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Premessa. Tecnica e politica: ma gli androidi sognano la rivoluzione?
La tecnologia rappresenta oggi il terreno di scontro del conflitto sociale prossimo venturo e insieme il banco di prova della tenuta democratica della nostra civiltà. Da una parte dello scacchiere geopolitico la corsa all’IA si configura come un processo di ristrutturazione capitalistica e una distruzione creatrice paragonabile ad una nuova rivoluzione industriale che promette di rinnovare la società e il mercato del lavoro (K. Schwab parla in proposito di un neonato stakeholder capitalism) mentre in direzione ostinata e contraria paesi alternativi al nostro framework culturale tentano la strada di governare il cambiamento attraverso una data driven governance nella direzione di un “socialismo quantistico”1, come la contraddittoria “Tecnocina” descritta dal giornalista S. Pieranni è stata definita. Cavalcare le trasformazioni tecniche impresse alla vita sociale può, infatti, assicurare tanto la chiave di volta per disalienare il consorzio umano spingendolo verso una maggiore emancipazione collettiva (era H. Marcuse a evocare delle tecniche liberanti e W. Benjamin a fare di Micky Mouse il simbolo di una sintesi virtuosa uomo/automa ludica) quanto fungere da occasione per la “ragione strumentale” nella sua aggressione all’universo della vita puntellando le gerarchie con apparecchiature nuove. Come è stato sottolineato, la tecnologia da sempre si combina con il potere e l’immaginario simbolico irrazionalistico costituendo un fitto intreccio dove il medium diventa destinatario di aspettative messianiche (si pensi agli studi di G. Galli sull’esoterismo e il nazismo e al cosmismo russo che cercava con l’ausilio della scienza le chiavi dell’immortalità) e questo è alla radice di fenomeni culturali potenzialmente pericolosi e criptoreazionari come il transumanismo e il lungotermismo che abbondano nella Silicon Valley del capitalismo big tech2. All’incubo dell’autonomizzazione dello strumento dal suo inventore al punto da fagocitarlo in un sistema capillare oppressivo sacralizzando l’artificio macchinico e ingabbiando la libertà umana in Ellul e alla paura intellettuale per la Machenschaft in Heidegger ha risposto il sogno utopico di un “governo delle cose” da Comte in giù fino al progetto ambizioso di un’estinzione statale comunista in Engels, Lenin e poi Stalin. Per farlo e rivendicare una preziosa funzione emancipante degli strumenti del comunicare al di là dell’eterna dicotomia apocalittici/integrati e per valutare laicamente il loro portato politico-culturale occorre sgombrare il campo da equivoci e rappresentazioni dicotomiche dell’artificiale che ne fanno di volta in volta il segno dei tempi dell’apocalisse incombente o la cornucopia salvifica che emenderà la nostra specie. La tecnica è troppo spesso scrutata attraverso la lente deformante dell’idealismo antimoderno, che, come postura ideologica, rischia di apparire regressiva rinunciando a comprendere il fenomeno che attacca, oppure al centro di glorificazioni trionfalistiche altrettanto superficiali da parte di quanti caldeggiano un “ambientalismo razionale” ed ecomodernista come Michael Shellenberger. In entrambe le posizioni la tecnologia non è interpretata alla luce della sua cifra antropologica, ma derubricata a promessa di salvazione escatologica (in una celebrazione ingenua delle “magnifiche sorti e progressive”) o peccato originale di una natura umana immacolata fuori dal tempo storico, di cui le tecniche sono l’Altro da espellere per conservarne la presunta autenticità. La tecnologia, di cui l’IA magnificata dalle destre di cui ci andremo ad occupare è un terminale per quanto avanzato, invece, è al cuore dell’essere umano in quanto la sua condizione ontologica è spuria, non predeterminata e carente (Odo Marquard parlava in proposito di “homo compensator” e Nietzsche ancora prima di “animale non stabilizzato”) ex-centrica rispetto alla fissità istintuale dell’animale, necessitando dello sgravio di una “seconda natura” storico-culturale per sopperirvi. Era il filosofo conservatore A. Gehlen a spiegare l’ominizzazione riagganciandosi alle ricerche originali dell’anatomo-patologo olandese L. Bolk sulla neotenia o pedomorfosi spiegando l’ammanco di specializzazione evolutiva umana come l’esito del mantenimento di tratti fetali, rendendo l’umano costitutivamente carente e plastico3. Come è stato giustamente scritto: “L’animale è immediatamente una cosa sola con la sua attività vitale. Non si distingue da essa. La è. L’uomo fa della sua attività vitale l’oggetto della sua volontà e della sua coscienza”4. Heideggerianamente all’animale “povero di mondo” e incapace di andare oltre il cerchio degli istinti per assenza di autoconsapevolezza sufficientemente sviluppata corrisponde l’apertura autopoietica del sapiens in grado di trascendere la pura datità bruta della realtà modellando l’ambiente, tesi che, se è stata criticata da autori come J. Derrida e A. MacIntyre per l’antropocentrismo implicito, ha il merito di evidenziare la differenza antropologica ineludibile che ci distingue da altri viventi e di tentare di offrirne una spiegazione5. Molto più tardi nel solco di queste analisi B. Stiegler, allievo del decostruzionista Derrida, parlerà di come la vita dell’umanità cominci grazie alle mnemotecniche, tecniche che esteriorizzano, cristallizzandole in artefatti, le esperienze socioculturali collettive nella forma di “ritenzioni terziarie”, protesiche: strati epifilogenetici che conservano l’informazione e permettono l’evoluzione dei saperi in seno alla società6.
La tecnologia, infatti, da sempre riflette gli auspici e i timori della specie umana, rappresentando in senso lato l’ambiente artificiale che allestisce l’animale umano per rispondere alle avversità facendo lukacsianamente7 “arretrare le barriere naturali” senza cancellarle del tutto, socializzando la natura attraverso il lavoro e dotandosi di strumenti via via più perfezionati per vincere la necessità cieca delle forze naturali. L’uomo esiste dunque in quanto “semilavorato”8 autocostruendo se stesso in un processo circolare dove lo strumento plasmato dalle sue mani genera degli effetti a cascata che si rifrangono sulle sue condizioni materiali di esistenza: “veniamo al mondo venendo alla tecnica”9 e riflettere criticamente sulle finalità del mezzo tecnologico è il compito a cui siamo chiamati. Come è stato suggerito10, il lascito dell’antropologia filosofica tedesca e degli studi seminali del paleoantropologo A. Leroi-Gourhan sulla tecnicità umana si incontrano con le indagini marxiane intorno al ricambio organico uomo-natura, connettendo inestricabilmente tecnologia e antropogenesi: si diventa uomini tantopiù ci si incivilisce con strumentazioni che per esigenze di lavoro permettono di estendere il proprio corpo in protesi tecnologiche (era McLuhan a parlare delle tecniche come “extensions of man”) e realizzare così un metabolismo con la natura. Chiarita la matrice tecnica della natura umana e la sua ineludibile antropologia storica (da sempre condizionata da modi di produzione storicamente determinati), ne consegue che lo scontro ideologico che oppone conservatori fautori di un superamento della democrazia in chiave tecnocratica e quanti auspicano paradigmi alternativi, siano essi accelerazionisti alla Nick Snicerik e Alex Williams o neoluddisti come Gavin Mueller, si gioca sulla possibilità di capitalizzare il general intellect prodotto dalle tecniche più recenti per restituirlo democraticamente alla collettività. Come ricordato da C. Galli, occorre difendere l’autonomia del politico e ribadire l’importanza di prendere l’iniziativa dell’azione emancipante strappando la tecnologia al pilota automatico a cui la consegna l’ideologia neoliberista (rafforzata dallo strapotere degli algoritmi e dall’atomizzazione dei cittadini immersi nella caverna virtuale dei media disintermediati rispetto a partiti e sindacati) respingendo le sirene del tecnocapitalismo e delle sue oligarchie economiche11. All’era delle simulazioni e della modernità liquida orizzontale e priva di confini, avviluppata sul presente in un’immediatezza che soffoca l’immaginario sociale, deve seguire una supervisione dei dispositivi e un’etica delle macchine per impedire il tracollo dei diritti dei lavoratori e la precarizzazione integrale della vita, l’erosione del carattere cui accennava R. Sennett in una flessibilizzazione antropologica funesta. La politica in questo senso, nella lettura ermeneutica di Galli, deve riscoprire il suo agire trasformativo sottraendo alla strumentalità il monopolio della verità riagganciandosi alla prassi volta al cambiamento, all’assalto al cielo.
