Questa relazione anticipava, in sintesi, il testo poi pubblicato di M. Ruzzenenti, La fine dell’Occidente? Cinque secoli di dominio del mondo al capolinea, Altreconomia, Milano 2026.
Indice
L’incubo di un mondo post-occidentale. Ma che cosa intendiamo per Occidente?
Ogni giorno, seguendo le notizie che ci giungono dalle diverse aree calde del Pianeta, abbiamo la sensazione di vivere in un mondo impazzito che ci appare totalmente irriconoscibile, a tal punto da far esclamare a diversi commentatori sbigottiti: “È la fine dell’Occidente!”1
Un’espressione che rivela la profondità e la portata della crisi che attraversiamo e l’angoscia che l’accompagna in chi vive nelle contrade del cosiddetto Occidente: un’angoscia carica di ambiguità, di paure per un ruolo di dominio che potrebbe essere perduto insieme a rendite, privilegi e confort che quel dominio garantivano, oppure di giustificati timori che una grande cultura umanistica, dall’illuminismo al pensiero critico novecentesco, venga dispersa e cancellata.
In verità non è semplice raccapezzarsi nella definizione di questa realtà ambigua e contraddittoria che è oggi più che mai al centro del dibattito culturale e politico, definita, forse, impropriamente Occidente (come noto, oggi, ne farebbero parte anche il Giappone e l’Australia che con la collocazione geografica convenzionalmente euroatlantica hanno poco a che spartire).
Innanzitutto, sembra indispensabile la prospettiva storica di lungo periodo, per tentare di trovare il bandolo della matassa2.
L’Occidente moderno, come lo intendiamo comunemente oggi, nasce con i grandi viaggi europei tra il XIV e il XV secolo, con la “scoperta” per la prima volta da parte di un gruppo umano, segnatamente europeo, bianco e cristiano, del “sistema-mondo”, ovvero delle diverse presenze degli umani sul Pianeta. La “scoperta” del “nuovo mondo” si tradusse subito in conquista, in forza della pulsione arrogante, dell’hybris, per il dominio della nuova “economia-mondo” secondo il modello capitalistico, allora in gestazione. Infatti l’egemonia occidentale che si afferma così sul mondo poggia essenzialmente sull’economia: “La base materiale di questa potenza sta nella capacità delle imprese che vi risiedono di operare in modo più efficiente nelle tre maggiori arene economiche – produzione agro-industriale, commercio, e finanza”3.
L’Occidente, secondo due grandi storici, Immanuel Wallerstein e Giovanni Arrighi, ha espresso questa “egemonia” attraverso lunghi cicli di accumulazione che hanno avuto un diverso baricentro geografico, a partire dal primo, che potremmo definire proto-capitalistico, quello della Spagna cattolica della conquista dell’America della fine del quindicesimo secolo in sinergia finanziaria con Genova. Fin da subito, si manifestano i caratteri specifici dell’Occidente, comuni ai cicli successivi fino ad oggi, caratterizzati da “un espansionismo apparentemente privo di limiti degli stati europei a partire dalla seconda metà del XV secolo”.
Ma l’egemonia della modernità occidentale sul mondo fu sempre segnata da periodi traumatici di circa un trentennio di guerre, quando questa si dislocava da una potenza ad un’altra. Infatti la prima, all’insegna dell’imperialismo spagnolo e della “lira di buona moneta” genovese, venne interrotta dal trauma della guerra dei Trent’anni (1618-1648) che aprì la seconda fase, quella delle Province unite olandesi e del fiorino, a sua volta interrotta dalla grande guerra francese e dalle guerre napoleoniche (1792-1815), che segnarono il prevalere dell’Inghilterra e della sterlina, fino al trauma della moderna “guerra dei trent’anni” (1914-1945) che determinò il passaggio (definitivo?) del testimone dell’egemonia agli Stati Uniti e al dollaro. In comune sono le “premesse metodologiche relative all’operare dell’economia-mondo capitalista: il suo modo di produzione è capitalista: ovvero si afferma poggiandosi su un’inesauribile accumulazione di capitale”4. Potremmo a questo punto tentare di definire l’hybris, ovvero la tracotanza, come caratteristica propria dell’Occidente nelle relazioni con il resto dell’umanità: propensione arrogante a dominare il mondo (imperialismo), in forza di una presunta superiorità razziale e culturale (razzismo), e a sottomettere altri popoli ritenuti inferiori (colonialismo e neo-colonialismo) per alimentare un sistema economico basato sulla competizione, la libera concorrenza e l’accumulazione senza limiti di ricchezza (capitalismo).
Ma l’Occidente si va definendo compiutamente, come si accennava, con la rivoluzione scientifica e la conseguente rivoluzione tecnologica e industriale, quindi con il ciclo di accumulazione dell’Inghilterra. Il campione mondiale di questo Occidente è probabilmente Cecil Rhodes (1853-1902), con il quale si affaccia esplicitamente per la prima volta il mito dell’Occidente destinato a dominare il mondo intero: “Perché non dovremmo formare una società segreta con un solo obiettivo la promozione dell’Impero Britannico e il portare il mondo intero sotto il dominio britannico, con il coinvolgimento degli Stati Uniti, per fare della razza anglosassone un unico Impero?”
