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Dossier “Economia circolare” — Per Eni l’economia circolare è solo un “green business”

Le date sono importanti. E’ il 20 luglio quando Repubblica sceglie di pubblicare un dossier su Eni. A Milano si è in attesa delle richieste della procura per quello che è stato definito il processo del secolo, ovvero il caso della presunta corruzione internazionale da oltre un miliardo di euro che il cane a sei zampe avrebbe effettuato per accaparrarsi un enorme giacimento petrolifero in Nigeria. Appena il giorno dopo, il 21 luglio, il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale chiede la condanna a otto anni di reclusione per l’attuale amministratore Claudio Descalzi e per il suo predecessore Paolo Scaroni, nonché una confisca totale di 2,1 miliardi di euro per aver ottenuto, senza una gara internazionale, i diritti di esplorazione del blocco petrolifero Opl245. Le richieste sono dunque pesantissime, anche se la società in un comunicato le definisce “prive di qualsiasi fondamento”, certa che “la verità potrà finalmente essere ristabilita ad esito delle argomentazioni difensive che saranno svolte alla fine di settembre in attesa della sentenza del tribunale”.

Torniamo al 20 luglio. Da Repubblica, che fa parte del più grande gruppo editoriale italiano, ci si attende dunque una serrata analisi di un processo certamente fondamentale per il cane a sei zampe e per lo Stato italiano, socio di maggioranza con oltre il 30 per cento delle azioni (suddivise tra ministero dell’Economia e Cassa e Depositi Prestiti). In caso di condanna sarà difficile che Descalzi possa rimanere alla guida della multinazionale energetica, nonostante sia stato riconfermato per la terza volta, e in piena crisi Covid, lo scorso maggio. E lo stesso governo potrebbe subire le conseguenze di quella scelta. Insomma, il materiale da approfondire non manca. Invece il dossier di Repubblica, pubblicato sulla sezione Ambiente con tanto di video e foto, riguarda il “circular tour”, un “viaggio nell’Italia della sostenibilità”. Si tratta di un’iniziativa congiunta tra Eni e Coldiretti che intende “raccontare e promuovere l’economia circolare ed evidenziare l’importanza di modificare i nostri modelli di consumo, attraverso un impegno condiviso tra aziende e azioni dei singoli”. La prima tappa era avvenuta dal vivo a Gela, lo scorso 21 e 22 febbraio. Poi il lockdown ha fermato tutto, e adesso il progetto riparte sul sito (pensa un po’) di Repubblica, con la pubblicazione in sei settimane di altrettanti itinerari in sei città, “contraddistinte ognuna da un elemento della sua tradizione gastronomica”. Chi scrive ha potuto osservare dal vivo l’unica tappa fisica, avvenuta non a caso in una cittadina, quella siciliana, che dal 2014, dopo la chiusura dell’ex raffineria, attende ancora la riconversione del territorio. Tra ammalianti strutture architettoniche, bande musicali, coloratissime cartoline, piante mangia-smog e agriasili, il Circular Tour di Eni e Coldiretti ha avuto un discreto successo ma non era scevro da contraddizioni anche banali. Ad esempio, del cibo locale, diffuso tramite le bancarelle del Mercato Campagna Amica, non c’era nulla che provenisse dalle coltivazioni gelesi. In ogni caso non è la prima volta che il cane a sei zampe affronta il tema dell’economia circolare. Come avviene per ogni novità dal portato rivoluzionario, anche il tema dell’economia circolare nel giro di pochi anni è stato prima guardato con sospetto da gran parte del mondo industriale per poi, una volta esploso, essere assimilato e inglobato anche da coloro che in teoria ne erano agli antipodi. Così non sorprende che oggi Eni dedichi ampio spazio all’individuazione di nuovi modelli industriali. E’ la stessa azienda ad annunciare di voler “minimizzare il consumo di materie prime come acqua ed energia e per fare ciò i pilastri della nostra strategia di circolarità sono l’utilizzo di materie prime sostenibili (utilizzando sempre più materiali di origine biologica o provenienti da scarti di processi di produzione), il riuso, riciclo e recupero (attraverso processi di recupero di materie prime da prodotti di scarto ed il riutilizzo di acque e terreni oltre alla gestione e al recupero dei rifiuti) e l’estensione della vita utile, trasformando asset non redditizi o in dismissione e offrendo loro nuova vita e un futuro sostenibile. In quest’ottica è sempre più centrale lo sviluppo di sinergie con il territorio nel quale operiamo al fine di minimizzare e ottimizzare l’impiego di prodotti, materia, acqua ed energia”. Sono parole talmente generiche, seppure teoricamente apprezzabili, che potrebbero provenire da qualsiasi azienda. Eppure arrivano dalla multinazionale che ha ancora cuore e testa fortemente ancorate al petrolio: soltanto a fine febbraio Eni ha annunciato investimenti per 32 miliardi in 4 anni, di cui l’74% in combustibili fossili, con l’obiettivo di aumentare ancora la produzione di petrolio e gas del 3,5% annuo fino al 2025, in cui è previsto il picco di produzione che potrebbe