rivoluzionario sotto la bandiera dell’ecologismo; saremmo alla caricatura mentre c’è un accordo abbastanza vasto sulla estrema serietà delle questioni da fronteggiare. Non esiste una via univoca e privilegiata, si tratta piuttosto di sfruttare tutte le possibilità, dentro e fuori dal sistema democratico rappresentativo. Il percorso più sensato è di mantenersi sul terreno della democrazia, innovandola sia dal basso che dall’alto.

Le mobilitazioni di massa hanno un andamento ciclico, quelle attuali si esauriranno e non ci saranno forze organizzate in grado di trarne la sintesi politico-ideologica; la continuità e l’ampliamento della presa di coscienza passano attraverso l’azione e l’impegno dei singoli, che rinnovano e danno un senso alla democrazia coniugando assieme l’autonomia personale e il legame sociale. In una società in cui la politica tradizionale non riesce più a dire nulla di significativo, l’autodeterminazione e l’associazione dei singoli e diversi costituisce una grande ricchezza che sta svolgendo una funzione preziosa nel tenere aperta la speranza. Non si tratta solo di testimonianze, esse infatti danno voce allo spirito dei tempi, ad un cambiamento che è storicamente maturo.

Lo stesso vale per l’azione dall’alto, che riguarda gli stati e le organizzazioni di stati. La prospettiva di un costituzionalismo mondiale fondato sulla pace e i diritti umani è l’unica prospettiva di salvezza ma deve essere integrata dalla ridefinizione del rapporto uomo-natura e da una costituzionalizzazione del diritto della natura a non essere distrutta dall’azione degli uomini. Il rapporto di forze si è rovesciato, in questo momento la natura è il soggetto più debole che deve essere protetto dalle mire della maggioranza degli uomini.

Come sottolineava Hans Jonas salvaguardare la natura oggi significa proteggere i diritti degli uomini di domani. A tal fine, la natura deve essere progressivamente sottratta ai voleri delle maggioranze e dei mercati ed entrare, sulla spinta verso un costituzionalismo mondiale, nelle leggi fondamentali degli stati, nella sfera dei diritti inviolabili, indisponibili e inalienabili.

È una prospettiva pur sempre antropocentrica, ma a questo livello non ci occupiamo della natura in sé  e per sé o del cosmo che ci sovrasta, ma di quella regione per noi vitale e da noi minacciata che si chiama biosfera.

Sembra esserci una sproporzione incolmabile tra le dimensioni e la complessità della crisi ecologica e l’inadeguatezza del movimento ambientalista, oltre che delle politiche governative. Sono state tentate diverse spiegazioni, ed è sicuramente importante capire i meccanismi che inibiscono la presa di coscienza, colpendo alla base la possibilità di una mobilitazione e ancor più di un’azione consapevole, non effimera. Seguendo il ragionamento di Günther Anders si può dire che la minaccia  – come nel caso  dell’apocalisse nucleare – è troppo grande e inafferrabile per essere tollerata ed elaborata dalla coscienza, per cui rimane al di sopra o al di sotto della soglia della consapevolezza. Questa spiegazione riferita ad una catastrofe annunciata che ci lascia indifferenti perché abbiamo imparato a convivere con l’angoscia, sino all’ottundimento dello spirito, deve essere integrata con l’incapacità di rappresentare la catena di eventi, di cause ed effetti, che lega i comportamenti e le scelte immediate e individuali e le conseguenze future e globali.

Rispetto alle interpretazioni più recenti e concilianti che insistono sull’incertezza e il rischio, sulla necessità di mantenersi a galla, l’interpretazione di Anders va alla radice del problema, che deriva dall’illimitatezza della nostra capacità di produzione e distruzione e la limitatezza della nostra capacità di rappresentazione; un’arroganza prometeica, storicamente determinata, pur affondando in un antropocentrismo di più lungo periodo.

In questo modo si riesce ad inquadrare il nodo, che diventerà sempre più urgente sciogliere, costituito dagli ostacoli che si frappongono ad una generalizzazione della presa di coscienza. Dobbiamo però considerare anche altri fattori che incidono sullo stesso movimento in difesa dell’ambiente, in coloro che intendono opporsi al saccheggio del mondo. Scopriamo così che  tale movimento non solo è debole e ancora circoscritto, ma preda di contraddizioni, di vecchie e nuove divisioni. Oggi la più propagandata, dal vasto fronte che dà voce agli interessi che si ritengono lesi da un qualsiasi cambiamento di rotta, è quella tra il bisogno di difendere l’ambiente e la necessità di combattere la povertà. La conseguenza che se ne vuole dedurre è che i paesi in via di sviluppo non possono permettersi il lusso di rispettare vincoli ambientali (ed un eccesso di diritti a protezione della manodopera). Dato che la concorrenza di tali paesi si fa sempre più minacciosa ne deriva che gli stessi paesi sviluppati non possono rischiare una crisi economica in nome della salvaguardia dell’ambiente (e dei lavoratori). La deduzione finale è ovvia e funziona grosso modo da un paio di secoli: per vincere la povertà e mantenere la prosperità bisogna aver mano libera nello sfruttamento delle risorse naturali ed umane.

Esposta la cosa in questi termini, del tutto sommari ma non arbitrari,  ne dovrebbe discendere una convergenza tra le ragioni degli ambientalisti e quelle dei lavoratori. E di ciò effettivamente si parla in ristretti circoli rosso-verdi, ma le cose sono andate in modo del tutto diverso, prevalendo piuttosto l’isolamento e l’ostilità reciproca. È una vicenda che deve essere conosciuta, se si vuole andare oltre, non per effetto di slogan ma in modo consapevole. Ancor più micidiale è il solco che negli ultimi due secoli ha diviso contadini e operai. Questa è stata la vera trappola, costruita in nome della modernizzazione e industrializzazione, da coloro stessi che ne sarebbero state le vittime.

4. I ritardi della filosofia

La sinistra tradizionale da molto tempo non riesce a proporre altro che un capitalismo democratico; in questa prospettiva si esaurisce tutta la progettualità e il senso della politica. Quel che ne risulta è un misto di realismo pragmatico e di vuota retorica, tralasciando l’infittirsi delle forme patologiche dell’agire politico. La scelta strategica che è stata compiuta, in primo luogo dagli ex comunisti, si può ricondurre a due assunti basilari: a) l’impossibilità, dimostrata storicamente, di superare il capitalismo; b) la possibilità, e l’insuperabilità, di un incontro tra capitalismo e democrazia, facendone il terreno d’elezione della sinistra. Non mi interessa qui contrastare questa tesi, cosa che molti hanno fatto, spesso con armi spuntate, ma constatare la conseguenza innegabile dell’approdo a cui si è giunti: il crollo della capacità di coinvolgimento e l’inaridirsi della passione politica.

È proprio di fronte a tale quadro che risulta sconcertante l’incapacità di tematizzare la crisi ecologica, che sembra essere  irrimediabilmente estranea al DNA dei partiti politici di sinistra. Anzi, la cosa potrebbe essere allargata alle stesse forze politiche extraparlamentari, che hanno dimostrato a lungo un’estraneità od ostilità non inferiore a quella degli eredi dei partiti maggioritari del movimento operaio. Adesso il movimento antiglobalizzazione sembra porsi su un’altra prospettiva ma, partendo da zero, non conoscendo la storia da cui è stato prodotto, non farà molta strada, ovvero verrà riassorbito come elemento che vivacizza l’esistente senza modificarlo in profondità.

Se ci spostiamo dal terreno della politica a quello della cultura, e propriamente della teoria, le difficoltà che incontra un pensiero centrato sulle dimensioni e il significato della crisi ecologica non sono di minor conto. Nell’ultimo trentennio non è sorto in Italia nessun pensatore che abbia concentrato le sue energie nella riflessione e rielaborazione di una questione ad un tempo dirompente e nuova; filosofi come Hans Jonas e Günther Anders sono rimasti ai margini del dibattito, e quando non è stato più possibile ignorare le conseguenze della genetica e della tecnologia applicate alla vita, si è inventato una disciplina pseudospecialistica, la bioetica, per risolvere e circoscrivere, problematiche che investono tutto quanto il senso dell’esistere: uomo, società, natura.

 La mancanza di una tematizzazione esplicita ha consentito di aggirare il problema in due direzioni apparentemente antitetiche e in realtà complementari, da un lato si è celebrato il trionfo dell’Estetica, dall’altro quello della Tecnica. In entrambi i casi veniva sminuita e considerata irrilevante la razionalità basata sulla prassi e sull’osservazione empirica, così come una concezione dell’uomo incentrata sulla storicità e il senso del limite. In toni apologetici oppure apocalittici il pensiero si incaricava di esaltare gli sviluppi della rivoluzione permanente realizzata dal capitale. Il lato speculativo della cosa era dato dal fatto che i pensatori, a differenza della gente comune, teorizzavano che ogni versante di un mondo in scomposizione dovesse essere portato al suo limite estremo, così l’economia ritenuta capace di colonizzare ogni aspetto della vita, ovvero la tecnica in cui si dispiegherebbe pienamente l’essenza dell’uomo e la virtualità a cui viene ridotta tutta quanta la realtà. In sostanza, la filosofia  opta, nelle sue principali espressioni, per una posizione coerentemente antiecologica che serve da supporto alle scelte opportunistiche della politica e ciniche dell’economia.

Ci si potrebbe chiedere: se la questione dell’ambiente non incontra i favori dei filosofi, che la ritengono inesistente o regressiva, come possono gli stessi ignorare la povertà, l’ingiustizia, la disuguaglianza, contestualmente al crescere dello sviluppo e alla possibilità storicamente raggiunta di superare il bisogno? Non come privati, ovviamente, ma come coloro che vivono il proprio tempo sotto forma di pensiero? Si potrà dire che non è così dato che si sono molto impegnati nel pensare alla teoria della giustizia e dei diritti, ma non è questo il punto, bensì il fatto che, soprattutto in Italia, le varie correnti filosofiche hanno opposto una accanita resistenza attiva o passiva alla novità – storicamente inedita – della crisi ecologica globale e, ugualmente, allo scandalo del permanere della povertà in mezzo all’abbondanza e allo spreco, cosicché oggi tra tutte le discipline, scienze umane o naturali, proprio la filosofia sembra essere la più lontana da una dimensione critica, e ciò spiega, almeno in parte, la mancanza di una teoria all’altezza della trasformazione avvenuta negli ultimi decenni.

L’inesistenza di un rapporto sostanziale tra filosofia ed ecologia nella cultura italiana ha degli aspetti paradossali, anche perché assume la fisionomia di un taglio netto con il passato, basti pensare al Rinascimento, a Vico, a Leopardi. Più recentemente Norberto Bobbio, nel suo “Profilo ideologico del Novecento”, indica esplicitamente nella difesa dell’ambiente e nella pace universale le poste in gioco principali del pensiero contemporaneo (ma poi, significativamente, solo al secondo tema indirizza le sue riflessioni senza evidenziarne il legame indissolubile).

Nei nostri filosofi possiamo trovare piuttosto elementi per capire le ragioni di una rimozione: il primo è dato dal concentrarsi dell’attenzione sull’individuo, rovesciando i paradigmi collettivistici e organicistici che avevano dominato nella prima metà del secolo. Ma l’individuo è assorbito nel presente e, giunto ad uno stadio di consumo affluente democratizzato, vive in una dimensione edonistica ed estetica, rifuggendo dalla preoccupazione per il futuro e il tutto che l’ecologia vorrebbe reimporre.