A questo punto corre l’obbligo di annotare che i cinque secoli di dominio dell’Occidente non sono riducibili a quanto fin qui rappresentato. Vi è sempre stato un “altro Occidente” con voci dissonanti e radicalmente critiche del sistema dominante, fin al primo ciclo. Fin dall’inizio si levò la voce del frate domenicano, procuratore degli Indios, Bartolomé de Las Casas che in occasione della “Disputa del Nuovo Mondo”, convocata dall’imperatore Carlo V nel 1550-51 si oppose al teologo cattolicoJuan Ginés de Sepúlveda che così giustificava la sottomissione dei nativi: “alle genti barbare e inumane che aborriscono vita civile conviene stare sottomessi al potere di popoli più umani e virtuosi, i quali, con l’esempio della virtù, delle leggi e della prudenza, loro facciano abbandonare la loro bestialità”. Per giungere infine in particolare alla seconda metà del Novecento con l’esperimento su larga scala di una visione della convivenza umana esattamente opposta all’Occidente dominante, sia nella versione imperialista liberale che nella versione autoritaria dei fascismi. Una visione umanistica alternativa, antimperialista, anticolonialista, antirazzista, insomma anticapitalista, che si era costruita all’interno dello stesso Occidente moderno in un lungo e secolare percorso, grazie al contributo di grandi intellettuali che avevano “tradito” la loro appartenenza al sistema dominante, innanzitutto, ovviamente, Karl Marx e Friedrich Engels, e grazie alle lotte e ai sacrifici di milioni di lavoratori, proletari e popoli che in quella visione vedevano l’unica opportunità per il proprio riscatto e per un’esistenza dignitosa. A questi movimenti si affiancarono anche il profondo rinnovamento della Chiesa cattolica, del Concilio Vaticano II, della Pacem in terris di Giovanni XXIII e della Populorum progressio di Paolo VI, la teologia della Liberazione e il pensiero terzomondista. Un altro Occidente si era messo in moto, quello dell’uguaglianza tra gli uomini, della giustizia sociale e della pari dignità tra tutti i popoli, necessariamente opposto all’Occidente dominate. Un Altro Occidente che per la prima volta fu anche in grado di elaborare una critica profonda del rapporto malato tra economia e natura, avanzando anche proposte concrete per strategie alternative, con la cosiddetta “primavera ecologica”5.
Ma il vecchio Occidente, a partire dalla metà degli anni Settanta, cominciò a rialzare la testa e a recuperare il terreno perduto6, conquistando per la prima volta negli anni Novanta il dominio incontrastato sul mondo intero, all’insegna del nuovo ordine liberale. Una rivincita del vecchio Occidente dominante e una sconfitta dell’“altro” Occidente che, bisogna riconoscerlo, fu il risultato sì della violenta aggressività degli USA di Kissinger (golpe in Cile, stragismo in Italia, dittature militari dalla Grecia all’America Latina…), ma anche di drammatici errori del modello sovietico (per tutti l’aggressione all’Afghanistan degli anni Ottanta) e degli epigoni nostrani che ritenevano possibile l’assalto armato al “Palazzo d’inverno” che si tradusse paradossalmente e tragicamente nell’assassinio di Aldo Moro.
L’Occidente all’ultima guerra dei trent’anni
Si impone a questo punto una riflessione sui cruciali anni Novanta seguiti all’implosione dell’Unione sovietica e alla fine traumatica del lungo bipolarismo, con la Russia sconvolta da una profonda crisi economica e sociale. L’America si trovava improvvisamente senza il grande contendente e con l’altro mondo non occidentale privo di leadership. Poteva essere il momento ideale per rilanciare l’Onu, per superarne la logica paralizzante della guerra fredda e per rendere operante, non più solo sulla carta, quell’insieme di trattati e di normative che hanno costituito il cosiddetto “diritto internazionale” oggi tanto evocato, insomma per ricostruire relazioni fra Stati sovrani effettivamente multilaterali, “in condizioni di parità”, almeno formali. Certo, anche in questo quadro gli Usa avrebbero mantenuto comunque un’oggettiva superiorità, data dalla potenza economica, tecnologica e militare senza pari e avrebbero avuto tutto lo spazio per tutelare i propri interessi. Ma non avrebbero dovuto sobbarcarsi l’onere della governance globale del mondo, delegandola in qualche modo agli organismi internazionali che facevano capo all’Onu. Ciò che di primo acchito sarebbe sembrato l’esito più logico di quella crisi epocale, invece, non fu neppure preso in considerazione dall’America che intraprese una strada molto impegnativa e, come ora sappiamo, segnata da continui insuccessi nonché da conflitti sanguinosi, per di più inconcludenti.
Non è facile spiegare il perché di questa svolta strategica rivelatasi così fallimentare. Forse giocò un ruolo l’euforia per l’inattesa vittoria sull’“impero del male” che indusse un eccessivo ottimismo nelle élites liberali occidentali eccitate dalla rara opportunità di plasmare il mondo, con gli Stati uniti da soli al vertice del potere.
Ma forse, per dipanare la matassa, può soccorrerci innanzitutto quello sguardo lungo di Wallerstein e Arrighi sull’Occidente moderno e sulla sua originaria e permanente pulsione per cinque secoli a dominare il mondo e ad esercitarvi la propria egemonia, sospinto dalla potenza incontenibile del “modo di produzione… capitalista [che] si afferma poggiandosi su un’inesauribile accumulazione di capitale”. In secondo luogo, è bene ricordare l’origine degli stessi USA, nati dal mito fondativo della “nuova frontiera” e della corsa all’Ovest compiuta sulla distruzione dei popoli nativi, per dominare ed espandersi sempre oltre, e poi cresciuti con il lavoro degli schiavi, una vergogna che lo Stato americano del Mississipi ha saputo riconoscere solo il 19 febbraio 1995, quando ha abolito anche formalmente la schiavitù7.
Fu probabilmente la forza incoercibile di questo doppio imprinting originario che spinse gli Usa ad assumersi il carico di dominare il mondo intero, realizzando finalmente il sogno di Rhodes.
Tre documenti ci aiutano a comprendere il trentennio successivo, quello che porta fino all’oggi.
