Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Abitare il territorio ai tempi del Covid

Abitare il territorio al tempo del Covid, a cura di Anna Marson e Antonella Tarpino, “Scienze del territorio”, numero speciale 2020.

È indubbiamente un’impegnativa avventura leggere con attenta riflessione il contributo dei “territorialisti/e” alla discussione sul dopo pandemia, raccolto in Abitare il territorio al tempo del Covid. Ma alla fine la soddisfazione e l’arricchimento premiano ampiamente il lettore curioso. Tanti sono gli approfondimenti, i diversi approcci che meriterebbero una puntuale disamina, raggruppati in quattro sezioni di rispettive aree tematiche: 1. Epidemie, urbanizzazione planetaria, cambiamenti climatici, 2. Come cambiano le pratiche, i valori e le domande dell’abitare; 3. Produzione e lavoro: dal dominio dei flussi alla riscoperta dei luoghi? 4. Città e territori al futuro.

Mi permetterò di non seguire lo schema del volume, anche per ragioni di spazio, ma di soffermarmi su alcuni nodi problematici dal mio punto di vista particolarmente stimolanti.

Innanzitutto sul tema dell’epidemia in sé, di che cosa ha significato e significherà per il futuro di un mondo che, grazie alla ricerca e all’innovazione prodotta negli ultimi decenni dalla medicina e dalla chimica farmacologica, si era illuso di aver lasciato definitivamente alle spalle le patologie infettive e trasmissibili, o per lo meno di poterle tenere sotto controllo. Il progresso, si diceva, ha mutato in modo irreversibile, almeno nei Paesi sviluppati, le caratteristiche delle malattie: ora si deve fare i conti con la più subdola “pandemia silenziosa” (“The Lancet” 2006) costituita dalle patologie non trasmissibili, cosiddette cronico-degenerative (diabete e obesità, degenerazioni cardio-circolatorie, tumori, malattie autoimmuni…) indotte dall’inquinamento ambientale e dagli stili di vita opulenti. Il trauma di questa improvvisa e inattesa regressione viene affrontato in due saggi, l’uno di riflessione filosofica, nella prima sezione, di Ottavio Marzocca, l’altro di carattere storico, nella seconda sezione, di Lucia Carle. Marzocca, in particolare, rifacendosi a Foucault, sviluppa “qualche considerazione sul rapporto privilegiato che la città moderna sembra intrattenere con le epidemie. In tal senso si può ritenere che la grande città sia il contesto principale della nascita della bio-politica – ossia delle forme moderne di protezione politica della vita – e che il potere stesso dello Stato moderno si sia trasformato in gran parte in bio-potere innanzitutto per fronteggiare i pericoli di epidemie che scaturiscono dai processi di urbanizzazione quando divengono troppo intensi” (p. 23). Che le grandi città, o ancor meglio i grandi distretti territoriali della produzione industriale post-fordista, interconnessa con il sistema globale delle reti e dei flussi delle merci, come dimostrerà nel saggio della terza sezione Marco Revelli, siano perfette incubatrici e moltiplicatrici del virus è evidente e assodato. Più controverso, a me pare, il tema della bio-politica, che storicamente precede e segue lo stesso Foucault, anche se questo autore ha indubbiamente dedicato importanti energie a definirne gli aspetti nuovi che assume nella modernità, compresi gli esiti contraddittori e perversi. Bio-politica storicamente ha avuto anche un’altra interpretazione, ovvero una politica diretta dalle leggi “scientifiche” della biologia, leggi che spingerebbero sì verso la vita, ma all’interno di una lotta senza esclusione di colpi per la sopravvivenza e la selezione delle diverse specie e “razze”. E, quando queste due versioni della bio-politica si sono incontrate (paradigmatica la vicenda nazista, ma non solo, perché tutto l’Occidente ne è stato contaminato), si è prodotta l’aberrazione della “società pura” (A. Pichot, La société pure. De Darwin à Hitler, Paris 2000), ovvero purificata dalle scorie delle razze inferiori, dei dementi, degli asociali, degli omosessuali, dei derelitti, insomma degli “scarti”

