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Il contesto: l’agricoltura chimica «sul banco degli imputati» dell’inquinamento
Il presente contributo, estratto di un lavoro di ricerca dottorale in fase di conclusione1, propone un approfondimento delle posizioni tenute dalle principali organizzazioni agricole (Coldiretti, Confagricoltura, Confederazione italiana coltivatori, Federazione lavoratori agro-industria-CGIL) in merito al referendum abrogativo del 3 e 4 giugno del 1990. In occasione di quella tornata referendaria i cittadini italiani furono chiamati alle urne per esprimersi sulla legge che disciplinava le procedure di immissione in commercio dei pesticidi chimici2. Nello specifico, alcune delle più importanti sigle ambientaliste (Lega per l’Ambiente, WWF, Italia Nostra, Greenpeace, Amici della Terra, Kronos 1991) lanciarono nella primavera del 1989 una raccolta firme per l’indizione di un referendum abrogativo del comma H dell’art. 5 della legge 283 del 1962, il provvedimento che regolamentava da quasi trent’anni la materia fitosanitaria in Italia3.
L’iniziativa referendaria si inseriva nel frangente storico della seconda metà degli anni ’80, periodo durante il quale le implicazioni ambientali causate dal massiccio impiego di fertilizzanti e pesticidi sintetici attirarono l’attenzione dell’opinione pubblica come mai prima. In particolare, il biennio 1986-87 ha rappresentato un momento di cesura nella storia del riconoscimento pubblico delle distorsioni ecologiche prodotte dalla chimicizzazione intensiva dell’agricoltura italiana4. A partire dalla primavera del 1986, alcune amministrazioni locali della Lombardia condussero attività di monitoraggio in applicazione del DPCM dell’8 febbraio 1985, con cui il governo italiano aveva recepito la Direttiva comunitaria n. 778 del 1980 sulla qualità delle acque destinate al consumo umano. La Direttiva aveva fissato il limite massimo di 0,1 mg/l per ogni singola molecola di pesticida presente nelle falde acquifere e di 0,5 mg/l quando erano compresenti più principi attivi. I controlli effettuati sulle falde sotterranee restituirono dati allarmanti, furono infatti rinvenuti residui dei principali diserbanti impiegati nelle monocolture risicole e maidicole della pianura padana (atrazina, simazina, bentazone, molinate) con quantitativi di gran lunga superiori ai suddetti limiti di legge. L’accertamento della vasta contaminazione dei corpi idrici lombardi sollecitò enti ed autorità sanitarie locali ad avviare controlli più approfonditi, specie nelle regioni della pianura padana, dove si concentrava il segmento più industrializzato del settore agricolo italiano. Il quadro emerso alla fine del 1987 era disastroso: l’Istituto Superiore di Sanità aveva certificato che due milioni di persone in 326 comuni localizzati nelle regioni padane, nel Friuli e nelle Marche erano servite da acque non conformi alla Direttiva CEE per via dell’elevata presenza di tracce di diserbanti, in particolare del principio attivo atrazina5.
La situazione emergenziale spinse il governo italiano a sospendere in via temporanea i parametri di sicurezza individuati da Bruxelles, ritenuti eccessivamente cautelativi, e ad innalzare quindi il limite massimo ammesso di atrazina nelle acque da 0,1 a 1 mg/l6. L’ordinanza emanata dal ministro Costante Degan fu poi riproposta a più riprese dal suo successore, Carlo Donat Cattin, nelle fasi successive dell’emergenza, tramite due ordinanze del 22 dicembre 1986 e del 3 aprile 1987 che innalzarono ulteriormente i limiti previsti per l’atrazina a 1,7 mg/l fino al 31 marzo 19887.
