Chiudo questo contributo mentre la pianura padana, cioè il luogo dove vivo, è vittima della terza ondata di calore di un’estate rovente. Di conseguenza, non possono esserci dubbi sul fatto che la crisi ecologica – in particolare nella sua espressione climatica – rappresenti un banco di prova importante per la democrazia (Asara, 2020). Se da un lato è stata rilevato il vincolo di dipendenza che legherebbe l’insostenibilità ambientale all’orizzonte democratico – nonché la crisi di quest’ultimo all’inquitante scenario di un’ecologia di guerra (Charbonnier, 2020; 2024) – dall’altro si è sostenuto che nell’imperativo di una rigenerazione non più procrastinabile si potrebbero trovare risorse sufficienti per un allargamento della democrazia (Deriu, 2022) e un più generale processo di dis-alienazione (Piromalli, 2023).
1. In questo contesto, il presente contributo intende porre l’attenzione sulla giustizia climatica. Un buon modo per isolare i tratti essenziali di una formazione discorsiva è quello di circoscrivere lo spazio politico del suo oggetto polemico. Nel nostro caso, dunque, dobbiamo richiamare alcune dimensioni caratteristiche della governance climatica transnazionale, vale a dire l’ambizioso tentativo di gestire politicamente il riscaldamento globale. Lo spazio negoziale individuato è quello dell’ONU, mentre una simbolica data di nascita potrebbe essere il Giugno 1992, momento in cui, per la prima volta, i capi di Stato si sono incontrati per discutere di tematiche ambientali. Gli esiti del Summit della Terra di Rio de Janeiro sono di primaria importanza: una Dichiarazione su Ambiente e Sviluppo che ancora orienta i negoziati internazionali, l’Agenda 21, la Carta per la gestione sostenibile delle foreste. È universalmente riconosciuto, tuttavia, che i trattati fondamentali usciti dalla conferenza brasiliana siano la Convenzione sulla Biodiversità e, soprattutto, quella relativa al riscaldamento globale.
La complessa impalcatura della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC [United Nations Framework Convention on Climate Change], operativa dal 1994), pur nella mutevolezza che ne ha contraddistinto la trentennale traiettoria, si è retta – almeno fino a oggi – sul connubio inestricabile tra registro politico della mitigazione (cioè: il riconoscimento della causalità antropogenica del riscaldamento globale, il che a sua volta implica che una politica pubblico-privata all’altezza della sfida debba porsi come obiettivo la riduzione delle emissioni di CO2-equivalente) e mercato come principale strumento attuativo, come mezzo “monetario” per il conseguimento del fine “ecologico”. Mi chieder, a breve, se dopo un lasso di tempo così significativo sia possibile oggi fare un bilancio. Per ora, però, mi limito a notare che il Sistema delle COP (Conferenze delle Parti) – incontri annuali per la valutazione dei progressi (o meno) della Convenzione Quadro – appare uno strano ibrido tra progressismo politico (si raccoglie una sfida inedita, basata sul riconoscimento che l’origine dello sconvolgimento atmosferico provenga dalle attività umane, in particolare l’utilizzo di combustibili fossili) e neoliberismo economico (si sostiene che solo la forma-impresa possa risolvere la crisi: non l’intervento pubblico in direzione della democrazia economica, non la cooperazione internazionale, non la partecipazione della società civile planetaria – no: solo il protagonismo imprenditoriale).