Nel 1992 un libro ebbe un’eco planetaria, La fine della storia di Francis Fukuyama8, che aveva la pretesa di offrire un fondamento scientifico e filosofico alla definitiva riconciliazione tra evoluzione naturale dell’uomo e evoluzione sociale, approdata all’unica forma di convivenza universale, dopo di che non vi può più essere storia: l’Occidente della democrazia liberale e capitalista dominante sull’intero Pianeta, guidato dalla libera competizione del mercato e degli individui tra di loro, il migliore mondo umanamente possibile.
Infatti, lo stato universale omogeneo della fine della storia raccoglierebbe le due istanze costitutive dell’essere umano: da un canto i desideri naturali, concupiscibili e materiali, soddisfatti dall’economia capitalistica e, dall’altro, le aspirazioni morali e spirituali che si manifestano nella tensione al riconoscimento, possibile solo nella democrazia liberale. Dunque la civiltà liberale e capitalista, secondo il nostro, si emancipa dalle peripezie e dalle ingiurie della storia umana ormai giunta al termine, assume una dimensione post-storica o metastorica, di verità assoluta, in quanto risponde pienamente e definitivamente alle aspirazioni della natura umana. Si tratta di una sorta di religione laica che ci aiuta a capire il fanatismo con cui da parte di molti leader occidentali nei decenni successivi è stata ingaggiata una guerra senza quartiere perché questa prospettiva di definitiva liberazione dell’umanità si affermasse a livello globale. Rimane da segnalare, a questo proposito, un passaggio apparentemente buttato lì come un semplice accenno, ma che sarà gravido di conseguenze e che segnerà da allora le relazioni internazionali: la società post-storica “dovrebbe assomigliare più alla Nato che alle Nazioni Unite”. Testuale!
Il secondo documento esce sul finire del millennio: si tratta del Progetto per un nuovo secolo americano, elaborato dalmovimento neoconservatore9, fondato sulla convinzione che questa nuova e inedita situazione dell’unum imperium, mentre rendeva superfluo il ruolo dell’ONU, richiedesse un assoluto predominio del sistema militare USA-NATO capace di imporre le proprie regole in particolare in quelle aree potenzialmente critiche per il mantenimento della nuova pax americana. Di conseguenza cambiava la missione storica della stessa NATO, da difensiva nell’area Nord-Atlantica, a offensiva in ogni parte del mondo, a partire dall’Europa, dove di fronte allo scioglimento del Patto di Varsavia, invece di sciogliersi a sua volta venendo meno il nemico, avviò un processo aggressivo di ampliamento, a partire dal 1997, quando Clinton ordina alla sua segretaria di Stato, Madeleine Albright, di avviare il processo di inclusione nella NATO di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, compiuto nel 1999, quindi degli stati baltici, fino ad oggi, quando sono ben 23 i Paesi europei membri della Nato. Un ampliamento che oltre a rappresentare una sfida nei confronti della Russia svolgeva anche il ruolo di mantenere la nuova UE sotto tutela. Come noto, il tutto fu partorito con il governo repubblicano di George W. Bush, ma ha poi ispirato in generale la politica estera anche dei democratici (come noto, il principale leader neocon, Dick Cheney, ha dichiarato il proprio voto per la candidata democratica Harris nelle ultime elezioni Usa).
oevo al Progetto per un nuovo secolo americanoè, infine, l’imponente lavoro di strategia geopolitica di Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente democratico Carter dal 1977 al 1981, La grande scacchiera, ovvero, Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana10. Un testo fondamentale per comprendere l’attuale caos geopolitico, che sembra scritto oggi, talmente ci parla dell’attualità. Inizia con la constatazione che per la prima volta, con il predominio esclusivo degli USA, si realizza “un impero globale realmente mondiale”11, cosicché, “per gli usa il premio geopolitico più importante è rappresentato dall’Eurasia”12, la “grande scacchiera”, e di conseguenza “il modo in cui gli usa gestiranno l’Eurasia sarà determinante”13, perché in quell’area del mondo vi sono i tre quarti delle risorse, energetiche, minerarie, agricole del Pianeta14. E i tre grandi ostacoli per il dominio sull’Eurasia sono, sul lato occidentale, il destino della Russia, sul lato meridionale, la collocazione della potenza regionale più problematica, l’Iran, infine, sul lato orientale, la Cina. Nessuna di queste potenze, secondo Brzezinski, ha la possibilità nel medio periodo di assurgere al rango di potenza mondiale, competitiva con il dominio americano. A meno che si profilasse “lo scenario più pericoloso…, una coalizione tra Cina, Russia e, forse, Iran, vale a dire una coalizione antiegemonica, unita non già dall’ideologia bensì da una somma di rancori”15. Per sventare questa ipotesi il capitolo centrale è dedicato al buco nero, lasciato nel cuore dell’Eurasia dal crollo dell’URSS, che occorre evitare venga colmato da un Russia di nuovo potente. Per questo centrale è la questione dell’Ucraina, che deve essere del tutto indipendente e separata dalla Russia, inglobata nell’UE e nella NATO entro il 2005-2010, allineata all’America: ciò impedirebbe alla Russia, per debolezza strutturale, di essere tentata a ridiventare una potenza ostile al dominio americano sull’Eurasia. Ovviamente queste per Brzezinski sono anche le condizioni per il mantenimento della pax americana, il cui monopolio e responsabilità ricadono esclusivamente sugli Stati Uniti, non certo sull’ONU, mai neppure citato in tutto il testo. Una pace, dunque, alle condizioni dell’America, che purtroppo di lì a poco si dimostrerà illusoria.
