Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Le tre, le quattro, le cinque agricolture e l’inerzia del pensiero. Una risposta alla Senatrice Elena Cattaneo

Le pagine seguenti hanno la pretesa di entrare nel dibattito/scontro aperto dalla Senatrice Cattaneo attorno all’agricoltura Biodinamica. Il confronto ha coinvolto a vario titolo i vari approcci all’agricoltura, ed in particolare le pratiche alternative all’agricoltura industriale. Si potrebbe forse parlare, più appropriatamente, di una non risposta, nel senso che l’obbiettivo dello scritto è proprio quello di fare uno scarto rispetto al tema della scientificità dei vari approcci, attorno al quale, a mio parere, il confronto si è involuto.

Le pagine che seguono riguardano un piccolo territorio nel sud-est del Piemonte, dai confini incerti e difficile persino da nominare, nel senso che non ha un nome riconosciuto. Quando vi sono arrivato, nel 2012, l’ho incontrato innanzitutto come Terre del Giarolo, dal nome della Comunità Montana all’ora operante, per la quale feci una ricerca sui cosiddetti “nuovi contadini”1Per una definizione di “nuovi contadini” vedi Jan Van Der Ploeg, Donzelli, Roma 2009. Se mi appare appropriato parlare di “nuovi contadini” per la genrazione che tornò all’agricoltura tr gli anni 80 e 90 del secolo scorso, mi sembra che la definizione sia meno calzante per le generazioni successive, dove si potrebbe parlare altrattanto efficacemente di “nuovi cittadini”, nel senso di cittadini che vivono nel contado, occupandosi anche di agricoltura. Lo scarto rispetto alla tradizione, nel secondo caso, appare troppo ampio per essere colmato dalla parola contadino. In particolare bisognerebbe riflettere sulla distanza nel modo di comunicare, sull’uso dei social e le autorappresentazioni conseguenti, sul narcisismo ed altri aspetti che mi sembrano produrre un salto di qualità da un punto di vista culturale e antropologico.. Oggi tenta di affermarsi e farsi conoscere come Terre Derthona, per via del Timorasso, il prestigioso vino bianco autoctono, che in qualche modo lo sta rendendo famoso, almeno tra gli appasionati di vino, in Italia e nel mondo. Ma i due nomi sottintendono aree che non si sovrappongono e l’associazione di produttori biologici cui fa riferimento lo scritto disegna confini ancora diversi, più ampi e flessibili. E si potrebbe continuare, parlando ad esempio delle Quattro Provincie, di cui il territorio è parte importante. Su questa piccola porzione di Piemonte ho condotto negli anni diverse ricerche, fatto decine di interviste. Dopo quella sui “Nuovi contadini” mi sono occupato di agricoltura biologica, di storia del Timorasso, di agricoltura tradizionale. Una parte di queste ricerche è stata presentata al Convegno sulle Tre Agricolture che si tenne a Brescia nel 2015. Oltre ad occuparmi di ricerca storica, dal 2014 lavoro in forma stabile in una piccola azienda agricola biologica, che ha nel vino la sua economia principale.

“Quando non sai cosa fare, osserva un gatto, c’è sempre qualcosa da imparare”.

Dino Mutti

Nelle terre del Giarolo

Nelle Terre del Giarolo la storia dell’agricoltura biologica comincia nella seconda metà degli anni ‘80, dopo alcune esperienze di agricoltura “alternativa”, come veniva chiamata allora. Nella fase iniziale e pionieristica coloro che la praticavano erano spesso osteggiati, derisi, nel migliore dei casi osservati con curiosità, dagli altri agricoltori, quelli “convenzionali”, i grandi epigoni della tradizione contadina, folgorati nel decennio precedente dall’ingresso della chimica, dalle prospettive che sembrava aprire: rese sempre maggiori, l’orizzonte della quantità, la specializzazione. Il coltivatore bio, il nuovo contadino, era un personaggio che si distingueva anche socialmente e culturalmente. I pionieri dell’agricoltura biologica avevano una forte propensione per le forme di vita associative, cooperative, rompendo anche in questo con la recente tradizione, con scambi di attrezzi e di lavoro, proprietà comuni, interazioni a più livelli. Il cambiamento avveniva nel piccolo di paesi che vivevano il momento più terribile dello spopolamento, con la chiusura degli ultimi esercizi, come i bar, gli alimentari, le scuole, che seguiva dappresso la valanga dei decenni precedenti. Una rivoluzione, portata avanti da esigue minoranze, in un territorio collinare e montano, dove i contadini rimasti erano spesso salariati, pensionati.

