Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Lo stato delle cose

Sullo sfondo abbiamo le guerre: dall’Iraq all’Afghanistan, e ancor prima la Palestina, la Cecenia, le guerre dimenticate dell’Africa e dell’Asia, le guerre che stanno preparando. Tutte quante fallimentari, una sequela di inutili massacri, caos e confusione, di menzogne inestricabili in cui affondano leader politici, giornalisti, opinionisti, presunte guide spirituali. Con ipocrisia, tracotanza, disperazione, confidano nella violenza: continuano a  pensare che la guerra sia lo strumento ultimo a cui affidare la soluzione dei problemi politici del nostro tempo.

Nonostante il ripetersi sistematico dei fallimenti, rivelatori della loro inadeguatezza,  occupano tutta la scena, perseguendo i loro mediocri e superati fini particolari. Essi rappresentano il principale ostacolo alla comprensione della novità che è maturata nei fatti, e non solo, come in passato, nelle parole di qualche spirito illuminato: l’umanità è definitivamente unificata. Se l’universalismo in passato era frutto di una scelta ideale oggi si dispiega nella concretezza del processo storico. Ed è proprio la sua effettualità a suscitare ogni sorta di ripulse e paure, a cui è necessario e vitale sottrarsi e contrapporsi perché se prevarranno non ci sarà una prospettiva di futuro.

Il processo di convergenza dei popoli e dei singoli ha superato una soglia di non ritorno, anticipata in negativo dalla Bomba, e poi scavalcata definitivamente nei decenni successivi per effetto della tecno- scienza e del suo impatto sull’ambiente. Così come la guerra con l’ecosistema, l’unico che abbiamo a disposizione, è palesemente insensata,  altrettanto la guerra dell’umanità con se stessa non può essere che autodistruttiva, oltre che unicamente regressiva e totalmente inutile, come lo sono le finalità che si propongono i fautori dell’una e dell’altra guerra.

Il fatto che nondimeno le guerre continuino incessanti, senza suscitare un rifiuto generalizzato, deriva dal dominio che vecchie rappresentazioni, idee, credenze, sia pure in disfacimento, continuano ad esercitare in alto e in basso, nella mente di uomini e donne sottoposti all’incessante lavorio dei mezzi di comunicazione. Attraverso di essi il nulla viene propinato con grande sfoggio di seduzione, si atrofizza così la facoltà di pensare e di agire, mentre il sentimento viene sviato verso oggetti futili, alimentando il ciclo del consumo per il consumo.

Sarà possibile uscire dall’incubo, svegliarsi dal sonno, porre fine all’incantamento ? Non possiamo saperlo, non abbiamo garanzie: non possiamo riporre speranze in una natura umana buona che in ultimo prevarrà o al contrario abbandonarci alla disperazione perché gli uomini sono cattivi. Ci limitiamo a sottolineare una novità storica e le potenzialità positive di una discontinuità che altri considerano funesta. E’ una scommessa controcorrente e apparentemente inattuale, visto il paesaggio che ci circonda, ma siamo persuasi che si tratti della strada da percorrere se non altro perché non ci sono alternative.

In primo piano, nella quotidianità della vita, abbiamo un’umanità che fa ogni sforzo per sottrarsi al proprio tempo, alla sfida della realtà, scegliendo di vivere in un eterno presente privo di senso. E sono proprio coloro che non debbono lottare per i bisogni essenziali che maggiormente si abbandonano alla pura e piatta ripetitività della sopravvivenza. Non meno ampia è la platea di coloro che per la paura e il risentimento di fronte al dispiegarsi concreto dell’unificazione del mondo si rifugiano in ogni sorta di tribù immaginarie, che in paesi come l’Italia, dove il processo di dissoluzione è andato più in profondità, possono assumere valenze politiche, non meno dei vari fondamentalismi  in cui degradano le religioni universalistiche.