raggiungere il tanto agognato obiettivo dei 2 milioni di barili al giorno – un sogno lungo 30 anni. Con tanti saluti alla crisi climatica in corso. Gli investimenti previsti per l’economia circolare si perdono invece tra i 4 miliardi dedicati a tutto il fronte verde – una cifra che da sola può impressionare, ma che in realtà include non solo l’economia circolare ma anche le fonti rinnovabili, l’efficienza energetica e l’abbattimento del flaring. Tuttavia, analizzando il sito del cane a sei zampe, l’economia circolare mantiene almeno in apparenza un ruolo fondamentale, come se per Eni fosse il business principale. Basti pensare ad esempio al fatto che esiste un’intera serie di podcast sul tema, oltre a una serie di talk in cui vengono invitati numerosi esperti del settore. Il modello più incensato dalla stessa azienda è quello delle cosiddette bioraffinerie. In Italia sono attivi gli impianti di Porto Marghera (dal 2014) e di Gela (dal 2019), in minoranza rispetto alle tradizionali raffinerie di greggio che restano attive – Taranto, Livorno, Sannazzaro e Milazzo (gestita a metà con Kuwait). C’è di più. Il 15 gennaio 2020 l’Agcm (l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) ha comminato a Eni una multa di cinque milioni di euro per pubblicità ingannevole e ha predisposto per la multinazionale il divieto di utilizzo della campagna promozionale Eni Diesel +. A essere condannato è il tanto sponsorizzato Green Diesel, prodotto proprio nei siti di Gela e di Venezia e ottenuto con additivi di oli vegetali, nonché le comunicazioni fuorvianti sulle caratteristiche di tale carburante sia in termini di risparmio dei consumi e di riduzioni delle emissioni gassose sia sull’affermazione dell’impatto ambientale positivo connesso al suo utilizzo. Insomma, quello delle bioraffinerie non sembra essere il miglior prototipo di economia circolare. Vale la pena far notare che da un anno, inoltre, il sito gelese lavora olio di palma proveniente dall’Indonesia, mentre il solo impianto di Porto Marghera consuma già il 50% degli oli alimentari esausti disponibili sul territorio. Se nel 2021 dovesse essere attivato anche l’impianto BTU (Biomass Treatment Unit, impianto di trattamento per le biomasse) di Gela – ma un ulteriore ritardo, visto l’arrivo del coronavirus, dovrebbe essere inevitabile – è chiaro che la raccolta italiana di oli esausti non basterebbe. Ecco perché nel 2018 Eni ha avviato una coltivazione sperimentale di un genotipo autoctono di ricino nell’area di Gafsa, in Tunisia, e il 4 dicembre 2019 ha firmato un Memorandum of Understanding – MoU, con la SNDP (Societè National de Distribution des Petroles AGIL SpA), alla presenza del ministro dell’Industria tunisino, Selim Feriani, con l’obiettivo di collaborare, attraverso una società congiunta, per estendere la sperimentazione e avviare una coltivazione semi-industriale da cui estrarre olio di ricino, destinato alla bioraffineria di Gela. Dall’Indonesia alla Tunisia, passando per i mercati indiani e cinesi dove presumibilmente verranno acquistati gli oli esausti di seconda generazione: la filiera di Eni mantiene la rotta della globalizzazione selvaggia, in cui si produce solo dove conviene. Tutto il contrario di quel che affermano i principi dell’economia circolare, il cui obiettivo è sempre quello di chiudere i cicli in tutte le fasi della catena del valore in modo da avere bassi impatti ambientali e sociali. Come già accennato, l’olio di palma è ritenuto fondamentale per il Green Diesel, a discapito invece delle materie di scarto, che rappresentavano solo il 5% (nel 2017) e il 16% (nel 2018) del totale lavorato. La scelta è ricaduta su questo tipo di olio vegetale nonostante sia da tempo attenzionato e oggetto di preoccupazione, viste le sue ripercussioni in termini di cambiamento della destinazione dei terreni coltivabili a scopi alimentari. Considerata la crescita demografica – si prevede che al 2050 il Pianeta sarà abitato da 9,8 miliardi di persone – l’espansione su larga scala di colture in competizione con quelle a scopo alimentare, come per esempio l’olio di palma, non è considerata un’opzione sostenibile e perseguibile. Il raggiungimento della sicurezza alimentare sarà quindi reso più difficile dalla crescente concorrenza per la terra derivante proprio dalla richieste del settore energetico dei biocombustibili, provocando così anche un aumento sensibile dei costi delle materie prime. Un altro impatto non trascurabile è quello dovuto alla perdita di foreste e praterie convertite in coltivazioni per fini energetici. Consapevole del variegato spettro di critiche sull’utilizzo dell’olio di palma, anche in seguito alla multa dell’Agcm, nel febbraio 2020 Eni ha redatto e pubblicato un’insolita pagina sul proprio sito web dall’esplicativo titolo “La nostra posizione sulle biomasse”. Vero è che recentemente Eni ha promesso di diventare palm oil free entro il 2023, ma pare evidente che, così applicata, l’economia circolare non sembra essere una soluzione ai problemi ambientali quanto piuttosto un nuovo modello di business.