Sembra che anche di fronte alle politiche pubbliche da assumere per contenere il Covid 19, a parere dello scrivente, sia emersa questa ambiguità della bio-politica che andrebbe esplicitata: da un canto la tendenza a forme di clausura rigide, scontando un importante rallentamento dell’economia dei flussi e degli affari ad essa connessi, finalizzate a tutelare il più possibili i fragili (anziani e malati cronici) più esposti a soccombere, assegnando a questi la priorità assoluta nella somministrazione di vaccini strutturalmente carenti; dall’altro la spinta a far girare comunque la macchina produttiva e sociale, all’insegna dell’“aprire!”, scontando la perdita dei “fragili”, decessi prematuri di soggetti condannati comunque prima o poi a morire, e premendo perché i vaccini, prescindendo dall’età e dal rischio, vengano prioritariamente inoculati alle “categorie” che fanno funzionare la società (funzionari pubblici della sanità, delle forze di polizia, della scuola, della giustizia, dell’amministrazione e, perché no, operatori della produzione e dell’economia). Nessuno ci mette la faccia per affermarlo chiaramente, ma troppe sono le evidenze di questa bio-politica “cattiva” e selettiva di quelli che Papa Francesco definisce gli “scarti”: la vicenda di Alzano Lombardo, della Valseriana e di altri centri produttivi della Lombardia nella prima ondata, le “scivolate” comunicative del “governatore” ligure Giovanni Toti sui “vecchi improduttivi” o della neo Assessora alla sanità lombarda, Letizia Moratti, sui vaccini da assegnare alle Regioni in funzione del Prodotto interno lordo, ma anche il fatto che in molti territori le “categorie” più forti abbiano strappato la precedenza nella campagna vaccinale sui soggetti fragili, con la conseguente scia di morti evitabili.

In sostanza è corretto, come fa Marzocca, stigmatizzare l’“intreccio che si crea storicamente tra economicizzazione progressiva della vita della città, processi di urbanizzazione crescente e gestione bio-politica del pericolo sanitario” (p. 24). Tuttavia, come si è cercato di evidenziare, la “stessa gestione bio-politica del pericolo sanitario” non è univoca e neppure neutra; ve n’è una che si preoccupa di tutelare la vita di tutti, dando la priorità ai soggetti fragili e agli “scarti”, ve n’è un’altra, all’opposto che sconta la perdita di questi in nome appunto dell’“economicizzazione progressiva della vita della città” e della società tutta. Una contraddizione che la crisi del Covid 19 ha fatto emergere e che credo sia importante evidenziare.

All’insegna della bio-politica “buona” si muove il saggio storico di Lucia Carle: “Fare in modo che tutti vivano in modo ‘sano’ – pulizia, nutrizione corretta, abitazioni salubri, condizioni di lavoro non disumane – aumenta le possibilità di essere sani per tutti quanti condividano gli spazi delle concentrazioni urbane, trasformate in megalopoli. Dove nell’Ottocento e Novecento si concentrano i nodi vitali dell’organizzazione politica, economica e sociale del mondo occidentale. La fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento sono caratterizzati da iniziative di sanità pubblica che mirano a prevenire. Non solo la diffusione dell’edilizia popolare, le vaccinazioni obbligatorie di massa, la diffusione della ginnastica, la nascita delle pratiche sportive, ma anche le colonie estive per i figli dei lavoratori, i sanatori, il controllo sulle abitudini alimentari degli scolari” (p. 59). Giustamente l’autrice mette in rilievo i notevoli passi avanti compiuti con i vaccini: anche se solo un agente patogeno, quello del vaiolo, è stato del tutto sconfitto, molte malattie sono state radicalmente contenute nei loro effetti, molto importanti fino a metà del secolo scorso, quando “le cosiddette malattie infantili (morbillo, pertosse, varicella, parotite, rosolia) continuano ad essere la causa principale della mortalità infantile, sovente molto elevata. A questa si aggiunge la poliomelite che ha nel biennio ’59-‘60 un picco di 8000 casi dichiarati” (p.60). Dunque i vaccini sono importanti: la preoccupazione dell’autrice per il diffondersi di movimenti novax è comprensibile, anche se forse non basta a contenerli una crescita della cultura scientifica diffusa, tallone d’Achille del nostro Paese. Di certo non aiutano i tanti casi di asservimento della ricerca scientifica agli interessi economici, anche in campo farmaceutico (citiamo per tutti la vicenda del Talidomide, un diffusissimo antinausea negli anni Cinquanta, raccomandato in particolare alle donne incinte, che poi si scoprì provocare malformazioni nel nascituro, oppure il recente Mediator, somministrato per oltre 30 anni ai diabetici come farmaco antifame, che avrebbe causato tra i 1500 e i 2000 morti). Una scienza, meno arrogante, capace di riconoscere i propri limiti ed errori, coraggiosa nel rivendicare e pretendere autonomia e indipendenza, ovvero ricerca pubblica innanzitutto e non appaltata alle imprese private, potrebbe riguadagnare autorevolezza e credibilità anche tra i più scettici.