Esse proclamano la loro verità assoluta di fronte all’effettività, seppure aurorale e precaria, di un’unica civiltà universale. In tal modo, o riescono a superare la loro particolarità, oppure alimentano, direttamente o indirettamente, l’immaginario bellico che, con l’esaurirsi dello scontro mondiale tra il capitalismo e il comunismo, ripropone una nuova guerra globale (o almeno la minaccia di scatenarla) in nome dell’ostilità assoluta tra l’Occidente e l’Islam.

Si tratta, ancora una volta, di una guerra impossibile, se non nella forma del puro annientamento, e però tutt’altro che priva di conseguenze pratiche, non solo nei teatri dove tale guerra si sta combattendo, con i massacri che fanno da scenario sanguinoso alla nostra vita, ma anche nel tessuto dei rapporti umani, sfregiati dall’ostilità che serpeggia, od esplode, nelle società incompiutamente multiculturali dove viviamo. Società in preda alla paura e alla regressione e quindi governate da forze politiche che rispecchiano tali sentimenti.

Con il che non si intende tracciare un quadro unicamente e unilateralmente fosco e negativo. Sappiamo bene che lo stato di degrado a cui è giunta l’Italia -sempre alla ricerca  di qualche primato- non è universale. E anche in Italia non mancano forze molteplici, seppure frantumate, divise o avverse tra di loro, che da tempo e tenacemente perseguono, con più o meno consapevolezza, l’obiettivo di dare sostanza ad una fratellanza universale, basata sul rispetto della dignità di ogni singolo, oltre che dell’ambiente globalmente inteso in cui alla specie umana è toccato in destino di vivere.

Nondimeno pensiero e azione debbono guardare in faccia e fare i conti con la realtà, anche quando è spaventosa, e la nostra lo è seppure in modo diverso dal passato, per trascenderla.

Cosa fare? Se quanto è stato detto sinora ha qualche fondamento, pur nella consapevolezza dei limiti di ciò che riusciamo a pensare e a fare, allora non è difficile indicare alcune cose che sono alla nostra portata.

In primo luogo è possibile operare nella quotidianità in coerenza con i principi professati, intervenendo nelle situazioni di prossimità, laddove si manifestano le necessità: il bisogno materiale, il disagio spirituale, il desiderio di conoscere per agire consapevolmente. In tale modo fungiamo da tasselli anonimi di quel tessuto connettivo che tiene in vita il legame sociale e impedisce lo sfascio completo della società, per effetto dell’assurda guerra di tutti contro tutti che si è insediata nell’economia e nella politica.

E’ una scelta nobile e utile, seppure del tutto misconosciuta, compiuta da una quantità rilevante di persone e associazioni che compongono nel loro insieme la minoranza virtuosa che ha sinora impedito il crollo definitivo di questo paese. Bisogna però anche vedere i limiti di tale modus operandi: esso risulta privo di rilevanza politica e certamente non in grado di invertire la marcia inerziale verso il baratro.

Riteniamo perciò indispensabili altre due forme di attività. La prima possiamo considerarla d’ordine sociale ed economico, ed è volta ad incidere su una scenario anch’esso a portata di mano e che non può più essere abbandonato all’insipienza dei politici di professione e all’azione devastante degli uomini-macchina dediti alla religione del profitto. La saldatura dei primi con i secondi e la loro intercambiabilità vige su scala generale, ma nella dimensione del territorio, della comunità locale, progetti operativi e alternativi alla distruzione dell’ambiente, del patrimonio storico materiale e immateriale, sono possibili, necessari, praticabili.

Il passaggio dalla testimonianza e dalla lotta alla realizzazione è difficile e non privo di rischi, però è anche più che maturo. In questo campo, come in ogni altro, non ci si deve muovere con schemi manichei: è possibile, oltre che auspicabile, che singoli politici e imprenditori vogliano mettersi in gioco e abbandonare vecchi e ripetitivi rituali.

