Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Caduti sul lavoro

Immaginate una guerra durante la quale, nel mondo, ogni anno, 340.000 persone muoiono subito e un altro milione muore per le ferite, le mutilazioni, le lesioni e le malattie riportate, e in cui 160 milioni di persone soffrono per malattie dovute a eventi degli anni precedenti; una guerra che non risparmia donne e bambini i quali, anzi, sono maggiormente esposti e colpiti. Questa guerra è in corso, continuamente, e le persone di cui parlo sono operai e contadini, guidatori di treni o navi o camion, fabbricano automobili o edifici o scavano carbone nelle miniere e pietre nelle cave. Di questi morti e feriti non esistono neanche statistiche esatte perché molti sono lavoratori non protetti, non registrati dalle agenzie delle Nazioni unite o dei singoli governi. Spesso le morti o le malattie privano una famiglia dell’unica fonte di reddito.

Nel 1989 in Canada fu deciso di dedicare un giorno, il 28 aprile di ogni anno, alla memoria dei caduti sul lavoro. Secondo il pensiero corrente sarebbe finita l’esistenza della “classe operaia”; si dedica molta attenzione all’ecologia e alla difesa della natura e dell’ambiente che sono intorno a noi. Si finisce però per dimenticare che la prima ecologia si ha nell’ambiente di lavoro dove un enorme numero di persone, alcuni miliardi nel mondo, vengono ogni giorno a contatto con le mani e col corpo con sostanze tossiche, operano in condizioni di pericolo, sono esposti a rumori e anche a nuove forme di nocività come le radiazioni delle apparecchiature elettriche ed elettroniche. Queste persone, spesso a rischio della vita e della salute, permettono a ciascuno di noi, di muoverci, di scaldarci, di avere ogni giorno nei negozi gli scaffali pieni delle merci che desideriamo.

Solo in Italia ogni anno i morti sul lavoro sono 1300 e gli incidenti sul lavoro circa un milione. Ma questi numeri sono ingannevoli perché vengono contabilizzati solo coloro che muoiono direttamente o in breve tempo dopo l’incidente; molti altri muoiono a mesi o anni di distanza per le conseguenze dell’assorbimento, durante il lavoro, di polveri o sostanze tossiche o cancerogene. Purtroppo, nel gran chiasso di informazioni che ci circonda il 28 aprile, giornata mondiale dei caduti sul lavoro, passa ogni anno quasi inosservata. Solo l’amianto — una delle perverse sostanze cancerogene che da oltre mezzo secolo sono presenti intorno a noi, un lento veleno che proviene dagli isolamenti termici e acustici, da tubazioni, recipienti e tettoie di amianto-cemento, dai freni degli autoveicoli — ha mietuto vittime fra i lavoratori della grande cava di Balangero, dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato, della tessitura di fibre di amianto di Grugliasco, della Fibronit di Bari, eccetera, tutte imprese che, nei molti decenni della loro esistenza, prima della definitiva chiusura, si sono lasciate dietro innumerevoli morti e malati, donne e uomini, in cui altri lavoratori sono esposti all’amianto  nelle operazioni di rimozione, eliminazione e smaltimento di manufatti contenenti le pericolose fibre.

L’amianto è solo una delle molte nocività presenti nell’ambiente di lavoro; da decenni le organizzazioni dei lavoratori si battono per eliminarle; nei paesi europei solo dopo lunghe e dure lotte, dopo varie inchieste parlamentari, sono state ottenute delle leggi (in Italia la “seicentoventisei” del 1994) che migliorano (che dovrebbero migliorare) le condizioni di lavoro e diminuire i pericoli. L’associazione “Ambiente e Lavoro”, con sede a Milano, è una delle poche che parlano di “ecologia” del posto di lavoro e diffondono fra i lavoratori informazioni sui pericoli da cui sono circondati e a cui sono esposti, spesso senza saperlo. Ci sono voluti anni per eliminare i più tossici fra i solventi clorurati impiegati nelle lavanderie “a secco”, o il benzene nelle colle impiegate nella produzione di scarpe, o per imporre le maschere di protezione per gli addetti alla verniciatura a spruzzo. Spesso le norme non sono osservate perché rallentano il lavoro o impongono maggiori costi; purtroppo spesso il pericolo “non si vede” e non si sente e i tumori o le malattie si fanno sentire a molti anni di distanza, come si è visto nel caso dell’intossicazione da cloruro di vinile o dagli altri silenziosi veleni, tanto che è difficile, anche a fini di assicurazioni e risarcimenti e responsabilità dei datori di lavoro, riconoscerli come la vera causa di molte morti. Veleni mutevoli nel tempo in seguito a “innovazioni” tecniche, all’uso di nuove materie prime, alla diffusione di nuove attività, come quelle che hanno a che fare con lo smaltimento dei rifiuti urbani e industriali, anch’essi di composizione mutevole a seconda della provenienza. Nelle stesse università e nei centri di ricerca ci sarebbe moltissimo da fare, per chimici, ingegneri, medici, merceologi, per aiutare i lavoratori a conoscere le sostanze pericolose con cui vengono a contatto.

I morti sul lavoro meritano al più qualche frettolosa riga nella cronaca dei giornali. Mi piacerebbe che i loro funerali ricevessero qualche pubblico tributo, dal momento che si tratta di persone che hanno dato la vita per assicurare una frazione del benessere di cui ciascuno di noi gode. Mi piacerebbe che tante città dedicassero una strada, o magari una piazzetta, ai “Caduti sul lavoro” (*) e che di loro si parlasse nelle scuole, dal momento che i ragazzi di oggi sono pure i lavoratori di domani.

(*)  In realtà, per fortuna, alcune città hanno già una via o piazza intestata ai “Caduti sul lavoro”: Andria, Brescia, Bussolengo (VR), Capranica, Casalgrande (RE), Caserta, Catanzaro, Celleno, Imola, Modena, Molfetta, Palermo, Pescara, Prato, Ravenna, Scandicci, Senigallia, Sesto Fiorentino, Sesto San Giovanni, Torino, Tricase (LE), Trieste, Velletri, Vercelli, e spero altre ancora e spero che aumentino.

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