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Cura, una parola politica

Articolo comparso anche in “overleft.it”, 14/01/2021.

Storia di una parola controversa

Da quando negli ultimi decenni il termine “cura” è uscito dall’ambito medico-terapeutico per entrare in quello sociale, parlare di cura suscita sentimenti contrastanti di rifiuto o di consenso. Rifiuto quando la si legge come comportamento indotto dalla presunta attitudine delle donne a farsi carico del benessere dei familiari, segno di amore nei loro riguardi, quando cioè richiama una funzione storicamente determinata, ma naturalizzata come tratto caratteristico dell’essere femminile e come tale considerata immodificabile.

Consenso quando la si considera in chiave politica per denunciare l’obbligo sociale delle donne a svolgere una serie di attività e a erogare una quantità di servizi domestici e affettivi non pagati, se svolti in famiglia, sottovalutati e poco remunerati, se svolti nel mercato del lavoro, a vantaggio sia del sistema di produzione-consumo nel quale viviamo, sia della massa di uomini che se ne avvalgono.

La mossa politica – impensabile – operata dal movimento delle donne negli anni Settanta del secolo scorso fu il collegamento del termine cura al termine lavoro, cosa che ha fatto arricciare il naso, e continua ancora oggi, a molti e molte: “mia madre, moglie…. non lavora, è casalinga”, anche però a studiosi/e del lavoro nei suoi aspetti economici, politici, storici, filosofici, antropologici, sociologici, da un lato, dall’altro a chi ritiene riduttivo ricorrere al concetto di lavoro in riferimento a compiti intesi appunto come dono d’amore amore verso i propri cari.

Nel 1991 fu pubblicato dal Centro di studi storici sul movimento di Liberazione della donna in Italia, che operò a Milano dal 1979 fino al 1994, Linguaggiodonna. Primo thesaurus di genere in lingua italiana1Adriana Perrotta Rabissi e Beatrice Perucci, Linguaggiodonna. Primo thesaurus di genere in lingua italiana, Milano, Centro di studi storici sul movimento di Liberazione della donna in Italia, 1991. uno strumento per l’indicizzazione del patrimonio documentario relativo al femminismo degli anni Settanta, raccolto dal Centro studi.

Fu necessario trovare uno strumento adeguato all’indicizzazione dei libri e dei documenti dell’archivio perché i sistemi di classificazione tradizionali, ritenuti neutri rispetto ai generi, si erano rivelati inutilizzabili per descrivere i contenuti prodotti dalle analisi, dalle pratiche esperite e dalle teorizzazioni femministe. La costruzione del thesaurus fu accompagnata da numerosi incontri, Seminari e Convegni nazionali e internazionali, con documentaliste delle realtà analoghe italiane e europee, tutte alle prese con lo stesso problema di messa a punto di strumenti efficaci e efficienti per la rappresentazione semantica dei documenti dei rispettivi archivi e biblioteche.

In Linguaggiodonna si è adoperato il descrittore Lavoro di cura, collocandolo contemporaneamente nei due microthesauri Lavoro e Riproduzione corredandolo della seguente nota:

Da intendersi in senso lato come lavoro di accudimento a soggetti inabili, anziani e minori sia all’interno che all’esterno della famiglia.

L’espressione “lavoro di cura” entrò poi a far parte del Thesaurus del Nuovo Soggettario della Biblioteca Nazionale di Firenze, che indica come fonte del termine proprio Linguaggiodonna.

Il descrittore sembra riassuma bene quell’esigenza che emergeva dalla nuova coscienza delle donne, quasi mezzo secolo fa, di mettere sotto critica la separazione tra produzione e riproduzione, base della divisione sessuale del lavoro sulla quale si è costruita la nostra civiltà.

Allora sembrò azzardato, ma il concetto fece strada.

Sono anni, almeno dalla fine del secolo scorso conclusosi sotto l’egida della Conferenza Mondiale di Pechino nel 1995, che si è riconosciuta e anche quantificata in termini monetari, la ricchezza prodotta dal lavoro di cura delle donne, e si sono i moltiplicati gli inviti alla valorizzazione oltre che nella sfera del privato familiare in quella del pubblico.

