Nel numero 45 del settembre 2022 di “altronovecento” abbiamo presentato il libro Greenwashing. Manuel pour dépolluer le débat public, Paris, Seuil (collana Anthropocène), 2022, a cura di Aurélien Berlan, Guillaume Carbou e Laure Teulières ma in effetti frutto dell’elaborazione del collettivo tolosano Atécopol-Atelier d’écologie politique. Tre anni dopo lo stesso collettivo, ormai estesosi ad altre sedi universitarie francesi presenta un altro prezioso strumento di conoscenza e di mobilitazione con Greenbacklash. Qui veut la peau de l’écologie? pubblicato sempre da Seuil e curato stavolta da Laure Teulières, Steve Hagimont e Jean-Michel Hupé. Come nel caso di Greenwashing il tema è di bruciante attualità ed è analizzato da diverse angolature. Ciò che è in questione stavolta è l’estesa reazione in atto da qualche anno contro l’ambientalismo e le politiche ambientali in Francia come in molti altri paesi del mondo. Presentiamo qui la traduzione dell’introduzione e l’indice analitico.
Travolti dal susseguirsi degli eventi, è sempre difficile e un po’ vano annunciare un momento di svolta storica. La storia delle mobilitazioni a difesa delle condizioni di vita sulla Terra è costellata di momenti di slancio, a volte particolarmente intensi e diffusi a livello sociale, e di riflussi ancora più rapidi. Eppure, questo libro nasce dalla sensazione che stia accadendo qualcosa che non è semplicemente un ulteriore contraccolpo anti-ecologico nel momento in cui il diritto internazionale e i principi umanistici e democratici sono scossi persino in paesi che li avevano sostenuti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale1. Sembra essersi innescata una dinamica in cui grandi sconvolgimenti politici, sociali e geopolitici si combinano con sconvolgimenti ecologici e climatici irreversibili, rafforzandosi a vicenda.
Questo libro analizza le dinamiche e le forze che stanno distruggendo le condizioni morali e materiali necessarie allo sviluppo degli esseri umani e della biodiversità sulla Terra. È più che mai necessario comprenderle nella loro complessità, condividerne la conoscenza e discuterne con tutte le persone di buona volontà, per agire e lottare. Il momento attuale ci impone collettivamente di farlo.
Indice
Cronaca degli anni 2020
Francia, fine maggio 2025. Sono bastati tre giorni per vanificare i progressi ecologici ottenuti dopo decenni di mobilitazioni e di ricerca di compromessi. Il 26 maggio, l’Assemblea nazionale ha discusso la legge “volta a eliminare gli ostacoli all’esercizio della professione di agricoltore”, nota come “legge Duplomb” poiché promossa da questo senatore di Les Républicains (LR) legato alla Fédération Nationale des Syndicats d’Exploitants Agricoles. Essa proponeva di semplificare la creazione di grandi strutture di allevamento e di megabacini, e prendeva di mira le “eccessive regolamentazioni francesi in materia di prodotti fitosanitari” che penalizzerebbero gli agricoltori rispetto alla concorrenza straniera. Per evitare di discutere del modello agricolo così promosso e del legame tra pesticidi e tumori, il testo è stato sottoposto a una procedura che ha troncato l’esame degli emendamenti ed è stato adottato l’8 luglio.
Il 27 e 28 maggio, l’esame del disegno di legge “sulla semplificazione della vita economica” ha svuotato di significato l’obiettivo del “consumo di suolo zero” entro il 2050. Considerata l’entità della perdita di terreni agricoli e di biodiversità, tale obiettivo era stato sostenuto dalla Convenzione cittadina per il clima e adottato nel 2021 come soluzione di compromesso secondo un principio di compensazione: a ogni superficie urbanizzata doveva corrispondere una superficie di pari estensione rinaturalizzata. Contemporaneamente, le “zone a basse emissioni” (ZFE) sono state abolite con un voto che ha riunito le voci dell’estrema destra e della sinistra in un’aula semivuota. Adottate nel 2019 per rispondere ai numerosi studi che dimostravano la pericolosità delle particelle fini prodotte dai motori termici di auto e camion, queste ZFE penalizzavano i più modesti, incapaci di cambiare veicolo, poiché lo Stato non aveva previsto le misure sociali di accompagnamento inizialmente proposte. La “semplificazione” si è rivelata un potente colpo contro timidi progressi ambientali facilmente rubricati come “ecologia punitiva” proprio perché la loro applicazione era stata menomata da compromessi di bilancio. La legge di semplificazione è stata infine adottata a stretta maggioranza il 17 giugno con il voto unanime dell’estrema destra, della destra e del centro.
Il 28 maggio, la Corte d’appello del Tribunale amministrativo di Tolosa ha autorizzato la ripresa dei lavori dell’autostrada A69 tra Castres e Tolosa, sospesi dallo stesso tribunale a febbraio, in attesa di una sentenza nel merito che arriverà … quando i lavori potrebbero essere ormai quasi completati. Un simbolo dell’incoerenza nel modo di intendere il “grande interesse pubblico”, nel momento stesso in cui il clima e la biodiversità si dirigono verso un disastro di proporzioni incalcolabili. Allo stesso tempo, alcuni media e social network si sono scatenati sullo scandalo degli “ecologisti” che vorrebbero vietare il formaggio Comté e prendersela, come dei “woke”, con le migliori tradizioni francesi2, in una campagna tendente a nascondere gli effetti ambientali dell’intensificazione della produzione di questo formaggio a denominazione di origine controllata. Un caso tra tanti di queste false polemiche che alimentano l’incomprensione delle questioni in gioco.
Questo contesto mortifica le speranze che si erano potute nutrire negli anni precedenti. Nel caso francese, si può individuare un punto di svolta all’inizio del 2024 con il discorso di insediamento del primo ministro Gabriel Attal, il quale, affermando di rifiutarsi di fare “ecologia contro il popolo”, ha inaugurato un netto arretramento su un tema che sembrava non interessargli. Un’evoluzione aggravata dallo scioglimento dell’Assemblea nazionale a giugno e dall’instabilità di governo che ne è seguita. L’ecologia è entrata così in una retorica populista senza altra bussola che l’inazione e la caricatura elettoralista.
Se si allarga un po’ lo sguardo, la svolta appare globale3. Mentre Donald Trump veniva eletto per la seconda volta negli Stati Uniti, anche l’Unione europea, che per lungo tempo aveva voluto essere il punto di riferimento della transizione ecologica, sembrava cambiare rotta. L’origine potrebbe risiedere nella “crisi dell’azoto” iniziata nel 2019 nei Paesi Bassi, leader mondiale dell’agricoltura intensiva diventati laboratorio di una transizione ambientale ambiziosa e rapida, avviata da un governo conservatore costretto dalla giustizia a conformarsi alle direttive europee sulle emissioni di azoto. Il fallimento di questa transizione – a causa di un movimento di base convertitosi in successo elettorale per un partito agrario – potrebbe essere stato percepito dai governi europei come un doppio monito riguardo all’entità degli sforzi da compiere per allineare l’economia alle sfide ecologiche e climatiche, e all’esplosività sociale e politica di tali cambiamenti. Da allora, i passi indietro in materia di ecologia si sono accelerati in tutta Europa, spinti dalla mobilitazione dei grandi attori industriali e di una parte degli agricoltori, nonché dalle conquiste elettorali dei partiti che si presentano come loro portavoce. La Commissione europea nominata nel 2024 ha intrapreso un’azione volta a indebolire il “Green Deal”, elaborato dalla Commissione precedente e dalla sua presidente, la tedesca Ursula von der Leyen, rimasta in carica, ma con un Parlamento europeo che ora propende molto più a destra.