Tutto ciò non va però disgiunto dall’azione sul piano intellettuale, senza paura di essere tacciati di astrattismo e utopismo. E’ quindi necessario argomentare e ribadire l’avvenuta unificazione del mondo, vale dire della specie umana, e presentare questo passaggio d’epoca straordinario come una grande opportunità, traendone tutte le conseguenze pratiche: in primo luogo fine della guerra e cittadinanza universale.

Siamo nel pieno di una transizione inarrestabile che suscita paure e alimenta reazioni di ogni genere: se prevarranno non ci sarà futuro. Dobbiamo scommettere sul contrario e ridare speranza alle giovani generazioni. E’ possibile se l’azione dal basso si salda con la visione del nuovo che sta nascendo: un parto difficile ma non impossibile.

Una proposta operativa. Provare a tradurre in pratiche precise dei principi generali, o la stessa volontà di fare, può essere azzardato ma è indispensabile. Pur nella consapevolezza che il passaggio necessita dell’apporto di più persone ed esperienze, proviamo ad indicare un paio di obiettivi che possono trasformarsi in progetti rispetto a cui cercare le risorse umane ed economiche per la loro attuazione.

Oggi ogni territorio e le popolazioni che lo abitano debbono tornare a fare i conti con i bisogni fondamentali: cibo, acqua, energia, salute, istruzione. Non nel senso che debbano ricominciare da zero, come pure certi pensano e come talvolta sarebbe auspicabile. Si tratta piuttosto di fare ciò che è realisticamente possibile e urgente per dare nuove basi al benessere del corpo e dello spirito, tenendo conto del punto a cui siamo arrivati nella conoscenza e nella tecnologia, e però anche nella distruzione dell’ambiente e della società.

A tal fine crediamo nella praticabilità e utilità di laboratori sperimentali autogestiti che affrontino, all’interno di un determinato territorio, le questioni cruciali dell’agricoltura e dell’industria, mettendo assieme i saperi locali e quelli degli immigrati, le potenzialità della tecnologia e quelle della creatività individuale. I laboratori, costruiti dal basso, ma senza escludere rapporti e apporti istituzionali a vari livelli, debbono diventare luoghi di sperimentazione di tecnologie appropriate, vale a dire confacenti alle esigenze della società, in primo luogo al bisogno di lavoro dei giovani, nonché rispettose il più possibile dell’ecosistema e atte a mantenere e rivitalizzare il patrimonio storico. I laboratori dovranno connettersi alle scuole e alle imprese che vorranno condividere i progetti e la loro filosofia.

Obiettivo dei laboratori sarà la produzione di prototipi, pratiche, metodologie, vale a dire sia di hardware che di software. E ciò non solo in senso metaforico perché sono da riconoscere le potenzialità delle tecnologie informatiche, opportunamente utilizzate, senza esaltazioni o demonizzazioni. Il passaggio dalla fase sperimentale a quella industriale è sia auspicabile che rischioso: gli esiti dipendono interamente dal contesto sociale e culturale.

In tal senso, pur senza porre obiettivi politici troppo ambiziosi, è importante che i laboratori sperimentali siano affiancati da centri di interpretazione con il compito di raccogliere e far interagire il meglio della cultura locale, inclusi i saperi professionali, con la cultura  i saperi degli immigrati, specie dei cosiddetti extra-comunitari. Non solo luoghi di socializzazione ma di ricostruzione del rapporto tra passato e presente, per fare della comunità locale una patria culturale.

