Per una analisi dell’impatto ambientale delle guerre – e dell’uso quindi delle armi tecnologicamente e scientificamente progettate, studiate, prodotte e ottimizzate al fine di produrre morte e devastazione e in questo senso oscene secondo la definizione che ne diede Giorgio Nebbia in La violenza delle merci – si può partire osservando la deriva storica del loro uso. Nelle guerre classiche, che la storia e la letteratura hanno tramandato, così come nelle guerre moderne e contemporanee, ogni sviluppo delle tecniche di guerra ha visto un corrispondente incremento di barbarie e orrore. “Non vi è un documento di cultura che non sia al tempo stesso un documento di barbarie” scrisse Walter Benjamin nella settima delle sueTesi sul concetto di storia (1940).
Indice
L’osceno sviluppo delle armi e la sistematica preparazione della guerra
I testi omerici menzionano unguenti velenosi impiegati per rendere letali le punte delle frecce, testimoniandone l’uso quindi fin dai tempi della guerra di Troia: “[Odisseo] Ratto ad Efira andò chiedendo ad Ilo, di Mèrmero al figliuol, velen mortale, onde le frecce unger volea, veleno” (Odissea, I, vv. 259-263, trad. Pindemonte).
Nel 190 A.C., nella guerra per il controllo dell’Asia Minore contro Antioco III re dei Seleucidi, venne attestato per la prima volta l’uso da parte della flotta di Rodi di recipienti contenenti liquidi infiammabili scagliati con catapulte contro le navi nemiche.
Nel 674 D.C. durante l’assedio arabo di Costantinopoli viene utilizzato per la prima volta dai Bizantini, contro le navi degli assedianti, il “fuoco greco”: una miscela di salnitro e petrolio greggio mescolata con pece, zolfo e nafta, che una volta accesa era inestinguibile.
Nel 1516, Ludovico Ariosto, autore del romanzo epico Orlando Furioso, scrisse un passaggio degno di nota per condannare l’uso delle armi da fuoco, che erano in quell’epoca di recente invenzione e in grado di rivoluzionare l’arte della guerra medievale: “«O maladetto, o abominoso ordigno, che fabricato nel tartareo fondo fosti per man di Belzebù maligno che ruinar per te disegnò il mondo, all’inferno, onde uscisti, ti rasigno». Così dicendo, lo gittò in profondo”. (Orlando Furioso, Canto IX, ottava 91). Ariosto considerava la polvere da sparo una tecnologia infernale che sovrastava l’abilità dei duellanti favorendo, nelle battaglie, la brutalità e il caos.
Da allora la guerra ha visto un uso sempre più diffuso e sistematico di risorse tecniche. Fino alla fine del XX secolo, quando il controllo digitale degli armamenti ha preso il sopravvento, le tecnologie di guerra erano principalmente costituite da agenti chimico-fisici. Queste potevano essere armi a sé stanti, come l’iprite (gas mostarda) sperimentata nella guerra di trincea durante la Prima guerra mondiale, il gas Zyklon B ritenuto adatto alla soluzione finale nei campi nazisti, e il napalm e l’agente arancione sparsi nella guerra del Vietnam. Nella guerra moderna, tuttavia, le sostanze chimiche svolgono un ruolo fondamentale anche nella logistica, o per alimentare l’armamento e per preparare e utilizzare armi più potenti. Ne sono un esempio il ruolo chiave svolto dai giacimenti petroliferi di Baku (Azerbaigian) nel sostenere la vittoria dell’esercito sovietico contro la Germania durante la Seconda Guerra Mondiale, o i numerosi processi e strumenti chimici ideati e utilizzati per separare i nuclidi fissili e produrre bombe atomiche – fra questi l’esafluoruro di uranio utilizzato nel ciclo del combustibile nucleare per arricchire l’uranio e le sostanze perfluoroalchiliche, gli PFAS, utilizzati fin dagli anni del Progetto Manhattan per contenere o isolare l’uranio e il fluoro corrosivi.
Così come la propaganda, tutti i tipi di industria chimica sono componenti ben integrate della guerra moderna, e industrie apparentemente innocenti come quella della fotografia o della cinematografia, così come quelle dei coloranti, dei fertilizzanti e dei pesticidi – è relativamente semplice spostare la produzione chimica dall’uno all’altro di questi settori – incorporano in realtà anche gli aspetti peggiori della produzione bellica per scopi di controllo e propaganda, spionaggio, oltre che per lo sviluppo di armi esplosive.