Eppure, se torniamo ancora un po’ indietro nel tempo, l’Accordo di Parigi sul clima firmato nel 2015 sembrava inaugurare una nuova era. Sebbene non facesse altro che prendere atto di quanto già esisteva, esso mostrava la convergenza della comunità internazionale di fronte al cambiamento climatico, la cui gravità imponeva di agire. Certo, le elezioni di Trump I negli Stati Uniti (2016), di Morrison in Australia (2018), di Bolsonaro in Brasile (2019), con programmi apertamente anti-ambientali, mostravano già la forza della reazione. Ma di fronte alle esitazioni dei vari governi, i movimenti sociali ecologisti riprendevano vigore e guadagnavano popolarità. Nel 2018, Greta Thunberg incarnava un vasto movimento giovanile che chiedeva ai politici di assumersi le proprie responsabilità. Gli eventi naturali, aggravati dal cambiamento climatico e dalla radicale antropizzazione degli ambienti, si abbatterono su società più ricche che mai, ma destabilizzate dal ripetersi di fenomeni violenti: mega incendi, ondate di calore, siccità, tempeste, inondazioni … La produzione scientifica e letteraria si appropriava dell’ecologia per ripensare l’organizzazione delle nostre società. Il dibattito politico, senza abbandonare del tutto i suoi temi preferiti, come l’immigrazione o il potere d’acquisto, sembrava non poter più ignorare l’argomento. La transizione era diventata addirittura uno slogan globale, anche a costo di interpretarla sotto le spoglie del greenwashing. In Francia, la vicenda dei Gilet Gialli, scatenata da un progetto di tassa sul carbonio, ha portato all’istituzione di una Convenzione cittadina per il clima con proposte molto ambiziose. A seguito dell’insorgere del COVID-19 nel 2020, la cui causa (zoonosi o incidente di laboratorio), sebbene incerta, incolpava l’insostenibilità dello sviluppo contemporaneo, misure drastiche hanno sancito ovunque il primato della politica sull’economia. In Europa, dove la guerra in Ucraina iniziata nel 2022 metteva in evidenza l’estrema dipendenza dal petrolio, dal carbone e dal metano russi (compresa la produzione agricola tramite i fertilizzanti chimici), la “sobrietà” veniva messa in primo piano per affrontare possibili carenze. Tuttavia, in un contesto di crescita rallentata, si stava già verificando lo slittamento dalla necessaria transizione alle priorità di sovranità4 e reindustrializzazione, mentre gli imperialismi e la scelta della guerra tornavano nel repertorio legittimo dell’azione politica.
Greenbacklash: ridimensionamento fisiologico o vendetta reazionaria?
I termini per definire e comprendere il recente cambiamento di atmosfera riguardante l’ambiente sono stati diversi. Si è parlato di “greenlash”5, “greenblaming”6, “green bashing”, “backlash” (anti)ecologico o ancora di “greenbacklash”7, per indicare una minaccia e un inasprimento ben ormai evidenti8 e ben avvertiti dagli stessi movimenti ecologisti9.
Il concetto di “backlash” è stato reso popolare da Susan Faludi in riferimento alle lotte femministe10 che negli anni ‘80 dovevano affrontare delle strategie offensive volte a incolpare le vittime piuttosto che a mettere in discussione i rapporti di dominio. Se l’espressione ecological backlash è stata utilizzata molto precocemente – Jean-Baptiste Fressoz ne attesta l’uso già nel 1970 sul New York Times – è tuttavia a partire dagli anni ‘90 che il fenomeno del green backlash è stato oggetto di pubblicazioni specifiche11. Riprendendo l’uso storicamente situato di questa espressione anglosassone (in due parole, quindi), abbiamo scelto di concettualizzare il termine sotto forma del neologismo greenbacklash, in consonanza col termine greenwashing12.
Che cosa sarebbe quindi, in prima battuta, questo “backlash”? La traduzione francese “retour de bâton” potrebbe far intendere un riequilibrio o un “giusto” ritorno a un equilibrio precedente o addirittura una punizione, come se le attuali regressioni antiecologiche significassero che l’ecologizzazione della società è andata troppo oltre. Un secondo significato è quello di controffensiva, risposta, o addirittura vendetta reazionaria13: non solo discorsi (attacchi, denigrazione, persino diffamazione), strategie di divisione e di bad buzz, ma anche tutta una serie di concrete azioni istituzionali, dal taglio dei fondi (azioni pubbliche ridimensionate, associazioni private private di sostegno, il biologico emarginato) all’ostruzionismo legislativo all’indebolimento del diritto e del quadro normativo, senza dimenticare tutto ciò che riguarda l’intimidazione e, naturalmente, la repressione.
Affermare che l’ecologizzazione della società sia andata troppo oltre è un’affermazione assurda: gli ecosistemi e gli equilibri biogeofisici planetari continuano a essere degradati e destabilizzati dalle attività umane, il che è un evidente segno dell’impotenza dei difensori dell’ambiente. Non che non sia stato fatto nulla su questo fronte, o che decenni di accordi internazionali sul clima, dal protocollo di Kyoto ai mercati regionali del carbonio, siano stati necessariamente inutili in quanto si è effettivamente osservata una diminuzione dell’intensità di carbonio dell’economia in alcuni paesi, principalmente occidentali. Ma si è trattato di una riduzione del tutto insufficiente rispetto alla responsabilità storica di questi paesi e alle sfide globali, mentre il tenore di vita di circa 1,4 miliardi di cinesi si è andato allineando a quello dei paesi europei così come la loro impronta materiale e di carbonio. Per mancanza di una politica sufficientemente ambiziosa l’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera e il riscaldamento che ne deriva non hanno subito alcuna flessione. Le decisioni in materia sono state infatti per lo più mediocri: negli Stati Uniti il governo Biden (2020-2024) ha avviato il paese verso un eco-modernismo alimentato dalle energie fossili; nell’Unione Europea la proclamazione del principio dello sviluppo sostenibile ha moltiplicato le misure caso per caso, rimanendo cieca alle dipendenze materiali, ecologiche, energetiche e geopolitiche dell’economia dell’Unione e nonostante la Cina si dipinga come una “civiltà ecologica” con pretese egemoniche, rimane uno dei motori dell’estrattivismo mondiale.
Accantonata l’ipotesi di una giustificata reazione a un’avanzata troppo rapida dell’ambientalismo una seconda ipotesi tende a sottolineare una battuta d’arresto dovuta al pensiero ecologista stesso, incapace di affermarsi politicamente e che, al contrario, susciterebbe un malcontento diffuso. Non mancano le argomentazioni relative alla responsabilità degli stessi interessati: militanti pessimisti, immaturi o “fuori dal mondo” che avrebbero danneggiato la causa scoraggiando tutti14, attivisti troppo estremisti, un fallimento generale delle azioni condotte da questi movimenti15. Critiche – ricorrenti fino al punto di sfociare nel bashing – sono state rivolte anche ai partiti di questo orientamento come i Verdi (poi Les Écologistes) francesi: liti interne e mancanza di leadership, politicizzazione a sinistra di questioni apparentemente apartitiche, accettazione di ruoli marginali che difendono poco l’ecologia in governi di coalizione e/o di compromesso social-liberali non in grado di adottare politiche realmente incisive.
