Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Modernità e contadini

Senza alcuna pretesa di neutralità scientifica, Silvia Pérez-Vitoria ha scritto un saggio appassionato e appassionante sul Ritorno dei contadini. Traducendolo prontamente Jaca Book si rifà con coerenza al suo catalogo e alla sua storia ben sapendo che in Italia, oggi come ieri, nella cultura ufficiale non c’è posto per una riflessione sul mondo contadino che esuli dal folklore. Il paradosso della cultura italiana, in ciò esemplare di un atteggiamento proprio a tutto l’Occidente, è che mentre alcuni dei suoi massimi scrittori – da Carlo Levi a Ernesto De Martino, da Cesare Pavese a Pier Paolo Pasolini – hanno come centro profondo della loro elaborazione la tragedia dello scontro tra i contadini e la modernità, sino a farne un evento luttuoso e irreparabile, per tutti gli altri esponenti della repubblica delle lettere o dell’odierno circo mediatico, i contadini sono morti e sepolti da tempo immemorabile, se non fosse che qualche autore o cineasta passatista (qualcuno ricorderà il criticatissimo “Albero degli zoccoli”) si attarda a rievocare un mondo che, per fortuna, abbiamo perduto.

In un Paese diviso da antiche e recenti fratture ideologiche, la diffidenza, il disprezzo, l’odio per il mondo contadino hanno dato vita ad una piattaforma ideologica e prepolitica, condivisa dalla generalità delle forze politiche, senza eccezione per coloro che si sono autoproclamati portavoce degli interessi dei contadini per accelerarne la scomparsa.

Per tutti costoro il ritorno del rimosso si configurerebbe come un incubo. Di sicuro non leggeranno il libro di Silvia Peréz-Vitoria e quindi possono dormire sonni tranquilli. C’è il rischio però che debbano fare i conti con lo strano movimento su cui il libro, spaziando tra i continenti e soffermandosi su singoli luoghi, cerca di gettare luce, facendoci toccare con mano che non si tratta di fenomeni esotici, marginali, minoritari, ma del portato di questioni di enorme e sconcertante importanza. Al punto che, se si vuol tirar fuori la testa dalla sabbia, potremmo essere indotti a prendere atto di colossali fallimenti, rischi incontrollabili, perdite vieppiù insostenibili, cosicché non solo dovremmo, tutti e quanti, riscoprire un mondo, e dei valori, che avevamo considerati sconfitti e per sempre estinti, ma auspicare che il “ritorno” su cui si interroga Pérez-Vitoria avvenga in forze e al più presto per salvare il salvabile.

Quel che sta accadendo è abbastanza chiaro, e proprio le sue dimensioni, al di là del lavorio di schiere di specialisti in disinformazione, spiegano le resistenze accanite e molteplici che erigiamo consapevolmente o inconsciamente. Il grande progetto della modernità è fallito e coloro che ne sono alla testa sono sempre più inadeguati e pericolosi: per vie normali ci conducono, progressivamente, inesorabilmente, alla catastrofe ecologica. Ma per agire impunemente essi preferiscono lo stato d’eccezione, imposto apertamente al mondo dopo l’11 settembre, e con criminale stupidità si affidano interamente alla guerra, ci chiedono di seguirli, in nome dei valori che stanno distruggendo, lungo questa breve scorciatoia verso l’abisso.

Ecco allora che non solo ci conviene capire come è possibile il “ritorno dei contadini” ma auspicare che avvenga in forze e al più presto, infatti è inoppugnabile che essi, per quanto poco ci possano piacere, hanno saputo alimentare e letteralmente fare da supporto a tutte le grandi civiltà storiche, senza mai cedere alle spinte nichilistiche del potere, che oggi colpiscono le basi stesse della vita distruggere la base stessa della vita. I contadini hanno resistito e si sono opposti, più di ogni altro strato o classe sociale, alla guerra.

Per effetto della loro esistenza sociale, come portato di pratiche di lavoro e di vita divenute mentalità e cultura, hanno opposto un ostinato rifiuto alla distruzione della natura, hanno altresì rifiutato la guerra, sia pure in termini prepolitici cercando di sottrarsi il più possibile alla sua logica. Ed è precisamente in ragione di tale mentalità e cultura che sono diventati il bersaglio privilegiato della modernità, in Occidente, sia, su più grande scala, quando l’Occidente ha conquistato il mondo.

