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Prevenire le guerre e promuovere la pace

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Le guerre in atto in Ucraina, nel Medio Oriente e altrove e l’incremento cospicuo e generalizzato delle spese militari evidenziano che conflitti armati e militarismo continuano a rappresentare una seria minaccia alla salute pubblica e all’integrità ambientale in tutto il mondo, Europa compresa. Le ripercussioni di questa situazione interessano anche l’Italia, su molteplici piani: in relazione alla partecipazione, per ora indiretta, ai conflitti; per gli effetti economici, politici, ambientali e giuridici degli stessi; e per l’incremento del militarismo e delle spese militari a danno delle spese pubbliche per sanità, istruzione, cultura e politiche sociali.

Secondo la più recente analisi del Peace Research Institute di Oslo (PRIO)1, nel 2025 i conflitti armati in cui almeno uno Stato è coinvolto (state based conflicts) erano 65, il numero più alto registrato dal 1946. Un numero destinato ad aumentare ulteriormente dato la rottura del tabù relativamente alla conduzione di guerre di aggressione, che erano state universalmente condannate e non ritenute etiche dalla comunità internazionale a partire dalla approvazione, nel 1945, della Carta delle Nazioni Unite, l’accordo istitutivo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu).

Come ricordava Jürgen Habermas,2 recentemente scomparso, la Carta ha di fatto abolito lo ius ad bellum, il diritto degli Stati di dichiarare la guerra, non ha quindi rinnovato la dottrina della guerra giusta, con l’unica eccezione della guerra difensiva in risposta a un attacco. Di conseguenza i ministeri che precedentemente erano “della guerra” sono stati ribattezzati ministeri “della difesa”.

Nel tentativo di aggirare l’ostacolo del diritto internazionale è capitato anche in passato che il concetto di “difesa” venisse interpretato dai bellicisti in maniera molto flessibile fino a trasformare guerre di aggressione in “interventi di polizia internazionale”, missioni militari di “difesa preventiva”, “operazioni speciali”, ecc. Tuttavia attualmente si osserva un ulteriore salto di qualità che tende a smantellare anche gli ultimi residui dei limiti posti alla condotta bellica degli stati da parte delle istituzioni del diritto internazionale. Un salto che ci riporta quindi indietro nel tempo almeno fino all’inizio del secolo scorso. Un ritorno al passato confermato platealmente dal cambiamento del nome del ministero della difesa statunitense, celebrato dal neo-ministro della guerra Pete Hegseth con le seguenti parole: “The War Department is gonna fight decisively, it’s gonna fight to win, not to loose, it’s gonna go on offense, not just defence, maximum lethality, not tepid legality, violent effect, not politically correct. We’re gonna raise up warriors, not just defenders3.

In questo contesto è particolarmente importante ricordare che la carta di Ottawa, di cui celebriamo quest’anno il 40esimo anniversario4 e alla quale l’intera comunità di sanità pubblica si ispira, cita “la pace” come il primo dei prerequisiti fondamentali per la salute. Seguono l’abitazione, l’istruzione, il cibo, un reddito, un ecosistema stabile, le risorse sostenibili, la giustizia sociale e l’equità. Tutti fattori egualmente danneggiati e distrutti dalla guerra, con effetti che solitamente perdurano per decenni anche dopo la cessazione delle ostilità. Per la sanità pubblica la pace è quindi assolutamente da custodire e va considerata il principio guida dei nostri ragionamenti e azioni (che di conseguenza non potranno che essere pacifici), come sottolinea Tommaso Greco in “Critica della ragion bellica”5.

Su un piano più generale, di fronte a militarismo e guerra ci possono essere due differenti posizionamenti. Il rifiuto pacifista, assoluto e categorico, oppure un atteggiamento possibilista, che rende necessario procedere a una valutazione specifica prima di formulare un giudizio a favore o contro.

