Peter Thiel, definito “l’anima nera della Silicon Valley”1, è stato nei primi anni 2000 cofondatore di PayPal, il noto servizio di pagamento digitale. Finanziatore di Facebook e dell’acceleratore di startup Y Combinator, egli è in definitiva uno degli imprenditori di maggior successo della nostra epoca. Palantir Technologies, l’azienda che fornisce sofisticati sistemi informativi fondata nel 2003 con il sostegno della CIA, fornisce agli apparati di difesa americani i servizi di elaborazione di dati necessari all’individuazione degli obiettivi bellici (piattaforma Gotham). Il mondo politico avvantaggia fortemente gli interessi di Thiel, fornendogli le condizioni per lo sviluppo delle sue creazioni imprenditoriali e la massimizzazione dei suoi profitti.
Nel 2004 scriveva, nel saggio “Il momento straussiano”2, che l’unico modo per mantenere intatta la “pax americana” è investire sull’intelligence. Le derive teosofiche del suo pensiero, o di quello che così viene considerato, vanno declinate in considerazione non solo dei suoi interessi, ma della stessa finalità esistenziale dell’America: quella di mantenere il proprio dominio, adeguando i mezzi alle circostanze, e soprattutto alla condizione di crisi in cui attualmente si trova.
A prescindere dalla scarsa autorevolezza di Thiel come filosofo, è significativo che l’amministrazione Trump gli abbia aperto le porte della Casa Bianca nel 2016, nominandolo membro della squadra di transizione, e che avalli la sua opera di evangelizzazione tecnocratica. Le recenti lezioni tenute da Thiel a Roma (dal 15 al 18 marzo) rientrano infatti in un’operazione di dimensioni che travalicano quelle del cosiddetto marketing politico, cioè la difesa dei propri interessi commerciali attraverso la promozione di una politica particolare. L’imprenditore non è nuovo a questo tipo di operazioni: se nel suo libro “Zero to one” aveva screditato l’insegnamento universitario come inutile per il progresso umanitario3, da considerarsi inscindibile da quello tecnologico, la sua missione attuale sembra essere quella di delegittimare in un sol colpo sia la politica, intesa come pratica comunicativa, sia la morale cristiana proclamata dal Vaticano.
Mentre il maggior sostegno alle imprese di Thiel proviene dalla politica (in particolare dai repubblicani), essa stessa sembra essere la vittima sacrificale della sua dottrina. Ma questa apparente contraddizione si risolve se si considera che la politica americana necessita, per perseguire i propri scopi di dominio, di una svolta autoritaria da giustificare moralmente, e trova in Thiel un attore in grado di delegittimare la prassi democratica, promuovendo la tecnica come nuova base di legittimazione dell’esecutivo.
È la politica – così Thiel – ad esporci al pericolo di essere sottoposti ad un ordine mondiale unico e autoritario, ed è solo la tecnologizzazione completa del processo decisionale a poterci salvare4. La politica inoltre, attraverso le sue regolamentazioni ambientali ed economiche, sarebbe responsabile dello stallo tecnologico e di impedire lo sviluppo benefico e inesorabile della tecnica, che va salvaguardato al di sopra di ogni cosa. Non è più lo spirito della democratizzazione pacifica del mondo, di stampo wilsoniano, a poter guidare l’impero. La politica americana di sempre, forza laica che si pone come ordine amministrativo globale, va delegittimata, ed è per rimuovere il suo mito universalista che entra in gioco la retorica veterotestamentaria di Thiel: l’unificazione del mondo sotto un unico Stato globale, la pacificazione definitiva equivarrebbe all’Anticristo, perché sta scritto: “Quando diranno pace e sicurezza, allora verrà la rovina improvvisa” (Prima Lettera a Tessalonicesi)5.
Se Thiel, insomma, si limitasse a fornire avanzati servizi di intelligence, probabilmente non otterrebbe dalla politica i favori che gli stanno consentendo di ampliare i suoi affari in misura praticamente illimitata; un semplice marketing politico non giustificherebbe l’influenza che attraverso Vance, sua creazione ideologica e politica (ha finanziato nel 2022 la sua candidatura al senato dell’Ohio e la sua ascesa fino alla vicepresidenza6), esercita sull’amministrazione Trump. La realtà è che egli rende ai repubblicani un servizio ulteriore alla fornitura di dati. Egli fornisce al partito l’opportunità di estendere il suo consenso oltre i limiti che gli impone il suo profilo valoriale.