Forse il 1999 verrà considerato dagli storici l’anno d’inizio dell’ultima “guerra dei trent’anni” dell’Occidente, termine che nel frattempo ha usato curiosamente, poco tempo fa, uno studioso di geopolitica16, confermando anche per il XXI secolo lo schema di Wallerstein e Arrighi. In quell’anno il bombardamento della nato su Belgrado, ovvero sulla capitale degli slavi del Sud, è innanzitutto un messaggio lanciato agli slavi del Nord, ovvero alla Russia, per annichilire le sue eventualità velleità a ridiventare potenza geopolitica importante. La guerra, “mondiale a pezzi”, o ultima dei “Trent’anni” secondo i nostri studiosi della modernità capitalista, è ancora in corso nel teatro caldo del lato occidentale dell’Eurasia, con lo scontro di USA e UE al seguito con la Russia per interposta Ucraina, e nell’altra area strategica meridionale, con il conflitto di USA e Israele al seguito (o viceversa) con l’Iran17
E’ il “suicidio della pace”, come titola Alessandro Colombo il suo ultimo lavoro18, o anche il “suicidio dell’Occidente”. Perché nel frattempo un altro mondo si è messo in moto
L’Occidente di fronte al Sud globale emergente
Il Sud Globale, che pagò, incolpevole, la conseguenze economiche e sociali della crisi finanziaria USA del 2008, l’anno dopo cominciò a riunirsi per creare un sistema di relazioni internazionali, politiche, culturali, economiche e finanziarie sganciate dalle logiche e dai vincoli imposti dall’iperglobalizzazione imperante, con l’obiettivo di prevenire il riproporsi di una nuova crisi sistemica, non sopportando più la “superiorità” dell’Occidente, a maggior ragione quando appariva sempre più presuntuosa, velleitaria e gravida di sciagure. Si cominciò così a costruire un “altro sistema economia-mondo” nelle antiche periferie degli imperi occidentali a Sud e a Est, sempre più insofferenti del predominio del Nord e dell’Ovest. L’obiettivo è quello del delinking, ovvero del graduale scollegamento delle loro economie e della loro finanza dal nucleo centrale dell’Occidente, dalla dipendenza dal dollaro come moneta di scambio e dalle tecnologie Usa, favorendo scambi orizzontale e partitari tra di loro19 Si tratta, com’è noto, dei Brics, che, nell’indifferenza della stampa occidentale, si sono riuniti nel luglio del 2025 a Rio de Janeiro, sotto la presidenza di Lula, per il XVII vertice cui hanno partecipato i membri fondatori (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) con l’aggiunta di quelli che dal 2024 hanno dato vita alla nuova dizione “Brics Plus”, ovvero cinque nuovi Stati membri definiti formalmente a “pieno titolo”: Arabia Saudita. Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e dal 2025 l’Indonesia. Inoltre il coordinamento ha accolto come “Stato partner” una serie di altri Paesi che ne avevano fatto richiesta: nella realtà euroasiatica, Bielorussia, Kazakhstan, Uzbekistan, Afghanistan; nel sud-est asiatico, Malesia, Tailandia, Vietnam (paesi membri della istituzione di coordinamento regionale Asean, come l’Indonesia); in Africa, Nigeria e Uganda; in America latina, Bolivia e Cuba. I Brics rappresentano oltre il 40% della popolazione mondiale e il 37% del Pil mondiale, ben più ormai dei cosiddetti 7 grandi che ne vantano solo il 29% con una popolazione ridotta al di sotto del 10%. A Rio de Janeiro hanno concordato una Dichiarazione in 126 punti di notevole interesse20, che a grandi linee si richiama ai contenuti di quella Dichiarazione dell’Onu sul Nuovo Ordine economico internazionale di oltre cinquant’anni prima, voluta fortemente dai Paesi in via di sviluppo, ma immediatamente accantonata dagli Usa di Kissinger.
Che si sono detti a Rio? Non vi è qui lo spazio per riprendere neppure per sommi capi quel documento, che forse però meriterebbe di essere letto con attenzione da chi ritiene che il mondo non sia più riducibile all’Occidente. Vi si afferma, al punto 5, “il nostro impegno a riformare e migliorare la governance globale promuovendo un sistema internazionale e multilaterale più giusto, equo, agile, efficace, efficiente, reattivo, rappresentativo, legittimo, democratico e responsabile, in uno spirito di ampia consultazione, contributo congiunto e benefici condivisi”; a tal fine siriconosce espressamente“il ruolo centrale delle Nazioni Unite nel sistema internazionale”, istituzione della quale si richiede una riforma generale e organica. D’altro canto l’organizzazione di un nuovo sistema di governance globale ha l’obbiettivo di “garantire una maggiore e più significativa partecipazione e rappresentanza dei Paesi Emergenti e in Via di Sviluppo nonché dei Paesi Meno Sviluppati, in particolare di Africa, America Latina e Caraibi, nei processi e nelle strutture decisionali globali, rendendoli più in linea con le realtà contemporanee”. Questo obbiettivo di riforma si estende dall’Onu alle principali istituzioni internazionali, sia formali che informali, di cui si riconosce comunque il valore, purché democratizzate, come Organizzazione Mondiale del Commercio: “Sottolineiamo che l’Omc, al suo 30° anniversario, rimane l’unica istituzione multilaterale dotata del mandato, delle competenze, della portata universale e della capacità necessarie per guidare le molteplici dimensioni delle discussioni sul commercio internazionale, inclusa la negoziazione di nuove regole commerciali”. Così, in sottintesa alternativa al G7, si rilancia il coordinamento G20: “Sottolineiamo il ruolo chiave del G20 come principale forum globale per la cooperazione economica internazionale, che fornisce una piattaforma di dialogo tra le economie sviluppate ed emergenti su un piano di parità e reciprocamente vantaggioso, per la ricerca congiunta di soluzioni condivise alle sfide globali e la promozione di un mondo multipolare. Riconosciamo l’importanza del funzionamento continuo e produttivo del G20, basato sul consenso e focalizzato su azioni orientate ai risultati”.