Nei centri di interpretazione, puntando decisamente all’utilizzo delle tecnologie informatiche e multimediali, la dimensione verticale, storica, potrà incontrarsi con l’apertura sul mondo, coniugando universalismo e comunità locale, in totale controtendenza con quel che oggi avviene, ma in piena rispondenza con ciò che necessita per essere all’altezza del momento storico in cui ci troviamo

Oltre il Novecento. Quella che stiamo vivendo è una vera e propria apocalisse culturale  che ha la sua manifestazione più evidente nel collasso del linguaggio, nella perdita inarrestabile della memoria e di senso della storia. Ad un tale esito ha concorso la duplice e simmetrica banalizzazione e demonizzazione del Novecento,  posto interamente sotto il segno delle catastrofi e dei crolli. Un racconto unilaterale e insostenibile volto a cancellare, a rendere inutili, non solo le indubbie realizzazioni che si sono avute nei campi più diversi, dalle arti alla scienza, ma il significato della vita delle persone anonime che hanno affrontato con coraggio e abnegazione provi difficili, quali la povertà e le dittature, le guerre, l’oppressione coloniale e razziale. Rispetto a ciò ogni atteggiamento liquidatorio è inaccettabile e controproducente, alimentando sfiducia e nichilismo.

D’altro canto come non vedere che le culture politiche che hanno egemonizzato la scena novecentesca sono definitivamente tramontate, senza che siano state superate da nuove concezioni all’altezza dei tempi. In tal senso bisogna sicuramente andare oltre il Novecento, pena la regressione sopra evocata e che un po’ tutti constatano, anche se poi ognuno ne dà una spiegazione diversa, oppure nessuna spiegazione pensando che sia ineluttabile e insuperabile, derivando dalla natura stessa degli uomini: un’ acquiescenza imparentata con la servitù volontaria.

Nella politica del Novecento ha dominato il paradigma della guerra, comunque coniugata: tra gli Stati, al loro interno, come guerra di razze e di fedi, nonché guerra e illusorio predominio della tecnica sulla natura.

Tutto ciò rappresenta un retaggio ingombrante e paralizzante che, come detto, dobbiamo superare per aprire la strada a nuove azioni ed esperienze. Un passaggio necessario verso il futuro che non può avvenire senza conoscere il Novecento e l’Altronovecento, la natura ambivalente della modernità e dei suoi esiti.

Il Paese dei balocchi. Non mi nascondo che tutto ciò possa apparire utopistico, specie in Italia, dove quel che sta accadendo va in direzione esattamente opposta, quasi fossimo le cavie di un inedito esperimento, dedicato agli ultimi traguardi del Moderno, ridotto ad un’essenza spettrale e buffonesca, al di là della sua fine dichiarata e certa, anche se non mancano coloro che vorrebbero risuscitarlo in vita, ponendo in esso le loro residue speranze.

L’idea di costoro è quella di fare in modo che l’Italia torni ad essere un “Paese normale” ma se non si capisce come è diventato quel che è, una tale aspirazione non potrà realizzarsi, come dimostrano gli eventi degli ultimi anni. La difficoltà a capire è testimoniata dal fatto che, abbandonate come inservibili le spiegazioni storico-sociali, ci si affida all’antropologia e alla psicoanalisi. Non entro in merito di un tale approccio, in grado di fornire spiegazioni suggestive, e mi limito a segnalare la necessità di scavare nella storia della contemporaneità per cogliere la genesi del presente. Ad esempio, contrariamente a quel che appare alla superficie, e nelle rappresentazioni correnti della nostra storia recente, l’Italia di oggi è molto di più il risultato dell’Italia del miracolo economico che non il suo opposto, come tendono a pensare i fautori del “Paese normale” e del ritorno al Novecento.

Portata a compimento quell’epopea, l’Italia si scopre un Paese dei balocchi, comico e feroce. La mia impressione è che chi la osserva da fuori e si preoccupa lo fa per solidarietà ma anche con paura, la paura che nel laboratorio italiano, ancora una volta, si preparino ricette esportabili per imitazione o contagio. Intendiamo dire, senza qui poterlo dimostrare, che in Italia si manifestano in piena luce, in modo plateale, gli stessi processi che sono in atto anche altrove,  cosa che si può cogliere nel linguaggio della pubblicità, basato sulla realizzazione di sogni e desideri alla portata di tutti, vettore potente di una infantilizzazione generalizzata.