 L’individualismo si traduce nella ricerca ostinata del benessere e può alimentare sia l’autoritarismo, per via della domanda di sicurezza, che il dominio della tecnica, dato che il mondo dovrebbe funzionare come una macchina in grado di dare il massimo di utilità e benessere per ogni singolo soggetto. Come si vede siamo agli antipodi di ogni variante del pensiero ambientalistico, di necessità centrato sui concetti di natura, tempo, relazioni, diversità, finitudine.

L’incontro tra filosofia e sensibilità ecologica si è in parte espresso nel “pensiero debole”, quindi ancora una volta in termini paradossali, dato che la questione ambientale tende a porsi in termini assoluti ed ultimativi. La convergenza avviene su un punto importante: la critica al razionalismo economicistico, un pensiero intriso di violenza, teso ad esorcizzare la paura della morte, incapace di vivere l’infinita ricchezza dell’esperienza sensibile,  attardato nel progetto del massimo sviluppo delle forze produttive, cieco di fronte all’unicità ed irripetibilità delle persone e delle cose, impegnato a costruire un mondo dominato dal potere, ostile verso gli esseri viventi e chiuso nei confronti del cosmo.

Le resistenze intellettuali all’ecologia provengono soprattutto da due ambiti: quello della filosofia e quello dell’economia, è attorno a queste discipline che si tende a ricostruire un paradigma forte di Occidente e si considera inevitabile o auspicabile l’occidentalizzazione del mondo, un risultato che spesso si dà per avvenuto. Cosa che facciamo tutti  quanti quando parliamo, come di un dato di fatto, di globalizzazione. E rafforziamo il concetto sostenendo che la globalizzazione è un processo in atto da almeno cinque secoli. Anche sottolineando le resistenze, i conflitti, o i crimini (come la tratta degli schiavi), questo modo di ragionare mi pare sbagliato e subalterno ad una egemonia a cui attribuiamo una profondità e solidità che è piuttosto l’esito di una sconfitta che proiettiamo nel passato. Si ricade così nella trappola  dell’unilinearismo, contro cui Walter Benjamin ci ha lasciato delle considerazioni definitive.

Il pensiero filosofico è apologetico nei confronti dello sviluppo capitalistico, oppure indifferente o evasivo, perché non riesce a scorgere alternative sociali alla economia generalizzata. Quindi accettazione dell’esistente partendo dal dominio dell’economia, rispetto a cui la teoria  svolge un ruolo ancillare e ornamentale, oppure fuga dal mondo e riassorbimento della filosofia nella religione. La situazione è meno bloccata in altri territori del sapere – compresa l’area scientifica – dove la crisi ecologica ha attivato dei ripensamenti rispetto ai pretesi canoni intangibili della cultura occidentale.

Si può diffidare delle teorie della complessità, spesso confuse, a cui certi filoni del pensiero ecologico hanno dato un forte impulso; in ogni caso il dialogo tra le culture e le civiltà non può restare una vuota formula. In passato avveniva spontaneamente, oggi deve assumere un andamento programmatico, facendo leva sulle situazioni in cui è più facile realizzare incontri intellettuali proficui.

Se per spiegare il Tao si dice che “un vivente è un sistema complesso non già semplicemente perché a differenza degli oggetti inanimati, scambia informazioni con l’ambiente in cui è inserito, ma anche e soprattutto perché ognuna delle sue parti comunica e riceve informazioni da tutte le altre” (F. Voltaggio), e si rende conto che la riflessione sugli organismi viventi, al centro di una guerra economica e di violenti contrasti nel mondo scientifico, può essere illuminat da apporti di altre culture, mentre è doveroso difendere la tradizione scientifica occidentale dai suoi  epigoni, che ripropongono come un dogma il binomio scienza-progresso, cancellando con un’unica operazione la storia degli ultimi due secoli e l’evidenza della crisi ecologica indotta dallo sviluppo industriale, supportato da una tecno-scienza troppo pronta ad adeguarsi ai dettami del potere e dell’economia.

Abbiamo visto che l’incontro tra ambientalismo e movimento operaio presenta non poche difficoltà dato che la cultura ecologica ha un impianto antindustrialista mentre i partiti e i sindacati operai si sono sempre fortemente identificati con la fabbrica, allontanando in un futuro indeterminato le tesi sull’autosuperamento del proletariato. Anche nei momenti di più forte progettazione politica l’orizzonte massimo restava quello della generalizazione su scala sociale del lavoro industriale, sotto la direzione del partito invece che degli imprenditori borghesi. Ancora oggi l’imprinting ricevuto resta operativo, anzi ogni discontinuità è stata abolita e i rappresentanti del movimento operaio si autopercepiscono fondamentalmente come i continuatori e realizzatori della rivoluzione borghese. Lo scontro concerne la gestione dell’eredità lasciataci dal ciclo storico capitalistico-borghese, non la messa in discussione dei contenuti di tale eredità.

L’atteggiamento era molto diverso nella fase delle origini e si può dire per tutto il corso dell’Ottocento ma, con la vittoria del modello socialdemocratico tedesco e leninista russo, l’adesione al sistema industriale

non incontra più ostacoli, anzi a lungo si considera il capitalismo un ostacolo sulla via della piena affermazione della razionalità tecnico-industriale.

Si capisce così come l’ambientalismo sia stato percepito come un fenomeno borghese e reazionario, vuoi perché neo-romantico vuoi perché utile ai progetti malthusiani del capitale monopolistico.

È stato molto più facile, seppur sorprendente, l’incontro tra ambientalisti e contadini, la cui sopravvivenza e recente parziale rinascita nei paesi industrializzati è dovuta alla diffusione della domanda di cibi e prodotti “naturali”, alternativi rispetto a quelli del complesso agro-industriale. In determinate situazioni è stato anche valorizzato il ruolo dei contadini a presidio del territorio. La problematica ambiente-contadini è infine di importanza cruciale, per le sorti future del pianeta, in tutti i paesi poveri e in via di sviluppo. In questi casi la contrarietà dei poteri dominanti, locali e internazionali, ad una tale saldatura è così forte da indurli  al ricorso all’assassinio politico sistematico (caso brasiliano e non solo).

Il terzo filone da considerare introduce un tema, se è possibile, ancora più vasto, vale a dire il rapporto donne-ambiente e l’apporto femminile all’ambientalismo. Per quest’ultimo aspetto ci si può basare su un dato di fatto: il contributo delle donne alle lotte per l’ambiente e all’elaborazione di una cultura ecologista è stato così rilevante da cancellare  l’eredità storica della pretesa inferiorità femminile. È da notare inoltre che nello specifico l’uguaglianza, e talvolta la superiorità nell’elaborazione e nella pratica, sono state raggiunte facendo leva sulla differenza, la specificità di genere.

Il che rimanda alla tesi di un rapporto diverso delle donne verso il mondo e la natura, rispetto a quello instaurato dalla cultura maschile, indelebilmente segnata dalla violenza e dalla guerra. Seguendo il filo di questo ragionamento è stata anche sottolineata l’estraneità ed esclusione delle donne dalla corrente principale dello sviluppo tecnico-scientifico moderno: un universo maschile che concepisce la natura (e la donna) come una ricchezza da sfruttare e dominare. La crisi interna del meccanicismo determinista, e l’affermarsi dell’ecologia, con il ritorno dell’idea di natura quale organismo vivente, segnalano la possibilità di superare una cultura incentrata sulla violenza, la morte (e la ricerca dell’immortalità).

L’apporto del pensiero femminile, post sessantottesco, alla elaborazione di nuove idee e comportamenti è stato sicuramente rilevante, mentre i rapporti tra i sessi cambiavano radicalmente, ai limiti di una inedita rivoluzione antropologica. La pretesa maschile di fare degli uomini i depositari eterni  del paradigma universale per il genere umano è stata definitivamente minata, con conseguenze ancora in fieri.

Questi cambiamenti così importanti nella sfera privata hanno però inciso poco in quella pubblica e nel rapporto generale uomo-natura; su questo terreno la differenza femminile non si è manifestata o è stata poco incisiva. Anzi gli sviluppi più recenti del capitalismo hanno reso evidente una forte capacità di integrazione, non solo dal lato scontato dei consumi  ma in quello della produzione: le donne cominciano ad occupare in modo massiccio posti di responsabilità adottando stili di vita maschili. In questi casi il femminismo si afferma in termini maschilistici.

In effetti il pensiero femminile soggiace alla tentazione di fare della differenza di genere la chiave di volta per un completo rovesciamento dei valori: le questioni della pace e dell’ambiente, cioè di un rapporto non distruttivo con gli altri, vengono demandate all’affermazione di una presunta natura femminile (destoricizzata). Le cose, anche in questo caso, non stanno così, le differenze storiche, sociali, culturali non possono essere azzerate, totalmente sussunte dalla dimensione biologica.

Per tornare alla questione della tecnica e del capitalismo: è vero che le donne, massicciamente impiegate come forza-lavoro, sono state tenute ai margini dello sviluppo tecnico-scientifico, così come dai processi di costruzione degli stati e delle imprese capitalistiche. Esse però hanno dato un’adesione convinta e spesso entusiastica all’affermarsi della modernità, alla penetrazione della tecnica in ogni aspetto della vita quotidiana, rivendicandone il significato di autentico progresso.

I fautori dell’innovazione tecnologica sono soliti ripetere che i timori catastrofici, sollevati in occasione delle maggiori scoperte e delle loro applicazioni, frutto dell’ignoranza degli oppositori, sono stati sistematicamente smentiti dall’evoluzione storica. Ciò che sembrava straordinario, e, a seconda dei punti di vista meraviglioso o pericoloso, è diventato rapidamente normale e naturale, al punto che non se ne può più fare a meno. Forse non abbiamo ancora capito sino in fondo che cos’è l’elettricità ma chi potrebbe mai proporre di abolirla perché «chi tocca i fili muore» (e i campi elettromagnetici di sicuro non fanno bene alla salute).

Ragionando sulla tecnica un primo problema sorge per effetto della velocità crescente con cui si verifica la sua “naturalizzazione”: di norma, e in proporzione inversa all’età dei soggetti, le innovazioni vengono introiettate, e dopo poco diventano indispensabili. D’altro canto questa velocità di assimilazione va di pari passo con una crescente impossibilità di conoscere, a cui concorrono molteplici fattori e volontà; in ogni caso domina l’accettazione passiva. Viviamo in una società ipertecnologica in cui i singoli sono mediamente degli analfabeti totali rispetto alle tecnologie che utilizzano. È una situazione inedita su cui occorre riflettere; del resto proprio questa famigliarità ignorante con la tecnica ci consente di vivere senza problemi in una “seconda natura”, divenuta il nostro quotidiano ambiente di vita. Abbiamo sempre vissuto immersi in un mondo naturale pressoché sconosciuto; non ci costa molta fatica estendere lo stesso atteggiamento verso gli artifici costruiti dai nostri simili. La conclusione è già stata tratta: al nostro livello di sviluppo storico non è più possibile distinguere tecnica e natura, biologico e artificiale, tutta l’evoluzione della specie è tesa ad un tale risultato. Resta il fatto che questa tecnicizzazione dell’umano, accelerata dalla tecnoscienza, avviene esonerando l’homo sapiens, ridotto ad oggetto di una serie di incontrollate operazioni ingegneristiche, finalizzate al dominio della natura e degli uomini (cfr., tra tanti, Edmund Husserl, La crisi delle scienze europee).

