Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

I musei del lavoro industriale in Italia

Una identificazione precisa dei musei dell’industria non sempre è possibile, vi sono infatti
musei scientifici che hanno un rapporto diretto con la storia delle tecnologie industriali, è il
caso del Museo Leonardo Da Vinci di Milano, che si chiama “museo della scienza e della
tecnica” (lo stesso vale per l’importante “museo nazionale della scienza e della tecnica” di
Catalogna con sede a Terrassa) per sottolineare un legame innegabile al di là delle
peculiarità locali, a partire dalla lamentata separatezza tra scienza e industria nel nostro
Paese.
D’altro canto vi sono musei del lavoro contadino che forniscono elementi su una vicenda
che ha assunto un andamento travolgente: l’industrializzazione se non la
scientificizzazione dell’agricoltura. In ogni caso sono numerosi i musei che documentano la
meccanizzazione del lavoro contadino, simboleggiata dall’introduzione del trattore.
Una ulteriore dimensione a cui qui si può solo dedicare un accenno concerne la cultura
operaia, le condizioni di vita di lavoratori e lavoratrici di fabbrica e delle loro famiglie. Sia
pure con impostazioni differenziate esistono musei dedicati al mondo del lavoro
industriale in tutti i Paesi europei, ed è possibile individuare, a grandi linee, i principali
modelli nella rappresentazione della cultura operaia di fabbrica: quelli sorti per influsso
dell’archeologia industriale, quelli legati alla storia della tecnologia di impianto
positivistico, quelli legati al movimento operaio e alla storia del lavoro, quelli attenti alla
quotidianità piuttosto che all’innovazione. Su questo sfondo, che rimanda a peculiarità
nazionali, si sta affermando una sorta di modello europeo che combina l’adozione delle
nuove tecnologie sul piano dell’allestimento e della divulgazione con la centralità dell’asse
storico-sociale dal punto di vista dei contenuti. L’Italia è rimasta a lungo estranea a questo
rinnovamento, da noi, al contrario, mentre si diffondeva in profondità, ben oltre il
tradizionale triangolo, il processo di industrializzazione, si aveva un’ampia diffusione dei
musei della cultura contadina ma nessun museo dedicato alla condizione operaia.
L’investimento ideologico oscurava l’attenzione per gli aspetti concreti della storia operaia,
dal sapere tecnico alla vita quotidiana.
Solo di recente la situazione è cambiata, sull’onda del forte e rinnovato interesse che un po’
ovunque si sta manifestando per i musei, a cui si affida la memoria del Novecento e di un
modo di produrre superato dall’avanzare della “nuova economia” globalizzata. In questa
ottica gli operai di fabbrica non sono diversi dai contadini, anch’essi appartengono ad un
“mondo che abbiamo perduto”. Non è quindi un caso che negli ultimi anni si sia registrata
una spinta diffusa verso “musei spontanei”, di ambito locale, dedicati al lavoro di fabbrica
o di miniera.
Anche in Italia, come negli altri Paesi europei di vecchia industrializzazione, sorsero nella
seconda metà dell’Ottocento dei musei aventi per obiettivo di far conoscere e
propagandare lo sviluppo delle industrie, nonché per sostenere la ricerca scientifica
applicata alla tecnologia. Il primo fu quello di Torino, sorto nel 1872, il Regio Museo
Industriale Italiano, che contribuì poi alla nascita del Politecnico della capitale subalpina.
Nei decenni successivi, dopo il consolidamento di una vera base industriale, tali istituzioni vennero smantellate, e si dovettero attendere gli anni Cinquanta perché il Museo della
Scienza e della Tecnica di Milano, concepito molto prima, potesse aprire i battenti.
Per capire tali esiti, accanto al peso di una tradizione nazionale di lungo periodo non vanno
dimenticati altri influssi culturali che diventano particolarmente efficaci perché poco o
nulla contrastati da diverse concezioni della cultura. Richiamiamo soltanto l’egemonia
dell’idealismo, secondo cui la Wissenschaft, in quanto scienza non utilitaria, implica la
rigida subordinazione del sapere tecnico; solo il sapere per il sapere esprime la nobiltà
dello spirito indifferente ai bisogni materiali ed inferiori della vita. In questo ambito i
musei possono svolgere unicamente una limitata funzione pedagogica, in vista di una
illusoria democratizzazione della scienza; il che apriva la strada agli attacchi dell’alta
cultura élitaria e delle avanguardie artistiche contro i contenitori di memoria congelata,
visti, nell’età delle “esposizioni universali” e della produzione di massa, ora come
sorpassate macchine ideologiche ora come vettori della mercificazione.
L’Italia, nella fase di avvio della sua rivoluzione industriale, ha notoriamente sofferto della
carenza di materie prime per l’industria, mentre è riuscita a sviluppare alcuni significativi
comparti delle attività di trasformazione, sino a diventare un Paese industriale di notevole
importanza. Non tutti sanno che la sua posizione nella graduatoria mondiale dei Paesi più
industrializzati è rimasta pressoché invariata nel corso dell’ultimo secolo. Nonostante