Già da quando nel luglio 2016, al congresso del partito si dichiarava fiero di essere gay e repubblicano allo stesso tempo7, egli allargava l’orizzonte identitario repubblicano verso categorie che per decenni erano state demonizzate. La sua missione odierna è rimasta la medesima: quella di occupare, a vantaggio della destra, ambiti morali ad essa alieni o in cui il suo consenso non è consolidato. Allora si trattava di ottenere il plauso del pubblico e delle lobbies omosessuali, oggi di acquisire la legittimazione del mondo cristiano.
La tecnica adottata è simile a quella utilizzata contro la politica: la “disruption”, cioè la rimozione di un paradigma, lo scioglimento di uno status quo a vantaggio immediato di una nuova forza e di una nuova tendenza che egli personalmente incarna. Thiel rivolge alla Chiesa un attacco frontale: la forza del bene è la tecnica, non la Chiesa. Le recentissime dichiarazioni pacifiste del Papa e la polemica con Trump si possono leggere come una risposta anche a questo affronto. Per Thiel è il progresso tecnologico infatti a costituire il kathechon, la forza che ci salva dall’avvento dell’Anticristo. La tecnica va sostituita sì alla democrazia, che ne mette il progresso in stallo, ma anche alla Chiesa, che con il suo moralismo pacifista ostacola l’attuazione delle decisioni prese con l’ausilio dell’apparato informatico globale. La pubblicazione dell’immagine di Trump nelle sembianze di Cristo sembra, a questo proposito, un’illustrazione didascalica di quell’atto di sostituzione del leader illuminato (non democratico) all’autorità cristiana.
Il tentativo, condito di diverse “americanate”, ovvero affermazioni e rappresentazioni coscientemente false, ma che producono effetti talvolta duraturi, non giunge in un momento qualunque. È infatti proprio dal mondo cattolico per così dire “a destra” del Papa, che si manifestano segni di insofferenza verso i valori cristiani umanitari e che riemerge la paura che la democrazia non sia lo strumento adeguato per far fronte alle vere o presunte emergenze di oggi. È questa destra cattolica ad accogliere Thiel come il profeta di una nuova libertà, e il suo tentativo di rifondare una morale cristiana in senso tecnototalitario su saperi antichi esercita un enorme fascino sui giovani.
“Guardare al futuro partendo dalla posizione privilegiata di chi conosce il passato e ha il rigore di discernere che cosa vada conservato, senza illusioni. Solo ciò che salva deve rientrare in quest’opera faticosa.”, si legge tra i proponimenti dell’associazione cattolica “Vincenzo Gioberti” di Salò (Brescia), nel comunicato stampa dedicato alle quattro lezioni italiane del mogul, di cui è stata organizzatrice. “Nel formulare le sue iniziative”, si legge oltre, “la nostra Associazione si rifà alle idee e alle esperienze di uomini e donne straordinari che, nel corso dei secoli hanno edificato e sostenuto l’ordine morale e culturale dell’Occidente. Lo fa con spirito critico e di resistenza nei confronti della modernità e di quelle sue forme politiche – prima fra tutto, lo Stato – che sono ritenute ineludibili, ma che tradiscono una inadeguatezza crescente”.
La finalità dichiaratamente eversiva di queste iniziative ci dice molto sugli intenti di chi sponsorizza la retorica di Thiel. Ma si va anche oltre: il pericolo a cui l’ordine democratico ci ha abbandonato “lo avvertono con forza quelle comunità, così numerose nel nostro Continente, che subiscono l’avanzata minacciosa della sharia islamica, che ha proprio nel meccanismo democratico uno dei mezzi propulsori della sua avanzata”.
La “dottrina Thiel” contiene contraddizioni che, oltre a rivelarne la fragilità logica, segnalano la sua convinta pretenziosità. Ed è proprio questa a non dover essere presa alla leggera, dal momento che si tratta della pretesa di costituire una potenza transnazionale totalitaria a dirigenza americana, che nasconda la sua natura politica (che ne farebbe un nuovo Anticristo) dietro un inesorabile ed inconfutabile potere della tecnica. Va da sé che, secondo questa visione, le leve del potere finirebbero in mano a chi detiene la proprietà sia degli strumenti tecnologici di comunicazione di massa, sia di quelli di gestione dell’intelligence militare.