Sono stati i più grandi interpreti della civiltà industriale, Hegel e Marx, a pronunciare le parole “definitive” sulla sorte dei contadini, sul carattere antistorico del loro attaccamento alla tradizione e alla terra. In realtà è l’intera macchina della civilizzazione moderna che “esigeva imperativamente il sacrificio dell’uomo delle campagne”, come si esprime Pierre Thuillier, uno degli autori di riferimento per Silvia Pérez-Vitoria.

Lo sapeva bene Marx che aveva svelato l’“arcano dell’accumulazione originaria”, il vero punto di partenza del modo di produzione capitalistico: «L’espropriazione dei produttori rurali, dei contadini, e la loro espulsione dalle terre costituisce il fondamento di tutto il processo» (K. Marx, Il Capitale, Libro I, cap. XXIV). Lo stesso Marx, attraverso Justus Liebig, era riuscito a cogliere le conseguenze distruttrici per la fertilità della terra che avrebbe avuto la grande agricoltura capitalistica con lo svuotamento delle campagne e la concentrazione crescente della popolazione nelle grandi città. Una tale situazione, che oggi vediamo realizzata su scala mondiale, «genera le condizioni che provocano una incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale prescritto dalle leggi naturali della vita, in seguito alla quale la forza della terra viene sperperata e questo sperpero viene esportato mediante il commercio molto al di là dei confini del proprio paese» (Ibidem, Libro III, cap. XLVII).

Marx però pensava che i contadini piccolo proprietari fossero una classe di barbari, politicamente schierati con la reazione, ponendo una barriera invalicabile, che tutto il marxismo avrebbe fatto propria, tra i lavoratori dei campi e gli operai di fabbrica. Veniva così costruita una trappola ideologica micidiale. Nella realtà le cose stavano ben diversamente: la stragrande maggioranza degli operai proveniva dalle campagne, che erano e sono il bacino di reclutamento della forza-lavoro proletaria.

I contadini, inoltre, anche quando accedevano alla proprietà privata della terra che lavoravano, erano tutt’altro che campioni di un individualismo borghese a loro sconosciuto  (o nemico); al contrario erano portatori di istanze e tradizioni “collettivistiche” e solidaristiche, derivanti dalla forza e profondità di un assetto comunitario ancora vitale nell’Europa dell’Ottocento, per non dire della Russia e del resto del mondo, dove la proprietà privata assumeva il volto dell’espropriazione e del dominio coloniale.

Resta il fatto che alle origini stesse del movimento operaio si determinò una frattura, rivelatasi incolmabile, sino a dar vita a due culture contrapposte, tra contadini e operai. L’unico movimento di grande portata che non si strutturò attorno alla contrapposizione tra campagna e città, contadini e operai, fu il populismo russo, le cui posizioni e ideali riemergeranno, con più o meno forza, nel corso del Novecento, come ricorda la stessa Pérez-Vitoria.

Ma è proprio in Russia che la frattura assume le dimensioni della catastrofe e segna il fallimento della rivoluzione. Lo scenario è tragico e, ad un tempo, paradossale. Il bolscevismo è, sotto vari aspetti, l’erede del populismo rivoluzionario; la rivoluzione del ’17 fu possibile solo perché i contadini, contrari alla guerra, si schierarono contro il vecchio regime e non appoggiarono i partiti borghesi; anche la forma più avanzata in cui si espresse la rivoluzione, il soviet, traeva origine dal mir contadino.

Però, così come il bolscevismo era stato forgiato da Lenin in una lotta ideologica senza quartiere contro il populismo, così la dittatura bolscevica, di Lenin e di Stalin, e Trockij non era certo da meno, assunse a nemico principale il mondo contadino russo, decretandone, con ogni mezzo, compreso lo sterminio, la completa distruzione.

Il fatto che le forze di sinistra e progressiste, nella loro totalità, non abbiano capito nulla delle dimensioni e del significato della tragedia che si consumava in Unione Sovietica, schierandosi anzi apertamente a sostegno dell’industrializzazione forzata e considerando la collettivizzazione, con il suo corredo di milioni di morti, un tributo necessario alla marcia del socialismo, ci dice quanto profondamente fosse stata introiettata l’ideologia del progresso, incentrata sullo sviluppo delle forze produttive, a loro volta alimentate dal gigantismo industriale e dalla completa trasformazione della campagna grazie alla meccanizzazione e alla chimica, alla biologia e alla genetica. Il socialismo avrebbe dovuto vincere la guerra con il capitalismo nel dominio della natura e nella completa artificializzazione del mondo. Su questa strada i contadini rappresentavano un ostacolo da eliminare.