La tecnologia come la scienza non è un safe space, non presuppone percorsi prefissati nel suo sviluppo e impiego, mostrandosi come un campo di battaglia attraversato da forze contrastanti che confliggono per l’egemonia: ripoliticizzarla e farne il volano del progresso sociale o prudentemente imbavagliarla per temerne le derive è il compito del presente storico che ci è toccato in sorte, ed hegelianamente “hic Rhodus, hic salta”. Passato il tempo delle rivoluzioni intese marxianamente come locomotive della storia (per C. Preve un aspetto o grande discorso scientistico nell’opera del Moro), forse è giunto il momento di ipotizzare cambiamenti sociali stoppando quella corsa dissennata prima del baratro come suggerito da Michael Lowy sulla scia di Benjamin, senza passatismi futili ma con ragionevole pragmatismo scegliendo percorsi di sviluppo più congeniali alla forma di vita umana, all’occorrenza decelerando e virando verso la post-crescita. Solo allora si passerà compiutamente dalla paleotecnica fondata su un modello sviluppista selvaggio vetero-ottocentesco costoso per l’ecosistema alla neotecnica (o dalla allotecnica alla omeotecnica, direbbe sempre Sloterdijk): da una tecnologia votata alla dissipazione delle risorse e al gigantismo industrialista ad una tecnica in equilibrio dinamico con la natura, una società decentrata e che subordini e rincastri l’economia nel tessuto sociale, divorziata dal capitalismo e volta ad un “comunismo di base” democratico (vicino al marxismo consiliarista verrebbe da dire) garantendo il necessario per l’esistenza a tutti, umanizzando la produzione e adottando severi criteri che giudichino della qualità dei beni e della loro durevolezza disinnescando la coazione al consumismo per pubblicità e persuasori occulti12.
Palantir, fase suprema del capitalismo della sorveglianza: una genealogia del panopticon digitale
Le origini di Palantir si perdono nella leggenda, diventando facilmente materia da dietrologia e speculazione complottistica. Il gigante tech di big data e intelligence viene fondato nel 2003 da un gruppo di venture capitalist comprendente Joe Lansdale, Peter Thiel, Stephen Cohen, Nathan Gettings e Alexander Karp13. Cohen e Lansdale avevano già avuto modo di intrattenere rapporti con Thiel presso Clarium Capital o PayPal14, imponente azienda per il trasferimento digitale di denaro che questi aveva contribuito a creare sulle ceneri della startup Confinity per venderla poi a cifre da capogiro alla neonata EBay poco tempo prima. L’azienda, con sede a Denver nel Colorado, offre la possibilità di fare mining di dati in proporzioni ciclopiche, incrociando informazioni dei più svariati ambiti e scovando pattern con l’ausilio di IA15, vendendo piattaforme software come Gotham, specializzata nel contesto bellico e utile a governi e agenzie governative in operazioni antiterrorismo, Foundry, volta alla raccolta dati per le aziende private, la gestione dei magazzini come anche il settore ospedaliero e Apollo, che garantisce aggiornamento costante e supporto multi-ambiente16. Altri software di rilievo sono AIP, in grado di adattare l’intelligenza artificiale generativa al privato, permettendo così all’utenza di Palantir di garantirsi privacy e sicurezza integrando modelli di LLM nell’analisi dei flussi di dati, MetaConstellation dedicata alla combinazione e all’analisi predittiva delle informazioni satellitari in ambito strategico-militare e HyperAuto, riguardante l’efficientamento della raccolta dati in contesto automobilistico17. Palantir Technologies ha dunque contributo negli anni a modificare radicalmente il panorama delle tecnologie di sicurezza degli stati, offrendo la possibilità fino ad allora impensabile di sintetizzare l’enorme mole di elementi conoscitivi in schemi predittivi e grafi euristici utili ai processi decisionali, accelerando all’impazzata processi prima lunghi e laboriosi18. Questa però è solo la facciata dell’oramai immenso sistema di potere economico della startup di successo californiana partorita dalla mente vulcanica di un gruppo di investitori di diversa formazione (ingegneri, filosofi) uniti da profonde affinità ideologiche a Palo Alto in quel lontano 2003. Nella denominazione stessa dell’azienda, nomen omen, si cela un riferimento nerd (frequente per la generazione di imprenditori tech cresciuti a libertarismo, esaltazione della tecnologia e della cosmologia di autori di letteratura sci-fi e fantasy)19 all’opus magnum del grande scrittore di letteratura fantastica J. R. R. Tolkien, dove il “palantir” consiste in un manufatto stregonesco in grado di preconizzare eventi futuri o convertirsi in strumento di dannazione personale al servizio di poteri diabolici. L’origine delle fortune di Palantir si confonde, infatti, con i lauti finanziamenti provenienti dagli apparati dei servizi segreti americani e dalla difesa USA con la quale ha contratti almeno dal 200820, uno dei suoi primi generosi finanziatori non è un mistero fosse proprio la società di venture capital In-Q-Tel, riconducibile alla Cia21. Dietro alle operazioni militari sanguinarie dell’esercito regolare di stati canaglia come Israele22 e alle politiche securitarie muscolari di governi in preda a spirale autoritaria23 si allunga sempre più l’ombra delle tecnologie avanzate basate su modelli di intelligenza artificiale evoluta che rappresentano il fiore all’occhiello dei servizi offerti da Palantir guadagnando profitti vertiginosi. Sempre più paesi con i relativi istituti bancari di rimbalzo hanno stretto rapporti commerciali con l’impresa24 in barba a deontologie e valori istituzionali che potessero porre argini agli artigli della società californiana che si è vista concedere contratti multimilionari in settori strategici25 e aumentando la propria capacità di proiezione.