Come richiamato poc’anzi, è su questo sfondo – meglio: in costitutiva tensione con questo sfondo – che prende forma l’idea di giustizia climatica. Una definizione preliminare potrebbe essere la seguente: quadro analitico secondo cui il riscaldamento globale non designa in primo luogo una questione atmosferico-ambientale, bensì una situazione di iniquità. All’epoca della sua nascita – 1999, in un report di Corporate Watch – questa idea-movimento si collegava al riconoscimento che i Paesi storicamente meno responsabili delle emissioni climalteranti fossero anche i Paesi più vulnerabili rispetto alle conseguenze nefaste del riscaldamento globale. In questa prospettiva, la giustizia climatica emergeva originariamente come critica per lo più geopolitica, attenta soprattutto alle responsabilità pregresse per l’accumulo di emissioni e al (pagamento del) debito eco-climatico. In questa veste, per così dire ‘terzomondista’, i movimenti per il clima hanno intrattenuto con la governance climatica transnazionale un rapporto che possiamo definire di prossimità critica (Imperatore e Leonardi, 2023). La ragione è la seguente: si riconosce che l’arena a guida ONU ha saputo cimentarsi con la sfida-chiave del XXI secolo, cioè fare della stabilità atmosferica una posta in gioco politica; lo ha fatto mettendo in scacco il negazionismo climatico, vale a dire il “nemico pubblico numero uno” di questi movimenti; sebbene la strategia di mercato non convinca, si ritiene che prendere parte al processo – magari proponendosi di rettificarne la direzione, di accelerarne l’efficacia pratica – possa risultare una strategia vincente. Insomma: la scommessa è fornire legittimità politica in chiave anti-negazionista, tentando al tempo stesso di ampliare lo spettro di soluzioni plausibili al di là dei meccanismi flessibili (basati sull’idea che “dare un prezzo alla natura” sia una strategia non solo necessaria, ma pure sufficiente a risolvere il riscaldamento globale) del Protocollo di Kyoto, in ottica oltre-mercatista (nonché autenticamente pluralista).
2. Soprattutto dopo il rilancio dell’Accordo di Parigi (2015), si impone – come anticipavo – una sorta di bilancio. Del resto, tra tutte le politiche pubbliche, quelle climatiche (e in generale, ecologiche) sono le più sensibili al criterio di urgenza. Quindi, quale valutazione è possibile esprimere? Tristemente, non si può che prendere atto di un esito altamente negativo: non solo le emissioni hanno continuato ad aumentare in termini assoluti, ma anche il tasso di emissione è cresciuto. In altre parole: non solo non si è riusciti a invertire la rotta, riducendo le emissioni; si è anche proceduto più speditamente che mai nella direzione opposta rispetto a quella auspicata. Ironia della sorte, si è recentemente appreso che dal 1990 (anno-base del Sistema delle COP) al 2021 è stata emessa più CO2-equivalente di quanta non ne sia stata emessa dal 1750 – anno convenzionale della prima stima – al 1990 stesso. Insomma: da che si è riconosciuto un problema e si è approntato un insieme di politiche volte a farvi fronte, esso si è ingigantito invece di ridursi (Thunberg, 2022).
In questo scenario, si inaugura una fase di ripensamento all’interno della giustizia climatica. Ci si domanda se la prossimità critica abbia dato buoni frutti o meno. Decisivo è qui il triennio 2016-2018, che si apre con i primi dati sulla sproporzione emissiva non già tra Paesi bensì all’interno di ciascuno di essi, tra gruppi di reddito: il rapporto OXFAM del dicembre 2015 mostra che il 50% più povero della popolazione mondiale è responsabile del 10% delle emissioni, mentre il 10% più ricco è responsabile del 50% delle emissioni. Tale dato prenderà corpo politico nello “strappo” di Greta Thunberg alla COP 24 di Katowice, in Polonia, nel dicembre 2018. Le sue parole inaugurarono la postura che si può definire contestazione aperta (Imperatore e Leonardi, 2023) e che perdura tutt’oggi:
Se vogliamo avere una possibilità di minimizzare ulteriori danni irreparabili al pianeta, dobbiamo scegliere ora. O salvaguardiamo le condizioni di vita per tutte le generazioni future, oppure lasciamo che pochi super-ricchi mantengano i loro stili di vita distruttivi e conservino un sistema unicamente orientato alla crescita economica a breve termine e al profitto degli azionisti (Thunberg, 2023).