Pensare bio significava porsi all’interno di un’alternativa più ampia, che metteva il rapporto con la terra al centro della proposta, il produrre cibo, per porre in discussione la società dei consumi nel suo complesso, gli stili di vita conseguenti. I riferimenti storici erano tutti da costruire, tanto forte era la cesura: i partigiani e la Resistenza in montagna, il monachesimo, le comunità rurali dell’autunno del Medioevo. Dopo questa inziale ostilità e sottovalutazione, l’agricoltura bio non solo si è affermata, aumentando la superficie coltivata e il numero degli attori coinvolti, ma ha finito per cambiare completamente anche la cultura degli agricoltori convenzionali, tenendo presente che nel territorio di cui parliamo, le aziende sono formate da piccoli produttori. Nell’arco degli ultimi decenni è finito l’utilizzo indiscriminato di dissecanti, agenti chimici, ecc. il cui uso si era in pochi anni imposto, guadagnando sempre più spazio nell’agricoltura tradizionale a partire dai primi anni ‘70. Ci sono personalità molto spiccate, preparate, come Andrea Mutti (classe 1965), che da anni pratica una “agricoltura ragionata”, che sebbene rientri nel campo dell’agricoltura convenzionale, non teme nessun confronto con l’agricoltura biologica, della quale accetta i principi fondamentali. Il confronto con questa alternativa è cominciato per lui nella facoltà di Agraria, grazie alle riflessioni di un professore, in anni in cui non era certamente diffuso occuparsi di ecologia e dominava il pensiero unico, ma è diventato qualcosa di concreto e vivo con la nascita dell’agricoltura biologica sul territorio. Dalla sua anche l’esperienza paterna: Dino Mutti non si era lasciato travolgere dalle novità dell’agricoltura industriale, soppensando e vagliando le nuove pratiche che si andavano imponendo, a partire dal buon senso, dai saperi ereditati dalla tradizione, dallo studio approfondito dell’agronomia, che portava avanti come autodidatta.

Oggi è Andrea a mettere in evidenza con grande sicurezza alcuni limiti dell’agricoltura biologica proprio di fronte all’orizzonte dell’ecologia, dell’impatto ambientale. Ma non ci sono dubbi che lo stimolo a misurarsi con determinate pratiche, a ripensare l’agricoltura tradizionale ereditata dal padre e quella convenzionale imparata a scuola sia venuto fuori dal confronto con quanto andavano facendo produttori biologici e biodinamici. Un dialogo che si misurava sulle pratiche agronomiche, osservate però nel loro complesso rapporto con la terra e la sua fertilità. Questa sensibilità, che oggi attraversa le varie agricolture, nel territorio di cui parliamo, è stata portata dall’agricoltura biodinamica, che proprio qua ha avuto un grande interprete e un leader carismatico, come Stefano Bellotti. Tutti i pionieri della nuova agricoltura si sono confrontati in qualche modo con alcuni problemi che innanzitutto la biodinamica ed il pensiero di Rudolf Steiner ha posto con grande persuasione di fronte alla cultura occidentale: primo fra tutti quello del suolo e della sua fertilità. Poco importa in questo senso come poi l’agricoltura che segue il protocollo biodinamico risponda concretamente a questo problema. Anche la scienza è sicuramente debitrice alle correnti profonde del pensiero alternativo: la “mentalità NPK” di cui parla Sir Albert Howard2Vedi I diritti della terra, Sir Albert Howard, Slow Food Editore, Bra 2005. Significativamente il titolo originale del libro di Howard era An Agricoltural Testament. Venne pubblicato nel 1940 ed è considerato un passaggio fondamentale nella storia dell’agricoltura biologica. È in questo testo infatti che per la prima volta compare la parola biologico., sembra sorpassata, perlomeno nei discorsi, nel senso comune, anche se le pratiche agronomiche non sempre sono conseguenti. Solo per questo l’agricoltura biodinamica meriterebbe una maggiore considerazione, ed in particolare, nel caso specifico delle Terre del Giarolo, per le strette relazioni, anche associative, con le origini dell’agricoltura biologica.

