Signor presidente, colleghi.
La prima cosa da fare sarebbe cambiare l’intestazione dell’ordine del giorno di questa nostra seduta, perché, in realtà, siamo convocati per discutere le mozioni sul niente. Se per Piano energetico nazionale si intende il documento del Senato LXIV n. 1, datato settembre 1988, ci troviamo a discutere su un testo che non aveva niente a che vedere con la realtà, quando è stato scritto, e tanto meno rappresenta un piano oggi, alla metà del 1990.
Come è ben noto, il PEN del 1988 è il quarto o il quinto piano energetico nazionale, a partire dalla prima crisi petrolifera del 1973. Il primo fu redatto nel 1975, pensato nelle previsioni dei fabbisogni di energia totale e di elettricità e nelle indicazioni dei mezzi per affrontare il futuro energetico italiano. Erano i tempi in cui il governo prevedeva la costruzione, entro il 1990, di un parco di centrali nucleari per una potenza compresa fra 46 e 62 mila megawatt. Si trattava di previsioni così assurde che il Presidente della Commissione industria della Camera, sotto la pressione della contestazione ecologica, dovette promuovere una indagine conoscitiva che si svolse nell’inverno 1976-77 e fornì indicazioni per la scrittura del secondo piano energetico, pubblicato nel dicembre 1977.
Dopo vari aggiornamenti, un terzo piano energetico nazionale fu redatto dopo l’incidente al reattore di Three Mile Island (aprile 1979), dopo la conferenza sulla
sicurezza nucleare del gennaio 1980, e dopo il nuovo aumento del prezzo del petrolio, e apparve nel luglio 1981. L’elasticità energia/PIL era stata di 1,27 nel periodo 1965-1972 ed era scesa a circa 0,6 nel periodo 1976-1979, e pur tuttavia nel 1980 era previsto, per il 1990 una richiesta di energia totale di 185 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (il consumo effettivo è stimato di circa 165) e la richiesta di elettricità per il 1990 era prevista di 310 TWh (richiesta effettiva circa 240 TWh). Per il 1990 il piano prevedeva la costruzione, oltre alla centrale di Caorso, di 2000 megawatt a Montalto di Castro e di altri 4000 megawatt altrove.
Ci sono poi stati vari aggiustamenti e riscritture dei piani energetici nel corso degli anni ottanta fino a questo del 1988, redatto dopo la catastrofe di Chernobyl, la conferenza nazionale dell’energia del 1987 e il referendum popolare del novembre 1987.
Se “piano” significa un insieme di indicazioni di quello che i parlamenti e i governi decidono di fare nel campo dell’energia – o di qualsiasi altra produzione o attività – nell’interesse dei cittadini, i documenti che ho citato erano tutto fuorché dei piani. Essi contengono delle previsioni sbagliate, delle indicazioni giuste a cui non sono seguite azioni concrete, delle indicazioni sbagliate a cui sono seguite azioni concrete.
In riferimento alle mozioni che siamo invitati oggi a discutere toccherò soltanto alcuni punti. Il primo riguarda la domanda: di quanta energia totale e di quanta elettricità ha bisogno il paese?
Per rispondere a questa domanda occorre ricordare che negli anni dal 1973 al 1985, l’aumento dei prezzi internazionali delle fonti energetiche ha fatto rallentare i tassi di aumento della richiesta energetica: la richiesta di energia totale è variata da 140 a 146 milioni di tep all’anno e quella di elettricità è variata fra 141 e 195 miliardi di kilowattore all’anno.
Negli anni dal 1973 al 1985 vari studiosi – ed io stesso fra questi – hanno mostrato che era possibile ed auspicabile una società a bassa intensità di energia, definita come una società nella quale, attraverso innovazioni tecniche e azioni fiscali, è possibile avere più merci e più servizi, con un minore consumo di energia, con minori sprechi e con minore inquinamento. Una società a bassa intensità di energia non è né più povera, né più squallida, ma anzi è una società più moderna, razionale e avanzata.
Negli stessi anni le fonti energetiche rinnovabili mostrarono il loro potenziale economico: come hanno dimostrato l’uso in molti paesi dell’alcol etilico agricolo come carburante alternativo alla benzina, la diffusione delle centrali fotovoltaiche negli Stati Uniti, delle centrali eoliche in California e altrove. Non si trattava di “macchinette”, ma di impianti in grado di vendere elettricità alle grandi reti elettriche commerciali.