Si osserva, insomma, una intrinseca potenziale propensione a sviluppi militari dell’intera filiera produttiva moderna assieme al rischio di pervasività del pensiero bellicista nel sistema industriale. Seguire questo discorso porta lontano dal conflitto armato ma più dentro il nostro sistema economico e produttivo: la relazione diretta fra la produzione bellica e il sistema socioeconomico che lo sottende – il complesso industrial militare – fu resa esplicita dal presidente USA Eisenhower nel suo discorso di congedo dalla Casa Bianca, nel gennaio 1961.
Eppure, ancora c’è chi sostiene, perfino con frequenza, la validità del motto “Si vis pacem para bellum” (“Se vuoi la pace, prepara la guerra”) ma chi lo usa è probabile che non ne conosca a fondo l’origine e, al tempo stesso, dovrebbe chiedersi cosa intende davvero per “pace” se a sua difesa associa la preparazione della guerra. Il detto “Si vis pacem, para bellum” in realtà non compare in nessun testo conosciuto. Compare sempre e solo come citazione ed è probabilmente stato ricavato per condensazione dalla frase di Vegezio “Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum”, letteralmente “Dunque chi aspira alla pace, prepari la guerra”. Flavio Vegezio Renato, funzionario imperiale dell’epoca di Teodosio (IV – V secolo d.C.), è noto per la sua opera sull’arte della guerra, Epitoma rei militaris (Manuale militare) scritto fra il 383 e il 450 d.C. in cui è riportato quel passaggio. Curiosamente, l’autore non è un generale e nemmeno un esperto in questioni belliche. È verosimilmente un cristiano e prima di questo trattato avrebbe scritto un fortunato saggio di medicina veterinaria sulla cura dei muli. Da allora il motto è stato ripetutamente utilizzato negli studi politici (ad es. nel Principe di Nicolò Machiavelli, scritto nel 1513/14) e nelle relazioni internazionali per legittimare il principio della deterrenza o dissuasione, ovvero la costituzione di un apparato militare imponente, superiore o paragonabile a quello di un nemico attuale o potenziale, come sistema di equilibrio tra le potenze e per evitare i conflitti armati.
Publio Cornelio Tacito, nell’Agricola (De vita et moribus Iulii Agricolae – Vita e abitudini di Giulio Agricola) fa pronunciare al generale calèdone Calgaco un’altra locuzione famosa “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” (Dove creano il deserto, lo chiamano pace), l’intenzione era di infondere coraggio alle sue truppe prima della battaglia del monte Graupio contro l’esercito romano. La frase è tratta dal discorso in cui Calgaco delinea un’unica alternativa di fronte ai romani, insaziabili dominatori: o libertà o morte.
Siamo nell’anno 98 D.C. circa in Caledonia, all’estremo nord della Britannia, nell’odierna Scozia. L’esercito romano, guidato da Giulio Agricola, sta avanzando, ma i Calèdoni non sono disposti a sottomettersi. Prima della battaglia decisiva, il loro capo, Calgaco, pronuncia un fiero discorso, in cui denuncia la ferocia e l’avidità dei Romani che pretendono di dominare tutto il mondo, ed esorta i Calèdoni a battersi fino alla morte piuttosto che subire quella dominazione1. Calgaco, che difende la libertà e l’indipendenza della Caledonia, sembra anticipare quel William Wallace, eroe nazionale scozzese (il Braveheart, cuore impavido, del violentissimo omonimo film, interpretato da Mel Gibson) che, alla fine del 1200, si batté per la libertà e l’indipendenza della sua terra (la Scozia) dalla dominazione inglese.
Seppure opposte negli intenti – a favore dell’impero quella di Vegezio, contro l’impero quella di Tacito – nessuna di queste locuzioni è pacificatrice nei suoi intenti. L’unica risposta ammissibile è quella della violenza. E con il supporto delle scienze – si pensi allo sviluppo dell’aeronautica avvenuto soprattutto per scopi militari, poi ricaduti nel trasporto civile – poco per volta la guerra è diventata sempre più devastante e le sue conseguenze ramificate nel tempo e nello spazio, fino alla luna e sul pianeta Marte.