È difficile per molte e molti cogliere la violenza strutturale sottesa all’esaltazione della funzione salvifica delle donne in tutti i campi delle attività umane, esaltazione destinata a compensare seppure immaginariamente, l’insignificanza reale.

Cambiare la parola?

Negli ultimi cinquanta anni il mondo del lavoro è cambiato, grazie allo sviluppo tecnologico -automazione di molte fasi dei processi produttivi, nuove tecnologie della comunicazione, dell’informazione e del trasporto. Il capitalismo neoliberale ha incrementato la tendenza all’ accumulazione illimitata, ha ottenuto la possibilità di adeguare la forza lavoro alle necessità dei mercati in tempo reale, e, favorito dall’ideologia e dalle politiche neoliberiste, ha costruito una società dominata dalle leggi economico-finanziarie, alle quali sottomettere le vite e i corpi di uomini e donne, il che gli ha consentito il riassetto dei modi di produzione, riproduzione e consumo a livello planetario.

Così mentre si sono mantenute in aree dell’Occidente, almeno in parte, le fasi meno faticose e dannose dei processi di lavorazione e distribuzione di merci e beni, la globalizzazione ha accentuato lo sfruttamento a danno di popolazioni del resto del mondo, popolazioni gravate da fame, guerre e miserie, da catastrofiche prospettive di degrado ambientale, dal consumo di risorse indispensabili alla vita umana animale e vegetale, di acqua, aria, terra, con conseguenze che si risentono necessariamente anche da noi.

In Occidente si è intensificato il lavoro di natura impiegatizia e manageriale, si è accentuata la competitività tra le imprese per far fronte alla concorrenza crescente in tempi di crisi.

Entrano qui in campo le competenze relazionali, considerate fino a pochi decenni fa caratteristiche naturali delle donne: l’attenzione alle relazioni e alla comunicazione, l’inclinazione alla cooperazione, piuttosto che alla competizione, oltre a una buona dose di senso maturato nel dover far fronte a tutte le emergenze che si presentano in ambito familiare, tutte abilità e capacità apprese dalle donne nella loro tradizionale educazione di genere alla cura.

Competenze che l’attuale organizzazione del lavoro utilizza ampiamente per incrementare il profitto, tanto da tenerle in grande considerazione nella valutazione del personale, sia maschile che femminile; spesso esse costituiscono un titolo di garanzia di assunzione.

Sperimentate nel lavoro di cura delle donne, sono oggi ritenute caratteristiche umane, richieste sia agli uomini che alle donne per ottenere un surplus di lavoro gratuito oltre a quello retribuito, a riprova del fatto che sono frutto di apprendimento e non doti naturali.

L’attenzione a prendersi cura delle persone, degli animali e delle cose del mondo dovrebbe essere la principale attività umana di uomini e donne, tanto più in una situazione in cui molta parte del lavoro per la nuda sopravvivenza è alleggerito appunto dal progresso tecnologico.

Anche il mondo della riproduzione, alla base dell’attuale sistema di produzione, si è modificato su scala globale, più donne sono entrate nel mondo del lavoro per il mercato grazie alla possibilità di delegare parte delle loro funzioni di cura alla numerosa mano d’opera di migranti, donne e uomini, a disposizione nelle nostre città, in fuga dalle condizioni insostenibili di vita nei paesi d’origine.

La crisi economica, con il suo corredo di involuzioni politiche minacciose –arretramento delle democrazie e avanzata di regimi autocratici- ha contribuito a estendere e intensificare negli ultimi decenni le voci di protesta contro il sistema di produzione, riproduzione e consumo, giudicato ormai insostenibile da gran parte di economist*, politici/che, personalità del modo della religione e della cultura.