Ma sulle ragioni dello scacco ecologista non sono mancate ipotesi più sofisticate. Secondo un’interpretazione teologica e filosofica, le varie correnti dell’ecologia rimarrebbero in gran parte imprigionate nell’ideale di un paradiso perduto da ricreare, ereditato dalla tradizione statunitense e puritana della tutela della natura che risale alla seconda metà del XIX secolo. L’ecologia, limitata a realizzazioni spaziali circoscritte, non sarebbe quindi riuscita a delineare un orizzonte di aspettative comune, realistico e sufficientemente mobilitante. L’ambientalismo, nella sua molteplicità, eccede tuttavia da tempo questo modello16: precursore del pensiero sistemico, uno dei suoi contributi intellettuali fondamentali è quello di considerare le condizioni di una società materialmente sostenibile e le trasformazioni necessarie per raggiungerla. È quindi proprio quando si interessa alla politica e al modo di riorganizzare le relazioni sociali sulla Terra che viene maggiormente combattuta. È vero d’altra parte che le questioni sociali e politiche non sono sempre state al centro delle discussioni ecologiche, almeno non di quelle che sono state maggiormente mediatizzate e che un ampio movimento di depoliticizzazione delle questioni ecologiche, con il pretesto che tutti ne dovessero essere coinvolti, ha finito col rafforzare le gerarchie sociali inique e distruttive17. Il rifiuto dell’esperienza produttivista sovietica ha allontanato una parte degli ambientalisti dalle analisi dei rapporti di classe, che sono comunque essenziali da un lato per comprendere l’ingiustizia ambientale e, dall’altro, per ragionare in termini di rapporti di forza. Sebbene l’intreccio tra questioni sociali ed ecologiche sia stato al centro di numerose correnti del pensiero ecologico, e lo sia tuttora18, ciò non è bastato a smantellare la dicotomia tra la fine del mondo e la fine del mese.
Un’altra possibile spiegazione del greenbacklash risiede nella traduzione istituzionale dell’ambientalismo: l’ecologia di governo si è rivelata deludente, se non addirittura ingannevole. Se la sfida ambientale sembra essere stata presa in carico diffusamente, ciò è avvenuto però in modo subalterno ai successivi orientamenti dell’iniziativa pubblica: ambiente e qualità della vita prima, sviluppo sostenibile e transizione poi, e forse ora il suo accantonamento. In tal modo la questione è stata via via addomesticata in modo tale da essere neutralizzata, per strategia politica, in base all’opportunismo dei rapporti di forza e delle alleanze tra partiti e/o alla gestione strumentale delle aspettative pubbliche; e per sottomissione alla “forza delle cose”, all’inerzia, alla pressione internazionale e all’intreccio dei fattori che gravano sull’azione pubblica. Paradossalmente, quindi, il greenbacklash ha finito col prosperare all’interno di una “società verde chiaro” e di un modo di governare che pratica ampiamente il greenwashing. In tal senso esso può essere inteso quindi come una reazione contro un eccesso di discorsi di stampo ecologico, che tra l’altro rimandano la responsabilità dei cambiamenti (degli “sforzi”) agli individui senza modificare le regole né il quadro generale: è così che il greenwashing può portare facilmente al greenbacklash.
Ma il greenwashing partiva almeno dal riconoscimento della legittimità dell’allarme ecologico mentre l’attuale greenbacklash è frontale e spudorato: non si tratta più di confondere le acque con promesse e bei discorsi, ma di portare di attacchi virulenti volti a spazzare via tutto ciò che l’ecologia rappresenta. Detto questo, non è tuttavia scontato parlare di un greenbacklash generalizzato all’interno dell’opinione pubblica. Anzitutto quest’ultima categoria, sistematicamente invocata in particolare per giustificare programmi politici, deve essere considerata con molta cautela in quanto essa non preesiste alle condizioni della sua espressione e della sua attuazione. Se ce ne fosse ancora bisogno, l’esperienza della Convenzione cittadina per il clima lo ha dimostrato: chi vi ha partecipato ha sottolineato che il lavoro di formazione, discussione e deliberazione intrapreso aveva modificato lo stato delle “opinioni” che si era fatto sulle questioni ecologiche prima della convenzione. Anche limitandosi ai “sondaggi d’opinione” standard (tramite questionari, mai neutri), quelli del Barometro dell’ADEME del 2024 o dell’associazione Parlons Climat del 202519 mettono in dubbio l’esistenza di un reazione anti-ambientale generalizzata all’interno della popolazione sulle questioni ecologiche: i francesi restano in maggioranza a favore delle politiche climatiche.
Riassumendo: sebbene si possano certamente muovere critiche all’ecologia così come viene enunciata, incarnata e messa in pratica, sebbene si possano rilevare le radici coloniali di alcune delle sue correnti e istituzioni20, sebbene sia opportuno interrogarsi sulle questioni di classe sottese all’ecologizzazione degli stili di vita (un atteggiamento ecologico che diventa per alcune categorie benestanti della popolazione un nuovo segno di distinzione e, al contrario, un elemento di divisione nelle classi popolari)21 l’attuale reazione non si basa, in ultima istanza, su questi elementi. Essa strumentalizza queste critiche interne per servire altri interessi, fondamentalmente opposti a una reale ecologizzazione delle società.
È per questo che nel presente volume abbiamo scelto di non dedicarci all’analisi né dell’opinione pubblica né dei discorsi critici che nascono all’interno del movimento ambientalista. Le interpretazioni endogene non possono essere sufficienti fintantoché evitano di affrontare le dinamiche dell’anti-ecologismo e di precisare chi ne siano gli attori e le attrici. Ciò che invece intendiamo fare è inserire i meccanismi di backlash nel campo di forze in cui si colloca l’ecologia.
Un meccanismo strutturale: il peso delle eredità
In realtà sono anzitutto le inerzie istituzionali, sociali, culturali ed economiche che producono effetti strutturali di greenbacklash. Le democrazie sono anzitutto “incastrate” tra un consenso produttivista su cui si basano i meccanismi di ridistribuzione che consentono la stabilità sociale e il progressivo riconoscimento dei limiti ecologici, climatici e materiali che richiedono invece un’urgente autolimitazione della produzione e del consumo. Se negli anni ‘70, con economie di dimensioni molto più modeste, era possibile immaginare una transizione graduale, oggi essa è diventata sempre meno ipotizzabile a causa della quantità di materie e di energie coinvolte nelle nostre attività più banali e per la sola manutenzione dell’esistente. Più il tempo passa senza che si intervenga per uscire da questa impasse sistemica, più le soluzioni devono essere di ampia scala e possono per questo sembrare impossibili, al punto che i governi finiscono per rinunciare a misure già insufficienti e sembrano più inclini a prevedere prospettive globali disastrose piuttosto che la fine dell’attuale modello di sviluppo.
Keynesismo, sinistra radicale, terzomondismo, altermondialismo: le alternative al liberalismo economico sono andate via via scemando a partire dagli anni ‘60, in un mondo globalizzato e organizzato per e da una concorrenza economica slegata da qualsiasi utilità sociale se non quella di generare crescita e quindi più denaro (eventualmente) da condividere. La svolta neoliberista degli anni ‘70-’90 è fondamentale perché, partendo dall’idea che il ruolo del governo sia solo quello di liberare le forze economiche, ha delegittimato l’impegno per l’ambiente che si stava allora delineando. Un ambiente tecnocratico stava infatti valutando forme di pianificazione ecologica: il Club di Roma (che riuniva membri influenti dell’industria e dell’OCSE), promotore del rapporto Meadows (1972), Jean Fourastié, Jacques Attali all’interno del Groupe des Dix, economisti di primo piano come l’americano Robert Heilbroner e altri attori di istituzioni come la DATAR o la NATO. Così, già a partire dagli anni ‘60, gruppi di lavoro all’interno dell’OCSE erano seriamente preoccupati per i “problemi della società contemporanea” generati dalla crescita economica indefinita che pensavano di dover arrestare22. Quella posizione rappresentava allora un approccio certamente timido e insufficiente, basato su un’illusione di razionalità (la prospettiva scientificamente fondata avrebbe guidato l’azione pubblica per il bene comune), ma che teneva conto del metabolismo insostenibile delle società e metteva in primo piano dibattiti tuttora attuali sulle misure da adottare con urgenza, che andavano dagli incentivi ai divieti. Questo ambiente è stato spazzato via, dominato, se non addirittura ribaltato nel momento cruciale della conferenza di Stoccolma del 197223, della crisi petrolifera del 1973 e del riorientamento dei dibattiti sulla crescita, operato da influenti economisti come Robert Solow e dall’ondata neoliberista che ne seguì24.