Il punto di svolta del crescendo di devastazione dei conflitti dovuto agli sviluppi tecnologici è difficile da contornare cronologicamente: la guerra civile americana, le due guerre mondiali, il Vietnam e la Jugoslavia sono inclusi nel percorso, fino a Gaza, l’Ucraina e il Sudan contemporanei. L’utilizzo dei dispositivi unmanned – a guida autonoma, o da remoto – ha portato i combattimenti dai campi di battaglia aperti, la cui finalità era il controllo del territorio, agli spazi urbani in cui si trovano maggiormente distribuiti siti strategici vitali per l’uno o l’altro schieramento: impianti di energia, centri di sviluppo tecnologico strategico, sedi dei mezzi di informazione (TV, radio, giornali e media in generale) e – per scivolamento sul piano inclinato che si è deciso di percorrere – impianti di smaltimento rifiuti e potabilizzazione, scuole e università, ospedali, chiese e ogni possibile luogo nemico, fino alla distruzione a tabula rasa di intere città come a Gaza, Karkiv, Teheran, Baghdad. Si veda l’impressionante lavoro di Ayoub H.H., Chemaitelly H. e Abu-Raddad L.J. (2024) (Comparative analysis and evolution of civilian versus combatant mortality ratios in Israel-Gaza conflicts, 2008-2023. Front. Public Health 12:1359189. doi: 10.3389/fpubh.2024.1359189) che offre una elaborazione statistica dei dati di mortalità legata ai conflitti per uomini e donne, comprese sia le vittime tra i combattenti sia quelle tra i civili, per fasce d’età nei cinque conflitti tra Israele e Gaza analizzati fra 2008 e 2023. Le percentuali delle vittime espresse in rapporto al numero totale di decessi in ciascun conflitto mostrano negli anni un progressivo spostamento statistico del picco di mortalità verso le età più giovani (da 0 a 4 anni) sia per i maschi che per le femmine.
La preparazione alla guerra è da considerare come attività ecocida altrettanto – se non più – del conflitto armato vero e proprio. Possiamo anche in questo caso parlare di volenza culturale e strutturale (il sistema radar e di controllo da remoto, le basi militari, navali e aeronautiche, sottomarine etc.) che sovrasta e guida la violenza diretta. Esiste insomma una sovrastruttura ecocida che prepara, realizza e perfeziona la guerra. Anche in questo la storia testimonia una continuità “strategica” che dura ancora.
I famosi cedri (e altri alberi ad alto fusto) del Libano furono impiegati per le barche greche prima e romane poi. Roma costruiva le navi usando le foreste di tutto l’Impero, soprattutto Balcani, Anatolia e Libano, perché l’Italia da sola non bastava a sostenere una grande flotta militare; questa “estrazione” di risorse a scopo militare per la costruzione di navi da guerra durò fino al novecento – e al passaggio d’uso dell’acciaio – quando la Russia applicava un programma definito per la coltivazione di alberi da legno appositamente destinati alla produzione della flotta militare. La Gran Bretagna si affidava per l’identica motivazione, alle foreste dei paesi baltici (anch’essi considerati colonie britanniche).
Per l’operazione Manhattan, l’uranio necessario per la costruzione delle bombe usate a Los Alamos e poi a Hiroshima e Nagasaki oltre che dal Canada (Ontario) proveniva dal Congo Belga. Si trattava di uranio di alta qualità dalla miniera di Shinkolobwe: estratto dalla Union Minière du Haut-Katanga, raggiungeva Los Alamos attraverso una complessa e segreta catena logistica mantenuta attiva durante l’intera Seconda Guerra Mondiale, gestita dal Progetto Manhattan. Il minerale grezzo veniva prima trasportato in treno fino al porto di Matadi sul fiume Congo, passando per chiatte sul fiume stesso e la stazione di Léopoldville (oggi Kinshasa). Da lì, navi o aerei PanAm lo spedivano attraverso l’Atlantico a New York, con stoccaggio temporaneo sotto il Bayonne Bridge per evitare U-Boot tedeschi, e infine in treno fino al Laboratorio di Los Alamos nel New Mexico.