Dall’anno scorso i fenomeni di crisi politica sociale e economica si sono aggravati a causa della pandemia, che mostra in modo incontrovertibile non solo che tutti i processi umani del mondo sono strettamente collegati fra loro, ma anche che la dimensione attuale di sacrificio di persone -sia in riferimento a diritti e libertà, anche minime acquisite negli ultimi decenni, che a relazioni sociali, collettive e individuali-, di sacrificio di animali e di cose (risorse ambientali) costringe a prendere in considerazione qualunque ipotesi non dico di eliminazione, ma almeno di rallentamento di questo consumo rapido, rapace e distruttivo del pianeta e dei suoi abitanti.

Di qui l’esigenza di un effettivo cambiamento del modello neoliberista dominante di produzione e riproduzione in modo che siano poste al centro di ogni interesse e di ogni pratica la qualità e la dignità delle persone, piuttosto che il profitto.

È in questo panorama che la cura assume nuova valenza semantica, si propone come nuovo modello di convivenza, il momento è favorevole perché è cambiato il clima culturale, sono maturate le coscienze di molti e molte, grazie alle lotte degli ultimi decenni.

Se analizziamo il concetto di cura mettendolo in relazione ai soggetti concreti che ne dovrebbero essere erogatori e fruitori ci accorgiamo che la possibilità che diventi realmente un nuovo paradigma di convivenza sta nell’ancorarlo alla vita di tutti e tutte, indistintamente, facendo saltare l’impianto originario sul quale si è costruita la nostra civiltà, che assegna alle donne la sfera della riproduzione come prioritaria, e agli uomini quella della produzione, entrambe naturalizzate, come proprie del femminile e del maschile. Questa naturalizzazione comporta molteplici attività per la sussistenza e gradi differenti di violenze e costrizioni nei confronti delle donne che manifestano resistenze, specie le ragazze giovani, in relazione alle differenti culture, sincronicamente e diacronicamente prese in esame, come ci documentano le e gli antropologi2L’antropologa Paola Tabet in Le dita tagliate, Ediesse, 2014..

Un impianto di relazione tra donne e uomini sul quale si sono costruite gerarchie di valori, compiti e funzioni nei confronti delle persone, a seconda del sesso, della classe, delle etnie e delle religioni e si sono messi a punto ordinamenti escludenti, apparati di sfruttamento e di mercificazione, politiche sociali. Senza l’eliminazione della divisione sessuale del lavoro, sulla quale si sono formati il nostro immaginario, prima di tutto erotico, le nostre scale di valori, le nostre fantasie e paure più profonde, le nostre aspettative di vita e di realizzazione, non si avrà una vera trasformazione delle relazioni donne uomini, e di conseguenza tra donne e donne, tra uomini e uomini.

Si tratta di un cambiamento profondo e di lunga durata, di un rovesciamento completo di prospettive e concezioni sedimentate nelle mentalità di donne e uomini, di ordine strutturale e contemporaneamente culturale, la cui radicalità sgomenta, perché mette in discussione tratti soggettivi e identitari di uomini e donne ereditati da millenni.

Senza questo cambiamento si rischia l’ennesima modernizzazione dei ruoli, che conferma lo stato delle cose e l’ordine del discorso vigente, come documentano ad esempio le numerose attestazioni di elogio per il valore aggiunto rappresentato dalle donne nel mondo del lavoro, per la loro potenzialità salvifica del modo, senza che siano messe minimamente in discussione né l’organizzazione del lavoro, né l’organizzazione sociale, né la funzione delle donne.

Poiché la parola cura evoca proprio l’insieme di aspetti tradizionalmente connotati al femminile molt* preferirebbero abbandonarla, io credo che quando se ne presenterà uno più efficace non si farà fatica a sostituirlo, per ora non se ne vedono altri ugualmente incisivi.

Chi si prende cura di chi

Quando si parla di cura si finisce per arenarsi di fronte al problema delle cose concrete da fare, a volte si ha l’impressione di fermarsi a semplici petizione di principio, occorre allora cogliere nelle pratiche di lotta delle donne per l’autonomia completa della propria vita e del proprio corpo, che si stanno diffondendo su scala planetaria, nonché nelle lotte per il cambiamento climatico e di gestione delle risorse, sperimentate da donne e uomini in varie zone del mondo, nelle iniziative di carattere solidale e innovativo riguardanti la qualità dei consumi, la dignità delle persone e l’organizzazione di modi alternativi di vivere le relazioni, i germi potenziali di questa rivoluzione, mettendone in evidenza gli aspetti che in prospettiva possono condurre all’eliminazione della divisione sessuale del lavoro.

