Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Luigi Mara (1939-2016). Le lotte per la salute e l’ambiente

Intervento di Laura Mara

Vi confesso che non è stato facile cercare di dare oggi il mio (più che modesto) contributo sull’attività svolta da Luigi, non perché non la conoscessi bene, ma perché il dolore e la rabbia per la sua perdita sono ancora troppo vivi e pesanti da metabolizzare.

Luigi, oltre che padre, è stato per me maestro di vita e insostituibile compagno di lavoro in moltissime lotte giudiziarie portate avanti con rigore e con determinazione.

Il vuoto lasciato è sicuramente incolmabile, sotto ogni profilo, ma l’eredità culturale e intellettuale che abbiamo raccolto è enorme e mi (ci) ha dato la forza di continuare le nostre lotte sempre in difesa dei più deboli e degli emarginati, perché, come Lui ricordava, la storia, nel senso di progresso effettivo per l’affermazione dei fondamentali diritti dell’uomo (e primo fra tutti la tutela della salute e dell’ambiente all’interno e all’esterno dei luoghi di lavoro), è stata fatta dalla minoranze.

Il primo vero “incontro-scontro” intellettuale con Luigi lo ebbi in occasione dell’elaborazione della mia tesi di Laurea (Anno accademico 1997/1998), quasi vent’anni fa, dal titolo emblematico ” Diritto alla Salute e diritti Umani in presenza di disastri industriali: I casi della Farmoplant di Massa e del Petrolchimico di Porto Marghera “, quest’ultimo processo seguito passo passo con Luigi.

Quella fu l’occasione che segnò per sempre la nostra collaborazione nelle lotte per l’affermazione della salute, sempre compiute in difesa delle vittime dei disastri industriali.

Luigi, lavoratore della Montedison di Castellanza, diventa intellettuale in fabbrica, nel senso alto del termine, innovando il pensiero e la visione del mondo per trasformarli attraverso la lotta di classe.

Le sue conoscenze, sconfinate e sempre in crescita, unite alla consapevolezza della necessità di ribaltare la scienza ufficiale erano nate dall’esperienza viva della fabbrica, dalla necessità di difendersi e difendere i propri compagni di lavoro dallo sfruttamento e dalla disumanizzazione.

Aveva però ben chiaro che chi lotta non può permettersi di fare errori, nemmeno su una formula chimica, ma deve sempre spiazzare l’avversario, trovare risposte innovative in quanto la scienza e la tecnica che si presentano in fabbrica sono scienza e tecnica corrotte, elaborate da e per i padroni, mai per gli operai, per i lavoratori.

La coscienza di questi concetti fondamentali lo portò a collaborare attivamente con lo scienziato Giulio Alfredo Maccacaro, padre fondatore di Medicina Democratica nell’anno 1976.

Il momento più importante, credo, di questo periodo che segnò la vita del Movimento fu l’affermazione del MAC ZERO, ovvero l’affermazione che per qualsiasi cancerogeno non può esistere un valore di soglia, al di sotto del quale non vi sia rischio oncogeno per le persone esposte. L’unico limite ammissibile è quello pari a zero.

Tale concetto straordinariamente rivoluzionario per l’epoca, attraverso le continue lotte dentro e fuori le fabbriche, venne portato proprio da Luigi all’interno della aule giudiziarie.

Fu un percorso difficile che diede però i suoi frutti a lungo termine, basti pensare che per la prima volta in Italia il 4 novembre del 2010 la Suprema Corte di Cassazione, Sez. IV Penale (n. 38991), nel noto processo penale a carico dei vertici della società Montefibre, sancì dal punto di vista giurisprudenziale proprio quel concetto, affermando che i TLV possono valere per il datore di lavoro solo quale semplice soglia di allarme entro la quale rientrare immediatamente. Non esiste cioè alcun limite di innocuità per i cancerogeni conclamati, perché ciò sarebbe anticostituzionale, non andando a coprire per esempio la fascia di quei soggetti iper-suscettibili alle diverse sostanze tossi-cancerogene.

A Luigi va sicuramente riconosciuto il merito di aver portato la collettività, uomini e donne, all’interno delle aule giudiziarie, perché ben sapeva che non vi può essere prevenzione dai rischi e dalla nocività senza la concreta partecipazione dei diretti interessati.

Luigi però non era un tecnico al servizio della classe operaia, ma un lavoratore che si era impadronito della tecnica, anche a livello accademico, di tante tecniche direi, e le ha utilizzate per la classe operaia contro la fabbrica capitalistica: parlando di tecnica, di un impianto, di una valvola, di una formula chimica, di un ciclo produttivo, ne svelava il peso ambientale, politico economico nonché legislativo-giudiziario.

La Sua irrefrenabile attività, sempre svolta in maniera disinteressata senza fini remunerativi, di lucro, lontano dalla visibilità mediatica, era tesa ad affermare la persona umana al vertice dei valori riconosciuti dall’ordinamento giuridico, sia nella sua dimensione individuale che in quella sociale.

Era consapevole che gli attuali processi di globalizzazione ledono gravemente la rivendicazione e la salvaguardia di questi diritti, perché la tecnica, di cui ci si vorrebbe servire come mezzo, tende invece all’incremento continuo della capacità di produrre merci e di realizzare profitti: si produce per produrre; si consuma per consumare.

Emanuele Severino, uno dei più profondi e originali pensatori, affronta nel suo “Il destino della tecnica” (Rizzoli Editore, 1998) le numerose problematiche legate al mondo sclerotizzato e globalizzato dove l’uomo non solo, in nome del profitto, è stato ” robotizzato” e depauperato culturalmente, ma anche privato dei suoi diritti fondamentali: la tecnica, trasformata da mezzo in fine, ha conquistato progressivamente il dominio sul globo intero, dispiegando una forza e un’aggressività tali che la storia mai ha conosciuto.

Gli aspetti disumanizzanti dell’applicazione delle tecnologie sono molteplici e Luigi ha cercato sempre di metterli in evidenza: dalla manipolazione dell’informazione a quella genetica, al soffocamento della cultura e dei diritti inviolabili della persona.

Nel mondo del lavoro, il continuo restringimento politico e giudiziario delle maglie dei diritti sacrosanti conquistati negli anni ’70 attraverso dure lotte operaie, e l’attuale pesante condizionamento del mondo dell’industria nei confronti di Enti, anche pubblici, per il mantenimento elevato dei limiti di esposizione ai diversi cancerogeni ci fa comprendere quanto sia attuale il pensiero di Luigi e di come lo stesso debba essere portato avanti, anche per le future generazioni, con rigore e determinazione.

Voglio chiudere questo mio piccolo ricordo di Luigi, perché ne esprime più di altri il senso della sua stessa esistenza e passione nelle questioni che affrontava quotidianamente, con quanto sta scritto nella ” Carta sui Rischi Industriali e sui Diritti Umani” a cura del Tribunale Permanente dei Popoli insediatosi a Bologna per la prima volta il 29 giugno 1979:

Art. 2: “I diritti affermati in questa Carta e gli altri diritti umani, inclusi i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali sono universali, interdipendenti ed indivisibili. In particolare, la libertà dai rischi, incluso il diritto di rifiutare occupazioni pericolose ed il diritto di organizzarsi contro i rischi dipende dalla piena realizzazione dei diritti sociali ed economici, inclusi i diritti all’educazione, alla salute e a standard di vita appropriati”.