L’epicentro del disastro fu quindi russo-sovietico, con ripercussioni in tutto il mondo perché, in effetti, la rivoluzione russa, seppure inestricabilmente legata alle peculiarità irripetibili di quel Paese, e in esso sempre più rinserrata, fu un fenomeno mondiale per l’influsso profondo che esercitò sulla classe operaia e gli intellettuali dei paesi sviluppati, assurgendo a mito salvifico, ma, ancor più, negli altri continenti, presso i movimenti di liberazione delle ex colonie alla testa di sterminate masse contadine. Al paradosso si aggiunse così un nuovo paradosso: la lotta per l’emancipazione dal dominio colonialista e imperialista fu guidata da partiti politici che si ispiravano principalmente all’esempio russo-sovietico, patria del socialismo industrialista e dello Stato operaio, pur avendo la loro base di massa quasi unicamente nei contadini, nelle campagne povere del pianeta.

Una tale scissione va tenuta presente per inquadrare la follia di intellettuali come Pol Pot o suoi epigoni, per i quali le campagne erano l’ “inferno” in cui gettare i borghesi da epurare o massacrare. In ogni caso, l’imperativo a cui si debbono sacrificare tutte le vittime occorrenti, che possono cambiare di volta in volta, è sempre lo stesso: lo sviluppo economico, l’affermazione della potenza nazionale, a cui la rivoluzione si è convertita dall’epoca di Stalin, se non prima.

Secondo il più contadino e il più importante di questi leader, lo sterminio di massa è perfettamente legittimo, perché ispirato ad un’alta finalità: «È vero abbiamo ucciso settecentomila persone, ma senza la loro morte il popolo non avrebbe alzato la testa. Il popolo chiedeva la loro uccisione per liberare le forze produttive e lo scopo è stato raggiunto» (Mao, Discorso “segreto” del 1967).

Per le ideologie rivoluzionarie scaturite dalla scissione originaria che abbiamo visto in Marx, e che si può anche tradurre politicamente nella contrapposizione tra anarchismo e comunismo, l’obiettivo più ambizioso era la costruzione dell’ “uomo nuovo”. E da questo punto di vista come si può negare che il contadino era precisamente l’incarnazione dell’uomo antico, la più tradizionale delle figure sociali, un inciampo da eliminare senza indugi?

Si pensi in sintesi al XX secolo e al destino dei contadini alla luce di questa riflessione: «La convinzione del reale avvento dell’uomo nuovo ci colloca automaticamente in una totale indifferenza per il prezzo pagato, nella legittimazione dei mezzi più violenti. Trattandosi dell’uomo nuovo, l’uomo antico può anche venir considerato pura e semplice materia prima» (A. Badiou, Il secolo, Feltrinelli, 2006, p. 46).

Ma per cogliere nel suo parossismo il Progetto moderno e il destino dei contadini, ancor prima che emergessero i segni della crisi ecologica globale, dobbiamo volgere lo sguardo a ciò che più di tutto definisce il secolo XX e, se possibile, ancor più quello da poco iniziato: la guerra. «Il che non significa solo – precisa Badiou – che è pieno di guerre feroci, ma che è posto sotto il paradigma della guerra».

Questo secolo della guerra, tutt’altro che “breve”, viene inaugurato con la Prima guerra mondiale. Essa fu, prima di ogni altra cosa, un massacro senza precedenti, su scala industriale e utilizzando tutti i ritrovati delle moderne tecnologie.

Per i paesi coinvolti, e tra questi l’Italia, significò la cancellazione di intere generazioni di giovani soggetti alla leva di massa. Quel che talvolta sfugge è che questi giovani coscritti, destinati all’ecatombe, erano nella stragrande maggioranza dei contadini, carne da cannone.

Vincitori o vinti i contadini non trassero alcun vantaggio dalla guerra, ne furono unicamente le vittime. Le loro modeste rivendicazioni – avere della terra da lavorare ! – furono ridicolizzate dagli sviluppi politici successivi. Trascinati a forza sul palcoscenico della storia, dimostrarono subito di essere inadatti a recitare una parte da protagonisti. Gli effimeri partiti contadini sorti in risposta al grande massacro bellico non diedero vita ad una “internazionale verde” ma furono sconfitti o riassorbiti dal nazionalismo iperbellicista impegnato a trasformare l’Europa e il mondo in una nuova e più grande fornace ardente, in cui gettare, questa volta, città intere, con tutti i loro abitanti.