Preparare la guerra nel terzo millennio: il progetto Rearm Europe non è nato dal nulla
Ciò che a molti appare come l’ultimo presidio democratico in campo internazionale, l’Unione Europea, dedica nel 2026 al riarmo 800 miliardi di euro. Non è una novità assoluta. Il 27 ottobre 2016 il Parlamento Europeo ha approvato per la prima volta nella sua storia lo stanziamento di ingenti finanziamenti per la “ricerca militare”2. La notizia venne diffusa da un sito direttamente interessato “Science/Business” indirizzato a “scienziati e uomini d’affari”3: gli stati del Parlamento Europeo avevano approvato la proposta di finanziare la ricerca in tecnologie per la difesa a partire dal 2017 fino al 2020, realizzando quanto previsto dal Programma “Preparatory Action for Defence Research” che aveva speso fino ad allora circa 25 milioni di euro all’anno. Le voci di spesa fino ad allora proposte includevano ricerche sui droni, sulla cyber-difesa e sulla sorveglianza marittima.
Tra le possibilità di finanziamento della spesa per l’industria militare da allora ipotizzate vi è stata anche la riduzione delle restrizioni alla European Investment Bank, in modo da poter finanziare sia progetti di ricerca per la difesa sia le loro ricadute applicative: questo significa che i singoli paesi possono acquistare direttamente con fondi di ricerca equipaggiamenti militari “sperimentali” come elicotteri e droni da combattimento. Il programma “Preparatory Action for Defence Research” riuscì successivamente a crescere, consolidando l’ammissibilità della ricerca per scopo militare anche nel programma permanente di ricerca tradizionale dell’UE, denominata Horizon, a partire dal 2020 per un valore di 3,5 miliardi di euro.
La gravità di queste scelte non può sfuggire a chiunque abbia a cuore la scienza come strumento non di oppressione ma di pace. La comunità scientifica ha perciò predisposto azioni di sensibilizzazione dei parlamentari europei. Va segnalata l’iniziativa di Researchers for Peace4, con una prima petizione inviata all’Unione Europea contro la decisione di stanziare una somma di 90 milioni di euro in tre anni per preservare la, letteralmente, “competitività dell’industria bellica europea” attraverso un piano di ricerca scientifica dedicata al settore militare.
Ancora nel 2017, venne lanciato un nuovo appello dalla associazione pacifista belga Vredesactie (Movimento per la pace) mentre stavano per essere aperti i primi bandi con stanziamenti pari a 13 milioni di euro destinati dal Fondo per la Difesa Europea all’industria di armi. Secondo i promotori di questa ulteriore protesta, si stava delineando una deriva delle istituzioni europee di stampo militare, grazie al fatto che l’industria bellica ha accesso praticamente indisturbata ai palazzi di Bruxelles.
Il meeting annuale del novembre 2018, congiunto fra Agenzia della Difesa Europea e l’industria militare, è stato dedicato alla “innovazione” nelle tecnologie militari, legata ai sistemi non solo “unmanned” (termine in genere riferito ai velivoli privi di pilota, i cosiddetti droni) ma addirittura “autonomous”, ovvero potenzialmente capaci di decidere in autonomia quando, dove e come innescare il proprio bagaglio di distruzione. Sul tema dello sviluppo di sistemi di arma autonomi venne già allora avviata una campagna di sensibilizzazione da parte della comunità scientifica, con in prima fila anche i principali istituti di sviluppo dei sistemi ad intelligenza artificiale5. Per gli attivisti fu una prima occasione importante per prendere coscienza e opporsi all’abbraccio nefasto fra istituzioni europee e industria militare. Ciò che più preoccupa, assieme alla possibilità di sviluppo di sistemi di guerra autonomi, ovvero senza un filtro di controllo e responsabilità di tipo umano, è anche il massiccio spostamento di fondi pubblici dell’Unione Europea che vengono trasferiti sul settore della ricerca bellica.