Ringrazio vivamente per questa importante iniziativa, organizzata dalla Fondazione Micheletti, sia Marino Ruzzenenti che Pier Paolo Poggio che hanno collaborato, negli anni, insieme a Luigi su moltissime problematiche socio-culturali.

Intervento di Agostino Lepori

In valle Olona, all’altezza di Castelseprio in provincia di Varese, c’è una fabbrica che tratta prodotti chimici, tristemente famosa per la sua nocività. Davanti ad essa, sul muro di una vecchia casupola abbandonata, una mano anonima ha tracciato con la vernice blu la frase: “L’inquinamento finirà quando Stalin ritornerà”. La scritta sembrerebbe risalire alla fine degli anni ’60 del secolo scorso ed è giunta sino a noi protetta dalla fitta vegetazione che circonda la piccola casa; è tuttavia ancora visibile a chi percorre la stradina ciclopedonale che la lambisce.

Quando ci sono passato davanti recentemente mi sono tornate alla mente le lotte per la salute e l’ambiente fatte assieme a Luigi Mara e mi sono ritrovato a riflettere che non avremmo mai sottoscritto una simile frase, non solo per il richiamo a Stalin, ma perché in contrasto irrimediabile con la nostra filosofia ed il nostro agire. Nella frase in questione è sottintesa la delega totale ad un entità esterna (Stalin) ed ai suoi metodi, per la risoluzione dei problemi di inquinamento ambientale. Per Mara, come per noi, invece la tutela della salute e dell’ambiente si realizza esclusivamente attraverso la lotta organizzata di chi soffre o ha sofferto i danni causati dalle nocività e tale lotta è contestuale al ritiro della delega ad agire nei confronti di tutti coloro che, a vario titolo, nella questione sono coinvolti o lo saranno, siano essi autorità istituzionali o enti preposti, tecnici, scienziati, sindacati, associazioni o partiti.

Queste posizioni sono derivate dalla constatazione che nel contrasto tra salute e malattia, come in quello tra ambiente ed inquinamento, determinante è il ruolo del profitto con la sua fitta rete di supporti politici, tecnico-scientifici ed istituzionali. Il profitto cerca sempre di imporre le sue regole, tra le quali quella che la salute degli addetti/esposti (come la salubrità dell’ambiente) sono merce e come tale una risorsa da sfruttare o un costo che deve essere minimizzato se non del tutto azzerato. Mara imparò questa semplice verità nelle lotte di fabbrica che, a partire dalla fine degli anni ’60, coinvolsero la Montecatini/Montedison dove lavorava. Si devono alle sue intuizioni ed alla sua azione sul campo, l’individuazione e la sperimentazione di nuovi metodi di lotta, così come di strumenti innovativi per il supporto tecnico-scientifico (Registro dei Dati Ambientali, Libretto personale sanitario e di rischio, Registro dei Dati Biostatistici, ecc). I gruppi omogenei di lavorazione, l’espressione della soggettività del gruppo omogeneo, il ritiro della delega mediante la validazione assembleare dei risultati dei controlli ambientali e sanitari e delle proposte di bonifica, come ovviamente dei risultati finali della vertenza, costituivano la prassi corrente delle lotte di quegli anni per la salute e l’ambiente. Lotte che risultarono vincenti e cambiarono profondamente in positivo sia il volto della fabbrica che la vita degli uomini e delle donne che in essa lavoravano. Contestualmente si pose attenzione ai problemi all’esterno della fabbrica sia in direzione di altre realtà produttive (anche merceologicamente differenti) che più in generale di altri comparti della società (scuola, sanità). Anche in questo caso valeva l’osservazione che se il profitto è la chiave di volta del sistema di sfruttamento delle risorse in fabbrica, lo è ancora di più nella società in tutte le sue manifestazioni ed in tutti i luoghi.

Sorse così il primo nucleo di una struttura esterna alla fabbrica Montedison, a disposizione delle altre realtà che agivano sul campo, per la promozione della salute attraverso la realizzazione di indagini ambientali, sanitarie e proposte di bonifica. Tale nucleo fu ospitato inizialmente nei locali della sede CGIL di Castellanza e poi in quelli messi a disposizione dall’Amministrazione comunale (monocolore DC guidato da un Sindaco che era alto dirigente amministrativo della sede centrale Montedison di Milano). Il lavoro in questo Centro per la salute era su base volontaria e coinvolse personale sanitario (medici ed altri tecnici della salute) cosi come ingegneri ed esperti di bonifiche ambientali, il tutto autogestito. L’autogestione operaia continuò anche quando subentrò formalmente il Consorzio Sanitario di Zona, associazione sovracomunale istituita dalla Regione Lombardia. Esso dotò il Centro di apparecchiature e personale dipendente (medici, infermiere, ingegneri) sulla base di un accordo tra le forze politiche (DC, PCI e PSI) presenti nel Consorzio stesso. L’attività proseguì coinvolgendo altre realtà di fabbrica scuole, asili, cercando di realizzare concreti interventi di prevenzione.

Come già verificato nelle lotte in fabbrica, l’estendersi e l’affermarsi delle lotte per la salute determinavano la crescita della consapevolezza, in vasti strati di lavoratrici/lavoratori e popolazione, che un’altra pratica sanitaria era possibile accanto al concretizzarsi di interventi di prevenzione primaria che, abbattendo le nocività, riducevano il rischio ed erano funzionali al miglioramento reale delle condizioni generali di lavoro e di vita. Allora il sistema sanitario italiano viveva sulla rigida separazione dei ruoli, la prevenzione non era contemplata se non come diagnosi precoce, peraltro scarsamente praticata da pionieri malvisti dalla comunità dei colleghi e dalle stesse strutture sanitarie pubbliche, imperava la cosiddetta “mutua” (INAM), a Napoli c’era il colera ed a Seveso di lì a poco sarebbe esploso il reattore delle diossine. Come nelle fabbriche anche nelle Università, nei Centri di ricerca e nelle istituzioni e strutture sanitarie si erano però sviluppati movimenti dal basso che lottavano per cambiare il proprio modo di lavorare, il proprio ruolo ed il modo ed i contenuti del rapporto con le altre istanze sociali. A Milano era attivo il gruppo di Giulio A. Maccacaro, ricercatore e professore capo dell’Istituto di Biometria, la cui opera stava introducendo in Italia la ricerca epidemiologica. Partigiano combattente, univa una competenza professionale di altissimo livello ad una sensibilità umana e politica che lo portava a schierarsi dalla parte degli operai e degli oppressi. La sua azione si era tra l’altro concretizzata in interventi in fabbrica, dando il suo contributo professionale alla ricerca ed all’elaborazione dei risultati degli interventi sanitari promossi dai Consigli di Fabbrica durante le vertenze aziendali contro le nocività e le malattie. In questo ambito avvenne l’incontro con la realtà di Castellanza, Luigi Mara e compagni.

L’incontro si rivelò particolarmente proficuo e proseguì anche nel comitato di redazione della rivista Sapere, di cui Maccacaro era il direttore scientifico. Come tale volle che il gruppo di Castellanza fosse incluso permanentemente in detto comitato di redazione. Comune era l’analisi sulle cause dei mali che affliggevano il nostro Paese, soprattutto in materia di salute ed ambiente, come condivise erano le proposte d’intervento per porvi rimedio, cioè la trasformazione democratica attraverso le lotte dal basso. Queste circostanze rafforzarono la convinzione che fossero maturi i tempi perché prendesse pubblica forma un’associazione comprendente operai, tecnici della sanità e quant’altri interessati alla promozione della salute e la difesa dell’ambiente. Nacque così Medicina Democratica, movimento di lotta per la salute, il cui Congresso costitutivo si tenne a Bologna quaranta anni fa.

