Carlo Rovelli, uno dei più grandi fisici teorici quantistici viventi, ci regala un agile testo divulgativo, fondamentale però per comprendere il più grave rischio che corre l’umanità contemporanea: bruciare viva in pochi minuti per lo scoppio di un conflitto atomico.
L’autore inizia con un excursus storico di grande interesse, spiegando come la bomba fosse nata su un colossale equivoco, ovvero sulla convinzione di alcuni fisici, schierati allo scoppio della seconda guerra mondiale sul fronte degli alleati, che la Germania, vantando una scuola di primo piano di fisica nucleare, fosse in grado di costruire la superbomba da fissione. Famosa al riguardo è la lettera di Einstein a Roosevelt dell’agosto del 1939 che, insieme ad altre analoghe sollecitazioni, spinse il Presidente degli Stati Unititi a prendere la decisione cruciale di rendere la bomba atomica priorità politica e strategica.
Tuttavia, come spiega bene Rovelli, la Germania di Hitler in realtà non ha mai puntato seriamente ad un progetto analogo, sia perché riteneva che comunque la bomba non sarebbe mai stata pronta prima della fine del conflitto, come effettivamente si dimostrò, sia perché le risorse che investì nella propria ricerca, ovvero nel Progetto Uranverein, furono irrisorie (27 milioni di dollari al 2023) rispetto al Progetto Manhattan (27 miliardi di dollari al 2023), ovvero mille volte inferiore. Così, per un colossale fraintendimento, per il fatto che i fisici da una parte e dall’altra del fronte non si sono parlati, la ricerca nucleare si sviluppò non in un momento di pace come avrebbe potuto, ma in un momento di guerra con l’obiettivo di costruire la bomba.
Carlo Rovelli, non è uno storico, ma un fisico, e si comprende la sua insistenza sulla responsabilità dei fisici in quel passaggio cruciale per la storia dell’umanità. Tuttavia, noi, prendendo spunto dalla sua riflessione abbiamo l’obbligo di approfondire e di cercare di comprendere perché si arrivi a costruire la bomba e soprattutto a impiegarla, nonostante il conflitto fosse sostanzialmente finito, salvo l’appendice disperata degli ultimi focolai nel Pacifico
Com’è noto, la seconda guerra mondiale sul fronte decisivo, quello europeo, termina il 9 maggio 1945, ma il primo test nucleare avvenne ad Alamogordo nel deserto di Jornada del Muerto nel Nuovo Messico il 16 luglio 1945 e l’impiego dell’energia nucleare per lo sterminio di intere popolazioni civili cittadine in Giappone avvenne a Hiroshima e Nagasaki, rispettivamente il 6 e il 9 agosto del 1945.
L’autore affronta il tema in un capitoletto, 1945. Hiroshima e Nagasaki: perché usare la bomba a guerra vinta? Giustamente ci informa di fatti che noi europei abbiamo abbondantemente trascurato, ovvero di quanto avvenne nella seconda guerra mondiale sul fronte del Pacifico. Anche in questa area era intervenuto un patto di non aggressione tra Unione Sovietica e Giappone, che aveva retto fino quasi alla fine del conflitto per ragioni realistiche di reciproco interesse: per l’URSS era prioritario concentrare tutti gli sforzi sul vastissimo e decisivo fronte europeo, per il Giappone reggere lo scontro esistenziale con gli USA nel PacificoRoosevelt aveva ottenuto da Stalin a Yalta la rottura di quel patto dopo la capitolazione della Germania, rottura che prevedeva però 90 giorni di preavviso : effettivamente il leader sovietico denunciò il ritiro dal patto anticipatamente, rispettando formalmente la tempistica garantita a Roosevelt, ovvero che avrebbe invaso il Giappone da ovest, mentre gli Usa lo avrebbero aggredito da Est, esattamente il 9 agosto.
Sennonché alla successiva Conferenza di Potsdam di fine luglio 1945, il nuovo Presidente USA Harry Truman cambiò segretamente strategia, forte del recente successo del primo test nucleare: lo sganciamento delle due bombe atomiche gli avrebbero evitato una resa dignitosa del Giappone negoziata anche con l’URSS e soprattutto l’ipotesi di avere l’armata rossa anche a Tokyo, come a Berlino.
