Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Le battaglie ambientali in difesa della laguna di Marano: un progetto di ricerca

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Estate 1969. Pier Paolo Pasolini sceglie il Friuli, la terra a cui è sempre stato intimamente legato, per ambientare alcune scene della sua “Medea”i. È, in particolare, un lembo della laguna di Marano a offrire lo scenario perfetto per rappresentare il tormento della sacerdotessa, interpretata da Maria Callas. “Parlami, terra!” invoca Medea, ma ai suoi piedi si stende una terra muta, secca, percorsa da profonde scanalature. Non ci sono fiori, né alberi e nemmeno un filo d’erba, perché quest’area è, a tutti gli effetti, una discarica industriale. Poco tempo prima, infatti, il locale Consorzio di Bonifica ha dragato la vicina confluenza dei fiumi Aussa e Corno per consentire un più agevole passaggio alle imbarcazioni dirette allo stabilimento industriale della SNIA di Torviscosa. I fanghi di dragaggio, intrisi di mercurio, ligninsulfonati e solventi, vengono “sparati” in una sorta di vascone situato ai margini della laguna, che una volta riempito si asciuga e si trasforma nel desolato paesaggio di Medea.

Il progetto

“Le battaglie ambientali in difesa della laguna di Marano” è il titolo di un progetto promosso dalla Pro Torviscosa aps e finanziato dalla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia nell’ambito delle attività di valorizzazione e conoscenza del patrimonio immateriale storico ed etnografico regionaleii. Il bando regionale premiava, tra le altre cose, la partecipazione alle attività progettuali di giovani sotto i 35 anni.

Il tema centrale del progetto era l’inquinamento causato alla laguna dalle attività industriali della SAICI (azienda del gruppo SNIA Viscosa con sede a Torviscosa, in provincia di Udine) e le conseguenti iniziative di protesta da parte di cittadini, comitati e amministrazioni pubbliche. L’insediamento del complesso industriale di Torviscosa nel 1938 provocò infatti fin dal suo inizio problemi di carattere ambientale alla laguna di Marano. I primi a protestare furono i pescatori, colpiti dai danni alla fauna ittica e alle valli da pescaiii. La loro protesta convinse il Comune di Marano a intraprendere, nel 1949, anche azioni legali contro la SAICI iv. Nel 1950 entrò in produzione l’impianto cloro sodav, che nei suoi 58 anni di attività scaricò nelle acque pubbliche e da lì nella laguna di Marano circa 200.000 kg di mercurio. Nel 1962 la situazione ambientale si complicò ulteriormente con gli sversamenti prodotti dall’impianto del caprolattamevi che contenevano vari tipi di solventi. Nonostante l’enorme impatto negativo delle attività industriali sull’ambiente lagunare, l’area riveste però ancora un grande interesse naturalistico, riconosciuto da istituti di tutela regionali ed europeivii. L’obiettivo del progetto era perciò duplice: da un lato, indagando il passato voleva ricostruire le vicende legate alle battaglie ambientali in difesa della laguna, dall’altro, pensando al presente e al futuro si proponeva di contribuire a far comprendere l’importanza naturalistica dell’area lagunare e i rischi ambientali che potrebbero comprometterne il delicato equilibrio.

Fondamentale per definire la metodologia da seguire è stata la partecipazione, in qualità di partner, della Fondazione Luigi Micheletti: in particolare, si è fatto riferimento al progetto “Industria e ambiente”, che ha fornito uno schema per l’articolazione del lavoro di ricerca delle fonti e di elaborazione delle informazioni.

Le attività del progetto hanno potuto contare sulla collaborazione e la sinergia dei diversi attori coinvolti: i soci della Pro Torviscosa hanno garantito il legame con il territorio, la sua comunità e la sua memoria; gli storici e ricercatori del partner Fondazione Micheletti hanno fornito un contributo fondamentale per l’impostazione metodologica e scientifica del lavoro; i giovani coinvolti, con le loro specifiche ma diverse competenze, hanno prodotto una interpretazione trasversale e multidisciplinare.