Prevenzione, sicurezza, buone pratiche

Una prospettiva interessante per osservare questi cambiamenti delle agricolture è quella della cultura della prevenzione. La ricerca storica in proposito è molto scarsa, forse nulla. Ma dopo il problema dello spopolamento e dell’abbandono della collina e della montagna, la valanga di cui ha parlato Nuto Revelli, l’agricoltura tradizionale si è trovata di fronte ai tumori ed alle morti da porre in relazione all’ingresso della chimica in agricoltura. Una sorta di secondo genocidio, non solo per i morti relativi, ma anche per l’impatto devastante che ha avuto sulla cultura tradizionale, del quale sappiamo molto poco.

I prodotti chimici sono arrivati in collina e finiti nelle mani di contadini ancora fortemente legati alla tradizione, assolutamente distanti dal possesso di una cultura della prevenzione e solo sommariamente istruiti su come utilizzarli. Ancora oggi quando l’agricoltore va a trattare dice: “vado a dare l’acqua”. Nei primi anni ‘70, non era ancora finita l’era dei buoi, del trasporto animale, dell’animale da lavoro, si cominciano a registrare i primi morti, causati da incidenti come l’ingestione. Negli anni ‘80 il probelma dei tumori è evidente, nel senso proprio del termine: a vista d’occhio, senza fare indagini epidemiologiche specifiche, ci si rende conto che sono molti i contadini a morire. Non si usavano i dispositivi di protezione individuale, per leggerezza e ignoranza, si sottovalutava la pericolosità del contatto con pesticidi. L’ “acqua” veniva girata con le mani, le braccia, come viene ricordato ancora oggi. Nel 1987, in relazione alla nascita de “La strada del sale”, l’associazione di produttori biologici legata al territorio, che formalmente verrà costituita due anni dopo, venne organizzato un convegno all’interno del quale il problema della salute viene posto esplicitamente, per la prima volta, in sede pubblica. Il titolo dell’incontro “Agricoltura e Natura”, l’intervento in questione di Cesare Donnhauser. Si è persa persino la memoria di questo passaggio, salvo rare eccezioni.

Trent’anni dopo i prodotti chimici utilizzati in agricoltura sono molto più leggeri, selettivi, si pratica la lotta integrata, ci si pone sull’orizzonte del residuo zero. In generale essi hanno meno impatto su piante e suolo così come sulla salute e si può affermare che questa tardiva presa di coscienza è stata fortemente influenzata dall’esempio dell’agricoltura biologica e biodinamica, dalla rivoluzione culturale e colturale legata alle pratiche, non solo agronomiche, messe in campo dall’agricoltura alternativa. In campagna si narra anche questa storiella, che risale agli anni immediatamente successivi al convegno. Quando i primi produttori bio trattavano il vigneto utilizzando tute, caschi, guanti, per proteggersi dallo zolfo, venivano additati, derisi. Quella che oggi verrebbe dichiarata una “buona pratica” veniva posta senz’altro in relazione alla tossicità dei prodotti utilizzati. Si insinuava che se le protezioni adottate erano tali, era evidente che gli agricoltori bio facevano uso di agenti molto più tossici di queli convenzionali. Per quanto la campagna rimanga una terra selvaggia in merito alla cultura della prevenzione, oggi nessuno ride più di queste cose, si infine è affermata una nuova sensibilità, una nuova percezione del problema.

