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Azioni e politiche per l’ambiente: un dialogo tra Giuliano Tallone e Ippolito Ostellino

La conversazione che pubblichiamo qui chiude il libro di Giuliano Tallone Le leggi della natura. Politiche e normative per l’ambiente in un mondo globalizzato (Pisa, ETS, 2021, pp. 358, € 30), ambizioso e ponderoso tentativo di fare il punto sulle legislazioni ambientali italiane e internazionali. Il pregio dell’opera non risiede tuttavia soltanto nella vastità e completezza della trattazione ma nella sua capacità di collocare lo sviluppo della legislazione ambientale nei vari contesti politici e culturali dell’ultimo secolo e mezzo. Il libro diviene in questo modo una sorta di riflessione, ampia e profonda, sulla questione ambientale, sull’ambientalismo e sulle politiche ambientali italiane e globali nel mondo moderno. Queste pagine finali di confronto con Ippolito Ostellino tentano – con la generosità e i limiti che questi sforzi sempre comportano – di alzare ulteriormente l’asticella, sia per quanto riguarda l’analisi che per quanto riguarda la proposta. Giuliano Tallone è stato presidente della Lipu, direttore dei parchi nazionali della Val Grande e del Circeo ed è attualmente dirigente della Regione Lazio e docente a contratto dell’Università Roma “La Sapienza”. Ippolito Ostellino è stato direttore delle Aree protette del Po e della Collina torinese e presidente dell’Aidap.

Tallone. Ho scelto di chiudere questo volume non con la classica chiosa che tenta una sintesi finale, ma piuttosto con un dialogo con un collega naturalista, studioso e appassionato come me da anni di “questioni naturali”. E perché proprio un dialogo? È una categoria che nell’attuale società sembra ormai essere divenuta una rarità, e che invece ha assunto grande significato nella storia del pensiero umano, e mi piace qui ricordare uno dei grandi intellettuali contemporanei che intorno al dialogo hanno costruito un pensiero profondo: si tratta di Daisaku Ikeda, il filosofo, educatore, maestro buddhista e attivista giapponese, già presidente della sezione nazionale della Soka Gakkai, uno dei più importanti leader spirituali buddhisti assieme al Dalai Lama e a Thích Nhất Hạnh. Citando il Mahatma Gandhi per lui era perentorio: Devi dialogare!

È un’arte alla quale educarsi ed esercitarsi. Per Daisaku Ikeda il dialogo è centro del suo pensiero e in questa categoria egli radica l’idea che la trasformazione profonda della persona sia la chiave per la pace e per un armonioso rapporto proprio con la natura. Senza questa “rivoluzione umana” le riforme sociali e strutturali non riuscirebbero da sole a produrre effetti duraturi. Per questa ragione, di metodo ed etica, ho pensato di scrivere a quattro mani queste conclusioni ed ho chiesto a Ippolito Ostellino, che mi ha per certi versi instradato sulla via dell’impegno ambientale nella Torino del 1984, lui naturalista e responsabile della delegazione LIPU torinese d’allora e io, più giovane studente interessato alle scienze della natura. Dal nostro dialogo sono nati pensieri su quali siano le strade per raggiungere una conversione ecologica della nostra società: bastano leggi severe? Forse occorre impegnarsi anche su altre vie.

Ostellino. Giuliano, devo dire che concludere con un dialogo questo tuo importante testo è bellissimo e ti ringrazio infinitamente per questo invito. Penso che il percorso che hai tracciato nei capitoli precedenti oltre a essere ricchissimo, ha prima di tutto il pregio di aver iniziato ricordando le radici culturali della difesa della natura, elemento fondante di ogni apparato giuridico. È stato un richiamo indispensabile prima di presentare la raccolta dei filoni normativi messi a punto per garantire la conservazione delle risorse naturali.

Le leggi sono infatti derivate da un contesto culturale nel quale sono cresciute quelle visioni e gli apparati etici sui quali i principi legislativi hanno posato le loro fondamenta.

Senza una cultura dell’ambiente non è possibile immaginare una legge per l’ambiente. Da George Perkins Marsh, ad Aldo Leopold fino a Renzo Videsott e Valerio Giacomini, per poi ricordare l’ecologia scientifica di Odum, Soulé, Naveh. Un percorso che non ha tralasciato anche le altre dimensioni del pensiero ecologico portando il lettore a frequentare il pensiero di Ilya Prigogine, Ivan Illich, Alex Langer, Gino Girolomoni. Una densa serie di spunti che hanno anche toccato il filone dell’economia sotto diversi approcci di Marx, Keynes, Fitoussi, e Latouche. Un insieme quindi di antesignani della crescita della consapevolezza ecologica nella società dell’industrializzazione, che hanno denunciato i modelli economici e un sistema statale che stavano intaccando già a metà Ottocento le risorse naturali dalle foreste ai giacimenti ad una velocità impressionante.

Oggi prevale un approccio se vogliamo più di carattere scientifico sulla profondità e sul peso che le modificazioni degli equilibri ambientali del pianeta hanno subito, con il quale il pensiero responsabile cerca in ogni modo di motivare il perché dell’estrema urgenza di apportare modifiche ai nostri sistemi produttivi e di vita. È una battaglia sui dati e le ricerche dovuta, anche a causa di una incredibile attività “negazionista” che specie a partire dalle posizioni degli Stati Uniti di Trump ha preso purtroppo piede, ed alla quale è necessario opporre una adeguata serie di elementi per impedirne l’avanzata.

Tuttavia la visione “etica” del nostro rapporto con la Terra, che ha segnato l’impegno dei primi pensatori a partire da Aldo Leopold e che ha visto di recente l’importante presa di posizione della chiesa cattolica con Papa Bergoglio con la promulgazione dell’Enciclica Laudato sì, rappresenta l’altro elemento fondante di una politica di conservazione che supera il concetto della regola e guarda al principio della responsabilità: è del grande biologo evoluzionista Stephen Jay Gould la frase: “Non vinceremo mai la battaglia del salvare specie ed ecosistemi senza creare un legame emotivo tra noi e la natura, perché nessun uomo salverà ciò che non ama”.

D’altro canto, che si debba ragionare in modo più profondo sul perché della crisi ecologica l’ha anche sostenuto il grande Gregory Bateson che nel suo Verso una ecologia della mente, afferma: “Che tutte le molte attuali minacce alla sopravvivenza dell’uomo sono riconducibili a tre cause primitive: progresso tecnico, aumento della popolazione, certi errori del pensiero e negli atteggiamenti della cultura occidentale. I nostri ‘valori’ sono sbagliati”. Quindi il problema è radicato nella cultura di cui siamo dotati e dei connessi valori etici e morali: la ragione che Bateson affida alla categoria della “hybris”, termine con il quale i Greci intesero una qualsiasi violazione della norma della misura cioè dei limiti che l’uomo deve incontrare nei suoi rapporti con gli altri uomini, con la divinità e con l’ordine delle cose.

In questo dialogo partire dall’assunto che il problema del rapporto uomo-natura abbia origini profonde, antropologiche e ideali, è utile per una ragione specifica. Se pensiamo infatti al corposo apparato di regole e normative che hanno visto la luce in un periodo che copre tutto il novecento, con una impennata dagli anni ‘70, e se guardiamo dall’altro lato ai risultati ottenuti oggi sul fronte della tutela, il bilancio non è entusiasmante: le grandi questioni della riduzione delle emissioni non sono risolte, come gli allarmi sulla perdita di biodiversità restano alti, e nazioni di primo piano giungono negli anni 2000 ad abbandonare protocolli come quello di Kyoto o organizzazioni come l’UNESCO, tra le più impegnate nella valorizzazione del territorio.