L’ottimismo e il fatalismo tecnologico lasciano nel tutto indefinito il progetto di costruzione di una nuova umanità, anche se non è difficile scorgere nella ricerca dell’immortalità la motivazione irrazionale che anima le nuove generazioni di apprendisti stregoni. In tutto ciò c’è un risvolto economico di dimensioni colossali: il prolungamento della sopravvivenza al di là dei limiti biologici sarà un affare accessibile a pochi, il cui costo viene pagato da tutti. La post-umanità assume la fisionomia di una super-razza, tanto duratura quanto stupida. Del resto solo una società totalmente priva di coscienza storica può riproporre l’eugenetica a pochi decenni dal nazismo.

Se gli esiti dell’intervento sull’uomo lasciano intravedere un futuro indeterminato ma dai tratti inquietanti, l’azione sempre più profonda sulla natura, sull’insieme dei viventi, sulla biosfera, ipoteca il futuro senza alcuna possibilità di prevedere quali saranno le conseguenze di una potenza tanto grande quanto cieca.

Arrivati a questo punto è difficile resistere alla tentazione di abbandonare la scienza e la tecnica, da respingere in quanto tali e in linea di principio. Credo invece che ci si debba limitare a criticarne e a combatterne le pretese assolute, la convinzione di avere il monopolio della verità nella spiegazione del mondo e di poter decidere la condotta degli uomini.

Ricondotte nei loro limiti di saperi indispensabili per conoscere, sempre in modo provvisorio, la realtà, e per intervenire su di essa, senza la pretesa di crearla dal nulla, la scienza e la tecnica hanno un valore intrinseco irrinunciabile per l’umanità. È vero che hanno contribuito, in nome delle più varie motivazioni, e principalmente per il loro stato di servitù verso il potere politico ed economico, a compromettere la vita sulla terra, ma non possiamo liberarci dei saperi tecnico-scientifici.

E ciò per almeno tre motivi: ci sono indispensabili per affrontare e rimediare ai guai che essi stessi e il loro utilizzo dissennato hanno prodotto; l’umanità si è spinta troppo avanti sulla strada della costruzione di un mondo artificiale perché si possa pensare ad un percorso collettivo di pura negazione della tecnica; la scienza e la tecnica moderna e contemporanea contengono in sé potenti e irrinunciabili elementi di liberazione, nel campo della vita intellettuale e in quello della vita pratica.

5. Ideologie e realtà

A scopi  polemici, gli avversari dell’ambientalismo insistono molto sulle tendenze regressive del fondamentalismo ecologista, che in definitiva, proporrebbe il ritorno ad uno stato di natura, cancellando non solo l’idea di progresso ma tutta quanta la storia. Queste dispute non sono prive di importanza, ad esempio l’ecologismo di certe correnti di destra merita attenzione critica assieme alle connesse teorizzazioni del differenzialismo culturale, facilmente utilizzabili per politiche discriminatorie su base etnica (più o meno inventata). È un fatto però che in Italia queste posizioni non hanno sinora avuto un significativo impatto culturale e ciò vale anche per la “deep ecology”, conosciuta solo in ambienti ristretti. In ogni caso, molte critiche sono strumentali e approssimative, mentre, a mio avviso, pur non condividendo né i presupposti né gli esiti del fondamentalismo ecologista, penso che gli vada riconosciuto un merito non da poco, ovvero la presa di coscienza che la questione ambientale non era un incidente di percorso, dovuto ad una cattiva gestione delle esternalità, per usare il gergo economico, ma qualcosa di radicale e profondo: l’esito di un processo a cui si era giunti inavvertitamente, quasi inconsciamente. Il che  non è contraddetto ma rafforzato dal fatto che lungo tutto l’Ottocento e il Novecento non fossero mancate le voci critiche, venissero formulate le basi teoriche dell’ecologia, esistessero movimenti protezionistici e naturalistici, senza che ciò avesse alcuna incidenza a livello di culture politiche e sul piano sociale.

È innegabile che in varie correnti ecologiste ha preso piede un rifiuto totale, almeno in linea teorica, della modernità e della tecnica, a partire ovviamente dalle tecnologie industriali. Senza mettere in discussione la piena legittimità di tali posizioni, ancora fortemente minoritarie rispetto a quelle opposte (e speculari) degli adoratori della tecnica  (e  degli apologeti del capitalismo), mi sembra indispensabile sottolineare una forte differenza e un motivato dissenso. La tecnica e la scienza moderna hanno reso possibili processi liberatori, di emancipazione, di progresso intellettuale e materiale innegabili, in un’ampia e poco esplorata vicenda storico-sociale, che deve essere conosciuta e valorizzata proprio da chi è consapevole della dimensione reale della crisi ecologica attuale e della necessità di una società neotecnica. Non potrà esserci una vera storiografia dell’ambiente, nell’epoca della modernità, senza un lavoro di frontiera, in cui tecnica, natura e storia siano colti nella loro incessante interazione, come un campo di forze al cui centro si trova ad agire l’uomo.

D’altro canto la riflessione sul significato e la dimensione storico-sociale della crisi ecologica non ha nulla da spartire con le filosofie della vita che pretendono di cancellare cultura e storia in nome di un rapporto immediato con la natura. Una risposta vitalistica alla crisi e la proposta di una rinnovata fusione con la natura sono piuttosto i sintomi della malattia che strumenti per curarla. Il loro esito nichilistico è speculare a quello dell’artificialismo illimitato che pensa di essere riuscito a cancellare la natura.

Le ideologie otto-novecentesche propongono modelli di società tra di loro conflittuali o antitetici. Queste differenze hanno alimentato la lotta politica e nel corso del Novecento la contrapposizione è stata così forte da sfociare in numerose guerre e guerre civili, motivate ideologicamente. Però, l’interscambio tra destra e sinistra è stato molto più intenso e frequente di quanto si voglia ammettere. Se, ad esempio, prendiamo la questione dell’organizzazione del potere, ovvero dello Stato, constatiamo l’esistenza di statalismi di destra e di sinistra, così come forme di antistatalismo riconducibili ad una varietà di culture politiche. Senza fare di ogni erba un fascio, bisogna forse cercare altrove la differenza e scoprire l’identità all’interno dei più violenti conflitti.

In fondo, tutte le grandi ideologie politiche moderne, dimostratesi capaci di coinvolgere e mobilitare le moltitudini, hanno come tratto comune l’obiettivo di padroneggiare la natura, di vincere la lotta con la natura e di portare a compimento la storia.

Si potrebbe osservare che ciò vale solo per le ideologie del progresso, ma a ben guardare, questa è una distorsione polemica: tutte le ideologie sorte nell’età dell’industrializzazione mirano ad un potere capace di vincere la sfida della natura sia che ciò avvenga trascendendola, forgiando gli strumenti per creare un uomo e un mondo nuovi, ovvero realizzandola, creando uno Stato e una società conformi alla vera natura delle cose, superando l’artificialismo, azzerando la storia nella natura (questo è l’impianto ideologico dello stesso razzismo).

Per un paio di secoli, e ancora oggi ma con minore incidenza, le ideologie hanno preso il posto delle religioni nell’orientare la vita degli individui e delle società. Il loro indebolimento strutturale è dipeso dalla perversione del progetto di dominare la natura, utilizzando le tecnologie industriali. Questa spinta è stata così potente, almeno nei suoi risultati pratici, dall’essere ben lungi dal suo esaurimento, solo che lo strumento ha preso il sopravvento su chi voleva usarlo. Eppure le crepe sono sempre più evidenti e si scorgono gli abissi.

L’interrogativo è se un riposizionamento del nostro rapporto con la natura sia ancora possibile, non tanto come scelte individuali o di piccoli gruppi, ma come avvio di una nuova storia. In questo movimento, che in parte si sta manifestando, un certo sincretismo tra le posizioni della sinistra e della destra, delle opposte ideologie che si sono contese il campo nell’Otto-Novecento, è inevitabile, almeno come transizione per superare un vuoto, che in termini culturali è stato occupato dal post-moderno e sul piano sociale dal ritorno delle religioni.

L’ambientalismo ha anticipato e praticato questi percorsi trasversali agli schieramenti politici, ma non è riuscito a definire una piattaforma che consentisse di andare al di là delle contrapposizioni legate ad un’epoca storica conclusa: quella della gara nello sviluppo delle forze produttive.

Mezzo secolo di sviluppo e di integrazione tra le economie non hanno modificato le diseguaglianze economiche: nel 1950 il reddito pro capite degli abitanti dei paesi in via di sviluppo era pari al 5,3% di quello di cui godevano gli abitanti dei paesi industrializzati; tale percentuale saliva al 5,9% nel 1980, mentre nel 1998 i 5,01 miliardi di abitanti dei paesi poveri possedevano un reddito pari al 4,9% di quello degli  886 milioni dei paesi ricchi.

A fronte di limitati progressi dei redditi di base (e solo in alcune aree), le disuguaglianze tra i vari paesi e al loro interno non hanno fatto altro che aumentare. Attualmente il quinto degli abitanti del mondo che vivono nei paesi a reddito più elevato possiede l’86% del prodotto interno mondiale, il quinto degli abitanti poveri ne possiede l’1%. I tre maggiori miliardari mondiali hanno un reddito superiore a quello complessivo dei 600 milioni di abitanti dei paesi più poveri e così via.

Un tale quadro, nonostante ogni sforzo per edulcorarlo, produce la delegittimazione dei meccanismi economici fondamentali. Però, si dice, la globalizzazione cambierà le cose, rendendo possibili più alti tassi di crescita per tutti quanti, quindi maggiore benessere e speranza di vita. Il benessere, a sua volta, renderà possibile il passaggio a forme di economia sostenibile.

In attesa del miracolo i paesi poveri continuano a dipendere dalla modesta solidarietà della comunità internazionale. Non è certo facile opporsi a cuor leggero alle politiche di aiuto allo sviluppo delle popolazioni povere, anche se sappiamo quasi tutto sugli effetti negativi e perversi di tali aiuti. La tendenza, per combattere lo statalismo e gli sprechi, è che essi vengano sempre più gestiti attraverso le grandi imprese in partnership con i governi locali.

Una tale impostazione fa sì che l’interesse commerciale prevalga su quello umanitario o di salvaguardia dell’ambiente sottoposto a rapida privatizzazione. Del resto se le agenzie internazionali e gli stati ricchi sono impotenti o indifferenti con quali argomenti si può bloccare una promessa di sviluppo, sia pure dipendente e non ecosostenibile, a fronte della morte per fame o per mancanza d’acqua ? La disperazione diventa un’arma in mano a chi direttamente o indirettamente l’ha provocata.

Su questo terreno, con l’esaurimento o l’imbarbarimento dei movimenti guerriglieri, le denunce più forti e con più risonanza sono venute da ambienti religiosi, specie in America Latina, ma anche il Papa, smentendo l’immagine che ne aveva la sinistra per via del suo ruolo nel crollo del comunismo, si è spinto molto avanti nell’indicare con estrema chiarezza le responsabilità dei paesi ricchi e del funzionamento dell’economia capitalistica.

Non si può negare l’esistenza di una crescente attenzione, anche in Occidente, per le condizioni di vita di miliardi di nostri simili, sia essa motivata dalle buone intenzioni, da più o meno espliciti sensi di colpa, dalle opportunità che possono offrire paesi ricchi di risorse, dall’attrazione per altre culture e così via. L’unica cosa che sembra essere un po’ trascurata è la più importante, ovvero la capacità degli abitanti poveri della Terra di trovare in base alle proprie risorse e scelte una via d’uscita non distruttiva verso l’ambiente: la nascita in India piuttosto che in Africa e America del Sud di movimenti comunitari su base volontaria costituisce un segnale molto interessante, a partire dal ruolo da protagoniste che spesso vi hanno le donne.