In vino veritas

Il mondo del vino, osservato anche in questo caso in una prospettiva storica e nella sua dimensione locale, è un altro settore privilegiato, per osservare la pluralità delle agricolture e le loro interazioni, influenze, contaminazioni. Il punto di partenza per una riflessione molto sintetica come quella qui proposta, potrebbe essere il cosiddetto “vino naturale”3È abbastanza evidente che la parola “naturale” ha qualcosa di equivoco, per come viene utilizzata in generale, in agricoltura e non solo, e a maggior ragione quando riferita ad un prodotto squisitamente “culturale” come il vino. Si è in ogni caso imposta, in contrapposizione alle pratiche convenzionali e industriali, ha avuto il merito di segnare una distanza, una svolta.. Oggi tutti i produttori che fanno vino di qualità utilizzano sempre meno solfiti, realizzano il processo di vinificazione con tecnologie molto più leggere che nel passato, più puntuali. Spesso sono gli stessi produttori a darsi parametri che vanno oltre i vari protocolli previsti da associazioni e normative. Certe cose semplicemente non si fanno più, complici la cultura ed il gusto dei consumatori. Anche in questo caso, chi vorrà scrivere la storia del vino nelle Terre del Giarolo, dovrà fare i conti con il produttore biodinamico Stefano Bellotti, che per primo ha cominciato un discorso di questo tipo, negli anni ‘80: affidarsi a fermetazioni spontanee, ridurre e tendenzialmente eliminare, quando l’annata, l’uva, lo consente, l’utilizzo di solfiti. Naturalmente rispetto alle coraggiose sperimentazioni di Stefano, oggi è possibile avvicinarsi a risultati comparabili con tecnologie diverse, processi controllati, minori rischi. Ma che tutto il vino di qualità vada nella direzione proposta dal “vino naturale”, non ci sono dubbi. Anche un produttore caustico e fuori categoria, che spesso è stato molto ironico verso le conquiste dell’agricoltura alternativa, come Walter Massa, oggi grazie ai tappi a vite di nuova generazione, utilizza quantità di solfiti molto basse, sicuramente inferiori alle soglie previste da associazioni come VinNatur, che da anni promuovono questo approccio. Anche Walter Massa si dice fautore di una “agricoltura ragionata”, come l’amico Andrea Mutti. Si potrebbe forse intravedere una differenza importante tra i vari approcci nell’utilizzo della tecnica e delle sue innovazioni, ma anche questa appare una semplificazione, perchè molte conquiste si diffondono trasversalmente e finiscono per accomunare più che dividere. Inoltre, soprattutto nel campo del vino, che è certamente uno dei settori più interessanti e innovativi dell’agricoltura, la tecnica sembra andare incontro alle esigenze ecologiche poste all’ordine del giorno dagli agricoltori alternativi. Ad esempio si sta lavorando molto per superare il problema dell’erba sotto i filari di vite. Nell’agricoltura tradizionale e contadina i filari si zappavano o vangavano. Un lavoro durisssimo, a cui i figli dei contadini venivano educati fin da bambini. Ho sentito vecchi contadini affermare che loro benedissero l’arrivo dei dissecanti, che finalmente ponevano termine a questa necessità. Oggi ci sono mezzi meccanici che permettono di fare un lavoro molto simile a quello della zappa, ma è stata una conquista difficile e solo di recente, grazie tecnologie molto raffinate, siamo forse arrivati a risultati interessanti4Ricordo, solo a titolo di esempio, che in anni recenti sono stati fatti grandi investimenti su macchine che agivano sull’erba tramite il vapore, la temperatura dell’acqua, con risultati modesti.. Può apparire incredibile, ma proprio su questo punto, sulle lavorazioni sotto i filari, si sono consumati conflitti molto forti tra agricoltori convenzionali e biologici, perchè i primi non ritenevano di poter rinunciare al Glifosate: le alternative, ai loro occhi, erano altrettanto insostenibili. La sperimentazione di nuove macchine interessa e attraversa le varie agricolture, perchè il problema era in ogni caso risolto in maniera insoddisfacente, per tutti.