Quattro anni fa riportammo in un articolo della nostra rivista la seguente riflessione:

le lotte contro la devastazione capitalistica della natura, le lotte delle comunità invase e sconvolte da vari tipi di interventi capitalistici, le lotte in difesa del territorio contro le grandi opere, rappresentano in questa fase storica l’esplicitarsi della contraddizione fondamentale del capitalismo e hanno, se condotte con coerenza, una valenza oggettivamente anticapitalistica (qualsiasi sia la coscienza di chi è coinvolto in esse) perché rappresentano un ostacolo all’accumulazione allargata del plusvalore3“Quale potenziale di lotta anticapitalistica nella teoria della decrescita?”, “Overleft”, 2011..

L’espressione sulla quale vale secondo me la pena di soffermarsi è “qualunque sia la coscienza di chi è coinvolto in esse”.

Non è facile sostenere questa idea oggi, in un clima di preoccupata ricerca del soggetto politico antagonista per eccellenza, unificante delle lotte e trainante il cambiamento, ma penso che qualunque trasformazione che si proponga come radicale, e non di semplice aggiustamento, aggrega i soggetti di volta in volta, senza che sia possibile prevedere a priori le categorie interessate. Alcuni esempi sono le lotte in Canada per bloccare la ricerca di estrazione di gas dal sottosuolo mediante la tecnica del fracking; quelle condotte in Mongolia per fermare l’apertura di nuove miniere alla ricerca di carbone, così come il conflitto per impedire le costruzione di un oleodotto, dal Canada al Texas, lungo 2000 chilometri che attraverserebbe tutto il Nord America, per il trasporto di bitume.

Altri esempi provengono ancora dalle numerose lotte da parte di molte donne impiegate nei servizi, infermiere e collaboratrici domestiche, per ottenere riconoscimenti adeguati del proprio lavoro negli USA, così come quelle contro la privatizzazione dell’acqua in Maine, contro il furto

perpetrato da Nestlé, e in Bolivia; o ancora la costituzione di “comedores popoulares “in America Latina, organizzazioni per fare la spesa in comune, data l’estrema povertà individuale, iniziative che hanno anche indotto un ridimensionamento del prezzo del cibo4Silvia Federici, Donne, Globalizzazione e il Movimento Internazionale delle Donnewww.noglobal.org..

Senza andare poi tanto lontano, abbiamo l’esempio che l’auto-organizzazione dal basso della popolazione in Grecia ha dato vita a reti di ambulatori, farmacie, distribuzioni di cibo, cooperative di lavoro che, oltre a mitigare gli effetti perversi delle politiche di austerità, hanno premiato in sede elettorale il partito che ha sostenuto e incrementato queste reti. Tutt* poi abbiamo presenti le lotte decennali condotte in Asia, contro lo sfruttamento delle terre, contro le deforestazioni e l’appropriazione dei semi da parte delle multinazionali alimentari, le lotte per rallentare il cambiamento climatico incombente che si stanno diffondendo nel mondo, almeno quello occidentale, maggiormente responsabile del disastro e quante si stanno verificando ma che ancora non conosciamo bene.

Le lotte delle donne appaiono vincenti negli ultimi anni non solo per l’intensità con la quale sono condotte, ma perché è più tollerabile per la sopravvivenza del sistema la concessione di diritti civili.

Indipendentemente dal risultato immediato che ottengono queste e altre possibili iniziative di lotta non solo contrastano devastazioni e degrado, ma danno anche modo di esperire forme di cooperazione e collaborazione che potranno essere utili proprio in vista del cambiamento di paradigma del nostro sistema di produzione, riproduzione e consumo; è in questo senso che penso possano essere letti non tanto e solo come fenomeni di resistenza ai “processi di distruzione del sociale”, ma come inizi di atti concreti di costruzione di una nuova prospettiva di convivenza.

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