queste caratteristiche, i musei dedicati alla storia dell’industria non sono riusciti ad
affermarsi, neppure alla conclusione del ciclo fordista sull’onda dell’archeologia
industriale, diffusasi in modo capillare al di là della “moda” dei primi anni Ottanta. Si può
dire che il settore che ha ricevuto le maggiori attenzioni, specie da parte del sistema delle
autonomie, è quello minerario, di importanza marginale nel modello italiano di
industrializzazione.
Anche in questo caso i progetti sono rimasti spesso sulla carta, ma non mancano musei e
parchi minerari operativi o che stanno per diventarlo. In Valle d’Aosta esiste il Museo
minerario alpino di Cogne, aperto nel 1990 e dedicato allo sfruttamento (sino al 1979) del
giacimento di magnetite più alto d’Europa. Nel ’92 è stato istituito per legge il “Museo
minerario regionale” che dovrebbe articolarsi in diversi poli siderurgico-minerari. A Prali,
in Val Germanasca, una zona del pinerolese con giacimenti di talco e grafite, è stata aperta
con successo una miniera-museo. Di notevole interesse e in rapida espansione, anche per il
diverso contesto culturale, è il Museo provinciale delle miniere di Vipiteno (Bolzano). Oltre
alla sede museale di Vipiteno, comprende la miniera e gli impianti di Monteneve-Ridanna,
un villaggio minerario, le miniere di rame di Predoi. È uno dei pochi esempi italiani di
museo open airpienamente funzionante. In provincia di Brescia, nell’ambito del Parco
Minerario dell’Alta Val Trompia, è stata inaugurata la Galleria di Stese di Pezzaze, ex
miniera di siderite e fluorite. Nelle diverse regioni, e soprattutto in Toscana, Sicilia e
Sardegna, sono allo studio o sono stati formalmente istituiti diversi musei minerari di
indubbie potenzialità turistico-culturali. Quelli già aperti e che funzionano al momento
sono pochi, segnaliamo comunque il Museo storico minerario dello zolfo di Perticara
(Pesaro) e, tra i progetti, il Parco-museo del petrolio a Vallezza (Parma) promosso
dall’Agip e dall’Api.
In Piemonte l’esistenza di una importante storia industriale e molte iniziative di studio non
hanno prodotto sinora risultati concreti nel settore dei musei industriali. In occasione della
mostra “Civiltà delle macchine”, svoltasi nel 1990 al Lingotto di Torino, uno degli organizzatori notava: «ho avuto modo di constatare, cercando di rimettere insieme
materiali e pezzi antichi, come le aziende non tengano nulla del loro passato» (F.
Mortillaro). Ma proprio i musei aziendali, con preminente attenzione per il marketing,
costituiscono il filone più ricco e diversificato nel panorama italiano. A Torino, nel campo
del patrimonio storico-industriale, è da segnalare l’attività di studio e conservazione
dell’AMMA (Associazione degli industriali metallurgici e meccanici) che promuove la
rivista “Culture della Tecnica”. Presso il Politecnico di Torino esiste, dal 1987, il Museo
delle attrezzature per la didattica e la ricerca, che raccoglie parte dell’eredità
dell’ottocentesco Regio Museo Industriale. Assieme al Museo ferroviario piemontese
(riconosciuto dal 1978 ma privo di sede espositiva) dovrebbe essere ricollocato nelle ex
Officine ferroviarie Grandi Riparazioni, in controtendenza rispetto alla scelta di cancellare
le grandi strutture ex industriali della capitale subalpina, per la saldatura di spinte
speculative e culturali.
Concepito negli anni Trenta il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica di Milano,
inaugurato nel 1953, è il più grande museo industriale italiano. Diviso in 28 sezioni copre
un arco cronologico e tematico molto vasto, avendo come fulcro ideale la figura di
Leonardo Da Vinci, a cui il museo è dedicato. 
In tempi recenti, anche con mostre temporanee, si è cercato di rinnovare un’impostazione
delle collezioni di tipo ottocentesco, bisognosa di radicali innovazioni concettuali e di
allestimento. Il Museo vive principalmente sulla fruizione didattica, che copre circa l’80%
delle visite, anche per il rapporto istituzionale mantenuto a lungo con il Ministero della
Pubblica Istruzione. In questo settore il rinnovamento è stato più incisivo, con la creazione
di “laboratori” che incontrano il favore di docenti e allievi. Nel 2000 è stata realizzata la
trasformazione del Museo in Fondazione di partecipazione e sono stati individuati quattro
progetti strategici per lo sviluppo del Museo, dedicati rispettivamente a: il Dipartimento
del Mare; il Dipartimento dell’Agricoltura e dell’Alimentazione; Milano energia e ambiente
2000; il Museo Virtuale. Accanto al ruolo tradizionale di conservazione delle collezioni,
l’accento viene posto sulla diffusione della cultura scientifica. È un’impostazione coerente
con l’identità e la funzione svolta dal Museo milanese, mentre resta in ombra la storia
sociale della tecnica e del lavoro, un campo di studi che da noi è poco frequentato specie
nei suoi sviluppi novecenteschi, da cui la presenza marginale dell’Italia in associazioni
quali l’ICOHTEC (International Committee for the History of Technology). 