È in questa fase, per così dire “espansiva”, che la giustizia climatica comincia a costruire le risorse politiche e sociali che le consentiranno, a partire dal 2019 e sempre più intensamente di sciopero in sciopero, prima di “incontrare” una formazione discorsiva precipuamente sindacale come la transizione giusta (Pellizzoni, 2026), e poi di “approfondire” il grado di convergenza con essa, fino a una sorta di annodamento tra questione sociale e questione ambientale.
È in questo carattere di effervescenza politica, di generazione di una novità rispetto alla dimensione istituzionalizzata di una giustapposizione per così dire “inerte” tra ambiente e lavoro nel quadro della governance climatica transnazionale, che si rinviene il carattere epocale del 2019, della progressione inarrestabile dei suoi oceanici scioperi per il clima.
A partire da quel momento, la giustizia climatica impone una vera e propria torsione al regime di visibilità del riscaldamento globale: anno dopo anno vengono affinate le statistiche sull’impatto emissivo sia dei consumi – oggi sappiamo, per esempio, che il 50% più povero della popolazione mondiale non solo emette meno del 10% del totale, ma avrebbe diritto, in una situazione di completa uguaglianza “carbonica”, a raddoppiare le proprie emissioni (OXFAM, 2021) – sia degli investimenti (tanto produttivi quanto speculativi). A questo proposito, analizzando nel dettaglio le posizioni di investimento di 20 ‘miliardari carbonici’ (su un campione di 253), OXFAM (2022) è in grado di affiancare al rapporto climatico tra un individuo appartenente all’1% più ricco e uno appartenente al 50% più povero (il primo emette circa 100 volte di più) il ben più significativo rapporto – in termini di effetti sulla struttura economica – tra un individuo dotato di grande potere finanziario e un individuo che, in quanto appartenente al 50% più povero, non muove alcuna leva di finanziamento. Ebbene, data l’assai rilevante quota di investimenti in aziende legate direttamente al capitalismo fossile, OXFAM sostiene che ogni finanziere fossile emette oltre un milione di volte più CO2-equivalente rispetto a un povero climatico. In conclusione: alla dimensione prettamente geopolitica, la giustizia climatica post-2019 affianca una forma specifica di questione sociale, finalmente adeguata al tempo presente (World Inequality Report, 2026).
3. In questo contesto, segnato dal fallimento del tentativo neoliberale di legare crescita economica e protezione ambientale – a discapito della riduzione delle diseguaglianze – si pone la questione cruciale di come produrre un terreno sufficientemente solido per l’alleanza tra ragioni del lavoro e ragioni del clima. In altri termini, emerge come prioritario il tema del connubio tra redistribuzione e protezione ambientale, con la messa in secondo piano della crescita economica. È qui che affonda le radici la plausibilità politica di un’inedita articolazione tra questione sociale e questione ambientale, con tutte le fondamentali implicazioni che essa presenta per il rinnovamento della democrazia (Benegiamo, Guillibert, Villa, 2023; Pansera et al, 2024). Lo dimostra un certo numero di elementi: in Italia, la convergenza tra avanguardie del movimento operaio e avanguardie dei movimenti climatici (si pensi alla solidarietà espressa da Extinction Rebellion ai metalmeccanici bolognesi in sciopero per il rinnovo del contratto e sottoposti alla repressione del Decreto Legge cosiddetto “Sicurezza”); a livello di ONG, l’insistenza di OXFAM e altre realtà sul ripensamento in termini climatici della progressività fiscale (OXFAM, 2023); sul piano delle mobilitazioni globali, la diffusione delle campagne politiche per l’impiego climatico [Climate Jobs Campaigns] (Campagna Lavori Climatici Italia, 2025) – sostenute, sia pure indirettamente, da Papa Francesco (2023), che richiama l’ipotesi di fondo che le anima nella sua ultima Esortazione Apostolica.