Non dipende allora tutto dall’efficacia delle regole o dalla loro presenza nell’apparato delle norme che regolano una società, ma da questioni anche di natura etico-sociale nelle quali ben poco possono le imposizioni legislative e gli apparati delle sanzioni. C’è allora forse bisogno anche di altre azioni? Di altri strumenti?

Giuliano, quali possono essere i motivi secondo te che sottendono questi risultati non entusiasmanti sull’efficacia complessiva delle leggi della natura nate anche da quell’insieme di culture ed etiche che hanno arricchito il dibattito teorico intorno alla categoria “ambiente”?

Tallone. I sistemi politici e giuridici sono una risposta delle società ai problemi della convivenza, dapprima all’intero degli Stati nazionali, poi anche nel dialogo tra gli Stati tra loro e nelle Organizzazioni Internazionali. A partire dal Dopoguerra quando la Società delle Nazioni è divenuta le Nazione Unite, si è tentato di costruire una governance internazionale che affrontasse i principali problemi dei diversi momenti storici: la Guerra Fredda, la fame nel mondo, l’uso delle risorse, la risoluzione dei conflitti e, attraverso i diversi trattati internazionali che abbiamo esaminato in questo volume, la gestione dei problemi ambientali, partendo da questioni specifiche (conservazione di specie, di tipologie di ambienti, di inquinamenti derivanti da varie fonti), ed arrivando a strumenti giuridici complessivi come la Convenzione sulla Diversità Biologica o la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici.

Ad una prima analisi del quadro giuridico internazionale sembrerebbe che tutto sia sotto controllo: oggi le più importanti questioni ambientali sono affrontate da specifici strumenti giuridici con una loro efficacia, e con influenza sulle politiche nazionali che, alla fine, sono quelle che sommate danno concretezza agli aspetti strategici e politici contenuti nei trattati. Ma purtroppo, come dimostra la cronaca, non è effettivamente così. Come abbiamo visto nei rispettivi capitoli, le due grandi questioni ambientali del nostro tempo – la perdita di biodiversità e dei relativi servizi ecosistemici e i cambiamenti climatici – alle quali va affiancata la crescente disparità sociale in molte aree del mondo, non solo non tendono a migliorare nel loro dato oggettivo di sviluppo nel tempo, ma anzi sembrano peggiorare in modo crescente. Entrambi i fenomeni non paiono migliorare nel loro andamento, alla luce delle analisi e studio svolti a livello internazionale dagli istituti scientifici di riferimento, ma addirittura peggiorare. Il tasso di perdita della biodiversità pare accelerare, nonostante gli ambiziosi e falliti obiettivi al 2010 di “arrestare la perdita di biodiversità” (non il “tasso di perdita”), e altrettanto sta avvenendo per i cambiamenti climatici, ed oggi l’obiettivo di Parigi del 2015 di non superare l’aumento di temperatura di 1,5° al 2050 sembra ormai quasi irraggiungibile (e forse lo stesso è anche per l’obiettivo subordinato di 2°).

La domanda che dobbiamo farci è: cos’è che non ha funzionato? Dopo 50 anni di sforzi (nel 2022 sarà l’anniversario del mezzo secolo dalla Conferenza di Stoccolma del 1972) possiamo dire che le politiche ambientali internazionali sono fallite? È ineluttabile che l’umanità si avvii verso un periodo di emergenze crescenti, di crisi globale dei sistemi economici e sociali dovuti ai cambiamenti climatici e alla perdita di biodiversità e conseguente crollo dei servizi ecosistemici?

Il punto centrale, la chiave di volta, è l’incapacità della politica di assumere decisioni vincolanti. Ciò che salta immediatamente all’occhio nell’esame diacronico dello sviluppo delle politiche e normative ambientali è la distanza tra impegni teorici e norme pratiche, e l’ampio utilizzo di soft laws, con impegni generici, alle quali poi non corrispondono decisioni vincolanti. La storia delle trattative sul clima ha qualcosa di grottesco. A partire da Rio 1992 è stato riconosciuto con chiarezza da parte degli scienziati, e delle Nazioni della Terra, che “Huston, abbiamo un problema”. Nonostante ciò ci sono voluti ben 5 anni per arrivare all’unico strumento operativo e vincolante di limitazione delle emissioni, il Protocollo di Kyoto, approvato nel 1997. Da allora, nonostante le numerose e ripetute occasioni di confronto, ipotesi di ulteriori e più incisive norme e limitazioni, sviluppo di strumenti finanziari e di economia ambientale per affrontare la questione della mitigazione delle emissioni, null’altro di concreto è stato fatto. Dopo il fallimento di quello che avrebbe dovuto essere il secondo Vertice sulla Terra, Copenaghen 2009, con una sostanziale accelerazione degli impegni concreti, si è riusciti solo, alla COP di Doha del 2012, ad approvare il famoso Emendamento con il quale si proroga semplicemente il Protocollo di Kyoto ancora per qualche anno (fino al 2020), anche se legalmente l’Emendamento non ha raggiunto il numero di adesioni necessarie per la sua entrata in vigore. Nel 2015 i generici Accordi di Parigi, con un obiettivo “alto” (limitare la crescita del riscaldamento a 1,5°, con un vincolo sui 2°), ma senza spiegare esattamente come raggiungerlo. Negli ultimi anni i frequenti incontri che avrebbero dovuto dare maggiori gambe operative agli Accordi di Parigi non sono riusciti a raggiungere significativi impegni vincolanti, con costanti e successivi rinvii. E allora, perché la politica internazionale non riesce ad arrivare ad un risultato concreto, nonostante l’urgenza del problema, come ci ricorda costantemente Greta Thunberg?

Le risposte vanno cercate su diversi piani: innanzitutto negli interessi economici contrapposti dei grandi paesi come USA, Cina, Russia, UE, India, Brasile, Giappone, Canada e pochi altri, per i quali le limitazioni alle emissioni, e gli investimenti finanziari necessari nelle politiche di adattamento nei complessi meccanismi di cooperazione tra gli Stati, sono molto impegnativi dal punto di vista dell’impatto sulle proprie economie, che hanno la priorità rispetto ai problemi di medio -lungo termine che verranno causati dal cambiamento del clima. Guardando alle economie, le due principali categorie di soggetti coinvolti nelle retrovie per influenzare i propri governi sono i grandi gruppi industriali e manifatturieri da un lato, e i mercati finanziari (che spesso detengono concretamente la proprietà di tali soggetti industriali) dall’altro. Ovviamente in questo si inseriscono poi complessi meccanismi di geopolitica, oggi molto influenzati dalla necessità di approvvigionarsi di risorse ambientali come le fonti fossili di energia (ad esempio i gasdotti hanno un ruolo rilevante), l’acqua, le risorse minerarie, le aree idonee alla produzione agricola, le concessioni forestali, gli stock ittici oceanici. Ricordiamo ad esempio il fenomeno del land grabbing (di cui si parla poco), e cioè l’accaparramento da parte dei grandi soggetti finanziari internazionali della proprietà delle terre, ad esempio in Africa, che potenzialmente possono avere diversi tipi di utilizzo.