Si tratta di un approccio che sta avendo qualche peso negli studi di archeologia industriale,
settore in cui molto intenso è stato l’impegno dei Musei Civici di Lecco. Si segnala il lavoro
per un percorso attrezzato nella Valle del Gerenzone (“la via del ferro”) e la realizzazione di
due itinerari nel territorio lariano (“le vie della seta”) che dovrebbero, tra l’altro, rilanciare
l’attività di alcuni musei industriali del settore: il Museo didattico della seta di Como
inaugurato nel 1990, il rinnovato Civico Museo Setificio di Abbadia Lariana all’interno di
un filatoio e di una filanda ottocenteschi, il Museo della Seta Abegg di Garlate, con un
grande torcitoio in legno del XVIII secolo.
Innumerevoli i progetti non decollati, come il Museo d’area dell’archeologia industriale
lungo il medio corso dell’Adda, dove vi è una concentrazione di monumenti di primario
interesse (Ponte in ferro di Paderno, opifici, centrali idroelettriche, ecc.). Complessa ma
avviata è l’operazione di conservazione del villaggio operaio di Crespi d’Adda, inserito nella
lista dei siti di interesse mondiale dell’Unesco. Un Museo del lavoro industriale è stato da tempo proposto per Sesto San Giovanni, una delle culle della grande industria italiana.
Attualmente è prevista la creazione di un primo nucleo espositivo che funga da portale per
un museo della città.
Ugualmente laborioso risulta il varo del Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia,
intitolato ad Eugenio Battisti, principale ispiratore degli studi di archeologia industriale in
Italia. La realizzazione del Museo è stata promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti, a cui
si è unita la Fondazione Civiltà Bresciana. Dal 1996 il Museo, concepito come un sistema
policentrico, ha veste autonoma ed è presieduto dallo storico Valerio Castronovo.
Nonostante la mancanza di una sede centrale adeguata – prevista in un opificio di inizi
‘900 da restaurare – sono state realizzate sezioni di notevole importanza, sia per quel che
riguarda i settori tipici dell’industrializzazione bresciana e lombarda (in primis tessile e
meccanico) sia allestendo sezioni speciali (cinema e media), nonché prime proiezioni sul
territorio: Museo del ferro a S. Bartolomeo, alla periferia della città.
Passando al Veneto non muta un panorama caratterizzato da progetti rimasti sulla carta,
ovvero che con ostinazione vengono tenuti aperti nonostante le solite difficoltà. A ciò è da
aggiungere la scarsa incisività culturale di strutture di straordinario significato storico, si
pensi al Museo navale dell’Arsenale di Venezia, che non riescono nemmeno lontanamente
a svolgere un’attività paragonabile a quella di musei analoghi in altri Paesi europei.
Segnaliamo comunque l’importante lavoro di studio e recupero svolto nel vicentino.
Mettendo in rete vari piccoli musei esistenti in provincia, è sorto il Museo Territoriale
dell’Industria Vicentina (ora confluito nella rete dei Musei dell’Alto Vicentino). 
Uno dei pochi musei dell’industria sorto in Italia negli anni Novanta è il Museo del
patrimonio industriale di Bologna, localizzato alla periferia della città in una fornace
Hoffman, nei pressi del Canale Navile. Il nucleo centrale delle collezioni è rappresentato
dai materiali didattici (disegni, modelli, macchine, ecc.) sedimentati in più di un secolo di
attività presso la scuola-officina Aldini Valeriani. Partendo da tale realtà il museo rivolge
particolare attenzione al tema istruzione-sviluppo, con riferimento alla formazione tecnica
e alla crescita della piccola e media industria meccanica bolognese.
Un’altra importante sezione del museo è dedicata all’industria serica (sec. XIV-XVIII) con
la ricostruzione di un grande modello di mulino da seta, antesignano del sistema di
fabbrica. Il museo, inizialmente denominato Casa dell’innovazione, è dotato di strumenti
di comunicazione interattivi, svolge attività divulgativa e di ricerca e pubblica una rivista di
buona qualità (il semestrale “Scuolaofficina”).
La Toscana, che vanta un patrimonio storico-industriale di grande importanza, è una delle
regioni più ricche di progetti, e non mancano alcune realizzazioni concrete. Tra queste si
segnala in particolare il Museo della miniera di mercurio di Abbadia San Salvatore (Siena).
Molto ambizioso, e di difficile realizzazione, l’auspicato sistema museale del ferro nell’area
litoranea e nell’isola d’Elba, un territorio in cui le attività estrattive e produttive dagli
Etruschi giungono sino ad oggi.
C’è un evidente squilibrio tra ciò che esiste, ad esempio il Museo della miniera di Massa
Marittima (Grosseto), o il simbolico Museo del ferro di Follonica (Grosseto) e quel che si
dovrebbe fare per conservare storia e memoria di un importante passato industriale – si
pensi a Piombino -. Per il periodo più recente segnaliamo il progetto di un Parco minerario
ed ecomuseo nell’area della grande miniera di pirite di Gavorrano (Grosseto), e soprattutto
il recupero culturale delle strutture antiche e medioevali di Campiglia Marittima (Livorno),