Da parte dei BRICS i richiami all’Onu e alla sua necessaria riforma e reale democratizzazione sono continui. Intendiamoci, le società e le economie dei Brics non rappresentano un’alternativa auspicabile, non tanto perché non rispondono ai nostri canoni liberal-democratici, ma perché in gran parte sono anch’esse contaminate dal virus distruttivo della crescita e non mancano al loro interno problemi sociali irrisolti (il capitalismo rimane una brutta bestia anche a quelle latitudini!). L’esperimento cui stanno dando vita nella gestione delle relazioni internazionali, tuttavia, sembra meritevole di essere considerato: tra di loro vi sono profonde differenze culturali, religiose, politiche, di modelli istituzionali, vi sono anche problemi di frizioni geopolitiche (si pensi a Russia e Cina o India e Cina per i confini centroasiatici, alla stessa Cina e il Vietnam per il Mar Cinese Meridionale, all’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita…); tuttavia, a partire dal rispetto reciproco delle diversità e dall’impegno a trovare con i negoziati soluzioni pacifiche ai conflitti, riescono a convivere e a cooperare paritariamente per i reciproci interessi in un quadro di reale multilateralismo. Un quadro di multipolarismo e di cooperazione pacifica che è comunque la precondizione perché l’umanità affronti seriamente la crisi ecologica e la crisi sociale.
Il pericoloso declino dell’egemonia USA
Venendo all’oggi, le battute finali di 500 anni di dominio dell’Occidente si manifestano con lo stesso volto brutale e sanguinario con cui quel dominio si era imposto e che il film Mission di quarant’anni fa ci ha restituito con straordinaria efficacia. Gli USA di Trump, realisticamente, hanno compreso che il sogno del nuovo secolo di esercitare un dominio egemonico ed esclusivo sul mondo intero non è più sostenibile, innanzitutto dal punto di vista economico (l’indebitamento è a livelli troppo elevati, esposto ad un rischio fatale qualora il dollaro perdesse definitivamente l’attuale centralità come valuta internazionale di scambio!). Da qui la nuova visione strategica che rinuncia deliberatamente all’egemoni per affermare la propria supremazia su alcune aree del mondo strategicamente vitali, l’America Latina innanzitutto, il Medio Oriente, il Pacifico, con una forza la cui brutalità può diventare pericolosa per la pace mondiale. E’ chiaro che gli Usa di Trump non rinunciano al loro tradizionale imperialismo, al razzismo, al capitalismo neocoloniale. Semmai non si preoccupano più di occultare l’immutata e secolare hibris propria dell’Occidente dietro il paravento liberal dell’open society, paravento necessario finché si voleva mantenere l’egemonia sul mondo e si voleva legittimarla con la superiorità della civiltà liberale e democratica, che tanto ha affascinato anche la sinistra. Il neoprotezionismo, che mette in soffitta il liberismo globalista dominante per oltre un trentennio, dovrebbe permettere agli Usa di ricostruire una solida struttura produttiva industriale all’interno dei propri confini, ridurre il deficit nella bilancia commerciale e, in prospettiva, ridimensionare l’enorme debito con il resto del mondo. Nel contempo gli Usa riconoscerebbero altre potenze e altre zone di influenza nel mondo con cui trattare a muso duro (“la pace con la forza”), sia per riequilibrare la bilancia commerciale e la voragine del debito, sia per spartirsi le risorse del Pianeta.
E’ questo il senso del suo nuovo privato “multilateralismo”, in realtà sfacciato “unilateralismo” che, quando decide nuove aggressioni, neppure si preoccupa di costruire vaste alleanze di volenterosi, o la copertura benevola della NATO o della cosiddetta “comunità internazionale”, eufemismo di Occidente, come facevano i Presidenti democratici, non meno guerrafondai, ma attenti a tener alto il prestigio della “nostra civiltà”. La strategia di Trump è invece, la “pace con la forza”, esibita con brutalità, per costringere gli interlocutori a subire la propria supremazia, nei tavoli privati di volta in volta da lui stesso convocati. Ovviamente vorrebbe che a quei tavoli, tenuti ben lontani dal multilateralismo dell’Onu con 193 Stati membri, siano ancora gli USA a dare le carte, cosa non scontata, come non è scontato che tutto il suo progetto di ristrutturazione di un nuovo ordine globale abbia successo. Paradossalmente il “bullismo” ostentato con cui si muove potrebbe ulteriormente concorrere a minare definitivamente la reputazione già molto compromessa degli USA a livello internazionale, in particolare in quel Sud globale che non ha mai dimenticato le sofferenze e le angherie subite nel corso dei secoli.
Comunque in questo nuovo contesto, l’Europa non interessa più di tanto gli Usa, purché, rispetto alle sue ambizioni, sia ridimensionata a periferia sostanzialmente ininfluente e subalterna, una sorta di appendice insignificante di Oltreatlantico. Certo, per l’Europa e per i liberal in generale che si erano affidati ciecamente alla guida statunitense dell’Occidente, questo nuovo scenario è semplicemente angosciante. Per di più, si tratta di fare i conti con cinque secoli di storia in cui si sono sedimentate convinzioni diventate pressoché assolute e scontate, sulla superiorità della propria civiltà e sul diritto-dovere di estenderla al mondo intero. E allora la pagina da voltare è davvero pesantissima.