Le reiterate revisioni governative dei limiti massimi ammissibili di sostanze chimiche nelle acque costituirono uno degli aspetti più controversi della vicenda atrazina, innescando accese polemiche tra governo, movimenti ambientalisti e sindacati e organizzazioni di categoria dell’agricoltura. A fronte di queste tensioni, le organizzazioni professionali dovettero misurarsi in modo più incisivo con il dibattito attinente alla transizione verso le pratiche agricole biologiche8 e alla progressiva riduzione dell’uso dei formulati chimici nelle operazioni fitopatologiche. Sino alla metà degli anni ’80, i sindacati agricoli si erano infatti mobilitati in prevalenza sui nodi sanitari della nocività delle lavorazioni agrochimiche, affiorati in modo crescente nelle campagne italiane dal secondo dopoguerra in poi.
La vertenza atrazina diede il via a un inedito confronto tra la galassia ambientalista e le rappresentanze del composito mondo rurale, che raggiunse il suo momento apicale proprio durante la campagna referendaria del 1990. Come vedremo, in quell’occasione i principali sindacati agricoli oscillarono tra significativi slanci di innovazione e atteggiamenti conservatori di netta chiusura nei riguardi delle rivendicazioni avanzate dagli ambientalisti.
La campagna referendaria e le posizioni delle organizzazioni agricole
Nel 1989 gli ambientalisti perseguirono la strategia referendaria sulla questione pesticidi, convinti che la consultazione popolare rappresentasse l’unico efficace strumento di pressione sui partiti per ottenere una profonda riforma della normativa fitosanitaria in vigore9. Qualora il citato articolo della legge 283/1962 fosse stato abrogato, il governo sarebbe stato infatti costretto a rivedere alcuni aspetti fondamentali dell’impianto legislativo relativo ai fitofarmaci.
In aggiunta alle polemiche mai sopite sulle citate revisioni dei limiti massimi di tolleranza dei pesticidi nelle acque, gli ecologisti lamentavano anche i notevoli ritardi attuativi del «Piano nazionale di lotta fitopatologica integrata», un progetto presentato dal ministero dell’Agricoltura e Foreste nel 1987 e finalizzato a ridurre entro il 1990 i consumi di pesticidi del 30-50% attraverso l’attivazione di programmi di lotta integrata e biologica10.
Un’altra recriminazione avanzata in quegli stessi anni dal fronte ambientalista riguardava l’adozione del cosiddetto «quaderno di campagna», una scheda su cui ogni agricoltore avrebbe dovuto registrare i trattamenti fitosanitari effettuati. Il quaderno, proposto dal ministero della Sanità, si configurava dunque come un utile strumento per quantificare l’effettiva immissione di sostanze chimiche nelle campagne italiane. L’entrata in vigore del provvedimento andò incontrò a una serie di proroghe prima che l’iniziativa si arenasse definitivamente nel 1989 per via della ferma opposizione palesata proprio dalle organizzazioni professionali11. I sindacati considerarono infatti il quaderno uno strumento coercitivo e punitivo nei confronti della componente più debole della filiera agroalimentare, quella contadina. Le rappresentanze agricole rigettarono l’etichetta di soggetti inquinatori affibbiata agli agricoltori dal sistema mediatico e dagli ambientalisti, riversando le principali responsabilità dell’inquinamento chimico delle zone rurali sulle industrie produttrici dei formulati sintetici.
Le associazioni ecologiste e i Verdi decisero perciò di intraprendere la strada della consultazione referendaria, poiché frustrati dall’atteggiamento remissivo mostrato dai governi del pentapartito nei confronti delle potenti organizzazioni professionali, in particolar modo della Coldiretti e della Confagricoltura. Fin dalle prime battute della campagna referendaria la Lega per l’Ambiente attaccò frontalmente le citate organizzazioni datoriali, accusate di essere «cointeressate» alla vendita di formulati chimici attraverso la Federconsorzi12. Sotto la sede nazionale della federazione dei Consorzi agrari, il potente organismo che gestiva con forme quasi monopolistiche la filiera di produzione e distribuzione dei pesticidi in Italia13, fu provocatoriamente recapitato nel maggio del 1989 un camion pieno di letame «per fare arrivare il messaggio che nei campi abbiamo bisogno più di sostanza organica e meno di chimica»14.
