Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Per non dimenticare*

«Data: 10 luglio 1976; luogo: Seveso e altri comuni della Brianza; colpevole: Icmesa di Meda; mandante: Hoffman-La Roche di Basilea; complici: governanti e amministratori italiani di vario livello (centrale, regionale, locale); arma: organizzazione scientifica di produzioni tossiche; reato: lesioni e danni di varia natura e gravità; vittime:

lavoratori, popolazione, ambiente».

A Seveso, verso mezzogiorno di quel 10 luglio 1976, da un reattore per la produzione di triclorofenolo, ufficialmente per la trasformazione in esaclorofene, un prodotto relativamente innocuo usato dall’industria dei cosmetici, sarebbe fuoruscita, a causa di un incidente, diossina, una sostanza chimica altamente tossica e cancerogena. (Inchieste successive, mai smentite anche se non sufficientemente convincenti, indurrebbero a pensare che all’Icmesa parte della produzione fosse militare, il famigerato agente orange che tanti danni ha fatto in Vietnam.) La diossina si è sparsa su un vasto territorio densamente abitato, causando subito i primi danni da esposizione critica (soprattutto al fegato e alla pelle, cioè cloracne, una malattia che crea pustole orrende e difficili da guarire).

La zona dell’incidente venne subito divisa in tre aree (A, molto inquinata, B, poco inquinata e C, di rispetto) con criteri francamente arbitrari. La zona fu subito militarizzata, e solo dopo qualche giorno, quando ormai i danni erano palesi non solo alle persone ma anche agli animali, gli abitanti della zona A vennero evacuati in alberghi e residence. Un po’ per ignoranza, un po’ per cercare di evitare che le donne incinte della zona ricorressero all’aborto terapeutico per molto tempo la scienza ufficiale cercò di minimizzare i danni da diossina. Ci fu addirittura un cretino, tale Trabucchi professore all’università di Milano, che si offrì di mangiare l’insalata di Seveso per dimostrare che non faceva danno.

Furono fatte decine di migliaia di analisi del sangue, delle orine eccetera con metodologie così antiscientifiche da far urlare in una storica riunione in provincia a Milano che «state facendo il possibile perché non si arrivi a nessun risultato!». Intanto la Hoffmann organizzava congressi su congressi dove potevi chiedere qualunque cosa, anche l’odalisca in camera, purché accettassi acriticamente e diffondessi le tesi tranquillizzanti della multinazionale. Risultato: giornali scientifici considerati seri come The Lancet pubblicarono soffietti a favore della tesi dell’innocuità della diossina; in Svizzera nessun giornale parlò mai del disastro di Seveso; ricercatori seri come Lorenzo Tomatis, all’epoca direttore del massimo ente comunitario di ricerca sul cancro, lo Iarc di Lione, furono invitati a smetterla di denigrare una società «al di sopra di ogni sospetto» come Hoffmann-La Roche.

A Seveso venne sacrificato un po’ di terreno, furono dati risarcimenti con parsimonia, si costruì un bel giardino sulla collinetta fatta con la terra di riporto e poi per anni non si seppe più nulla. In realtà, come aveva previsto Maccacaro, analisi e studi epidemiologici non hanno mai dato risultati rilevanti. Le maggiori vittime della cloracne da tempo non abitano più a Seveso, e di molte non si sa più nulla. Unica consolazione: forse Seveso passerà alla storia della scienza perchè un gruppo di zoologi dell’università di Pavia ha scoperto nella zona una specie di topi che si riproduce solo quando si incrociano individui della stessa specie, che sono sterili negli accoppiamenti con gli altri volgari topastri locali. Come dire: il banco di prova delle teorie di Drwin e Lamarck, anche se per ora nessuno ha elementi per mettere in relazione una storia del genere con la diossina dell’Icmesa.

* Editoriale del direttore di  “Sapere”, n. 796, novembre-dicembre 1976

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