Col senno di poi, si può vedere negli anni ‘70 un momento decisivo25 dopo il quale le élite al potere hanno smesso di considerare seriamente la priorità di tali questioni. Senza dubbio lo shock petrolifero del 1973, sullo sfondo della deregolamentazione dei cambi, ha fatto capire che le economie occidentali erano fortemente dipendenti non solo dalle energie fossili (che rappresentano ancora oggi l’80% del consumo mondiale di energia), ma anche dalla crescita economica per ripagare e finanziare il debito pubblico, da cui dipendono la ridistribuzione sociale, i servizi pubblici o le pensioni. Questo modo di governare “attraverso il futuro” (promessa di ricchezze future, ritorno sull’investimento promesso dalla crescita), come propone di chiamarlo il politologo Timothy Mitchell26, si è sviluppato progressivamente negli anni ‘50, in particolare sotto l’egida della Banca mondiale. Questo meccanismo permette di evitare scelte politiche di arbitraggio sulla distribuzione della ricchezza all’interno della popolazione, ma la contropartita è un blocco delle economie.
Piuttosto che rischiare ciò che viene percepito come impossibile (proprio come prima del COVID si credeva che “l’economia non si potesse fermare”), la reazione anti-ecologica si impone quindi per perpetuare uno status quo cieco di fronte alle sue terrificanti conseguenze. È il prodotto del rifiuto di decostruire un mondo basato sulla crescita e sul profitto, della rinuncia politica a istituire nuove forme di società incastonate nei limiti planetari27. La critica ecologica, che investe non solo l’ingiustizia dell’ordine socio-economico ma anche i suoi fondamenti materiali e biotici, non è recuperabile poiché i tentativi di recupero rafforzano i fenomeni che essa denuncia28. Da qui un inevitabile conflitto.
La trasformazione materiale, finanziaria e ideologica dell’economia mondiale
Il greenbacklash non è tuttavia soltanto il risultato meccanico dell’eredità materiale e istituzionale della modernità, la cui insostenibilità è stata dimostrata già a partire dagli anni ‘70. Esso deriva anche dai profondi cambiamenti nell’economia mondiale di questo inizio di XXI° secolo. Una prospettiva geopolitica permette di intravedere due motori, tanto più potenti in quanto combinati tra loro, legati alle recenti trasformazioni politiche e industriali: il ritorno di imperialismi senza complessi e le nuove tecnologie.
L’economia mondiale, pur senza dematerializzarsi, cresce ormai attraverso un nuovo fronte dinamico in cui il digitale in particolare provoca delle ripercussioni anti-ecologiche. Oltre ad aumentare il prelievo di risorse, il digitale veicola il la reazione attraverso i social network e i desideri di consumo che permette e suscita. Esso rappresenta inoltre uno strumento di repressione i cui frutti sono senza dubbio ben superiori ai vantaggi organizzativi che offre ai collettivi ecologisti. Giustifica inoltre grandi progetti di sviluppo (giganteschi stabilimenti di batterie o componenti, data center, nuove reti come il 5G e il 6G, conquista spaziale, linee ad alta tensione), spesso legati alla diffusione delle energie rinnovabili che consentono di venderlo come “verde e sostenibile”. I suoi promotori si basano sulle sue promesse di ottimizzazione sociale ed economica per pretendere di rendere più verde la società senza cambiarla troppo, depoliticizzando così le questioni e indebolendo le critiche. In questo modo il digitale configura così un mondo sociale che riduce, o addirittura impedisce, ogni resistenza.
Questo settore pullula inoltre di protagonisti di spicco della controffensiva anti-ecologica in corso. I più emblematici di essi – come Bezos e Musk – intendono sfuggire alla condizione terrestre, meschinamente materiale e biotica, nonché alla vecchia eredità umanistica, per liberare lo spirito di innovazione e di conquista che pongono al centro della natura umana. Elaborano mondi virtuali per un’umanità potenziata e future missioni con equipaggio su Marte. Lungi dal negare la catastrofe ecologica, ne fanno una tappa della storia dell’umanità. Sostenute dal dispiegamento ormai senza limiti dell’IA, le loro fantasie accelerazioniste, volte ad accelerare la trasformazione tecno-capitalista del pianeta, contribuiscono a privare la società di una presa reale su queste evoluzioni e spingono all’estremo il disastro, verso un punto di non ritorno che renderà le loro soluzioni, per quanto totalmente fantasiose o letali, le uniche a persistere. Gli ecologisti, dal canto loro, diventano pericolosi freni alla realizzazione di questo destino transumanista.
Se il digitale è all’avanguardia dello sviluppo attuale, esso si intreccia con una nuova geografia degli spazi di potere mondiali. Certo, l’Europa e gli Stati Uniti sono ben lungi dall’essere diventati secondari, ma le economie più dinamiche si trovano soprattutto in paesi autoritari. Singapore, Taiwan, la Corea del Sud e Hong Kong sono stati modelli a cui la Cina ha saputo ispirarsi fin dalla fine degli anni ‘70 per diventare la fabbrica del mondo. Anche le monarchie del Golfo hanno preso il volo grazie alle rendite petrolifere e a governi retrogradi e repressivi. Nella competizione internazionale, i regimi più democratici e più redistributivi non sono più ormai in voga.
Questo successo economico dell’autoritarismo politico si è intrecciato con le aspirazioni libertarie coltivate da tempo nei circoli neoliberisti occidentali attorno a Ludwig von Mises e Milton Friedman e ravvivate da imprenditori innovativi della Silicon Valley o da influenti ideologi neoreazionari che intendono “dissolvere la politica in un’ingegneria economica autoritaria”29. Da alcuni anni sembra infatti verificarsi una convergenza ideologica con questi Stati del Golfo e dell’Asia, diventati modelli di efficienza per gli investitori globali. Queste potenze forniscono l’energia fossile di base (e presto, perché no, l’idrogeno “verde”), controllano ed estraggono le materie prime essenziali e/o dispongono delle capacità umane e industriali per fabbricare gran parte dei beni manifatturieri in circolazione. Realizzano, per prestigio, giganteschi progetti di sviluppo che avvantaggiano le imprese globalizzate, progetti che sono diventati più difficili da portare avanti in Occidente, in particolare per ragioni ecologiche. Gli innovatori della Silicon Valley e delle sue repliche occidentali, i leader delle potenze autoritarie e i grandi investitori condividono così una visione del mondo profondamente ostile alle contestazioni – contestazioni eliminate, secondo modalità diverse, sia in queste imprese che in questi Stati autoritari.
Se sul versante dell’ecologia una meta-analisi ha evidenziato che le misure più efficaci per ridurre le emissioni di gas serra e proteggere la biodiversità sono state adottate dalle democrazie30, sul fronte dell’economia, invece, “il capitalismo non democratico è la formula vincente”31. L’autoritarismo può rappresentare una tentazione tanto più forte in quanto non nel suo contesto non si è costretti a fare concessioni. La constatazione viene regolarmente fatta a destra e negli ambienti dell’innovazione: la Francia e l’Europa avrebbero lasciato sfuggire ondate di innovazione importanti in nome di precauzioni etiche, sociali, ecologiche, mentre altri le hanno colte a proprio vantaggio. Ridimensionare le precauzioni ambientali diventerebbe necessario per evitare il distacco, la dipendenza, o addirittura la perdita di sovranità. Tramontata ormai la favola della convergenza naturale tra capitalismo e democrazia che avrebbe trionfato sul crollo del comunismo sovietico, la democrazia è diventata un ostacolo alle forze produttive e alla piena crescita dei mercati. Tra gli anni ‘70 e ‘90 è emerso un capitalismo radicale che oggi sembra ingaggiare una battaglia decisiva contro le democrazie e, incidentalmente, contro l’ecologia. Questa svolta autoritaria ricorda naturalmente il periodo tra le due guerre, quando la minaccia comunista spinse molti industriali a sostenere il fascismo. La situazione è tuttavia nuova, poiché il capitalismo finanziarizzato e globalizzato non deve più affrontare movimenti politici così organizzati come lo erano un tempo il comunismo e l’anarchismo.