il cui successo, anche di pubblico, dimostra la percorribilità della valorizzazione del
patrimonio storico industriale. Sempre in Toscana, alla fine degli anni Ottanta, è stato
istituito l’ecomuseo della montagna pistoiese. Una formula che sta incontrando successo
per il diffondersi di una sensibilità ambientalistica. Merita di essere segnalato in tale
ambito l’ecomuseo di Argenta (Ferrara).
Nonostante l’innegabile squilibrio Nord-Sud anche in tema di industrializzazione, l’Italia
centro-meridionale non è certo priva di un passato produttivo di grande interesse storico,
sia per le fasi premoderne che per il Novecento (si pensi a casi come Terni o Napoli). Il
panorama dei musei dell’industria, o comunque di strutture deputate alla conservazione e
studio del patrimonio industriale, è nondimeno ancora più rarefatto che nel Settentrione.
A Roma il museo dell’energia elettrica realizzato dall’Enel (1988), con un’impostazione
alquanto tradizionale è stato chiuso e le collezioni sono state destinate ad un museo
dell’elettricità che sta sorgendo presso l’Università di Pavia. Notevole successo ha invece
incontrato l’esperienza fatta presso la ex centrale Montemartini di Roma (via Ostiense),
dove, accanto ai macchinari della prima centrale elettrica romana, l’Art Center Acea ha
allestito una mostra di antiche sculture provenienti dai Musei Capitolini. Da qualche anno
nell’ambito del “Progetto Musis” è stato costituito un polo di archeologia industriale e
storia del lavoro che, al momento, può contare sulle collezioni dell’ITIS Galilei di Roma. La
dimensione storico-industriale è presente anche nell’ambizioso progetto romano al
momento denominato “Città della scienza”. 
In Campania sono stati tenuti a battesimo i primi studi italiani di archeologia industriale,
di sicuro il filone che ha dato il maggior impulso al rilancio dei musei dell’industria dopo
decenni di abbandono. Le ricerche animate da Eugenio Battisti nei primi anni Settanta su
San Leucio, interessante esempio di utopia illuministico-industriale, dovrebbero
concretizzarsi in un Museo della seta. Non sembra, invece, che le grandi aree ex industriali
di Napoli siano destinate ad ospitare un qualche museo dedicato alla storia e memoria
industriale della città; tra le opzioni forti in direzione della scienza e della natura la fase
industriale, per altri versi attualissima, rischia di essere cancellata. In ogni caso un grande
recupero di archeologia industriale è stato realizzato con la “Città della scienza”,
inaugurata nel 1996, allestita in alcuni edifici della gigantesca ex area industriale di
Bagnoi.
Di grandi dimensioni è anche il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa a Portici, sorto
nel 1989, ubicato nelle officine meccaniche volute nel 1840 da re Ferdinando II di
Borbone.
Ancora riconducibile al filone dell’archeologia industriale è l’Ecomuseo delle ferriere e
fonderie di Calabria, dedicato all’importante “polo siderurgico” delle Serre calabresi.
Si è già detto della scarsa attenzione delle imprese italiane per il loro passato storico; vi
sono però delle eccezioni e un buon numero di musei aziendali. Anche quando non hanno
un carattere puramente celebrativo, raramente danno conto del contesto storico, a partire
dal tessuto industriale in cui la vicenda della singola impresa va collocata e assume un
significato sul piano economico e sociale, tecnico e culturale. Forniamo qui di seguito un
elenco puramente esemplificativo: Museo dell’Aeronautica Caproni a Mattarello di Trento,
con la ricostruzione dei un’officina degli anni Venti; Museo Beretta a Gardone Val Trompia
(BS) nei locali della grande armeria del 1880; il ricco Museo Marzoli di prossima apertura
a Palazzolo sull’Oglio; Museo storico dell’Alfa Romeo ad Arese dal futuro incerto, e l’importante Museo dell’Automobile a Torino, a cui si è aggiunto, dal 1995, il Museo della