Il neonato leviatano digitale offre, difatti, la possibilità di renderizzare i dati personali degli internauti26, fare degli uomini, contravvenendo alla seconda formulazione dell’imperativo categorico kantiano, delle risorse telematiche, facendo enclosures della vita privata dei navigatori virtuali predando i loro dati per “guadagnare attraverso la certezza” garantita da inferenze predittive sui comportamenti per inaugurare un sinistro “business della realtà” dove teatro delle speculazione è il nostro quotidiano, come scrive la sociologa di Harvard S. Zuboff27. Sulla scia di questo prisma interpretativo Palantir potrebbe leggersi come un raffinato tentativo di fisica sociale nella direzione della creazione di una società strumentalizzata (per la Zuboff il potere strumentalizzante plasma il modus agendi del singolo molto più che agire con reprimende dall’alto), attraverso la proprietà dei mezzi di previsione avanzata e controllo dell’agency dei cittadini ingegnerizzando la comunità sociale in una mente alveare iperconnessa permeata di conformismo e incapacitata a reagire. C’è chi ha guardato con lente critica allo spettacolo offerto dal trionfo delle aziende tecnologici della Silicon Valley derubricandole a manifestazioni di un diverso modello economico “cloudista”, vertente su apparati artificiali, algoritmi, hardware ecc. che estrae surplus economico dal lavoro invisibile degli internauti e irregimentando i lavoratori in tuta blu attraverso Big Data uccidendo il capitale tradizionale e ridisegnando i rapporti di forza di classe tra servi della gleba del cloud e tecnofeudatari, non più studiabile con le vecchie categorie interpretative del materialismo dialettico marxista28. L’esegesi del fenomeno sotto questa angolatura prospettica è ricca di spunti e trova addentellati nella geometria del potere economico di colossi tech come Palantir, ma rischia di unicizzare l’oggetto di studio supponendo, secondo una retorica propria anche di autori apologeti della rivoluzione tecnologica29, una rottura epistemica nel framework economico. Varoufakis ha ragione quando avvicina queste multinazionali a modelli sociopolitici feudali nei fatti, come conferma l’impalcatura ideologica che le sorregge30, ma questo non permette di desumerne una presunta estraneità di natura rispetto al capitalismo precedente, del quale sono un’emanazione e un aggiornamento, tuttalpiù. Seguendo J. Bellamy Foster31 è più utile distanziarsi dalla narrativa del tecnofeudalesimo dell’ex ministro greco perché rischia di suonare idealistica, presentando uno stacco netto tra due momenti del sistema economico sottostimandone le continuità: l’ascesa del fenomeno Palantir è interpretabile come un capitale monopolistico32 tecnologicamente avanzato, una nuova pelle indossata dal capitalismo dopo la fase industrialista e consona alla modernità liquida e postfordista, informazionale e finanziarizzata. Come è sempre stato33, il capitalismo non è indipendente dal sistema governativo come amano credere i liberali, parassitando per convenienza gli stati alleandosi col potere dominante per poter plasmare le condizioni favorevoli all’incremento dei margini di profitto, analogamente a quanto i neoliberisti da Hayek in giù hanno cercato di fare con la Mont Pelerin Society e istituzioni quali il GATT costruendo un ambiente adatto ad accogliere la loro ideologia dello stato minimo e sistema dei prezzi in equilibrio autoregolato34. Giova ricordare che Amazon, ecc. hanno fatto fortuna su lauti prestiti governativi, a eterna smentita di tanti mantra sul libero mercato migliore dello stato sprecone35. Mentre dall’altra parte il neoliberismo ha corroso il senso di stabilità del lavoratore, producendo precarietà e alienazione professionale, sradicandoli ed esponendoli al rischio costantemente, debilitando fatalmente le identità collettive e personali36. Seguendo questa traiettoria critica, le mosse di imprenditori-guru come Thiel e soci si inquadrano in tentativi di involuzione autoritarie della democrazia allo scopo di fondare enclavi autonome e zone franche anarcocapitaliste (il modello di Friedman era Hong Kong, un’isola con un regime fiscale ad hoc per attrarre investitori ad un costo del lavoro irrisorio) frammentando il potere dello stato-nazione per indebolirne i presupposti di solidarietà sociale e welfare state37. Le mosse calibrate del colosso dell’high tech rientrano a pieno titolo nello scenario della postdemocrazia di cui ci aveva avvertiti il politologo C. Crouch38 con la sopraggiunta deterritorializzazione dei capitali e i flussi di denaro non tracciabili secondo alcun compromesso keynesiano a poter fare da forza d’attrito contro la deregulation imperante e l’aziendalizzazione dell’intera totalità sociale. In analogo, R. Dahrendorf avvertiva in un libro-intervista del lontano 2001 che la crescita di potere esponenziale dei colossi transnazionali e il formarsi di una classe globale aristocratica (si pensi all’imponente rete di potere alle spalle dell’azienda di intelligence e si ricordi l’amicizia conclamata di Thiel con Epstein) svuotano del loro stesso senso profondo le istituzioni sociopolitiche che limitano gli spiriti animali del capitalismo39. Facendosi Stato (si pensi alla collaborazione con il ministero americano dell’azienda di Denver e alla liason dangeroux con il presidente statunitense da parte del suo fondatore) difatti gli oligarchi del digitale sognano di poter concretizzare i loro deliri di grandezza personale e diventare la guardia bianca dell’economia di mercato, un ruolo che storicamente è stato rivestito dai movimenti fascisti cui sovente questi soggetti si accompagnano per affinità elettiva, potremmo aggiungere noi40. Dietro a espressioni imbellettate come “repubblica tecnologica” da dare in pasto al pubblico semicolto compiacente, c’è ragione di credere che i capibastone del nuovo potere tecnocratico sussurrino già nelle stanze del potere della possibilità di una pacifica soppressione della democrazia rappresentativa a vantaggio di strutture elitarie altamente efficienti, “epistocrazie” alla Jason Brennan, le quali, riducendo il diritto di partecipazione politica in favore dell’espertocrazia, stringeranno in una morsa biopolitica l’elettorato grazie al controllo sui dati. Il capitalista dei tempi di Marx ragionava in termini di guadagno a breve-medio termine facendosi forza della miseria di una manodopera sconfinata allargata con politiche coloniali che saccheggiavano terre vergini per fungere da base di nuove accumulazioni primitive, nell’evo dell’intelligenza artificiale basata su modelli LLM l’accumulazione per espropriazione si spingerà fino al sacco del mondo della vita raggiungendo picchi di violenza mai visti. Come è stato rilevato, il cyberspazio così vasto è sempre assomigliato nell’immaginario tecnoutopistico ad una vasta frontiera aperta all’appropriazione individuale da parte degli hacker e dei cibernauti41, spazio che aziende come Palantir minacciano di cavalcare per farne il battistrada di un panopticon rovesciato arruolando dalla propria il mito della trasparenza internettiano42.