Il secondo piano è la debolezza crescente dei sistemi politici democratici occidentali, giunti spesso in una fase di maturità avanzata nella quale si inseriscono diversi meccanismi che allontanano sempre di più la reale possibilità delle opinioni pubbliche di influenzare realmente le scelte politiche. L’avanzare dei populismi e dei sovranismi è anche una conseguenza di sistemi politici frammentati e di opinioni pubbliche fortemente orientate da mass media ormai in gran parte in mano a pochi gruppi economici e finanziari, che spesso producono direttamente i candidati o anche i leader politici – meccanismo che avrebbe essere contestato da norme anti -trust e sul conflitto di interessi, ma anche in questo caso con pochissima efficacia – e ultimamente dai social media, anch’essi apparentemente “aperti” ma invece gestibili e controllabili con meccanismi tecnici ormai noti e consolidati (vedi ad esempio il ruolo di Steve Bannon e del suo The Movement nello sviluppo della comunicazione dei partiti sovranisti in Europa). Il sogno utopistico di Beppe Grillo di sviluppare meccanismi aperti di partecipazione democratica attraverso la rete, per una politica verso i cittadini e l’ambiente, pare oggi, solo dieci anni dopo, scontrarsi con una realtà molto diversa dalle intenzioni. La disaffezione dalla politica, la “antipolitica” ormai è un fattore importante col quale fare i conti. Il crescente numero di cittadini che decidono di non esprimersi più alle elezioni, con un astensionismo crescente, era già un fenomeno evidente negli Stati Uniti già da molti decenni, ma ora si è trasferito in Europa – e in particolare in Italia – dove alle ultime elezioni europee del 2019, ad esempio, il 43,7% dei votanti si è astenuto, con punte del 60% nelle isole.

Il terzo e conseguente piano è la mancanza, sempre nelle “democrazie occidentali” di leadership politiche forti, che portino avanti una visione di medio-lungo termine, nel bene e nel male, figure che un tempo si definivano “statisti”, che avevano invece caratterizzato la seconda parte del Ventesimo secolo (pensiamo a personaggi politici molto diversi come Ronald Reagan, Jaques Chirac, François Mitterand, Margaret Thatcher, Olaf Palme, e per l’Italia Aldo Moro, Enrico Berlinguer o Bettino Craxi). Una politica debole non può creare figure politiche forti, in grado di portare avanti un progetto di lungo termine che non abbia solo un orizzonte dei pochissimi anni che separano dalla successiva elezione.

Un quarto ed ultimo aspetto è il fatto che alcuni attori importanti sullo scenario internazionale – in primis la Cina – hanno sistemi politici rigidi, e tendenzialmente non democratici, che sono orientati fondamentalmente all’aumento della capacità di impatto dei propri sistemi economici – e finanziari – sullo scenario globale, con grande efficacia, ma scarsa attenzione alle conseguenze sia ambientali sia sociali di tale grande obiettivo economico.

Ostellino. Giuliano, oggi le molteplici crisi nell’uso delle risorse testimoniano in parte il mancato raggiungimento degli obiettivi. Perché questo stato dell’arte? Le regole del diritto internazionale, europeo e nazionale sono sbagliate?

Tallone. La risposta a questa domanda è abbastanza evidente, per quanto fino ad ora discusso: no, le normative sull’ambiente sono in grandissima parte una grande acquisizione del mondo moderno, e ci sono stati anche risultati positivi della loro adozione. Un esempio evidente è quello del problema del “Buco dell’Ozono”, di cui molto si discusse negli anni ‘80 e ‘90, e che sembrava minacciare in modo pesante la vita umana e delle altre specie, con il rischio della perdita dello strato di Ozono che protegge la terra dai raggi UV; una risposta di diritto internazionale, il Protocollo di Montreal (del quale si è detto in un precedente capitolo) ha sostanzialmente risolto il problema.

L’insieme della normativa ambientale che si è analizzato nel volume ha inoltre costruito un complesso sistema di organismi internazionali con funzioni di politica ambientale, agenzie internazionali, organismi territori ali di gestione delle aree protette, agenzie nazionali ambientali che costituiscono molti centri di eccellenza, controllo, conoscenza ed elaborazione di proposte per affrontare le complesse situazioni e dinamiche che intercorrono tra l’uomo, i sistemi economici e le risorse ambientali. In realtà anche sui due principali problemi ambientali del nostro tempo – i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità e dei servizi ecosistemici associati, ai quali potremmo aggiungerne almeno un terzo, l’inquinamento ambientale ad esempio dovuto alle plastiche – esistono importanti quadri normativi internazionali, che in termini di principio, affrontano i problemi connessi. La questione è la mancanza di attuazione di tali principi generali, come abbiamo discusso sopra.

Ma allora Ippolito secondo te da cosa è dipesa questa situazione, oltre ad una prima serie di valutazioni che ho prima esposto? Ci sono forse ragioni altre e più profonde?

Ostellino. Credo proprio di sì. Una prima ragione di fondo penso sia da individuare nella incompletezza del percorso che il movimento ambientale ha sviluppato a partire dalla sua diffusione di massa, avvenuta con le battaglie di Rachel Carson e della denuncia partita dal suo Primavera silenziosa. Intendo dire che all’impegno nelle proteste e nelle battaglie per il raggiungimento di comportamenti più rispettosi o per la adozione di norme più di difesa dell’ambiente, avrebbe dovuto essere contestualmente condotta una forte azione culturale ed etica per radicare le scelte ambientali all’interno del tessuto etico e sociale. Era sufficiente proseguire nel coltivare le visioni e le idee sul valore dell’etica della natura che dall’800 e nel ‘900 inoltrato molte scuole di pensiero avevano affermato. Anzi il bagaglio a cui attingere nella costruzione di un percorso tra pensieri e teorie sul valore della natura per la vita dell’uomo è davvero enorme. Come hai accennato all’inizio di questo nostro scambio di idee, le scuole e i pensatori che si sono prodigati nella costruzione di un impianto etico e culturale intorno alla questione ecologica o ambientale.

Sperando di essere compreso nell’esporre questo elenco che segue, credo sia importante ricordare che sono diversi e plurimi i contesti di pensiero a cui faccio riferimento e molti i testimoni tra i quali ricomprendo alcuni da te citati ed altri in aggiunta cercando di assegnarli anche una diversa appartenenza di filone: possiamo infatti immaginare di organizzare questa squadra di pensatori ambientali in cinque categorie diverse:

L’approccio geografico-scientifico con George Perkins Marsh, John Muir, Elisée Reclus, Aldo Leopold, Vladimir Verdnaskji, Aurelio Peccei, James Lovelock, Valerio Giacomini, Fritjof Capra, Edward O. Wilson, Francisco Javier Varela Garda e Humberto Maturana.

L’approccio umanistico-filosofico, con Theilard de Chardin, Hans Jonas, Arne Naess, Raimond Panikkar, Edgar Morin, Serge Moscovici.

L’approccio planologico con Patrick Geddes, Lewis Mumford, IanMcHarg. L’approccio economico-politico con Karl Heinrich Marx, Friederic Engels, Nicholas Georgescu- Roegen.

Quello politico-sociale con Petr Alekseevic Kropotkin, Murray Bookchin, Mohandas Karamchand Gandhi (Mahatma Gandhi), Ivan Illich, Jorge Mario Bergoglio (Papa Francesco) e Ioannis Zizioulas, Daisaku Ikeda.

Ed infine ma non ultimo quello dell’eco-femminismo con Vandana Shiva, Rachel Carson, Hellen Henrietta Swallow, Marie Sklodowska Curie, Irene Joliot Curie, Laura Conti, Francoise d’Eaubonne, Tina Merlin, Donella Meadows, Dian Fossey, Wangari Maathai, Arundhati Roy, Rigoberta Menchù Tum, Gro Harlem Brundtland, Carla Ravaioli, Ilaria Alpi, Eva Buiatti, Nohra Padilla, Berta Caceres.