Le attività progettuali e i risultati

È stato necessario oltre un anno di lavoro per giungere alla conclusione. La prima fase è stata quella della ricerca documentaria che ha permesso di reperire 36 documenti d’archivioviii di diretta rilevanza per il progetto, 40 monografie di riferimento generale e 43 articoli di stampa del periodo 1950-2010. Sono stati inoltre consultati 10 testi di legge e individuate 2 sentenze connesse alle problematiche trattate dal progetto. Interviste e contatti orali hanno infine consentito di raccogliere ulteriori informazioni e di ritrovare anche un video storico inedito realizzato dalla SAICI nei primi anni Cinquanta. Alla fase di ricerca è seguita quella di analisi e ordinamento delle fonti che ha permesso di ricostruire le principali vicende storiche della società. Solo in seguito ha potuto avere inizio la redazione dei testi per la sintesi multidisciplinare. Queste attività sono state affidate a un piccolo gruppo di giovani neolaureati o laureandi in varie discipline (storia contemporanea, sociologia, scienze ambientali, giurisprudenza, chimica). Le singole schede, l’elenco di tutte le fonti utilizzate, la ricostruzione storica e gli articoli di stampa sono pubblicati in un’apposita sezione del sito webix curato dalla Pro Torviscosa e inoltre inclusi in una pubblicazionex. A integrazione di questa parte di lavoro, è stato realizzato un video che, oltre a proporre suggestive immagini della laguna, contiene le interviste ad alcuni attivisti ambientalixi.

La storia aziendale e l’insediamento produttivo

La prima parte della scheda di progetto contiene le informazioni essenziali sulla storia dell’azienda SAICIxii e sull’insediamento produttivoxiii.

La SAICI (Società agricola industriale per la cellulosa italiana) seguì costantemente l’evoluzione societaria della SNIA Viscosa che ne detenne sempre tutta la proprietà. La SNIA, nata a Torino nel 1917 come compagnia di navigazione, dopo la Prima guerra mondiale si riconvertì alla produzione di fibre tessili artificiali, diventando uno dei principali produttori di viscosa in Italia e all’estero. Negli anni Trenta, in linea con le politiche autarchiche del regime fascista, la SNIA avviò progetti per ridurre la dipendenza dalle importazioni di cellulosa. È in questo contesto che nel 1938 si inserisce la nascita della SAICI, che ebbe il compito di sviluppare attività agricole e industriali finalizzate alla produzione di cellulosa. La SAICI fu diretta da Franco Marinotti, allora amministratore delegato della SNIA Viscosa, di cui divenne in seguito presidente. Nel 1968 la SAICI venne incorporata nella società madre e lo stabilimento di Torviscosa assunse il nome di SNIA Viscosa. La crisi del settore alla fine degli anni Settanta portò a una profonda riorganizzazione: l’azienda agricola fu separata nella società Torvis (poi acquisita dal Gruppo Ferruzzi), mentre l’attività chimica nel 1981 prese il nome di Chimica del Friuli. Nello stesso anno la SNIA Viscosa, che nel 1968 aveva incorporato anche la Bomprini Parodi Delfino, cambiò nome in SNIA BPD. Dopo l’acquisizione della Caffaro da parte della SNIA nel 1985, lo stabilimento di Torviscosa entrò nella divisione chimica del gruppo, mantenendo il nome Chimica del Friuli fino al 1995, per prendere successivamente quello di Industrie Chimiche Caffaro fino al fallimento della holding SNIA nel 2009.