Imperialismo e autoritarismo
Questo fenomeno si inserisce in un contesto generale di secessione – o quantomeno di estrema mobilità – dei capitali e dei loro detentori più facoltosi. Sono state immaginate diverse vie per intercettare questi flussi sfuggendo al diritto comune: dall’appropriazione di territori dei paesi del Sud, con la complicità dei loro poteri centrali, attraverso le start-up cities, alle varie gated communities per ricchi con leggi proprie, passando per scappatoie virtuali e altre fantasie survivaliste in luoghi ritenuti al riparo. All’interno degli stessi Stati democratici, o ai loro margini immediati, sono state create delle “zone”, come le chiama Quinn Slobodian, dove la fiscalità, le regolamentazioni e il controllo degli investimenti sono più deboli: oltre alle città-Stato e ai micro-Stati come Singapore, il Liechtenstein o varie isole, si tratta di porti franchi, paradisi fiscali, tecnopoli e altri cluster di innovazione. Anche la Cina sta moltiplicando i territori con regimi economici speciali, in grado di garantire i suoi interessi strategici sul proprio territorio (attrazione di capitali e tecnologie) e nel mondo (acquisizione di risorse, porti e corridoi delle “nuove vie della seta”). Questa corsa per attrarre capitali e “talenti” innovativi, che mina lo Stato ma è da esso organizzata, si preoccupa ben poco dell’ecologia…, quando non mira a mettere a tacere le proteste ecologiste.
Si sta così delineando una nuova fase di colonizzazione, in cui gli interessi degli Stati si intrecciano intimamente con quelli delle grandi multinazionali, secondo un modello non poi così lontano dai centri commerciali, dai porti franchi, dalle concessioni e dalle compagnie coloniali create dagli occidentali nel XIX secolo, un nuovo imperialismo per via tecnologica. Infatti, contrariamente all’utopia post-hippie che vedeva in Internet la possibilità di creare una comunità universale libera dalla proprietà, gli imprenditori libertari della Silicon Valley se ne sono appropriati per trasformarlo in un immenso centro commerciale. Uno spazio pubblico nelle mani di attori privati che ne stabiliscono le regole, guadagnano denaro grazie ai prodotti venduti e ai dati raccolti e creano una nuova frontiera della proprietà, modellando al contempo gli affetti e le opinioni su larga scala. Queste mega-aziende (Google-Apple-Facebook-Amazon-Microsoft e altre) si sono impossessate di ampi settori della vita (social network, consumi online, informazione e intrattenimento…), potentemente armate per fabbricare consenso e conquistare la deferenza di un’intera parte della popolazione.
La conseguenza è che ogni loro messa in discussione derivante dalle prospettive di una svolta ecologica negli stili di vita viene contrastata non solo dalle stesse multinazionali, ma anche dai governi che difendono l’occupazione e la crescita e da tutte le persone che vedono in questi prodotti e servizi digitali una prospettiva di intrattenimento e piacere. Mentre il consumo e il guadagno si sono imposti come aspirazioni centrali in tutto il mondo, il modello autoritario che pretende di garantire queste “libertà” a scapito della democrazia può apparire desiderabile a una parte della popolazione. La stessa epidemia di COVID non è stata solo un periodo di stallo economico (peraltro molto relativo) ma ha messo al contrario in competizione le risposte nazionali e ha dimostrato ancora una volta la forza delle misure autoritarie anche in Stati che non dovrebbero esserlo, mentre il lavoro da casa e il ricorso massiccio ai servizi di acquisto e consegna online hanno ulteriormente accelerato l’espansione del digitale, settore promettente e strumento di potere che permetterà di trarre vantaggio dalla crisi globale.
Questo nuovo quadro generale, associato alla diffusione delle energie rinnovabili in combinazione con quelle fossili, è strettamente legato all’attuale recrudescenza degli imperialismi. L’economia “virtuale” o “verde” si accompagna infatti a un aumento delle attività estrattive e delle infrastrutture. Un deputato del partito di Le Pen ha riassunto a modo suo la situazione: “Con la vittoria di Donald Trump, la vera frattura nel mondo è ora quella che separa la potenza dalla decrescita; l’Europa ha scelto la decrescita”32. Associata a un nazionalismo che la globalizzazione ha paradossalmente esacerbato, la questione dell’approvvigionamento di metalli strategici ha portato al ritorno di imperialismi aggressivi incarnati dalla Russia di Vladimir Putin e poi da Donald Trump, tornato al potere nel 2025, nonché dalla Cina, che controlla lo sfruttamento e la lavorazione industriale delle risorse primarie dell’economia mondiale (mercato delle terre rare, giacimenti di metalli strategici come il cobalto).
Attraverso la mediazione dei libertari e dei grandi nomi del settore tecnologico il modello che coniuga autoritarismo ed efficienza si è diffuso dall’Asia verso l’Occidente, fino a diventare per la destra e l’estrema destra il fulcro di un progetto di rigenerazione di una civiltà occidentale considerata sclerotizzata, se non addirittura in declino. In un paese come la Francia, fornitore mondiale di capitali, di prodotti di lusso destinati alle élite secessioniste e di tecnologie, comprese quelle militari, l’attuale greenbacklash rappresenta essenzialmente una replica locale di una svolta economica e politica globale.
In sintesi, il mondo che si sta costruendo oggi sotto la pressione dei flussi internazionali di capitali, delle “zone” deregolamentate, degli Stati autoritari rafforzati, degli ideologi che sono riusciti a conquistare una parte degli Stati democratici e di una geopolitica che induce una nuova corsa agli armamenti high-tech, si basa sulla crescita del digitale accelerata dall’irruzione dell’intelligenza artificiale. Tale crescita presuppone di mettere a tacere o eliminare le considerazioni socio-ecologiche. È così che l’ecologia entra nell’elenco dei bersagli della svolta autoritaria che accompagna queste dinamiche contemporanee del capitalismo.
Ciò non impedisce, in alcuni casi, che tale dinamica venga accompagnata con un discorso ambientalista: la crescita e la tecnologia che la alimenta vengono infatti presentate come le leve fondamentali per la protezione e l’adattamento al cambiamento climatico – dalla città futuristica di NEOM alle isole artificiali di Dubai che promettono di ricreare l’atmosfera europea, pioggia e neve comprese, passando per tutte le infrastrutture della promessa “transizione energetica” (impianti di produzione di idrogeno, fotovoltaico, eolico, centrali nucleari, smart grid, linee ferroviarie ad alta velocità).
Mentre il disastro ecologico si aggrava, il greenbacklash si manifesta come una radicalizzazione della sua gestione. Esso rimanda alle tracce del disastro coloniale ed estrattivista, per ricordare che i territori periferici e i loro abitanti hanno vissuto a lungo sotto il peso di danni, violazioni e repressioni su vasta scala. La sua comparsa esprime senza dubbio anche lo sgomento nel vedere, ormai, segni di brutalizzazione intorno alle questioni ambientali insediarsi anche nelle società più sviluppate. Infatti, le forze estrattiviste (miniere, piantagioni, sfruttamento forestale, ecc.) che imperversano nel Sud del mondo nonostante la decolonizzazione, sembrano in procinto di tornare nel cuore dell’Occidente – almeno nei suoi margini interni, territori perdenti della metropolizzazione e futuri spazi sacrificati sull’altare del potere, a condizione che le resistenze vengano messe fuori gioco.