Ma per chi in qualche modo non si è mai riconosciuto nell’Occidente del dominio imperialista sul mondo, come è stato storicamente, potrebbe essere anche un’opportunità. A maggior ragione se questa prospettiva, da un canto, ci allontanasse dalla terza guerra mondiale grazie al prevalere di un sano realismo e vedesse sempre più estendersi il progetto alternativo, almeno sul piano delle relazioni internazionali, dei BRICS. In ogni caso, per l’Europa, se vuole tentare di uscire dall’attuale profonda crisi e di ricostruirsi un futuro nel mondo post-occidentale, è al Sud globale che deve guardare, liberandosi dalla gabbia neoliberista e iperglobalista su cui, purtroppo, si è fondata (tanto mercato, finanza e moneta, ma poca politica e democrazia).
Proviamo a orientarci nel caos della fine del dominio dell’Occidente
Questo momento di passaggio soffre della tensione irriducibile da un canto, tra il vecchio Occidente, rappresentato oggi dagli Usa che non vogliono rinunciare alla supremazia con la forza su territori di interesse per l’America, non rassegnandosi alla fine del dominio sull’intero globo, dall’altro, la prospettiva di un mondo multipolare fondato su relazioni paritarie e regole condivise riaffidate ad un ONU rinnovata, come propongono il Sud globale e i BRICS. Una fase molto travagliata e pericolosa, aperta ad un possibile futuro pacificato, ma anche allo scatenamento dell’apocalisse nucleare: su questo dilemma si gioca il futuro dell’umanità, come hanno saggiamente segnalato con insistenza quasi ossessiva sia Papa Francesco che Leone XIV con gli appelli quotidiani ad una “pace disarmata e disarmante”.
Dunque, innanzitutto, va contrastato il RearmEurope. L’opposizione a questo sciagurato progetto dell’Unione europea, (con tutti gli eufemismi poi coniati dall’UE per addolcire la brutalità di quel termine) è comunque la priorità assoluta ed è la condizione perché si possa aprire una nuova agenda che guardi al futuro. L’approvazione della Risoluzione del parlamento europeo del 2 aprile 202521, se trovasse coerente attuazione, porterebbe l’UE allo scatenamento della terza guerra mondiale, dal momento che la Russia viene definita “minaccia esistenziale” per l’Europa. A corredo di questa decisione il Vertice NATO tenutosi a L’Aia il 25 giugno 2025, sotto la spinta di Trump, ha aggiunto lo sciagurato obiettivo del 5% del Pil da destinare agli armamenti per tutti i partner europei dell’Alleanza, esclusa la Spagna che si è opposta22.
A maggior ragione, oggi più che mai, va ridotto il rischio nucleare, poiché siamo sull’orlo della terza guerra mondiale, in una crisi in cui è tornata ad essere evocata la bomba. Il nostro recente premio Nobel per la fisica, Giorgio Parisi, e l’altro illustre fisico quantistico, Carlo Rovelli, vedono in questo frangente e nell’inevitabile prospettiva multipolare l’opportunità perché l’umanità riprenda in mano il suo destino riducendo il più possibile la minaccia nucleare. Scrive Parisi: “Per preparare la pace non basta dichiararsi a favore dalla pace; bisogna che gli Stati creino una rete di relazioni, di trattati che assicurino la pace: è necessario smussare le tensioni, eliminare le possibili cause di conflitto. […] Ma il problema più importante è evitare una guerra nucleare. […] Proprio adesso è fondamentale riprendere un negoziato globale in un mondo multipolare, Cina ed Europa comprese, sui tanti punti di contrasto, includendo non solo l’impegno a non usare per primi le armi nucleari, ma anche la loro riduzione e la costruzione di zone denuclearizzate”23. Carlo Rovelli, dal canto suo, si è sentito in dovere di pubblicare un agile pamphlet, chiamando tutti i fisici, e quindi i decisori politici, ad assumersi le proprie responsabilità in un mondo in cui “ci sono atomiche sufficienti a bruciare viva l’umanità e stiamo litigando”24. Da sottoscrivere le sue conclusioni: “L’unica strada ragionevole è smettere di guardare i nemici come nemici, come stiamo facendo. Smettere di pensare che devono sottomettersi alla supremazia culturale o economica o militare, nostra o dei nostri amici. […] Il problema non è chi vince. Il problema è evitare la guerra. Se pensiamo di evitarla diventando più agguerriti, guardando altri in cagnesco, il risultato sarà che gli altri cercheranno di diventare ancora più forti e agguerriti di noi, e ci guarderanno sempre più in cagnesco. […] Lo facciamo armati di migliaia di testate nucleari puntate sulle nostre teste, a uno sfioramento di bottone dall’essere lanciate. Di sicuro arriveremo a una struttura politica ragionevole ed efficace, condivisa, per il pianeta intero. L’incertezza è se ci arriveremo prima o dopo la catastrofe nucleare. Dipende da noi. C’è qualche adulto nelle stanze dei bottoni?”25
Per l’Europa, una “pace disarmata e disarmante” richiede un passo impegnativo e che può apparire traumatico, perché inverte una prassi quasi secolare, la dipendenza dagli Stati Uniti. Ma se l’Europa vuole avere un futuro di “buona vita” deve evitare di essere travolta dalla furia disperata dei colpi di coda di una superpotenza che non sa accettare il suo inevitabile declino. Il che non significa rinchiudersi in un isolamento autosufficiente che ne accentuerebbe la crisi, ma aprirsi alla realtà dei BRICS, studiarla e dialogare con essa. Questa inversione a 180 gradi degli orientamenti dell’UE, paradossalmente, viene consigliata anche da alcuni intelligenti e indipendenti, politologi americani26. Per costoro, l’unico modo per ripristinare la posizione geopolitica dell’Europa è considerare tre opzioni impensabili: in primo luogo, l’Europa dovrebbe annunciare la sua volontà di uscire dalla NATO; quindi elaborare un nuovo grande accordo strategico con la Russia, in cui ciascuna parte accolga gli interessi fondamentali e le esigenze di sicurezza dell’altra con un compromesso realistico ed equo; infine costruire un nuovo patto di cooperazione strategica con la Cina, prendendo in considerazione la possibilità di chiedere l’adesione ai BRICS, ovvero al cosiddetto Sud globale, che ormai rappresenta la maggioranza del Pianeta.