Lo stabilimento della SAICI fu collocato a sud della ferrovia Venezia-Trieste e a est del borgo di Torre di Zuino, destinato a diventare presto un Comune autonomo con il nome di Torviscosa. La scelta rispondeva alla necessità di avere facili collegamenti ferroviari e stradali, ma molto importante era anche la possibilità di usufruire di una via d’acqua navigabile, che doveva essere utilizzata anche per lo scarico e la diluizione dei rifiuti industriali. La produzione originale di cellulosa tessile a partire dalla canna prevedeva un processo al bisolfito modificato messo a punto proprio dalla SNIA Viscosa. Nel corso degli anni l’impianto è stato modificato per poter lavorare anche (e poi soprattutto) il legname d’importazione. La capacità produttiva è stata più volte ampliata sino a raggiungere e anche superare le 100.000 tonnellate annue. Lo stabilimento comprendeva inoltre un impianto per la produzione di pasta semichimica greggia e bianchita, un impianto per la produzione di cloro, soda caustica, ipoclorito e acido cloridrico e infine una centrale termoelettrica per la produzione di energia attraverso la combustione di carbone, nafta e del liscivo bisolfitico di scarico della cottura della cellulosa. La produzione del cloro si basava sull’utilizzo di celle a catodo fluente di mercurio, in cui la materia prima era il salgemma. Accanto al vasto mercato delle fibre artificiali di origine cellulosica, la SNIA sviluppò anche una produzione di fibre interamente sintetiche. A questo scopo venne realizzato a Torviscosa un impianto per la produzione della sua materia prima: il caprolattame. Questa decisione era supportata dalla possibilità di recuperare e utilizzare l’idrogeno prodotto dall’impianto cloro-soda. Il processo per la produzione del caprolattame prevedeva infatti l’utilizzo di idrogeno e toluolo, un sotto-prodotto dell’industria petrolifera di vasta disponibilità e basso costo. La capacità produttiva iniziale di circa 10.000 tonn./anno è stata via via aumentata fino ad arrivare a circa 18.000 tonn./anno.

Le questioni ambientali

A questa prima parte dedicata alla storia aziendale, seguono le schede relative alla questione ambientalexiv, agli aspetti giudiziarixv e ai processi di bonificaxvi.

Le prime proteste per l’inquinamento provocato dalla SAICI emersero già negli anni Quaranta, quando pescatori e vallicultori denunciarono i danni causati dagli scarichi industriali alla fauna ittica della laguna di Marano. L’azienda inizialmente minimizzò il problema, sostenendo che gli scarichi non contenessero sostanze inquinanti significative e che molti residui venissero recuperati o smaltiti senza rischi. Nel febbraio 1953 il Comune di Marano, insieme a ottanta pescatori e vallicoltori, avviò una causa civile contro la SAICI chiedendo il risarcimento dei danni provocati dall’inquinamento. Le indagini affidate a consulenti tecnici nominati dal Tribunale accertarono che gli scarichi industriali, convogliati attraverso il sistema fluviale dell’Aussa-Corno, avevano contaminato circa un ottavo della laguna, causando la riduzione dell’ossigeno nelle acque e gravi danni alla fauna ittica. Con la sentenza del 1965 il Tribunale di Udine riconobbe la responsabilità della SAICI, condannandola a risarcire il Comune di Marano e i pescatori con oltre 107 milioni di lire per i danni subiti tra il 1946 e il 1963, oltre a un indennizzo annuale fino all’eliminazione delle cause dell’inquinamento. La decisione venne confermata sia dalla Corte d’Appello di Trieste sia dalla Corte di Cassazione, che nel 1972 rese definitiva la condanna.