Un altro grumo di problematiche affrontate in diversi contributi si può riassumere nelle proposte per una fuoriuscita diversa dalla crisi del Covid, nelle politiche sociali, ambientali ed economiche, insomma nei punti che dovrebbero essere all’ordine del giorno del cosiddetto Piano nazionale di ripresa e resilienza.

D’obbligo, a questo riguardo, è segnalare il saggio di Luca Mercalli nella prima sezione, laddove indica le “tempestive azioni globali raggruppabili in sei punti: 1. massiccio ricorso a energie rinnovabili ed efficienza energetica; 2. riduzione dell’inquinamento in senso lato; 3. protezione della biodiversità per mitigare l’estinzione di specie; 4. dieta umana meno carnivora e azzeramento dello spreco di cibo; 5. contenimento della crescita economica ed elaborazione di un nuovo paradigma che tenga conto dei limiti ambientali; 6. stabilizzazione della popolazione globale attraverso un programma di educazione ed emancipazione femminile per ridurre le nascite” (p. 30). Mi limito qui a segnalare i due ultimi punti, inusuali sia nel dibattito politico degli attori del sistema e del Pnrr, ma anche nelle proposte alternative da diverse parti avanzate in questo ultimo anno, punti che riprenderò più avanti.

Quindi diversi saggi suggeriscono scenari di proposte e pratiche di economia rigenerativa, ecocompatibile, bio-regionale, di prossimità sul modello degli eco-villaggi. Per Giorgio Ferraresi, Vittorio Pozzati, Vincenzo Vasciaveo, in un saggio della seconda sezione, “si tratta di far crescere la consapevolezza di quanto compete a noi qui e ora: riprendere nelle proprie mani quel capo del filo spezzato dello storico tessuto di alleanza tra cultura e natura con un messaggio che è espresso dalle pratiche già in corso in seno ai popoli, nei territori: la neoruralità che produce il cibo per i mondi di vita e rigenera la terra fertile; i sistemi socioeconomici locali che creano valore aggiunto territoriale; il superamento del modello metropolitano della città estesa verso sistemi policentrici in bioregioni agro urbane; la ricerca della profondità dei cuori delle città; la contestuale negazione della condizione periferica con il rapporto diretto con il contesto territoriale” (p. 73). Decisamente ottimista sulle potenzialità di cambiamento paradigmatico dell’economia globale anche Riccardo Troisi laddove parla, nel suo saggio, sempre della terza sezione, di “un vasto movimento attivo da diversi decenni, segnato da una straordinaria pluralità, che declina le sue ispirazioni e pratiche alternative articolandole ogni giorno nelle attività dei gruppi di acquisto solidale (GAS), nei distretti e le reti di economia solidale (DES) e nelle altre reti territoriali, nel commercio equo e solidale e nella finanza etica. Agli stessi principi e alla medesima condivisione di pratiche, si attengono molte altre forme partecipative e collaborative di economia, come le diverse realtà che fanno riferimento ai commons, le economie comunitarie e quelle femministe, i movimenti attenti alla prospettiva di genere, le esperienze di mutualismo sociale, l’imprenditorialità sociale, le economie del bene comune, quelle della decrescita e ancora altre reti e organizzazioni che stanno portando avanti visoni incentrate sul modello di un ecologia integrale (Fridays for future e Extinction Rebellion). Sono esperienze che puntano ad una trasformazione radicale dell’economia, promuovono nuovi modelli socioeconomici a cui tendere, come quello dell’economia di cura, dell’economia dei beni comuni, dell’economia delle comunità, dell’economia generativa e trasformativa, che tutte si fondano sul concetto dell’ecologia integrale. Un modello che non sia da misurare in termini di PIL ma che utilizzi indicatori di “ben-essere” legati alla qualità della vita delle persone e alla salute del pianeta” (p. 134). Condivisibili anche le proposte di Guido Viale per avviare dal basso una conversione ecologica dell’economia (pp. 160-168). In questo quadro, di particolare interesse la prospettiva delle comunità energetiche locali, sempre in questa sezione avanzata da Monica Bolognesi e Alberto Magnaghi, come noto, illustre padre nobile della scuola dei “territorialisti/e”, intesa quale occasione per “favorire la crescita di coscienza di luogo…. In questa chiave la costruzione della comunità energetica diviene parte attiva delle nuove forme di democrazia comunitaria per l’autogoverno delle comunità locali: una comunità di abitanti in cui i cittadini non sono semplicemente ‘utenti’ che traggono vantaggi economici dall’adesione alla comunità, ma assumono un ruolo attivo da protagonisti nella definizione e gestione del processo di transizione del loro territorio verso un orizzonte di auto sostenibilità” (p. 148).