Nella mente degli oligarchi digitali: la logica culturale del capitalismo tech
Il conservatorismo politico-filosofico malgrado arie antimoderne di facciata non è nuovo al fascino offerto dalla tecnologia: dalle ricerche sui totalitarismi novecenteschi che ne documentano l’impianto ideologico modernistico (da cui l’enfasi sull’avanzamento tecnologico da perseguire in chiave di politica di potenza) ibridato con idee ultrareazionarie e antimoderne di Jeffrey Herf alla “rivoluzione passiva” rappresentata dalle politiche di modernizzazione fasciste nell’interpretazione di Gramsci (dove il regime del ventennio guardava con favore allo sviluppo tecnico per ragioni di propaganda), la destra ricerca alleanze con la tecnica per direzionarla in funzione dei suoi obiettivi. Nella Korservative Revolution (C. Schmitt, E. Jünger, E. Von Salomon, O. Spengler, ecc.) questo si sostanziava in una fascinazione ambivalente per l’artificio tecnologico dove la macchina fungeva da specchio curvo della condizione umana, rappresentando ora una minaccia di spoliticizzazione e neutralizzazione del conflitto politico (Schmitt), ora un destino iscritto nella civiltà faustiana occidentale sopraffatta dal suo stesso strumento di dominio della natura (l’opzione teorica di Spengler), oppure un dispositivo totalizzante teso a fagocitare l’umanità a cui si oppongono eroi solitari come l’anarca o il waldgänger (Jünger). Nel sostrato culturale di epoca fascista questo prende le sembianze dell’esaltazione tecnologica propria dei futuristi che rappresentarono il cuore del fascismo-movimento descritto da De Felice (Marinetti resterà fedele a Mussolini morendo da repubblichino): lo strumento tecnico viene sacralizzato e assurge a fattore accelerante per far saltare il passato soffocante e dare vita al tipo antropologico dell’uomo moltiplicato decantato. Ancora in J. Evola la tecnica (analogamente a Jünger) appare come una forza demonica e corrosiva caratteristica del regno della quantità moderno che un’aristocrazia spirituale deve saper padroneggiare senza farsene infettare per addomesticare la sua forza dirompente e rivolgerla contro le nequizie antigerarchiche e anti-organicistiche dalla Rivoluzione Francese in avanti per restaurare la “via tradizionale” in nuove vesti o qualunque cosa questo voglia dire. Negli ultimi decenni la tematica è tornata alla ribalta in piena Nouvelle Droite (dopo la proposta debenoistiana di un gramscismo di destra per rinnovare il panorama conservatore francese) con il contributo teorico di Guillame Faye e la sua proposta di un “archeofuturismo” sintesi di velocità ipermoderna e solido tradizionalismo ancorato in valori atavici in nome dell’etnopluralismo, del razionalismo tecnoscientifico e del sentimento energetico romantico43. Preconizzando una rinnovata civiltà per il “mondo del dopo-catastrofe”, modellata sull’impero romano, federale, neopagana e antiegualitaria, Faye auspica un’Eurosiberia44 autonoma geopoliticamente e di matrice indoeuropea in grado di reggere l’urto col gigante americano e disancorarsi dalle sue spire. L’idolo polemico del Nostro è rappresentato a suo modo di vedere dall’etnomasochismo che cede all’immigrazionismo, dal politicamente corretto democratico, dalla svirilizzazione (tematiche riprese da Zemmour in chiave politica), dalla mondializzazione che contrasta il radicamento etnico delle culture umane: per frenare questa marcescenza dello spirito la reazione deve riscoprire l’innovazione, seppur strumentalmente e incastrandola scientemente nella propria ideologia. In un altro intervento su questa scia, ma di qualche anno precedente al suo libro più famoso,45 Faye plaude al soccombere della civiltà europea pauperizzata da ideologie repressive e religioni decadenti (parla di Christopolis in riferimento al secolarismo cristiano che avviluppa come le spire di un serpente l’Europa), perché evento foriero di una catarsi collettiva dopo l’attraversamento del campo minato della modernità illuminista e delle sue radici universaliste ebraico-cristiane, pervertitrice delle pulsioni originarie dell’uomo. Spingendo sulle biotecnologie e le novità scientifiche più radicali, Faye rappresenta una linea di continuità con la riflessione conservatrice precedente che valorizzava contraddittoriamente lo sviluppo tecnoscientifico oltre ogni limite naturalizzandolo, facendone un tratto fondante la nostra stessa civiltà (si pensi al saggio spengleriano, L’uomo e la macchina. Contributi ad una filosofia della vita, del ‘31) malgrado la minaccia incombente di un progresso tecnico fuori controllo che serpeggia tra le pagine di quei pensatori, ma ad uno sguardo più attento anticipa l’evoluzione teorica successiva che riguarda da vicino il sistema Palantir. Tra il 2007 e il 2008 un provocatorio informatico ultraconservatore, Curtis Yarvin, dalle colonne del suo blog Unqualified Reservations con lo pseudonimo Mencius Moldbug cominciò l’evangelizzazione di segmenti sempre più ampi del bacino di consenso della destra americana a quello che fu battezzato dal controverso pensatore Nick Land (orfano del lisergico Cibernetic Culture Research Unit dell’ateneo di Warwick dove aveva dato i natali alla filosofia accelerazionista insieme a S. Plant e poi M. Fisher) “illuminismo oscuro”. Nell’idea di Yarvin, epitome del neoreazionarismo fenomeno culturale sorto tra il 2006 e il 2012 parallelo all’alt-right46 di cui si abbevera oggi la Silicon Valley e la ragnatela politica di lobby e alleanze del secondo mandato Trump, la democrazia va espurgata e con essa la “Cattedrale”47 o altrimenti detta l’ideologia progressista parareligiosa che a parere dell’alter ego di Moldbug ha infettato le menti della maggioranza annacquando la meritocrazia, la difesa del libero mercato e della proprietà, principi indiscutibili che la sua dottrina autodenominata “formalista” (perché, appunto, formalizza e norma contratti di proprietà già esistenti nell’hic et nunc anche presi con la forza) canonizza considerandoli quasi dei principi ontologici ineluttabili e trattando le istituzioni sociali come semplici proprietà private allargate. Scopo di questo pensatore e aforista del web è un paradossale neomonarchismo aziendale, con la logica conseguenze dell’estinzione degli stati soppiantati da aziende più efficienti con poteri esorbitanti (si noti l’indubbia intesa ideologica con l’anelito dell’imprenditoria miliardaria di frammentarismo statale e secessione economica da paesi che ne minacciano i proventi con il loro interventismo), demolendo l’Apparato cioè quello che rimane del funzionariato statale. Se Yarvin è l’artefice della penetrazione istituzionale del neoreazionarismo, il suo Machiavelli, la mente perversa dietro il progetto e il suo campione filosofico è l’accelerazionista nero Land, il pensatore che incarna a parere di A. Miranda la vena futurologica del movimento culturale della destra radicale tecnologica48. Land teoreticamente combina l’entusiasmo moderno per lo sviluppo delle forze produttive proprio di un Marx (lo sviluppo produttivo e l’accumularsi di contraddizioni insanabili rappresenta un viatico per il socialismo portando verso l’autosuperamento capitalistico per caduta tendenziale del saggio di profitto) con una visione necessitarista dell’economia capitalista, che nella sua concezione rappresenta l’Assoluto, il capitalismo ha già ingoiato la società attraverso una deterritorializzazione (terminologia ripresa dal duo G. Deleuze-F. Guattari) integrale anti-umana e forse l’intera realtà senza rimedio, perché essa è caos in divenire costante secondo le linee del suo materialismo libidinale. Come scrisse Sloterdijk, il mondo è già “dentro il Capitale”49 e non esiste un “fuori” in grado di esercitare una funzione da pungolo critico in grado di spingerci a lottare contro l’esistente ineluttabile con cui abbiamo a che fare. La sua parabola esistenziale, dall’estrema sinistra giovanile nel dipartimento di Warwick tra droghe e stili di vita alternativi alla destra radicale in occasione del breve saggio Contro il miserabilismo trascendentale del 2007 e del suo scritto Dark Enlightment del 2012 (che risente delle idee seminali di Yarvin rielaborandole originalmente con la sua scrittura auratica), è molto istruttiva del tradimento dei chierici e della classe intellettuale odierna, tentata dai frutti avvelenati dello status quo da cambiare. In Land rinnegate alcune arie anticapitaliste che erano un precipitato della sua formazione accademica di filosofo continentale, rimane solo l’apologia del modello mercatista e della sua distruzione creatrice fine a se stessa, dinamismo puro senza scopo amorale e nichilista, teso a erigere un nuovo modello antropologico cyborg: la singularity vagheggiata da tecno-profeti come Ray Kurzweil. La democrazia, il diritto umanitario, la giustizia distributiva statale e le ideologie politiche egualitarie sono altrettanti attentati contro l’accelerazione perpetua realizzata dal Tecnocapitale, brusche frenate che rallentano un trend al rialzo da assecondarsi per condurre l’essere umano oltre i propri limiti, spingendolo verso il negativo, l’irrazionale, il dispendio energetico e l’entropia che fa evolvere le cose50. In questi termini Yarvin e Land possono essere interpretati pur nelle loro differenze come complementari nell’informare la riflessione protofascista del neoreazionarismo: il primo costruisce un sistema individualistico e rassegnato ad un negativismo che paralizza l’azione politica collettiva, il secondo fa del Capitale il necesse est dello sviluppo economico-sociale rinnegando speranze di cambiamento e inseguendo chimere tecnologiche di transumanismo. Come nella strategia argomentativa dell’avversario di J. Locke R. Filmer, che faceva discendere il diritto divino delle teste coronate da una filiazione biblica, sacralizzando il potere economico nella configurazione occidentale si ottiene di normalizzare l’esistente, giustificandolo.
