Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Forme e dinamiche dei conflitti ambientali

I conflitti ambientali hanno quattro principali soggetti. Il primo, che chiamerò l'”inquinatore”, nel suo operare provoca nell’ambiente delle modificazioni che danneggiano un secondo soggetto, l'”inquinato”; questi entra in conflitto con l’inquinatore per difendere i propri diritti ed eliminare il danno; un terzo soggetto è “lo stato” che dovrebbe, per definizione, operare pro bono publico e difendere i diritti dei cittadini; un quarto è rappresentato dagli “scienziati”, cioè da coloro che possiedono le conoscenze per identificare le forme e le fonti di alterazione dell’ambiente e informare gli altri soggetti del conflitto

A parte situazioni criminali, l’inquinatore opera, oltre che per il proprio profitto, teoricamente anche nell’interesse dell’economia del paese, per fabbricare cose utili e per assicurare occupazione e salario ai lavoratori. In questa categoria rientrano coloro che producono merci e servizi; il produttore di merci trasforma risorse naturali come minerali o materie agricole e forestali in cose utili, ferro, olio, macchinari. Per inevitabili leggi chimiche in tale trasformazione si generano delle scorie e dei rifiuti di cui l’inquinatore deve liberarsi immettendole in uno dei corpi riceventi ambientali e alterandone negativamente la qualità. Da tali alterazioni nascono i danni all’inquinato. Nella categoria degli “inquinatori” rientrano anche coloro che assicurano servizi come trasporti e mobilità, strutture ricreative e sportive, edilizia, la cui realizzazione comporta il danneggiamento o la distruzione di beni per lo più collettivi come boschi o dune o provoca erosione del suolo o alterazione del corso dei fiumi, eccetera.

Ma l’inquinatore può anche essere il “consumatore” di merci e servizi, chi mangia alimenti e chi si muove bruciando benzina o gasolio in una automobile, perché il suo operare genera anch’esso residui e rifiuti che vengono immessi nell’ambiente e danneggiano qualcun altro che può essere se stesso (per esempio quando respira l’aria inquinata dalla propria automobile).

Il conflitto nasce quando l’inquinato — sostenuto ed aiutato eventualmente da gruppi o associazioni o movimenti chiamati a volta a volta ecologisti, ambientalisti, verdi, eccetera — si contrappone all’inquinatore chiedendogli di far cessare l’inquinamento; nasce quindi da uno scontro di diritti, quello dell’inquinatore che ha il diritto di produrre beni, e quello dell’inquinato che ha diritto di vivere in buona salute e di non essere disturbato. Si può immaginare uno di questi conflitti ambientali, ispirandosi al celebre libro “Wealth and Welfare” (1912), dell’economista inglese Arthur Cecil Pigou.

In un paese c’è un vignaiolo che coltiva la sua vigna, produce uva e la vende guadagnando, diciamo, cento lire all’anno. Un giorno vicino alla sua vigna si installa una fabbrica di scarpe che, nel suoi legittimo operare, immette nell’aria dei fumi; questi ricadono sulla vigna e di conseguenza la produzione di uva diminuisce e il guadagno del vignaiolo diminuisce a 50 lire all’anno.

Il vignaiolo, l’inquinato (magari con l’aiuto di qualche legambiente o wwf locale), si rivolge al proprietario della fabbrica, l’inquinatore, e chiede giustizia. A questo punto possono succedere varie cose. L’inquinatore da all’inquinato 50 lire all’anno; l’inquinato ha lo stesso reddito che aveva prima ed è contento. L’inquinatore continua ad inquinare ma deve recuperare le 50 lire all’anno versate all’inquinato e per far ciò deve aumentare il prezzo delle scarpe. Un numero minore di acquirenti può comprare le più costose scarpe, l’inquinatore ne vende di meno ed è costretto a ridurre la produzione e a licenziare una parte degli operai. Gli operai licenziati chiedono giustizia e si rivolgono allo stato, quello che ho prima indicato come il terzo soggetto dei conflitti ambientali.