Posti di fronte alla scelta tra un nuovo miracolo e una normalità faticosa e dagli esiti incerti, gli italiani hanno scelto di vivere in un Paese immaginario, reiterando il loro appoggio a chi ha continuato a proporglielo nonostante ogni sorta di smentita. Ma come è possibile che un popolo di grande storia e cultura si riduca in questo modo, si chiedono con angoscia i non italiani e una parte di italiani, quelli che ancora si pongono delle domande. Interrogativi non meno gravi si possono rivolgere ad altri popoli, ma l’attualità della questione italiana è indubbia e non può essere aggirata per occuparsi d’altro, né tutti possono scegliere di andarsene dall’Italia. Un tentativo di spiegazione deve tenere ben fermi i due poli che generano il campo di forze entro cui ci è dato di vivere ed operare. Da un lato la dilagante rappresentazione farsesca dall’altro i processi reali che l’alimentano  e ne vengono alimentati.

Sulla prima disponiamo di sufficiente letteratura e ciò che viene propinato ogni giorno dovrebbe essere noto, senza sottovalutare la necessità di conoscere a fondo capocomici, attori e comprimari dello spettacolo. Sui secondi le conoscenze sono a macchia di leopardo, ed è facile cadere in errore usando attrezzi divenuti inservibili anche perché la nostra realtà sociale è estremamente opaca. Bastino pochi dati: l’Italia batte ogni primato quanto ad evasione ed elusione fiscale, in compenso la più grande impresa italiana è la mafia, cioè il crimine organizzato; però, e questo curiosamente è meno noto, l’Italia è il 5° Paese industriale del mondo e il 2° in Europa. Allora che razza di esperimento abbiamo messo in piedi dietro la facciata del teatro inscenato ogni giorno nei giornali e nelle televisioni ?

L’esperimento italiano ha come obiettivo di far vivere e riprodurre il capitalismo allo stato puro, sfruttando alcuni presupposti storici di lungo periodo, quali la precocità del suo insediamento e la debolezza dello Stato, o più recenti come il ricordato “miracolo economico”, l’industrializzazione diffusa, l’individualismo e cinismo antichi e recenti. Un  ingrediente indispensabile è stata la conversione improvvisa della maggioranza del più importante partito comunista dell’Occidente alla centralità dell’impresa –nel tentativo di non restare sotto le macerie del comunismo-, nonché l’attaccamento della maggioranza della minoranza alla memoria di quelle stesse macerie.

In questo scenario, in cui la Chiesa ha dimostrato di non sapere quali pesci prendere, sono stati riciclati e legittimati fascisti e nazisti inconsapevoli, e fatti molti altri esperimenti politici oggi pienamente in corso. Cito in ordine sparso: la distruzione sistematica del paesaggio, la maggiore eredità culturale della nostra storia; l’attacco continuo alle condizioni di vita e di lavoro delle giovani generazioni; la riesumazione del razzismo di Stato; la riduzione tendenziale a merce di ogni diritto sociale e bene collettivo. Particolarmente audace è la sperimentazione sul terreno della legge, sia in negativo (violazione) che in positivo (produzione). Il potere costituente si dispiega seguendo una bussola ben precisa: ricondurre l’interesse generale a quello particolare, secondo la logica generalizzata dell’impresa capitalistica a cui si uniformano lo Stato e i suoi apparati.

Pur nella consapevolezza della peculiarità italiana bisogna convenire sul fatto che siamo all’interno di processi globali; anche per questo motivo l’esito della partita che si gioca in Italia è particolarmente importante. Sapremo uscire dal Paese dei balocchi ?

I paradossi dell’immigrazione.Tutti gli indicatori oggettivi di carattere sociale ed economico ci dicono che l’immigrazione è stata una manna per l’Italia e gli italiani. Questi ultimi però, nella loro grande maggioranza, pensano che sia una disgrazia, una sorta di catastrofe naturale, se non un complotto politico, che si deve affrontare in termini di sicurezza nazionale. La distanza abissale tra la realtà e la rappresentazione è la fonte principale dei nostri guai.