La relazione introduttiva venne tenuta da Giulio Maccacaro. In essa furono delineati con chiarezza le ragioni alla base della scelta di dare vita a questa nuova associazione così come gli obbiettivi immediati ed a lungo termine. L’analisi della situazione, svolta nella relazione introduttiva e sviluppata negli interventi e nei gruppi di studio, era puntuale e documentata. Descriveva un quadro di forte disagio, con molti punti di debolezza e di vera e propria crisi, nei quali la perdita di salute degli individui era contrastata con scarsa efficacia dalle strutture sanitarie preposte ed aveva una netta connotazione di classe. Le responsabilità venivano fatte risalire al comando capitalistico imperante cui soggiacevano le scelte della classe dirigente democristiana, con i suoi governi, praticamente monocolore, da tempo immemorabile. L’organizzazione sanitaria pubblica aveva una struttura fortemente gerarchizzata e burocratizzata, in balia di baronie e vassallaggi e votata alla diagnosi ed alla cura senza un reale interesse per la prevenzione. Anche l’università sfornava medici la cui formazione si muoveva nello stesso solco conservatore. Le corporazioni professionali, in prima fila quella medica, erano investite da critiche radicali. Nel disastrato panorama sanitario e sociale italiano la grande maggioranza degli operatori sanitari, principalmente i medici, pascolava sicura, traendo privilegi economici consistenti e resistendo oltremisura alle istanze di cambiamento.

Esse si rivolgevano prima di tutto contro il paradigma imperante del “paziente”, inteso, usato e vissuto esclusivamente come insieme di organi e funzioni del singolo individuo, il cui stato di malattia era affrontato negando significato ed importanza al contesto sociale ed economico in cui si sviluppava ma soprattutto senza por mano all’individuazione delle cause esterne, economico-sociali ed ambientali, che potevano averla provocata ed alle misure da intraprendere per rimuoverle. In questo modo ci si confinava nella ricerca dell’efficienza senza nessuna reale possibilità di dare efficacia all’atto sanitario.

Le lotte operaie indicavano però un’altra strada e ponevano domande di cambiamento radicali e concrete. L’affermazione della salute e la difesa dell’ambiente salubre dovevano passare attraverso l’individuazione dei rischi e delle nocività, la loro eliminazione con le necessarie bonifiche e modifiche dei cicli produttivi o comunque delle situazioni pericolose. L’intervento sanitario doveva conformarsi a questo schema percorrendo nuove strade finalizzate alla prevenzione. Dal Congresso di Bologna si uscì con la convinzione, condivisa, che i tempi erano maturi per cercare di realizzare progetti d’intervento nei diversi settori, crescendo anche dal punto di vista organizzativo ed unificando le forze in campo, operaie mediche o tecniche che fossero.

Il movimento per la promozione della salute e l’ambiente salubre era in forte sviluppo ed in esso Medicina Democratica collocava la propria azione. Le lotte operaie si saldavano con quelle nel settore sanitario e nelle scuole e premevano per un cambiamento radicale delle strutture e delle pratiche sanitarie. In quel medesimo periodo si affermavano le lotte concernenti la salute mentale e per l’abolizione dei manicomi, al centro dell’azione di Psichiatria Democratica e della rivoluzione introdotta da Franco Basaglia. Il dibattito nel paese tra le forze politiche e sociali su questi argomenti divenne sempre più stringente e sfociò in interventi legislativi rilevanti quali la Legge di Riforma sanitaria o quella che chiudeva i manicomi. Esse si inserivano in un quadro di profondi cambiamenti strutturali del mondo del lavoro e della società italiana più in generale, quali la legge 300 (Statuto dei Lavoratori) o quelle che introducevano il divorzio e l’aborto.

I contrasti erano però vivissimi e le resistenze degli ambienti economici, politici, militari e clericali reazionari si manifestavano in forme diverse passando dai tentativi di golpe militare, alla strategia della tensione, fino ai massacri del terrorismo neofascista o di quello cosiddetto “rosso”. A livello politico uno dei punti di più drammatica crisi fu raggiunto con il sequestro e l’assassinio dell’onorevole Aldo Moro e della sua scorta per mano della Brigate Rosse. Operazione condotta all’ombra del Governo di unità nazionale, farcito però di Gladiatori filoamericani e piduisti filofascisti. Con gli scioperi, nei volantini e nelle assemblee di fabbrica Luigi Mara e gli altri compagni di Castellanza avevano denunciato subito il carattere antioperaio delle azioni terroristiche dei cosiddetti brigatisti che puntavano apertamente a cancellare le lotte di fabbrica, comprese quelle per la salute, nel nome di una riscossa rivoluzionaria proletaria armata. L’omicidio dell’operaio Guido Rossa a Genova per mano di costoro chiarì ancora meglio il carattere reazionario di queste azioni.

La criminalizzazione delle lotte di fabbrica ad opera della destra reazionaria e della stampa borghese attinse a piene mani argomenti e presunte prove dal terrorismo “rosso”. Il terrorismo neofascista, protetto foraggiato e manovrato dagli apparati dello Stato (Servizi segreti), non aveva mai smesso di colpire con stragi a ripetizione (da Piazza Fontana a Milano, fino alla stazione ferroviaria di Bologna). Intanto Medicina Democratica perdeva quasi subito la guida essenziale di Giulio Maccacaro, stroncato nel gennaio del 1977 da un infarto nel suo Istituto di Biometria a Milano mentre dirigeva una riunione del comitato di redazione della rivista.

In fabbrica il clima era cambiato e la reazione alle lotte operaie si faceva più incisiva. Con la vertenza FIAT del 1980 e quella Montedison del 1981 il padronato sferrò i suoi colpi decisivi. Vennero espulsi dalle fabbriche migliaia di lavoratrici e lavoratori sulla base di vere e proprie liste di proscrizione che comprendevano quasi per intero i delegati in prima fila nella gestione delle lotte per la salute e non solo. Con loro venivano licenziati anche gli ammalati, gli appartenenti alle categorie legalmente protette, gli elementi politicizzati. Luigi Mara e quasi tutti i delegati (o ex delegati) del Consiglio di Fabbrica di Castellanza vennero prima messi in Cassa Integrazione straordinaria e poi licenziati per rappresaglia, non avendo accettato la sospensione. Il significato politico di autentica rivoluzione reazionaria dei licenziamenti di massa attuati dal padronato fu subito chiaro come altrettanto chiaro fu che la sinistra istituzionale (PSI e PCI) lasciava fare per becero calcolo politico, al di là delle prese di posizione pubbliche. Era in atto la “pulizia” delle fabbriche da tutti gli elementi che disturbavano il comando padronale, per ricondurre la dialettica di fabbrica alle logiche sindacali precedenti il 1968/69, cioè di pura mediazione burocratica entro le compatibilità fissate dal padronato medesimo e dal Governo.

