Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Murray Bookchin

Murray Bookchin (1921-2006) si avvicina all’ecologia nella seconda metà degli anni quaranta, poco più che ventenne, nell’ambito del movimento ispirato da Josef Weber.

Nel 1948 William Vogt aveva pubblicato il libro: “Road to survival”, la prima analisi popolare dei rapporti fra popolazione, risorse, consumi e ambiente; pur non condividendo la tesi neomalthusiana, che lo sfruttamento e l’impoverimento delle risorse naturali sia dovuto all'”eccessiva” popolazione del pianeta, Bookchin concorda con Vogt che il vero responsabile dei guasti del pianeta è il capitalismo. Il quale usa, a fini di profitto, le tecnologie più avanzate, i progressi nella produzione di concimi, i pesticidi, i nuovi materiali sintetici, il piombo tetraetile come additivo delle benzine, gli ormoni con cui è possibile far aumentare il contenuto in acqua e il peso degli animali e far guadagnare di più gli allevatori: tutte sostanze che, direttamente o indirettamente, passano poi nel corpo degli ignari consumatori.

Una appassionata denuncia delle violenze di tale tecnologia è presente già nel saggio: “The problem of chemicals in food”, del 1952 1Si tratta di due articoli pubblicati in “Contemporary Issues”, giugno-agosto 1952 e gennaio-febbraio 1953. http://dwardmac.pitzer.edu/bookchin/HerberChem.html, pubblicato con lo pseudonimo Lewis Herber che Bookchin userà in molte altre pubblicazioni.

Alla critica della tecnologia al servizio del potere Bookchin era arrivato anche attraverso l’opera di Lewis Mumford 2L’influenza di Mumford sul pensiero di Bookchin è stato messa in evidenza da Janet Biehl in:https://www.academia.edu/5095689/Mumford_Gutkind_Bookchin, il cui libro “Technics and civilization”, del 1934, era molto popolare negli Stati Uniti.

La consapevolezza ecologica di Bookchin cresce negli anni cinquanta del Novecento, segnati dalla contaminazione planetaria con i frammenti radioattivi sparsi nell’atmosfera da centinaia di esplosioni sperimentali di bombe atomiche, dalla diffusione dei rifiuti di materie plastiche e di detersivi persistenti, dagli effetti dei pesticidi sintetici sugli esseri viventi; l’avvelenamento non riguarda più soltanto gli alimenti ma l’intero ambiente un tema che Bookchin affronta nel libro “Our synthetic environment” del 1962 3

Anche in: http://dwardmac.pitzer.edu/bookchin/syntheticenviron/osetoc.html

jQuery('#footnote_plugin_tooltip_5083_2_3').tooltip({ tip: '#footnote_plugin_tooltip_text_5083_2_3', tipClass: 'footnote_tooltip', effect: 'fade', predelay: 0, fadeInSpeed: 200, delay: 400, fadeOutSpeed: 200, position: 'top right', relative: true, offset: [10, 10], });">https://libcom.org/files/Bookchin%20M.%20Our%20Synthetic%20Environment.pdf))

, uscito pochi mesi prima della pubblicazione del libro di Rachel Carson, “Primavera silenziosa”. Bookchin denuncia gli effetti nocivi sugli esseri umani delle varie sostanze tossiche immesse nell’ambiente dalle attività militari e industriali e insiste nel riconoscere il modo capitalistico di produzione come vera causa di tale avvelenamento.

La salvezza può essere ottenuta soltanto con una visione rivoluzionaria dell’ecologia, con una “ecologia umana”, e Bookchin è forse il primo a usare questo termine.

Non è un rifiuto della tecnologia, ma una proposta di orientare la tecnologia e le innovazioni al servizio dell’uomo e non del profitto e dei soldi. Sull’onda della ricerca di una “tecnologia sociale”, proposta da Mumford, Bookchin parla di una “Tecnologia liberatoria”: è il titolo del libro del 1965 4

“Towards a Liberatory Technology”, 1965,http://dwardmac.pitzer.edu/Anarchist_Archives/bookchin/tolibtechpart2.html

http://dwardmac.pitzer.edu/Anarchist_Archives/bookchin/HerberChem.html

.

E la cerca proprio in tutti gli scritti successivi, nell’analisi della crisi urbana, in nuovi rapporti fra città e campagna, nelle nuove forme di agricoltura ispirate dall’inglese Albert Howard; non si tratta di rifiutare la tecnica: gli esseri umani hanno dei bisogni materiali che condizionano anche il diritto alla libertà e la dignità, e per soddisfare tali bisogni occorre produrre dei beni materiali dalla natura con la tecnica e il lavoro.

Una visione originale e attualissima; da decenni, pur con alterne vicende, stiamo vivendo in un mondo che si sforza di aumentare la disponibilità di merci e macchine con un crescente sfruttamento delle risorse naturali. Le innovazioni tecniche consentono di avere crescenti e sempre nuovi oggetti, di moltiplicare i bisogni artificiali dei paesi opulenti, un modello che il libero mercato e la globalizzazione cercano di diffondere nei paesi emergenti e in quelli ex-comunisti. Ricchi e poveri schiavi di bisogni artificiali e complici nell’impoverimento e nell’inquinamento dei corpi inorganici e degli stessi viventi.

Ne sono una riprova i mutamenti climatici dovuti all’aumento della concentrazione di alcuni gas nell’atmosfera, un fenomeno di cui parlava già mezzo secolo fa Bookchin. Più merci, più gas climalteranti, più siccità e desertificazione, più piogge improvvise che allagano la pianure e le città e fanno franare le valli e le colline in cui l’avidità e la speculazione private hanno ostruito le vie di scorrimento delle acque.

Gli scritti di Bookchin mostrano che è possibile soddisfare le necessità di una popolazione umana crescente attraverso una tecnologia ecologica. Si tratta di riprogettare le città e i dintorni, di diffondere abitazioni e servizi nel territorio, di ripensare i mezzi di trasporto, di progettare le merci sotto i vincoli di un minore consumo di acqua, di energia, di materie prime.

Di ripensare l’agricoltura, unica fonte del cibo, superando l’agricoltura industriale, facendo evolvere l’agricoltura contadina in una nuova agricoltura, una terza agricoltura” come propone Pier Paolo Poggio, capace di produrre sufficiente cibo per tutti con minore alterazione della natura e delle sue risorse. Una transizione che richiede innovazioni e tecnologia. E che una tecnologia libertaria possa essere liberatoria è mostrato anche dal fatto che le opere di Bookchin oggi possono essere lette dovunque, anche a casa propria, grazie a Dana Ward, del Pitzer College di Claremont California, fondatore degli Anarchy Archives telematici 5http://dwardmac.pitzer.edu/.

(testo pubblicato in “A-Rivista anarchica”, n. 413, febbraio 2017)

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