Se prendiamo l’altra faccia della medaglia, cioè se ci poniamo dal lato del Nord ricco del mondo sembra di essere su un altro pianeta: alimentare questa illusione è uno degli scopi primari della pubblicità. Qui il problema non è quello della mancanza dei beni primari, il cibo e l’acqua, una casa, l’occorrente per vestirsi e scaldarsi, qualche aiuto per combattere le malattie epidemiche. Qui il problema non sembra più essere nemmeno quello del consumo, bensì quello del lusso e dello spreco, vale a dire di un consumo illimitato.

Partendo dall’America del Nord, l’Occidente è colpito dalla febbre del lusso. Basta con i consumi di massa brutti e anonimi. Come una immensa classe agiata – studiata e criticata da Thorstein Veblen a fine Ottocento –  gli occidentali e assimilabili vivono in funzione di “consumi vistosi”, raffinati, personalizzati. Non sono attirati dal lavoro né dal risparmio bensì da modelli di spesa dispendiosi: in definitiva per essere al passo coi tempi bisogna conquistare il diritto allo spreco.

Del resto che senso avrebbero le reprimende in un mondo che assume la favola di Bernard de Mandeville come suo vangelo ? I vizi dei ricchi occidentali daranno lavoro ai poveri e consentiranno ai più volenterosi di questi ultimi di progredire. Non sono davvero pochi coloro che lo credono, come dimostrano le teorie della globalizzazione.

Anche in questo caso la crisi ecologica si rivela un ostacolo, per cui si preferisce ignorarla; coi suoi vincoli pregiudicherebbe il benessere materiale e immateriale reso possibile dalla democratizzazione del lusso e dello spreco.

6. Il rifiuto della storia

La Scienza (con la maiuscola) si sente messa sotto accusa, sottoposta all’attacco del fondamentalismo ambientalista, un po’ come l’Occidente è diventato bersaglio del fondamentalismo islamico, e in questa lotta per la civiltà e il progresso si stilano proclami e si lanciano scomuniche. Il dogmatismo e il semplicismo a cui si sottomettono scienziati che godono di molta stima, rende deprimente il dibattito, solo apparentemente rivolto ad un’opinione pubblica che si considera inesistente.

È chiaro che il problema riguarda innanzitutto questioni di  potere (e di finanziamenti). Forse l’unico punto specifico oggetto di confronto verte sul “principio di precauzione”, mentre libri come quello di Bjorn Lomborg rientrano nell’istruttiva bibliografia delle opere revisioniste o negazioniste in materia ambientale, che meriterebbero di essere analizzate avendo presente la più recente stagione di revisionismo e negazionismo in tema di fascismo e nazismo,  sia per le evidenti analogie di impostazione, sia per connessioni più profonde ed inquietanti.

In entrambi i casi, le strategie argomentative fanno perno sul concetto di razionalità economica, che in un caso viene usato per spiegare  (e giustificare) le politiche totalitarie, nell’altro diventa il criterio guida delle ricerche e delle applicazioni delle scoperte scientifiche.

Se in passato, troppo spesso, la scienza ha dimostrato la sua servitù volontaria verso il potere politico, oggi affida le sue fortune all’utile economico, percependosi come un’azienda, che può rendere servizi allo sviluppo.

Per contrastare questa deriva è importante capire ciò che accomuna i diversi dogmatismi in un’età caratterizzata dall’incertezza, dal rapido mutare degli orientamenti e delle congiunture (così come degli indici di Borsa).

Il punto è che tutte le forme contemporanee di fondamentalismo hanno in comune la negazione della storia; è possibile cogliere su questa base, il rapporto, che continua ad apparirci sconcertante, tra modernità come trionfo della tecnica e regressione all’intolleranza, al fanatismo, all’assolutismo.

Lo sviluppo della tecnica e la generalizzazione dell’economia di mercato ad ogni ambito della vita hanno creato una società tendenzialmente astorica, propensa a dimenticare la storicità della condizione umana e di ogni sua manifestazione.

La scienza, la religione, la politica, l’economia, l’ecologia non si sottraggono facilmente a questo modello culturale, e allorché lo fanno proprio, diventano inservibili per uscire dall’esistente, che si riproduce con grande dinamismo e crescenti capacità distruttive.

La battaglia delle idee, nel caso specifico la lotta per la storia, sono necessarie, anche se ovviamente insufficienti, per contrastare una realtà inaccettabile. Questa non è l’esito di un processo inarrestabile e irresistibile, le tendenze oggi prevalenti possono essere vinte, perché storicamente condizionate, oltre che ingiuste e pericolose per la vita attuale e quella futura.

Uno dei meriti dell’ecologia è di aver favorito il superamento delle barriere disciplinari, in particolare tra scienze della natura  e scienze umane. Come è stato più volte osservato, ogni epoca è segnata dalla prevalenza di un paradigma scientifico derivante da una determinata disciplina che in quel momento gode di una posizione egemonica.. Oggi questo posto sembra essere occupato dalle scienze della vita: usando questi schemi si potrebbe dire che siamo passati dalla prevalenza della fisica a quella della biologia.

Non è nelle mie competenze argomentare o criticare questo modo di ragionare, mi sembra però opportuno avanzare qualche dubbio circa i vantaggi conoscitivi o pratici, in senso etico e politico, ricavabili dall’applicazione dei principi attuali delle scienze della vita, riconducibili agli sviluppi dell’evoluzionismo, alla realtà storico-sociale. La precauzione si impone tenendo conto degli esiti catastrofici a cui pervenne, in tempi recenti, in piena età contemporanea, la saldatura tra biologia e ideologia in termini di legittimazione e naturalizzazione del razzismo.

Se ci poniamo dal punto di vista dell’ambiente naturale, sappiamo che una delle grandi questioni è quella della biodiversità, il cui ritmo evolutivo viene ad essere sempre più pesantemente condizionato dall’espansione della tecnosfera (e basti il rimando a quel che succede in agricoltura). Ne discende l’urgenza di una difesa della diversità per non compromettere l’evoluzione della vita.

Si possono trovare delle analogie con quel che è accaduto nella società; l’avanzare di una cultura di massa uniforme e intercambiabile ha sollecitato la riscoperta e valorizzazione delle differenze culturali, sulla spinta anche del neofemminismo impegnato a far valere un dato irriducibile, la differenza di genere, contro l’egemonia maschile.

Non dobbiamo però perdere di vista la diversità tra natura e società e fare della differenza il paradigma unico, dimenticando il valore dell’uguaglianza e dell’unità del genere umano. Se nel caso della natura l’esigenza della diversità delle forme di vita, della biodiversità, è assoluta, in ambito storico-sociale il rispetto della diversità deve essere contemperato da quello dell’uguaglianza (un imperativo, quest’ultimo, privo di senso nel mondo naturale).

Le vicende degli ultimi anni, specie dopo il crollo del bipolarismo, ci hanno resi edotti sulle conseguenze della ricerca di differenze assolute, a cui si attribuisce un fondamento biologico, naturalizzando differenze che sono unicamente storico-culturali.

La parola d’ordine della difesa della diversità si diffonde in risposta all’unificazione del mondo attuata dal capitale divenuto globale che fa di ogni cosa una merce e del denaro il medium universale. Se è vero che questa situazione aggrava la crisi ecologica e interferisce sempre più pesantemente nell’evoluzione della vita, con conseguenze imprevedibili, è altrettanto vero che non è possibile trasporre meccanicamente alla società umana, in termini politici, l’impianto concettuale deducibile da un’ottica biologica ed evolutiva. Il che non significa riproporre una completa separazione tra natura e storia, scienze naturali e scienze umane: la barriera è stata travolta praticamente e messa in crisi concettualmente. Il carattere unico e irripetibile degli eventi e soggetti di cui si occupano le scienze umane non può essere fatto valere come criterio per ridurre a pura oggettività la realtà vivente che ci circonda e in cui siamo immersi.

Il pensiero politico, la teoria della società, hanno sicuramente le necessità di fare i conti con l’ampiezza e la novità della crisi ecologica, che rinnova i termini di fondo del nostro rapporto sempre drammatico con la natura, ma ciò non può tradursi nella scorciatoia della difesa della diversità in quanto tale; quel che garantisce l’evoluzione della vita non assicura il miglioramento della società, ed è da respingere a priori qualsiasi versione aggiornata di darwinismo sociale.

È infatti possibile ipotizzare una società regolata ecologicamente, in cui la sostenibilità si avvicini al massimo, eppure profondamente ingiusta e nella quale non c’è libertà per i singoli. Per molti aspetti la storia non è stata altro che la fuoriuscita da una tale condizione.

Nella situazione attuale non è da privilegiare la ricerca esasperata delle differenze, cioè una risposta reattiva ai processi di unificazione nella disuguaglianza propri del capitalismo. Credo invece che debba essere fatto valere con forza, anche come promessa non mantenuta dell’Occidente cristiano e liberale, il principio del valore, irripetibilità, unicità di ogni singola persona, quindi della pari dignità di ogni individuo. È su questa base  che il massimo della diversità si coniuga con l’imperativo dell’uguaglianza.

Ma, come dicevo, la promessa non è stata mantenuta, il che pone in campo la seconda e contemporanea esigenza, direttamente sollecitata dalla crisi di cui ci occupiamo. Nella prospettiva del rapporto tra le culture, una dimensione sollecitata dalla difesa delle differenze che la marcia dello sviluppo tende a travolgere, si insiste frequentemente sulla necessità del dialogo, ovvero dell’interculturalità.

È necessario fare un passo ulteriore, senza la paura di cadere sul terreno dell’avversario, e propugnare la ricerca teorico-pratica di ciò che c’è di comune, di radicale, di universale nella condizione umana: una ricerca attraverso le culture, che non sono realtà separate tra di loro, e nel profondo della storia dove c’è un passato da redimere. Le avvisaglie sempre più concrete di eventi incontrollabili e di inedite catastrofi inducono a sperare che gli uomini sappiano fare di necessità virtù.

 Non si può costruire una città senza storia e memoria né in base al progetto di un singolo individuo, tutt’al più si può realizzare un prototipo, un modello di quella che si sarebbe detta una “città ideale”. Tenuto conto di queste banali precisazioni, la città utopica di Paolo Soleri, Arcosanti in Arizona, costituisce un tentativo importante di incontro dell’architettura con l’ecologia, ancor più per la scelta di un ambiente difficile, in 4.000 ettari di deserto.

Soleri intende realizzare un’alternativa alla metropoli, mantenendo fermo il principio della città, minimizzandone l’impatto negativo sul territorio. In un’intervista spiega in questi termini i motivi che lo hanno indotto ad innovare ma non a cancellare la forma-città: “Senza la città non esisterebbe tutta la tecnologia della conoscenza, la capacità di produrre tecnologicamente dei risultati viene dalla città, non dalla campagna o dall’eremitaggio. Così almeno è stato per un migliaio di anni. Oggi alla tecnologia dell’auto si è aggiunta quella del computer che ci illude che la città non sia più necessaria, il è una sfortuna terribile perché malgrado tutto non siamo fatti di solo cervello ma di corpi che hanno un cervello. È anche opportuno ricordarci che non siamo autosufficienti, dipendiamo sempre da un gran numero di fattori e uno dei più grandi è l’ecologia, quindi se non siamo capaci di vivere in mezzo a ciò che ci ha creati, la biosfera, siamo finiti” (in “Alias” del 13.05.2000).

Credo che proprio l’attualità della crisi ecologica renda preziosa la ricerca di punti di riferimento tra coloro che nel Novecento e sino ad oggi sono riusciti a resistere alla duplice trappola dell’esaltazione della tecnica in quanto di per sé portatrice di progresso e della sua negazione integrale in quanto strumento  e causa della catastrofe.

