Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Testimonianza su Ermanno Olmi

La guerra è una brutta bestia

che gira il mondo e non si ferma mai”

(Torneranno i prati, 2014)

La mia conoscenza ed amicizia con Ermanno Olmi nasce in età matura. Ci siamo conosciuti intorno al 1980. Entrambi eravamo nei quaranta avanzati verso i cinquanta. Lui aveva pochi anni più di me ma sembrava tanto più grande anche di età, e lo era veramente più grande, per tutto quello che di importante aveva già fatto. Io, allora, di lui conoscevo solo il bellissimo Il Posto (1961) che mi aprì gli occhi su tante cose e L’Albero degli zoccoli (1978), che riaccese in me i ricordi di un mondo che avevo conosciuto profondamente e amato, durante gli anni della guerra, vissuti da sfollato sulle colline di Franciacorta,mentre Ermanno viveva simili emozioni presso la cascina della nonna a Treviglio. Non conoscevo il suo primo lungometraggio “Il Tempo si è fermato”(1959), girato a 27 anni, che colloco tra i suoi film più belli e importanti, né i suoi interessantissimi documentari e cortometraggi degli anni Edison (1954-1958)1Ripubblicati da Real Cinema Feltrinelli nell’agosto 2008. E sia lecito ringraziare la Edison del tempo, per la generosità e lungimiranza con la quale permise al giovane Olmi di esprimersi e di crescere molto rapidamente, né I Ricuperanti (1969), che vedo questa sera per la prima volta.

Ma quanto conoscevo era sufficiente per considerarlo un Maestro, una persona alla cui amicizia era bello aspirare. E l’amicizia tra noi è nata abbastanza presto, spontanea, fluida, sempre disinteressata e si è andata rafforzando nel tempo, pur operando entrambi in campi, almeno apparentemente, così lontani ( ma lui leggeva con interesse le mie cose così come io correvo a tutte le prime dei suoi film). Lo sentivo come un Maestro, ma Maestro di che cosa? Lui era certo Maestro di tecniche cinematografiche, ma non erano queste che mi interessavano. Perché non avevo mai aspirato ad essere amico di Germi, Rossellini, De Sica, Rosi, solo per riferirmi ad altri grandi registi, per pure ammiravo come registi. In lui c’era qualcosa di diverso, di più grande di un, sia pur grande, regista.

Cercherò di illustrarvi la risposta che mi sono dato a questa domanda: Maestro di che cosa?

ma lo farò agganciandomi a degli episodi concreti che ho conosciuto da vicino, per evitare rischi di astrazioni retoriche, che certamente Ermanno non apprezzerebbe.

Nel 1983 Olmi firma un documentario lungometraggio, intitolato “Milano ’83”, prodotto da Regione Lombardia, Comune Provincia Camera di Commercio di Milano, in coproduzione con RAI. Faceva parte di un ciclo nel quale alcune grandi città europee, si facevano raccontare da un grande regista. A Milano, i poteri pubblici e privati del tempo si aspettavano una elaborazione della “Milano da bere” che era il clima dominante in quegli anni, caratterizzati dai tentativi di rinascita dopo gli anni di piombo. Ed, invece, Olmi filmò una Milano della vita reale, dura, affannata, che lavora anche di notte, che si sveglia prestissimo per arrivare in tempo, con le Ferrovie Nord, sul posto di lavoro. E’ un documentario senza una parola che, visto venti anni dopo come lo vidi io, ti fa capire come Olmi, nel 1983, aveva lanciato un grido d’allarme, un monito, dettato dall’amore, per una città che rischiava di perdere il suo bene più prezioso, la sua umanità. Eppure questo documentario fu vissuto come un disturbo dagli esponenti della Milano da bere. Il documentario non fu mai proiettato e la matrice originale fu ritirata e tolta dalla circolazione, forse distrutta. Solo dopo 20 anni, grazie ad alcune copie pirata, fu possibile vederlo e discuterlo in circoli ristretti e qualificati.

Questo episodio mi serve per il illustrare il primo pilastro della personalità di Olmi. Olmi è un uomo della “parresia”, cioè una persona che coltiva, in modo intransigente, il “Coraggio della verità”. Con questa espressione viene intitolato da Michel Foucault l’ultimo dei suoi famosi corsi al Collège de France (1984), tutto dedicato alla “parresia” dei greci, che così definisce: ” la parresia è l’attività che consiste nel dire tutto: pau rema”. Parresiaresthai significa “dire tutto”. Il parresiastes è colui che dice tutto. La parresia è dunque, in poche parole, il coraggio della verità di colui che parla e si assume il rischio di esprimere, malgrado tutto, l’intera verità che ha in mente”. Secondo Foucault il parresiastes greco, per eccellenza, è Socrate.

Olmi è una persona che dice tutto quello che lui pensa e sente essere la verità, pronto ad assumersi le conseguenze di ciò che dice, a pagare tutti i prezzi, senza mai farsi fuorviare da autorità, minacce, media, collusioni, corruzioni, altre influenze indebite, conoscenze, pigrizie ed amicizie. E’ per questo che quando parla in pubblico la gente non lo ascolta come si ascolta un semplice, pur grande, regista, ma, con molta maggiore intensità e partecipazione, come si ascolta un Maestro.