Il Parlamento Europeo nel 2025 ha inoltre approvato le seguenti modifiche legislative per il settore ricerca, che permettono di:
- Destinare di maggiori fondi UE alla difesa modificando Horizon Europe
- Aggiungere le tecnologie della difesa come quarto settore strategico di STEP (Strategic Technologies for Europe Platform)
- Finanziare infrastrutture di trasporto dual use (civile/militare) nel Meccanismo per Collegare l’Europa
Per riassumere, riportiamo schematicamente la successione di investimenti dedicati dall’UE alle tecnologie di guerra:
2017-2020: Primo Fondo europeo per la difesa (EDF) pilota (130 milioni €) per ricerca congiunta
2021: Avvio ufficiale EDF con 8 miliardi di euro per il ciclo 2021-2027, dedicato specificamente a ricerca e sviluppo congiunto di tecnologie di difesa tra Stati membri): è stato lo strumento principale per la ricerca militare prima del 2025, con l’obiettivo di ridurre la frammentazione europea.
2023: Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, per rafforzare l’industria della difesa l’UE introduce:
- EDIRPA (European Defence Industrial Reinforcement Programme) avviato nel 2023
- ASAP per aumentare la produzione di munizioni
Fine 2024: Revisione per includere la ricerca bellica nel ciclo di programmazione dei fondi HORIZON 2021-2027 (complessivamente 95,5 miliardi di euro)
6 marzo 2025: ReArm Europe (chiamato anche Rearm EU o Readiness 2030) sblocca ulteriori 800 miliardi euro per il piano di difesa militare dell’UE, approvato per rafforzare le capacità militari europee in risposta alla guerra in Ucraina e all’incertezza sul sostegno americano. Non dispone di fondi propri, ma usa risorse esistenti (PNRR, fondi di coesione, Recovery Fund) in deroga eccezionale ai parametri del patto di stabilità per spese militari. Il 15 gennaio 2026 Belgio, Bulgaria, Danimarca, Spagna, Croazia, Cipro, Portogallo, Romania hanno visto approvati i propri piani di riarmo. Il 26 gennaio 2026 sono stati approvati anche quelli di Estonia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Finlandia. Sfruttando questo finanziamento pubblico, l’Italia ha previsto entro i prossimi 4 anni di incrementare i propri investimenti in tecnologie belliche da circa da 33 a circa 70 miliardi
Le conseguenze a lungo termine della corsa agli armamenti
Un ragionamento più approfondito sull’impatto ambientale delle guerre, oltre alle devastazioni immediate legate all’uso delle armi, porta a considerare i retro-effetti (per qualcuno, ma non per tutti, anti-intuitivi) dei conflitti, che inevitabilmente si ritorcono anche sui vincitori. Restando al campo occidentale, le dirompenti conseguenze dell’impiego – e della sperimentazione – delle armi nucleari, dei defoglianti (agente Orange) usati per disboscare le foreste del sud-est asiatico (Vietnam, Cambogia, Corea), dell’uranio impoverito, uniti ai drammatici numeri dei suicidi e del disagio psichiatrico causati dallo stress da shock post traumatico nei veterani USA, fanno salire il conto delle vittime civili e militari in tempo di pace ma legate alle conseguenze della guerra fino a numeri – negli USA si stimano decine di migliaia di morti lungo i decenni – che sovrastano per ordini di grandezza le vittime dirette (in combattimento) dei conflitti.
Va citato il lavoro sugli effetti nocivi delle radiazioni nucleari a bassa intensità del genetista Edward Butt Lewis, premio Nobel per la Medicina e Fisiologia nel 1995. Nel 1957 Lewis scrisse sulla rivista Science un lavoro (7 May 1957, Volume 125, Number 3255 Leukemia and Ionizing Radiation, E. B. Lewis) che correlava l’insorgenza di alcune forme di leucemia all’esposizione cronica a radiazioni ionizzanti a bassa intensità nella popolazione di Hiroshima e Nagasaki, sollevando preoccupazioni per le conseguenze del fall-out radioattivo dei test nucleari condotti a centinaia sul territorio statunitense (e sovietico). Studi successivi denominati BEIR (Biological Effects of Ionizing Radiation) pubblicati dalla National Academy of Sciences (NAS) degli Stati Uniti sui rischi biologici delle radiazioni ionizzanti, in particolare a basse dosi hanno confermato tali previsioni. Il più noto è BEIR VII (2006), che analizza il rischio di cancro da esposizioni a radiazioni, assumendo il modello lineare senza soglia (LNT).