Il caso italiano non è assolutamente isolato ma presenta una serie di peculiarità: nel lungo periodo la penisola è stata teatro di innumerevoli mescolamenti di popolazioni però durante tutto il ciclo dell’industrializzazione è stata piuttosto un Paese di forte emigrazione verso l’estero o di migrazioni interne. L’immigrazione, specie dai Paesi extraeuropei, ha rappresentato quindi un fenomeno molto più recente rispetto al resto dell’Europa occidentale, poi accentuato dall’improvviso e imprevisto crollo del campo sovietico.

È avvenuto così che le forze politiche si siano presentate ad un appuntamento cruciale per la nostra storia del tutto impreparate, senza alcuna elaborazione né politica né culturale, a rimorchio delle necessità dell’economia e dei pregiudizi della gente, alimentati dai media. Un’azione efficace è stata svolta quasi solo dal volontariato, specie di matrice cattolica, ovvero direttamente dalle strutture periferiche della Chiesa. Il che però, a livello di opinione pubblica, ha rafforzato l’idea che l’immigrazione fosse principalmente un problema di assistenza sociale, di risorse che la società doveva indirizzare a sostegno delle situazioni di degrado, di miseria materiale e morale, che il sistema della comunicazione televisiva continuamente documentava. Si è così prodotta una micidiale e apparentemente insanabile distorsione cognitiva tra ciò che l’immigrazione è stata ed è per la società e l’economia e la percezione diffusa che ne hanno gli italiani, dominata dal sentimento della paura. Non è possibile elencare tutti i settori per i quali l’immigrazione, databile dagli anni Ottanta e sviluppatasi soprattutto negli ultimi due decenni, ha rappresentato una risorsa decisiva.

In primo luogo gli immigrati hanno consentito di bloccare e invertire il trend demografico rapidamente declinante dell’Italia. Il loro lavoro ha semplicemente salvato l’agricoltura italiana, tanto al Nord quanto al Sud. Lo stesso vale per i principali settori manifatturieri. Altro che ricacciarli a casa loro: è solo per la presenza di abbondante manodopera immigrata che le aziende italiane non sono emigrate all’estero più di quanto non abbiano fatto. Il ruolo degli immigrati, soprattutto donne, nei servizi alla persona viene riconosciuto anche dai più accesi fautori della lotta contro l’immigrazione clandestina – e quale altrimenti visto le leggi esistenti? – . Da cui il trattamento privilegiato riservato alle “badanti”. In realtà gli immigrati sono cruciali in molti altri settori, da quello sanitario, a quello edile, a quello del commercio, dove la desertificazione di interi quartieri per la prevalenza della grande distribuzione è stata frenata dal moltiplicarsi di piccoli esercizi “etnici”. Cosa ancor più significativa: l’intero sistema del welfare ottiene dagli immigrati molto di più di quanto dia loro (tendenzialmente sempre meno se non nulla).

Secondo alcuni gli immigrati possono aver svolto un ruolo positivo in passato ma adesso, con la crisi economica, rappresentano solo un problema, di cui liberarsi. Questo ragionamento è privo di fondamento, sia perché neppure il più totalitario degli Stati sarebbe in grado e troverebbe conveniente di liberarsi di 5 milioni di persone fondamentali per la propria economia, sia perché gli immigrati hanno funzionato da ammortizzatori umani della crisi, assorbendone i colpi peggiori. Per la condizione in cui si trovano molti di loro è prevalsa la funzione di pura forza-lavoro, priva di ogni diritto e quindi spendibile o liquidabile a seconda delle esigenze; qualcosa di diverso da un esercito industriale di riserva da usare per fare concorrenza alla manodopera locale.