Nel 2009 convinsi Olmi a girare un documentario sulla “viticoltura eroica” di montagna in Valtellina. Da Ardenno a Tirano si trova la più vasta area terrazzata d’Europa con le viti arrampicate sulla montagna e sostenute da duemilacinquecento muretti a secco. L’idea era di utilizzare il documentario come sostegno di un progetto, sostenuto da Banca Popolare di Sondrio, Provincia di Sondrio e Fondazione Pro-Vinea, che mirava ad ottenere il riconoscimento, come patrimonio dell’umanità dell’Unesco, per tale affascinante testimonianza del lavoro umano. Olmi accettò, credo, molto per amicizia, perché l’impresa si presentava impegnativa, lui era molto occupato ed aveva 77 anni. Ma fu preso dal tema e concepì un lungometraggio che raccontasse la vita dei vigneti lungo le quattro stagioni. Ne è uscito uno dei suoi documentari più belli, da lui stesso intitolato le “Rupi del vino” , presentato al Festival del Cinema di Roma, dove suscitò emozione e ammirazione. E’ un vero peccato che gli enti valtellinesi ne abbiano fatto un utilizzo miserabile. Ma non è questo il punto. Vedendo il filmato e parlando con Ermanno mi resi conto che lui, personalmente, era salito ripetutamente in Valle, nel corso delle varie stagioni. Io avevo pensato che lui si sarebbe limitato alla sceneggiatura e regia e che le riprese sul posto le avrebbe affidate ai suoi collaboratori. Quando mi resi conto che così non era stato, gli dissi: Ermanno mi sento in colpa per averti spinto a questo impegno fisico sulle rampe dei vigneti della Valtellina; ma io pensavo che le riprese sul posto le avresti affidate ai tuoi collaboratori. La sua risposta fu la seguente: non era possibile Marco. Io devo farvi vedere le cose che voi, da soli, non vedete. E se non vado sul posto, se non parlo con i contadini, se non osservo io stesso l’ambiente, se non respiro l’atmosfera locale, se non colgo personalmente le sfumature, come posso far emergere le cose che, da soli, non vedete?

Credo che questo episodio illustri bene il secondo pilastro di Ermanno Olmi: l’assoluta professionalità, senza cedimenti, debolezze o pigrizie di sorta. E credo sia anche chiaro che con il termine professionalità non intendo tecnica professionale ma qualcosa di molto, molto più alto2Confesso che vi sono film recenti di Ermanno che, proprio sul piano cinematografico, non mi sono piaciuti, come “Cantando dietro i paraventi (2003) e “Il villaggio di cartone” (2011). Quest’ultimo però è essenziale nella poetica di Olmi ed è, nel dramma dell’emigrazione in cui siamo oggi immersi, profetico. E’ qui che risuonano parole importantissime: “Il bene è più della fede” e “Quando la carità è un rischio quello è il momento della carità”..

L’ultimo episodio è molto recente. Quando, finalmente, dopo anni di scelleratezze, è partita veramente l’organizzazione dell’EXPO, il commissario Sala, sapendo della mia amicizia con Olmi, mi chiese di favorire un incontro per vedere se si poteva immaginare qualcosa da fare insieme per l’Expo. Ci incontrammo nel mio studio e fu un incontro molto piacevole. Ermanno era entusiasta del tema dell’Expo e del suo significato. Delineammo vari complessi progetti cinematografici, che poi non si riuscì a realizzare. Ma da quell’incontro nacque il filmato: “Il Pianeta che ci ospita, Our host Planet”, che credo sia, per ora. l’ultimo filmato di Ermanno, pochi intensissimi minuti che ci trasmettono un sentimento di meraviglia e di amore e quindi di speranza per il Pianeta che ci ospita3“Il Pianeta che ci ospita è il titolo del cortometraggio – Expo 2015 Nutrire il Pianeta” Lo scopo di questo evento universale è innanzi tutto l’impegno dei popoli ricchi nel garantire cibo, acqua,e dignità a ogni essere umano, secondo un principio di giustizia che regola la convivenza tra le genti della Terra ” (Ermanno Olmi).. Ma di questo episodio, voglio sottolineare un punto. Nel primo colloquio, nel quale Ermanno consentì a impegnarsi per il filmato, all’inizio affermò: voglio dire subito che poiché rivendico totale libertà di esprimermi al meglio in ciò che sento, sia chiaro che qualunque cosa possiamo concordare non voglio alcun compenso personale, diverso dal rimborso delle pure spese di produzione.

Questo episodio mi serve a illustrare il terzo pilastro della personalità di Olmi: la sua assoluta indipendenza, e soprattutto la sua indipendenza dal denaro. Non si può essere indipendenti, infatti, se non si è disinteressati di fronte al denaro. “Parresia” cioè coraggio della verità, professionalità totale, indipendenza intransigente. Sono questi i tre pilastri che fanno di Olmi, non un semplice regista, ma un Maestro. Ma forse neanche questi tre pilastri, da soli, sono sufficienti.

Tra di essi spira qualcosa che li anima, li vivifica e li tiene continuamente uniti. Forse questo qualcosa lo si può trovare in alcune parole di tanti anni fa dello stesso Olmi: ” La mia formazione in una vera azienda (Edison) è stata la base del mio rapporto con il cinema, perché il cinema è anche tutto questo: il lavoro, la famiglia, è un atto religioso dell’uomo, l’affermazione della sua fiducia nella vita”.

Ma c’è un altro ricordo che mi torna sempre alla memoria quando parlo di Olmi. Quando, ragazzo, sulle colline di Franciacorta, sentivo commemorare qualche persona, magari umilissima ma umanamente speciale, della quale era insufficiente dire che era stato un bravo contadino, una persona onesta, una persona buona. Era qualcosa di più di tutto questo. Per esprimere questo qualcosa in più, quando non si trovavano più parole adatte, si diceva: l’èra ‘n poeta. Era questo il massimo!

E forse è proprio questo sentimento che chiude veramente il cerchio su Ermanno Olmi.

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