Nel 1971 il Genio Civile di Udine contestò alla SNIA l’inquinamento provocato dagli scarichi dello stabilimento di Torviscosa, ritenuti privi di adeguati sistemi di depurazione e dannosi per la laguna di Marano-Grado, la fauna ittica e la salute pubblica. L’azienda replicò sostenendo che era già operativo un bacino di decantazione per il trattamento delle acque. Nel 1972 anche il medico provinciale segnalò il grave stato di inquinamento, imponendo alla società di adeguare entro un anno i propri impianti ai limiti previsti dalla normativa. Nel 1973 il Pretore di Cervignano contestò all’azienda reati legati all’inquinamento delle acque e ai danni arrecati alla fauna ittica e alla popolazione. Le analisi confermarono livelli elevati di inquinamento, con acque carenti di ossigeno, cattivi odori e persistenti danni all’ecosistema lagunare. L’anno seguente, però, il Pretore assolse tutti gli imputati “perché il fatto non costituisce reato”, riconoscendo la buona fede dei dirigenti, motivata dalla presenza di autorizzazioni amministrative e dalla tolleranza mostrata per anni dalle autorità. La decisione suscitò critiche, soprattutto alla luce delle precedenti sentenze civili che avevano già accertato i danni ambientali causati dalla società. La SNIA riconobbe formalmente la propria responsabilità negli scarichi e avviò studi e interventi tecnici per ridurne l’impatto, ma, nonostante le dichiarazioni di impegno ambientale, gli interventi realizzati negli anni successivi riguardarono principalmente l’ammodernamento produttivo degli impianti, senza miglioramenti significativi nella qualità degli scarichi. Di conseguenza, l’inquinamento derivante dagli scarichi industriali continuò anche negli anni successivi. Parallelamente, la dirigenza e le associazioni industriali accusavano spesso media e ambientalisti di alimentare un allarmismo eccessivo che rischiava di compromettere lo sviluppo industriale e l’occupazione. In più occasioni, l’azienda insistette anche nell’evidenziare i costi elevati degli interventi ambientali, ritenuti prossimi al limite della sostenibilità economica, finché nel 1984 abbandonò ufficialmente i programmi di adeguamento previsti dalla normativa, giudicandoli irrealistici e riconoscendo di fatto la non conformità dei propri scarichi.

Nel 1989 i dirigenti di Chimica del Friuli e il sindaco di Torviscosa furono incriminati per il mancato rispetto dei limiti agli scarichi previsti dalla Legge Merli. Nella sentenza di primo grado del 1991, il Pretore di Cervignano evidenziò come non si trattasse di episodi isolati, ma di un inquinamento grave e protratto nel tempo, strettamente legato al processo produttivo dell’azienda e risolvibile solo attraverso investimenti e modifiche strutturali degli impianti. Al sindaco venne contestata l’omessa adozione di provvedimenti necessari a tutela della salute pubblica e dell’ambiente, in quanto autorità sanitaria locale. Sebbene tutti gli imputati fossero stati condannati sia in primo grado sia in appello, nel 1994 la Corte di Cassazione annullò le condanne: l’amministratore delegato fu assolto per intervenuta prescrizione del reato, mentre il presidente della società e il sindaco furono assolti perché ritenuti non responsabili dei fatti contestati.

Per affrontare il persistente problema dell’inquinamento, nel 1987 venne istituito il Consorzio Depurazione Acque Bassa Friulana (poi Consorzio Depurazione Laguna), incaricato di realizzare un grande impianto di trattamento delle acque reflue, noto come Tubone. Il progetto, inizialmente finanziato con 66 miliardi di lire, arrivò a costare oltre 150 miliardi a causa di continui ampliamenti e modifiche tecniche. L’impianto entrò in funzione nel febbraio del 1992. Nel frattempo, nel novembre 1991, la Chimica del Friuli aveva smesso la produzione di cellulosa che era di gran lunga quella più inquinante. Il Tubone risultò pertanto sottoutilizzato e fortemente in perdita. Per garantirne la sostenibilità economica, furono collegati al depuratore i sistemi fognari di diversi comuni della Bassa Friulana, trasferendo parte dei costi sui cittadini. Successivamente il Consorzio iniziò anche a trattare rifiuti provenienti da altre regioni, scelta che suscitò forti polemiche e indagini giudiziarie. Tra il 1999 e il 2003 il Consorzio fu coinvolto in inchieste per presunte irregolarità nello smaltimento dei rifiuti e nelle autorizzazioni degli impianti. Le indagini portarono a sequestri e procedimenti penali che culminarono nel 2010 con la condanna dell’allora presidente e di altri responsabili per traffico illecito di rifiuti e danneggiamento ambientale aggravato, per aver contaminato i sedimenti marini con sostanze tossiche e bioaccumulabili, compromettendo l’ecosistema lagunare.