Negli stessi anni 1973-1985 è cresciuta l’attenzione per gli effetti ambientali dell’uso delle fonti di energia e sono stati individuati i mezzi per diminuire l’inquinamento – dovuto alle fonti di energia – nelle fasi di produzione e di consumo, per unità di merce o di servizio prodotto.
L’incidente al reattore di Three Mile Island, negli Stati Uniti (aprile 1979), mostrò la fondatezza della tesi sostenuta dal movimento di contestazione ecologica – di coloro che erano considerati pittoreschi ecologisti – che cioè l’energia nucleare non è né sicura, né economica, né pulita.
Il 1985, anno del crollo del prezzo internazionale delle fonti energetiche, fece tirare il fiato a tutti i potenti interessi legati alla disperata necessità di far aumentare i consumi energetici, contro gli interessi dei cittadini e della stessa economia del paese. Dal 1985 al 1989 la domanda di energia totale è balzata da 146 a 162 milioni di tep all’anno, e la domanda di elettricità è balzata da 195 a 229 miliardi di kWh all’anno.
Questa ripresa dei consumi energetici non ha rappresentato un progresso per il paese. I consumi di energia totale sono aumentati specialmente nel settore dei trasporti, che assorbe quasi completamente prodotti petroliferi, in corrispondenza ad un aumento del parco circolante da 22 a 25 milioni di autoveicoli e ad un aumento più che proporzionale dell’inquinamento e della congestione urbana.
La richiesta di elettricità è aumentata principalmente nel settore domestico e privato, in corrispondenza non ad una maggiore felicità familiare, ma alla moltiplicazione di sprechi e irrazionalità.
L’elasticità energia/PIL, che era scesa negli anni settanta, come ho detto, a circa 0,6, allineandosi ai valori dei paesi industrializzati, ha superato oggi il valore di uno, il che significa che si consuma molto più energia per unità di reddito monetario del paese, in contrasto con le indicazioni della Comunità europea, con quelle della comunità dei paesi industrializzati e con le stesse indicazioni dei vari piani energetici prima ricordati (compreso quello del 1988 che stiamo oggi discutendo), nei quali il risparmio energetico e la difesa dell’ambiente erano considerati, almeno a parole, fattori di primaria importanza.
Questo significa che i governi che si sono succeduti dal 1974 ad oggi hanno scritto e fatto scrivere dei piani energetici con l’implicito accordo che la politica energetica ed economica sarebbe andata avanti senza nessun piano, affidata agli interessi, spesso capricciosi e schizofrenici, dell’industria petrolifera pubblica e privata, dell’industria automobilistica, dell’ENEL, dell’ENEA, dell’edilizia, a cui si è aggiunta di recente l’industria agrochimica.
Lo dimostrano gli sbalzi di umore a favore del carbone, e poi del gas naturale, della autotrazione diesel, e poi il nuovo amore per la benzina, la passione per l’alcol carburante e poi per la benzina senza piombo, la passione per il solare e poi la freddezza per le fonti alternative, la passione per il nucleare da fissione e poi per la fusione nucleare e le liti fra le relative correnti di pensiero, fino alla commedia della fusione “fredda”, tutto sempre a spese dei contribuenti e dei lavoratori, con profitti privati e pubblici costi.
Nessun piano energetico nel passato, quindi, e nessun piano energetico neanche oggi; la nullità del PEN a cui si riferisce la discussione odierna appare appieno se lo si esamina con un briciolo di attenzione, come cercherò di fare, anche se limitatamente ad alcuni argomenti.
Indice
Consumi elettrici
Ho già ricordato che i consumi elettrici continuano ad aumentare ad un ritmo insostenibile per l’economia del paese e per l’ambiente. La causa non va cercata in un aumento del benessere civile, ma nella moltiplicazione degli sprechi e delle irrazionalità incoraggiati da un regime di tariffe troppo basse.
La lunga crisi energetica ha mostrato chiaramente, se ce ne fosse stato bisogno, come il prezzo delle fonti di energia sia uno strumento che può “pilotare” i consumi. L’ENEL si vanta che oggi l’elettricità costa agli utenti due terzi, in potere d’acquisto reale, rispetto al 1970, ma non spiega che lo stato paga, con pubblico denaro, i costi degli errori – per esempio delle scelte nucleari sbagliate – e che il fine dell’ENEL non è quello di vendere più elettricità possibile, ma di rispondere a indicazioni del Parlamento e del governo. In mancanza di un piano energetico e di tali indicazioni l’ENEL non fa niente né per contenere né per razionalizzare i consumi.