Arcangelo Lobianco, successore di Paolo Bonomi alla guida della Coldiretti, accusò gli ambientalisti di voler «mettere sul banco degli accusati i coltivatori», operatori che, al contrario, erano «vittime» di un sistema produttivo che li aveva «sballottati come palline di ping-pong» tra le richieste di «superproduzione per far fronte alle esigenze di consumo crescenti» e le «nuove sollecitazioni per una produzione di «qualità». Lobianco riteneva che la transizione verso l’agricoltura biologica auspicata dagli ecologisti avrebbe implicato un insostenibile aumento dei costi sia per gli agricoltori che per gli stessi consumatori, e lanciò una sfida ai promotori della consultazione dichiarando «e ora…giochiamo a fare l’agricoltura all’antica»15.
Tra le organizzazioni professionali, soltanto la FLAI-CGIL sostenne apertamente il comitato referendario nella raccolta delle firme, distribuendo manifesti che recitavano «meno pesticidi uguale più salute e più lavoro. Firma anche tu per un’agricoltura ecologica»16. La posizione assunta era coerente con il percorso di costituzione della FLAI, nata nel 1987 dalla fusione tra Federbraccianti17 e FILZIAT (Federazione italiana lavoratori dello zucchero, delle industrie alimentari e del tabacco). Nel documento presentato in occasione del congresso costitutivo i due sindacati avevano infatti sostenuto che la produzione agricola dovesse perseguire «la salvaguardia della salute e dell’ambiente, nonché la sostituzione di sostanze impiegate e di processi e sistemi produttivi nocivi e inquinanti, come una necessità ineludibile»18.
Gli ecologisti ricevettero il supporto nella raccolta delle firme necessarie per richiedere il referendum anche da Verdi, Radicali, PCI, Democrazia Proletaria e federazione giovanile socialista. Nonostante l’immediato sostegno garantito dalla segreteria nazionale del PCI all’iniziativa19, non tutto il partito seguì le indicazioni provenienti da Roma. Infatti, in alcune regioni rosse come Toscana, Emilia-Romagna e Umbria, molti tesserati al partito, soprattutto i cacciatori, fecero apertamente propaganda astensionista20.
Nell’arco di pochi mesi l’iniziativa ambientalista riuscì a mobilitare «uno schieramento partecipe e diretto sulla questione pesticidi» di dimensioni del tutto nuove21, difatti già il 15 luglio del 1989 il comitato promotore consegnò le 900.000 firme raccolte per l’indizione del referendum alla Corte costituzionale, organo che il 18 gennaio del 1990 ammise il quesito al voto22.
La Coldiretti si attivò in modo immediato contro «l’ingiusta criminalizzazione dell’agricoltura» e lo «scenario da caccia alle streghe» voluto dal «massimalismo ambientalista». Accanto alla demonizzazione del voto referendario, ritenuto tutt’altro che risolutivo dei problemi ambientali del settore agricolo, la Coldiretti intese disinnescare l’attivismo ecologista promuovendo un programma di «controllo degli impatti ambientali nell’impiego dei mezzi chimici» a favore dei propri associati. La Coldiretti invitò esplicitamente i propri iscritti ad astenersi per affossare il referendum, considerato un’«inutile scappatoia, una strada senza uscita» che avrebbe sostituito la legislazione nazionale con quella comunitaria «di gran lunga meno restrittiva»23.
Negli stessi anni, anche la Confederazione italiana coltivatori24 si stava impegnando nella strutturazione di una rete di servizi tecnici utili «per realizzare una produzione di qualità». Tra il 1987 e il 1989 erano state organizzate dalla Confcoltivatori attività di formazione professionale sulle pratiche di lotta integrata e biologica che raccolsero l’adesione di circa 5.000 coltivatori in tutto il paese25. Al pari della Coldiretti, anche la Confederazione era convinta che solo il Parlamento fosse nelle condizioni di risolvere le questioni relative al corretto uso dei fitofarmaci, mentre il referendum eludeva alcune problematiche di fondo26. Anche la dirigenza della Confagricoltura spinse affinché fosse rapidamente emanata una nuova disciplina legislativa in grado di evitare il voto27, sostenendo che la vittoria del sì avrebbe determinato un grave vuoto normativo e avrebbe perciò riempito «di prodotti stranieri trattati chimicamente i banconi dei supermarket»28.