Il sindacato confederale e di categoria tradizionale si prestò a questa operazione, facendo proprio il ricatto che metteva i licenziati contro quelli che continuavano a lavorare in fabbrica e sottoscrivendo una serie infinita di accordi che sancivano di fatto le scelte della controparte. Così facendo si offriva anche alla sinistra istituzionale l’alibi per uscirne formalmente pulita. Le conseguenze immediate ed in prospettiva futura furono però devastanti. La distruzione scientifica dell’organizzazione operaia riconsegnò al padronato il comando in fabbrica ma creò anche le condizioni perché la stessa non potesse più riorganizzarsi ed esprimersi agli stessi livelli di incisività. La trasformazione in senso reazionario della società italiana veniva sancita.

Il sindacato chimici FULC si schierò attivamente con la Montedison di Schimberni, facendosi strumento di questa discriminazione e tentando di regolare una volta per tutte i conti aperti con quella realtà operaia non allineata. Si vide il sindacalista CGIL Sclavi Gastone (militante della sinistra estrema) scavalcare idealmente il tavolo della trattativa Montedison ed accomodarsi, come neo dirigente della stessa, dalla parte del padrone, una volta firmati gli accordi sindacali sciagurati. A portare acqua al mulino del padrone Montedison venne a Castellanza anche Sergio Cofferati, allora agli albori della sua carriera prima sindacale e poi politica, che volle spiegare in assemblea a Luigi Mara ed agli altri licenziati che il loro destino era segnato nel nome del salvataggio della fabbrica e che quindi la smettessero di resistere. Allorquando divenne invece chiaro che la resistenza andava avanti ed anzi cominciava a vincere, Luigi Mara ed altri cinque componenti la segreteria provinciale della CGIL (tutti licenziati da Montedison e resistenti) furono espulsi dalla CGIL medesima. Il loro ricorso ai Probiviri, immediatamente introdotto, non venne mai discusso. Due locali funzionari tirapiedi FULC (uno per conto CGIL e l’altro UIL) denunciarono all’autorità giudiziaria Luigi Mara e gli altri resistenti per diffamazione, prendendo a pretesto quanto puntualmente e pubblicamente affermato e cioè che erano servi di Montedison. La manovra intimidatoria fallì perché il Tribunale di Busto Arsizio rigettò la denuncia, assolvendo Mara e gli altri e condannando i due a pagare le spese. L’attivismo antioperaio di questi cosiddetti sindacalisti (dirigenti centrali o funzionari locali che fossero) s’incattiviva ed aumentava di pari passo con l’affermarsi del punto di vista operaio nella vertenza giudiziaria aperta contro Schimberni ed i suoi dirigenti e mirata al reintegro dei licenziati nel loro posto di lavoro.

Vertenza dura e lunga che vide coinvolta la Magistratura sia civile che penale a diversi livelli, da quello pretorile, alle Corti d’appello, fino alla Cassazione , al Consiglio Superiore della Magistratura e alla Corte Costituzionale. Essa si concluse con il reintegro a Castellanza dei licenziati e la rifusione di tutti gli stipendi arretrati. Ma la fabbrica era profondamente mutata. Alcuni impianti erano stati venduti ad una multinazionale svedese (Perstorp) ed erano sorti muri e separazioni per isolare gli operai ancora dipendenti Montedison da quelli ora Perstorp. Con il ricatto dei licenziamenti e tutto quello che ne era seguito, era stata introdotta una frattura che risultò insanabile tra la forza lavoro. A questo risultato lavorò attivamente anche il sindacato chimici FULC, schierato compatto dietro la direzione Montedison che negava a Luigi Mara ed agli altri discriminati (licenziati o meno che fossero stati, ma comunque non “allineati”) l’esercizio dei più elementari diritti sindacali, da quello di assemblea, ai permessi retribuiti, fino alla libertà di spostarsi in fabbrica al di fuori del posto di lavoro assegnato. Non poterono (direzione e FULC) impedire gli scioperi che continuarono nonostante il boicottaggio sincadal-padronale.

La situazione viveva spesso momenti di totale anomalia per i quali le rivendicazioni al centro della lotta operaia venivano di fatto accolte dalla direzione Montedison senza che vi fossero trattative sindacali o anche solo incontri. Fu il caso per esempio della riattivazione del Centro Ricerche che cambiò nome in LARAC ed a cui vennero assegnati dal Ministero della Ricerca Scientifica e Tecnologica finanziamenti cospicui per lo sviluppo di attività di ricerca nell’ambito dei Piani Nazionali allora varati. Questo risultato, che consolidava la realtà produttiva e di ricerca di Castellanza, fu raggiunto grazie alla mobilitazione ed alla lotta operaia che seppe avvalersi dell’appoggio di un Comitato di scienziati e professori universitari ed uomini e donne di cultura e trovò sponde istituzionali in Parlamento e tra le forze politiche, principalmente la sinistra (PDUP e Manifesto).

In questi frangenti l’attività in Medicina Democratica veniva comunque portata avanti, soprattutto attraverso la rivista che porta lo stesso nome, incontri pubblici, convegni, attività a livello istituzionale e giudiziario e campagne di promozione e sostegno delle lotte per la salute. A livello locale (Castellanza) l’entrata in vigore della Riforma sanitaria aveva cancellato i Consorzi Sanitari di Zona, assegnandone le funzioni alle neo costituite Unità Socio Sanitarie Locali (USSL), di fatto agli ex Consigli di amministrazione degli Enti ospedalieri. L’occasione era fin troppo ghiotta e, con un colpo di mano, la politica e la burocrazia locali inglobarono il personale dipendente dal Consorzio sanitario nelle strutture ospedaliere esistenti, ponendolo sotto il comando dei dirigenti medici ivi operanti. La sede fisica del Centro fu chiusa e le apparecchiature trasferite altrove. La risposta di Mara e degli altri compagni si indirizzò alla costituzione di una cooperativa che, totalmente autofinanziandosi, acquisì la porzione di uno stabile ubicato nel centro di Castellanza, la ristrutturò, anche con il lavoro materiale dei compagni, trasformandola nella propria sede ed intitolandola a Giulio Maccacaro. Divenne la sede di Castellanza (tuttora attiva) di Medicina Democratica e continuò ad essere, grazie anche al determinante contributo di Luigi Mara, punto di riferimento dei movimenti di lotta per la promozione della salute e la difesa dell’ambiente a livello locale e nazionale.

Intervento di Marco Caldiroli

Luigi Mara è sicuramente un padre nobile dell’ambientalismo (e non solo perché è stato tra i fondatori della “Lega per l’Ambiente”), nel suo caso però occorre integrare questa “qualifica” con quella dell’ambientalismo scientifico – aspetto che lo accomuna con Laura Conti e Giorgio Nebbia – e quello più peculiare di ambientalismo di “classe”, di esplicito schieramento con il movimento operaio e con i movimenti auto organizzati delle popolazioni esposte. Quella è la sua origine, non è una scelta dall’esterno ma rappresenta un punto di riferimento all’interno di una crescita, in particolare dal Gruppo di Prevenzione e Igiene Ambientale della Montedison di Castellanza fino a Medicina Democratica.

Per quanto concerne il suo rigore e la repulsione ad ogni generalizzazione, approssimazione e abitudine ad “alti lai” cui siamo abituati a chi dell’ambientalismo ha fatto una carriera (chi si straccia le vesti scandalizzato per passare dall’altra parte alla prima occasione) posso portare testimonianza diretta.