È opportuno, a questo punto, segnalare che pure la governance climatica transnazionale, nel tentativo di ristrutturare la propria azione, ha provato a misurarsi su questo terreno, cercando di rilanciarsi: infatti il Global Stocktake (2023), cioè il documento conclusivo della ventottesima Conferenza della Parti, tenutasi a Dubai, è stato alternativamente salutato come “storico” o bollato come “fallimentare”, a seconda che i commentatori si focalizzassero sulla presenza, per la prima volta, della formula «combustibili fossili» [fossil fuels] in un testo ufficiale, oppure che scegliessero di enfatizzare la vaghezza del contesto di riferimento – si parla di «allontanamento» [transitioning away] in luogo dell’atteso «fuoriuscita» [phase out]. Si tratta di una discussione legittima, che tuttavia rischia di (auto)riferirs allo spazio – limitato – della COP 28 di Dubai. Lo sguardo che ho finora messo a punto – succintamente, senz’altro – permette invece di ragionare sul medio periodo, e quindi di leggere tale documento come fosse un sismografo. In questo modo, mi pare emergano due spinte opposte, dalla cui interazione dipenderà la prosecuzione, su basi rinnovate, del Sistema delle COP; oppure il suo collasso. Il punto politico da capire è se e in che misura un sistema nato per “mitigare” attraverso la centralità del mercato possa reggere assumendo come orizzonte esclusivo quello di facilitare la tecnologia dell’“adattarsi”. Rispetto a ciò, la prima spinta – che procede in direzione del crollo, ma si potrebbe pure dire auto-sabotaggio – ha trovato plastica conferma nella COP 30, tenutasi a Belém: un ennesimo “nulla di fatto”.
4. Potrebbero però non mancare elementi di potenziale contro-bilanciamento. In questo senso, la seconda spinta va in direzione del rinnovamento, incontra di nuovo la giustizia climatica – ma su tutt’altro terreno! – e si cristallizza attorno all’onnipresenza del ricorso alla “nuova” transizione giusta (menzionata ben dieci volte!) cioè una proposta sindacale che oggi smette la veste anni Novanta (strumento di difesa dalla transizione ecologica, intesa come fattore di rischio per l’occupazione) per rivelare un volto più radicale, quello di strategia per la transizione ecologica, purché concepita dal basso (Feltrin e Leonardi, 2022). Più che la formalità spesso ineffettuale del dialogo sociale con gli stakeholders – elemento chiave, per esempio, nell’Agenda per la Transizione Giusta dell’ILO – tale volto mette al centro il protagonismo e la partecipazione effettiva di lavoratrici e lavoratori, dei sindacati e delle lotte territoriali organizzate. Questa inedita interpretazione è oggi resa possibile da dispute socio-sindacali di grande interesse: per esempio quella dell’ex-GKN di Campi Bisenzio (Andretta, Gabbriellini e Imperatore, 2023), vero e proprio laboratorio di convergenza delle lotte; oppure nella recente vertenza della Marelli di Crevalcore, in provincia di Bologna (Mosaico e Leonelli, 2024); o ancora nella vicenda legata alla centrale elettrica TVN, di proprietà dell’ENEL, a Civitavecchia (Asara, Caligari e Leonardi, 2026).
Questo interesse da parte del Sistema delle COP per un mondo del lavoro radicalizzato – inedito se non altro nella frequenza del richiamo, ma forse anche nella qualità dell’interlocuzione – potrebbe rappresentare, se adeguatamente supportato e se tradotto in effettiva pratica politica, una svolta positiva nell’economia delle negoziazioni globali. Va da sé che decisiva, a questo proposito, sarà la vicenda del Trattato di Non-Proliferazione dei Combustibili Fossili, che dopo la prima conferenza internazionale tenutasi a Santa Marta (Aprile 2026) proseguirà i lavori nel 2027, prima a Dublino e poi a Tuvalu. Si tratterebbe di mettere al centro del processo non più i mercati ma, da un lato, l’azione democratica volta alla pubblica utilità e, dall’altro, l’articolazione politica di questione sociale e questione ambientale. Sarebbe l’opportunità tanto attesa di lasciarsi alle spalle il clima diseguale che ancora ci invischia, per sperimentare invece sentieri di convergenza verso un mondo non solo ecologicamente abitabile, ma pure socialmente desiderabile. Come cantavano i gilets jaunes, mobilitazione la cui rilevanza ecologica è ancora troppo poco apprezzata (Chédikian, Gallo Lassere, Guillibert, 2020): “fine del mese, fine del mondo: stessa lotta”.