Ma, allora, da dove deriva l’ostilità degli italiani, divisi in tutto ma accomunati dalla paura per gli “extracomunitari”? Una risposta non superficiale non è facile, né si può far ricorso ad un concetto generico di razzismo, dando vita ad un ulteriore paradosso: gli italiani considerati sino a poco tempo addietro immuni dal razzismo sarebbero di colpo diventati quasi tutti razzisti. Sul piano storico la prima affermazione non è vera ma non lo è nemmeno la seconda, pur in presenza dell’ostilità generalizzata e crescente di cui si è detto. La questione è ulteriormente complicata dalla posizione di quasi tutte le forze politiche. Esse si sono fatte trovare del tutto impreparate, però hanno le loro matrici in orientamenti universalistici o nazionalistici inclusivi e quindi non possono o non vogliono spostarsi su un terreno xenofobo. Possono con più o meno convinzione adottare provvedimenti per frenare la marea dell’immigrazione, da cui gli Italiani temono di essere sommersi, ma debbono farlo in un linguaggio politicamente corretto, lontano dalle pulsioni profonde che animano la società.

In un tale contesto, un attore politico come la Lega Nord, da tempo al centro dell’attenzione senza aver conseguito i risultati clamorosi che prometteva ai suoi seguaci, ha avuto davanti a sé una grande prateria in cui pascolare liberamente. É accreditata dalla stampa di pratiche di buon governo e di rappresentare un baluardo contro l’avanzare della criminalità organizzata (in cammino dal Sud verso il Nord). Però la specialità della Lega è innegabilmente la lotta contro l’immigrazione, di qualsiasi genere, dal Meridione, dall’Africa e Asia, dall’Est Europa. In quanto detentore quasi monopolistico, a livello politico, della passione principale degli italiani, si è insediata al centro della scena politica, venendo corteggiata un po’ da tutti gli schieramenti. Scambiando l’effetto per la causa, c’è chi arriva a pensare che sia merito o colpa della Lega l’aver posto la questione dell’immigrazione al primo posto dell’agenda politica, nel senso che più di ogni altro tema è in grado di spostare frazioni consistenti di voti. Ma la Lega non rappresenta né la causa né la soluzione del problema da cui siamo partiti, vale a dire la situazione di ostilità, paura, smarrimento di vaste fasce della popolazione italiana di fronte all’arrivo in tempi brevi del popolo dei migranti. La Lega fa il suo mestiere e contribuisce ad alimentare o concimare il terreno da cui trae linfa.

Senza la pretesa di circoscrivere in poche battute un fenomeno dirompente, ci pare di poter dire che molte difficoltà derivino dalla condizione della classe politica, a cui è da affiancare il ben scarso apporto delle forze intellettuali. A sua volta tale inadeguatezza, così come le paure delle persone comuni, rimandano a ciò che sta alla base dell’immigrazione, vale a dire all’immenso movimento delle moltitudini messesi in cammino nell’era della globalizzazione, con la fine del comunismo e gli esiti non meno imprevisti (vedi Cina e India) della decolonizzazione. In definitiva, la paura dell’immigrazione manifesta l’incapacità di fare i conti con il mondo nuovo in cui siamo entrati avendo la testa nel passato, pretendendo anche di camminare all’indietro, sognando cose che non ci sono più o che non ci sono mai state e pretendendo che gli altri condividano il nostro antiquato immaginario.

La paralisi dell’azione, è il principale ostacolo da superare. Una spiegazione efficace ma ulteriormente paralizzante rimanda alla sproporzione incolmabile tre le forze, ancor prima che politiche, morali e intellettuali a disposizione e il compito immane da affrontare. Da un lato realmente non si sa, dall’altro si opta, coscientemente o meno, per il non sapere. La distruzione di vite e speranze è tale che solo l’ottundimento della sensibilità consente di reggere alla marcia dell’eterno presente, uno schiacciasassi senza guida.