Una prima disamina delle ragioni per cui essa si espone alla sua banale negazione è doverosa, ma una semplice confutazione di questo pseudo-pensiero non risolve il problema dell’insorgere, malcelato da queste raccogliticce teorie, di una reale possibilità totalitaria.
La prima contraddizione di ordine fondamentale, che riguarda ogni tecnocrazia, è che il progresso tecnologico, che è sempre un mezzo, vada assunto come fine. E quando il mezzo viene posto da un potere, artificiosamente, come fine, esso si presta a nascondere il vero fine, particolare e arbitrario, di quel potere. In questo caso, alla tecnica, che non ha di per sé uno scopo, viene attribuito il fine di salvaguardare la libertà politica individuale, che invece la politica istituzionale e democratica minaccerebbe, in quanto costituirebbe un potere unico autoritario. Thiel, possessore dei mezzi tecnici di comunicazione di massa, può perseguire i propri fini imprenditoriali, che in parte coincidono con quelli della parte politica che lo sostiene, facendo apparire la tecnica come la struttura, in via di realizzazione, di un desiderabile stato di cose. Essa dovrebbe condurre inesorabilmente, se lasciata libera di espandersi illimitatamente, alla libertà (non compatibile con la democrazia).
Il sogno libertario che Thiel propone, è l’amplificazione a mezzo tecnologico della teoria di Renè Girard (che fu suo insegnante universitario) del desiderio mimetico8; se ne potrebbe dire la sua industrializzazione. Essa prevede che il rapporto tra soggetto e oggetto (schema di massima di ogni azione comunicativa) sia sempre mediato da un terzo, cioè dal modello desiderabile per entrambi. In questa dinamica, la piattaforma tecnologica della comunicazione si presenta come il “mediatore” perfetto, in quanto condizione necessaria della comunicazione stessa. Essa si impone materialmente selezionando e spettacolarizzando il desiderabile, stabilizzandosi come fonte imitativa generale.
L’industrializzazione del desiderio mimetico, è la realizzazione del “sogno totalitario strutturalista” da cui avvertiva Debord9, cioè dell’idea che l’esistente sia determinato (e limitato) da un sistema costituito dai rapporti tra i suoi elementi. È in questa prospettiva che l’apparato tecnologico delle comunicazioni si pone come mediatore onnipresente: esso è la struttura necessaria dell’accelerazione comunicativa che, come struttura ultima dell’esistente, realizza la libertà umana. Della Storia non c’è più bisogno, perché nella struttura, materializzata nell’apparato tecnologico, è già scritto il destino del mondo. Presentando la tecnica come fine da perseguire, la “dottrina Thiel” nasconde dunque proprio la prospettiva totalitarista che scongiura, in quanto consente al potere a cui è affiliato di presentarla come legittimazione di ogni decisione, e così di acquisire una possibilità totalitaria.
Il successo, attuale e potenziale, di questa dottrina, è da imputare al vuoto ideologico dell’oggi, all’afasia critica che la spettacolarizzazione del desiderio, accelerata dall’evoluzione tecnica dei suoi mezzi di diffusione, ha prodotto. È in questa condizione di debolezza espressiva che l’Occidente non riconosce la coincidenza tra gli interessi dei possessori della tecnica e le intenzioni totalitarie dei poteri politici e militari ad essi legati. Non solo, ma agli occhi del consumatore la tecnica non perde il suo manto di oggettiva imparzialità, ovvero di innocenza fanciullesca, foriera di verità.
Il fine della storia, l’escatologia che Thiel può raccontare senza ormai offendere nessuno, diremmo quasi paternamente, è la conciliazione delle contraddizioni in una maggiore utilità possibile, che anche chi dovrà pagare accetterà come destino. Così Thiel incontra il bisogno diffuso di una rassicurante forza unificatrice che protegga dalla dissoluzione sociale un Occidente atomizzato, in cui gli stessi social media hanno accelerato la frammentazione identitaria.
Se la debolezza intellettuale occidentale sarebbe già di per sé una condizione sufficiente all’avvento del totalitarismo tecnologico, ad ostacolarne il prevalere restano freni morali di ordine tradizionale, posti da chi ancora detiene il possesso della sfera del sacro, cioè la Chiesa romana. Il tentativo di sacralizzare la tecnica come nuova catechesi salvifica è volto proprio ad estendere il suo dominio all’ordine metafisico.