È chiaro tuttavia che, affinché tale svolta positiva avvenga, occorre che l’alleanza clima-lavoro sappia sovra-compensare l’inerzia della Convenzione Quadro a lasciarsi trainare da interessi consolidati. Questa nuova alleanza dovrà dunque affinare la propria prospettiva sul mondo, sedimentare la propria forza sociale, dotarsi di spazi e procedure per aggregare attorno a sé soggettività capaci tanto di politica democratica quanto di abitabilità futura.
5. Fino a questo momento ho provato a descrivere quella che potremmo definire una parabola ascendente di radicalizzazione, prima endogena a giustizia climatica e transizione giusta, poi relativa alla loro articolazione politica. Occorre però segnalare, ora, che lo scenario di guerra conclamata che si staglia all’orizzonte di tutte e tutti noi rischia di minare le condizioni di possibilità che stanno alla base di questo ragionamento. Provo a spiegarmi: per quanto riguarda i movimenti, ciò che la guerra fondamentalmente produce è la fine del processo di climatizzazione del mondo (Aykut, 2020), cioè della dinamica centripeta che rendeva il riscaldamento globale un prisma in grado di leggere la quasi totalità dei fenomeni sociali, e che aveva imposto prima la centralità del discorso climatico, a partire dal 2019, poi il suo percorso di avvicinamento e fusione con la pratica sindacale. In tale contesto, nel libro L’era della giustizia climatica, scritto assieme a Paola Imperatore (2023), avanzavo l’ipotesi di una mutazione di questa idea-movimento da posizione interlocutoria e settoriale a quadro politico generale per la pratica e la teoria della convergenza di lotte diverse – apparentemente non legate, o comunque non prioritariamente, all’ecologia. Si sarebbe trattato di una sorta di effetto-sineddoche, tale per cui ogni azione volta a proteggere l’ambiente – ma anche ogni riflessione volta a meglio comprendere la fenomenologia sfaccettata della crisi bio-sferica – veniva per l’appunto risemantizzata in termini climatici. Si diceva “clima” ma si finiva inevitabilmente per intendere “ecologia”: la parte per il tutto. Era un modo per trasformare il movimento di lotta per il clima – l’unico, in quel momento, ad aver raggiunto dimensioni di massa e planetarie – in una cassa di risonanza per tutte le istanze di giustizia ambientale. Va sottolineato che si trattava di un passaggio esplicito, meditato e rivendicato: «Siamo all’inizio di una crisi ecologica e climatica in rapido peggioramento. Una crisi di sostenibilità. La tecnologia da sola non basterà a salvarci» (Thunberg, 2022: 41). I temi che si susseguono nelle pagine del libro curato da Thunberg, The Climate Book – espressi dai titoli dei vari capitoli – confermano ulteriormente il punto: ‘Siccità e alluvioni’, ‘Microplastiche’, ‘Incendi boschivi’, ‘Biodiversità terrestre’, ‘Suolo’, ‘Permafrost’, ‘Inquinamento atmosferico’, ‘Cibo e nutrizione’, ‘Penuria d’acqua’, ‘La sfida dei trasporti’, ‘Rifiuti in giro per il mondo’; e la lista potrebbe continuare. Insomma: mi pare davvero che le critiche di “riduzionismo carbonico” mosse ai movimenti post-2019 poggiassero su fragili fondamenta.