Oltre ai movimenti ambientali dovevano quindi anche nascere scuole di etica ecologica che potevano e in realtà possono ancora, attingere a questo sterminato bagaglio ideale: un percorso quello del coltivare l’etica ambientale che è stato sostituito dall’esplodere delle scienze della natura, che hanno sviluppato quelle che viene chiamato “l’ecologia cognitiva”, abbandonando lo sviluppo dell’ecologia affettiva e delle esperienze di relazione con la natura sotto un profilo etico, psicologico, filoso fico ed anche esperienziale.

Ma a mio parere non basta ancora questa ragione sia pure di fondo. Ci deve essere anche qualcosa che ha a che fare con il modello di sviluppo delle società, con i temi dei sistemi economici in cui viviamo. Secondo te Giuliano in cosa potrebbe consistere questa seconda ragione?

Tallone. Molto spesso ragionando di ambiente, per la nostra stessa struttura psicologica e culturale, tendiamo a concentrarci sulle risposte prossime ai problemi. L’inquinamento dell’aria è causato dalle automobili che circolano, o dagli impianti di produzione dell’energia che utilizzano le fonti fossili come carbone e petrolio; l’estinzione delle specie animali è causato dalla caccia eccessiva (o bracconaggio, se illegale); l’inquinamento delle acque è causato dalle plastiche (e microplastiche) che vengono gettate nei fiumi e nel mare, o in essi trasportati, e non gestite nel ciclo del riciclo e riutilizzo dei rifiuti. Tutto giusto. Ma queste sono solo, appunto, le cause prossime dei problemi, non le cause ultime. Va compreso che l’inquinamento crescente, la modificazione del clima, l’estinzione delle specie e la distruzione e degradazione degli habitat hanno due motori principali, che stanno su un’altra scala rispetto a quanto sopra elencato.

Il primo è la crescita demografica della popolazione umana (di cui si è parlato nei primi capitoli), che richiede sempre maggiore energia, maggiore produzione alimentare, maggiori risorse ambientali e produce sempre più inquinamento e rifiuti. L’ipotetico “disaccoppiamento” (produrre di più con minori risorse) dovuto alla crescente capacità tecnologica è ancora molto di là da venire.

Il secondo fattore, unito al primo, è il modello consumistico delle nostre economie, inserito nel contesto di un unico mercato globale totale, una specie di Moloch che divora il pianeta a velocità crescente. Questo paradigma fino al 1989 era limitato a circa metà degli stati del mondo, ma da allora (e dal 2001 con l’entrata nel WTO della Cina) è ormai esteso a tutte le nazioni, tutti i continenti, tutti i popoli della terra. Le capacità del mercato globale si sono rapidamente accresciute, con un boost da missile spaziale, grazie alla digitalizzazione, ai social market sul web (nato, lo ricordiamo, solo il 6 agosto del 1991, giorno in cui l’informatico inglese Tim Berners-Lee pubblicò il primo sito web nella storia) e ai grandi provider del mercato digitale come Amazon. Ovviamente ciò richiede risorse fisiche (materiali, materie prime, spazi produttivi) sempre maggiori, con un consumo crescente degli ecosistemi del pianeta, produzione crescente di CO2 e di altri gas serra, produzione di rifiuti come le plastiche. Si aggiunge a tale scenario già critico il controllo dei mezzi di produzione e dei mercati da parte di grandi colossi finanziari, che operano in modo spregiudicato sui mercati finanziari internazionali, con un obiettivo unico: il profitto.

Certo Ippolito se la situazione è questa con motivi di carenza etica e di modelli economici opposti a quelli che sarebbero necessari per una convivenza tra uomo e natura sul Pianeta, allora possiamo pensare che tutto è perduto? Ci sono strade di ritorno secondo te?

Ostellino. Lo stato della questione ambientale non fa certo dormine sonni tranquilli. E sul destino delle nostre “civiltà” aleggia con forza il pensiero di una drammatica fase di declino, come J. Huizinga aveva ben descritto nel suo Lo scempio del mondo, nel quale non si era tuttavia sottratto anche lui dall’immaginare quali potevano essere le “prospettive del risanamento”.

Si può affermare che la speranza in un cambiamento sia ancora possibile e le radici di pensiero e spirituali ci vengono in aiuto con tanti “eserciti di idee”, che gli autori richiamati più sopra hanno costruito in oltre 150 anni di elaborazioni, per scoprire anche, come hanno fatto alcuni di loro, che i modelli per una società ecologica siano già presenti in culture antiche che l’onda dell’occidentalizzazione del pianeta ha sostituito con i propri dogmi sul progresso: mi riferisco al corpus di idee dei popoli nativi d’America settentrionale, al pensiero del Buen vivir dell’America meridionale come al pensiero asiatico in particolare Buddhista.

Dal 2016 si è aggiunta anche una voce importante al fianco dei tanti critici, filosofi e pensatori che hanno denunciato tra il ‘900 e il 2000 il grave stato equilibrio del Pianeta e che hanno affermato la necessità della costruzione di un “pensiero ecologico”: mi riferisco all’operazione culturale e di grande diffusione ecumenica che la Chiesa Cattolica ha varato con la promulgazione della enciclica Laudato si’, firmata da Papa Francesco, costruita con l’accordo anche della Chiesa Ortodossa. Questo documento è infatti una sorta di summa del valore del tema ambiente per la società umana, proponendo con nuove e certo autorevoli parole la questione dell’intreccio intimo tra crisi del pianeta e crisi delle popolazioni in difficoltà.

Così sulla LS si legge:

LS 61. Su molte questioni concrete la Chiesa non ha motivo di proporre una parola definitiva e capisce che deve ascoltare e promuovere il dibattito onesto fra gli scienziati, rispettando le diversità di opinione. Basta però guardare la realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune. La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi. Tuttavia, sembra di riscontrare sintomi di un punto di rottura, a causa della grand e velocità dei cambiamenti e del degrado, che si manifestano tanto in catastrofi naturali regionali quanto in crisi sociali o anche finanziarie, dato che i problemi del mondo non si possono ana lizzare né spiegare in modo isolato. Ci sono regioni che sono già particolarmente a rischio e, aldilà di qualunque previsione catastrofica, è certo che l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, perché abbiamo smesso di pensare ai fini dell’agire umano: ‘Se lo sguardo percorre le regioni del nostro pianeta, ci si accorge subito che l’umanità ha deluso l’attesa divina’.

Questo documento parla proprio di speranza e della possibilità che la volontà e determinazione umana possano permetterci di prendere una nuova strada. Un grande messaggio che una religione del Pianeta ha lanciato, in aiuto alle tante dichiarazioni e carte siglate a partire dal 1972 di Stoccolma, per sostenerle al loro fianco con il pronunciamento ufficiale ed autorevole di un “credo” religioso, come valore alto di espressione morale.

E in questa speranza possiamo cercare di rispondere negativamente all’idea che tutto sia perduto. E quindi pensare in positivo con proposte nuove. Una cosa è certa: le risposte devono essere come le dita di una mano che insieme si chiudono a stringere il problema. Affidarsi ad una soluzione unica non può farci uscire dal fondo dell’imbuto in ci siamo cacciati con le nostre mani e la nostra testa.

Secondo te Giuliano da quale prima risposta ed azione si può partire?

Tallone. Sul piano delle risposte alle questioni sollevate rimane ancora moltissimo da fare, e ci si può chiedere se esistano soluzioni o se siamo destinati a vedere il crollo della civiltà umana nei prossimi secoli, o decenni.