L’auspicio delle associazioni datoriali fu raccolto dal governo, che predispose frettolosamente una riforma tesa a neutralizzare la consultazione popolare. Il disegno di legge governativo stabiliva nuovi criteri per la definizione dei limiti di tolleranza e degli intervalli temporali necessari tra il trattamento chimico e l’immissione in commercio degli alimenti. La proposta recepiva anche alcune richieste ambientaliste, prevedendo l’obbligo della ricetta per l’acquisto dei pesticidi e l’istituzione di un centro nazionale di documentazione degli effetti nocivi dei fitofarmaci. Verdi, PCI e Lega per l’Ambiente bollarono il provvedimento come una «truffa presentata in fretta e furia dopo anni di immobilismo» e annunciarono un duro ostruzionismo parlamentare all’iniziativa governativa29. L’opposizione degli ambientalisti e le tempistiche ristrette fecero naufragare l’approvazione del progetto di legge, cosicché a metà aprile il governo fu costretto a fissare per il 3 e 4 giugno successivi l’appuntamento referendario, al quale furono ammessi anche i due quesiti sulla caccia per cui erano state raccolte le firme necessarie.
La campagna elettorale partiva in un clima non favorevole alla causa ambientalista; infatti, in base a un sondaggio commissionato dal WWF nello stesso mese di aprile, solo il 9,7% degli italiani era a conoscenza della tornata referendaria del giugno successivo30. Nonostante il quesito oggetto di voto non implicava una messa a bando automatica e assoluta dei fitosanitari in Italia, il referendum fu percepito nell’opinione pubblica come un voto a favore o contro l’utilizzo dei pesticidi in genere. La campagna referendaria andò perciò incontro a una polarizzazione delle posizioni e a una costante strumentalizzazione della discussione, raramente centrata sul merito della questione. Il sistema mediatico smarrì spesso la precisione, estremizzando i termini della consultazione «come scelta radicale sul ricorso ai fitofarmaci» e cedendo «ad un’inesattezza tendenziosa (con intenti opposti) circa la definizione della norma da abrogare»31.
Cavalcando quest’onda, Coldiretti, Confagricoltura e Confcoltivatori rimarcarono i potenziali effetti deleteri causati dalla vittoria del sì. I vuoti giuridici in materia fitosanitaria, la perdita di competitività delle aziende italiane nel quadro comunitario e l’invasione di derrate alimentari estere avrebbero travolto l’agricoltura italiana. Le tre associazioni datoriali, concordi nel boicottare l’iniziativa ambientalista, diedero tuttavia tre indicazioni di voto differenti ai propri associati. La Coldiretti chiese espressamente di non andare a votare, la Confcoltivatori lasciò libertà di coscienza, pur invitando implicitamente a disertare le urne, mentre la Confagricoltura si schierò per il voto contrario32.
Più travagliato fu il dibattito interno alla FLAI-CGIL, che pure aveva raccolto le firme per indire il referendum. La dirigenza nazionale si espresse decisamente per il sì, «per liberare il paese dai veleni che lo strozzano», non lesinando critiche nei confronti dell’allora ministro dell’Agricoltura Calogero Mannino, il quale, avendo invitato a disertare le urne, confermava «un’antica subalternità ai complessi e forti interessi economici della Coldiretti». Secondo i dirigenti FLAI la vittoria referendaria avrebbe segnato addirittura una tappa di una «nuova riforma agraria» in grado di valorizzare una produzione attenta alla qualità piuttosto che alla quantità. L’indirizzo nazionale fu condiviso da dieci organizzazioni regionali (Lombardia, Piemonte, Liguria, Toscana, Veneto, Trentino, Abruzzo, Puglia, Sardegna e Campania), mentre alcune importanti federazioni regionali non si espressero chiaramente, come quella dell’Emilia-Romagna, e altre, come quella del Lazio, diedero indicazioni di voto contrario33. Stupisce la posizione assunta dalla FLAI emiliano-romagnola, erede di un’organizzazione, la Federbraccianti, che era stata tra le prime sigle a contestare l’impiego indiscriminato dei pesticidi per ragioni sanitarie. Probabilmente, l’agricoltura regionale aveva mantenuto un rapporto di dipendenza dai fitofarmaci tale da preoccupare anche gli associati locali della FLAI.