Non si tratta solo di posizioni opposte e speculari, esse hanno in comune il rifiuto della storia, del suo farsi sotto il segno della casualità, dell’incertezza, della possibilità, della effettiva ma limitata libertà dei singoli. In un caso tutto è già stato deciso in nome del futuro che cresce in grembo al presente, nell’altro del passato che, o si manifesta nella continuità di un tradizione che sottende i mutamenti della superficie, o finisce con l’essere un accumulo di errori e di orrori, comunque sempre in nome della necessità e dell’hybris.

In ogni situazione, anche le peggiori, c’è invece qualche possibilità. Per come è ridotta la vita urbana delle moltitudini odierne prendiamo un esempio limite: i templi delle merci, i megacentri  commerciali; potrà sembrare parodistico ma in città distrutte dalle automobili e in metropoli informi essi sono rimasti gli unici luoghi comunitari. Così sostiene Jon Jerde che ne ha fatto la sua fortuna, eppure non è in qualche misura vero e nemmeno tanto nuovo, visto che la stessa funzione la svolgevano i mercati coperti (les Halles certamente più del Beaubourg) o i “suk” ?

7. Scenari di guerra

Il legame tra pace ed ambiente oggi risulta intuitivo, anche se così non è dal punto di vista storico e la questione della nonviolenza pone, a mio avviso, problemi ulteriori.

La violenza faccia a faccia era un’esperienza comune nelle società premoderne. Il grande allarme sociale che suscita oggi la microcriminalità, che invade la sfera del privato, è interpretabile come la paura di regredire ad una condizione prestatuale, cosa che si concretizza allorché ha successo l’incitamento a farsi giustizia da sé, ad organizzare milizie private o su base “etnica”.

In ogni caso nell’incerto processo di civilizzazione, la violenza distruttiva, omicida, è stata allontanata dalla quotidianità, per essere concentrata ed enormemente potenziata per via dello sviluppo industriale, nella guerra.

Con il Novecento la produzione di armi di distruzione di massa raggiunge la sua meta ultima: viene garantita la possibilità di annientare totalmente la specie umana. È quindi il terrore della reciproca distruzione che presiede all’età dell’oro dello sviluppo postbellico. Con il crollo dell’URSS e la guerra del Golfo entriamo in una nuova fase nella storia della guerra.

Nella prospettiva dell’Occidente diventa uno spettacolo lontano ed irreale che il potere può decidere di accendere o di oscurare a suo piacimento. La guerra si può fare o non fare in base a decisioni imperscrutabili, sottratte al dibattito pubblico, anche perché l’opinione pubblica occidentale è ricattabile per effetto della minaccia terroristica e disposta, in maggioranza, a delegare agli esecutivi, in concreto al governo americano, la decisione sul tipo di azione da intraprendere per colpire il nemico.

Il fatto che siano in ballo corposi interessi economici fornisce un ulteriore elemento di legittimazione per operazioni militari che violano regole considerate obsolete. La stessa logica presiede alla guerra e alla repressione condotta dalla Russia in Cecenia. Non dico che le opposizioni e le voci critiche siano state azzerate anche se ciò è praticamente vero nel caso ceceno, ma dobbiamo prendere atto che la guerra “invisibile” in Afghanistan ha registrato un altissimo consenso e trasformato uno dei peggiori presidenti americani in uno statista a cui affidare le sorti del mondo. Egli ne ha subito approfittato per dare il meglio di sé (e poco importa che sia influenzato da questo o quel gruppo di pressione o che altri pensino per lui).

Un tale risultato è stato reso possibile dall’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 che, a sua volta, ha inaugurato una nuova fase nella storia della guerra di guerriglia. Sono stati colpiti obiettivi ad alto contenuto simbolico, cercando il massimo di spettacolarizzazione  e visibilità mediatica, aggiungendovi una precisa ed indiscriminata finalità sterminazionistica. Quest’ultimo aspetto è relativamente inedito, trovando un antecedente non adeguatamente  indagato negli attentati ceceni (?) nella Russia di Putin, oltre che in precedenti attentati antiamericani attribuiti all’organizzazione di Bin Laden.

In definitiva da circa un decennio sia per quanto riguarda le operazioni militari governative che le azioni terroristiche siamo entrati in un ciclo storico inedito che merita di essere indagato, non solo per quel che appare, per come viene vissuto e consumato dagli spettatori, ma per come si sviluppa e concretizza nella realtà, sul terreno, nei diversi teatri di guerra. Sviluppando una strategia già applicata alla grande nel corso della 2^ guerra mondiale, vengono colpiti soprattutto i civili e gli obiettivi civili, le città, le infrastrutture, l’ambiente, le risorse naturali, che subiscono effetti devastanti, mentre costituiscono una delle poste in gioco del conflitto, talvolta la più importante.

Solo in questi ultimissimi mesi si sono manifestate delle resistenze ad un processo sviluppatosi in profondità: la storia europea confluisce in quella dell’Occidente  e in esso sembra esaurirsi, questa traiettoria e l’incapacità dell’Europa – anche dopo il crollo dell’URSS – di avere una posizione autonoma ha fatto sì, tra le altre cose, che si passasse senza soluzioni di continuità dal colonialismo ad un nuovo colonialismo. Le responsabilità storiche dell’Europa sono enormi, soprattutto nei confronti dell’Africa, rispetto a cui è di particolare gravità la mancanza di una politica mediterranea da parte dell’Italia.

Non è solo questione di sfruttamento ma di cecità. Mentre gli stati europei, per soddisfare le pulsioni razziste dell’elettorato, ergono barriere e cercano di rendere difficile la vita  agli immigrati, paesi come gli USA e il Canada pescano nel meglio delle università africane, asiatiche, latino-americane (oltre che europee) per fare razzia della merce più preziosa: l’intelligenza. Si costituisce una sorta di classe d’élite universale le cui capacità intellettuali sono in gran parte indirizzate al soddisfacimento di esigenze non fondamentali della parte ricca del pianeta, al servizio delle multinazionali della “old” e “new economy”.

Lo sfruttamento delle risorse naturali ed umane dei paesi poveri combina elementi tradizionali e novità: prelievo di materie prime e di lavoratori a basso prezzo, trasferimento degli impianti industriali in paesi dove la manodopera non ha diritti né sindacati e dove c’è libertà di inquinamento, creazione di bacini di forza-lavoro intellettuale da utilizzare nei centri di ricerca occidentali, soprattutto nord-americani. Come è noto dopo il 1989, questi meccanismi si sono estesi dai paesi ex coloniali a quelli ex socialisti.

Le forze che si oppongono alla perpetuazione sotto nuova veste  del modello coloniale sono numerose ma frammentate, disperse  in mille rivoli, talvolta indotte o costrette ad entrare nell’orbita degli organismi internazionali che, adottando il credo neo-liberista, fanno gli interessi dei paesi ricchi.

Al di là della visibilità che possono dare i controvertici, le contestazioni del G8, la difficile ricerca di forme organizzative capaci di tenere assieme realtà diversissime, ci sono problematiche molto concrete riguardanti i rapporti tra i paesi ricchi e i paesi poveri che dovrebbero essere meglio conosciute, anche per consentire a chi lo voglia di dare un contributo per sanare la fonte di tutte le ingiustizie (e la causa diretta e indiretta dei disastri del nostro tempo, incluso il perpetuarsi della crisi ecologica).

Mentre gli aiuti economico-finanziari hanno alimentato il meccanismo perverso dei debito, ben poco è stato fatto per  sostegni che facciano perno su merci, macchine e tecnologie adeguate alle esigenze specifiche di ogni singola situazione, tenendo conto dell’ambiente e delle culture locali.

Il ruolo che possono avere le religioni di fronte alla crisi ecologica non è scontato. Al loro interno sono rinvenibili atteggiamenti e tradizioni molto differenziate. Le religioni pagane od animistiche oppure le religioni orientali (induismo, buddismo, taoismo…) hanno come caratteristica una completa apertura verso la natura, molto di più di quanto non accada nelle grandi religioni monoteistiche: giudaismo, cristianesimo, islamismo, centrare sul rapporto diretto uomo-Dio, interessate alla salvezza individuale piuttosto che a quella dell’ecosfera, rappresentabile come regno della materia contrapposto a quello dello spirito. D’altra parte la concezione creaturale del mondo fa sì che  anche la natura rientri in qualche modo nella sfera del sacro, per cui l’antropocentrismo non può legittimare l’ecocidio. Senza avventurarsi in dispute teologiche si può tranquillamente affermare che le risorse simboliche delle religioni possono essere preziose per affrontare la crisi ecologica.

Contro questa tesi si possono accampare due argomenti principali: il fatto che le religioni hanno fallito nel fermare le guerre, avendole piuttosto fomentate o benedette; l’apporto, secondo alcuni cruciale, che il cristianesimo ha dato alla conquista del mondo da parte dell’Europa e alla ascesa del capitalismo.

In proposito, e a sostegno della possibilità di un incontro tra religione ed ecologia, farei riferimento ad un dato circoscritto ma storicamente pregnante. Tutte le religioni hanno subito un’eclisse nell’età dell’industrializzazione e il suo compimento in una tecnosfera interamente artificiale, segnerebbe la loro fine. Siccome una tale utopia, con tutti i suoi sgradevoli tratti fantascientifici, è pienamente operativa e sta mobilitando grandi energie e risorse, le religioni saranno indotte ad opporsi; con quale efficacia è difficile a dirsi.

Mi sembra una previsione plausibile e in parte verificabile (specie in America Latina e in India). Del resto il tentativo di aggirare la crisi ecologica potenziando al massimo le tecnologie industriali sino ad estenderle ad ogni aspetto della produzione e riproduzione della vita, non è altro che  la riedizione, in ambito democratico, della megamacchina allestita in termini brutali dai totalitarismi novecenteschi. Anche in quel caso, dopo incertezze e compromessi, le religioni finirono con l’opporsi (giocando un ruolo chiave nell’affrettare la caduta della variante sovietica).

8. Lo sviluppo sostenibile: un’idea controversa

Le polemiche nei confronti dello sviluppo sostenibile, uno slogan che ha avuto molto successo ovvero una teoria ridotta a slogan, mi pare che abbiano una duplice motivazione: teorica e politica; in entrambi i casi saremmo di fronte ad un inganno che serve a perpetuare lo stato di cose  esistente.

In linea di principio le attività umane che si svolgono nella biosfera hanno sempre come esito un impoverimento della natura – il circolo non può mai chiudersi perfettamente –. Lo sviluppo economico, con l’uso sempre più ampio delle risorse naturali, non ha fatto altro che ampliare le forbici tra i processi chiusi della natura e quelli aperti della tecnosfera, ne consegue che l’obiettivo a cui si deve e si può mirare è uno sviluppo un po’ meno insostenibile, mentre parlare di sviluppo sostenibile è una contraddizione nei termini.

È vero che non si possono applicare alla storia, al mondo umano, i principi che regolano i processi naturali, ma tra storia e natura c’è uno scambio, un rapporto incessante: questo è lo spazio della tecnica e qui si dividono i percorsi. Da un lato ci sono coloro che persistono nella convinzione di possibilità illimitate, pur di trovare l’assetto sociale e politico giusto; dall’altro chi opta per l’accettazione del limite, della finitudine, non solo per necessità ma per scelta.