Guardando quali possono essere le direzioni nelle quali muoversi, esistono sostanzialmente due piani, complementari tra di loro, e ugualmente necessari: la risposta politica, in modo da riuscire ad influenzare con l’economia politica la direzione nella quale si muovono le società umane e i loro sistemi economici; e la risposta sul piano dei comportamenti e dell’etica personale, per far crescere in ciascuno la sensibilità su tali temi, che ovviamente faciliterebbe l’assunzione delle importanti decisioni politiche che finora non si sono sufficientemente adottate.

Riguardo il piano dell’economia politica, l’unica strada possibile, conosciuta – ed auspicabile – al momento è quella di rafforzare le democrazie, la partecipazione popolare, una informazione libera e non pilotata o in mano a pochi gruppi di potere, che permetta la formazione di opinioni pubbliche consapevoli, sistemi elettorali in grado di garantire realmente la rappresentatività popolare. In questo senso il movimento di Greta Thunberg e dei Fridays for Future rappresenta una grande speranza, ma è necessario lavorare in profondità nelle società e democrazie europee, americane e nel resto del mondo affinché la scena non sia dominata da forzature di gruppi di pressione interessati che invece promuovono la falsa informazione e la manipolazione delle masse, fenomeno non certo nuovo ma che oggi dispone di mezzi estremamente potenti.

Sull’altro piano, dell’etica della natura e della cultura ambientale, che rappresentano forse oggi la più forte – o forse unica – nuova ideologia sul mercato, molto è stato detto ed è stato scritto, e quello che c’è da fare è studiare i molti autori che hanno prodotto importanti riflessioni sul tema, e che letti insieme possono costituire un nuovo modello di società e di rapporto tra l’uomo e il suo ambiente. Dal punto di vista dell’analisi alcuni sociologi precedentemente citati, da Zygmunt Bauman a Ivan Illich, presentano quadri di riferimento particolarmente completi sul mondo dei nostri tempi, disegnando anche parti importanti delle possibili soluzioni. Cittadini (e cittadine) che sappiano muoversi consapevolmente nella “modernità liquida” descritta da Bauman, scegliendo un modello di vita che sappia staccarsi, almeno come “valore” di riferimento dal consumismo, privilegiando invece i veri valori dell’uomo proposti da Illich: ovviamente poter rispondere alle esigenze primarie della casa, dell’alimentazione e dell’acqua (diritti che oggi in realtà iniziano ad essere negati ad una parte importante della popolazione italiana), con una alimentazione di qualità e del territorio, e residenze sostenibili dal punto di vista energetico ed ambientale, passare del tempo con i familiari e gli amici, vivere le proprie comunità in modo completo, con relazioni sociali di qualità, poter sviluppar e le proprie conoscenze attraverso l’istruzione, la cultura e la conoscenza (non necessariamente attraverso le istituzioni scolastiche, come discute Illich nel suo importante, provocatorio e profondo volume sul tema), lasciare spazio al volontariato e alla cooperazione con chi ne ha bisogno. Valori molto diversi da quelli di fatto oggi imperanti nelle nostre società iper-consumistiche. La frugalità può diventare un modello di comportamento individuale, come propone Legrenzi, e lavorare sui diversi aspetti della psicologia della persona nel senso di una migliore sostenibilità dei propri comportamenti, anche per una propria maggiore soddisfazione personale, con attenzione agli aspetti culturali, religiosi, etici ed antropologici è un tema sul quale da anni lavorano ricercatori come Paul Maiteny della Open University.

Come scrive Maurizio Pallante la decrescita può essere “felice”, e in realtà il cambiamento dovrebbe anche partire da un diverso atteggiamento degli individui nei confronti della vita, delle sue priorità, che dovrebbe in partenza rifiutare il modello consumistico in quanto tale, che da strumento si è trasformato in obiettivo. Fiumi di inchiostro sono stati spesi su questi temi, da Adorno e la Scuola di Francoforte in poi, ma evidentemente siamo ancora lontani, anzi lontanissimi, dal trovare un equilibrio nelle nostre società attuali su questi temi, che forse paiono addirittura peggiorare negli ultimi decenni. Alcuni dei possibili meccanismi di psicologia individuale che spiegano tali dinamiche sono stati ben delineati nel volume citato di Legrenzi.

Ma allora, Ippolito, come fare dei passi avanti – e rapidi, vista la velocità dei cambiamenti e dell’evoluzione della crisi – nella direzione di costruire società più eque e sostenibili?

Ostellino. Una seconda risposta, dopo l’idea che condividiamo del lancio di una stagione di Scuole per l’etica della natura, può stare a mio parere nel coltivare meglio e molto di più l’abitudine a “stare con la natura”. Mi spiego meglio. Oggi si parla sempre più spesso di proposte che favoriscono il contatto diretto tra persona e natura, e intorno a questa tematica si sono sviluppate teorie e metodi che sono partiti dalla definizione del valore che a questo aspetto è stato dato soprattutto dal noto biologo evoluzionista E.O. Wilson con il concetto della Biofilia. Ecco per me occorre annoverare tra le dita della nostra mano del cambiamento, anche questa prospettiva: stimolare in ogni ambito possibile la pratica della ripresa di contatto diretto con gli ambienti naturali, per favorire quell’ingaggio personale al prendersi cura dell’ambiente che ci dà la vita.

Senza il proprio risveglio del senso di appartenenza alla sfera naturale, al sentirsi parte di un unico organismo, non è possibile immaginare una completa volontà di difesa dei valori della natura. Se vogliamo questo sentimento di adesione corrisponde a quella visione che sottende la concezione della vita che gli indiani d’America avevano interpretato così bene. Il concetto di “biofilia”, introdotto nel 1964 da Erich Fromm, psicanalista, per indicare l’orientamento psicologico delle persone che amano la vita, lo si può quindi considerare come la via occidentale alla comprensione di quali sono le vie che legano la nostra intima concezione della vita al mondo nel quale viviamo.

L’idea di promuovere le attività che aiutino l’avvicinamento alla natura, rappresenta senza dubbio una proposta che va nella direzione opposta a quella verso la quale il mainstream vuole portarci: la postmodernità sta, secondo il volere comune, nello sviluppo estremo della iper tecnologia, nell’intelligenza artificiale, nell’esplosione della robotica e delle nanotecnologie. Questi, che sono tutti mezzi e non fini, possono sostituire i veri fini perché dotati di una spinta, di investimenti e di una narrazione ultraconveniente. Ma questi strumenti devono essere invece preceduti da un fare verso la direzione del riconnetterci alle radici della nostra storia evolutiva, coltivando la Biofilia della specie umana. Il nostro sistema culturale non è autonomo dalla sua storia biologica, ed anzi funziona bene e meglio se continuamente alimentato dai principi e dalla linfa fondamentale che lo ha generato.

Quella che Lovelock chiama la “vita elettronica” non può diventare un processo virtuoso in equilibrio con Gaia se non sceglie insieme la cura del legame naturale. Ecco che quindi la pratica Biofilica, che E. O. Wilson ha fondato e che in Italia è diffuso dal Prof. Giuseppe Barbiero, è la scelta prioritaria da fare, senza escludere la frequentazione di altri terreni “antropici”, ma ponendola al primo posto della nostra azione. Vivere in contatto con gli ambienti naturali, frequentarli ed immergersi in loro ogni volta che sia possibile è la regola: una educazione, iniziale e permanente, di tipo outdoor è quindi la base.

Ma oltre a queste risposte di natura educativa e metodi per avvicinarci a comprendere l’intimo valore che ci lega in profondo con la natura, forse c’è anche bisogno che si mobilitino altri piani di pensiero, che riguardano le basi materiali delle società umane. Tu Giuliano hai delle idee in merito da proporci?