Al netto delle indicazioni provenienti dalle segreterie nazionali, l’orientamento della maggior parte degli agricoltori appariva abbastanza chiaro, specie nei contesti rurali a indirizzo monocolturale maggiormente soggetti a intensivi trattamenti chimici. Ad esempio, i produttori di nocciole della Tuscia viterbese, convinti che la vittoria del sì avrebbe bandito dall’oggi al domani l’impiego della chimica nelle campagne, espressero inquietudine per uno scenario che avrebbe causato «l’ira di Dio» tra gli agricoltori34.
Il livello di industrializzazione raggiunto in alcuni comprensori rurali aveva sedimentato negli agricoltori il timore che l’irreversibile dipendenza dai pesticidi sarebbe stata minata dalla vittoria referendaria. Gran parte delle rappresentanze sindacali agitò proprio lo spettro di un’agricoltura privata di questi strumenti in caso del successo ambientalista, condizionando pesantemente l’esito elettorale nelle zone rurali del paese.
I risultati referendari e la sconfitta ambientalista
La chiusura delle urne certificò un fatto storico: per la prima volta dalla nascita della Repubblica un referendum abrogativo non aveva raggiunto il quorum. Soltanto il 43,1% degli aventi diritto si recò a votare, «mai così pochi» nella storia recente del paese35. Il sì al quesito sui pesticidi ottenne il 93,5%, un dato plebiscitario che tuttavia «non servì a nascondere la sconfitta del movimento ecologista»36. Il quorum fu superato sul filo del rasoio nell’Italia settentrionale, dove votò il 50,5% del corpo elettorale, mentre al Centro tale percentuale non raggiunse il 40% per sprofondare nel Mezzogiorno al 34%. Il picco di votanti si registrò in Veneto (55,1%), mentre in Umbria si recò a votare poco più di un quarto degli elettori (26,2%).
Si era registrata una tendenza pressoché omogenea su tutto il territorio nazionale: l’affluenza nelle città era stata di gran lunga superiore a quella registrata nei comuni della provincia, con differenze percentuali che toccavano anche i 14 punti37. Questo andamento elettorale interessò anche Lombardia e Piemonte, le due regioni maggiormente colpite dalla contaminazione delle falde da diserbanti, nei cui capoluoghi di provincia il numero di votanti superò ovunque di dieci punti percentuali l’affluenza raggiunta nelle zone rurali38. Se consideriamo i dati disaggregati su base provinciale il voto referendario mostra una situazione magmatica, non facilmente decifrabile e non riconducibile alla classica dicotomia Nord-Sud. Mentre in alcune province del Mezzogiorno in cui erano localizzate zone serricole e ortofrutticole la percentuale di votanti fu abbastanza elevata (45,2% a Matera, 43,4% a Bari, 42,7% a Ragusa, 41% a Salerno), la partecipazione fu sorprendentemente bassa in alcune realtà territoriali come la Toscana e l’Emilia-Romagna, attive da tempo nella programmazione di iniziative di tutela ambientale e sanitaria nell’ambito fitosanitario. In tutta la Toscana votò soltanto il 34,2% degli aventi diritto, mentre l’affluenza nelle province di Forlì e Ravenna fu inferiore al 40%, nonostante la Romagna fosse da tempo oggetto di studi per le ipotetiche correlazioni tra uso dei pesticidi ed elevati tassi tumorali. Sull’astensionismo dilagante della Toscana influì la citata spaccatura interna al PCI, infatti, negli ultimi giorni della campagna elettorale alcuni militanti e dirigenti locali avevano minacciato di strappare la tessera e addirittura «di sacrificare qualche giunta di sinistra sull’altare del referendum»39.