Citerò solo due esempi; l’elettricità alle grandi industrie viene fatta pagare meno del 30 % del prezzo pagato dai cittadini e dalle piccole imprese. Questo significa che i pensionati e i lavoratori pagano di più l’elettricità per consentire all’industria dell’alluminio, dell’acciaio e dell’automobile di produrre e vendere a più basso prezzo le loro merci. La attuale politica delle tariffe elettriche consente così di far pagare alle classi meno abbienti una parte del costo di merci acquistate per lo più dalle classi a più alto reddito – o magari esportate con successo anche quando servono per costruire superarmi clandestine.
Questa può anche essere una linea di politica economica ed energetica, anche se non la condivido, nel nome della competitività e dei profitti dell’industria metallurgica e meccanica, ma nel piano energetico del 1988 non se ne parla ed è quindi praticata o tollerata al di fuori di qualsiasi piano e di qualsiasi indicazione del Parlamento.
Sempre con lo strumento delle tariffe sarebbe possibile produrre più elettricità con gli impianti esistenti, abbassando la richiesta di punta imputabile soprattutto al circa 30 % dei consumi elettrici domestici. Da venti anni abbiamo scritto che una tariffa domestica differenziata, che consenta di acquistare elettricità nelle ore serali a più basso prezzo rispetto ai prelevamenti nelle ore centrali di punta, consentirebbe di far fronte ad una richiesta elettrica superiore all’attuale, senza aver bisogno di aumentare l’attuale parco di centrali dell’ENEL.
Tali centrali hanno già oggi una potenza di 43.000 megawatt, in grado di far fronte, anche considerando la indisponibilità tecnica di alcune di esse, alla richiesta che, ha raggiunto, nel 1989, il picco di 35.800 megawatt (solo per poche ore all’anno), con una produzione ENEL di 162 TWh).
Da venti anni le tariffe multiorarie sono adottate dalle compagnie private di quasi tutti i paesi industriali le quali hanno interesse a vendere più elettricità senza investire soldi nella costruzione di nuove centrali.
Da venti anni l’ENEL si rifiuta di adottare tariffe multiorarie perché il suo fine non è un migliore servizio per la collettività, ma la costruzione di nuove centrali, che significa investimenti e appalti per decine di migliaia di miliardi di pubblico denaro.
Importazioni di elettricità
Da alcuni anni stiamo importando elettricità, principalmente dalla Francia. Questa scelta è presentata, all’opinione pubblica, come una catastrofe dovuta all’irresponsabile rifiuto del nucleare e agli ostacoli frapposti dalla contestazione ecologica alla costruzione di nuove centrali.
Non viene detto che noi acquistiamo elettricità dalla Francia ad un prezzo che, benché sia tenuto segreto (non appare nelle statistiche ISTAT), risulta di circa 50 lire al kWh, cioè meno della metà del costo medio di produzione dell’elettricità in Italia e del prezzo medio dell’elettricità.
In altre parole comprare elettricità dalla Francia è un affare in termini monetari e assicura un profitto all’ENEL; in prima approssimazione si può calcolare che l’ENEL, con le importazioni, spende ogni anno circa 150 miliardi di lire di meno che se producesse la stessa elettricità in Italia.
E del resto la Francia non ci vende elettricità a basso prezzo per amore o solidarietà, ma perché ha costruito un numero eccessivo di centrali nucleari che, per forza, devono produrre elettricità in quantità superiore alla richiesta interna e per forza una parte di questa elettricità deve essere esportata a basso prezzo. Buon per noi – o buon per l’ENEL – quindi, e la scelta potrebbe anche far parte di un piano energetico, ma non se ne parla certo nel piano al nostro esame.
Carbone
Sempre per restare alla produzione di elettricità un altro esempio di comportamento schizofrenico riguarda l’uso del carbone come fonte di energia per le centrali termoelettriche, considerando che il prezzo del carbone sul mercato internazionale è, a parità di energia liberata dalla combustione, la metà di quella del petrolio e dei suoi derivati.
Il piano energetico del 1988 prevede un aumento del contributo del carbone alla domanda energetica del paese, dai 14,5 MTEP/anno (circa 20 milioni di tonnellate all’anno) del 1987 a 22,5 Mtep nel 1995 a 29 Mtep nel 2000.