Tallone. Certo il fronte del modello di sviluppo è probabilmente il più grande scoglio che impedisce l’adozione di comportamenti ecologi ci. Se fossimo supportati da una maggiore coscienza ecologica e da una stagione di cultura per la natura potremmo provare a modificare il nostro modello di vita. Certo sul come operare rispetto alle dinamiche socioeconomiche il tema è tutt’altro che semplice. Vediamo alcuni dei problemi sul tappeto.

La Globalizzazione dei mercati e dell’utilizzo delle risorse ambientali: la fine dei “padroni”?

Spostandoci un po’ di scala, è evidente che il meccanismo che ha portato alla fine del Novecento, e alla “modernità liquida” descritta dall’autorevole pensiero di Zygmunt Bauman, è quello della globalizzazione. Possiamo individuare una data precisa per l’inizio del mondo attuale, anzi due: la prima è quella del 9 novembre 1989, la caduta del Muro di Berlino, che ha eliminato le barriere fisiche tra l’ex Blocco Sovietico e l’occidente capitalista; e l’altra è del 2001, ma non è 1’11 settembre, come si potrebbe pensare, ma 1’11 dicembre, con l’entrata della Cina nel WTO (World Trade Organization, l’organizzazione mondiale del commercio). Questi due eventi hanno portato al mondo per come lo conosciamo oggi, con un mercato internazionale unico dominato da meccanismi di tipo finanziario prima che da quelli di tipo economico, produttivo ed industriale.

In questo contesto di inseriscono i grandi “global players” della tecnologia, la “Banda dei Quattro”: Google, Amazon, Apple, Facebook, o i “Big Pive” se si include anche Microsoft, accusati spesso di abuso di posizione dominante, come avvenuto di recente nell’audizione al Congresso americano del 29 luglio 2020; Assieme le quattro multinazionali hanno un valore superiore ai cinquemila miliardi di dollari e i capi di imputazione nei loro confronti sono contenuti in oltre un milione di pagine messe assieme in più di un anno di indagini. In quella data infatti sono stati chiamati a testimoniare alla Camera dei rappresentanti Jeff Bezos (Amazon), Tim Cook (Appie), Mark Zuckerberg (Facebook), Sundar Pichai (Google). Stranamente mancava Microsoft, che in Europa nel 2013 è stata oggetto di una multa di 561 milioni di dollari dall’Unione Europea. Questi soggetti privati che operano nel settore della tecnologia oggi hanno un potere economico e finanziario paragonabile, e forse superiore, a quello di molti stati del mondo: tra gli uomini più ricchi del mondo al primo posto sempre Jeff Bezos, con un patrimonio di 187 miliardi di dollari, al secondo Bill Gates, con 121 miliardi e al terzo Zuckerberg, con 102 miliardi. Anche il mercato consumer dei prodotti alimentari, per la casa, è dominato da una decina di multinazionali come Unilever, Coca-Cola, Kraft, Nestlé, Kellogs, Johnson&Johnson, che controllano gran parte dei marchi commerciali in tutto il mondo. È esperienza comune ormai che in gran parte delle città del mondo si trovano le stesse catene di negozi, gli stessi marchi, le stesse vetrine, sia ad esempio nel lusso che nelle catene di ristoranti.

Quali sono i meccanismi che stanno dietro alla globalizzazione dei mercati in termini di concentrazione del potere, di sfruttamento della manodopera a basso costo (ad esempio minorile), e quindi di “dumping sociale” (concorrenza sui prezzi grazie a tali meccanismi di sfruttamento), ma anche di “dumping ambientale” – produzione concorrenziale grazie al sovrasfruttamento delle risorse e alla mancanza di precauzioni contro l’inquinamento – era stato già ben descritto nel famoso libro di Naomi Klein No Logo del 2000. Un racconto non tecnico ma chiaro di come i meccanismi finanziari ormai dirigano e influenzino pesantemente il sistema economico mondiale è rinvenibile in un interessante volume a due mani di Guido Maria Brera e Edoardo Nesi, scritto in forma di dialogo da uno dei principali operatori finanziari italiani e da un giornalista, che dà l’idea di quale “mondo nuovo” ci troviamo oggi ad affrontare.

Come scrive Alessandro Pansa, ex AD di Finmeccanica, uno dei più grandi gruppi industriali italiani, nel fare un punto di scenario sul ruolo della finanza nell’economia attuale

la globalizzazione finanziaria ha dunque sconvolto le relazioni tra paesi, tra banche e governi, tra mercati e imprese. E, lasciata a sé stessa, rischia di innescare ampie e imprevedibili crisi e conflitti”. E prosegue, spiegando che “si è così creata una gerarchia sui mercati: gli intermediari (banche commerciali, banche d’affari); i portatori di capitale ‘intermedi’ (investitori istituzionali); i portatori di capitale ‘puri’ (risparmiatori, istituzioni con saldi finanziari attivi: ad esempio i paesi emergenti); i prenditori di capitali (imprese non finanziarie e governi di paesi in deficit). Con la liberalizzazione dei movimenti di capitale e la crescita del potere degli intermediari, i presupposti del benessere di un paese e della sua influenza nel mondo risiedono nella capacità di governare enormi trasferimenti di liquidità, controllando i mercati e creando o distruggendo ricchezza. Chi controlla i movimenti di capitale finanzia i percorsi di sviluppo della tecnologia e dei sistemi industriali e quindi la distribuzione del potere sui mercati dei beni e dei servizi. E non è vero che i mercati finanziari non sono controllabili perché troppo ampi, composti da troppi operatori, con bassi costi di transazione e quindi molto concorrenziali. I processi di liberalizzazione sono appunto serviti alle grandi banche per consolidare l’influenza sui mercati e acquisire capacità globali. Nel 2015, le cinque maggiori banche americane detenevano il 45% delle attività bancarie statunitensi, rispetto al 25% del 2000. Nel mondo, 42 banche gestiscono il 50% delle attività finanziarie. Si è determinata una gerarchia di intermediari in base alla loro capacità di assumersi rischi e di raccogliere e piazzare risorse nel mercato globale (il cosiddetto placing power): banche globali: 6 (3 americane, 1 inglese, 1 tedesca, 1 svizzera); banche internazionali: 14 (di cui 4 americane 2 francesi, 2 inglesi e 3 giapponesi); banche regionali: 9 (di cui 1 italiana); banche nazionali: 13 (di cui 5 cinesi).

E conclude, con una interessante valutazione rispetto al nostro ragionamento:

L’Occidente, dunque, non ha perso potere rispetto al resto del mondo: semmai ne hanno meno i governi ma la globalizzazione finanziaria ha fatto crescere l’influenza degli intermediari nordamericani ed europei. Il potere è dunque rimasto in Occidente, ma si è spostato dalle istituzioni politiche a quelle finanziarie.