Occorre tener in conto questi effetti controproduttivi dello sviluppo di armamenti, che colpiscono soprattutto chi li prepara e li costruisce, per non far credere che la guerra possa avere alcun connotato né di razionalità, né di giustizia – come viene invece sostenuto, purtroppo, anche da chi ha occupato posti di rilevanza culturale nel nostro Paese, come la fondazione Luigi Einaudi di Roma – né durante la fase di conflitto, né durante la fase di preparazione e sviluppo degli armamenti.
Va invece celebrata la frase dell’enciclica “Pacem in terris” promulgata da Papa Giovanni XXIII l’11 aprile 1963 che esattamente recita: “Quare aetate hac nostra, quae vi atomica gloriatur, alienum est a ratione, bellum iam aptum esse ad violata iura sarcienda” (“Perciò in questo nostro tempo che si gloria della potenza atomica, è impensabile che la guerra sia uno strumento idoneo a riparare i diritti violati”). Su questo solco si colloca l’ultima enciclica, Magnifica Humanitas, emanata da Leone XIV nel maggio 2026, dove si può leggere:
Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto. L’umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili.
Non è bellica solo la guerra
Due grosse tematiche vanno evidenziate su tutte come catastrofiche e ubiquitarie conseguenze dei crimini contro l’umanità commessi dal sistema socioeconomico contemporaneo anche in tempo di pace: l’avvelenamento delle acque e le carestie indotte. Anche se perpetrate in assenza di conflitto, queste azioni costituiscono crimini di guerra a tutti gli effetti. Possiamo riferirci oggi all’avvelenamento delle acque e alla carestia che hanno colpito Gaza, ma lo stesso è accaduto e accade in Ucraina, Congo, Uganda e ovunque vi siano tensioni fra nazioni. Storicamente, si può portare l’attenzione sul più grande genocidio mai compiuto dall’umanità: quello contro i popoli nativi americani, perpetrato non solo con gli scontri armati e le stragi che pure accaddero, ma più efficacemente con lo sterminio dei bisonti, che per millenni erano stati la principale fonte di sostentamento dei popoli del Nord America.
Legata alla questione dell’avvelenamento delle acque, possiamo pensare oggi alle sostanze per-fluoro-alchiliche polimeriche che, come già visto, furono originate proprio per scopi militari grazie alla loro superiori proprietà lubrificanti, isolanti, ignifughe. Nel suo rapporto sulla competitività europea (settembre 2024), Mario Draghi espresse scetticismo su un bando totale dei PFAS, sostenendo che siano insostituibili per la transizione ecologica e l’industria ad alta tecnologia – ma lo sono soprattutto per l’industria bellica, appositamente ideati esattamente per i trattamenti di estrazione mineraria e di protezione (coibentazione, isolamento) degli impianti di lavorazione chimica – imparentati con l’esafluoruro usato per la lavorazione del minerale di Uranio.
Scrive Edoardo Bortolotto, avvocato di parte civile per il processo in cui l’azienda Miteni di Trissino (VC) è stata condannata per inquinamento da PFAS delle falde acquifere fra Vicenza, Padova e Verona (sentenza 26 giugno 2025):
Immaginate un’arma. Non ha grilletto, non ha lama, non produce un suono. Non lascia tracce visibili sul momento. Non fa notizia il giorno in cui colpisce, perché non c’è un giorno preciso in cui colpisce: agisce su anni, su decenni, su generazioni. Si infiltra nell’acqua che bevete, nel sangue che scorre nelle vene dei vostri figli, nel latte che una madre offre al proprio neonato senza sapere cosa sta trasmettendo. Questa arma ha un nome chimico: PFAS — sostanze perfluoroalchiliche. E in Italia ha anche un indirizzo: località Colombara, 91 Trissino, provincia di Vicenza. Ha il nome di un’azienda: Miteni S.p.A. Il caso Miteni non è solo una storia di inquinamento. È una storia di potere, di invisibilità e di tempo. È la storia di come si possa fare violenza a una comunità intera senza che nessuno veda cadere un solo colpo. Ed è esattamente questa la lente teorica che voglio usare oggi: il concetto di slow violence, violenza lenta, elaborato dallo studioso postcoloniale Rob Nixon nel suo saggio del 2011 Slow Violence and the Environmentalism of the Poor.