Lo stato, a questo punto, può fare varie cose. La prima è dare ogni anno 50 lire al fabbricante che può così vendere scarpe a basso prezzo, produrle come prima, e assumere di nuovo gli operai. Sono contenti il vignaiolo, il fabbricante, gli acquirenti di scarpe e gli operai. Lo stato trae i 50 euro dalle tasse e ciascun membro della collettività paga per la soluzione del conflitto. A dire la verità con questa soluzione continua ad essere inquinata “la natura”, cioè l’aria respirata da tutti i membri della collettività i quali, oltre a pagare le tasse per la soluzione del conflitto ambientale, possono anche ammalarsi per l’inquinamento.

Oppure lo stato può ricorrere a divieti: l’inquinatore non può emettere una quantità di fumi superiore a un certo limite in modo da assicurare al vignaiolo la produzione di uva come prima dell’insediamento della fabbrica. A questo punto il fabbricante di scarpe può comprare un filtro che abbatte i fumi ma che costa 50 lire. Il vignaiolo è contento, il venditore di filtri è contento, anche “la natura” è contenta, ma il fabbricante deve recuperare le 50 lire spese per il filtro e qui si ritorna alla situazione di prima. Ci sono naturalmente altre alternative come il trasferimento del fabbricante di scarpe in un’altra località, nel qual caso, per dirla in termini moderni, il divieto di inquinamento, generato dal conflitto, può diventare strumento di pianificazione territoriale.

Per farla breve, il precedente racconto conferma che i conflitti ambientali nascono dalla contrapposizione di diritti: il diritto dell’inquinatore di operare e il diritto dell’inquinato di respirare aria pulita, di bere acqua non contaminata e di vivere in un ambiente decente. Ciascuno di questi diritti richiede una precisazione di che cosa significa “aria pulita”, “acqua non contaminata” e “ambiente decente”, cioè una precisazione di “valori” che possono variare da paese a paese e da un periodo storico all’altro, valori che in parte dipendono da sensazioni individuali (il diritto di sentire cantare gli uccelli nel cielo), in parte possono essere misurati con analisi chimiche o fisiche (massima concentrazione di una certa sostanza chimica ammessa in una unità di peso dell’aria o dell’acqua).

Per la misura di questi valori sia l’inquinato sia l’inquinatore ricorrono a quelli che ho chiamato “scienziati”, persone che conoscono i rapporti fra causa ed effetto, la provenienza degli agenti inquinanti e che sanno misurarne le quantità. Alcuni scienziati aiutano l’ inquinato a riconoscere chi viola i suoi diritti e a difendersi; altri aiutano l’inquinatore spiegando che l’inquinamento non arreca poi così grande danno all’inquinato, che le malattie lamentate dall’inquinato hanno origini diverse dall’inquinamento provocato dal suo cliente, eccetera 1Un precursore degli “scienziati degli inquinatori” è stato iI dott. Andrew Ure, il chimico ottocentesco inglese, autore del libro “La filosofia delle manifatture”, a cui Carlo Marx dedica, nel “Capitale”, alcune sferzanti pagine..

Il raccontino del conflitto fra il vignaiolo e il fabbricante di scarpe, ispirato al libro del celebre studioso di economia pubblica, mostra che i conflitti ambientali nascono per questione di soldi: l’inquinatore vuole guadagnare di più evitando i filtri e l’inquinato non vuole spendere soldi per curare le malattie o i danni provocati dall’aria o dall’acqua inquinata. Alcuni esempi di conflitti ambientali italiani permettono di riconoscere i protagonisti prima elencati.