Quest’ultimo valore presuppone l’importazione e l’uso di circa 45 milioni di tonnellate di carbone all’anno alla fine del prossimo decennio; tolti una decina di milioni di t/anno assorbiti dalla siderurgia a ciclo integrale, in declino, e da altre industrie, la maggior parte dei restanti 35 milioni di tonnellate all’anno di carbone nel 2000 dovrebbero essere assorbiti dalle centrali termoelettriche, e dovrebbero produrre circa 100 miliardi di TWh all’anno di elettricità (un terzo dell’elettricità totale presumibilmente richiesta nel 2000).
Questo progetto avrebbe anche potuto essere ragionevole se (e questo “se” va sottolineato) l’ENEL si fosse presentata alle popolazioni con convincenti assicurazioni di voler usare il carbone in maniera ecologicamente corretta, come è possibile fare con le attuali tecnologie, ben note.
L’ENEL a volta a volta ha dato da intendere che avrebbe usato, nelle centrali termoelettriche vecchie e di nuova costruzione, carbone con tecnologie pulite, ma alla metà del 1990 non ha ancora scelto quali processi di abbattimento delle polveri e dei gas inquinanti intende adottare, non ha nessun piano di eliminazione delle nocività dovute ai carbonili e allo smaltimento delle ceneri e parla di cominciare a sperimentare adesso tecnologie che sono già mature e diffuse in altri paesi.
Per cui suona ridicola la dichiarazione, contenuta nel PEN al nostro esame, secondo cui per il parco centrali termoelettriche esistenti (a carbone, a olio combustibile) dell’ENEL è prescritta una riduzione del 30 per cento entro il 1990 delle attuali emissioni di ossido di zolfo (peraltro una sola delle molte sostanze inquinanti immesse nell’ambiente).
Ugualmente inattuabile la dichiarata intenzione di contenimento delle emissioni in accordo con le direttive europee, del resto non ancora recepite. Se un contenimento è previsto, lo si realizza usando metano al posto del carbone, ma allora che senso hanno le previsioni dei consumi di carbone? Può un serio piano energetico essere così pieno di contraddizioni?
E, sempre per restare al discorso del carbone nelle centrali termoelettriche, è assurdo che non si sia fatto nessun serio passo per un uso ecologicamente corretto del carbone del Sulcis, un bacino con riserve stimate in un miliardo di tonnellate, con un contenuto energetico equivalente ad almeno 500 milioni di tep.
Il PEN del 1988 afferma che “è prevista la costruzione di un impianto dimostrativo della gassificazione”, quando è noto che c’è ben poco da dimostrare dal momento che la gassificazione è già praticata industrialmente, in altri paesi, su ligniti ad alto contenuto in zolfo e ad alto contenuto in ceneri come quelle del Sulcis.
Anche in questo caso il PEN a parole dice di valorizzare le risorse del Sulcis e nei fatti continua a lasciare sotto terra delle riserve di combustibili fossili il cui valore monetario potenziale, misurato sul prezzo equivalente odierno del petrolio, ammonta a 100 mila miliardi di lire.
Per cercare di tenere zitte le popolazioni condannate ad ospitare nuove centrali termoelettriche, l’ENEL continua a dichiarare che costruirà impianti policombustibili, in grado di funzionare a carbone, metano o olio combustibile; in questo modo si moltiplicano per tre le infrastrutture, ben diverse, per il trasporto e il deposito di carbone, oppure di prodotti petroliferi, e poi di gas naturale, con uno spreco di denaro e di territorio.
Carburanti per autotrazione
Passando ad un altro aspetto dell’inconsistenza dei piani energetici del passato e di quello del 1988, consideriamo il comportamento schizofrenico della politica governativa nei confronti dei carburanti per autotrazione.
Per un certo periodo la politica di imposte di fabbricazione o di tasse automobilistiche ha favorito l’aumento del parco circolante di autoveicoli diesel, e quindi il consumo di gasolio per autotrazione; poi c’è stato un pentimento e si sono penalizzati gli autoveicoli diesel a favore di quelli a benzina.
Il tutto senza alcun programma, rispondendo, a volta a volta, alle pressioni dell’industria petrolifera quando c’era una eccedenza di gasolio, o di benzina, o dell’industria automobilistica quando la vendita di automobili diesel sembrava rivitalizzare il mercato stanco delle automobili a benzina o viceversa.
La mancanza di un piano energetico ha portato un aumento dell’inquinamento, della congestione, dei costi per le famiglie, del volume e del peso di autoveicoli destinati alla rottamazione (oltre un milione all’anno, circa un milione di tonnellate all’anno di materiali da smaltire).