Giustamente si parla di tendenza all’autosufficienza energetica. E ciò vale a maggior ragione per le bioeconomie territoriali. Esperienze di valore paradigmatico per il contenuto intrinseco e perché si muovono in un processo indispensabile di tendenziale deglobalizzazione dell’economia: i bisogni del territorio vanno soddisfatti innanzitutto con ciò che è possibile produrre sul territorio stesso. Tuttavia sappiamo che vi sono bisogni ormai ritenuti essenziali (ad esempio l’uso della rete, la cura di patologie importanti, i viaggi su media o lunga distanza…) che richiedono sistemi e impianti produttivi complessi e un’infrastrutturazione che esorbita dalla dimensione territoriale. Giorgio Nebbia, fino agli ultimi giorni della sua vita, ci metteva sempre in guardia dal mito di un’economia dematerializzata, spiattellandoci la contabilità molto materiale in termini di input (energia e materie prime) e anche di output (rifiuti) delle strutture globali, locali e personali della componente “dura” della rete (quante tirate d’orecchio per la quantità di energia sprecata con la pratica degli allegati pesanti nella posta elettronica!). E a questo riguardo, la transizione ecologica con la totale rinuncia ai fossili ha come presupposto l’assegnare il futuro dell’umanità fondamentalmente alle sole “officine chimiche della natura”, ovvero alla fotosintesi clorofilliana innanzitutto e quindi al (poco) terreno fertile rimasto, e all’energia solare ricadente su altre aree dove sia possibile catturarla. Questa sfida, comporta assumere il vincolo dei limiti naturali dell’economia umana e quindi il tema della decrescita evocato da Luca Mercalli, ma anche rimettere in questione il problema demografico, considerando che un Pianeta finito non può ospitare un numero infinito di esemplari della specie umana, pacificata al proprio interno e rispettosa delle altre specie. Luca con coraggio, e spesso in solitudine, ripropone questa discussione, decisamente in controtendenza rispetto ai ricorrenti allarmi sulla denatalità nel nostro Paese. Perché non salutare, invece, con soddisfazione un decremento di quegli umani del Nord ricco del mondo che si stanno mangiando mediamente con i loro iperconsumi le risorse di 3-5 Pianeti?

Infine ci soffermiamo sulle tematiche più specificamente proprie dei territorialisti/e: la territorializzazione del Covid, una nuova idea di città, del suo rapporto con la campagna, un riequilibrio con le aree interne e una nuova vita per i piccoli borghi.

