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Il bivio di Mondeggi

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Da “comune-info.net” 18.5.2022.

“Chiunque si senta di condividere i principi di Mondeggi, può essere membro di questa comunità a tutti gli effetti”. Quando si prova ad aprire il concetto di comunità, sottoposto per decenni a mille e una interpretazioni (e manipolazioni) contrastanti, si manifesta spesso il pericolo di esclusione. Nasce da un’idea statica, quella di una comunità che è tale (per nascita, scelta, ecc.) e non si fa invece giorno dopo giorno. A Mondeggi, come si evince dalla citazione del “chi siamo” del blog della fattoria senza padroni riportata sopra, anche su questo sono di una chiarezza esemplare. Quella straordinaria storia di autogoverno, nata otto anni fa dall’occupazione di una tenuta non lontana da Firenze, è stata costantemente minacciata. Giorno dopo giorno. Non poteva essere altrimenti. Va da sè che la sua resistenza non avrebbe mai potuto concretizzarsi solo nella capacità di sopportare e difendersi dalle aggressioni. Bisognava resistere costruendo: creare, inventare, aprirsi alle relazioni, fino a diventare un punto di riferimento e di dialogo fra realtà che potremmo definire antisistemiche. Nasce probabilmente da questo l’idea di un progetto così ambizioso come l’Università della Terra – la prima in Italia, a quanto ne sappiamo – che prende ispirazione (ma non come modello) da esperienze messicane sempre molto care alla gente di Mondeggi, quella fondata a Oaxaca da Gustavo Esteva, in particolare. Non si fa in tempo ad assaporare la gioia (l’occupazione di Mondeggi è nata con una festa) per l’avvio di un progetto tanto entusiasmante sulla condivisione dei saperi, che già si profilano nuove scelte essenziali e difficili tra opportunità, ma soprattutto culture politiche, che sembrano inconciliabili: questa volta, però, il pericolo non arriva dalla classica ipotesi di sgombero violento. La minaccia che grava sulla comunità aperta “a chiunque ne condivida i principi” attenta esattamente a uno di essi: l’autogestione, mica uno qualsiasi. Di più: questa volta la minaccia ha un volto che definire sorprendente è davvero un eufemismo: una pioggia di milioni per “riqualificare” l’area.

Il 7 e 8 maggio scorsi la fattoria senza padroni – bene comune di Mondeggi è stata nuovamente luogo di un incontro degli occupanti con i loro sostenitori, per lo più appartenenti ad altre realtà sociali in movimento. L’occasione era la presentazione del progetto UniTerra cui hanno fatto da contorno altri eventi significativi di lotte sociali di varia natura, a conferma del fatto che Mondeggi è un punto di riferimento consolidato di dialogo fra realtà che potremmo definire antisistemiche.

UniTerra, abbreviazione dell’espressione “Università della Terra”, riecheggia il nome di analoghe esperienze sparse per il mondo, la prima e più nota la Unitierra di Oaxaca, in Messico, che ha avuto come co-fondatore Gustavo Esteva, di cui proprio domenica 8 ricorreva un mese dalla morte ed al cui ricordo è stato tributato un affettuoso applauso. All’origine di queste atipiche “università dal basso” è il pensiero di Ivan Illich, il famoso e discusso autore di un libro che a suo tempo fece scandalo, Descolarizzare la società, che dette inizio a una riflessione a livello mondiale sui modi tradizionali di trasmettere il sapere e il cui pensiero sta tornando con forza alla ribalta.

Perché una Università della Terra a Mondeggi? Il volantino distribuito ai partecipanti al loro arrivo è esplicito: Coltiviamo saperi liberi per un’ecologia contadina. Saperi coltivati dal basso, elaborati nelle loro persistenti radici nel corso dell’ultramillenaria storia dell’homo sapiens, integrati con le attuali conoscenze scientifiche, quelle però di una scienza vera, aperta e collaborativa in opposizione a quella oggi dominante, dogmatica e strumentale agli obiettivi puramente economici di una élite di persone assai ridotta ma potente.

Nel volantino di accoglienza dei convenuti (poco più di un centinaio il primo giorno, trecentocinquanta il secondo, come risulta dai buoni pasto distribuiti!) si legge:

Fin dall’inizio dell’esperienza di Mondeggi la trasmissione del sapere contadino è apparsa fondamentale sia per recuperare conoscenze pratiche, sia per trasmettere a nostra volta, attraverso un continuo scambio di saperi, manualità e ingegnosità. Da qui la proposta di realizzare con UniTerra un centro di agroecologia: un riferimento fisico che permetta di raccogliere, elaborare, sperimentare e trasmettere pratiche agroecologiche utili alle comunità, basate sull’uso condiviso della terra e volte all’autodeterminazione alimentare e alla cura dei territori. Un centro di agroecologia che ponga la necessità di custodire e diffondere saperi contadini dal basso in opposizione netta alle logiche anguste delle università e delle scuole tradizionali, esplorando nuovi modi di imparare e di insegnare. L’Università della Terra è un percorso collettivo che sta iniziando: uno spazio da riempire e da immaginare insieme.