Le campagne non furono certo risparmiate, anzi furono il teatro di orribili stragi di civili, specie in Europa orientale, ma per le modalità del suo svolgimento, con i bombardamenti terroristici sulle città, il secondo atto della guerra mondiale novecentesca, finì col “favorire” i contadini rispetto agli abitanti delle città. L’Italia fu un caso tipico da questo punto di vista. Ciò comportò il riattizzarsi delle ostilità, a cui non si sottrassero una parte degli attori politici, di entrambi gli schieramenti avversi. Specie nell’ultima fase della guerra sia i fascisti che gli antifascisti accusarono i contadini di approfittare della situazione e di arricchirsi illegalmente con la “borsa nera”.

Per altro, finite le ostilità, i contadini abbandonarono in massa le campagne. Nel giro di pochi anni, al massimo un paio di decenni, la civiltà contadina tradizionale subì un’eutanasia apparentemente indolore e volontaria. I contadini, uomini e donne, all’unisono, non vollero più essere tali. E quelli che rimanevano nelle zone agricole ancor meno degli altri. A parte situazioni del tutto marginali, chi restava sulla terra, contro il tradizionalismo degli anziani, la cui autorità era in caduta libera, lo faceva adottando con il fervore del neofita i costumi ed i consumi della modernizzazione galoppante.

Non si può dire che questa dinamica si sia esaurita, anzi, su scala globale essa si manifesta, in termini parossistici, senza nemmeno quegli elementi emancipatori della fatica e dell’oppressione che giocarono potentemente nel caso europeo. Quello che sta avvenendo in Cina è clamoroso per le modalità e le conseguenze che comporterà ma non è certo isolato. Anzi su scala globale questo è il trend di fondo, alimentato dal sistema economico vigente e  dal modello sociale ad esso conforme. Lo svuotamento e la  desertificazione delle campagne si traducono nella crescita informe delle megalopoli extraeuropee. D’altro canto in Occidente il modello americano della continuità tra rurale e urbano distrugge in modo non meno efficace sia le città che le campagne.

“Il ritorno dei contadini”, su cui Silvia Pérez-Vitoria, ci fornisce una ricca e interessante messe di evidenze empiriche, rappresenta un fenomeno innegabile ma, che agli occhi dei più, può apparire antistorico. È un po’ come se le numerose resistenze locali che hanno contrassegnato il progredire della civiltà tecnologico-industriale, arrivati al punto della sua affermazione finale, utilizzando gli strumenti di comunicazione e informazione messi a disposizione da quest’ultima, si fossero coalizzati in un variegato fronte di oppositori della modernità, che, privi di armi ideologiche, si affidano ad una ennesima riedizione di qualche figura sociale mitica, inventando, in questo caso, la via contadina alla salvezza.

I cani da guardia abbaieranno molto forte, ma dobbiamo essere consapevoli che essi difendono il vuoto, il luccichio di una stella ormai spenta, incapace di alimentare la speranza. Ciò accresce enormemente la responsabilità della ricerca sia pratica che teorica, di riscoperta di una memoria culturale negata e di sperimentazione di soluzioni creative.

Pochi istanti prima della sua definitiva soppressione il mondo contadino è stato riscoperto da più parti, con inevitabili ingenuità e superficialità. Non è il caso dell’opera in questione  anche se sarebbe stata utile una preliminare messa a fuoco della figura di contadino un po’ idealtipico di cui si discorre. I diversi contesti servono poi a chiarire l’essenziale ma rimangono dei punti critici, non tanto sul piano storico, su cui esiste una letteratura di tutto rispetto, specie di parte avversa, ma sui contadini di oggi e domani.

In più punti risulta che i contadini a cui pensa e di cui scrive Pérez-Vitoria sono sostanzialmente dei lavoratori della terra (nonché allevatori, boscaioli, ecc.) che non utilizzano macchine. Sono contadini che ieri come oggi lavorano senza far ricorso alle tecnologie industriali, per non dire dei loro sviluppi ulteriori (genetica, ecc.).

Nell’ottica dell’autrice ciò è più importante dei rapporti sociali e giuridici connessi alla proprietà della terra, degli strumenti e  dei capitali. In questo senso, come dimostrato dai fallimenti novecenteschi, un’agricoltura perfettamente socializzata e ipertecnologica cancellerebbe i contadini non meno radicalmente del dominio illimitato delle grandi multinazionali capitalistiche.