In uno dei primi contatti con lui, nel 1984, lo invitai ad una festa di un gruppo di nuova sinistra per un dibattito su questioni ambientali. Per quella festa avevo realizzato dei manifesti alquanto artigianali, ma stando attento alla precisione e alla completezza informativa, relativi allo stato del fiume che attraversa Castellanza, il fiume Olona (giudicato inquinato già dai primi del ‘900).

Quando arrivò alla festa per partecipare al dibattito vide quei manifesti e li passò in rassegna uno per uno, mi sentì sotto esame ma riuscì a superarlo, come superai gli esami seguenti, da qui una collaborazione durata 30 anni.

Rigore e ricerca hanno caratterizzato l’azione di Luigi Mara fino agli ultimi anni quando si era concentrato sulle azioni penali promosse da Medicina Democratica e da AIEA per crimini ambientali e omicidi sul lavoro.

Ad incipit del libro Oltre lo spreco vi è una frase di Brecht che ben rappresenta il suo approccio : “Ma non solo al saggio si dia lode” e continua “che sul libro col suo nome splende ! Ché strappargliela si deve, prima, al saggio la saggezza “. Quindi si ringrazi chi risponde ai quesiti ma anche a chi i quesiti li ha posti e ha insistito per una risposta adeguata.

Perché è la ricerca dell’alternativa allo stato di cose presente che muove e alimenta persone come Luigi Mara ed è il rapporto con chi soffre dell’ingiustizia sociale e ambientale che imprime la giusta spinta alla ricerca in una direzione corretta. Il risultato è condiviso da tutti coloro che hanno partecipato, anche solo ponendo la domanda.

Tempo fa facevo notare due esempi, nel campo della gestione dei rifiuti, per evidenziare la non neutralità della scienza e la necessità che la ricerca sia socialmente e non economicamente (per il profitto) indirizzata, altro tema caro a Luigi Mara.

Due notizie contrapposte, in una si parlava di una ricerca della Università di Napoli nella quale si dava conto di un processo per produrre bioplastiche dagli scarti dell’industria agroalimentare del pomodoro (dalle bucce), dall’altro un comunicato stampa del CNR che presentava fiero un mini-inceneritore portatile, adatto per bruciare i rifiuti anche in condizioni di bassa ossigenazione, un inceneritore per bruciare i rifiuti delle spedizioni sull’Everest !

Due opposte risposte a un problema con due approcci nettamente diversi e divergenti.

La sua radicalità nelle posizioni assunte non era una forma di “estremismo utopizzante” ma riempiva di senso questo termine. Va inteso come “radicato”, con forti radici nelle ragioni dei lavoratori e delle lavoratrici auto organizzati nonché dell’ambiente e quindi nella auto-organizzazione delle popolazioni esposte. E’ nella “radicazione” nelle lotte e nella ricerca per cercare risposte concrete e alternative che la radicalità si esprime propriamente e produce prospettive concrete. L’una necessita dell’altra.

Il “rischio zero” a partire dalla esposizione zero a cancerogeni non è mai stato un semplice slogan con cui riempire ragionamenti o manifesti (oggi “blog”) ma è pienamente dentro un percorso che mette in discussione i processi produttivi prima, le merci poi e quindi il destino ambientale – postconsumo – , i rifiuti come “rovescio della produzione”, non l’antitesi ma l’altra faccia, non più nascosta, delle scelte produttive.

Luigi Mara sta a Giorgio Nebbia come la critica della produzione di Luigi Mara sta allo studio (la merceologia di Nebbia) e alla critica delle merci. Come Giorgio Nebbia nei suoi approfondimenti merceologici finisce per arrivare anche a una analisi dei processi produttivi così Luigi Mara, nella analisi e critica dei processi produttivi finisce per giungere a quella delle merci (e alla loro seconda faccia, i rifiuti come in ” Oltre lo spreco“).

Una figura paragonabile è Barry Commoner del ” Cerchio da chiudere“, che ha anticipato la critica a quella che oggi definiamo green economy, troppo spesso una riverniciata verde al business as usual. Una visione radicale fondata sul riconoscimento che se non vogliamo essere vittime a sostanze pericolose la soluzione vera è l’espulsione delle sostanze tossiche dalle produzioni e dalle merci e non un filtro in più o una maschera più efficiente.

Un’altra figura è Gabriele Bortolozzo , a Porto Marghera, che diventa, un passaggio dopo l’altro, obiettore di coscienza contro i cancerogeni, pretende di poter lavorare in un impianto chimico con le infradito perché sono i lavoratori che devono essere tutelati e non i lavoratori che si devono tutelare, fino a diventare l’epidemiologo scalzo che mostra la realtà della morte operaia e dell’ecocidio a Mestre e nella Laguna.

Il primo dei grandi processi dove lo scontro è contemporaneamente sulla tutela della salute in fabbrica e la tutela dell’ambiente.

Il principio della prova sulle cose e non sulle vittime preteso da Giulio A. Maccacaro è ancora così difficile da far entrare nella normativa e ancora più nelle aule giudiziarie.

E’ ancora presto per dire se il regolamento UE REACH sulle sostanze chimiche è all’altezza di tale obiettivo, qualche segnale positivo c’è con l’incremento delle sostanze sottoposte non a semplici limitazioni d’uso ma “candidate” alla eliminazione dalle produzioni. Ma i processi sono lenti, sottoposti al pesante lavorio delle lobbies e agli ostacoli intrinseci della burocrazia europea.

E’ un processo affidato all’istituzione che non tiene conto se non in modo parziale delle richieste degli esposti, infatti è grazie a una direttiva europea che sono stati introdotti in Italia dei limiti “legali” (MAC/TLV) di esposizione ad agenti cancerogeni (amianto, benzene, polveri di legno duro).

Non è semplice invertire una tendenza che ha portato alla modifica chimica del corpo umano, dalle diossine nel latte materno delle donne Inuit al cocktail di interferenti endocrini, di metalli pesanti e di sostanze organiche di sintesi nel nostro sangue e nei nostri tessuti.

Una contaminazione planetaria che si nutre e si perpetua dalla estrazione incontrollata di materia per i cicli produttivi e di consumo (dei paesi industrializzati).

La finitezza non come semplice questione di sopravvivenza dell’umanità indistinta ma come questione sociale, una filiera che produce inquinamento, lo “globalizza”, e nel contempo determina ingiustizia, ineguaglianza, guerre e, da ultimo, migrazioni per cause ambientali.

Luigi Mara incarnava il militante tipo di Medicina Democratica, il tecnico che non si mette semplicemente a disposizione ma entra nelle condizioni degli esposti, individui o popolazioni che siano,

In Medicina Democratica, anche solo limitandosi agli ultimi anni, ha svolto fondamentali funzioni ed in particolare la gestione delle vertenze legali con un apporto insostituibile nell’ambito delle perizie tecniche e della critica delle perizie delle difese. Ha praticamente salvato la rivista Medicina Democratica dall’estinzione accollandosi quasi tutto il lavoro redazionale come pure di rapporto con gli autori dei contributi, garantendo un livello ottimo nei contenuti e nella presentazione della rivista.

Una eredità non facile da mantenere, la sfida è se il collettivo attuale di Medicina Democratica sarà in grado di garantire, con i possibili diversi contributi individuali, la continuità dei valori e del metodo rappresentato dalla storia di Luigi Mara. Difficoltà rese ancora più accentuate dalla diversa cornice culturale e politica che stiamo vivendo.