Resistere a questa guerra contro l’ecologia
L’opera varia le scale di analisi (dal livello locale a quello internazionale) e le colloca in un arco temporale relativamente lungo (a partire dagli anni ‘60-’70) per non sopravvalutare la novità del presente né schiacciarla sotto un relativismo storico che non consentirebbe di comprendere in che modo la configurazione attuale sia inedita. Le dinamiche prese in esame sono molteplici e vengono affrontate in ventisei voci, a loro volta suddivise in tre grandi parti. La prima di queste parti propone una sorta di giro del mondo del greenbacklash per cogliere la varietà delle sue matrici ideologiche e delle sue manifestazioni territoriali. La seconda parte prende le mosse da elementi di linguaggio e rappresentazioni volte a screditare l’ecologizzazione – dall’accusa di catastrofismo al suo presunto carattere punitivo – per comprenderne le origini, la diffusione e l’efficacia nello spazio pubblico, e per consentire di contrastarla. La terza parte, infine, si sofferma sulle istituzioni del greenbacklash, quei luoghi in cui esso si forma e si concretizza: imprese, lobby agroindustriale, forze dell’ordine, diritto, media e altre reti di attori che mirano a sbarazzarsi dell’ecologia.
L’importanza dell’argomento e la sua relativa novità hanno richiesto la mobilitazione di quaranta autori e autrici in grado di fare luce su ciascuno dei punti affrontati. Essi provengono in maggioranza dal mondo accademico francese, ma l’opera conta anche su studiosi stranieri specializzati nella questione decoloniale, nel nucleare, nell’estrattivismo nel Sud del mondo o nell’attuale vasta svolta illiberale. Trattandosi di un tema molto attuale, abbiamo coinvolto anche giornalisti che osservano in diretta ciò che sta accadendo e testimoni privilegiati del contraccolpo in vari ambiti: al Parlamento europeo, nei media, nelle associazioni o nella sfera internazionale dei climatologi.
Per quanto i contributi adottino un approccio scientifico, basato su fatti esposti in modo imparziale, noi riteniamo di proporre un’opera di lotta e un appello alla responsabilità collettiva, a prescindere dalla posizione in cui ci si trovi. Se l’epoca sembra schiacciare ogni ambizione ecologica, bisogna evitare di rifugiarsi nel fatalismo nel momento in cui occorre mobilitare coraggio e volontà, e non sottovalutare la radicale imprevedibilità della storia. Fino a poco tempo fa si pensava, ingenuamente, che si fosse verificato un cambiamento di paradigma, che rendesse l’ecologia un punto di riferimento condiviso, anche se spesso travisato. Ora che il vento è cambiato, vorremmo che questo libro permettesse di mappare le forze impegnate contro l’ecologia e che contribuisse a rendere manifesto ciò che è ancora troppo edulcorato: sì, è in corso una guerra, con mezzi e obiettivi talvolta antichi, che sta sopraffacendo avversari che per la maggior parte non se ne rendono nemmeno conto, o addirittura collaborano. L’esito di questa guerra contro l’ecologia e chi si oppone al potere potrebbe essere una sconfitta globale dell’umanità nel caos, l’imperialismo, la violenza e il razzismo – la vittoria di Pirro dei criminali e dei loro complici, che oggi concentrano i poteri finanziari e politici, accompagnati da folle apatiche che fingono di ignorare la violenza che si profila, quando non la desiderano. Popolazioni le cui legittime emozioni di rabbia o paura, così come le frustrazioni e il risentimento, vengono strumentalizzate e reindirizzate verso capri espiatori33. Questo “mostruoso survivalismo suprematista”34, che si nutre delle catastrofi che avrebbero potuto screditarlo, non avrà tuttavia che pochi vincitori. Esso somiglia a una “controrivoluzione preventiva”35 contro l’ecologizzazione e contro le forme di emancipazione dai vincoli virilisti e imperialisti, contro le aspirazioni a una vita buona realizzata smettendo di estrarre, distruggere e dissipare sempre più risorse esistenti. Viene qui a proposito la formula di Andreas Malm: “Peggio della catastrofe climatica? La catastrofe climatica + il fascismo”36. Se “socialismo o barbarie” era l’alternativa posta negli anni ‘60 da Claude Lefort e Cornelius Castoriadis, “decrescita o barbarie” è l’alternativa del presente.
Il momento attuale mette in luce più che mai un aspetto che forse non era così evidente quando abbiamo avviato questo lavoro collettivo. Non è possibile una riorganizzazione ecologica del sistema attuale, intrinsecamente basato sulla crescita, ed è proprio questo che rende così vigorosa la reazione di tutti coloro che non vogliono questo cambiamento o credono ancora nella redenzione attraverso la tecnologia. Qualunque sia il nome dato a ciò che occorre intraprendere con urgenza per ragioni umanistiche e democratiche – decrescita, sobrietà, frugalità, riorientamento, biforcazione – l’ecologizzazione è un processo rivoluzionario in quanto una società ecologica sarà radicalmente diversa da quella attuale. Il greenbacklash è la reazione di attori e gruppi di interesse finanziari e tecnologici che rifiutano le logiche redistributive che una vera transizione comporterebbe, che sono ancora immersi in sogni di potere virile e suprematista, che desiderano, a qualunque costo, attrarre e massimizzare ancora i capitali internazionali volatili. Il greenbacklash è anche opera di tutti coloro che hanno enormemente da perdere, materialmente e simbolicamente, di fronte ai progressismi socio-ecologisti, così come di coloro – la maggioranza della popolazione37 – ai quali si fa credere che avranno più da perdere che da guadagnare. Le forme di complicità sono molteplici, e senza dubbio ne siamo tutti in qualche modo coinvolti perché se la retorica della responsabilità individuale rasenta il ridicolo quando si tratta di esaltare i gesti ecologici individuali, se catene di interdipendenze ci legano al mondo fossile e digitale, non è meno vero che molte cose della vita quotidiana possono essere ecologicamente distruttive. Il nostro condizionamento sociologico non deve trasformarsi in una scusa fatalista o cinica per non cambiare nulla, per attribuire ad altri ciò a cui partecipiamo nell’organizzazione della nostra vita, nelle nostre scelte professionali, nei nostri (dis)impegni e nelle nostre rinunce.
Si tratta di liberarci da un mondo che spinge l’umanità e gli ecosistemi verso l’abisso in nome del potere e dell’arricchimento materiale cominciando con lo smettere di credere alle favole sull’intelligenza artificiale, senza dubbio utile in alcuni ambiti ma che nella sua attuale diffusione rappresenta una minaccia gigantesca, l’ennesima, per l’abitabilità della Terra e per la nostra capacità di discutere, pensare, immaginare. Quella dell’intelligenza artificiale è un’ulteriore dinamica che sta per sfuggirci e non uno strumento come un altro*, è il prodotto di un mondo materialmente insostenibile che genererà un proprio mondo inebriato di potere, di estrazione di materie e di violenza veicolata e resa necessaria da questa nuova accelerazione materiale. È la tecnologia di un mondo zombie, già morto, senza futuro, ma che porterà via tutto con sé. La sua diffusione crea incertezza, ma apre anche una nuova vulnerabilità e quindi un grave rischio di deragliamento se la macchina non può più essere alimentata di materia ed energia, o sfugge a ciò che ci si aspettava da lei.