Un green business, come lo definisce l’azienda nei suoi documenti interni, che non penalizza gli introiti di cassa ma contribuisce a mantenere salva la reputazione. Lo si nota nettamente nel dossier sul percorso di decarbonizzazione, in cui di particolare interesse è la sezione sul risk management. In particolare si analizzano i rischi e le opportunità (davvero) connesse al cambiamento climatico. Premesso che potrebbe apparire di cattivo gusto analizzare i possibili vantaggi economici che potrebbe comportare una crisi globale, è evidente che si tratta di un’analisi interna rivolta agli azionisti. Tra i fattori di rischio Eni riporta “l’adozione di procedimenti in materia di climate change, l’incremento dei costi operativi e di investimento, il possibile declino della domanda globale di idrocarburi, ricadute sulla percezione degli stakeholder”, mentre alla voce opportunità si indica l’eventuale necessità di investimenti upstream per compensare il declino della produzione dei campi esistenti, la crescita della domanda di gas e apertura di nuove opportunità di mercato (come ad esempio il Gas Naturale Liquefatto), la sostituzione del carbone con il gas, oltre al green business delle rinnovabili. I documenti interni dunque appaiono più sinceri e meno melliflui delle attività di comunicazione, pubblicità e propaganda: un settore che solo nel 2019 ha visto impiegati 73 milioni di euro, per intenderci circa la metà di quanto il cane a sei zampe prevede di spendere annualmente fino al 2023 proprio sull’economia circolare. Il dato è stato reso noto dalla stessa azienda alla scorsa assemblea degli azionisti, per specificare che nei 600 milioni in 4 anni sull’economia circolare sono comprese, oltre alle “bioraffinerie”, anche la chimica “bio” (le virgolette sono di Eni) e il progetto “waste to fuel”, per ricavare, oltre a “bio”-olio, anche acqua dai rifiuti organici. Da tempo Descalzi va infatti proclamando che “i rifiuti sono il petrolio del Duemila”. Perché la chiave, per Eni, è sempre lì: il business, che adesso diventa un green business.

Le informazioni e i dati sono tratti dal dossier “Follow the Green, la narrazione di Eni alla prova dei fatti” disponibile sul sito di A Sud: https://asud.net/follow-the-green-la-narrazione-di-eni-alla-prova-dei-fatti/

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