Per ricostruire una logica di pace, partendo da una contemporaneità che ha perso il senso delle proprie parole e che è costituita da tessere saltate via da un puzzle di cui si fatica a riconoscere il disegno e il senso originario, abbiamo a disposizione gli strumenti della partecipazione, della creatività e la necessità di correlazione dei percorsi. Occorre unire le lotte ambientaliste e antimilitariste con quelle dei diritti umani, per il diritto internazionale e per l’uguaglianza e l’equità, a partire dall’interno dei singoli paesi. Se non lo comprendiamo noi, lo comprendono bene le strutture del potere che non casualmente colpiscono l’ambientalismo (il numero di attivisti per l’ambiente assassinati in conflitti a bassa intensità è secondo solo al numero di giornalisti assassinati negli stessi contesti), in Italia anche con multe pesantissime per reati legati a manifestazioni pubbliche introdotte dal nuovo Decreto Sicurezza, convertito in legge nell’aprile 2026, che ha inasprito le sanzioni per chi protesta. Le multe per gli attivisti variano da 5mila a oltre 30mila euro a seconda della condotta, e per il blocco stradale o ferroviario si rischiano fino a 2 anni di carcere.
Di nuovo, non si tratta di novità. C’è una testimonianza dell’epidemiologo statunitense Barry Castleman sulla diffidenza diffusa verso i nuovi attivisti nei movimenti per l’ambiente negli anni ‘60 negli USA, per il timore di infiltrazioni da parte di agenti governativi con potenziali ritorsioni contro gli ambientalisti e le loro famiglie nei paesi di origine. C’è il ricordo di Fernando Pereira, il fotografo portoghese ucciso ad Auckland in Australia il 10 luglio 1985, all’interno del battello di Greenpeace Rainbow Warrior, affondato in porto dai servizi francesi, per evitare che si recasse nell’arcipelago del Pacifico, a Mururoa, nei giorni successivi dove erano in programma test nucleari della Francia. E c’è anche la notizia più recente diffusa dalla trasmissione televisiva Report a inizio 2026, secondo cui per salvare dalla condanna per le morti di amianto in Italia il padrone dell’Eternit di Casale Monferrato (AL), Stephan Schmidheiny, i suoi avvocati si rivolsero con successo anche ad ex agenti del Mossad, il servizio segreto israeliano.
Forse però il pericolo maggiore sta nella metamorfosi che sta subendo il complesso militare-industriale delineato da Eisenhower, ormai integrato con l’ecosistema finanziario-digitale contemporaneo il cui potere diventa sempre più assoluto e illimitato. Non siamo più di fronte a una semplice simbiosi tra Stato e industria bellica, ma a un apparato in cui la finanza speculativa e l’architettura dei dati che vediamo scorrere sugli schermi dei nostri smartphone costituiscono il vero motore dell’egemonia, sostanzialmente ancorata al concetto dell’assenza di alternative, coniato originariamente da Margaret Thatcher negli anni ‘70 dello scorso secolo: There is no alternative [al capitalismo liberista fondato sul mercato]. I movimenti per l’ambiente e la pace devono fare propria la lezione dell’utopia concreta di Alex Langer, Ernst Bloch, Serge Latouche e altri: senza l’ipotesi che un altro mondo è possibile non c’è politica, c’è soltanto la gestione amministrativa degli uomini e delle cose.
1 “Rapinatori del mondo, i Romani, dopo aver tutto devastato, non avendo più terre da saccheggiare, vanno a frugare anche il mare; avidi se il nemico è ricco, smaniosi di dominio se è povero; tali da non esser saziati né dall’Oriente né dall’Occidente, sono gli unici che bramano con pari veemenza di possedere tutto, e ricchezze e miseria. Rubare, massacrare, rapinare, questo essi, con falso nome, chiamano impero e là dove hanno fatto il deserto, dicono d’aver portato la pace”, Tacito-Agricola-Discorso di Calgaco (Tac. Agr. 30-32). Il testo è inserito integralmente nel brano musicale Vite perdite contenuto nel disco del 1993 di Daniele Sepe che porta lo stesso titolo.
2 https://sciencebusiness.net/news/79978/New-defence-fund-approved-by-MEPs
3 http://www.sciencebusiness.net/news/79978/New-defence-fund-approved-by-MEPs
4 https://researchersforpeace.eu/
5 https://futureoflife.org/open-letter-autonomous-weapons/?cn-reloaded=1

