Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Un’industria alimentare che produce affamati

La moderna industria degli alimenti distrugge la natura, minaccia la salute umana e produce affamati. Il problema dell’energia appare nelle preoccupazioni dei governanti ma anche delle nostre popolazioni l’aspetto più inquietante della crisi ecologica. Il timore di doversi privare dell’auto in un prossimo futuro è così dirompente da indurre alla rimozione: sì, potrà anche accadere, ma chissà quando. Intanto, finché c’è il carburante la grande giostra continua a girare…

Ma, se il timore di rimanere a piedi,  pur confusamente, viene percepito, del tutto assente nella parte opulenta del mondo è l’altra conseguenza ben più devastante della fine del petrolio, la crisi alimentare. Come è emerso con chiarezza nel convegno di Missioneoggi del 2007, il problema della sovranità alimentare è sollevato soprattutto dai contadini del Sud del mondo, alle prese con le distorsioni del mercato globale dei prodotti agricoli che tendono a mortificare un’agricoltura locale virtuosa, attenta alla fertilità dei propri terreni ed a produrre innanzitutto ciò che serve a sfamare le proprie popolazioni.

Nel Nord ricco del Pianeta, nessuno è sfiorato da un possibile futuro di penuria alimentare. Inondati come siamo da una sovrabbondanza di prodotti, di carne di ogni tipo, di pane, di formaggi, di frutta e di verdura… I nostri bimbi crescono ormai con la convinzione che siano i supermercati a fornirci di ogni bene. È la magia dell’industria agroalimentare,  esplosa anche in Italia negli ultimi decenni, in parallelo al “miracolo economico” che ci regalò le straordinarie comodità delle automobili e degli elettrodomestici. Questa “magia” si può così rappresentare: negli anni Trenta, il nostro Paese  vedeva una maggioranza di addetti all’agricoltura (52%) che con fatica riusciva a sfamare poco più di 40 milioni di abitanti, per i quali, se non ricchi, comunque la carne era un lusso da riservare alle grandi festività; ora, un’esigua minoranza della popolazione attiva (5,5%) riesce a produrre derrate sovrabbondanti, con problemi di eccedenze sanzionate dall’Unione Europea (l’infinita diatriba sulle quote latte), offrendo a 60 milioni di italiani un’enormità di carne che ne mina addirittura la salute, come regolarmente avvertono i dietologi; e nel frattempo la superficie dei terreni coltivabili si è drasticamente ridotta a causa della dissennata cementificazione che, come una sorta di pervasiva metastasi,  ha occupato suoli fertili e naturalizzati al ritmo  di oltre 244.000 ettari l’anno, cosicché negli ultimi quindici anni abbiamo consumato altri 3 milioni 663 mila ettari, cioè una regione grande più del Lazio e dell’Abruzzo messi assieme, dal 1950 una regione più grande dell’intera Italia Settentrionale. Com’è possibile questo prodigio?

La magia risulta ancora più sorprendente se consideriamo che, ad esempio, il suolo della pianura Padana, ritenuta una delle zone più fertili, è carente di sostanza organica, ad un livello mediamente inferiore al 2,5%, ritenuto potenzialmente critico per un equilibrio biologico sano. Insomma si tratta di un suolo piuttosto sterile, che funge soprattutto da sostegno fisico delle piante, un po’ come l’argilla espansa delle nostre casalinghe idrocolture. Ebbene questo paradosso si spiega con il fatto che i concimi chimici che hanno fatto esplodere la produttività dell’agricoltura industriale moderna, mentre non rigenerano la fertilità della terra, nutrono direttamente le piante con un’iniezione di minerali ed altre sostanze utili alla crescita. Insomma si tratta di un’agricoltura drogata, dai piedi di argilla, che ha surrogato l’economia rigenerativa della natura con un’economia dissipativa della tecnica. Non solo ovviamente i concimi chimici, ma anche gli agrotossici di sintesi (dai diserbanti agli anticriptogamici), la meccanizzazione spinta (trattori come carri armati…) e l’utilizzo “industriale” di enormi quantità di acqua, risorsa sempre più rara. Ebbene questa artificializzazione dell’agricoltura si regge interamente sulla disponibilità dei combustibili fossili, necessari a produrre concimi e agrotossici, a far funzionare i megatrattori e le pompe idrauliche…  L’agricoltura, dunque, da forma dell’economia umana perfettamente integrata nei cicli della biosfera, è così diventata del tutto dipendente da risorse energetiche esterne, innanzitutto dai combustibili fossili (ma anche dai depositi minerari di fosfati, nitrati, potassio), che sappiamo essere tutti destinati all’esaurimento.