Uno studio svizzero del 2011, pubblicato sull’autorevole rivista “PlosOne”, con prima firma di Stefania Vitali, prende in esame le connessioni fra 43.060 multinazionali evidenziando un piccolo gruppo di 1.318 società transnazionali, la cui punta di diamante sono 147 che controllano il 40% di tutto il potere finanziario globale. Questo gruppo di società private esercita un potere enorme, “sproporzionato” lo definiscono gli autori dello studio, sull’economia globale. Goldman Sachs, Barclays Bank e JP Morgan sono solo alcuni dei nomi delle corporation, quasi tutte finanziarie, che figurano ai primi 20 posti della “mappa del tesoro”. È evidente che gran parte del sistema produttivo e degli scambi commerciali del mondo, dai quali viene determinato in gran parte quali e quante risorse ambientali vengono utilizzate su tutto il pianeta (e come), dipendono ormai da decisioni assunte non da industriali ottocenteschi collegati alle loro industrie da un rapporto fisico e anche appassionato (pensiamo alle figure degli Agnelli in Italia), ma da esperti di finanza per i quali impianti industriali, volumi di materie prime, persone che lavorano nelle fabbriche sono solo numeri sullo schermo di un PC, che vengono spostati di proprietà in un secondo. Da questo genere di “padrone” non ci possiamo certo aspettare una attenzione per gli aspetti sociali o ambientali. Si pone quindi una domanda sostanziale, rispetto all’individuare possibili risposte a questi problemi: esistono ancora i “padroni” di marxista memoria? Chi controlla il “capitale”, ammesso che i valori gonfiati dei “Derivati” sui mercati finanziari possano ancora considerarsi all’interno del concetto di “capitale”? I paradigmi dell’Ottocento sono ancora attuali o vanno sostanzialmente rivisti? Una “lotta operaia” nel 2020 ha ancora un senso, e come fanno gli operai cinesi o vietnamiti andare a protestare davanti agli uffici del “padrone” se sono sparsi in tutto il mondo, ad esempio nel quartiere general e della JP Morgan a New York City?

Gli impatti del cambiamento non sono equidistribuiti, e neanche i possibili ritorni positivi.

Come abbiamo visto, gli impatti ambientali e sociali del grandioso cambiamento in atto non sono equidistribuiti nel mondo, alcune aree geografiche e paesi sono in impetuoso sviluppo (Cina, India, altri paesi dell’Estremo Oriente), altri in “stasi” economica e sociale (in particolare il continente Europeo), altri stanno sprofondando in una spirale demografico-economico-ambientale che li sta portando a scenari apocalittici (in particolare gran parte del Continente Africano). Anche i ritorni positivi della globalizzazione, in particolare in termini di sviluppo della ricchezza, non sono equamente distribuiti tra le diverse nazioni, e neanche al loro interno: i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sono sempre più poveri. Come riporta impietosamente il Rapporto Oxfam “Time to Care” del 2020, alla vigilia del vertice di Davos, a livello globale un’élite di 2.153 miliardari nel mondo detiene una ricchezza superiore al patrimonio di 4,6 miliardi di persone, mentre alla metà più povera della popolazione resta meno dell’l per cento; anche in Italia, le ricchezze dei sei milioni di italiani più poveri non raggiungono il patrimonio posseduto dai tre miliardari più ricchi del paese (Giovanni Ferrero, Leonardo Del Vecchio e Stefano Pessina).

Anche i cambiamenti climatici, come abbiamo visto, hanno conseguenze che non sono ugualmente distribuite sulla Terra: le aree polari, gli stati insulari, le zone costiere e le aree aride e semiaride nella fascia subtropicale sono quelle che rischiano maggiormente di subire cambiamenti catastrofici; anche le ricadute economiche di questi cambiamenti non incidono quindi ugualmente nei diversi stati, così come quelle potenzialmente positive. Ad esempio, le aree liberate dai ghiacci in Groenlandia e nei mari del Nord possono essere più facilmente sfruttate dal punto di vista geo-minerario; e si aprono nuove vie commerciali via mare, come la famosa “Via a Nord -Ovest” tra i mari a nord del continente americano e l’Asia.

In questo complesso scenario la geopolitica ormai studia non solo come i rapporti tra gli stati si sviluppino da un punto di vista politico e militare, ma anche come il controllo delle risorse fisiche (materie prime, acqua, ecosistemi produttivi) diventi spesso un elemento sostanziale in tali rapporti. Anche se in questa occasione non è possibile approfondire questo tema, anche il complesso strategico industriale militare nelle varie nazioni ha un ruolo importante, ed è un notevole centro di spesa di molti governi (soprattutto USA, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia ed anche Italia dove il gruppo Finmeccanica occupa un importante ruolo), nonché una parte significativa degli impianti industriali soprattutto nel settore navale e aerospaziale.

L’impatto della digitalizzazione sul mondo moderno

Un ultimo fenomeno da tenere in considerazione è quello della digitalizzazione, che ha tre aspetti: quello fisico (le infrastrutture, gli strumenti elettronici, con le risorse necessarie per produrli, e i rifiuti che producono e che vanno gestiti a fine ciclo di vita); quello immateriale dei cambiamenti che la digitalizzazione ha portato alle nostre vite in termini sociali e psicologici; e quello economico, con l’impatto che i nuovi mercati digitali hanno creato negli ultimi trent’anni.

La “dittatura culturale” della Crescita

Nel mondo globalizzato non si confrontano più, sostanzialmente, due modelli sociali ed economici come avveniva prima del 1989, con il Blocco Comunista che fronteggiava le economie di mercato dell’Occidente, ma solo uno: quello del consumismo del mercato globale.

Come approfondisce in modo agile ma molto chiaro lo psicologo Paolo Legrenzi, che ha lungamente lavorato per le grandi firme commerciali nel campo della pubblicità, nel suo volume Frugalità del 2014, tutto il sistema attuale è orientato a produrre sempre nuovi bisogni, mai pienamente soddisfabili, nell’individuo, e quindi nuovi consumi e spesso anche nuovi mercati. Legrenzi propone un nuovo modello di comportamento degli individui, quello della “frugalità”, appunto, che scelga consapevolmente di non accettare questo paradigma consumistico ormai totalmente imperante. La critica al consumismo ovviamente è molto più antica, in particolare negli anni ‘70 da Marcuse in poi, sebbene contestualizzata in diversi sistemi economici e sociali, sostanzialmente diversi come abbiamo visto da quello attuale. Questa critica però allo stato delle cose non è stata in grado di contrapporsi in modo significativo al modello di sviluppo attuale.

Il paradigma economico fondamentale sul quale si basano le attuali economie è quello della “crescita”, come si è detto precedentemente. Nei capitoli precedenti si è anche visto quali sono possibili proposte di intervento di economia politica che in qualche modo cerchino di regolare le storture del sistema attuale, in particolare le proposte di Paul Fitoussi e altri. L’idea di un “modello della Decrescita” ha un suo fascino ma, al momento, non è stato concretamente declinato in proposte di politica economica e rimane una idea da approfondire anche se le proposte si fanno avanti e gli studi non mancano quali ad esempio le 13 proposte che sono state raccolte nell’interessante volume Reinventare la prosperità di Jørgen Randers e Maxton Graeme.

Certo questo insieme di comportamenti virtuosi occorre immaginare li si possa applicare in ambiti o territori specifici, che in qualche modo scardinino il modello globalizzate in cui siamo immersi. Tu Ippolito hai delle idee in proposito?

Ostellino. Questa domanda è centrale: rispondo con una battuta forse scontata dicendo che “piccolo è bello” ovvero circoscritto è meglio. Mi riferisco al fatto che nella dispersione continua delle relazioni e della vita immersa in sistemi di vita “urbani” è diventato molto complicato coltivare le relazioni di scambio e confronto anche a causa dell’effetto di sostituzione che i social hanno portato nelle relazioni interpersonali. Allora diviene interessante guardare ad altre dimensioni e geografie nelle quali poter immaginare gli spazi nei quali condurre e collocare le nostre azioni.

Ogni nostra volontà si svolge in uno spazio geografico, in un ambito di territorio grande o minuto che sia: un contesto geografico di dimensioni micro, meso o macro nel quale ci riconosciamo con più o meno intensità, ma senza il quale la nostra volontà non può vivere perché scollata dalla dimensione spaziale-geografica. Penso allora che la nostra immaginazione dovrebbe portarci a pensare di poter operare secondo questa scala a tre livelli, che possiamo tradurre come la possibilità di scegliere tra l’abbazia, il borgo, o in un territorio “campione”.