Cominciamo con il conflitto contro la fabbrica di coloranti ACNA di Cengio, in provincia di Savona. La fabbrica, nata agli inizi del Novecento per produrre esplosivi e coloranti, si trova in Liguria in un paese della provincia di Savona al confine con il Piemonte, lungo il corso del fiume Bormida che nasce in territorio ligure e scende, verso nord, fino a confluire nel Tanaro vicino Alessandria. Fin dal suo insediamento la fabbrica scaricava i liquidi residui delle numerose lavorazioni chimiche nel fiume Bormida; nei primi decenni del Novecento i contadini che avevano i campi lungo il fiume e ne usavano le acque per l’irrigazione, hanno osservato danni alle coltivazioni e la stessa acqua potabile risultava inquinata da residui industriali. Sono così cominciate numerose denunce e processi da parte di organizzazioni di agricoltori. La protesta all’inizio non era tanto di natura ecologica ma piuttosto chiedeva che cessasse un danno alle rese delle coltivazioni. Si può quindi dire che in questo conflitto non era in gioco l’interesse generale o quello della natura ma che si trattava di una situazione che, in tempi recenti, sarebbe stata indicata con l’acronimo NIMBY (su tale situazione si vede l’utile saggio di Alessandro Buelcke in questo libro); gli inquinati infatti probabilmente non avrebbero mosso un dito se l’inquinamento avesse riguardato un fiume vicino.

Soltanto lentamente, a partire dagli anni settanta del Novecento, è nato un vero e proprio movimento di lotta popolare contro l’ACNA col ricorso allo stato, supposto portatore e difensore dei diritti di tutti. Il movimento per la difesa del Bormida ha incontrato vari ostacoli. In primo luogo una ovvia opposizione dell’industria, davanti al pericolo di dover spendere dei soldi per filtri o depuratori e quindi di guadagnare di meno. L’inquinatore ha avuto buon gioco nell’ottenere la solidarietà dei lavoratori minacciati di licenziamento nel caso in cui le nuove spese per la depurazione costringessero a chiudere la fabbrica. Per i lavoratori, loro stessi esposti, con le loro famiglie, all’inquinamento della fabbrica, la sopravvivenza della fabbrica rappresentava anche la conservazione del posto di lavoro.

Il conflitto è stato risolto alcuni anni dopo con la chiusura dello stabilimento di Cengio, anche se è rimasto irrisolto il potenziale pericolo di fuoriuscita di sostanze inquinanti dal deposito di scorie solide ancora esistente. Di questo conflitto esiste una delle poche storie dettagliate, contenuta nel libro di Pier Paolo Poggio, “Una storia ad alto rischio”, Torino, Abele, 1996.

Un secondo conflitto riguarda lo stabilimento Caffaro di Brescia, antica fabbrica di pesticidi, soda-cloro e derivati del cloro fra cui i tossici PCB (vari bifenili policlorurati di grande successo commerciale e presto rivelatisi cancerogeni). La società Caffaro è stata una delle prime a produrre per via elettrolitica il cloro, considerato dapprima utile agente disinfettante e sbiancante; col passare del tempo si è visto che alcuni derivati del cloro avevano effetti nocivi e ne doveva essere vietato l’uso e la produzione. Il conflitto contro “il cloro” si è avuto in seguito alla scoperta, negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, che, per reazione fra cloro e sostanze organiche, si formano “diossine”, molecole di policloro-dibenzodiossine e policloro-diobenzofurani. Da allora la ricerca sulle diossine e sui PCB ha svelato la loro diffusione e pericolosità; sono iniziate indagini sistematiche sulla distribuzione nell’ambiente di tali diossine e ne è nato un movimento di protesta il quale ha svelato che la società Caffaro per decenni aveva scaricato PCB e diossine, oltre che altri prodotti velenosi, nell’ambiente, nelle acque e addirittura sui prati e pascoli vicini, divenuti inaccessibili a fini utili. Di questo conflitto esiste una dettagliata descrizione nel libro di Marino Ruzzenenti, “Un secolo di cloro e … PCB. Storia delle industrie Caffaro di Brescia”, Milano, Jacabook, 2001.