Al contrario, nel Polesine e nel padovano, territori in cui si erano mobilitati diversi comitati locali contro i pesticidi nelle acque, si raggiunse il record nazionale di affluenza – superiore al 62% – percentuale raggiunta anche nella città di Ferrara. Irrisorio fu il numero di votanti nelle province di Bergamo (29,2%) e Brescia (24%), duramente colpite dall’emergenza atrazina, ma sulla cui affluenza influirono gli alti livelli occupazionali garantiti dalle fabbriche di armi per la caccia40.
Le motivazioni principali dell’insuccesso ambientalista vanno rintracciate nei timori contadini sulla presunta «abolizione» dei pesticidi nei processi produttivi, una condizione che avrebbe pesantemente condizionato la competitività del settore primario italiana con l’estero41. La scarsa partecipazione al voto nelle province, su cui agì in modo rilevante anche la diffusa contrarietà sui due quesiti relativi alla caccia, fu salutata con «una certa soddisfazione» anche nei territori colpiti duramente dall’emergenza idrica negli anni precedenti42.
Le organizzazioni di categoria, che accolsero il risultato con «euforia» e «accenti trionfalistici», attaccarono gli «improvvisati difensori dell’ambiente» per l’improvvida scelta di rimettere al voto popolare le scelte complesse in materia fitosanitaria, rilanciando comunque il loro impegno nel discutere in sede parlamentare una «organica e valida legge che consenta un uso corretto della chimica in agricoltura»43. A seguito della sconfitta referendaria, il dibattito su questi temi ritornò, dunque, nelle aule parlamentari.
Conclusioni
La mobilitazione referendaria sui pesticidi, pur conclusasi in una disfatta, segnalò comunque alla politica nazionale la diffusa esigenza di un’agricoltura più sana avvertita da pezzi importanti della società. Le organizzazioni agricole riconobbero in modo pressoché generalizzato la necessità di rivedere il modello di lotta fitosanitaria incardinato sul solo impiego della chimica. La spinta dell’opinione pubblica e le nuove domande di consumo alimentare incentrate sulla qualità dei prodotti stimolarono le associazioni di categoria a sviluppare inediti programmi di agricoltura biologica e integrata. Tuttavia, le stesse organizzazioni rigettarono fermamente le critiche ecologiste sulle responsabilità inquinanti degli agricoltori e vincolarono l’apertura verso il biologico all’ottenimento di alcune garanzie di natura economica a tutela degli interessi della categoria.
Una notevole accelerazione nei processi di transizione verso il biologico sarebbe stata impressa a partire dal 1992, grazie ai primi programmi comunitari di sostegno economico alle pratiche agricole ecocompatibili44. Tale processo, nonostante i notevoli avanzamenti, non è ancora stato portato a pieno compimento, sia in Italia che nello spazio europeo, come ha dimostrato la recente «protesta dei trattori», imperniata sul rifiuto categorico della strategia Farm to Fork elaborata dalla Commissione europea nell’ambito del Green Deal, che prevedeva il dimezzamento d’uso dei pesticidi chimici entro il 2030.
Tale contributo ha inteso dunque aprire una riflessione sulle persistenti problematiche ambientali caratterizzanti il settore agricolo, nonché sulle strategie adoperate dalle organizzazioni dei lavoratori del comparto, un ambito di ricerca ancora scarsamente frequentato in Italia.
1 La ricerca è stata svolta all’interno del corso di Dottorato in Scienze Storiche e dei Beni Culturali presso il Dipartimento di studi linguistico-letterari, storico-filosofici e giuridici dell’Università degli Studi della Tuscia (anni accademici 2022-25).
2 Furono oggetto di consultazione anche due quesiti relativi alla disciplina della caccia.
3 La norma riconosceva nel ministero della Sanità il soggetto atto a stabilire i limiti di tolleranza per ciascun prodotto autorizzato all’impiego fitosanitario nonché la definizione dell’intervallo minimo che sarebbe dovuto intercorrere tra l’ultimo trattamento chimico e la raccolta del prodotto. Legge 283/1962, Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande.