Al cuore dell’offerta politica di imprenditori senza scrupoli come Thiel abita, infatti, tanto l’ossessione antistatalista di un Moldbug, quanto l’ideale landiano di un capitalismo ontologico, motore di cambiamento tecnico permanente al di là di qualsivoglia freno inibitorio morale e politico: sullo sfondo dei loro disegni politici si riflette l’auspicio di una modernità oscura, che rinneghi l’illuminismo e l’utopia socialista per abbracciare il mercato come una neonata teologia51 e le innovazioni tecniche in forma gerarchica. Come nota sempre Miranda che ci fa da Cicerone nella ricognizione della filosofia della tecnodestra, titani dell’industria tech come il ceo di Palantir e M. Andreessen si distinguono da autori neoreactionarist minori come Bronze Age Pervert, Spandrell e Zero HP Lovecraft52 perché pur dotandosi di arie da intellettuali non desiderano una rigenerazione spirituale sulle ceneri dell’ordine precedente (diversa per ogni autore summenzionato) quanto tradurre nella prassi politica ed economica gli ideali del movimento, facendosene punta di lancia53. Tracciando uno schizzo biografico del padrino di Palantir, Miranda insiste su alcuni dettagli del suo cammino intellettuale che hanno avuto l’effetto di forgiarne la visione del mondo: dalla difesa delle radici culturali statunitensi negli anni dell’università contro il dilagare del multiculturalismo e delle tesi progressiste negli atenei americani, allo studio del pensiero oggettivista di Any Rand (che in opere letterarie come La rivolta di Atlante del ‘57 batte in breccia l’interventismo statale e il socialismo in nome della libertà illimitata dell’individuo), fino alla svolta conservatrice in occasione degli attentati alle Twin Towers. Da allora il giovane Thiel guadagnò una consapevolezza nuova e cercò di muoversi filosoficamente oltre la democrazia, ritenendolo un regime governativo ormai in frantumi incapacitato a rispondere alle sfide del presente, riorientandosi in un mix teorico eterogeneo tra C. Schmitt, R. Girard e L. Strauss in favore di un cesarismo all’altezza dei tempi e di forme di potere al di là della legittimità democratica che possano agire da Katechon (in un’intervista dichiara il desiderio di porre argini all’avvento dell’Anticristo simboleggiato dalla politically correctness e dalle mobilitazioni left wing), potere frenante rispetto allo scatenamento del caos e della violenza intestina54. Approfondendo la cartografia della destra tecnologica di Arnaud possiamo scendere più nel dettaglio, studiandone la “tecnoteologia”55 che sviluppa per arginare le tendenze dissolutive della contemporaneità a partire dal suo The Straussian Moment. In primo luogo, in questo agile scritto vergato nel 2012, Thiel si smarca dal liberalismo classico di matrice Aufklärung e dalla sua visione irenica e accomodante di una natura umana indefinibile metafisicamente e di cui non è necessario occuparsi pena cadere in violenze fanatiche fratricide: ancora M. Friedman ripeterà in ossequio a quella illustre tradizione che il capitalismo consiste in una prassi naturale quando viene meno l’interferenza di poteri esterni all’individuo56. Convinzioni venute meno con l’esplodere della violenza terroristica perché assumevano per petizione di principio che le differenze culturali fossero superabili nel quadro razionalistico dell’antropologia dell’homo oeconomicus moderno: il dissidio straussiano tra Atene (la verità di ragione) e Gerusalemme (la verità della fede spirituale) al centro della civiltà occidentale venne abbandonato in funzione dell’affermazione di una forma mentis scettica e relativistica permeata da un’impostazione aridamente utilitaristica57. Attraverso la lente schmittiana, Thiel ribadisce la necessità del conflitto della realtà politica contro i tentativi di neutralizzazione di dottrine umanitariste astratte (un tema che nel pensiero conservatore si ritrova anche nel Gehlen contro l’ipermorale in un saggio del 1969) e ne sfrutta la Realpolitik contro utopismi da fine della storia e il mondialismo che crede al mito di uno Stato esteso all’intero orbe terracqueo; in aggiunta la teologia di Schmitt serve a Thiel per poter leggere lo scacchiere internazionale assediato da spinte centrifughe anticristiche, da trattenersi catechonticamente58. Da Strauss Thiel ricava poi strumenti intellettuali a vantaggio di una lettura della politica che privilegi il mistero, le tecniche da colpo di stato, in ultima analisi l’intelligence come contropotere della stanza dei bottoni democratica che non può funzionare da sola e necessita di leverage occulti59. Da Girard (di cui fu studente) Thiel trae l’insegnamento del carattere ineludibilmente mimetico dell’agire umano e della minaccia incombente di tendenza all’estremo della conflittualità della specie dovuta proprio a questo tratto antropologico: la violenza segue un modello di funzionamento idraulico che minaccia sempre di far implodere la società nel suo insieme richiedendo scapegoat (prima odiati assicurando il convergere della violenza su di loro e successivamente venerati in un doppio transfert che riappacifica la società con se stessa) per arginare questa deriva entropica. La panacea dalla violenza sarebbe rappresentata dalla religione cristiana e dal suo potere rivelativo circa le origini sanguinarie della cultura e delle istituzioni umane, desacralizzando il meccanismo vittimario su cui riposa la storia dell’uomo, spuntandone le armi con il balsano della religione dell’amore del prossimo60. Chiude il contributo l’appello a una call to action per futuri statisti cristiani che dovranno fare tesoro dell’armamentario teorico degli autori sopraccitati per schierarsi a favore della pace con pragmatismo e accortezza, confidando sulla falsariga di quanto osservava Calasso che esista una storia segreta che da dietro le file muove le pedine della storia alla luce del sole, per trionfare contro i loro avversari61. In un saggio a quattro mani scritto qualche tempo dopo62, Thiel ripercorrendo la storia della sua azienda tornerà sull’antropologia filosofica girardiana adattandola al contesto aziendale di competizione forsennata per la corsa all’innovazione insistendo sulla necessità di monopoli gestiti da uomini illuminati dotati di visione (non a caso Palantir Technologies era già stata fondata da undici anni e già si intravedeva la rotta del progetto nella mente del suo co-creatore)63. Anche in un testo apparentemente innocuo col tono da vademecum imprenditoriale sono rilevabili tra le righe le ossessioni dell’eminenza grigia di Palantir (e del governo americano attuale, aggiungiamo noi): l’importanza del ruolo tecnologico con un occhio allo sviluppo dell’IA, la sciagura della stasi soffocante della burocrazia che rallenta il progresso incoercibile, l’importanza della segretezza e dei rapporti speciali con collaboratori fidati64. Il tema di uno snellimento statale a vantaggio di corporazioni economiche sempre più preminenti non è innocente, come nel caso delle preoccupazioni di Yarvin per contrastare l’Apparato mastodontico che nullifica le libertà dei singoli, gli argomenti addotti per privilegiare una geometria dei rapporti di potere più efficiente in ambito aziendale e far trionfare il merito corrispondono ad una precisa idea sociopolitica, neoliberale, che può trasformarsi in tecnofascismo65.