Il conflitti relativi alle “diossine” hanno portato importanti effetti positivi; la crescita delle conoscenze scientifiche su sostanze in precedenza poco note; l’emanazione, a livello europeo e italiano, di norme che impongono di non superare limiti massimi di concentrazione delle diossine e dei PCB nei prodotti alimentari, nel suolo e nelle acque. Addirittura è stata messa in discussione tutta la filiera del cloro; la produzione e l’uso dei PCB sono stati vietati; è stata riconosciuta la presenza di diossine nelle reazioni che si svolgono negli inceneritori di rifiuti, in operazioni metallurgiche o in processi chimici in presenza di cloro, nei trattamenti con cloro degli scarichi liquidi delle cartiere o nella depurazione delle acque.

Un terzo importante conflitto contro imprese inquinanti ha riguardato la produzione di amianto. Questo minerale fibroso, di cui esisteva una importante cava in provincia di Torino, è stato utilizzato, a partire dai primi anni del Novecento, per la preparazione di tessuti per indumenti resistenti al fuoco e per oggetti (tubi, lastre, vasche) di amianto-cemento, resistenti agli acidi e con buone proprietà di isolamento termico e acustico. La principale società produttrice, Eternit, di origine svizzera, ha costruito vari stabilimenti, il più importante dei quali ad Alessandria. Dagli anni Venti del Novecento alcuni scienziati avevano denunciato la comparsa di tumori alle vie respiratorie nelle persone che respiravano le minutissime fibre di amianto durante la sua lavorazione e il suo uso, ma la denuncia non ha avuto ascolto, davanti al successo commerciale dei prodotti a base di amianto, fino a quando il numero di malati per asbestosi si è fatto così grande da imporre il divieto di estrazione, manipolazione e uso di manufatti contenenti amianto e la chiusura dei relativi stabilimenti italiani.

I tumori da amianto, come in generale tutti i tumori, si manifestano anni dopo la causa scatenante per cui le denunce di operai e loro familiari esposti ad amianto hanno cominciato a farsi concrete a partire dagli anni Sessanta; malati e morti per amianto continuano ancora adesso e hanno indotto lo stato a chiudere le fabbriche e la magistratura a denunciare i proprietari della Eternit per ottenere un indennizzo per i danneggiati. E’ in corso un lungo processo in cui si sono manifestati tutti i protagonisti del conflitto, gli inquinatori, gli inquinati, gli “scienziati” che minimizzano o escludono le responsabilità degli inquinatori e quelli che sostengono i diritti degli inquinati. Dettagli del conflitto e dei processi si trovano nel libro di Barbara Tartaglione e Lino Balza, “Ambiente Delitto Perfetto”, Medicina Democratica, Sezione Provinciale di Alessandria, Alessandria, 2a edizione, 2016.

I casi dell’ACNA, della Caffaro e dell’Eternit (ma quelli simili sono stati molto più numerosi) si riferiscono a conflitti degli inquinati contro fabbriche funzionanti e inquinanti, con l’obiettivo di ottenere l’eliminazione del danno o la loro chiusura. Altri conflitti ambientali sono nati in seguito ad incidenti come quello verificatosi nel 1976 nella fabbrica Icmesa di Meda, una cittadina a nord di Milano. Questa fabbrica di prodotti chimici è stata in funzione per anni senza che nessuno trovasse niente da dire e senza che nessuno sapesse che cosa stava producendo, come avviene per la quasi totalità delle industrie in Italia a nel mondo. Per un difetto in un serbatoio si è verificato un surriscaldamento che ha provocato una reazione chimica anomala in seguito alla quale è stata immessa nell’aria una miscela di polveri contenenti, fra l’altro, alcuni chilogrammi della più tossica della varie cloro dibenzodiossine già ricordate. Una “nube” di polveri contenenti alcuni chilogrammi di diossina furono immesse nell’aria e ricaddero sul territorio della vicina cittadina di Seveso; dal contatto con la diossina morirono molti animali e sulla pelle di varie persone, anche bambini, si formarono delle pustole.

La popolazione, sostenuta da varie associazioni ambientaliste, ha protestato e ha ottenuto la chiusura della fabbrica. Su “Seveso” ci sono stati processi, inchieste parlamentari e sono stati scritti vari libri; uno di questi, pubblicato da Laura Conti, “Visto da Seveso. L’evento straordinario e l’ordinaria amministrazione”, Milano, Feltrinelli, 1977, offre una delle più vivaci documentazioni del conflitto. E’ esistito anche un archivio raccolto da uno speciale “Ufficio” governativo, ma non so dove si trovi.