È questo uno snodo che andrebbe ulteriormente approfondito dagli storici e quindi anche da noi.
Il Progetto Manhattan ebbe fin dall’inizio caratteristiche inquietanti, che forse lo avrebbero reso incontrollabile rispetto al raggiungimento dello scopo per cui era nato, guidato da una sorta di pilota automatico. Un testo recentemente pubblicato, a questo proposito, solleva diversi interrogativi che meriterebbero di essere ripresi e approfonditi, Il mondo come Progetto Manhattan. Dai laboratori nucleari alla guerra generalizzata alla vita, di Iean-Marc Royer, pubblicato da Mimesis nel 2023.
L’obiettivo antisovietico del Progetto Manhattan emergerebbe ben prima della svolta di Truman: già nel 1944, durante un dopocena solitamente offerto agli scienziati di alto livello da Leslie Groves, il capo militare del Progetto, costui chiese al britannico James Chadwick “se avesse capito che lo scopo fondamentale del Progetto Manhattan era quello di contenere i sovietici”. Jósef Roblat, fisico di origine polacca, ebreo, sconvolto da questa rivelazione in un momento i cui i sovietici si immolavano a decine di milioni per sconfiggere i nazisti, si convinse a lasciare il Progetto e a tornare in Inghilterra, con sgradevoli conseguenze personali.
Ma altri aspetti del Progetto vengono giustamente enfatizzati nel lavoro di Royer. Innanzitutto l’assoluta segretezza anche per il parlamento americano, che ne fa un’operazione totalmente sottratta a qualsiasi controllo democratico. In secondo luogo il protagonismo di primo piano dei più grandi gruppi industriali, che ricevettero risorse a fiumi e che, anche per questa via, conquistarono una preminenza tecnologica in stretto rapporto con l’esercito, che poi venne fatta valere nel successivo dopoguerra e che mise in allarme lo stesso Presidente Eisenhower, con la famosa denuncia del “complesso industriale-militare”: Bell Telephone Laboratories, DuPont de Nemours and Company, Kellog Company, Monsanto Chemical Company, Standard Oil Development Company, Tennesse Eastman Company (Kodak), Union Carbide and Carbon Corporation e Westinghouse Electric and Manufacturing Company. In sostanza, si ipotizza che proprio con il Progetto Manhattan si sia formato dentro le istituzioni democratiche americane uno Stato profondo “segreto” con un potere e logiche di governo autoritari, che avrebbe operato nella successiva storia degli USA e della parte del mondo sottoposto alla loro egemonia.
La faccenda, aggiungiamo, interessa anche le prospettive future e il nuovo “complesso militare-digitale” imperniato sulle tecno-oligarchie, che, evidentemente non a caso, si richiamano esplicitamente al Progetto Manhattan dichiarando che l’IA non sarebbe altro che la Bomba del XXI secolo.
Questa lunga digressione, aggiungiamo, invoca la necessità di un nostro impegno per ulteriori approfondimenti, ipotizzando che, come non abbiamo ancora fatto i conti con la Shoah, così ancor meno li abbiamo fatti con l’orrore di Hiroshima e Nagasaki.
Ma torniamo al nostro Rovelli. Nella parte centrale del saggio si sofferma sull’aumento del rischio oggi in atto di un possibile conflitto nucleare. Innanzitutto perché, come accaduto in passato, il riproporsi di un falso allarme è sempre in agguato e puntare solo sulla fortuna, in questo caso, è semplicemente folle. In secondo luogo perché assistiamo alla crescita dell’instabilità e della conflittualità tra le tre superpotenze nucleari, che si fanno paura a vicenda in un equilibrio sempre più precario. In terzo luogo, ed è l’aspetto più preoccupante, occorre considerare il progresso tecnologico costante e inarrestabile, di nuovo la citata IA, che potrebbe indurre in tentazione una delle superpotenze di essere in grado di minare la deterrenza a proprio vantaggio con una controffensiva preventiva capace di azzerare le atomiche nemiche, con qualche milione di esseri umani bruciati. Ecco perché il bollettino degli scienziati atomici, che valutano il rischio della catastrofe, ritiene che il rischio nucleare non sia mai stato così alto come ora.