Iniziato con il pranzo, l’incontro ha avuto nel pomeriggio del sabato due punti forti: innanzi tutto la presentazione, appunto, del progetto UniTerra, cui è seguita l’Assemblea Ecologista Toscana che ha visto il lancio dell’iniziativa “No Base” contro la costruzione di una nuova caserma a Coltano, in provincia di Pisa, a pochi km di distanza dalla base militare statunitense di Camp Darby, il più grosso centro logistico militare all’estero dell’esercito statunitense. Questo incremento della militarizzazione di un territorio già fortemente militarizzato, deprecabile in sé, è inaccettabile perché “consumerà” 73 ettari di territorio sottoposto a vincoli paesaggistici e ambientali perché situato all’interno del Parco Regionale di Migliarino San Rossore Massaciuccoli. Il decreto per la realizzazione, firmato dal presidente del Consiglio Draghi e dal ministro della Difesa Guerini, è stato pubblicato il 23 marzo scorso sulla Gazzetta Ufficiale. Il progetto, a quanto pare, giaceva nel cassetto dal 2014 ed è stato tirato fuori approfittando dell’atmosfera bellicosa che sta dilagando, senza seguire il percorso di valutazione esistente per progetti di notevole impatto ambientale e sociale.

Ma torniamo al progetto UniTerra, nato dal basso con intenti sociali ragionati e più che meritevoli, punto forte della discussione nel corso dei due giorni. Ad esso, e questo è il problema che intendiamo sollevare e portare all’attenzione di chi legge, si contrappone un contro-piano elaborato dalla Città Metropolitana di Firenze per “riqualificare” l’area. Sul quotidiano La Nazione di Firenze del 3 maggio scorso si legge: “L’area di Mondeggi non sarà privatizzata: 55 milioni per il recupero”. L’operazione prevede che sia messa a disposizione delle comunità del territorio. Ma stop all’occupazione.

Per la rigenerazione del complesso di Mondeggi e Lappeggi, nel comune di Bagno a Ripoli, alla Città metropolitana di Firenze andranno 55 milioni del Pnrr (Piano nazionale di rilancio e resilienza, nds). Con queste risorse, spiega il sindaco Dario Nardella, “si chiude un capitolo di discussioni e di polemiche lunghe 30 anni. L’area è purtroppo abbandonata da molto tempo e, come sappiamo, c’è un’occupazione abusiva su molte delle strutture del complesso”. Ora “grazie al Pnrr, abbiamo deciso di destinare 55 milioni sull’area, recuperando le strutture più importanti, come la villa centrale”. Con l’operazione, quindi, “non la privatizzeremo, ma la metteremo a disposizione della comunità del territorio, con attività sociali, culturali e anche di carattere agricolo, facendo tesoro dell’esperienza che vari comitati e associazioni hanno già accumulato in quella zona”.

La posizione della Città Metropolitana, oggi così confermata, era già stata preannunciata circa un anno fa, ed ora prende corpo. Le parole del sindaco Nardella sono un capolavoro di alterazione della realtà col linguaggio scorretto abituale dei politici: “L’area è abbandonata da molto tempo (…) la metteremo a disposizione della comunità del territorio, con attività sociali, culturali e anche di carattere agricolo”.

Ben diversa la narrazione che ho letto in uno scritto di qualche tempo fa di un abitante del territorio:

La proprietà di Mondeggi, ovvero la città metropolitana ex provincia, ha abbandonato per molti anni la tenuta procurando un enorme danno ed un enorme diminuzione del suo valore. Con scelte imprenditoriali sballate, improntate ad una visione a volte clientelare, a volte di immagine megalomane o le due insieme, ha spremuto la tenuta con grande impiego di denaro pubblico. I vari amministratori si sono avvicendati facendo sempre di più deteriorare il tessuto produttivo fino all’incapacità di sostenersi economicamente. Si è creato una porzione di territorio abbandonato a se stesso, non più in grado di produrre alcun reddito pur rimanendo naturalmente in grado di produrre cibo. Ecco la grande pensata finale, privatizzare, ultimo atto di un totale asservimento ai potenti di turno a danno della sovranità alimentare del territorio“. Oggi l’impostazione della visione dei reggenti della Città Metropolitana, visto che la privatizzazione non è più pensabile perché contro di essa è insorta la gente del territorio, la soluzione è lasciare Mondeggi come bene pubblico ma con un progetto che alieni di fatto la proprietà alla visione che ne hanno i cittadini del territorio.