Su questo sfondo, con il concorso del sistema dei media, la religione dei consumi, l’insieme dei dispositivi che lavorano e mettono al lavoro le emozioni e i desideri, il risultato massimo a cui sembra si possa pervenire è una sorta di appaesamento naturalistico nell’esistente. Ogni energia viene profusa per alimentare ciò che neutralizza la possibilità stessa dell’azione.

E’ infatti evidente che un’azione efficace, capace di cambiare i rapporti di forza e lo stato del mondo,  può essere solo collettiva mentre l’attivismo individuale, ispirato a concorrenza e competitività, riproduce e rafforza l’esistente. Ma le cose non vanno meglio dove l’azione pare in grado di dispiegarsi, essa infatti si manifesta in termini particolaristici, corporativi, tribali, nazionalistici o etnici -come di dice oggi-, quindi inadeguati e nocivi. Sembra allora che la questione si articoli ulteriormente: a) come è possibile passare all’azione; b) senza compiere disastri?

Un’azione in grado di cambiare lo stato delle cose può essere pensata e praticata solo se assume come postulato l’universalismo reale e concreto da cui siamo partiti. L’universalismo è oggi sia la premessa che il fine di ogni azione politica che si prefigga di incidere sulla realtà. Se per agire si pensa che sia necessario mettere tra parentesi, annacquare, stravolgere, un tale assunto, allora è meglio rinunciare all’azione.

Essa infatti si rivelerebbe controproducente, concorrendo a ribadire il dominio, cambiandone semplicemente le forme, in nome dell’insuperabile ineguaglianza tra gli uomini, i sessi, le razze, e ogni sorta di dispositivo differenzialista naturalizzato e reso eterno. Sul piano politico l’unica differenza da salvaguardare è quella della singolarità irripetibile di ogni essere umano (e non solo). L’universalismo così inteso accoglie e si nutre delle differenze culturali e religiose ma si oppone alla loro politicizzazione e quindi al loro stravolgimento.

L’universalismo etico-politico vanta una lunga e nobile storia da far valere contro le concezioni regressive oggi correnti, ma ai fini della sua affermazione è indispensabile compiere un ulteriore passaggio che comporta una ridefinizione del rapporto tra conoscenza e azione. L’accusa costante rivolta all’universalismo è di essere astratto, e in ragione di tale astrattezza di fungere da maschera del dominio. D’altro canto la spiegazione classica, e novecentesca, diceva che chi si preoccupa delle sorti dell’umanità e del rispetto di ogni vivente, o anche solo della complessità del mondo, proprio per questo eccesso di consapevolezza è incapace di passare all’azione.

Ne consegue che gli uomini d’azione, i vari tipi di imprenditori, facevano la storia e gli intellettuali la commentavano. Questa divisione del lavoro appartiene al passato. Sia la guerra che l’economia si sono intellettualizzate, ma secondo finalità parziali,  contro gli interessi universali della specie e dell’ambiente in cui vive, aggredendo porzioni di umanità e compromettendo l’ecosfera planetaria. La novità è data dal fatto che oggi, per effetto della piena unificazione dell’umanità e della crisi ecologica in atto, conoscenza e azione non possono più essere separate, non ci si può affidare al caso o ad una qualche logica sottesa agli eventi. La paralisi, d’altro canto, deriva dal fatto che gli uomini sono costretti a prendere in mano la storia come effetto della storia stessa ma sono impreparati a farlo.

In singoli luoghi, in ogni contesto, in tutto il mondo, sta avvenendo la presa d’atto e di coscienza della grande transizione da compiere. Un movimento reale e però frantumato, debole, minoritario e diviso. Ma il campo avverso non sta affatto meglio, la forza energumena dei suoi protagonisti e interpreti precipita sempre più nello squallore e nell’irrilevanza. Su piani diversi c’è lo spazio per azioni consapevoli, per necessità e per scelta: forse non salveranno il mondo ma almeno danno un senso alla vita.

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