Lo stesso Rovelli, da scienziato esperto, ci spiega come funziona oggi la deterrenza o equilibrio del terrore: ciascuno dei contendenti ha sensori sufficienti a rilevare i lanci dei missili dell’altro e ha del tempo, pochi minuti, per scatenare una potenza distruttiva completa dell’avversario. Questa procedura si chiama “mutua distruzione assicurata”, in inglese Mutual Assured Destruction, in sigla MAD, e mad in inglese significa folle, nomen omen.
Questo spiega l’eccezionale gravità della crisi di Cuba del 1962, ma anche ci aiuta a capire l’ancora più grave tragedia che vive l’Europa con la guerra ucraina, oltre il velo della propaganda. La decisione degli USA e della NATO, quindi dell’UE al seguito, di annettere alla NATO l’Ucraina avrebbe azzerato il MAD da parte della Russia, spingendo questa a una guerra che non può che concludersi con la neutralità dell’Ucraina e la rinuncia della NATO ad includerla o con la terza guerra mondiale atomica. In questo scenario, tra l’altro, l’Ue e l’Italia sarebbero le prime ad essere sacrificate in omaggio ad un conflitto geopolitico tra USA e Russia che non può che danneggiarle e da cui non avrebbero nulla da ricavare.
Rovelli, a questo proposito, cita le 70-90 bombe nucleari B61, modello 3, 4 e 7 che sarebbero stoccate nelle basi di Aviano, dalle parti di Pordenone e di “Ghedi dalle parti di Bergamo”. Usa il condizionale perché, essendo coperte dal solito segreto militare, tutti lo sanno, ma nessuno lo può affermare con certezza. E commette anche un piccolo errore, l’unico che abbiamo rilevato nel saggio, collocando “Ghedi dalle parti di Bergamo” (p. 80), mentre purtroppo per noi Ghedi si trova a circa 20 chilometri da Brescia, da cui appunto, con una certa apprensione personale, stiamo scrivendo. Perché subito dopo ci ricorda che, in caso di conflitto, gli italiani che risiedono nei territori vicini a queste basi sarebbero i primi ad essere bruciati vivi.
Quindi Rovelli ricostruisce il percorso contraddittorio dei trattati bilaterali e multilaterali per contenere gli armamenti nucleari e ricondurli sotto un controllo reciproco che ne riduca i rischi.
Per giungere alla conclusione con la quale anche noi chiudiamo questa breve recensione:
“Vorrei che qualcuno dei nostri politici sapesse guardare un po’ più in là del suo naso, pensare al destino del pianeta e schierarsi contro l’attuale corsa agli armamenti e l’attuale suicida belligeranza.
L’unica strada ragionevole è smettere di guardare i nemici come nemici, come stiamo facendo. Smettere di pensare che devono sottomettersi alla supremazia culturale o economica o militare, nostra o dei nostri amici. Smettere di pensare che il problema sia come essere più forti degli altri.
Il problema non è chi vince. Il problema è evitare la guerra. Se pensiamo di evitarla diventando più agguerriti, guardando altri in cagnesco, il risultato sarà che gli altri cercheranno di diventare ancora più forti e agguerriti di noi, e ci guarderanno sempre più in cagnesco.
Credo che dobbiamo imparare a vedere i nemici come esseri umani che ci spaventano perché fanno ciò che fanno e ricordare che lo fanno perché sono spaventati da noi. Non è facile moralismo, è essere razionali invece che irrazionali. Ci stiamo comportando come vicini di casa che vengono
alle mani per una siepe di separazione piazzata un metro più a destra o più a sinistra.
Lo facciamo armati di migliaia di testate nucleari puntate sulle nostre teste, a uno sfioramento di bottone dall’essere lanciate.
Di sicuro arriveremo a una struttura politica ragionevole ed efficace, condivisa, per il pianeta intero. L’incertezza è se ci arriveremo prima o dopo la catastrofe nucleare.
Dipende da noi. C’è qualche adulto nelle stanze dei bottoni?”