Le uniche realtà organizzate – anche di provenienza popolare – sembrano essere quelle dedite al populismo. Contestualmente, tra i tanti effetti del renzismo, vi è la proposizione di iniziative volte a smantellare le tutele elementari dei lavoratori. Basti pensare alla recente proposta Sacconi di modifica della normativa sulla sicurezza del lavoro. Proposta basata su un azzeramento e rifacimento della normativa (un assurdo nuovo recepimento di direttive europee già contenute nella normativa da oltre 20 anni) e un rovesciamento delle tutele : la proposta elenca i casi in cui i datori di lavoro non vanno considerati responsabili di infortuni e malattie professionali e nel contempo aumenta i casi e le sanzioni a carico dei lavoratori.

Un mondo rovesciato che dobbiamo oggi contrastare efficacemente per evitare che si avveri una tale visione schiavistica. Uno degli insegnamenti da raccogliere e mantenere dalla vita di Luigi Mara è la capacità di indignarsi e mantenere l’indignazione perché ci spinge a cercare, pazientemente, una soluzione ed evitare la rabbia dell’impotenza.

Medicina Democratica, con l’iniziativa per il quarantennale dalla sua fondazione (Milano, 13-14.01-2017) intende raccogliere questa eredità e, a partire dalla difesa del diritto alla salute mediante la difesa di un servizio sanitario pubblico e universalistico nonché la difesa del diritto alla sicurezza nei luoghi di lavoro. L’obiettivo, a partire dal tale iniziativa, è ritessere con altre realtà iniziative in contro tendenza da questi due temi fondamentali. 

Intervento di Celestino Panizza

Conobbi di persona Luigi Mara nel 1979 quando alla mia prima esperienza lavorativa, da pochissimo medico del Sevizio di Medicina Ambiente di Lavoro, gli chiesi aiuto per la ricostruzione del ciclo produttivo di un’azienda chimica della bassa bresciana nella quale alcuni mesi prima era scoppiato un reattore, per affrontare gli aspetti di salute e sicurezza. Mi sorprese la sua disponibilità ad incontrare me ed il consiglio di fabbrica presso la sede del gruppo Prevenzione Igiene Ambientale della Montedison a Castellanza.

L’incontro di fatto avvenne all’insaputa del sindacato bresciano dei chimici che evidentemente non vedeva di buon occhio che si costruissero relazioni con l’esperienza “eretica” animata da Luigi. Ancora parecchi anni dopo, quando ebbi occasione di rivedere alcuni rappresentanti sindacali di quella fabbrica essi preferivano svicolare riguardo a quell’incontro.

Quello rappresentava per me l’incontro con l’esperienza più avanzata di trasformazione e rielaborazione delle conoscenze scientifiche dal punto di vista operaio per la difesa della salute e si collocava su un versante diverso rispetto a quello del sindacato metalmeccanico torinese che aveva dato alla luce la dispensa sindacale sull’ambiente di lavoro e al cosiddetto “modello operaio” che pure fu per me fondamentale.

Nel lavoro condotto da Luigi e dal gruppo di Castellanza venivano tradotti nella più avanzata esperienza i concetti di soggettività operaia, non delega, validazione consensuale, che avevano nel gruppo operaio omogeneo il soggetto motore.

In quell’esperienza vennero elaborati ed utilizzati strumenti informativi per il controllo dell’ambiente di lavoro e per la salute come il registro dei dati ambientali e biostatistici e il libretto sanitario e di rischio che facevano scuola.

Questa esperienza era stata anche il nerbo della nascita di Medicina Democratica movimento di lotta per la salute, sorta attorno alla figura di Giulio Maccaccaro ed alla rivista “Sapere” orientata alla critica della non neutralità della scienza ed alla visione della malattia come espropriazione e difetto di partecipazione.

Luigi assommava un bagaglio di conoscenze scientifiche rigorose da cui derivava la critica ferma e senza appello al concetto di dose accettabile per gli inquinanti chimici cancerogeni. L’evoluzione delle conoscenze scientifiche hanno quindi rafforzato la critica al concetto di dose accettabile, concetto che non è applicabile anche agli effetti degli agenti chimici per diverse malattie conico degenerative oltre che per il cancro. Questo aspetto rimane ancora oggi un punto critico, tenacemente contrastato da Medicina Democratica, perché sistematicamente oggetto di critiche interessate. Su questo assunto si basano sia le difese degli imputati nei processi per malattie e morti sul lavoro sia i modelli scientifici di valutazione del rischio che informano le procedure delle agenzie regolatorie: l’assunto che a certe dosi ritenute basse o irrilevanti non vi sono effetti avversi sulla salute e di conseguenza sono accettabili.

Viceversa, all’opposto, Luigi sosteneva puntigliosamente la necessità inderogabile di valutare a monte la capacità intrinseca dei composti di essere pericolosi per la salute, prima della messa sul mercato e di utilizzarli nei cicli produttivi.

Il lavoro che allora Luigi Mara faceva era quello di elaborare idee e concrete proposte per rendere i cicli produttivi (come produrre) e composti chimici (che cosa produrre) intrinsecamente sicuri e su questo paradigma misurare la scienza e gli scienziati nella loro capacità di dare risposte e costruire alternative.

Un’esperienza tanto importante, ma che avvertivo difficilmente replicabile: già allora la realtà con cui mi confrontavo era caratterizzata dalla presenza di piccole fabbriche. Ma non solo per questo aspetto come dirò poi.

La storia del Consiglio di fabbrica di Castellanza ha segnato il punto più avanzato di quella pratica dell’obiettivo. Non a caso a quella esperienza pose attenzione Pietro Ingrao partecipando in qualità di Presidente della Camera dei Deputati partecipando ad un’assemblea aperta, in fabbrica con Luigi.

Poi, l’espulsione dalla fabbrica di quei protagonisti ne segna la sconfitta.

La riflessione che seguì è emblematica per le problematiche che sollevava con asprezza.

Su questo punto ricordo il passo delle riflessioni che il “Coordinamento delle lavoratrici, dei lavoratori e dei delegati sospesi del c.d.f. della Montedison di Castellana” fecero sulla loro esperienza.

L’an alisi della società occidentale della sua stratificazione sociale e culturale della sua tradizione politica ci ha fatto capire come sia praticamente impossibile la vittoria del movimento operaio senza una lunga e complessa battaglia di costruzione del consenso e come poi sia impossibile gestire questo consenso senza una rete articolata di centri di potere e decisioni che siano espressione di forme di democrazia diretta.

I consigli di fabbrica intesi non come semplice emanazione sindacale hanno un ruolo insostituibile come avanguardie coscienti del movimento che li esprime e che essi rapprendano e come sede di elaborazione politica e culturale e momento di organizzazione di classe.”

E continuavano. “La nost ra esperienza ci suggerisce che non è possibile difendere la democrazia senza trasformarla ed estenderla non solo come tutela contro l’intervento dello stato e cioè come garanzia di diritto formale, ma soprattutto come pratica continua di socializzazione del potere politico ponendo al servizio di tale socializzazione anche l’esercizio del potere contrattuale rimodellando su essa le istituzioni.”

Quella vicenda suggeriva, e ripropone ora, alcune questioni rilevanti e irrisolte anche per il l’ambientalismo.