Tecnica Ferruccio Lamborghini a Funo di Argelato (BO); il dinamico Museo della Ducati a
Bologna; vari musei della carta, tra i quali il Museo della Carta e della Filigrana di Fabriano
(AN), dedicato alla fabbricazione della carta dal XIII secolo ad oggi; meritano di essere
segnalati anche il Museo della Tecnica e del Lavoro MV Agusta a Gallarate (VA), sorto per
iniziativa del Gruppo lavoratori anziani nonché il Museo Civico della Bilancia di
Campogalliano (MO), sorto ad opera della Cooperativa Bilanciai e con un’impostazione
storica rigorosa. Segnaliamo infine il Museo Piaggio di Pontedera (Pisa) che, per
consistenza e impostazione, segna un salto di qualità nell’ambito dei musei d’impresa. 
Tra i numerosi musei aziendali in campo alimentare ed enologico ricordiamo almeno il
Museo dell’Olivo della Fratelli Carli ad Imperia, dove l’obiettivo promozionale è raggiunto
attraverso una ricostruzione efficace e di notevole eleganza espositiva.
Un’esperienza molto interessante è quella dei musei legati ad uno specifico distretto
produttivo, una peculiarità del sistema economico italiano che ha avuto un innegabile
successo, portando l’industrializzazione ben al di là del vecchio “triangolo” e dimostrando
forti capacità competitive. Segnaliamo il Museo dello Scarpone e della Calzatura sportiva
di Montebelluna (TV), nonché i diversi musei dell’occhiale sorti in provincia di Belluno.
I musei aziendali apparentemente si collocano agli antipodi dei musei spontanei, di fronte
impronta identitaria e comunitaria, ma in realtà può anche esserci convergenza allorché il
valore aggiunto dato dalla tradizione storica, una sorta di certificato di qualità, o che
almeno è recepito come tale dai consumatori, viene a coincidere con la memoria collettiva
locale, che vi riconosce la propria storia e ne va orgogliosa. Il museo diventa una sintesi
della storia di quella comunità, percorsa attraverso i prodotti del lavoro e del sapere di
generazioni non più del tutto anonime. 
Più in generale se si considera il differenziale di velocità tra i tempi dell’innovazione
tecnologica e quelli della sua assimilazione a livello sociale e culturale, si comprende la
funzione che possono svolgere strutture museali non incentrate esclusivamente sulla
conservazione e divulgazione delle tecnologie e del patrimonio industriale del passato ma
capaci di funzionare come centri di ricerca, di discussione e riflessione attorno allo snodo
tecnica-società, confrontandosi con i complessi problemi che derivano alle nostre società
post-moderne dalla compresenza di differenti dinamiche temporali. Ci pare che questa sia
una via da percorrere per dare sostanza al tempo presente in un mondo sempre più
permeato dalla tecnologia industriale e soggetto alla tentazione di liberarsi della storia. Gli
stessi musei dell’industria possono soggiacere a questa spinta inseguendo il futuro, ed
essendone sempre superati, come nel caso degli science-center. È vero che per catturare il
pubblico, esperite le risorse dell’interattività e della virtualizzazione in fondo
perfettamente allineate con l’attuale modo di produrre centrato sulla progettazione e
simulazione, non resta che puntare sulla spettacolarizzazione, facendo leva sulle emozioni
e il gusto estetico di visitatori disponibili a farsi coinvolgere in un’esperienza inusuale. I
livelli di lettura e di fruizione possono però essere molto diversi, dal gioco alla conoscenza;
in fondo si tratta sempre di fare un viaggio dentro la tradizione forte della modernità, di
allestire una macchina culturale in grado di aiutare una comprensione riflessiva del
proprio tempo; in ogni caso una bella sfida per chi voglia fare storia con e per un pubblico
non specialistico, l’opposto dall’uso politico della storia a cui siamo abituati che ha preso
piede nella stampa e nei media.