Di come il Covid abbia diversamente colpito le regioni e i territori all’interno del nostro Paese si occupano in particolare due saggi, uno ospitato nella prima sezione di Sergio Malceschi, Riccardo Santolini, Gianmarco Paris, Paola Pluchino e l’altro nella terza di Marco Revelli. Ovviamente ambedue presentano il limite oggettivo di riferirsi per ragioni temporali sostanzialmente alla prima ondata, che aveva in gran parte risparmiato il Meridione. La metodologia utilizzata comunque appare di grande interesse e potrebbe essere in buona parte ripresa per completare l’analisi dell’impatto della pandemia in relazione alle diverse caratteristiche dei territori. Nel caso del primo saggio, Mappe dei contagi e condizioni eco-territoriali, oltre agli indicatori ambientali considerati, forse andrebbe aggiunto anche il fattore “inquinamento atmosferico”: trattandosi di una malattia innanzitutto respiratoria, lo stress indotto sull’organismo dallo smog (bronchiti croniche, asma, ..) nelle popolazioni in particolare della Pianura padana, sembra aver concorso non poco ad aumentare i danni da Covid in queste stesse popolazioni. Vi sono già diversi studi scientifici al riguardo, che anche la seconda e terza ondata non sembrerebbero smentire, e che meritano di essere citati: F. Fiasca, M. Minelli, D. Maio, M. Minelli, I. Vergallo, S. Necozione, A. Mattei, Associations between COVID-19 Incidence Rates and the Exposure to PM2.5 and NO2: A Nationwide Observational Study in Italy, “International Journal of Environmental Research and Public Health” 13 dicembre 2020, https://www.mdpi.com/1660-4601/17/24/9318/htm; R. Dragone, G. Licciardi, G. Grasso, C. Del Gaudio, J. Chanussot, Analysis of the Chemical and Physical Environmental Aspects that Promoted the Spread of SARS-CoV-2 in the Lombard Area, “International Journal of Environmental Research and Public Health”, 29 gennaio 2021, https://www.mdpi.com/1660-4601/18/3/1226/htm; E. De A ngelis, S. Renzetti, M.Volta, F. Donato, S. Calza, D. Placidi, R. G.Lucchini, M. Rota, COVID-19 incidence and mortality in Lombardy, Italy: An ecological study on the role of air pollution, meteorological factors, demographic and socioeconomic variables, Environmental Research”, V.195, aprile 2021, https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0013935121000712.

Sempre stimolante il saggio di Marco Revelli. Parte da una constatazione che è sotto gli occhi di tutti, anche se consideriamo le successive ondate: “Il virus cioè si è diffuso e ha galoppato, soprattutto nella fase iniziale e esplosiva del contagio, non tanto nelle aree genericamente ‘molto popolate’ o con età media della popolazione più avanzata, ma in quelle nelle quali l’interazione di breve, medio e lungo raggio è più intensa. Quelle dove maggiore è l’agglomerazione produttiva (la concentrazione di imprese), più intensi gli indici di produttività (i volumi di fatturato) e di internazionalizzazione, l’infrastrutturazione stradale e autostradale con l’interscambio di merci e persone, il reddito pro-capite, lo sviluppo economico e occupazionale… In sostanza nei territori in cui si concentrano quelli che solitamente sono considerati fattori favorevoli alla competitività territoriale e che invece in questo caso si sono rivelati fattori sfavorevoli di maggiore vulnerabilità al virus. O, se si preferisce, favorevoli alla sua più intensa circolazione” (p. 113). Si tratta di quell’officina diffusa di piccole e medie imprese contoterziste legate ai flussi produttivi globali che ben conosce chi scrive, dal Bresciano, uno degli epicentri della pandemia sia nella prima ondata che nell’attuale (i Tg lo collocano al secondo posto poco dopo Milano in numeri assoluti di contagi, ma come popolazione è pari ad un terzo e quindi con un’incidenza molto più elevata!). Aggiunge Revelli: “Alla luce di tutto ciò si può dire, plausibilmente, che alla prova del virus il capitalismo delle reti non ha retto la sfida rivelando tutta la propria strutturale ‘fragilità’. Su scala macro, da una parte, perché sono saltate buona parte delle reti lunghe, man mano che le frontiere si chiudevano e le linee aeree si spezzavano… Contemporaneamente la medesima ‘fragilità’ si è rivelata sul livello ‘micro’, perché sono saltate pure le reti corte, non solo per mancanza di componentistica. Anche per mancanza di forza-lavoro, segmentata e ulteriormente frastagliata dalle linee discontinue e talvolta casuali dei confinamenti, delle ‘zone rosse’, dei focolai accesi o ignorati” (p. 116). C’è chi teme (o mette in conto come si è sentito dalle parti di Pfizer) che la pandemia potrebbe tramutarsi in endemia: le valutazioni di Revelli, allora, dovrebbero essere prese molto sul serio dai super esperti che si sono assunti l’onere di progettare ed attuare il Piano nazionale di ripresa e resilienza e la conseguente Transizione ecologica.