Il nodo del rapporto tra il come produrre e il cosa produrre: un rapporto strettissimo e non eludibile. Un nodo che, come è ovvio, non può essere sciolto solo dai produttori che dovrebbe vedere coinvolto il tessuto sociale nelle sue diverse articolazioni.

L’altro aspetto riguarda la necessità della mediazione del sapere scientifico organizzato con i detentori di questo sapere per andare oltre il sapere del gruppo operaio. Come ci ha ricordato Marcello Cini, richiede non solo la mediazione sul terreno politico ma anche sul terreno della scienza.

Da allora molto è cambiato ed in modo radicale, il mondo del lavoro in particolare, ma il nodo rimane.

Sentiamo spesso una critica di antiscientificità rivolta ai movimenti ambientalisti che quando non è spudoratamente interessata (o aprioristica, da parte dei “sacerdoti” della scienza) è ingenerosa: come allora non si poteva chiedere a quella esperienza di farsi carico da sola della soluzione del problema anche la comunità scientifica deve fare la sua parte anche oggi gli enormi problemi ambientali sul tappeto richiedono il contributo di una molteplicità di soggetti.

Negli ultimi anni ho avuto occasione di affiancare Luigi Mara in qualche processo, fra i tantissimi, che lui ha seguito sugli omicidi bianchi per malattie contratte per esposizioni lavorative. Devo ammettere che la sua tenacia mi rassicurava e anche mi travolgeva come credo altri che con lui hanno lavorato.

In ogni caso mi rassicurava il bagaglio di conoscenze su cui fondava la sua azione per contrastare consulenti e difese degli imputati che usano ed abusano della propria posizione per avvallare tesi infondate sul piano delle conoscenze disponibili orientate a generare il dubbio.

Nella conduzione del processo il suo atteggiamento era sempre quello di considerare i lavoratori non come dato statistico ma come uomini in carne ed ossa e l’ambiente di lavoro non solo come rappresentato nella formalità oleografica delle procedure del padrone, ma come condizione di lavoro concretamente vissuta quotidianamente dagli uomini.

Per questo non trascurava di evidenziare la condizione generale in cui i lavoratori vivevano e l’imbatto del lavoro su tutti gli aspetti del deterioramento della salute che a quella condizione potevano essere ricondotti.

Un rapporto molto ricco che mi ha costretto ad un rigore particolarmente attento ad approfondire gli aspetti scientifici della causalità delle malattie per evitare trappole che nei processi vengono preparate e per affrontare efficacemente la vastità della materia e la complessità stessa degli aspetti giuridici.

Luigi ci ha lascito nel pieno dell’attività e nel corso di processi sulle morti dal lavoro che fanno storia anche per suo merito.

Intervento di Diego Bodei

Faccio parte, da molti anni, di quell’ancora ridotto – purtroppo – numero di cittadini che a Montichiari, con modestissimi risultati, si oppongono alla volontà economica, non sempre ma spesso consonante con quella politico-amministrativa, che lucra abbondantemente sull’escavazione di ottima sabbia e ghiaia della brughiera per poi riempire le voragini risultanti con milioni di tonnellate di rifiuti di ogni tipologia.

Questo tributo di suolo, di acque di superficie e di falda, di salubrità dell’aria (ultimamente degradata anche da inquinamento odorigeno) e probabilmente anche di misconosciute compromissioni dello stato di salute della popolazione locale si protrae da circa un trentennio.

Nel faticoso, e spesso perdente, impegno di salvaguardia del territorio e della salute dei residenti ci è capitato fortunatamente, negli anni, di incontrare alcune persone ricche di sensibilità umana e competenza che si sono messe generosamente a disposizione della “popolazione a rischio”, avrebbe detto Luigi, per contribuire a respingere almeno alcuni degli impianti altamente impattanti a cui, a detta dei proponenti, il territorio di Montichiari pareva particolarmente vocato.

Non potevo non essere qui stamani a testimoniare che tra questi nostri sapienti e generosi alleati c’è stato Luigi Mara di cui oggi ricordiamo l’umanità e il valore.

Luigi è venuto fisicamente a Montichiari per delle iniziative pubbliche 4 volte:

  • sabato 23 novembre 1978 per una proposta di riflessione sulla salute dell’ambiente e dei luoghi di lavoro promossa dai circoli ARCI di Montichiari e Carpenedolo per parlare appunto di “Ambiente-fabbrica-salute” come esponente di spicco del consiglio di fabbrica della Montedison di Castellanza.
  • poi nel corso della lotta (quella sì vincente) per contrastare, in piena tangentopoli, la realizzazione di una mega-piattaforma di incenerimento ed inertizzazione di rifiuti tossico-nocivi proposta dal gruppo Ferruzzi venne, come esponente di Medicina Democratica, il 5 luglio 1991 in un affollato convegno con diversi relatori a parlare di “Ecobusinnes dei rifiuti industriali. Ipotesi alternative all’incenerimento”
  • e di nuovo quell’anno, il 22 novembre 1991, in un altro partecipato convegno al cine-teatro parrocchiale, intitolato “Incenerimento di rifiuti tossico-nocivi: rischi sanitari e possibili alternative di degradazione” relazionò, come esponente del “Centro per la salute Maccacaro” di Castellanza, contribuendo robustamente a smontare le false certezze, le interessate minimizzazioni dei rischi che erano venuti a spandere in paese a piene mani diversi ” accademici sacerdoti dell’incenerimento democratico”, come li definì Luigi con la sua peculiare severa ironia.
  • venne infine il 9 febbraio del 1994 a tenere una lezione all’interno del corso monografico promosso dalla nostra Associazione Comitati Civici Bresciani e patrocinato da CGIL-CISL-UIL e dai Comuni di Castenedolo e Carpenedolo intitolato “Ecosistema rifiuti: ridurre, riusare, riciclare e…” relazionando sul tema: “Dentro ai cicli produttivi: sostituzioni, riduzioni, riusi, riciclaggio, detossificazioni possibili dei rifiuti industriali” perché era per lui centrale l’esigenza di far convivere una rigorosa informazione tecnico-scientifica in un orizzonte culturale e politico con al centro la salute, la sicurezza, la soggettività operaia e popolare, la democrazia diretta.

Contribuimmo poi come Comitati Civici Bresciani a fargli presentare il 21 settembre 1994 qui in città al Museo Ken Damy, in collaborazione con la libreria Rinascita e con un buon afflusso di pubblico, quella che credo sia stata la sua maggior fatica editoriale: il documentatissimo libro “Oltre lo spreco” uscito appunto in quell’anno.

Se posso, una notazione a margine: mi pare che in tre di quelle quattro sue presenze a Montichiari lo abbia accompagnato un giovane Marco Caldiroli che poi, pochi anni fa, ha contribuito con osservazioni precise sulla procedura di V.I.A. dell’inceneritore per rifiuti d’amianto Aspireco a impedirne la realizzazione in Montichiari, un contributo sapiente tanto quanto quelli del suo amico e maestro Luigi Mara sull’inceneritore Montecno.

Luigi Mara ha affermato e praticato un principio che la mia modesta ma lunga esperienza mi ha portato a condividere pienamente: “non è data prevenzione, cioè salute ed ambiente, senza partecipazione”. 