4 Su questo processo mi permetto di rinviare a: L. Centemeri, A. Agosta, Le scienze sociali e il «disastro lento» dei pesticidi: il contesto italiano e una proposta di agenda, in «Etnografia e Ricerca qualitativa», n. 2, 2025, pp. 356-78.
5 Ministero dell’Ambiente, Relazione sullo stato dell’ambiente, Roma, Istituto poligrafico dello Stato, 1989, pp. 106-7.
6 Ordinanza del ministero della Sanità del 25 giugno 1986. Divieto cautelativo nel territorio nazionale dell’impiego di presidi sanitari contenenti il principio attivo atrazina.
7 C. Giupponi, The substitution of hazardous molecules in production processes: the atrazine case study in Italian agriculture, in «Fondazione ENI Enrico Mattei», nota di lavoro n. 35, 2001, p. 6.
8 Sul caso italiano si veda: A. Berton, La storia del biologico. Una grande avventura, Santarcangelo di Romagna (RN), Jaca Book, 2023
9 A.L. Farro, La lente verde: cultura, politica e azione collettiva ambientaliste, Milano, Franco Angeli, 1991, pp. 154-65.
10 Ministero dell’Agricoltura e Foreste, Il Piano nazionale di lotta fitopatologica integrata, Roma, 1987.
11 G. Covarelli, Quaderno di campagna bloccato, in «La Stampa», 16 luglio 1989.
12 C. Donnhauser, «Perché dire no ai fitofarmaci», in «La Stampa», 11 giugno 1989.
13 Sul rapporto tra Coldiretti e Federconsorzi: E. Bernardi, La Coldiretti e la storia d’Italia: rappresentanza e partecipazione dal dopoguerra agli anni Ottanta, Roma, Donzelli, 2020, pp. 65-80.
14 Intervento di C. Donnhauser, in Agricoltura inquinante o inquinata? Atti del 9. Congresso nazionale dei dottori agronomi e forestali: Caserta, 9 giugno 1989, Bologna, Edizioni agricole, 1990, p. 110.
15 Una scelta che non ci convince. Intervista a Lobianco, in «Il Mattino», 4 giugno 1989.
16 Il manifesto distribuito dalla FLAI-CGIL, realizzato dal pittore Luigi Guerricchio, è visionabile sul portale «manifestipolitici.it» al link: https://www.manifestipolitici.it/SebinaOpacGramsci/resource/firma-anche-tu-per-unagricoltura-ecologica-pesticidi-salute-lavoro/GRA00000890.
17 La Federbraccianti aveva organizzato in tempi sospetti, ovvero nel luglio del 1985, un incontro tematico sui nessi tra agricoltura, tutela ambientale e innovazione tecnologica. In quella sede la dirigenza nazionale della federazione aveva prospettato un paradigma di sviluppo basato sulla qualità delle produzioni e su un ridimensionamento dell’impiego dei formulati chimici, specie nelle zone monocolturali di pianura intensivamente lavorate. Federbraccianti-CGIL, Innovazione scientifica e tecnologica in agricoltura per l’occupazione, la tutela dell’ambiente e l’utilizzo delle risorse. Convegno nazionale di Napoli, 9-10 luglio 1985, Roma, Ediesse, 1985, pp. 11-8.
18 Archivio storico FLAI-CGIL, Fondo FILZIAT, b. 37, fasc. 18, Federbraccianti-Filziat, Congresso costitutivo della Federazione unica dei lavoratori del comparto Agro Industriale Alimentare. Temi per il dibattito congressuale. Roma 1° ottobre 1987, pp. 8-27.
19 Ora il PCI è ancora più verde, in «La Stampa», 18 aprile 1989.
20 A. Chimenti, Storia dei referendum: dal divorzio alla riforma elettorale, 1974-1999, Roma, Laterza, 1999, pp. 98-101.
21 F. Tellone, Ambiente e stampa. Vent’anni di articoli sulla stampa nazionale e analisi dei quattro maggiori quotidiani italiani, Lanciano (CH), Carabà, 2012, pp. 30-4.