Il successo dello sviluppo sostenibile, oscurando un tale aut-aut, è dipeso dal fatto che esso consente a governi e imprese di dimostrare la loro sensibilità nei confronti di una realtà che sta suscitando qualche attenzione da parte di settori di elettori e consumatori. Si tratta quindi  di accontentare i clienti anche quando si nega l’esistenza di una vera e propria crisi ecologica.

Lo sviluppo sostenibile ha poi rappresentato una via d’uscita per l’ambientalismo politico, consentendogli di sottrarsi all’accusa incapacitante di propugnare un ritorno all’indietro, una regressione all’età delle caverne. Di qui il ricorso ad uno slogan ingannevole ma di pratica utilità. Sgombrato il campo dai possibili equivoci mi sembra però che i problemi di fondo restino intatti, col vantaggio che si possono scorgere con maggiore chiarezza. Il primo punto riguarda la povertà che, non a caso, è stata posta al centro del vertice di Johannesburg. Noi possiamo anche dire che ridurre la povertà con lo sviluppo sostenibile, cioè con un inganno, significa ingannare doppiamente i poveri; dopo però dobbiamo aggiungere cosa proponiamo in alternativa, possibilmente evitando il vecchio e nefasto tanto peggio tanto meglio.

È probabile, anzi certo, che le cose concrete da fare siano tantissime, ed è encomiabile l’impegno con cui molti vi si dedicano. Non è però meno indispensabile ragionare sugli scenari. Operando per brevità una semplificazione mi pare che sul piano logico-storico le opzioni si possano ridurre a due, sempre partendo dal presupposto di una crisi di natura e dimensioni inedite nel cammino dell’umanità, senza dimenticare le due posizioni al momento maggioritarie: quella ottimistica secondo cui una via d’uscita è certa (grazie alla tecnica e a quant’altro), anzi è già in atto come dimostra il fatto che non siamo mai stati meglio di adesso (e il benessere si sta estendendo); quella pessimistica secondo cui siamo ormai andati oltre il punto di non ritorno, per cui la catastrofe è certa, anzi è già avvenuta, quali che siano i tempi con cui si compirà.

È evidente che in entrambi i casi non c’è nulla di significativo da fare o da pensare: si guarda lo spettacolo che la storia ci ha preparato. Sono posizioni molto diffuse, anche se non nella formulazione estrema qui adottata, accomunate dalla convinzione che è impossibile e inutile resistere al corso ineluttabile degli eventi. Nasce di qui un ulteriore rifiuto e negazione della storia. Può darsi che in passato gli uomini abbiano fatto la propria storia, ma le circostanze in cui ci troviamo oggi non ci consentono più una tale libertà : non ci resta che lasciarci trasportare dalla corrente, sia che essa ci porti in alto, trascendendo i limiti della vecchia umanità, oppure che sprofondi negli abissi cancellandola e liberando il pianeta da questo insostenibile fardello.

Se invece pensiamo che l’insostenibilità sia storicamente  determinata e connaturata ad una condizione umana non trascendibile, allora il problema della povertà in un contesto di crisi ecologica è il primo a cui dobbiamo dare una risposta. Qui mi pare che prendano strade diverse coloro che condividono l’analisi della situazione attuale, e pensano che sia modificabile in base a scelte consapevoli.

Le due opzioni principali, con molte varianti, si strutturano attorno al rapporto con la modernità e al giudizio sul suo esito. Da una parte ci sono coloro che propugnano una completa inversione del processo storico, in tempi più o meno brevi, e perseguono l’obiettivo dell’autosufficienza delle economie locali, lo sganciamento dal sistema finanziario internazionale e la fuoriuscita dal mercato mondiale delle merci. In questa ottica anche lo Stato dovrà essere progressivamente svuotato di prerogative, trasferite verso il basso. Solo la diffusione su scala planetaria di un tale processo molecolare di ricostruzione locale potrà risolvere il problema della povertà e consentire un rapporto uomo-ambiente non distruttivo.

La seconda opzione è meno ottimistica dal punto di vista antropologico e meno pessimistica nel giudizio sulla modernità. In definitiva considera l’integrazione mondiale un esito non reversibile e non negativo in linea di principio; pensa che la tecnica e la scienza possano essere messe sotto controllo e utilizzate positivamente sia per affrontare la povertà che la crisi ecologica; ritiene che il processo molecolare di ricostruzione dal basso, necessariamente su base volontaria, possa coinvolgere solo delle minoranze, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri. In sintesi, la crisi ecologica, pur segnando una forte discontinuità, è integrabile nel processo storico e proprio il suo superamento ci dà la possibilità di riprendere un percorso di progresso.

Le politiche di sviluppo sostenibile sono il bersaglio principale degli antisviluppisti: “con lo sviluppo non durevole e non sostenibile potevamo mantenere la speranza che questo processo mortifero avrebbe avuto una fine (…). Lo sviluppo durevole, invece, ci preclude ogni via d’uscita promettendoci lo sviluppo eterno!” (Serge Latouche). In alternativa allo sviluppo sostenibile vengono proposte una pluralità di vie locali, specifiche di ogni contesto ambientale e socio-culturale, con particolare attenzione ad esperienze africane, latino-americane, indiane.

A me pare che in una tale impostazione ci sia un errore di base, tralasciando il fatto che la crescita locale non è che una variante dello sviluppo un po’ meno insostenibile: la convinzione che lo sviluppo sostenibile sia l’ennesima invenzione del capitale per autoperpetuarsi, la strategia per completare la conquista del mondo da parte dell’Occidente. Quindi, ancora una volta, la non assunzione della crisi ecologica come emergenza storica inedita, novità senza precedenti prodotta principalmente, ma non unicamente, dalla occidentalizzazione del mondo.

Nelle posizioni antisviluppiste c’è troppo e troppo poco. In un senso la critica all’Occidente è eccessiva e manichea, perché viene appiattito in un’unica dimensione, cancellando ogni aspetto positivo della sua storia e della sua cultura (tanto umanistica che tecnico-scientifica). D’altro canto c’è troppo poco perché si presume che possa aver successo quella che si considera una mera strategia di aggiramento del problema: la crisi ambientale non sarebbe che uno dei tanti ostacoli che lo sviluppo ha incontrato sul suo cammino (esattamente quel che pensano i suoi fautori). Troppo poco, soprattutto perché miliardi di persone sono tagliate fuori dalle alternative che vengono proposte. In base ad una ritorsione polemica, comprensibile ma non condivisibile, esse vengono ridotte alla condizione di vite inutili anzi dannose. La pluralità di modelli alternativi è solo apparente, essa deve invece farsi reale per andare al di là dello sviluppo e superare l’inaggirabile crisi ecologica.

Contrapporre all’Occidente altre culture significa irrigidire delle polarità, mentre il percorso auspicabile è quello dell’apertura reciproca, sino all’ibridazione, e alle varie forme di meticciato che si sono continuamente prodotte nella storia, mentre la purezza è una costruzione ideologica.

È vero che le responsabilità dell’Occidente non vanno sottaciute, ma l’autocritica diverrà produttiva se avrà una via d’uscita. Si tratta di analizzare e approfondire una crisi morale che è in atto, anche se non riesce a trovare sbocchi politici, per cui in ultima istanza i conflitti vengono risolti con la guerra. Ma quest’ultima ha cambiato natura, per effetto di una sproporzione abissale viene colpita dallo stesso processo di delegittimazione che è alla base della crisi morale che sta minando dalla fondamenta l’egemonia dell’Occidente.

Come la guerra con la natura diventa insensata quando si supera lo stato di bisogno e scarsità, così la guerra tra stati diventa assurda quando lo squilibrio di forze è assoluto. In entrambi i casi vige la logica del dominio in quanto tale, ma ciò radicalizza  gli scenari di crisi che contraddistinguono la situazione attuale dell’Occidente: l’azione violenta verso l’altro (la natura, gli esseri viventi, gli stati nemici e i loro popoli) è sempre meno sostenibile razionalmente, eticamente, giuridicamente; la guerra diventa infinita e il dominio deve essere continuamente puntellato da nuovi interventi perché le retroazioni di chi è colpito diventeranno sempre più pericolose, imprevedibili, estreme. Ingaggiare una tale lotta mortale, priva di senso e di giustificazioni, significherebbe in ultima istanza l’autodistruzione del mondo.

Questi esiti non sono ineluttabili ma costituiscono un pericolo incombente; non è così per lo sviluppo sostenibile. Lo si può criticare e proporre delle alternative, senza forzature ideologiche che distorcono la realtà e l’ordine delle priorità.

Bisogna ricordare che le principali critiche da sinistra al capitalismo facevano leva su argomenti antitetici a quelli ecologico-ambientali. Si imputava all’economia capitalistica, per le sue intrinseche distorsioni, di non garantire lo sviluppo delle forze produttive e di avere tendenze sottoconsumistiche, con diatribe infinite tra chi attribuiva le crisi alla sovrapproduzione e chi al sottoconsumo. In definitiva il passaggio ad un modo di produzione superiore avrebbe dovuto assicurare sia un balzo in avanti delle forze produttive che un grande aumento dei consumi.

È evidente che se riferite ai paesi industrializzati queste critiche sono diventate prove di senso, mentre per i paesi poveri non ci sono più le condizioni per renderle operative. Una eccezione può essere rappresentata dalla Cina, che è contemporaneamente un enigma politico, una superpotenza industriale e una bomba ecologica, in ogni caso non è un modello neppure per la maggior parte dei suoi abitanti.

Hanno perso di sostanza, anzi si sono capovolte nel loro contrario, critiche che volevano essere più sofisticate o radicali, contrapponendo i desideri ai bisogni, per cui si poteva anche ammettere che l’economia di mercato dei paesi industrializzati, più di quella socialista, fosse in grado di soddisfare i bisogni elementari delle masse ma non i desideri degli individui. Su questo fronte il successo del capitalismo è stato strepitoso, anzi eccessivo: l’appagamento immediato dei desideri è divenuto l’imperativo categorico che consente la produzione e il consumo di sempre nuove merci.

La predizione è che in tal modo si dissolva il desiderio, ma siamo ancora lontani da questo pericolo mentre la banalizzazione e lo spreco (altro cavallo di battaglia di vecchie teorie critiche) sono un dato di esperienza quotidiana. Dopo le generazioni ribelli degli anni Sessanta e Settanta, le  nuove generazioni giovanili sono state addomesticate, attribuendo loro un’unica funzione sociale diffusa orizzontalmente, quella di consumare. Per tale motivo quando si manifesta una presa di coscienza essa si esprime in termini etici.

In sostanza c’è un notevole e persistente deficit nella critica di quel che, un po’ stucchevolmente, si chiama pensiero unico, a partire dal consenso di cui gode il capitalismo; a ciò corrisponde una ostinata sottoutilizzazione della crisi ecologica di cui è rimasto l’unico responsabile.

Hans Jonas è arrivato alla sua proposta di un nuovo imperativo categorico: agire in modo che ci sia un’umanità futura, sviluppando una duplice ricerca. Da un lato risalendo nella storia delle concezioni imperniate sulla separazione tra uomo e natura, spirito e materia, tipica degli gnostici (di cui era uno specialista) e che attraverso Cartesio influenza in profondità l’origine della scienza moderna. D’altra parte prendendo coscienza che gli sviluppi della tecnica facevano dell’antropocentrismo un principio insostenibile e pericoloso.

È comunque significativo che prima della sua conversione egli avesse riposto le sue speranze nell’uso pacifico dell’energia atomica, a conferma che una riflessione sulla crisi ecologica determinata dall’industrializzazione è giunta molto tardi, ed è stata contrastata e circoscritta.