Intervento di Marino Ruzzenenti

Nelle battaglie ambientali in questo territorio bresciano così tormentato, Luigi, da tempo immemore, è sempre stato al nostro fianco, nella lotta per contrastare l’invasione tossica dei rifiuti, nell’impegno per fare emergere il gravissimo inquinamento da diossine e PCB provocato dalla Caffaro…

Una personalità grande

La sua persona di per sé ci regalava un forte sostegno: non mancava mai la gentilezza e la disponibilità infinita all’ascolto e ad offrire le proprie competenze, accanto alla fermezza , potremmo dire indomita, nel difendere i valori in cui credeva, facendo trasparire una dirittura morale intransigente. Insomma impersonava quel tipo di carattere che il “Che” di un tempo proponeva a se stesso: Hay que endurecerse, pero sin perder la ternura. 

E subito dopo, approfondendone la conoscenza, si rimaneva colpiti dalla mole di lavoro di cui si caricava e che portava scrupolosamente a buon fine. Uno stimolo per tutti a cercare di eseguire i propri compiti al meglio possibile.

Un scienza al servizio del bene comune

La risposta alla crisi ecologica, emersa dirompente nella seconda metà del secolo scorso, si è spesso dibattuta, rispetto alle responsabilità della scienza e della tecnica, tra due opposte alternative: da un canto, la fiducia illimitata nella scienza e nelle sue indiscutibili verità, capace di risolvere tutti i problemi con “rimedi” che rilanciano in avanti (gas climalteranti? Cerchiamo di incapsularli sotto terra o di disperderli nell’universo…), l’illusione scientista insomma; dall’altro il rifiuto della scienza in blocco, come responsabile, non redimibile, del disastro attuale, da cui consegue il ripiegamento su derive irrazionaliste, magiche, esoteriche…

Ebbene Luigi Mara, fondatore con Giulio Maccacaro di Medicina democratica, esattamente 40 anni fa, ci ha insegnato che la scienza e la tecnica non sono mai neutrali, che possono essere al servizio delle tendenze distruttive del potere (lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la devastazione dell’ambiente, la guerra…) e che quindi vanno sottoposte ad un critica puntigliosa per piegarne le potenzialità al servizio del bene comune, dei bisogni dell’umanità più sofferente e della tutela della natura. E ciò è possibile, mantenendo questa critica sul terreno della razionalità di un’altra scienza, con un metodo altrettanto, anzi ancor più, rigoroso. Tutti coloro che hanno collaborato con la rivista da lui diretta sanno come la sua revisione scientifica fosse implacabile, anche nei piccoli dettagli.

Crisi ecologica e crisi sociale

Luigi, come ricordano suoi compagni del Consiglio di fabbrica di Castellanza, si è formato innanzitutto in fabbrica, misurandosi, drammaticamente anche sul proprio corpo, con i rischi indotti da un ambiente di lavoro nocivo e insicuro. Qui si sperimentò il protagonismo dei lavoratori, del gruppo omogeneo, per determinare condizioni di lavoro dignitose e sane e perché la fabbrica non costituisse fonte di inquinamento nell’ambiente circostante. Dunque per Mara non esisteva conflitto tra difesa dell’occupazione e salvaguardia dell’ambiente: il lavoro o era sano o non era lavoro, ma fonte di morte. Una società più giusta, nella sua visione, si accompagnava sempre ad una società in pace con l’ambiente, non più intossicata dall’inquinamento. Una lezione di grande attualità, richiamata recentemente anche da Papa Francesco nella sua Laudato si’, il cui filo conduttore è appunto il legame inscindibile tra crisi ecologica e crisi sociale. Una lezione che la sinistra italiana non ha saputo apprendere spappolandosi proprio nell’incapacità di tenere insieme giustizia sociale e giustizia ambientale. Eppure, è sotto gli occhi di tutti come la globalizzazione neoliberista abbia aggravato sia le disuguaglianze che la devastazione ambientale. Quanto l’insegnamento di Luigi, dunque, potrebbe essere prezioso, oggi!

La partecipazione popolare

Medicina democratica, com’è noto, si volle connotare, fin dall’inizio, come movimento di lotta per la salute. Noi, oggi, ci stiamo abituando alle ostentazioni di scienziati e tecnici, che affidano spesso l’autorevolezza delle proprie esposizioni al power point possibilmente in inglese. L’esperto Mara, invece, affidava la forza delle proprie ricerche e delle proprie conoscenze al rapporto diretto con i lavoratori e con i cittadini, militante tra militanti, convinto che le idee giuste camminano solo con la partecipazione e la mobilitazione di massa dei lavoratori in fabbrica e del popolo inquinato nella società. Una figura, dunque, capace di tenere insieme il rigore della ricerca con la militanza collettiva, una figura che in tanti ci piacerebbe di imitare.

La prevenzione per mantenere lo stato di salute

Un altro insegnamento prezioso di Luigi, che dobbiamo custodire, ci può tornare utile per contrastare l’attuale slittamento del sistema sanitario nazionale verso la privatizzazione ed il business del farmaco e della cura, che hanno relegato in secondo piano uno dei cardini dell’esperienza di Medicina democratica, ovvero la priorità di garantire a tutti condizioni atte a mantenere lo stato di salute. Oggi, invece, la prevenzione primaria, o è del tutto ignorata o, nel migliore dei casi, ridotta ai soli stili di vita individuali. Luigi, invece, ci ha instancabilmente ripetuto che la salute si tutela innanzitutto con un ambiente di lavoro e di vita salubre, “a rischio zero” come amava dire, con condizioni sociali dignitose e con istruzione e cultura di qualità per tutti. Obiettivi che stanno ancora tutti davanti a noi.

Un patrimonio da salvare e da far conoscere

Questi brevi e sommari cenni ad alcuni degli aspetti salienti della personalità di Luigi Mara, mi servono per rimarcare come questo patrimonio che lui rappresenta, inestimabile, vada salvaguardato e valorizzato.

Come Fondazione Luigi Micheletti abbiamo l’onore e l’onere di ospitare gli archivi di Laura Conti e di Giorgio Nebbia, come di altre decine di esponenti dell’ecologismo italiano.

Immaginiamo che il lascito di documenti, elaborazioni, ricerche, di Luigi Mara sia altrettanto imponente.

Come Fondazione Micheletti, non nascondiamo di trovarci in grave difficoltà a causa della scarsa propensione dei governanti nei confronti della cultura. Tuttavia siamo interessati ad offrire, innanzitutto alla figli Laura ed ai familiari, la nostra esperienza e le nostre competenze per fare in modo che questo patrimonio non rimanga dormiente in qualche luogo remoto.

Un primo lavoro potrebbe consistere nella ricognizione dell’insieme della documentazione, per poi programmarne l’organizzazione e la catalogazione.

Inoltre, tenendo conto della ricorrenza del quarantennale di Medicina democratica, si potrebbe programmare un convegno di studi su Luigi Mara e Medicina democratica.

Infine, per raccogliere qualche risorsa, si potrebbe fare appello ai tanti amici e compagni di Luigi Mara, che, credo, sarebbero felici di offrire un contributo per la meritevole impresa di custodire e far conoscere il patrimonio scientifico e ideale di Luigi Mara.

Total
0
Shares
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Articolo Precedente

Quale coinvolgimento degli scienziati con la società?

Articolo Successivo

Il Centro ricerche e documentazione dei rischi e danni da lavoro (Crd), perno del movimento per l’ambiente (1974-1985)

Articoli Collegati
Total
0
Share