Da un canto si è saccheggiata la fertilità storica dei terreni agricoli, dall’altro ci si è illusi di poterla sostituire con un gigantesco flusso di materiali ed energia provenienti all’esterno.

Cosicché il bilancio energetico dell’odierna agricoltura hi-tec è sempre più passivo. Se si esclude il grano o il mais, per produrre una chilocaloria (kcal) di alimenti occorre consumare almeno il doppio di energia industriale. Ci vogliono, ad esempio, tre kcal di energia per produrne una di arance. Nel caso poi delle carni e quindi degli allevamenti la sproporzione diventa enorme fino a 180 kcal per una di carne di vitello. È impressionante notare come quella forma di attività economica che per oltre 10.000 anni ha permesso all’umanità di vivere attingendo essenzialmente alla sola energia gratuita e rinnovabile del sole, cioè alla fotosintesi clorofilliana, oggi dipenda quasi  del tutto da apporti esterni, in particolare dai combustibili fossili.

Ma questo non è tutto. Il suolo nel frattempo non solo si è isterilito, ma ha subito anche un progressivo inquinamento per la dispersione nel terreno di concimi chimici, di pesticidi e diserbanti, con contaminazione a cascata delle falde idriche. L’ultimo rapporto dell’Ispra, l’agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente,  che riguarda “I residui di prodotti fitosanitari nelle acque”, pubblicato nel dicembre 2008, documenta che nel 2006 la Pianura Padana aveva il più alto numero di pallini rossi, quelli che segnalano concentrazioni di pesticidi sopra i limiti di legge. Si tratta delle regioni con il più alto numero di allevamenti e le sostanze tossiche in campo portano il nome di Terbutilazina, Metolaclor, Atrazina. L’atrazina, potente diserbante del mais, pur vietata da 14 anni, è ancora presente nel 33% dei campioni d’acqua del Veneto.

Senza contare le emissioni di CO2, per cui, secondo alcune stime,  quelle prodotte dagli animali allevati sarebbero superiori a quelle di tutti i trasporti umani, diventando i principali responsabili dell’effetto serra. Il paradosso è che gli attuali circa 15 miliardi di animali allevati nei lager zootecnici per produrre carne, peraltro scadente,  mangiano come 60 miliardi di umani, mentre un miliardo di persone soffre la fame.

Una recente inchiesta di “Report” (Rai 3 del 17 maggio 2009) ci ha descritto nel dettaglio, con particolari agghiaccianti, la moderna filiera degli allevamenti intensivi. In questo caso si tratta di un documento, non dell’invenzione suggestiva di un film, peraltro da vedere, come “Fast Food Nation”. Entrando nelle stalle vediamo come per far crescere in fretta un bovino o fargli fare più latte gli si danno cereali, su 10 chili di mangime 7 sono di cereali proteici come mais e soia, cosicché solo l’11% della razione alimentare di un bovino diventa cibo per noi umani.

Al campionato annuale delle più formidabili mucche da latte, in quel di Montichiari (BS) ammiriamo petti rigonfi che ostacolano la deambulazione di vacche superdotate, capaci di produrre 12-14 mila litri di latte all’anno, 60 litri e anche più al giorno. Negli anni 50, un vacca produceva al massimo 20/25 litri al giorno, 2, 3 mila all’anno, quattro volte di meno di una vacca di oggi. La lunga selezione in laboratorio insieme alla superalimentazione hanno permesso queste performance, che però presentano un rovescio della medaglia: dai dati della relazione annuale dell’Apa risulta che il 48% delle mucche in latte della provincia di Cremona sono primipare, questo significa che ogni due anni si rinnova completamente il patrimonio di vacche da latte, con dei costi incredibili. Solo 10 anni fa si poteva arrivare anche a 7, 8, 9 parti; alcune, qualche veterana, anche a 10. Dunque vacche che potrebbero fare latte per 15 anni devono essere rottamate e trasformate in bistecche e hamburger dopo due. Queste mucche sono come drogate, occorre che ingeriscano tanto cibo per poter produrre molto latte, purtroppo, per problemi diciamo fisiologici la bovina dopo il parto è spinta dalla genetica, ma è incapace di ingerire adeguatamente il cibo di cui ha bisogno. Quindi è obbligata ad intaccare le riserve naturali. Naturalmente una piccola parte di riserve naturali può essere intaccata, oltre la bovina collassa. Non esiste una soluzione tecnica, assoluta, quando ci sono delle problematiche che vanno contro la natura delle bestie. Queste vacche sono geneticamente selezionate per sopravvivere due-tre anni in una fabbrica del latte, forzate a mangiare grosse quantità di mais e soia, che gli fanno venire acidosi perché il rumine dovrebbe essere alimentato con erba e fieno. Così, per fargli digerire le grosse quantità di cereali, le vacche devono essere costantemente medicalizzate.