Nel frattempo, nel 2008 la Procura di Udine aveva disposto il sequestro dell’impianto soda-cloro della Caffaro per presunto disastro ambientale e rischi per la salute pubblica.

Le vicende più recenti e la situazione attuale

Al video prodotto nell’ambito del progetto è stato affidato soprattutto il compito di raccontare i fatti più recenti, attraverso interviste a tre storici ambientalisti impegnati da anni nella tutela del territorio della Bassa friulana. In questo modo, si è potuto supplire alla mancanza di fonti archivistiche consultabili e alla estrema carenza di articoli di stampa dovuti alla scarsa attenzione dedicata ai problemi ambientali da parte dei media locali in questi ultimi anni.

i https://it.wikipedia.org/wiki/Medea_(film_1969)

ii https://www.regione.fvg.it/rafvg/cms/RAFVG/cultura-sport/attivita-culturali/FOGLIA18/

iii Marano Lagunare. La produzione ittica notevolmente ridotta, “Messaggero veneto”, 22 luglio 1950; Insediata l’industria del pesce dall’inquinamento del fiume Aussa, “Il gazzettino”, 26 marzo 1953.

iv A ricostruire le tappe di una storia iniziata diversi anni prima è una relazione del sindaco, allegata alla delibera del Consiglio comunale di Marano n. 20 del 14 marzo 1954.

v Archivio storico del Comune di Torviscosa, Controllo ambientale, Stabilimenti industriali: osservanza delle norme in materia di edilità, b. 1, fasc. 2, Lavorazioni attuate presso lo stabilimento Snia viscosa (1976 dicembre 1).

vi Ibidem.

vii Riserve naturali regionali Valle Canal Novo e Foce dello Stella, cfr.: https://www.regione.fvg.it/rafvg/cms/RAFVG/ambiente-territorio/tutela-ambiente-gestione-risorse-naturali/FOGLIA400/FOGLIA4/; Zona Speciale di Conservazione per la protezione di habitat e specie animali e vegetali significative a livello europeo; Zona di Protezione Speciale per la tutela delle specie di uccelli selvatici e dei loro habitat; Rete Natura 2000, cfr.: https://www.parks.it/IT3320037/.

viii La maggior parte delle fonti archivistiche consultate appartiene all’Archivio storico del Comune di Torviscosa e all’Archivio storico SNIA. All’epoca della ricerca e dell’analisi (novembre 2024 – settembre 2025), questi documenti erano consultabili nel sito cid.comune.torviscosa.ud.it, realizzato dal Comune di Torviscosa tra il 2017 e il 2018 grazie a un finanziamento POR FESR. Attualmente (marzo 2026), invece, il sito risulta inaccessibile.

ix https://www.cid-torviscosa.it/le-battaglie-ambientali-in-difesa-della-laguna-di-marano/

x Le battaglie ambientali in difesa della laguna di Marano, Pro Torviscosa, 2026. La pubblicazione è disponibile anche online.

xi Hari Bertoja, Velme e veleni, Pro Torviscosa, 2026. Il video è disponibile su Youtube.

xii Delia Settimo, “Inquadramento storico e territoriale”, in Le battaglie ambientali, cit., pp. 7-8.

xiii Nicolò Del Ponte, “L’insediamento produttivo”, in Le battaglie ambientali, cit., pp. 9-11.

xiv Elisa Violin, “La questione ambientale”, in Le battaglie ambientali, cit., pp. 13-16.

xv Samuele Pantanali, “Gli aspetti giudiziari”, in Le battaglie ambientali, cit., pp. 17-20.

xvi Gregorio Comar, “Processi di bonifica”, in Le battaglie ambientali, cit., pp. 21-22.

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