Altro ostacolo straordinariamente impegnativo che prima o poi va affrontato prendendo il toro per le corna è la fuoriuscita dal neoliberismo capitalista. Cinquant’anni fa poteva essere una battaglia ideologica controversa tra diverse correnti di pensiero. Oggi si devono tirare le somme: decenni di assoluto dominio e di “pensiero unico” senza nessuna opposizione hanno prodotto risultati negativi difficilmente contestabili, come l’aumento vertiginoso delle disuguaglianze, l’aggravarsi apparentemente ineluttabile della crisi ambientale, ma soprattutto la guerra permanente. Verrebbe da chiedersi: se una ricetta si dimostra così fallimentare per l’umanità, perché non viene accantonata? In verità c’è un motivo: non funziona per la maggioranza, ma per le oligarchie del potere economico, finanziario, militare, tecnologico funziona alla grande, le rende sempre più ricche e influenti (forse non sarebbe male riscoprire la potenza liberatrice della vecchia “lotta di classe” da parte dei lavoratori schiavizzati e dei popoli angariati del Sud globale!). Di certo, per fuoriuscire dal neoliberismo bisogna ricostruire una nuova economia globale regolata dalla politica e dalla cooperazione tra gli Stati, recuperando il meglio delle teorie e delle pratiche della cultura critica e umanistica dei primi decenni del secondo dopoguerra attenta ai bisogni sociali e alla fragilità ambientale27.
Infine, è necessaria una profonda disintossicazione delle nostre menti. Per abbandonare l’unipolarismo da noi per secoli praticato nei fatti – e negli ultimi trent’anni anche teorizzato – e per abbracciare la prospettiva di un mondo multipolare, dobbiamo superare l’universalismo targato Occidente verso un pluriversalismo delle culture, alle quali venga riconosciuta pari dignità, sulla base di un nuovo comune sentire per cui non vi è nessuna cultura che può universalizzarsi e imporsi alle altre28. E su questo piano abbiamo tutti molto lavoro da fare per liberarci dall’eurocentrismo e dall’etnocentrismo.
Infine – seconda cura disintossicante necessaria – ci corre l’obbligo di ripulire il nostro linguaggio e il nostro immaginario da trent’anni di pensiero unico.
Un vecchio storico dilettante come chi scrive può solo suggerire che l’Occidente non è stato solo quello che per cinquecento anni ha preteso di dominare il mondo con la violenza e la sopraffazione
Mi permetto di citare la Fondazione Luigi Micheletti, che si intestardisce a proseguire nel progetto, non a caso intitolato Altronovecento, ideato nel 1999 da Giorgio Nebbia e Pier Paolo Poggio, già allora avveduti della catastrofe che ci attendeva con il nuovo secolo. Il progetto si è sviluppato nel versante politico e sociale e su quello ecologico cercando di mettere in salvo e far conoscere alle nuove generazioni l’immenso patrimonio della “primavera ecologica” dei primi anni Settanta e il “comunismo eretico e il pensiero critico” appunto dell’“altro” Novecento29. D’altro canto al mondo cattolico, per orientarsi in questo difficile presente può essere di aiuto la fonte inesauribile dei documenti del Concilio Vaticano II, della teologia della Liberazione e di quell’epoca straordinaria di fermento del cattolicesimo magari riletti con lo sguardo “altro” del recente Manifesto delle chiese del Sud globale per la nostra casa comune30.
1 Tra gli altri, Raphaël Glucksmann, deputato a Strasburgo e grande protagonista a sinistra della politica francese, sul “Corriere della Sera”, 14 febbraio 2025. Inoltre due autori recentemente hanno aggredito direttamente il tema spinoso: F. Cardini, La deriva dell’Occidente, Laterza, Roma-Bari 2023; E. Todd, La sconfitta dell’Occidente, Fazi, Roma 2024.
2 Fondamentali i seguenti lavori: I. Wallerstein, Alla scoperta del sistema mondo, Manifestolibri, Roma 2003; G. Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il saggiatore, Milano 2014; E. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991. L’era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano 1995.
3 I. Wallerstein, Alla scoperta del sistema mondo, Manifestolibri, Roma 2003, pp. 283-284.
4 I. Wallerstein, op. cit., p. 183.
5 Per la “primavera ecologica” si rinvia ai documenti pubblicati nei dossier della rivista “Altronovecento”, dedicati al 1970 e al 1972: Dossier 1970. Sboccia la “primavera ecologica”. Un passato che può essere prologo per un nuovo inizio, in “Altronovecento”, n. 43, 1 dicembre 2020, https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/dossier-1970-sboccia-la-primavera-ecologica-un-passato-che-puo-essere-prologo-per-un-nuovo-inizio/; 1972. L’anno lungo dell’ecologia, in “Altronovecento” n. 46, 20 dicembre 2022, https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/1972-lanno-lungo-dellecologia/; Dossier 1972, in “Altronovecento”, n. 47, 1 luglio 2023, https://altronovecento.fondazionemicheletti.eu/editoriale-n47/.
6 Sul 1973, come anno di svolta, si veda. M. Ruzzenenti, P. Zanotti (a cura di),La svolta ecologica mancata. Dalla crisi petrolifera al Golfo oggi, Jaca Book – Fondazione Luigi Micheletti, Milano 2024.