Non tutte le guerre necessitano di una valutazione specifica. Come si è visto prima, guerre di aggressione non sono, o non dovrebbero essere, mai ritenute etiche dalla comunità internazionale, sono da condannare a prescindere. Il problema è come posizionarsi rispetto a guerre legittime, come quelle per autodifesa da un attacco o da una invasione. Per poter avviare il ragionamento occorre innanzitutto fare una distinzione fondamentale: solo perché una guerra è considerata legittima sul piano del diritto internazionale non significa che sia anche automaticamente la scelta migliore in un dato contesto. Ritenere una determinata scelta legittima non comporta infatti doverla per forza compiere o sostenere.

Un metodo razionale per poter decidere in questo ambito può essere quello del bilanciamento tra il male creato dalla guerra e quello che si spera di evitare attraverso la guerra, come proposto da Henry Shue6. Se fosse ragionevole ritenere che il male creato dalla guerra superi il male evitato, occorre di conseguenza opporsi alla guerra e optare per delle forme di difesa alternative. Questo criterio viene promosso anche dal Catechismo della Chiesa cattolica, nel quale si stabilisce “che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare”. Per “male” Henry Shue intende la violazione dei diritti individuali fondamentali (come quello alla salute, quindi il ferimento o l’uccisione) o danni gravemente ingiusti (come la distruzione selvaggia dell’ambiente), non semplicemente esiti negativi sul piano impersonale. Shue specifica inoltre che nel bilanciamento bisogna considerare “tutto il male che ci si può ragionevolmente attendere se si sceglie la guerra”, quindi indipendentemente da quale parte belligerante il male venga inflitto. Se si sceglie la guerra, si deve mettere in conto che saranno commessi tutti i mali di quella guerra, qualunque essi siano, anche quelli per cui l’aggressore è da condannare, legalmente e moralmente.

Tutte le categorie di possibili danni da mettere in conto nel bilanciamento sono riassumibili in categorie di impatto sulla salute, diretto o indiretto, e sull’ambiente. In questo contesto, l’epidemiologia e la sanità pubblica hanno il ruolo fondamentale di contribuire a fornire dati e stime per colmare il vuoto informativo e rafforzare il potere decisionale dell’intera società nella valutazione dell’opportunità della partecipazione diretta o indiretta a una guerra.

Nel bilanciamento è importante tenere conto non solo dei danni diretti ma anche di quelli prodotti per effetti indiretti, che solitamente causano un numero ancora maggiore di vittime. L’importanza degli effetti indiretti è dovuta al fatto che ormai nelle guerre tutto diventa bersaglio. In aperta violazione del diritto internazionale vengono presi di mira le infrastrutture civili, di approvvigionamento elettrico, alimentare, idrico e di smaltimento dei liquami, le strutture sanitarie, scuole, università, le industrie, i campi e le aziende agricole, strade, ponti, la rete ferroviaria, etc. Il risultato è la creazione di una biosfera della guerra nella quale l’aria e l’acqua sono contaminate con metalli pesanti e sostanze cancerogene derivanti dai residui bellici e dalle macerie; dove agenti infettivi si diffondono con maggiore facilità, dovuta alla malnutrizione, all’affollamento nei campi profughi e alla mancanza di infrastrutture di approvvigionamento idrico e di smaltimento dei rifiuti e liquami, di servizi sanitari, distrutti anch’essi dalle operazioni militari. La biosfera della guerra permea ogni aspetto della vita, risulta collegata anche ad altri aspetti come la salute mentale, l’aumento delle disuguaglianze o il fenomeno della migrazione forzata, e si protrae nel tempo ben oltre il cessate il fuoco.