Sempre nel settore dei consumi energetici dei trasporti si può ricordare che tutti i piani energetici, compreso questo del 1988, dichiarano che deve diminuire la dipendenza del paese dal petrolio, ma niente viene fatto per il potenziamento dei trasporti pubblici e il contenimento dei trasporti privati, azioni che potrebbero far diminuire di dieci milioni di tonnellate all’anno i consumi di prodotti petroliferi, con una parallela diminuzione dell’inquinamento e della congestione urbana.
E visto che stiamo parlando di società a bassa intensità di energia, vorrei citare che un consistente risparmio di energia si può avere anche con le iniziative di riciclaggio delle merci usate. La produzione di merci dalle materie seconde, cioè dalle merci usate, che consente di ottenere le stesse merci con un consumo di energia e con un inquinamento minore rispetto a quando si usano le materie prime, cioè risorse minerarie o agricolo-forestali nuove.
Il consumo di energia per unità di peso di merce, quando si parte da materie seconde, anziché da materie prime, risulta il 10 % nel caso dell’alluminio, il 30 % nel caso dell’acciaio, il 50 % nel caso della carta e del vetro, per citare quattro settori che assorbono complessivamente circa il 40 % dei consumi energetici industriali italiani.
Fonti rinnovabili di energia
Un altro capitolo di comportamento energetico schizofrenico riguarda le fonti rinnovabili di energia; da anni la produzione di elettricità dal Sole con impianti fotovoltaici è una realtà industriale che consente di produrre elettricità a costi ormai di poco superiori a quelli delle centrali tradizionali.
Ciò è stato possibile in seguito ad una continua diminuzione, per effetto di scala, del costo dei dispositivi fotovoltaici; negli Stati Uniti isotono impianti fotovoltaici in grado di produrre molte decine di megawatt di elettricità venduta alle reti elettriche commerciali.
In Italia nel 1985 era stata decisa la costruzione di un impianto da un megawatt, con fondi ENEL e ENEA, vicino ad Amendola, in provincia di Foggia; dopo un po’ di tempo l’ENEL si è ritirata e così, da poco, è entrato in funzione appena un terzo dell’impianto, per circa 300 kilowatt, una inezia.
Nello stesso tempo l’ENEL si è imbarcato nella costosa costruzione di un impianto a specchi ad Adrano, destinato, per le sue caratteristiche tecniche, all’insuccesso come mezzo per produrre elettricità, rivelatosi inutile giocattolo, quasi macabro scherzo per ridicolizzare l’energia solare, dopo breve tempo smantellato.
Un discorso simile vale per l’uso dell’alcol etilico agricolo come carburante; centinaia di migliaia di tonnellate di alcol etilico delle eccedenze agricole AIMA sono stati venduti a meno di 100 lire al kg e esportate; nello stesso tempo è stato proposto di produrre alcol etilico dalle eccedenze agricole francesi a costi calcolabili a 1000 lire al kilo, poi il progetto si è volatilizzato e di nuovo abbiamo le cisterne AIMA piene di alcol, distillato dalle eccedenze di vino, inutilizzato.
Piano energetico avrebbe potuto significare anche raccordo fra agricoltura e energia, ma le scelte e le controscelte sono state affidate alle bizzarrie degli umori imprenditoriali dell’anno e a nessun progetto – a nessun piano!
Tentativi per risuscitare il nucleare
Prima di concludere voglio ricordare la sottile manovra in atto per risuscitare il nucleare, sepolto dagli incidenti internazionali del 1979 e del 1986 e dal referendum del 1987.
In questi anni si è visto gradualmente crescere l’attenzione, da parte dei grandi mezzi di comunicazione, per l’effetto serra, l’aumento della temperatura del pianeta in seguito all’aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera in seguito, a sua volta, all’aumento dell’uso mondiale dei combustibili fossili.
Gli avvocati dell’energia nucleare, che in questi anni sono rimasti sonnacchiosi, ma sempre all’erta, hanno approfittato della crescita dell’attenzione su questo problema rilanciando, da alcuni anni sempre più spesso, l’equazione: salvezza del pianeta uguale meno combustibili fossili e pertanto più nucleare.
Così i critici del nucleare vengono presentati come i veri nemici del pianeta, quelli che facendo dipendere tutta l’energia dai combustibili fossili, vogliono provocare il riscaldamento degli oceani della Terra, la fusione dei ghiacci, l’allagamento delle città costiere.