7 L. Canfora, il porcospino d’acciaio. Occidente ultimo atto, Laterza, Roma-Bari 2025, p. 27.
8 F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano 1992.
9 Project for New American Century,
10 Z. Brzezinski, La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana, Longanesi, Milano 1998.
11 Ibid., p. 33.
12 Ibid., p. 45.
13 Ibid., p. 49.
14 Ivi.
15 Ibid., p. 77.
16 A. Orsini, Guerra dei trent’anni. Tutte le colpe Usa, carte alla mano, in “Il Fatto quotidiano”, 21 febbraio 2025.
17 Per una ricostruzione dettagliata dell’ultima guerra dei trent’anni in corso si veda: C. Rovelli, E’ questo il mondo che vogliamo?, Post Facebook del 12 settembre 2024, https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-carlo_rovelli__questo_il_mondo_che_vogliamo/39602_56638/#google_vignette.
18 A. Colombo, Il suicidio della pace. Perchè l’ordine internazionale liberale ha fallito (1989-2024), Raffaello Cortina Editore, Milano 2025.
19 J. Hickel, What is delinking? A crucial strategy for transformation in the 21st century, 24 novembre 2025. https://jasonhickel.substack.com/p/what-is-delinking
20 Brics, Declaração de Rio de Janeiro. Fortalecendo a Cooperação do Sul Global para uma Governança mais Inclusiva e Sustentável, XVII reunion do Brics, Rio de Janeiro, 6 de julho do 2025. (nostra traduzione), file:///C:/Users/Utente/Downloads/250706%20-%20BRICS%20-%20Declaracao%20de%20Lideres%20-%20PTBR-4.pdf.
21 Ue, Risoluzione del Parlamento europeo del 2 aprile 2025 sull’attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune – relazione annuale 2024 (2024/2082INI), https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-10-2025-0058_IT.pdf.
22 P. Batacchi, NATO, il Vertice delle guerre. Spese militari al 5%, ma con calma e flessibilità, in “Rivista Italiana Difesa”, 25 giugno 2025. https://www.rid.it/shownews/7397/nato-il-vertice-delle-guerre-spese-militari-al-5-ma-con-calma-e-flessibilita.
23 G. Parisi, I trattati per favorire la pace. Proprio adesso è fondamentale riprendere un negoziato globale in un mondo multipolare, in “Corriere della Sera”, 1° aprile 2025.
24 C. Rovelli, La cattiva coscienza dei fisici. Ci sono atomiche sufficienti a bruciare viva l’umanità e stiamo litigando, Solferino, Milano 2026.
25 Ibid., pp. 131-132.
26 K. Mahbubani,“È tempo per l’Europa di fare l’impensabile”,in “Foreign Policy”, 18 febbraio 2025. https://foreignpolicy.com/2025/02/18/europe-eu-nato-us-russia-ukraine/; S.M. Walt, “Sì, l’America è il nemico dell’Europa ora”, in “Foreign Policy”, 21 febbraio 2025. https://foreignpolicy.com/2025/02/21/us-europe-trump-vance-speech-nato-russia/.
27 Segnaliamo a questo proposito due testi, che ci sembrano utili: E. Brancaccio, Le condizioni economiche per la pace, Mimesis, Sesto San Giovanni (MI) 2024, che auspica l’apertura di un tavolo internazionale di trattativa per giungere a un nuovo accordo sui temi scottanti dei rapporti finanziari, economici e commerciali tra i diversi attori, in alternativa alla “guerra dei dazi” e al neoliberismo globalista senza regole, di fatto superato dalla storia e dalla crisi del “nuovo secolo americano”, e che precludono una solida prospettiva di pace; W. Streek, Globalismo e democrazia.L’economia politica del tardo neoliberismo, Feltrinelli, Milano 2024, che recupera in particolare il saggio di Keynes su Autosufficienza economica del 1933 e il testo classico di Karl Polany, La grande trasformazione del 1944, proponendo una deglobalizzazione segnata dal nuovo protagonismo di nazioni capaci di valorizzare innanzitutto le proprie risorse, limitandosi a uno scambio tra uguali e con spirito cooperativo con le altre nazioni per quanto è necessario, e dove la politica, interprete dei bisogni umani e ambientali, comanda sull’economia, in particolare su beni vitali che non possono essere affidati al mercato, come il lavoro, la terra e la moneta, ridando senso alla democrazia.
28 Su questi temi si vedano: S. Latouche, L’occidentalizzazione del mondo, Bollati-Boringhieri, Torino 1992; D-R Dufour, Universalité vs Pluriversalité. Bios, logos, mythos, ethos, in “Journal du Mauss”, Paris, 10 dicembre 2014, http://www.journaldumauss.net/?Universalite-vs-pluriversalite
29 P.P. Poggio (a cura di), Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, Fondazione Luigi Micheletti – Jaca Book, Brescia-Milano, vol. 1 L’età del comunismo sovietico (1900-1945), 2010; vol. 2, Il sistema e i movimenti. Europa 1945-1989, 2011; vol. 3, Il capitalismo americano e i suoi critici, 2023; vol. 4, Rivoluzione e sviluppo in America latina, 2016; vol. 6, Alle frontiere del capitale, 2018.
30 Manifiesto de las iglesias del sur global por nuestra casa común. Manifiesto conjunto de los organismos episcopales católicos continentales de África, América Latina y el Caribe y Asia, junto con representantes de la Iglesia católica en Europa y Oceanía, como resultado del discernimiento conjunto en la COP30 y en preparación para la COP31, 14 marzo 2026, https://social.conferenciaepiscopal.es/wp-content/uploads/2026/03/Iglesia-Sur-Global-manifiesto-ES.pdf