Basta aprire le riviste specializzate per trovare “Dossier Mastiti”, in cui si racconta come “la mastite colpisce più di prima” e perché questa grave infezione batterica della mammella si diffonda: “Le elevate produzioni di latte delle vacche selezionate sono diventate eccessive per la dimensione della mammella”. Ancora, le mastiti sono “frutto della concentrazione dei capi in poche aziende […] con conseguenti problemi di sovraffollamento, fecalizzazione e collasso dei punti critici”. Inoltre la mastite aumenta perché sono diminuite anche le capacità di risposta delle bestie alle terapie antibiotiche. quello degli Stati Uniti, qui il 76% degli antibiotici sono usati in zootecnia, una percentuale altissima considerando che l’uso terapeutico umano è appena del 9%, ma bisogna capire una cosa: il 6% soltanto degli antibiotici vengono usati per terapia negli allevamenti, il resto, il 70% serve per far crescere più velocemente gli animali. Tutto quello che sappiamo noi invece è che la media europea è attorno al 60%. In Italia invece neppure il dipartimento per la sicurezza alimentare dell’Istituto Superiore di Sanità possiede il dato.

Così “Report” ci descrive l’ineluttabile  sequenza: 

“Rimpinziamo la mucca di cibo perché deve produrre tanto latte, questo fa venire le mastiti, più di tanto non si può curare, e così dopo 2 anni viene mandata al macello. Latte e rottamazione della mucca si trasformano in centinaia di  prodotti a basso costo che riempiono gli scaffali dei supermercati, il basso costo ti invoglia a riempire il carrello e così alla fine non hai nemmeno risparmiato, ma hai speso di più, per alimentare stomaci senza fondo. Non sarà una coincidenza il fatto che gli anni 80, momento storico in cui il modello basato sui grandi volumi a basso costo si afferma nella sua forma più matura negli Stati Uniti, sono segnati dall’impennarsi dei tassi di incidenza dell’obesità. L’obesità quindi dimostra che il cibo non può essere trattato alla stessa maniera di un qualunque altro fenomeno economico. Se i consumatori possono consumare tante scarpe, vestiti, dvd, quanti gliene consentono le loro carte di credito, la stessa cosa non si può dire per il cibo, indipendentemente da quanto sia a buon mercato, perché altrimenti crei una discarica dentro lo stomaco. Negli Stati Uniti l’industria che cura l’obesità sta arrivando al 3% del Pil.

Questo vuol dire che alimentare nello stesso tempo stomaci senza fondo e aziende che a quegli stessi stomaci offrono una soluzione, tiene vivo un pozzo di S. Patrizio che attirerà sempre nuove occasioni di guadagno, anche perché l’Europa dopo gli Stati Uniti si sta avviando al formato extra large, ma anche un quarto dei mediorientali è sovrappeso, il 40% degli abitanti del Marocco, un terzo dei sudafricani, in Kenia: [cosicché nel mondo] 1 su sette è denutrito, uno su otto sovrappeso. L’animale quindi, da cibo che sfama, è entrato dentro la catena del massimo profitto, che si ottiene anche con l’utilizzo, soprattutto con l’utilizzo di ormoni e antibiotici a gogò, con quel che ne consegue”.

L’irrazionalità di questo meccanismo perverso è poi accentuata dal fatto che noi consumiamo almeno due, tre volte la quantità di proteine necessaria, che è di circa un grammo per chilo al giorno. In una dieta di un italiano le proteine superano sicuramente i cento, possono arrivare a 150 grammi al giorno, e siccome non nel nostro organismo non è previsto un deposito delle proteine, quelle sovrabbondanti devono venire trasformate in energia, quindi in tessuto adiposo, con problemi alla salute.

Insomma, siamo dentro una trappola che produce, da un lato obesi, e dall’altro affamati, tutti con la salute piuttosto compromessa, o per eccessi alimentari di qualità scadente, o per carenza di cibo. Una trappola i cui meccanismi per di più “funzionano” solo grazie ai combustibili fossili.

Missione Oggi (Brescia), n. 6, Giugno-luglio 2009

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