Ed ecco che vengono pescate o ripescate bizzarre idee, dai reattori intrinsecamente “sicuri”, alla fusione fino alla barzelletta della fusione fredda.
In realtà l’energia nucleare non rappresenta la soluzione dei problemi dell’umanità perché – a parte il fatto che le centrali nucleari sono afflitte periodicamente da incidenti, di tanto in tanto anche catastrofici – anche se fosse inventato un impianto con minori probabilità di incidenti degli attuali, più “sicuro”, resta insoluto il problema della sistemazione dei residui radioattivi della fissione, resta insoluto il problema del costo dell’elettricità, troppo alto rispetto a qualsiasi altra fonte di energia, fotovoltaico compreso.
Se è vero che è ancora elevato il numero di reattori esistenti nel mondo, è altrettanto vero che la produzione di elettricità; nucleare tende a stabilizzarsi per la graduale diminuzione dell’entrata in funzione di nuove centrali.
Sarebbe una sciocchezza illudersi di risuscitare il nucleare, che già tanto guai – se non altro come lacerazione civile – ha già provocato nel nostro paese.
Del resto la miopia del governo sul nucleare è dimostrata anche dall’impresa, tollerata e mai condannata, come ha fatto il referendum popolare, del coinvolgimento dell’ENEL nel reattore veloce a plutonio francese Superphenix.
Come è ben noto l’ENEL partecipa per un terzo nel capitale investito per la costruzione di un reattore che ha funzionato solo per un quarto della sua esistenza, per il resto è stato fermo per guasti, per cui si può ben calcolare che la partecipazione dell’ENEL alla folle impresa sia costata ai contribuenti italiani circa 2500 miliardi di lire.
So che molti uomini di governo e molti nello stesso Parlamento sono convinti che si debba tornare all’uso dell’energia nucleare; ma in un corretto piano energetico, quello chiesto da alcune delle mozioni al nostro esame, non c’è posto per l’energia nucleare.
Come molte mozioni hanno indicato, bisogna costatare che il nostro governo non è stato e non è capace di scrivere un piano energetico in cui i consumi di energia e i modi di produzione e di uso dell’energia non siano affidati alla gestione selvaggia degli interessi economici.
Eppure mai come in questo momento di rapidi mutamenti dei rapporti internazionali c’è bisogno di un piano energetico, di indicazioni chiare e coraggiose per la politica fiscale – a chi far pagare di più quali fonti energetiche – per una politica industriale – quali merci e macchinari produrre per consumare meno energia e per inquinare di meno – per una politica economica che metta un qualche freno al disavanzo pubblico, dovuto anche alle follie e agli errori energetici del passato.
Per l’Italia occorre, in coerenza con quanto avviene negli altri paesi industrializzati, un piano energetico che sia capace di soddisfare bisogni umani consumando meno energia, soprattutto di origine fossile e non rinnovabile, anche alla luce dei vincoli di scarsità energetiche planetarie, dei pericoli di alterazioni ambientali planetarie e dei vincoli di una più giusta distribuzione dei consumi energetici fra un nord del mondo che, come la cicala della favola, spreca oggi senza pensare al futuro, e un sud del mondo che, con la sua popolazione che aumenta di 85 milioni di persone all’anno, vuole un posto alla tavola del festino energetico mondiale.
Nella pubblicazione dell’ENEL, Dimensione energia, del gennaio-febbraio 1990, il premio Nobel per l’economia Jan Tinbergen, dell’Università di Rotterdam, spiega che per non prosciugare le riserve, limitate, di energia e di risorse naturali della Terra occorre introdurre innovazioni tecniche capaci di far diminuire ogni anno di almeno il 2 per cento il consumo di energia per unità di ricchezza e di merci prodotte. Questo significherebbe per gli Stati Uniti una elasticità energia/PIL di 0,30.
In Italia si è fatto proprio il contrario: il consumo di energia per unità di ricchezza monetaria è aumentato del 10 per cento all’anno nella seconda metà degli anni ottanta e l’elasticità energia/PIL è aumentata, come ho ricordato, a oltre uno!
Raccomando la lettura dell’articolo del prof. Tinbergen – un premio Nobel per l’economia, non un bizzarro ambientalista e modesto merceologo come posso essere io – a chi sarà chiamato a scrivere l’ennesimo piano energetico italiano, nella speranza che si tratti finalmente, come sostanzialmente chiedono le mozioni in discussione oggi, di un piano serio e credibile, quello di cui l’Italia ha bisogno, e che orienti una corretta politica energetica e economica del paese.
Grazie.