Un’ulteriore conferma dell’egemonia esercitata dall’agricoltura alternativa negli ultimi decenni la potremmo avere da uno studio delle parole che si usano per comunicare, promuovere, parlare al pubblico dei consumatori e al mondo. Parole come “naturale”, “genuino”, “sostenibile”, sono diventate parte di qualsiasi retorica e rappresentazione, diffondendosi ad ogni livello, anche dove appaiono improprie e a volte in modo decisamente menzognero. Anche questo campo meriterebbe degli studi e delle riflessioni specifiche. Oggi la campagna parla, comunica, promuove, forse anche troppo, facendo in parte rimpiagere il silenzio del passato. Un vero e proprio cambiamento antropologico, che porta con sé aspetti decisamente deteriori.

Conclusioni

Una riflessione più ampia ed esaustiva dovrebbe prendere in considerazione le origini di quello che poi sarebbe diventato Slow Food e la rivoluzione dei consumi, e molte altre cose, ma in estrema sintesi si può affermare che per l’agricoltura collinare e montana le possibilità di sopravvivenza prima e rilancio poi, si sono fondate sulla premessa della qualità del prodotto, in opposizione al paradigma industriale e quantitativo. E che questa rivoluzione, cominciata con l’agricoltura alternativa, ha attraversato le varie agricolture, divenendo senso comune diffuso. Osservato in una prospettiva storica il rapporto tra le varie agricolture – biodinamica, biologica, ragionata, industriale, convenzionale, etc. – si è articolato nel tempo attraverso contaminazioni, suggestioni, collaborazioni e scontri che sembrano mettere in discussione più che affermare una rigida contrapposizione tra i vari approcci. Soprattutto se prendiamo in considerazione gli obiettivi della qualità e della salubrità dei prodotti, ma anche di fronte all’orizzonte dell’ecologia. Per molti agricoltori queste contaminazioni sono l’esito di un confronto continuo, alimentato negli ultimi anni anche dalle sfide poste dal cambiamento climatico. Per altri si tratta di influenze meno lineari, che riflettono cambiamenti più vasti, come la rivoluzione del gusto e l’egemonia che in particolare l’agricoltura biologica con le sue parole d’ordine ha esercitato a partire dagli anni ‘80-90 del secolo scorso fino a oggi.

Concludendo, appare difficile sopravalutare l’importanza che in questo territorio ha avuto la presenza e la crescita di produttori biodinamici e biologici, il continuo confronto posto in essere dalla loro presenza. Con un poco di ironia si potrebbe affermare che la vittoria dell’agricoltura bio, quella vera, è stata proprio quella di cambiare l’approccio convenzionale. Che dentro questa vittoria si sia consumata anche una sconfitta, più che un destino, appare un vizio assurdo. Oggi l’agricoltura biologica è ridotta in grande parte a delle pratiche agronomiche, ad un protocollo, che ci appare riduttivo quanto la “mentalità NPK”, perdendo molto dello spirito iniziale. Basterebbe sfogliare il bollettino de “La strada del sale” per rendersene conto. Per fortuna, salvo qualche storico marginale e isolato, nessuno legge più queste cose ed il ricordo sbiadisce sullo sfondo di un tempo senza storia. Forse è anche per questo che ci è apparsa così debole nel confronto alimentato dalla Senatrice Cattaneo, nel difendere sé stessa ed il sogno di una agricoltura alternativa, non sulbalterna al Pensiero Scientifico dominante. Dalla sua, questo, sembra vantare l’assenza di ogni rimorso, eterno o meno.

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