Stretto a doppio nodo a questi scritti, che sono interpretabili come delle istantanee della mens auctoris dietro il progetto di Palantir, è pure il manifesto in ventidue punti pubblicato di fresco sul social X di proprietà del membro della PayPal Mafia E. Musk66: in esso troviamo evidenziabili nascosti tra le pieghe del discorso accenni al white burden di Kipling e alla dottrina del destino manifesto specie quando compara le civiltà suggerendo con eurocentrismo implicito (si ricordi che per storici come K. Pomeranz era l’Europa in ritardo rispetto ai paesi asiatici prima della scoperta dell’uso del carbone e l’accumulazione primitiva coloniale ai danni degli amerindi) la superiorità statunitense e per estensione europea per il mantenimento della pace; il pensiero fisso di mantenere l’egemonia mondiale attraverso l’IA e di cooptare la Silicon Valley e le sue expertise nella difesa per l’hard power militare e la repressione (biopolitica?) della criminalità; la critica alla moralizzazione della politica in funzione di un rinnovato senso di appartenenza simil corporativistico nazionale alla cosa pubblica, quasi una “mobilitazione totale”, al di là di distinguo di cordata politica; il desiderio geostrategico (divide et impera) di capitalizzare Germania e Giappone in chiave antirussa e anticinese nei conflitti che verranno. Al netto di posizioni lapalissiane leggibili nel documento sul bisogno di strappare la ricerca all’implementazione di applicazioni per cellulari ultimo modello, è chiaro che la posta in gioco è saldare l’interesse privato alla res publica lungo la via delle idee controverse di Yarvin ecc. In questo breve post social con l’intento di sunteggiare il volume più cospicuo di Alexander Karp, possiamo avere un assaggio del messaggio politico dietro al colosso tech: il sogno accarezzato dai tecno-miliardari di creare quello che la sinistra extraparlamentare definiva con un filo di voce “lo stato imperialista delle multinazionali”, una compenetrazione pubblico/privato per cui un’azienda sempre più potente arrivi a dettare le regole di interi paesi. Scendendo più nel dettaglio, nel volume di A. Karp e N. W. Zamiska da cui traggono spunto questi punti sintetici viene abbozzata una proposta di costruzione di un’alleanza salubre tra il comparto tecnico-ingegneristico (involuto nella cerca fine a se stessa di innovazioni consumistiche in ottemperanza agli appetiti del mercato pur vantando livelli di competenza di prim’ordine) e i quadri politico-istituzionali a stelle e strisce in declino, sferzati dalla caccia alle streghe della cancel culture e del “singhiozzo dell’uomo bianco” di cui parlava P. Bruckner e impediti di avvantaggiare la nazione nordamericana67. All’investimento pubblico massiccio per fare da traino alla ricerca tecnoscientifica in linea con la difesa geopolitica della superpotenza Usa, culminato nel progetto Manhattan che assicurò il dominio sulla fetta occidentale del mondo degli States, seguì una fase di stagnazione dove i tecnocrati allineandosi con la temperie dei Sixties e la controcultura si allontanarono dal potere governativo, preferendogli l’indipendenza (con strascichi con il caso Anthropic) ma indebolendone così la capacità di proiezione e l’ossatura militare68. All’inserimento organico nel sistema paese sottentrò quell’atteggiamento che altrove definisce l’agnosticismo tecnologico69, il rifiuto di ampi settori della società americana di prendere posizione radicalmente finendo per segmentarsi in parrocchie settarie autoreferenziali paralizzando la partecipazione pubblica autentica70 (qui Karp ha nel mirino il cosiddetto “marxismo culturale” e la polemica conservatrice in materia che dipinge i campus universitari come feudi della sinistra tipica dell’inner circle trumpiano). Proseguendo poi nell’analisi, attingendo a ricerche scientifiche (qui si potrebbe notare di passata che argomentazioni del genere cadono sotto la taccia di fallacia naturalistica come per l’idea di J. Peterson che la gerarchia sia naturale a partire dai combattimenti tra aragoste), il ceo attuale di Palantir difende la natura flessibile del modello delle startup della Silicon Valley avvicinandole agli sciami di api e agli stormi di volatili studiati dagli etologi, citando K. Lorenz e M. Lindauer mostrando come aziende tecniche dinamiche quali Palantir Technologies possano raggiungere risultati ancora maggiori per il proprio paese71. In proposito riprende il celeberrimo esperimento di S. Milgram per criticare l’obbedienza cieca e conformistica del modello organizzativo gerarchico, incapace di reggere l’urto con la velocità di adattamento di un’azienda liquida, lanciando un affondo alle strutture elefantiache statali e parastatali incapaci di progresso (tema classico dei libertarian)72. Nel volume, infatti, tra una lamentazione per la perdita di grandeur Usa e una stoccata allo Zeitgeist, Karp coglie l’occasione per rimarcare il contributo importante alla guerra in Afghanistan grazie al know how fornito al dipartimento della difesa americano73e ne ripercorre la scalata al potere e il percorso di sempre maggiore integrazione negli apparati di stato, garantendole contratti milionari. Anche in questo caso quello che è più importante del discorso di Karp non è quello che dice (che assomiglia nella forma ad uno scritto anodino in cui conciona di un futuro di prosperità che attende il suo paese una volta saputo beneficiare del patrimonio tecnoscientifico e risvegliato il senso di affezione del cittadino per le istituzioni), ma come lo dice e cosa lascia in sospeso: decostruendone la narrativa, il non detto del saggio consiste nel tentativo di far passare il cambio di passo del potere americano con colossi tecnologici sempre più importanti che si infilano nella camera dei bottoni e ristrutturano l’ecosistema politico a loro vantaggio come un’armonizzazione neutrale del saper fare tecnico delle aziende della Silicon Valley con i valori democratici di partenza. Finito il secolo americano con il rischio di una contro-egemonia cinese presentita anche dal marxista G. Arrighi, i big player dell’industria high-tech vogliono rilanciare con istituzioni meno democratiche disposte ad ascoltarli e una politica di potenza aggressiva che possa investire proficuamente nelle loro tasche per le loro apparecchiature di applicazione militare. Depotenziati gli anticorpi democratici, i titani dell’industria tecnologica sognano un’architettura del potere che li ponga ai vertici riducendo le istanze popolari e custodendo le chiavi dei loro monopoli tecnocratici che fruttano milioni mentre avvantaggiano capataz (Trump, ecc.) con pulsioni autoritarie che li assecondano, per decapitare sindacati e forze popolari.