Ed ora alcune considerazioni sulla parte propria della ricerca e della cultura dei territorialist/e. Sul terreno dell’abitare dopo il Covid, delle aree interne, di quelle urbane, i contributi sono diversi, tutti di grande interesse, in particolare per chi scrive, nato e cresciuto in un piccolo paese di campagna dove il papà faceva gli zoccoli per i contadini, poi portato dalla vita in una media città altamente industrializzata, Brescia, ma appassionato e assiduo frequentatore della montagna, luogo salvifico.

Diversi contributi esprimono fondato scetticismo sulla “riscoperta” del vivere lontano dalle città, nei piccoli borghi, tra il verde, che il Covid avrebbe indotto e diffuso in ampi strati della popolazione. E’ un sentimento di certo presente, palpabile tra gli stressati del confinamento in città, tra mura e cemento. Che si traduca in controtendenza nell’abitare rispetto all’inurbamento degli ultimi decenni ed all’abbandono delle aree interne è in gran parte da vedere. Realisticamente, anche ipotizzando un definitivo e stabile incremento del lavoro a distanza, Lorenzo Perini, nell’ultima sezione, sembra non credere ad uno svuotamento delle città, ma piuttosto alla creazione di forme dell’abitare cooperative ed innovative: “immaginare tra i vecchi uffici lontani e le nostre cucine vicine una via di mezzo, uno spazio prolungamento della casa in cui portare il lavoro e anche altri pezzi di vita potrebbe essere un modo non solo per dare nuovo senso a parti della città, del vicinato del quartiere che faticano a ritrovare una funzione, ma anche per allargare il nostro spazio

vitale nel momento in cui la pandemia come abbiamo visto può tornare a limitarlo. Rigenerazione urbana sarebbe anche questo: immaginare luoghi di co-working e co-living di prossimità dei nostri luoghi di abitazione che evitino di affrontare lunghi spostamenti, senza concentrare corpi a mucchi ma nemmeno lasciarli isolati, corpi abbandonati in case-ufficio davanti ad un microonde e ad un terminale. Non è una questione di metri quadri, né di fuga dalla città verso il borgo campestre, serve trasformare il significato dello spazio e i nostri ruoli all’interno di esso; serve progettare politiche dentro una trama nuova – comune – intrecciando tante diversità, tanti bisogni diversi. E servono soprattutto creatività e coraggio – da parte dei policy makers – di sperimentare” (p. 192).

Sembra l’opzione anche di Aimaro Isotta, architetto di lunga esperienza, che ci regala un saggio colmo appunto di saggezza e di passione. Icastica e commovente la piccola grande proposta che ci regala Isotta per la città risorta dal virus, un balcone per ogni dimora: “Nel tentativo di sfuggire alla mia guida e virulento inseguitore, cerco un balcone nel quale appollaiarmi e riposare. Non mi sarà facile trovarne uno che mi piaccia. Molti alloggi nelle città non ne hanno nessuno o, se li hanno, sono piccolissimi. Vorrei trovarne un balcone nel quale vivere, riparato dal virus, alcune ore, pranzare con gli amici, luogo che possa diventare anche il piccolo giardino nel quale far crescere fiori e rampicanti, dove sonnecchiare, leggere, cioè vivere ore tranquille, otium.Se fossi stato un Trattatista o se potessi fare, oggi, solo piccole correzioni ai regolamenti edilizi – con i grandi emendamenti non finiremmo mai – indirizzerei l’attenzione di progettisti e costruttori verso i porticati, verso i balconi e le terrazze, i giardini, gli orti, cioè verso quelle propaggini, che sono estensioni degli edifici nel paesaggio, intrecci con ciò che sta attorno, philia. Questi spazi sovente penalizzati dalle disposizioni urbanistiche – fanno superficie coperta, non si possono normare negli standard, ecc. – ma che, io credo, come anche il virus ci ha brutalmente ricordato, sono spazi necessarissimi, perché un dimorare non sia soltanto momento della marxiana “riproduzione della forza lavoro”, ma, anche se limitato, sia tempo in cui corpo e spazio possano ritrovarsi amici. (p. 157).