Dall’esame degli effetti diretti ed indiretti7 emergono alcune caratteristiche comuni dei conflitti armati condotti da eserciti e tecnologie moderni:

  • la mancanza di limiti di spazio, di tempo e giuridici
  • la mancanza di discriminazione tra obiettivi militari e civili
  • gli effetti indiretti a lungo periodo, responsabili di enormi danni e sofferenze fisiche, mentali e sociali
  • l’aumento delle disuguaglianze sociali, il dramma dei profughi, il drenaggio di risorse dovuto al bellicismo a discapito di sanità, istruzione e sicurezza sociale
  • la distruzione dell’ambiente e gli effetti clima-alteranti
  • la sempre possibile evoluzione in guerra atomica.

Queste caratteristiche sono tali che il male creato dalla guerra supera tipicamente e di gran lunga il male che si spera di scongiurare attraverso la guerra. L’esame delle evidenze scientifiche, dei dati empirici, porta quindi anche chi non parte da una posizione di rifiuto categorico alla violenza ad assumere una postura pacifista. L’unica opzione a disposizione, soprattutto per chi svolge una professione sanitaria, è quindi quella dell’opposizione alle guerre e al militarismo, della prevenzione dei conflitti e della promozione della pace, attraverso mezzi pacifici.

Una critica che frequentemente viene mossa a questa conclusione fa riferimento alla lotta armata antifascista dei partigiani. A questa critica è possibile controbattere efficacemente con diversi argomenti, di natura storica, tecnico-militare e sociale, alle quali vorrei aggiungere una riflessione che Herbert Marcuse fece nella sua opera “Etica e Rivoluzione”: “Per quanto razionale possa essere la giustificazione data all’uso di mezzi rivoluzionari in nome della possibilità di ottenere libertà e felicità per le generazioni future, ed estesa perciò anche alla violazione di diritti e libertà esistenti e della vita stessa, vi sono comunque forme di violenza e di repressione che nessuna situazione rivoluzionaria può giustificare, perché esse negano proprio il fine per il quale la rivoluzione è il mezzo. Tali forme sono la violenza arbitraria, la crudeltà e il terrore indiscriminato.”

Come è facile dimostrare, questi elementi non possono essere associati alla lotta partigiana antifascista, mentre sono inscindibili dalla condotta delle guerre moderne, oltre ad essere tipici degli atti di terrorismo.

In riferimento alla citazione di Marcuse, da lui riportata, Enzo Traverso commenta8: ”se il fine perseguito è rappresentato dalla ‘giustizia’, dalla ‘libertà’ e dai ‘diritti umani’, questo dovrebbe implicare una delimitazione sul piano etico dei mezzi e dei metodi per conseguirlo. Non tutti i mezzi possono concorrere al raggiungimento di questo fine e vanno esclusi tutti quelli che lo ostacolano, che vi si oppongono o che costituiscono la sua negazione. “Una vera lotta per l’emancipazione dell’uomo non conosce nessun dualismo tra il fine e i mezzi, che al contrario devono essere uniti da un rapporto dialettico e non puramente tecnico e funzionale”.

Insomma, non ci sono fini che possono giustificare certi “mezzi” e nulla può quindi giustificare la violazione del diritto internazionale umanitario, la tortura, la violenza e l’uccisione indiscriminate, la crudeltà, neppure la violazione di questi principi da parte del proprio avversario. Sono da condannare sempre e ovunque senza fare sconti a nessuno. Questo è un principio universale e deve quindi valere per tutti, indipendentemente dal contesto. Su questo punto credo che bisogna rimanere assolutamente fermi.

Accettare la trasgressione di questo principio, per esempio esprimendo solidarietà e sostenendo Israele mentre compie un genocidio oppure definendo lotta di resistenza e liberazione la strage compiuta da Hamas il 7 ottobre, equivale a promuovere la barbarie.