Che fare? Per un socialismo con caratteristiche decresciste
Giunti al termine del nostro breve itinerario tra le ideologie che ispirano il potere rampante dei magnati digitali, conclusa la rapida ispezione delle insidie teoriche che si nascondono dietro i loro scritti paludati in un linguaggio ingannevole e demistificate le radici di classe del loro disegno antidemocratico, urge trovare una terapia alle patologie sociali (nel senso usato dal filosofo A. Honneth in un articolo del 1996) endemiche al modello Palantir. L’azienda di intelligence è esemplificativa di quel progetto di americanizzazione del mondo e planetarizzazione del modello occidentale74 che si serve di congegni tecnici avanguardistici per puntellare l’ordine unipolare del Washington Consensus e sgretolare le resistenze alla deculturazione imperante75 promossa dagli States prioritaria rispetto alla politica manu militari che conducono abitualmente. Palantir Technologies potrebbe leggersi su questa traccia come un abominio della dialettica dell’illuminismo giunta al culmine, l’abisso di una razionalità tecnica disancorata dai valori che si rovescia e che eclissa la ragione come strumento di cambiamento reale in favore del controllo violento del mondo sociale abitato dall’uomo e della natura stessa, catturata dai suoi strumenti predittivi di elevatissima precisione e sacrificata sull’altare del profitto di pochi. Ormai i buoi sono scappati dalla stalla e la minaccia dell’asincronizzazione dello strumento rispetto al suo fabbricante denunciata da G. Anders è reale, la forza dell’IA generativa a cui guardano con bramosia i tecnocapitalisti minaccia di condurci in un evo oscuro in cui la vita stessa sarà riproducibile tecnicamente, modellata da dispositivi sempre più raffinati e sofisticati e innocuizzata nella sua capacità di resistenza. Per contrastare questa tendenza fondamentale del nostro tempo occorre riguadagnare una prospettiva genuinamente politica sulla tecnica (muovendo oltre apocalittismi metafisici simil severiniani), distinguendo ad esempio tra tecnologie aperte e chiuse76 e rilanciare una proposta di ricostruzione di un’alternativa socialista ripensando l’utopia concreta comunista a partire dalle esperienze socialiste reali da sottrarre preventivamente alla damnatio memoriae e riconsiderare in luce critica. Per riprendere un’espressione habermasiana giocata sul confronto/scontro tra filosofia analitica e continentale, per opporsi coerentemente sul piano teorico a Palantir serve non tanto una tecnica più forte di segno progressista (come ritiene, sbagliando i calcoli, la sinistra accelerazionista e post-operaista77) quanto un “doppio apprendimento” tra marxismo eterodosso venato di ecologismo (quello di J. O’Connor78 e altri autori innovativi che ruppero con concezioni datate e dogmatiche) e degrowth, nell’accezione latouchiana e dei suoi epigoni. In altri termini è di importanza fondamentale studiare alternative di stato79 che mettano al centro la necessità di sgusciare fuori dal realismo capitalista rincastrando il mercato nel consorzio umano80 e debellando il mito dello sviluppo81, abbandonando immediatismi politici che premiano di volta in volta significanti vuoti come le “moltitudini” o le “comuni” o ancora la “rivoluzione molecolare”, parole vuote prive di mordente concreto e incapaci di assurgere a offerte politiche convincenti e di massa, le quali vanno cercate nel radicamento della classe e del partito. Come fu già tentata la sintesi tra queste tradizioni divergenti82 si deve studiare una filosofia politica emancipativa delle masse che in nome dell’uguaglianza sostanziale, dai giacobini ai bolscevichi stella polare socialista, e dell’ecologia politica di conio più recente attui un’incorporazione dell’economico nel politico sull’esempio glorioso del contro-modello della repubblica popolare cinese e del suo sistema di governo che redistribuisce risorse in misura incommensurabile alle cosiddette democrazie occidentali. Solo allora alla tecno-oligarchia recente seguirà un ecosocialismo decrescente fondato sul rapporto metabolico con la natura e il rispetto dei limiti biofisici, senza tentazioni prometeiche di una manipolazione dei sistemi naturali dagli esiti imprevedibili.
1 https://www.iltascabile.com/recensioni/tecnocina-di-simone-pieranni/
2 A. Venanzoni, Il trono oscuro. Magia e potere nell’era degli algoritmi, Luiss University Press, Milano 2025, pp. 15-43.
3 A. Gehlen, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo (1940), Feltrinelli, Milano 1983 cap. 11, La teoria di Bolk e affini, pp. 131-154.
4 K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844 (1932), Feltrinelli, Milano 2020, p. 79.
5 M. Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica. Mondo – Finitezza – Solitudine (1983), Il Melangolo, Genova 1992, pp. 241-273.
6 B. Stiegler, La miseria simbolica. 1. L’epoca iperindustriale (2004), Meltemi, Roma 2021, pp. 34-38.
7 G. Lukács, Ontologia dell’essere sociale. Volume I (1971), Meltemi, Roma 2023, pp. 59-101.
8 P. Sloterdijk, La generosità nascosta? (2012) in “Crescita o extraprofitto. Appunti per una nuova concezione europea dell’idea di vita” Mimesis, Milano-Udine 2013, pp. 68-69.
9 A. Lucci, Il problema dell’uomo tra Peter Sloterdijk e Arnold Gehlen: una questione antropologica, in “Lo Sguardo”, n. 3, a. II, 2010, p. 9.
10 https://www.sinistrainrete.info/teoria/32102-carlo-formenti-confusioni-in-stile cinese.html?utm_source=newsletter_2470&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-sinistrainrete
11 C. Galli, Tecnica, Il Mulino, Bologna 2025, pp. 158-167.
12 L. Mumford, Tecnica e cultura. Storia della macchina e dei suoi effetti sull’uomo (1934), Net, Milano 2005, pp. 407-412.
13 M. Gabanelli e M. Gaggi, AI, il pericoloso piano di Thiel, in “Corriere della Sera”, 2 marzo 2026.
14 https://forbes.it/2024/11/18/fondatori-palantir-miliardari-azioni-societa
15 https://www.ilpost.it/2025/08/27/palantir-trump-espansione/
16 https://www.startmag.it/innovazione/perche-il-gemelli-mette-i-dati-sanitari-nelle-mani-dellamericana-palantir/
17 https://geopolitica.info/futuro-intelligenza-geopolitica-uomo-macchina/
18 https://www.scienzainrete.it/articolo/palantir-e-governo-dei-dati-come-gli-algoritmi-ridefiniscono-realt%C3%A0/lorenzo-perin/2026-05
19 https://www.pandorarivista.it/articoli/delle-cose-nascoste-sin-dalla-fondazione-del-mondo-la-cultura-della-tecnodestra/?doing_wp_cron=1781796287.2827239036560058593750
20 https://techcrunch.com/2015/01/11/leaked-palantir-doc-reveals-uses-specific-functions-and-key-clients/
21I. Doda, Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i tecnofascisti stanno plasmando il nostro futuro, Fuoriscena, Milano 2026, pp. 19-34. L’autrice demistifica l’immaginario naif neoliberale che fa della Silicon Valley un’oasi di progresso mostrandone a partire da un sottobosco politico anarco-individualista la deriva reazionaria incombente, era Pasolini del resto a suggerire attraverso un suo personaggio che “noi fascisti siamo i soli veri anarchici” legando insieme la licenza assoluta nichilistica e il fenomeno totalitario.
22 https://valori.it/palantir-palestina-ospedali-epstein/
23 https://www.infodata.ilsole24ore.com/2026/02/07/negli-stati-uniti-unapplicazione-sviluppata-dalla-societa-tecnologica-palantir-sta-suscitando-crescenti-preoccupazioni-per-luso-dei-dati-sanitari/
24 https://www.internazionale.it/notizie/daniele-grasso/2026/03/31/palantir-investimenti-europei
25 https://it.insideover.com/tecnologia/palantir-e-giganti-del-cloud-londra-inizia-a-temere-la-dipendenza-dai-colossi-usa.html
26 S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza (2019), Luiss University Press, Milano 2023, par. 9.2, La renderizzazione del sé, pp. 284-297 in riferimento a piattaforme come Facebook, IBM, ecc.
27 Ibid, cap. 7, Il business della realtà, pp. 211-245. Per la sociologa l’epoca digitale segna il declino di un vecchio modello economico per il sopraggiungere di un’economia dell’informazione incentrata sul prelievo subdolo di dati in funzione dell’ottimizzazione delle macchine che produrranno previsioni comportamentali sempre più efficaci vendibili al migliore offerente, in un biopolitico mercato dell’informazione probabilistica trasversale che fa proventi della stessa natura umana, incapsulata capillarmente nei dispositivi tecnologici.
28 Y. Varoufakis, Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo (2023), La Nava di Teseo, Milano 2023, cap. 3, Il capitale cloud, pp. 92-135.
29 J. Rifkin, L’era dell’accesso, Mondadori, Milano 2000.
30 https://legrandcontinent.eu/it/2025/01/21/prepararsi-allimpero-curtis-yarvin-profeta-dellilluminismo-nero/
31 https://mronline.org/2025/10/26/techno-feudalism-is-a-myth-john-bellamy-foster-on-capitalism-maga-and-china/
32 P. Baran, P. Sweezy, Il capitale monopolistico (1966), Einaudi, Torino 1968.
33 F. Braudel, La dinamica del capitalismo (1977), Il Mulino, Bologna 1988.
34 Q. Slobodian, Globalists. La fine dell’impero e la nascita del neoliberismo (2018), Meltemi, Roma 2021.
35 M. Mazzucato, Lo stato innovatore (2011), Laterza, Roma-Bari 2014.
36 R. Sennett, L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale (1998), Feltrinelli, Milano 2020.
37 Id. Il capitalismo della frammentazione. Gli integralisti del mercato e il sogno di un mondo senza democrazia (2023), Einaudi, Torino 2023.