Per chi conosce la storia di Mondeggi, quello che Nardella definisce “abbandono”, c’è stato sì, ma – come si evince dallo scritto sopra riportato – esso è avvenuto proprio ad opera dell’istituzione pubblica proprietaria del bene, e ciò che egli auspica per il futuro è ciò che gli occupanti, una ventina, fin dall’inizio del loro intervento, definito “illegale”, stanno facendo gratuitamente col loro lavoro e senza l’investimento di un solo euro pubblico. La proprietà non è oggi più abbandonata ed è da tempo sede di attività sociali e culturali aperte al territorio oltre che di un intenso recupero agricolo per renderla economicamente autosufficiente. Definirla “abbandonata” è quindi una vergognosa menzogna.

Chi scrive ha seguito quasi dall’inizio le vicende di questa “fattoria senza padroni” di circa 160 ettari di vigneti, olivete e frutteto oltre a una parte boschiva, con 7 case coloniche, oltre alla villa, che però non è oggetto dell’occupazione e che è, unica villa fiorentina, classificata dall’UNESCO fra i beni culturali dell’umanità grazie ai suoi splendidi affreschi. Ricordo la tenuta poco tempo dopo l’occupazionem avvenuta nel 2014. Lo stato di abbandono era evidente e drammatico, con le case fortemente lesionate e di fatto inabitabili, tre delle quali sono state oggi rese nuovamente agibili. Cito un esempio per tutti: 12mila ulivi ormai da tempo abbandonati, semi-morenti e ricoperti da rovi, i tronchi gialli per la cosiddetta “rogna dell’ulivo”, e oggi riportati a nuova vita, in parte anche grazie all’impegno di comuni cittadini che hanno preso in custodia (non in proprietà, ovviamente, quella resta pubblica) lotti di 30 alberi ciascuno da recuperare. Sono alcune centinaia i cittadini che hanno collaborato in questa forma al loro recupero.

Non insisto su questi aspetti. Per una breve storia della tenuta e per informazione sui progetti in corso in essa si può consultare il sito mondeggibenecomune.noblogs.org. Desidero però sottolineare di nuovo un aspetto grottesco della vicenda, che è emblematico del pensiero che oggi vige nel nostro mondo, dominato dal mito del denaro. Gli occupanti “illegali” di Mondeggi stanno facendo gratuitamente, senza onerosi investimenti finanziari che non sarebbero – anche nel caso della proposta delle istituzioni – un regalo, bensì un prestito la cui restituzione implicherebbe un equivalente di nuove tasse, comprensive degli interessi finanziari.

Noi che scriviamo, dotati di ben poca dimestichezza con le grosse cifre di denaro, facciamo fatica anche solo a immaginare 52 milioni di euro, sarebbero circa 104 miliardi delle vecchie lire, per riqualificare un’area agricola di 150 ettari, ma sembra davvero uno sproposito in relazione a quanto dei cittadini stanno già facendo senza gravare di nuovi debiti la società.

Il fatto è che, per fare solo un esempio, la riqualificazione di un territorio, in tempi in cui a gestire imponendo la propria logica sono “quelli in alto”, diventa fin troppo facile prevedere una miriade di “saperi colti”: architetti, ingegneri, giuristi, contabili, sociologi, addetti stampa per l’adeguata celebrazione di “opere di regime”, e infine immancabili membri di consigli di amministrazione con annessi gettoni.

Gli occupanti di Mondeggi stanno già facendo quel che serve ma creano anche laboratori del sapere, parchi giochi per ragazzi, spazi liberi per lo svago dei cittadini, come chiunque abbia seguito anche solo distrattamente la vicenda sa bene.

Oggi a Mondeggi sembrano dunque confrontarsi due visioni culturali fra loro contrastanti e inconciliabili. Una contesta la legalità dell’occupazione, l’altra ne rivendica la legittimità dato che si sta recuperando alla comunità un bene che ad essa appartiene e che proprio dai rappresentanti istituzionali pronti a denunciare “l’illegalità” è stata lasciata in abbandono.

Per chiarire meglio questa alternativa di pensiero e di pratiche, si potrebbe forse tornare ancora al pensiero di Illich che, più o meno esplicitamente, è alla base delle varie Università della Terra esistenti in vari paesi, ciascuna realizzata in armonia con il territorio che la ospita e la cultura dei suoi abitanti, cosa che in definitiva vale anche per il progetto UniTerra di Mondeggi. Nella prefazione all’edizione italiana del 1981 del breve saggio intitolato Disoccupazione creativa, definito dall’autore una post-fazione al più noto La convivialità, Illich scriveva:

L’incapacità, peculiarmente moderna, di usare in modo autonomo le doti personali, la vita comunitaria e le risorse ambientali infetta ogni aspetto della vita in cui una merce escogitata da professionisti sia riuscita a soppiantare un valore d’uso plasmato da una cultura. Viene così soppressa la possibilità di conoscere una soddisfazione personale e sociale al di fuori del mercato.

Questa incapacità, oggi, è volutamente creata dai vari progetti di ingegneria sociale pensati astrattamente e calati dall’alto, mortificando le iniziative autonome dal basso. In questo contesto, è necessario che ogni cittadino del nostro territorio senta l’esperienza di Mondeggi come una affermazione di libertà che resiste alla sopraffazione del sistema.

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