Sono tre modelli che possono aiutarci a ritrovare una modalità per riabitare l’Italia, che ha un estremo bisogno di ritrovare sé stessa. Se la dimensione del borgo è oggi ribaltata alla cronaca per l’effetto di allontanamento dalle chiuse città, aggredite dal lockdown causato dalla Pandemia Covid-19 (tanti sono gli esempi di Borghi recuperati e che stanno diventando esempi di un nuovo abitare decentralizzato) occorre anche considerare di ridare valore ai luoghi micro, come centri di riflessione e di cultura come è l’esempio ad esempio della recente iniziativa del Gruppo Abele che ha creato il centro di formazione “CasaComune – Laudatosi/Laudatoqui”, nella Certosa 1515 nel Comune di Avigliana nel torinese.

Ma anche, dall’altro capo della scala geografica, si possono eleggere spazi di ritrovo di una coscienza e consapevolezza più evoluta: sono i territori dove della natura si è fatto il cuore del vivere e dove l’integrazione delle comunità umane, comprese le azioni del recupero delle ferite di un territorio è base di un progetto evolutivo di benessere della persona, delle imprese e quindi anche dell’economia. Mi riferisco alle iniziative UNESCO che in Italia molti territori hanno attivato sulla base del Programma Man and Biosphere di UNESCO. Proprio in queste realtà si stanno sviluppando iniziative pilota come ad esempio la recente attività sviluppata dalla Riserva mondiale della Biosfera Unesco del Monte Peglia che ha varato il progetto di diventare “Cooperativa di Comunità” che ha tra il resto l’obiettivo di creare la prima comunità energetica del centro Italia con l’ambizione di far diventare questo territorio ‘area ad emissioni zero’ oltre alla valorizzazione dei prodotti locali, della promozione dell’attività turistica compresa l’ospitalità diffusa e l’innovazione nell’agricoltura biologica. A disposizione per questa sfida ci sarà un’oasi naturale di 40 mila ettari, la maggior parte dei quali di demanio regionale con più di cento casolari abbandonati, patria di oltre mille specie di vegetali e specie animali con una forte biodiversità.

Devo però ritornare a te Giuliano con una domanda finale sul tema delle regole e delle leggi dalle quali siamo partiti. Al di là di queste risposte che abbiamo immaginato e percorsi di lavoro per una conversione ecologica, sul sistema delle regole e delle normative si può pensare ad alcuni cambiamenti a tuo parere?

Tallone. Un aspetto che ho sottolineato lungo tutto il volume è il fatto che le normative in materia di tutela della natura, paesaggio, gestione delle risorse ambientali, sviluppo sostenibile sono sorte, per lo più per ragioni storiche, in modo separato e differenziato.

Come ho scritto nel precedente capitolo, è tempo di iniziare a riflettere su una ricomposi zione di alcune di queste normative in un’unica visione, non tanto e non solo per valutare una semplificazione normativa e una ristrutturazione del sistema organizzativo ed amministrativo che sovrintende a queste materie – che includa anche una discussione seria sulle competenze centrali e decentrate – ma soprattutto per motivi culturali.

Ci troviamo oggi infatti di fronte a diverse “culture ambientaliste”, alle quale riferiscono scuole di pensiero diverse, e che spesso arrivano a conclusioni operative anche confliggenti. Le principali sono innanzi tutto quella “naturalistica”, rappresentata soprattutto dall’associazionismo ambientalista della LIPU- BirdLife Italia e del WWF Italia, alla quale si affianca, in modo autonomo ma spesso coerente nelle posizioni, il mondo animalista con in prima fila la LAV, l’organizzazione più strutturata di questo settore; segue quella dell’ambientalismo scientifico con attenzione soprattutto agli aspetti della sostenibilità ambientale in senso lato nei settori dell’energia, dei rifiuti e del territorio rappresentata da Legambiente e Greenpeace; vi è poi il filone legato all’approccio del paesaggio di Italia Nostra, il comitato “Salviamo il Paesaggio” e il Comitato Nazionale Paesaggio.

Queste tre impostazioni derivano da tre scuole culturali abbastanza diverse: quella delle scienze naturali ed ambientali la prima, quella del mondo tecnico-scientifico degli studi anti-inquinamento, della sostenibilità, dell’economia circolare la seconda; e quella del mondo urbanistico-architettonico e degli esperti di quelle discipline la terza.

Aggiungerei a questa lista anche il settore delle organizzazioni legate ai temi sociali, spesso di ispirazione cattolica, rappresentato da Greenaccord, Peacelink, da Libera, o dal mondo Francescano, che oggi si trovano a cercare di attuare i principi della Laudato si’ nel mondo reale, e che a tutti gli effetti rappresentano una componente degli sforzi di costruire una prospettiva di sostenibilità per il futuro. Ma esiste anche il mondo dell’Economia Verde legata all’agri coltura sostenibile, con l’incredibile fenomeno planetario di Terra Madre ispirato dall’Associazione Slow Food di Carlin Petrini. Infine, i movimenti legati ai beni comuni, come il Forum dell’Acqua Bene Comune, fanno a pieno titolo parte di questo mondo culturale, insieme ai moltissimi comitati di vario genere attivi sul territorio italiano sui temi ambientali e di difesa del territorio.

Ebbene, queste diverse culture si rispecchiano nella molteplicità e frammentazione delle diverse normative in materia ambientale, che a loro volta hanno un portato di organizzazioni amministrative ed organizzative che ne comportano l’attuazione. Il tentativo da fare sarebbe quello di ricomporre le normative di tutela del territorio, ad esempio quelle sulle aree protette, su Natura 2000, sulla conservazione e gestione della fauna e sul paesaggio, in un nuovo “Testo Unico” che proponga una nuova visione, unitaria ed olistica, con meccanismi di semplificazione e riorganizzazione della macchina amministrativa pubblica in un’ottica di efficacia e di efficienza.

Un primo passaggio potrebbe essere la creazione di una Agenzia nazionale, della quale si parla da molto tempo per le aree protette, ma che potrebbe avere un respiro molto più ampio sui temi che sopra ho delineato. Nella sua missione potrebbe esserci lo sviluppo di momenti di discussione, come fu la Commissione Franceschini negli anni ‘60, ma molto più articolati sui territori, che sviluppino un progetto di revisione delle politiche di ampio respiro, partendo dai risultati raggiunti per arrivare ad una nuova visione che dia un rilancio al ruolo del territorio e dell’ambiente come chiave per le aree periferiche italiane, che rappresentano 2/3 della superficie del Paese e tramite le quali si possa anche ridare una prospettiva ai grandi centri. Per riabitare l’Italia occorre quindi una cultura ambientale rifondata, premessa per una nuova stagione di regole.

Conclusione?

In conclusione, ultima e a quattro mani questa volta, possiamo affermare che la natura non si difende solo con le regole e le leggi della conservazione, ma con una azione sistemica che intervenga sui contesti etici, sulle pratiche di vita delle persone e sui loro percorsi educativi, come presupposti e condizioni per andare verso la modifica dei modelli di sviluppo e la riforma dei sistemi economici.

È un lavoro complesso dove occorre lavorare con più mani in contemporanea, dialogando sempre di più e sostituendo al suffisso “ego” che ha dominato il ‘900, quello di “eco” che dovrebbe diventare il nuovo paradigma/suffisso per il nuovo secolo come condizione per poterci guadagnare il prossimo millennio.

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