Un caso di conflitto simile a quello di Seveso si è verificato a Manfredonia, in provincia di Foggia. Anche in questo caso l’attività di una fabbrica di prodotti chimici era rimasta sostanzialmente un fatto locale fino al settembre 1976 quando, pochi mesi dopo l’incidente di Seveso, per difetti in un impianto, una diecina di tonnellate di composti di arsenico sono fuoriuscite nell’aria e sono ricadute al suolo. L’incidente ha assunto rilevanza nazionale e le proteste della popolazione hanno portato alla chiusura dello stabilimento. Sulla dinamica di questo conflitto si veda: Maria Gabriella Rienzo (a cura di), “Manfredonia: industria o ambiente ? Per la composizione di un conflitto”, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2005.

Un aspetto di qualche interesse è la protesta condotta da alcune cittadine di Manfredonia che hanno citato lo stato italiano davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo perché non erano state avvisate della pericolosità della fabbrica, in violazione delle leggi italiane ed europee; tali norme sono generalmente disattese perché le informazioni sulle attività dannose restano in possesso delle autorità pubbliche e non sono divulgate alla popolazione circostante. Nella causa intentata dalle “signore di Manfredonia”, lo stato italiano è stato condannato ad un risarcimento finanziario.

In qualche caso il conflitto ambientale vede nella stessa persona l’inquinatore e l’inquinato. E’ il caso dei mezzi di trasporto: la combustione del carburante nei motori degli autoveicoli, assicura il servizio mobilità all’inquinatore ma immette nell’aria varie sostanze — gas come ossido di carbonio e ossidi di azoto, idrocarburi cancerogeni e polveri, eccetera — alcune delle quali dannose a chi respira l’aria circostante, l’inquinato, e, prima o poi, anche allo stesso inquinatore. Senza contare le emissioni di anidride carbonica che non è tossica ma contribuisce alle modificazioni climatiche che danneggiano lo stesso soggetto che l’ha emessa.

Oltre ai conflitti contro inquinatori esistono dei conflitti contro i costruttori di opere che possono danneggiare l’ambiente; in questi casi la protesta può non partire dai potenziali danneggiati ma da portatori di interessi collettivi, come è avvenuto nei conflitti contro le centrali nucleari. A partire dagli anni Sessanta del Novecento è cominciata la costruzione di centrali nucleari, in genere di modeste dimensioni, in vari paesi, e tre anche in Italia. La protesta contro queste centrali dapprima è stata limitata; a partire dagli anni Settanta, dopo la prima crisi petrolifera, in Italia sono stati avviati programmi di costruzione di nuove centrali nucleari, sostenuti da potenti interessi: industrie italiane e straniere, organizzazioni di ricerca nucleare e imprese elettriche. A mano a mano che si diffondevano le conoscenze sui potenziali pericoli, soprattutto di rilascio di sostanze radioattive, durante il normale funzionamento o in seguito a possibili incidenti, con danni per gli abitanti delle località in cui era prevista l’installazione di tali centrali, i potenziali futuri inquinati hanno organizzato dei conflitti per impedirne la costruzione. Associazioni ambientaliste e anche “scienziati” antinucleari hanno diffuso le informazioni che giustificavano la protesta che ha ricevuto altre motivazioni dopo il primo incidente nucleare grave negli Stati Uniti, alla centrale di Three Mile Island, nel 1979.