La conseguenza di tale effetto-sineddoche l’abbiamo descritta: dopo l’esplosione delle piazze climatiche nel 2019 – cioè: dopo l’apparire del movimento di massa -, alla narrazione geopolitica si aggiungeva un altro modo di vedere il riscaldamento globale come problema politico. L’attenzione non veniva più rivolta soltanto alla diseguaglianza tra entità statuali – organizzate nei due grandi contenitori Nord globale e Sud globale – ma anche alla diseguaglianza tra gruppi reddituali all’interno di ciascun Paese – con un ritorno notevole del linguaggio tipicamente associato alla questione sociale (e, successivamente, in convergenza con vertenze squisitamente sindacali). Sono convinto, lo ripeto, che questo nuovo interesse per la disuguaglianza climatica interna alle società nazionali sia conseguenza diretta delle mobilitazioni del 2019, della loro postura apertamente contestatrice: è stato come se il regime di visibilità del riscaldamento fosse improvvisamente mutato, a partire dal primo sciopero climatico del 15 marzo 2019, e poi sempre più fino al quarto appuntamento di piazza il 29 novembre 2019. Questa chiave interpretativa della crisi climatica, fondata sulla critica della diseguaglianza, è diventata patrimonio di un gran numero di persone, fino a modificare in profondità il modo stesso di percezione del problema. E non si trattava solo di gruppi reddituali o di singoli individui: nel mirino finivano anche le imprese, in primis quelle dell’industria fossile.
6. Ora, abbiamo sostenuto che è stato in questa congiuntura storico-teorica dell’effetto-sineddoche che l’articolazione tra clima e lavoro ha acquisito salienza e agibilità politica. Tuttavia, la prima vittima dello scenario di guerra globale in cui ci troviamo è proprio questa modalità – per così dire “sociale” – di percepire e interpretare il riscaldamento globale come da un lato responsabilità storica delle élites (o dell’1%, se si preferisce) e dall’altro come risolvibile solo attraverso una riduzione della disuguaglianza. Più in generale, si può sostenere che sia l’idea stessa di transizione ecologica (giusta o meno che sia, veicolata dal basso oppure dall’alto) a risultare declassata nell’ordine del pensabile in un contesto di aperto bellicismo. Per esempio, come recita l’adeguato sottotitolo di un articolo di Paolo Cacciari e Aldo Femia (2024), la triste parabola del Green Deal europeo si è consumata dai prati verdi al riarmo. In questo scenario, ci pare tornare centrale la parola d’ordine no war, che infatti troviamo ripetuta dalla totalità dei soggetti che hanno abitato la convergenza, vale a dire il nuovo nesso, democraticamente espansivo, tra questione sociale e questione ambientale. In quale direzione questa postura pacifista influenzerà la trasformazione della giustizia climatica, non sono in grado di dirlo. Che la influenzerà profondamente, invece, mi pare indiscutibile. Del resto, un pacifismo radicale è implicito nella posizione internazionalista assunta da Thunberg dall’ottobre 2023 in poi. In realtà, il legame tra l’opposizione all’ecocidio (di cui il riscaldamento globale è solo un esempio) e l’opposizione al genocidio in Palestina – in un video girato presso gli ex stabilimenti GKN, sia Thunberg che i lavoratori indossano le kefiah, e la loro partecipazione alla Global Sumud Flotilla è stata diretta – mostra esplicitamente la necessità di ripensare l’articolazione tra clima e lavoro all’interno di un più profondo ripensamento dell’internazionalismo politico.
Per esempio, in un post su X datato 11 ottobre 2024, Thunberg si esprime come segue: «Il movimento per la giustizia climatica deve essere un movimento decoloniale, anticapitalista e antifascista che combatta sia il genocidio che l’ecocidio, che esiga liberazione e giustizia per tutti, e un sistema che metta le persone e il pianeta al di sopra del profitto». In piena congruenza, il suo ultimo post Facebook (5 luglio 2026) si unisce alle migliaia di voci che in tutto il mondo chiedono la liberazione del dottor Abu Safiya, detenuto da Israele in un carcere del tutto incompatibili con le sue critiche condizione di salute. Insomma: la Palestina e la sua liberazione producono un nuovo effetto-sineddoche, all’interno del quale – e soltanto all’interno del quale – l’articolazione tra clima e lavoro può trovare concreta attuazione.
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