È su questo piano che si muove un’acuta critica alla “dottrina Thiel”: il primato del Cristianesimo consiste nell’aver dato un corpo alla verità, attraverso l’incarnazione. La verità non può essere soltanto parola, dice il Cristianesimo ancora sicuro di sé, quello che non dubita del suo potere salvifico e non accoglie nuovi profeti10. Ciò che questa critica non considera, è che l’incarnazione è a sua volta un mito, una potente immagine: è il racconto, di per sé immateriale, di una materializzazione. Che la Chiesa possa opporre alla tecnologizzazione totale il proprio primato di corporeità, è un’osservazione intelligente ma in definitiva inefficace: il corpo di Cristo rimane per tutti noi un’immagine e la sua materialità è difesa solo dogmaticamente dall’eucarestia, quindi arginata ad una compagine di fedeli in restringimento.
La spettacolarizzazione è già stata la via vincente della sacralizzazione dei bisogni, e lo potrà essere anche per quella della tecnologia. Essa è infatti perfettamente in grado di produrre immagini di corpi, e potrà benissimo presentare se stessa “in effige”, per essere creduta come via di redenzione.
Ciò che invece tradisce concretamente la difficoltà di sacralizzare la tecnica come dominio transnazionale, oltre ogni confine fisico, “topologia non topografica” che ignora ogni vincolo spaziale a favore delle relazioni di connessione pura, è che per convincerci di tutto ciò, Thiel si è dovuto scomodare in prima persona. Gli è stato necessario lasciare i suoi affari, andare a Roma, incontrare, parlare, stringere mani, per di più tenendosi al riparo proprio dai media, dalla stessa spettacolarizzazione smaterializzata che egli intende promuovere. Perseguire una pretesa di verità, che non si limiti alla semplice “trasmissione delle idee”, ma intenda persuadere, sottoponendosi immediatamente alle critiche e dandosi la possibilità di ribattere, “a caldo” agli interlocutori, è una pratica che necessita evidentemente della presenza.
È dunque il corpo stesso di Thiel a tracciare il limite del suo discorso: egli intende propagandare il potere della comunicazione virtuale, il potere dell’assenza, ma in sua assenza nessuno crederebbe alle sue parole. Nel presentarsi in carne ed ossa, Thiel cala la maschera del deus ex machina, equiparandosi ai compresenti, scendendo tra un pubblico che, per quanto “scelto”, raccoglie individui che potrebbero voler cogliere l’occasione per esibirsi opponendo critiche efficaci. Lasciando i suoi posti di comando, egli si espone ai rischi che la “performance” comporta, primo fra tutti quello del fiasco, di mancare l’obiettivo, di perdere la propria credibilità invece che accrescerla. Evidentemente quella di venire a predicare tra le genti non è una scelta, ma una necessità: per imporre il nuovo credo tecnototalitario, per predicare l’incorporeità, Thiel stesso non può che usare il proprio corpo.
È su questo piano che il potere transazionale “ultrafisico” perde la sua possibilità totalitaria. A salvarci da esso sarà la disponibilità a farci presenti laddove il confronto ideologico ha luogo. Ed è solo il lavoro personale di elaborazione critica a poterci disporre e motivare al confronto, a cercare in un pubblico attento e critico la nostra prova esistenziale.
A salvarci dal totalitarismo dell’incorporeo, sarà ancora la corporea natura dell’incontro, sempre se avremo una politica in grado di fornirci i luoghi in cui esercitare la forza espressiva che ci compete.
1 L. Ciarrocca, L’anima nera della Silicon Valley, “Fuoriscena”, 2026.
2 P. Thiel, Il momento straussiano, Liberilibri 2025.
3 M. J. Coren, Peter Thiel is no longer affiliated with star accelerator Y Combinator, su Quartz, 17 novembre 2017.
4 M. Gaggi, Dal “Signore degli anelli” all’Ai senza limiti, Corriere della Sera del 15 marzo 2026.
5 M. Kettmaier, Thiel a Roma non è un pellegrino , Centroriformastato.it, 13 marzo 2026.
6 L. Ciarrocca, cit
7 A. Selyukh, ‘I Am Proud To Be Gay,’ Tech Investor Peter Thiel Tells GOP Convention
8 L. Bullard, Peter Thiel e l’Anticristo, da dove arriva l’ossessione del leader della tecnodestra americana (e chi c’è dietro, “Wired Italia”, 28.3.2026.
9 Cfr. G. Debord, La societá dello spettacolo (1967), Massari, Bolsena 2002..
10 M. Kettmaier, cit.