Dal punto di vista delle conseguenze sanitarie tenere distinti atti di guerra da quelli del terrorismo risulta praticamente impossibile: i due fenomeni divergono per attori, motivazioni, entità ma entrambi rappresentano forme di violenza esercitata per motivi politici, colpiscono prevalentemente la popolazione civile e provocano reazioni di paura collettiva. Non solo in guerra vengono commessi dei crimini, ma anche che la guerra stessa può essere considerata un crimine, date le sue conseguenze e per il fatto che viola invariabilmente i principi stabiliti dalle leggi internazionali umanitarie. Questo vale per tutte le guerre moderne, come viene ribadito anche nella Dichiarazione delle società scientifiche di area sanitaria a favore della pace9. Il nostro compito professionale e deontologico come operatori sanitari è prevenire e contrastare entrambe queste forme di violenza e promuovere la pace, il disarmo e la ricerca di soluzioni diplomatiche e nonviolente che affrontino efficacemente le cause alla base dei conflitti. Occorre quindi agire, a livello globale e locale, anche su povertà, disuguaglianze, discriminazioni, razzismo, nazionalismo, imperialismo, militarismo. Tutti elementi fortemente intrecciati al sistema economico capitalistico. Un sistema che si basa sulla competizione, innesca di conseguenza una perenne lotta, tra lavoratori per i posti di lavoro, tra capitalisti per la conquista dei mercati e tra le classi sociali. La concorrenza è l’esecutrice delle leggi interne del capitale e il potere economico esercita una “muta costrizione”10 sull’intera società al fine del mantenimento e della naturalizzazione dello status quo, guerre comprese. Un concetto riassunto efficacemente da Jean Jaurès in un suo celebre discorso11 alla Camera dei deputati dell’assemblea nazionale francese il 7.3.1895: “La vostra società violenta e caotica, anche quando vuole la pace, anche quando si trova in uno stato di calma apparente, porta sempre in sé la guerra come la nuvola porta in sé la pioggia”.

E’ da questa consapevolezza che occorre partire (e non dalle analisi geopolitiche astruse del cosiddetto campismo), per prefigurare un percorso, teorico e pratico, verso un mondo pacifico, clima resiliente, con benessere e salute per tutti abitanti del pianeta, attuali e futuri.

1 PRIO Paper, Conflict trends: A global overview, 1946–2025, https://www.prio.org/publications/14802

2 Habermas J. Ein Plädoyer für Verhandlungen, “Süddeutsche Zeitung”, 14 Februar 2023.

3 BBC Global News Podcast, 6 September 2025, Trump rebrands Department of Defence Department of War, https://www.bbc.co.uk/programmes/p0m167v1 (“Il ministero della guerra combatterà in maniera decisa, combatterà per vincere, non per perdere, non si limiterà alla difesa ma passerà all’attacco, massima letalità, non tiepida legalità, effetti violenti, non correttezza politica; alleveremo guerrieri non solo difensori”).

4 World health organization, The Ottawa charter for health promotion, 1986.

5 Tommaso Greco, Critica della ragion bellica, Laterza, Bari-Roma 2025

6 Henry Shue, “Last Resort and Proportionality”, in Seth Lazar, Helen Frowe (editors), The Oxford Handbook of Ethics of War, Oxford University Press, Oxford, 2018, pp. 260-276.

7 Per una valutazione più dettagliata rimando al mio Guerra o salute. Dalle evidenze scientifiche alla promozione della pace, Il Pensiero scientifico Editore, Roma 2023.

8 E. Traverso, “Nota introduttiva”, in L. Trotsky, La loro morale e la nostra, Nuove edizioni internazionali, Milano 1995, p. 39

9 https://epiprev.it/notizie/il-diritto-universale-alla-salute-richiede-la-pace-e-rifiuta-la-guerra

10 Soeren Mau, Stummer Zwang, Dietz, Berlin, 2023 (Mute Compulsion, Verso, 2023)

11 Jean Jaurès, Kapitalismus und Krieg, in Jean-Numa Ducange, Jean Jaurès oder: Sozialismus wider die Kriegsgefahr, Dietz, Berlin 2024, p. 137.

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