Negli anni più recenti (Jonas è morto nel 1993) si sono intensificati gli studi scientifico-filosofici volti a superare la scissione tra fisico e psichico, biologico e intellettuale, organico e inorganico ma spesso ciò va nel senso di una riaffermazione della volontà di potenza, nello sforzo di portare a compimento la “morte della natura” e costruire una post-umanità (artificiale e immortale).

Per chi non intende abbandonarsi a questo degradato mito prometeico, dove ad essere ridicolizzata è proprio la dignità umana, né cancellare in un sol colpo la modernità, Jonas ripropone il problema di capire dove è giunta la tecnica. Essa ha da tempo superato il suo vecchio significato strumentale, divenendo mezzo e fine di una volontà di potenza illimitata; penetrando in ogni ambito della vita ha cambiato natura e cancellato la distanza che la separava dalla scienza. Oggi l’informatica, la robotica, le nanotecnologie, la genetica sono fondamentalmente delle tecnoscienze.

La formula giusta, da prendere alla lettera, è quella del delirio di onnipotenza. Le repliche della natura si possono sinora solo intravedere, per cui in un bilancio utilitaristico ed egoistico i vantaggi superano le perdite, almeno nell’ottica degli abitanti dei paesi ricchi.

Il ricorso alle analogie storiche – anche in passato pare che singole civiltà siano rimaste vittime di crisi ambientali – finisce con l’essere fuorviante, infatti è la prima volta che la crisi assume dimensioni globali per effetto di scelte umane. Dovrebbe, come minimo, prevalere il principio di prudenza, infatti l’adozione di politiche ispirate ad una valutazione pessimistica lascia spazio ad un futuro aperto su molteplici possibilità; al contrario l’ottimismo, più o meno motivato su base empirica (contrapponendo dati ad altri dati) ovvero teorica (giustificando gli attuali comportamenti in base alla natura umana), rischia tutto su una scommessa incerta.

L’idea di uno sviluppo sostenibile ha preso piede ed è quindi necessario capire da dove è originata, quali sono i precedenti, le anticipazioni, gli eventi che l’hanno tenuta a battesimo. In ogni caso il punto principale consiste nel tentativo di conciliare lo sviluppo industriale con la crisi ambientale, nella convinzione che non sia possibile né fare a meno dell’industria, né sottrarsi a determinati vincoli ambientali. Si potrebbe anche dire che il concetto non interessa tanto per il suo contenuto tecnico-scientifico, quanto per l’uso politico che se ne può fare, non a caso i politici di ogni estrazione lo accolgono plebiscitariamente: esso serve per esercitare una mediazione, trovare una via d’uscita politica ad una contraddizione altrimenti insanabile.

In ogni caso tracciare la genealogia dello sviluppo sostenibile, così come dei limiti dello sviluppo, significa storicizzare un percorso che si intreccia con quello dell’industrializzazione. I temi dell’ambiente, del rapporto uomo-natura, della tecnica, rimandano a quadri storici e culturali molto più ampi, e coinvolgono tutte le conoscenze che possiamo avere sulle civiltà del passato, dalle più note a quelle oggetto degli studi etno-antropologici, preistorici e così via. Credo però che il fuoco dell’indagine debba essere concentrato sugli ultimi due secoli, per evitare anacronismi e fraintendimenti. Mi rendo conto che ciò pone un problema di periodizzazione della storia del capitalismo ma terrei ferma la scelta industrialista che ci consente di cogliere nelle sue vere e determinate radici storiche la crisi ambientale specifica e inedita che abbiamo di fronte.

Anche la genealogia storica dei critici dell’industria, pionieri nel cogliere gli elementi iniziali delle problematiche ambientali, è preziosa se adeguatamente contestualizzata. Da questo punto di vista il lavoro da fare è enorme; si ripetono sempre i soliti nomi e questo non dà conto di un dibattito intellettuale intensissimo, con una varietà di posizioni ideologiche e di apporti disciplinari. La geografia della cultura europea e occidentale nell’età dell’industrializzazione (arte e letteratura incluse) deve essere riscritta alla luce della questione ambientale; i risultati saranno sorprendenti e talvolta sconcertanti. A metà Novecento tutto sembra essere finito, non ci sono quasi più voci critiche che riescano a farsi ascoltare. Due decenni dopo, però, la situazione è nuovamente in movimento e questa volta vengono messi in campo, innanzitutto, dei dati fattuali, statistici, demografici, economici, merceologici, climatici, ecc. Lo sviluppo non viene più criticato dall’esterno ma da ambienti economico-scientifici ufficiali. In compenso il consenso di cui gode e la sua base di massa sono molto più ampi rispetto all’età dell’origine dell’industrializzazione.

I processi di urbanizzazione e industrializzazione hanno allontanato sempre più gli uomini dall’ambiente naturale, con cui la civiltà agricola intratteneva ancora un rapporto molto stretto e che solo la trasformazione dell’agricoltura in industria ha modificato radicalmente sino agli esiti attuali.

Considerato su scala globale, l’abbandono delle campagne è tuttora in atto, ed è anzi uno dei fenomeni sociali più sconvolgenti del nostro tempo, esso alimenta l’urbanizzazione selvaggia delle megalopoli e i flussi migratori, che tanto preoccupano i cittadini dei paesi ricchi.

Si stanno, contemporaneamente, manifestando delle controtendenze che non hanno segno univoco. Non dobbiamo infatti dimenticare che in paesi come l’Italia la spinta verso il territorio ha significato l’invasione delle campagne da parte di sistemi industriali decentrati e delle relative infrastrutture, ovvero la colonizzazione del paesaggio da parte di seconde e terze case.

Nondimeno c’è stato anche un ritorno ai “luoghi”, una presa di coscienza del valore del territorio, riconducibili alla ricerca di un diverso rapporto con l’ambiente. La consapevolezza dei limiti, e talvolta dei pericoli localistici, insiti in un tale ritorno alla terra, non debbono farci perdere di vista il significato complessivamente positivo di questa tendenza alla riappropriazione del legame con il territorio, vissuto consapevolmente come ecosistema in evoluzione, in cui si intrecciano storia sociale e storia naturale.

Sottolineerei in particolare due aspetti, entrambi riconducibili alla situazione di crisi ambientale. In primo luogo l’opportunità di invertire la tendenza rispetto all’ignoranza totale che le persone dimostrano rispetto all’ambiente in cui vivono. È un’ignoranza prodotta storicamente perché il passaggio, dalla civiltà contadina a quella industriale e oltre, è stato troppo rapido; di conseguenza i saperi vernacolari trasmessi oralmente e socialmente si sono persi, mentre quelli formalizzati attraverso l’istruzione sono rimasti astratti, per la povertà culturale complessiva che caratterizza la società dei consumi. La conoscenza del territorio, nelle sue componenti storico-ambientali, è un presupposto importante per una vita migliore, e può dare linfa ad una democrazia minacciata dall’indifferenza, il burocratismo e la corruzione.

Sappiamo che localismo può voler dire chiusura e ostilità verso l’altro, per cui la cura dell’ambiente si tradurrebbe in regressione culturale e sociale. In realtà il localismo etnocentrico o razzista manifesta un atteggiamento verso l’ambiente naturale antitetico rispetto a quello ecologista, oltre che nessun interesse o rispetto verso la storia, apertamente manipolata per usi politici e ideologici. Allo stesso modo le risorse naturali, i beni ambientali (e culturali) sono considerati proprietà prive di vincoli da parte dei localisti, che si sentono autorizzati a farne l’uso che credono, di regola in termini di utilità economica immediata.

Se la riscoperta dei “luoghi” non può produrre un reincantamento del mondo, essa può servire come tramite per dialogare con le culture del presente e del passato incentrate sull’idea della sacralità della Terra e sul dovere degli umani di prendersene cura. Più prosaicamente, o laicamente, può consentirci di affrontare nel concreto alcune delle problematiche della crisi, evitando di delegare tutto ad organismi, enti, entità, al di fuori della nostra esperienza.

Non è certo un caso che il territorio locale sia stato e continui ad essere (per altro solo in modo puntiforme) il terreno di prova dei movimenti ambientalistici, e ancor più di mobilitazioni importanti ma effimere in difesa della salute e della sicurezza, piuttosto che di beni naturali (e culturali).

Secondo alcuni, al di là del localismo politico, una saldatura troppo stretta tra ambiente e territorio si esporrebbe al rischio della fallacia naturalistica, con la pretesa di trovare una cornice naturale e astorica alle società umane; cosa che avverrebbe nelle teorizzazioni “bioregionaliste”; ovvero nelle ideologie dei confini naturali utilizzate a legittimazione di guerre tra stati; per non dire delle dottrine nefaste degli “spazi vitali” e del “posto al sole” spettante  a questa o quella stirpe di guerrieri. Anche in questo caso, la miglior ricetta per combattere ideologismi vari, senza fare di ogni erba un fascio, è di conoscerli, analizzarli, criticarli incessantemente, perché incessantemente si ripresentano come scorciatoie semplificatrici della realtà. La quale è fatta anche di territori che debbono essere governati, innovando le istituzioni e prendendo decisioni razionali rispetto al miglior uso dell’ambiente e delle sue risorse.

Su questo punto, collegabile ad alcune cose sopra evidenziate, si può dire che esiste un consenso piuttosto ampio sul carattere strategico, localmente e globalmente, della risorsa acqua, d’altra parte l’affollarsi delle emergenze fa sì che solo cerchie ristrette di specialisti se ne occupino continuativamente. È probabile che, come avviene ormai da tempo, si cercherà di oscurare e dimenticare quel che è successo nell’estate 2002 in mezza Europa e, che su un altro piano, si continuerà ad ignorare (almeno da noi) l’impatto di opere come quelle per imbrigliare e sfruttare le acque dello Yangtze. In questo caso la dimensione locale viene semplicemente cancellata, e questa è la regola ogni volta che si entra nella sfera dei fattori di potenza politici od economici.

9. Le cause della guerra

La guerra contro l’Iraq, che in questo momento (8 marzo 2003) sta per essere lanciata su grande scala, viene spiegata, e in qualche misura razionalizzata, facendo ricorso all’incidenza strategica della questione energetica: con metodi brutali gli Stati Uniti e i loro alleati intendono avere il controllo diretto del petrolio del Medio Oriente. Favorevoli e contrari pensano che in definitiva questa sia la causa della guerra.

Esistono poi altre spiegazioni più o meno sofisticate, a partire da quelle fornite dagli stessi americani: necessità di combattere con le armi il terrorismo internazionale e gli stati che lo sostengono, direttamente o indirettamente. In questa ottica la guerra, come già in Afganistan, diventa lo strumento principale per estirpare il terrorismo.

Per gli oppositori della politica americana, numerosissimi in ogni angolo del pianeta, si tratta di pura propaganda, di una strumentalizzazione illimitata del trauma dell’11 settembre. A loro volta essi ritengono che le motivazioni reali siano d’ordine geopolitico o geoeconomico, quindi ancora il petrolio, le risorse strategiche, ovvero il tentativo di costruire unilateralmente un “nuovo ordine mondiale”. Una variante di tali spiegazioni insiste sulla militarizzazione, nella duplice veste di economia di guerra e di controllo militare della società e del territorio: liberismo e militarismo non sarebbero contraddittori ma, nei fatti, convergenti. Dopo un eclisse più o meno lunga l’analisi marxista torna in campo con un certo vigore.