Al termine dell’opera, risulta evidente che il termine stesso di greenbacklash non è in grado di descrivere adeguatamente le minacce del presente, il crescente degrado dell’abitabilità della Terra e la potenziale distruzione di ampie fasce dell’umanità a causa di guerre, violenze e catastrofi che alcuni stanno preparando consapevolmente. Il movimento in atto è il prodotto delle forze materiali ereditate, delle riconfigurazioni del quadro tecno-capitalista e di attori che minano la democrazia, destabilizzano i contro-poteri e bloccano tutto ciò che potrebbe contrastarli fino a un possibile punto di non ritorno. Non si tratta solo di una controffensiva tra le tante, di un riflusso anti-ecologico che potrebbe lasciare spazio a una nuova ondata ecologica, ma piuttosto del rischio che l’attuale sinergia tra le dinamiche di rafforzamento reciproco (descritte in questo volume) dei disastri ecologici e climatici e dei movimenti antidemocratici, populisti, se non addirittura fascisti o di stampo fascista, ci conduca su una traiettoria senza via d’uscita e catastrofica. Non può esserci democrazia in un mondo in cui le condizioni elementari di esistenza non siano garantite per tutti, ma d’ora in poi non potranno esserci tali condizioni se non si riconquista con urgenza un potere d’azione democratico.
Cosa fare? In una lotta dalle molteplici sfaccettature, l’ecologia, se presa sul serio, ha la capacità di diventare il punto di incontro fondamentale per tutte le lotte sociali e per progetti politici all’altezza del momento storico, poiché sono in gioco la dignità umana, le possibilità di realizzazione individuale e collettiva e la stessa possibilità di vivere in società.
***
Greenbacklash. L’indice
Introduzione
Laure Teulières, Steve Hagimont e Jean-Michel Hupé
Cronaca degli anni 2020
Greenbacklash : ridimensionamento fisiologico o vendetta reazionaria?
Un meccanismo strutturale: il peso delle eredità
La trasformazione materiale, finanziaria e ideologica dell’economia mondiale
Imperialismo e autoritarismo
Resistere a questa guerra contro l’ecologia
PRIMA PARTE
LE MATRICI DEL GREENBACKLASH
La matrice americana del greenbacklash
Elsa Devienne, Emmanuelle Perez Tisserant
Alle origini del backlash americando: i “mercanti di dubbi”
Dal “dietrofront repubblicano” al Tea Party
L’era della post-verità
Dalla negazione all’attacco contro la scienza, negli Stati Uniti e altrove
Valérie Masson-Delmotte
America Latina : la persistenza dell’estrattivismo coloniale e neocoloniale
Stephane Boisard, Franck Gaudichaud, Heloïse Prevost, Mario Virgilio Santiago Jimenez
Dittature e neoliberalismo dalla guerra fredda agli anni Novanta: “Combattere l’inferno verde”
I governi progressisti degli anni Duemila: tra Buen Vivir e neo-estrattivismo
Da Bolsonaro a Milei: destre ed estreme destre al servizio del greenbacklash
Un backlash strutturale: l’eredità materiale contro l’ecologia?
Jean-Baptiste Fressoz
La rassegnazione climatica travestita da “transizione”
Quale “ecologizzazione” delle dinamiche materiali ?
L’ecologia di fronte a un capitalismo survivalista
Geneviève Azam
Dall’adattamento neoliberista all’accelerazione ecomodernista
La liquidazione libertariana
In che modo la Commissione europea smonta il Green Deal
Marie Touissant
La fine dell’ondata verde
Come siamo arrivati fin qui?
Deregulation e attacco contro la democrazia ambientale
L’ecologia politica di fronte alla sfida della sua espansione sociale
Prospettive post-coloniali: ecologismo, repressione e resistenza
Michitake Aso
Sviluppo e potere dello Stato
Lavoro, salute e ambiente
L’imperalismo verde post-coloniale
Ripensare la resistenza e l’autorità
Contraccolpi dell’estrattivismo verde
Marta Conde, Diego Andreucci
I metalli della decarbonizzazione: rame, nickel, litio
I paradossi dell’estrattivismo verde
L’avanzata dell’autoritarismo e la strumentalizzazione della crisi ecologica
Eve Darian-Smith
Le tre caratteristiche comune dei liberalismi autoritari
La messa in riga dei manifestanti
L’esacerbazione del razzismo ambientale
SECONDA PARTE
LE PAROLE DEL GREENBACKLASH
“Gli ecologisti sono catastrofisti!”
Luc Semal
L’allarme ecologista e la reazione anti-catastrofista
Cosa si rimprovera agli ecologisti catastrofisti?
Per degli studi empirici del catastrofismo ecologista
“Il progresso non si ferma!”
François Jarrige
Rilanciare il progresso
Alle origini di uno “strano gergo”
Ambivalenze. Diversità di percorsi
“L’ecologia contro il lavoro e il sociale”
Renaud Bécot, Marie Ghis Malfilatre
L’Aia, una critica sindacale che si è progressivamente estinta
Un backlash pernicioso nei conflitti sulla regolamentazione degli utilizzi dell’amianto
Defatalizzare il backlash, rendere visibili le lotte coniugando giustizia sociale e ambientale
“L’ecologia è una roba per radical-chic”: la transizione ha un problema di classe?
Sarah-Maria Hammou
L’esperienza del razzismo ambientale
L’ecologia degli altri
Il mille volti dell’impegno
Dal nimbismo allo zadismo : (s)qualificare le opposizioni alle grandi opere
Léa Sébastien
Moltiplicazione dei conflitti, intensificazione della denigrazione
Opporsi ai progetti di “transizione ecologica”: dal greenwashing al greenbacklash
Verso un ritorno alla candela? Il nucleare di fronte ai suoi “affossatori”
Markku Lehtonen
“È colpa degli ecologisti”
La “lobby anti-nucleare”: un capro espiatorio troppo comodo?
Le promesse dei piccoli reattori modulari
“Il biologico non sfamerà il mondo”. Il backlash istituzionalizzato dell’agricoltura biologica
Ève Foilleux, Isabelle Goldringer
Biologico o meno, nutrire il mondo non è la vocazione dell’agricoltura francese
Un backlash istituzionalizzato ad opera delle politiche pubbliche
Uscire dalla nicchia: il biologico come opzione agronomica e sociale
“Ecologia punitiva”: 50 sfumature di stereotipi
Guillaume Carbou, Laure Teuillères
Cosa sta a indicare la “punizione”?
Ritorcere l’argomento della sanzione
TERZA PARTE
GLI ATTORI E LE STRATEGIE DEL GREENBACKLASH
Ciò che lo scientismo fa alle (scienze) terrestri
Jérôme Santolini, Isabelle Stengers
C’era una volta lo scientismo
Ma di quale “scienza” si parla?
Tecno-soluzionismo, nuovo abito dello scientismo
Il mercanti di dubbi contro i saperi critici
“Lobbying”: un gioco di specchi e di cortine fumogene
Sylvain Laurens, Stéphane Foucart
Un lavoro di equipe
“Tutto il mondo fa lobbying”: ma davvero?
Quando l’interesse del privato diventa il discorso pubblico
Dei mezzi di comunicazione di massa contro l’ecologia?
Anne-Claude Ambroise-Rendu, Steve Hagimont
Squalificare e maltrattare la causa
Gli alfieri mediatici dell’anti-ecologismo
Le reazioni nel mondo dei media per controbattere il backlash
L’ambiente, causa perduta dei poteri pubblici
Clémence Guimont, Gabrielle Bouleau
L’ambiente marginalizzato
La gestione pubblica minimizza l’ampiezza delle crisi ambientali nel momento stesso in cui le aggrava
La denigrazione dei climatologi: attaccare gli scienziati del clima
Christophe Cassou
La parola pubblica del climatologo esposta ad essere presa come bersaglio
Un modo disinvolto di rovesciare gli argomenti della transizione
Dentro una trappola: dei governi e forse delle lobby della geo-ingegneria
Smontare il diritto dell’ambiente
Jean Bérard
Un diritto senza applicazione
I poteri dell’amministrazione
Che fanno le polizie?
Repressione: la criminalizzazione dei movimenti ecologisti
Gaspard d’Allens, Lucien Thabourey
Quando le mobilitazioni per il clima erano risparmiate
Una repressione che dal 2020 si amplifica ovunque in Europa
Come si spiega questo giro di vite?