Su questo sfondo il panorama italiano dei musei dell’industria non è soddisfacente, ma
presenta segnali di cambiamento. Oltre ai numerosi progetti mai portati a conclusione, c’è
un alto numero di musei regolarmente istituiti ma che esistono solo sulla carta, altri che
dopo la fase iniziale sopravvivono a sé stessi; la formula del museo locale, mutuata dai
musei contadini o etnografici si rivela di scarso respiro, avendo come esito una
frammentazione localistica.
Per i musei dell’industria, specie se dedicati al Novecento, la soglia dimensionale ha un
peso strategico, d’altra parte, considerata la situazione dell’archeologia industriale, e quella
delle strutture che si occupano del patrimonio industriale nel nostro paese, risulta difficile
il decollo di un museo nazionale dell’industrializzazione. È un problema di disponibilità di
risorse ma anche di concezione del museo in rapporto alla storia dell’industria nello
specifico contesto italiano. Risulta in ogni caso auspicabile la costituzione di un sistema
nazionale attorno a poli territoriali che diano tutte le garanzie scientifico-culturali. Il
ritardo accumulato rispetto agli altri Paesi europei è notevole ma la quantità crescente di
progetti e proposte dimostra che il problema è sentito e che vi sono i presupposti per una
stagione di rinnovati dibattiti e concrete realizzazioni.
 
 
 
 
  
Bibliografia
 
 Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica “Leonardo da Vinci”.
Itinerario storico, a cura di G. Majno e C. Sicola, Electa, Milano, 1992.
 
 
M. Amari, I musei delle aziende. La cultura della tecnica tra arte e storia,
Angeli, Milano, 1997.
 
 
L. Basso Peressut, Musei per la scienza. Spazi e luoghi dell’esporre scientifico e
tecnico, Lybra, Milano, 1998.
 
 
Museo dell’Industria e del Lavoro “Eugenio Battisti”, a cura di M. Negri e P. P.
Poggio, Roma, 1999.

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