22 M. Brando, Referendum, alle urne in primavera, in «l’Unità», 19 gennaio 1990.
23 Coldiretti, Protagonisti nel cambiamento. I valori, i progetti, le conquiste: 1990-1993. Roma, Federgraf, 1993, pp. 6-35; G. Martelli, E Lobianco promette: mobiliteremo duemila tecnici, in «Corriere della Sera», 4 febbraio 1990.
24 Sulla storia di questa organizzazione si rimanda a: E. Bernardi, F. Nunnari, L. Scoppola Iacopini, Storia della Confederazione italiana agricoltori: rappresentanza, politiche e unità contadina dal secondo dopoguerra ad oggi, Bologna, Il Mulino, 2013.
25 Confederazione italiana coltivatori, Agricoltura, chimica e ambiente: un rapporto equilibrato per la salute ed il progresso. Roma, 24 maggio 1989, Roma, Jasillo, 1989, pp. 17-65.
26 Riserve degli agricoltori sul referendum, in «La Stampa», 21 gennaio 1990.
27 G. Silei, Da proprietari a imprenditori. La Confagricoltura dagli anni Sessanta ad oggi, in La Confagricoltura nella storia d’Italia: dalle origini dell’associazionismo agricolo nazionale ad oggi, a cura di S. Rogari, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 651-834, p. 810.
28 G. Perego, “Questo referendum non s’ha da fare”, in «Corriere della Sera», 4 febbraio 1990.
29 M.G. Bruzzone, Una ricetta anche per i pesticidi, in «La Stampa», 10 febbraio 1990; V. Ciuffa, Pesticidi. Una legge per evitare il referendum, in «Corriere della Sera», 10 febbraio 1990.
30 G. Ballardin, Fallite le manovre anti-referendum. Su caccia e antiparassitari si voterà, in «Corriere della Sera», 19 aprile 1990.
31 F. Tellone, Ambiente e stampa, cit., pp. 36-46.
32 G. Perego, Pesticidi, l’ora della verità, in «Corriere della Sera», 27 maggio 1990; G. Pennacchi, Alle urne, tra partiti indifferenti, in «La Stampa», 28 maggio 1990.
33 M. Acconciamessa, «Mannino succube della Federconsorzi», in «l’Unità», 25 maggio 1990.
34 A. Di Robilant, Quell’erba bruciata sotto i noccioli. Nel Viterbese, tra i contadini costretti a usare diserbanti, in «La Stampa», 31 maggio 1990.
35 S. Di Michele, Il trionfo dell’astensione. L’Italia diserta le urne. Solo il Nord al 50%, in «l’Unità», 5 giugno 1990.
36 S. Luzzi, Il virus del benessere. Ambiente, salute, sviluppo nell’Italia repubblicana, Bari-Roma, Laterza, 2009, p. 194.
37 S. Di Michele, Il trionfo dell’astensione, cit.
38 A.M. Gandini-I. Tucci, Città e provincia, i due volti del referendum, in «Corriere della Sera», 5 giugno 1990; F. Marchiaro, Le campagne bocciano i referendum, in «La Stampa», 5 giugno 1990.
39 A. Chimenti, Storia dei referendum, cit., p. 101.
40 Tutti i dati sull’affluenza, disaggregati su base regionale e provinciale, sono reperibili sul portale del ministero dell’Interno «Eligendo», al link:
41 R. Ruffelli, Gli agricoltori: saremmo stati travolti dalle importazioni, in «Corriere della Sera», 5 giugno 1990.
42 M. Alfisi-G. Barberis, Il voto sui pesticidi dove scattò l’emergenza per l’acqua, in «La Stampa», 5 giugno 1990.
43 M.R. Calderoni, «I fitofarmaci non hanno fatto paura», in «l’Unità», 5 giugno 1990.
44 F. Sotte, La politica agricola europea. Storia e analisi, Firenze, Firenze University Press, 2023, pp. 76-7.