D’altro canto negli esempi concreti che il testo riporta e analizza, non è difficile verificare che siamo quasi sempre in presenza di una ibridazione tra tradizione e modernità. Sono esperienze in cui viene operata una sintesi, sempre provvisoria, tra continuità e innovazione, selezionando nell’eredità del passato e nelle potenzialità del presente. Con una frase fatta, potremmo dire che i contadini ritornano attraversando la modernità. Non ci nascondiamo i problemi e le differenze che ne scaturiscono, ma ci pare un nodo non aggirabile. È possibile argomentare che ciò è sempre avvenuto e che non si capisce perché si debba fare un investimento politico nella conservazione e riproduzione dei contadini.

La prima affermazione è parzialmente vera e costituisce l’argomento di questo libro: contrariamente alle previsioni, e molte constatazioni, i contadini non sono spariti e da più parti, compresa le nostre, “ritornano” e, a causa delle peripezie della modernità, dalla retroguardia vengono a trovarsi in prima linea. Un’affermazione priva di senso per chi ha perso ogni rapporto con la realtà, ma non priva di evidenze empiriche, più numerose delle molte forniteci da Pérez-Vitoria.

La storia non procede in modo rettilineo ma arretra vistosamente, come possiamo constatare ogni giorno, nel male e nel bene; si comporta come un fiume che ha molti ostacoli da superare piuttosto che una locomotiva che corre su dei binari d’acciaio, quale che sia la loro meta.

Ma il ritorno spontaneo dei contadini è sia apparente che insufficiente. Apparente perché è molto più  frutto della necessità che di una libera scelta; è il prodotto di fallimenti e delusioni piuttosto che di politiche attive e affermative. Insufficiente perché la posta in gioco è così alta da richiedere lo sforzo comune e convergente di contadini e cittadini, che si riconoscono reciprocamente invece che annullarsi in una massa amorfa e indistinta.

Si dirà che non c’è più tempo, che siamo andati troppo oltre. È un rischio incombente ma è anche una distorsione prodotta dal nostro punto di vista e dalla mancata percezione o sottovalutazione del fenomeno indagato da Pérez-Vitoria, che ha le sue deboli ma tenaci manifestazioni anche da noi.

Abbiamo già detto che il “ritorno”, anche se lo volesse, non può essere restaurazione né pura conservazione; resta il fatto che ci si propone di non spezzare completamente il legame con il mondo contadino, vale a dire con la terra e la natura, con il ciclo della vita (e della morte).

La civiltà contadina, nelle sue varie manifestazioni, ha costituito il retroterra, il continuum, la cultura materiale del processo storico dal momento del distacco dalla pura ripetitività naturale.

Le forze della rivoluzione urbana e industriale, divenute egemoni sul mondo contadino, hanno naturalizzato, a fini di dominio, le campagne, interne ed esterne. Successivamente hanno pensato che, al di là dello sfruttamento, fosse possibile liberarsi in modo definitivo dei contadini, vale a dire del legame con la terra e la natura. Questo progetto, nel suo insieme è costato vittime innumerevoli, più di ogni tragico olocausto di cui trattano i libri di storia. Nonostante il suo fallimento manifesto, esso non è stato riconosciuto e viene quindi riproposto. Una scelta politica e culturale alternativa, centrata sulla rigenerazione delle campagne, è tanto necessaria quanto difficile.

Necessaria perché la crisi ecologica globale è il frutto certo del passaggio volontaristico ad una seconda cultura materiale della modernità, governata dal profitto e  dal potere, intimamente nichilitistica. Necessaria altresì perché l’impazzimento della società, in ragione dello sconvolgimento accelerato del rapporto uomo-natura, è più rapido del deteriorarsi del contesto ambientale. La combinazione di queste due dinamiche ci dice anche dell’illusorietà di misure ecologiche di tipo tecnocratico per fronteggiare l’emergenza. Da questo punto di vista la metafora del “ritorno dei contadini” è da assumere in termini molto pregnanti se non letterali.

Una scelta difficile perché siamo culturalmente e antropologicamente impreparati ad affrontarla e perché va molto al di là ella portata attuale della politica, per gran parte colonizzata dall’economia e delle sue leggi insensate e disumane, ovvero rimane aggrappata a ideologie subalterne e fallimentari.

Anche per questi aspetti il lavoro di Silvia Pérez-Vitoria costituisce una buona guida, efficace e stimolante; uno strumento prezioso di lavoro e di discussione.

Total
0
Shares
Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Articolo Precedente

Le popolazioni di merci e il loro futuro

Articolo Successivo

L’artigianato: tra memoria del passato e risorsa per il futuro

Articoli Collegati
Leggi di più

Radio

Il radio era stato “scoperto”, nel 1903, a Parigi da Marie Curie (1867-1934) la quale ne aveva isolato cento milligrammi…
Total
0
Share