Ovviamente diversi sono i saggi dedicati alle zone interne e ai piccoli borghi. Molto interessanti e suggestivi gli studi di caso: ritorni in Calabria di Vito Teti (pp. 63-70); i casi di Ostana e Gandino di Sergio De La Pierre (pp. 79-88); il ripopolamento degli stazzi nei territori della Gallura di Lidia Decandia (pp.89-96). Non si può non convenire che la rinascita delle zone interne richiede una progettualità a tutti i livelli, a partire dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Correttamente si mette in guardia dall’affidare questa prospettiva solo alla mono-fuzionalità turistica: proprio il Covid ha rivelato la fragilità di questa monocoltura, secondo Alberto Di Gioia e Giuseppe Dematteis (pp. 126-134). Non solo. In molti casi, al di là della retorica del piccolo borgo antico, le aree interne hanno sofferto ancor più che la città, come evidenzia Alessandro Balducci, a proposito dell’Appennino centro-meridionale: “Il Covid-19 si è abbattuto in questi territori come una ennesima sciagura, oltre alla crisi economica, ai disastri naturali dai terremoti alle alluvioni. Il sistema di piccola impresa manifatturiera è stato colpito duramente. Quello dei servizi e della scuola si è scontrato con le difficoltà del lavoro o dell’insegnamento a distanza, in molte aree legato alle difficoltà dell’accesso ad internet ed alla scarsa connessione della telefonia. Il lock-down ha anche colpito duramente tutto il settore della ristorazione e del turismo, che già era in sofferenza per le condizioni generali di contrazione. Il debole commercio locale è stato falcidiato dalla chiusura prolungata. Eppure, fin da subito, si è sviluppata una discussione sulle opportunità che si sono aperte con la crescita esponenziale del telelavoro. Al di là delle posizioni estreme, e a mio giudizio infondate, sulla fine della città e sul ritorno ai borghi, certamente la possibilità di lavorare almeno parte del tempo a distanza può produrre effetti significativi sulle potenzialità che luoghi marginali hanno di attrarre una popolazione permanente o temporanea” (p. 173). Ma, secondo Balducci, per conseguire questo auspicabile obiettivo il presupposto è “una forma di pianificazione che assume l’obiettivo di prepararsi all’imprevisto lavorando sulla costruzione di scenari, sulla protezione delle infrastrutture critiche di comunicazione, sull’accantonamento di scorte di dispositivi che consentono di far fronte a diversi tipi di emergenza, sulla messa in funzione di sistemi di allarme immediatamente attivabili, sul disegno di sistemi di coordinamento tra soggetti diversi e sulla verifica periodica del loro funzionamento” (p. 175). Insomma per una simile inversione di tendenza occorre una capacità di programmazione a tutti i livelli, dal governo centrale, alle Regioni, ai singoli territori, che si dispieghi in tempi lunghi, come auspicato dal Manifesto di Camaldoli per una nuova centralità della montagna, (http://www.societadeiterritorialisti.it/2020/04/12/manifesto-di-camaldoli-per-una-nuova-centralita-della-montagna/), promosso dalla Società dei Territorialisti/enel 2019. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, prima di distribuire i soliti incentive alle imprese per la cosiddetta innovazione tecnologica, dovrebbe dedicarsi a questo tema, come dovrebbe prioritariamente occuparsi delle indispensabili opere di manutenzione del Paese (bonifiche dei siti inquinati, contrasto al dissesto idrogeologico, prevenzione dai terremoti, restauro e tutela del patrimonio artistico ed architettonico, ricostruzione del servizio sanitario nazionale…). In conclusione, questo lavoro della Società del territorialisti/e è un fondamentale contributo offerto a tutti coloro che hanno davvero a cuore il futuro del nostro Paese.

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