In un’ottica ravvicinata la guerra all’Iraq (governato da un regime dittatoriale laico che non ha nulla a che fare con il fondamentalismo islamico) assume nettamente la fisionomia di un “nuovo colonialismo”, con diversi aspetti di ritorno all’antico. Gli elementi salienti di continuità con il colonialismo ottocentesco sono d’ordine ideologico: si torna ad imporre la civiltà con la forza delle armi; d’ordine politico: ci si propone di restaurare un controllo diretto del territorio; d’ordine militare: l’asimmetria delle forze è tale da garantire una vittoria sicura senza grandi perdite, come per le spedizioni dei bianchi contro gli indigeni.

L’elemento principale di discontinuità, rispetto alle gara tra le potenze che ha caratterizzato la conquista europea del mondo nei secoli passati, è data dal ruolo unico ed eccezionale degli USA, i cui alleati si trovano in una posizione di satelliti collaborazionisti. Una situazione che si può paragonare solo a quella della Germania nazista e dell’Unione Sovietica, senza che nessuna delle due sia riuscita ad occupare il posto che hanno oggi gli americani sulla scena mondiale.

Le spiegazioni razionali della guerra sulla base di motivazioni economiche e politiche lasciano però, giustamente, insoddisfatti. È necessario fare uno sforzo ulteriore e cercare di cogliere il nocciolo di totale irrazionalità, di follia, che sembra oggi manifestarsi così da suscitare una vastissima e del tutto imprevista, come dimensioni e contenuti, reazione di rigetto e di rifiuto dettata innanzitutto dalla paura del salto nel buio.

Gli sforzi degli opinionisti filo-americani sono volti a presentare l’azione violenta degli Stati Uniti e la stessa “guerra preventiva”, come un passaggio inevitabile e perciò necessario per fondare un nuovo ordine di pace, ed erigere un Leviatano su scala mondiale, in cui tutto il potere, e innanzitutto il potere di distruzione assoluta, sia concentrato in un unico centro decisionale. Una volta disarmati i terroristi e i loro accoliti sarebbe possibile porre fine alla guerra, allo stesso modo in cui ogni singolo Stato garantendosi il monopolio della violenza mette fine alla guerra di tutti contro tutti e garantisce la pace ai sudditi (come recita la teoria di Hobbes alle origini dello Stato moderno).

Con il XXI secolo e sulla spinta dell’attacco terroristico dell’11 settembre 2001, si avrebbe una dilatazione su scala mondiale dell’unico Stato che ha, se non ancora il monopolio, la preponderanza assoluta della forza, e la legittimazione ad usarla essendo l’incarnazione vivente della democrazia e del liberalismo, del successo economico e del favore di Dio.

Questi assunti e tutta quanta la politica americana stanno incontrando una crescente ostilità, venendo considerati un miscuglio molto pericoloso di propaganda, autoesaltazione e vittimismo, che alimentano una spirale di radicalizzazione dei conflitti su scala planetaria. Nonostante l’opzione pacifista e non violenta del movimento di opposizione alla guerra e alla politica di Bush, la paura diffusa è che gli USA lungi dal riuscire a costruire un nuovo e discutibile Leviatano rischino di scatenare un inedito Behemoth, inaugurando una spirale perversa di nichilismo, vendetta e morte.

La dinamica che ha assunto il conflitto israeliano-palestinese dimostra che si tratta di previsioni fondate: in vitro abbiamo l’anticipazione di quel che può avvenire in altra scala sullo scenario mondiale.

Ritorna a questo punto la domanda del perché si sia arrivati a questo punto, vicini al limite estremo della catastrofe: da dove ha origine il nichilismo del potere, opposto e speculare a quello terroristico, e come questo avvolto nei panni del fondamentalismo religioso?

Che cosa spinge l’America, o almeno chi la governa, su una strada che si affaccia sul nulla, e, più prosaicamente, a spezzare lo stesso Occidente per non dire della comunità internazionale degli stati? La difficoltà a capire deriva dal fatto che si è prestata poca attenzione ad una serie ininterrotta di gesti e comportamenti concreti sviluppati dalla superpotenza americana ben prima dell’11 settembre 2001 e anche del crollo dell’89. Sul piano culturale, economico, ambientale gli USA hanno ripetutamente assunto posizioni unilaterali mettendo in scacco gli organismi internazionali, imponendo la loro volontà, disattendendo gli accordi faticosamente raggiunti, specie in materia ambientale.

C’è quindi una coerenza nella politica americana che l’attuale radicalismo predicatorio, tutt’altro che nuovo nella storia di tale paese, non deve farci perdere di vista. In passato l’Occidente si è complessivamente allineato alle decisioni degli Stati Uniti, percependo più o meno chiaramente, che non si trattava solo di politiche contingenti, ma di una scelta di vita, di un modello di società, di condivisione di una Weltanschauung.

Secondo Mike Davis la crisi attuale, vista da una prospettiva storica, apparirà come «la disperata risposta di un’insensata oligarchia alle tragiche contraddizioni eco-sistemiche poste dal modello di sviluppo capitalista. Una risposta feroce che impone il dominio americano sul pianeta al fine di tutelare il più a lungo possibile, un insostenibile modello di sviluppo» (in “Il Manifesto” del 5 marzo 2003).

Si tocca qui la questione cruciale, seppure in termini inadeguati. Come ci dimostra la storia del Novecento, anche quando sono giunti al potere gruppi che erano espressione di interessi particolari o addirittura bande organizzate in forma partitica con l’intenzione esplicita di privatizzare lo Stato, la base sociale e il consenso di cui hanno goduto rappresentano il dato ineludibile con cui fare i conti. La cosa è tanto più ovvia in un contesto democratico come quello nordamericano. Il consenso di Bush oggi è basso ma ieri era altissimo e può tornare ad essere alto se gli riescono alcuni colpi ben assestati. In ogni caso l’orizzonte è immediatamente mondiale, come hanno capito le persone comuni prima dei politici. L’aut-aut che pone l’America di Bush: o con noi o contro di noi costringe tutti a prendere atto della posta in gioco. Questa stretta è stata posta in modo estremistico e stupido ma ad essa non possiamo sottrarci.

Con una decisione brutale gli abitanti del pianeta, e in primis quelli dei paesi ricchi, vengono informati di un fatto preciso: l’attuale assetto del mondo, il sistema come si diceva negli anni della contestazione, non regge più senza il ricorso aperto alla guerra, travolgendo a questo fine gli ostacoli frapposti in nome di diversi ideali o interessi. L’assetto raggiunto come esito del ciclo novecentesco non regge su due versanti decisivi tra di loro interconnessi, e che inglobano le varie problematiche messe in campo: fondamentalismo islamico o di altri colori, terrorismo e “stati canaglia”, petrolio e nucleare, questione energetica e questione militare.

In primo luogo non è possibile un ordinamento pacifico del mondo in presenza di almeno tre miliardi di persone “inutili”, in gran parte strappate dalle campagne, per effetto del funzionamento ordinario dell’economia capitalistico-industriale. Per altro la massa delle persone inutili tende a crescere anche nei paesi sviluppati, anzi tutti quanti sono potenzialmente inutili e indotti a vivere in uno stato di precarietà permanente: di qui la richiesta ossessiva di sicurezza e la ricerca (e offerta) di capri espiatori.

La rilevanza e visibilità della insostenibilità sul piano sociale del sistema vigente, non debbono far perdere di vista e mettere in secondo piano, per effetto delle continue emergenze, la dimensione della crisi ecologica: essa definisce l’orizzonte del nostro tempo e non è aggirabile.

Il governo degli Stati Uniti chiama a raccolta tutti i possibili alleati e collaboratori al fine di imporre e rendere eterno l’attuale assetto del mondo, certamente frutto di una straordinaria vittoria storica sui sistemi concorrenti, ma minato al suo interno e portatore di scenari apocalittici: a breve termine per i rischi connessi ad una politica aggressiva verso potenze statali o meno che, a differenza dell’Iraq, possono far ricorso ad armi di distruzione di massa; a medio termine per gli effetti sociali e culturali di un’economia generalizzata che produce povertà materiale e spirituale; a lungo termine, ma con ritmo accelerato, per effetto del folle tentativo di artificializzazione-distruzione della natura.

È evidente che i primi ad essere chiamati in causa sono i cittadini americani, essi hanno sia il dovere che il diritto di scegliere, visto che le loro scelte (ovvero la loro apatia) determinano nell’immediato il destino del mondo. Ma nessun altro può sottrarsi e ciò vale per gli stati e ancor più per le singole persone: il fatto che questo stia avvenendo, anche in termini inaspettati, è uno dei pochi elementi positivi della situazione gravissima in cui siamo immersi.

Le divisioni attuali dell’Occidente sono dovute principalmente all’unilateralismo statunitense; è difficile prevedere se sfoceranno in una vera scomposizione e in un nuovo assetto geopolitico, in cui la supremazia militare degli Stati Uniti dovrà confrontarsi con altri poli economici e politici concorrenziali, come l’Europa e la Cina. Questa prospettiva non ci farebbe uscire dalla dinamica che è alla base dell’attuale situazione, sarebbe foriera di ulteriori terribili conflitti, senza avviare a soluzione le cause sociali ed ecologico-ambientali della crisi.

È necessario mantenere e sviluppare una prospettiva universalistica, mondiale, come ha assunto spontaneamente il movimento pacifista di questi giorni, senza pensare che la soluzione possa venire dalla vittoria del realismo politico sul messianismo fondamentalista di Bush (e sul fanatismo antioccidentale).

Le divisioni interne all’Occidente non sono solo di natura politica ed economica; sono all’opera fattori sociali e culturali che agiscono più lentamente ma a maggiore profondità. Non si è prestata sufficiente attenzione al fatto che la globalizzazione si è tradotta in un duplice processo di allargamento e di svuotamento del concetto di Occidente: occidentali e alleati organici dell’Occidente sono tutti coloro che, in ogni luogo della terra, ne condividono i privilegi e partecipano al modello di vita egemone e che ha il suo centro propulsore negli Stati Uniti.

Questo processo e il crescere di un radicalismo antioccidentale (non riconducibile al fondamentalismo islamico) ha completamente oscurato, almeno sino alla fine degli anni ’90, il diffondersi di una secessione silenziosa che riprende alcuni temi dei movimenti degli anni ’60 ma su un terreno completamente diverso, in base a valori e comportamenti che segnano una netta discontinuità di cultura politica e di composizione sociale.

Il distacco non è totale né traumatico, attiene la sfera dell’etica e della quotidianità piuttosto che dell’ideologia. Il dissenso non è privo di contraddizioni e compromessi ma esprime una persuasione molto radicata piuttosto che una presa di coscienza emotiva, che non si può negare a priori dato il coinvolgimento di ampi strati di giovanissimi, anche se la scelta di prendere le distanze dall’esistente sembra ancorarsi principalmente alla saldatura tra etica e riflessione.

L’ampiezza e la solidità di questi percorsi multiformi ma controcorrente sono ampiamente da verificare e saranno sicuramente messi a dura prova, proprio perché gli uomini e le donne che li intraprendono con dolcezza e tenacia gettano luce sul lato oscuro della modernità trionfante. Essa ha creato un oceano di disperazione, sono milioni di milioni di persone incredibilmente pacifiche, che vivono nella povertà, con cui una parte ancora minoritaria ma ormai significativa degli abitanti dell’Occidente intende stabilire, da subito, un dialogo e un rapporto di amicizia, trovando assieme le strade e i mezzi per rimuovere le cause che alimentano guerre assurde e scenari apocalittici. Oggi questi sono incombenti e la tecnica ci consente di superare in peggio le catastrofi novecentesche, ma in ciò non c’è nulla di ineluttabile, si può ancora scommettere sulla capacità dell’umanità di riappropriarsi del proprio destino, di costruire consapevolmente la storia.

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