Lo stato ha allora predisposto delle inchieste parlamentari; una commissione governativa, per la maggioranza costituita da “scienziati” filonucleari, ha sostenuto le ragioni dei potenziali futuri inquinatori, minimizzando i pericoli delle progettate centrali nucleari, ma il conflitto è continuato e si è anzi fatto più vivace a mano a mano che proseguiva la ricerca di possibili località in cui costruire le centrali, fino all’incidente alla centrale ucraina di Chernobyl (1986) che ha mostrato i pericoli associati all’energia nucleare. I programmi italiani sono stati annullati e le centrali esistenti in Italia sono state chiuse. Resta irrisolta, e ancora fonte di altri conflitti, la scelta della località in cui seppellire le scorie radioattive residue delle attività passate, ancora depositate in Italia.

Simili conflitti a proposito di opere considerate inutili e potenzialmente dannose all’ambiente, ci sono stati nel caso della costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, della linea ad alta velocità Torino-Lione, delle barriere del MOSE di Venezia, e tante altre. In alcuni di questi conflitti, le opere potenzialmente dannose per l’ambiente, in genere sostenute dallo stato in quanto presunte fonti di vantaggi economici collettivi, hanno avuto differenti sorti; alcune sono state annullate, altre sono state sospese; per altre i movimenti di protesta sono stati sconfitti.

Un capitolo a parte riguarda i conflitti animati da movimenti pacifisti, antimilitaristi, nonviolenti, contro gli armamenti, contro le bombe nucleari, anche in quanto fonti di danni ambientali (uso di diserbanti nel Vietnam, ricaduta di elementi radioattivi, uso dell’uranio impoverito, eccetera).

I precedenti sono soltanto pochi episodi di conflitti ambientali, sufficienti a suggerire l’importanza della conoscenza dei loro caratteri e motivazioni. Per alcuni esistono abbastanza ampie documentazioni; in alcuni casi sono pubblicamente disponibili, in Internet, gli atti completi dei processi contro gli inquinatori; è il caso del processo contro l’inquinamento della Laguna di Venezia.

Sarebbe auspicabile una raccolta sistematica della documentazione esistente da cui potrebbe venire anche una struttura — un corso o un centro universitario ? — per la discussione e la diffusione della natura e degli aspetti sociali, tecnici e giuridici di tali conflitti.

Qualcosa esiste negli Stati Uniti dove i conflitti ambientali hanno anche ispirato alcuni fortunati film come “A civil action” (1998) (contro un inquinamento di acque sotterranee da parte di solventi clorurati e altre sostanze tossiche), “Erin Brockovich” (2000) (contro un inquinamento di acque sotterranee da parte di cromo esavalente). Almeno quattro film — “Plutonium (1978), “The Plutonium incident” (1980), “Silkwood” (1983) e “Pu-239” (2006) — denunciano l’esposizione di lavoratori alla radioattività in impianti di trattamento del plutonio.

C’è un ultimo aspetto che merita qualche attenzione; si è accennato prima che “lo stato” può difendere gli inquinati emanando norme che vietino (o limitino) l’inquinamento degli inquinatori (ad esempio fissando la massima quantità di sostanze chimiche che possono essere emesse da un camino o da una macchina, o il massimo volume di un edificio in una zona protetta). Tali norme sono fissate dai governi o dai parlamenti nei quali fanno sentire la loro voce sia gli inquinatori (per garantirsi il minimo disturbo al loro operare), sia gli inquinati (per garantirsi il minimo danno alla salute o all’ambiente). Meno noti al grande pubblico sono i conflitti che si svolgono nel processo di preparazione delle norme contro l’inquinamento o dei piani regolatori.

Per concludere, la violenza ambientale comporta elevati costi (e anche dolori) privati e pubblici e i conflitti ambientali, rivolti a diminuire tale violenza, rappresentano una forma di partecipazione civile che fa crescere le conoscenze tecnico-scientifiche dei processi produttivi, dei residui che si formano, dei depositi di scorie da bonificare, dei caratteri delle opere pubbliche e private cha hanno effetti sul territorio e la natura. Tali conflitti assicurano, quindi, una crescita di cultura e di democrazia, una domanda di leggi più moderne e rispettose dei diritti e della salute delle persone, e possono essere visti con fastidio soltanto da imprese che operano soltanto per il massimo profitto e da governi autoritari, entrambi irrispettosi del “bene pubblico”.

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