38 C. Crouch, Postdemocrazia (2003), Laterza, Roma-Bari 2005.
39 . Dahrendorf, Dopo la democrazia, Laterza, Roma-Bari 2001.
40 K. Polanyi, “L’economia sta con il fascismo”. Esiste una via d’uscita democratica? (1933) in K. Polanyi, L’obsoleta mentalità di mercato. Scritti 1922-1957, Asterios, Trieste 2022, pp. 128-129. Il fascismo nell’interpretazione polanyiana incarnerebbe una contromossa dell’economia liberale al palo rispetto alle spinte democratiche che minacciano di rovesciare lo status quo (si pensi alla sintonia tra gli industriali e Mussolini).
41 C. Formenti, Se questa è democrazia. Paradossi politico-culturali dell’era digitale, Manni, Lecce 2009, pp. 149-150.
42 Ibid, cap. VI, Spazio pubblico, vetrinizzazione e intimismo, pp. 91-110. Per Formenti il web e la promozione della dissoluzione della privacy incorpora una matrice ideologica libertaria (retrodatando l’humus culturale di internet al protestantesimo americano) e votata all’affermazione ad ogni livello della singolarità in continuità con il “declino dell’uomo pubblico” denunciato da R. Sennett e altri.
43 Cfr. G. Faye, Archeofuturismo (1998), AGA Editrice, Milano 2018, cap. IV, Il contenuto: l’Archeofuturismo. pp. 76-97.
44 Ibid, par. Eurosiberia, pp. 206-207.
45 Cfr. G. Faye, S. Vaj, Per farla finita con la civiltà occidentale (1984), Moira, Milano 2023.
46 Cfr. A. Miranda, Illuminismo oscuro. Le origini del pensiero neoreazionario, Rizzoli, Milano 2026, pp. 36-48. Per il ricercatore francese di Sciences Po l’emergere del paradigma neoreazionario è databile dagli esordi del blog di Yarvin e prosegue come un fiume carsico di blog e spazi telematici di riflessione antidemocratica miscelata a ottimismo tecnologico, pessimismo antropologico e antistatalismo attraverso meme e richiami alla cultura pop come nel caso di Anomaly UK, Radish Mag, Foseti, Handle’s Haus, Isegoria, Jim’s Blog, Bloody Shovel, MoreRight, ecc. Yarvin in seguito al tracollo di due piattaforme per la promozione di idee conservatrici come Hestia Society e Social Matters trovò nella galassia di public relationship di imprenditori come Thiel e Andreessen sostegno finanziario ai suoi progetti di approdo istituzionale delle sue narrative ideologiche (Vance è un estimatore di Yarvin e negli ultimi anni quest’ultimo ha guadagnato popolarità e ospitate in programmi importanti).
47 Ibid., cap. 3, Il panflettista Curtis Yarvin, pp. 57-76.
48 Ibid., cap. 4, Il filosofo: Nick Land, pp. 77-95.
49 P. Sloterdijk, Il mondo dentro il capitale (2005), Meltemi, Roma 2006.
50 https://www.losguardo.net/wp-content/uploads/2017/09/2017-24-Collasso-Nick-Land.pdf
51 W. Benjamin, Capitalismo come religione (1921), Il Nuovo Melangolo, Genova 2013.
52 A. Miranda, op. cit., cap. 5, La galassia NRX: Spandrell, BAP, Zero HP Lovecraft. pp. 97-116.
53 Ibid., cap. 6, Gli imprenditori: Peter Thiel e Marc Andreessen. pp. 117-135.
54 Ivi.
55 A. Venanzoni, Tecnoteologia politica. Note su “Il momento straussiano”, in P. Thiel, Il momento straussiano, (2012), Liberilibri, Macerata 2025, pp. IX-XXXIV.
56 P. Thiel, op. cit., pp. 11-26.
57 Ivi.
58 Ibid., pp. 27-35.
59 Ibid., pp. 37-46.
60 Ibid., pp. 47-59.
61 Ivi.
62 B. Masters, P. Thiel, Da zero a uno: i segreti delle startup, ovvero come si costruisce il futuro (2014), Rizzoli, Milano 2015.
63 Ibid., pp. 23-33.
64 Ibid., pp. 97-111.
65 D. Di Cesare, Tecnofascismo, Einaudi, 2025 Torino.
66 https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/04/20/news/il-manifesto-in-22-punti-della-repubblica-tecnologica-di-palantir–277505
67 A. Karp, N. W. Zamiska, La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente, Silvio Berlusconi Editore, Milano 2025.
68 Ibid., pp. 149-161.
69 Ibid., pp. 118-120.
70 Ibid., pp. 121-139.
71 Ibid., pp. 165-183.
72 Ibid., pp. 184-195.
73 Ibid., pp. 196-218.
74 S. Latouche, L’occidentalizzazione del mondo. Saggio sulla portata e i limiti dell’uniformazione planetaria (1989), Bollati Boringhieri, Torino 1992; Id. La fine del sogno occidentale. Saggio sull’americanizzazione del mondo (2000), Eleuthera, Milano,2002.
75 S. Latouche, I profeti sconfessati. Lo sviluppo e la deculturazione (1986), La Meridiana, Molfetta 1995.
76 A. Gorz, Ecologia e libertà (1977), Orthotes, Napoli 2015.
77 C. Formenti, Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro, Egea, Milano 2011, pp. 83-106, dove si critica l’utopismo tecnologico connesso alla proposta negriana che soggettivizza la lotta operaia, produce figure fumose e chimeriche come il concetto di “operaio sociale” e in continuità teoretica con la French Theory privilegia un vitalismo di fondo difficilmente compatibile con lo storicismo e il materialismo storico.
78 J. O’Connor, La seconda contraddizione del capitalismo. Introduzione a una teoria e storia dell’ecologia (1998), Ombre Corte, Verona 2021. O’Connor ha avuto il merito di inquadrare il conflitto tra capitale e lavoro sullo sfondo di un secondo contrasto che oppone i mezzi di produzione alle condizioni di produzione e al capitale naturale.
79 D. Losurdo, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma-Bari 2013. In questo saggio fondamentale il marxista Losurdo critica il mito socialista dell’estinzione dello Stato ricacciandolo nei cascami idealistici privi di realismo politico, valorizzando anche istituzioni come il mercato purché a vantaggio del socialismo come nel caso ibrido cinese degno di massima attenzione. Le sinistre “del capitale” come le definisce icasticamente Formenti hanno negli ultimi decenni spuntato le proprie armi rinnegando la ricerca della conquista del potere politico, finendo in facili antiautoritarismi di maniera che le hanno condannate al fallimento e a guardarsi l’ombelico in lotte simboliche prive di aderenza effettiva alla ristrutturazione lavorativa in atto e alle “guerre di classe” dall’alto descritte da L. Gallino. In un altro saggio molto istruttivo, Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media, del 2008, lamenta l’incapacità analitica del progressismo in materia tecnica.
80 K. Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca (1944), Einaudi, Torino 2010. Siccome va di moda attaccare Latouche ritenendolo idealista e interno al sistema che critica, è bene ricordare l’ancoraggio delle sue tesi sulla decrescita all’idea del capitalismo come sviluppo innaturale della storia umana a partire dagli studi polanyiani.
81 G. Rist, Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale (1996), Bollati Boringhieri, Torino 1997.
82 M. Badiale, M. Bontempelli, Marx e la decrescita. Perché la decrescita ha bisogno del pensiero di Marx, Asterios, Trieste 2010; K. Saito, Il Capitale nell’Antropocene (2024), Einaudi, Torino 2025.