Industriali e ambienti d’affari: tra attacchi frontali e compromessi impossibili
Olivier Petitjean
Le imprese e i loro portavoce
Ostruzionismo e capitalisti verdi
Compromesso impossibile
L’agro-industria e i suoi alleati
Gaspard d’Allens, Léna Humbert
Un’omertà sulle sfide agro-ecologiche
L’ecologia come nemico tutelare
Dalla vittimizzazione alla fascistizzazione dell’agro-industria
1 Brian Brivati, “Israël, Iran and the US: why 2025 is a turning point for the international order”, The Conversation, 16.6.2025.
2 Théo Mouraby, “‘Les écologistes veulent interdire le comté’: radiographie d’une fausse information du Figaro alimentée par les médias Bolloré”, Vert, 25.5.2025.
3 Audrey Garric, Mathilde Gérard, Matthieu Goar, Stéphane Mandard et Léa Sanchez, “Sur l’écologie, un grand rénoncement à l’œuvre en France et dans le monde”, Le Monde, 14.3.2025.
4 Ad esempio nel Ministero dell’Insegnamento superiore e della ricerca: “Patrick Hetzel présente sa feuille de route”, comunicato stampa, 19.11.2025.
5 Nathalie Tocci, “After two years of real progress on climate, a European “greenlash” is brewing”, The Guardian, 12.7.2023; ““Greenlash”: Why it’s getting harder to pass environmental reforms in the EU”, Euronews (Reuters), 13.8.2023; Elisabetta Cornago, “How to minimise the ‘greenlash’”, Centre for European Reform, 18.12.2023.
6 Construire l’écologie, “Greenblaming – La construction de l’épouvantail écologique”, nota di analisi, 23.1.2024.
7 Ad esempio: Manon Loisel, Nicolas Rios, “Le backlash écologique qui vient: réflexions sur les municipales 2026”, La Grande Conversation, 3.3.2025; Lucien Thabourey, “Vous avez dit “backlash écologique”?”, AOC, 8.4.2025; “Écologie: l’heure du backlash”, L’ADN, 2.10.2024; “Y a-t-il un backlash écologique ?”, La Terre au carré, France Inter, 2.6.2024.
8 Michel Forst, relatore speciale delle Nazioni unite sui difensori dell’ambiente, “Répression des militants écologistes: une menace pour la démocratie”, 28.2.2024; Greenpeace France, “Répression contre les militants écologistes: la preuve par 4”, 20.4.2023.
9 Émilie Petit (Blast); Gaspard d’Allens (Reporterre); Aude Cazorla (Reporterre), Ad esempio: “Entre répression et criminalisation, les militants écologistes dans l’œil du cyclone”, Blast, 17.12.2021; “”Éco-terrorisme”, un mot prétexte contre la lutte écologique”, Reporterre, 3.11.2022; “Comment la presse de droite construit ‘l’ennemi écolo’”, Reporterre, 21.6.2023.
10 Susan Faludi, Contrattacco. La guerra non dichiarata contro le donne, Milano, Dalai, 1997.
11 Andrew Rowell, Green Backlash: Global Subversion of the Environmental Movement, Londres, New York, Routledge, 1996; Jacqueline Vaughn, Green Backlash: The History and Politics of the Environmental Opposition in the US, Boulder, CO, L. Rienner Publishers, 1997.
12 Greenwashing. Manuel pour dépolluer le débat public, a cura di Aurélien Berlan, Guillaume Carbou, Laure Teulières, Paris, Seuil, 2022.
13 Patrick Boucheron, “Derrière le “backlash” réactionnaire, le désir de vengeance contre les progressistes”, Le Monde, 12.4.2025.
14 “Transition écologique: plus facile à dire qu’à faire ?”, L’esprit public, France Inter, 9.6.2024.
15 “Extinction Rébellion: cinq ans après son lancement en France, un constat d’échec ?”, The Conversation, 6.1.2025.
16 Serge Audier, La Société écologique et ses ennemis. Pour une histoire alternative de l’émancipation, Paris, La Découverte, 2017.
17 Jean-Baptiste Comby, La Question climatique, Paris, Raisons d’agir, 2015.
18 Fatima Ouassak, Per un’ecologia pirata. E saremo liberi, Napoli, Tamu, 2024.
19 Parlons Climat, “‘Backlash’ écologique: attention à la prophétie auto-réalisatrice”, 20,3,2025.
20 Guillaume Blanc, La Nature des hommes. Une mission écologique pour “sauver” l’Afrique, Paris, La Découverte, 2024.
21 Jean-Baptiste Comby, Écolos mais pas trop… Les classes sociales face à l’enjeu environnemental, Paris, Raisons d’agir, 2024.
22 Matthias Schmelzer, The Hegemony of Growth. The OECD and the Making of the Economie Growth Paradigm, Cambridge, Cambridge University Press, 2016.
23 Yannick Mahrane et Christophe Bonneuil, “Gouverner la biosphère. De l’environnement de la guerre froide à l’environnement néolibéral”, in Le Gouvernement des technosciences, a cura di Dominique Pestre, Paris, La Découverte, 2014.
24 Grégoire Chamayou, La Société ingouvernable. Une généalogie du libéralisme autoritaire, Paris, La Fabrique, 2018.
25 Andrew Rowell, Green Backlash: Global Subversion of the Environmental Movement, op. cit
26 Timothy Mitchell, “Economentality: How the Future Entered Government”, Critical Inquiry, vol. 40, n’ 4, 2014, p. 479-507.
27 Bruno Latour parlava di “separatismo” di una parte delle elite: Où atterrir ? Comment s’orienter en politique, Paris, La Découverte, 2017.
28 Guillaume Carbou, Marie-Anne Verdier, “L’impossible récupération de la critique écologique par le capitalisme: l’hypothèse de la défétichisation de la marchandise”, Revue de philosophie économique, vol. 23, 2022/2, p. 101-134.
29 Arnaud Miranda, “Curtis Yarvin, idéologue du trumpisme et de la fin de la démocratie”, The Conversation, 23.3.2025.
30 Daniel Lindvall, Mikael Karlsson, “Exploring the democracy-climate nexus: a review of corrélations between democracy and climate policy performance”, Climate Policy, 24(1), 2023, p. 87-103.
31 Quinn Slobodian, Il capitalismo della frammentazione. Gli integralisti del mercato e il sogno di un mondo senza democrazia, Torino, Einaudi, 2023.
32 Philippe Olivier, France Culture, Journal de 12 h 30, 8.2.2025. “Decrescita” era inteso qui sicuramente in un senso peggiorativo, come sinonimo di recessione. La decrescita designa al contrario un funzionamento dell’economia liberato dall’imperativo della crescita economica e in cui la “recessione” non ha più senso. L’Europa non ha scelto né la recessione né la decrescita.
33 Michel Feher, Producteurs et parasites. L’imaginaire si désirable du Rassemblement national, Paris, La Découverte, 2024; Giuliano da Empoli, Gli ingegneri del caos, Venezia, Marsilio, 2025; David Chalavarias, Toxic Data. Comment les réseaux manipulent nos opinions, Paris, Flammarion, 2022.
34 Naomi Klein, Astra Taylor, “The rise of end times fascism”, The Guardian, 13 avril 2025.
35 Sylvie Laurent, Ugo Palheta, “Fascisme, Race et Capital: ce qu’il faut savoir et attendre de Trump”, Spectre, “Minuit dans le siècle”, podcast n° 34.
36 Andréas Malm, “Pire que la catastrophe climatique ? La catastrophe climatique + le fascisme”, Contretemps, 5.7. 2021.
37 Michel Feher, Producteurs et parasites. L’imaginaire si désirable du Rassemblement national, op. cit.

