Ambiente Tecnica Società. Rivista digitale fondata da Giorgio Nebbia

Crudeli fantasie di gente ben nutrita

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Questo saggio di George Monbiot, ambientalista, saggista e autorevole firma ambientale del quotidiano britannico “Guardian” è incentrato su un’aspra e puntuale critica di alcune posizioni ruraliste e ambientaliste estreme. Esso presenta tuttavia una serie di osservazioni di carattere generale che lo rendono interessante al di là della polemica specifica. Il saggio è stato pubblicato sul sito dell’autore il 14 ottobre 2023.

Il turismo vi vende la storia di ciò che ha distrutto. Esso promuove il “tradizionale” e ciò che “non cambia” e così facendo lo cambia. Come dice la vecchia battuta, “venite in quest’isola bella e incontaminata e contaminatela”. L’orologio inizia a girare a partire dal momento in cui la prima persona dice “senza tempo” e da lì in poi ciò che viene magnificato inizia a diventare l’ombra di sé stesso.

Cibo e agricoltura, attività che oggi in alcuni posti sono strettamente connesse col turismo, sono intrappolate in modo analogo in una tensione incessante tra realtà e rappresentazione. Non appena una regione comincia ad essere esaltata per il suo cibo, il gastroturismo accelera la sua gentrificazione. In un batter d’occhio le vecchie boulangeries, le boucheries e le fromageries vengono sostituite da boutique che vendono oggettistica per la casa e borse. A un certo punto tra di esse si fa strada una nuova ondata di rivendite alimentari specializzate che smerciano i vecchi prodotti a prezzi da boutique, raddoppiati ad ogni etichetta che li indica come “tipici”.

I prodotti sono reali, ma le storie di vita che stanno dietro e attorno a loro – l’economia contadina autonoma, l’ancestrale sussistenza tra boschi e praterie – vengono inquinate dallo stesso racconto che le diffonde. I dollari di turisti che essi attraggono internazionalizzano l’economia locale, convertono i fienili e gli edifici dove vengono ospitate le vacche, dove i grappoli vengono spremuti e il miele estratto in Airbnb e in seconde case. I pascoli sul fondovalle diventano campeggi di lusso o recinti per i pony. Il danaro generato dal mito del luogo “senza tempo” allontana gli abitanti del luogo dalla vita spartana decantata dalle etichette.

Allo stesso modo, per stare al passo con la domanda gastronomica l’agricoltura si intensifica sempre di più. Nella famosa regione francese di produzione del formaggio difficilmente vedrete al pascolo una vacca da latte: al contrario vedrete sempre più estensioni di granturco destinate al nutrimento animale. I turisti che passano pensano romaticamente che sia mais dolce destinato all’alimentazione umana (i francesi ne devono mangiare tanto!) e invece no: esso viene insilato per nutrire le vacche stipate in vasti capannoni d’acciaio che sono sorte come funghi dalla Bretagna alla Savoia, un’attività non meno brutale e industriale di qualsiasi altra. Il latte è trasportato con autobotti per centinaia di chilometri e le fiere commercializzano il formaggio da Dubai a Shanghai

Più procede il ciclo dell’intensificazione e più sono lunghe le teleconnessioni dell’economia “locale”, più il marketing diviene bucolico e “autentico”: piani ravvicinati di mani ruvide e sporche di terra, di polli che razzolano su prati ingentiliti dai ranuncoli, di ragazze in costume alla Heidi e di tutta la rimanente paccottiglia autofertilizzante dello Spettacolo.

Lo Spettacolo della Produzione

Tentare di rovesciare queste economie di scala non vuol dire abbandonarsi a un modo di vita più semplice, ma intraprendere una corsa consapevole e frenetica contro l’entropia: lode a chi ci riesce! Tra le molte altre cose abbiamo bisogno di piccoli produttori locali possibilmente capaci di utilizzare nuovi metodi di agroecologia ad alto rendimento. Dobbiamo sapere però che non si tratta di un’impresa adatta a spiriti deboli. Chi vi s’imbarca deve sapere che sta arrampicandosi su una scala mobile in discesa che accelera ogni anno di più. Il costo dei terreni, gli affitti delle case, i prezzi agricoli sempre più bassi, occasioni più favorevoli in altri settori: tutto congiura contro la sopravvivenza in questa vecchia e nuova economia e ancor più contro il suo successo. E si è sempre a rischio (rischio che qualcuno in effetti corre volentieri) di diventare la caricatura se stessi: il contadino re-inventato che si autopromuove nel circo dell’insaziabile Spettacolo.

Ovviamente ciascuno di noi in una certa misura si reinventa costantemente, siamo tutti consumatori di noi stessi. Tuttavia in pochi settori l’auto-invenzione è più intensa che in quelli che vengono etichettati come “autentici”.

Le “reinvenzioni bucoliche” hanno ben poche relazioni con ciò che dichiarano di essere. Quello che noi feticizziamo come “cibo contadino” è molto più ricco e più diversificato del cibo che i contadini mangiavano effettivamente un tempo, salvo forse che nei giorni di festa. Per la maggior parte delle persone la carne era un lusso, il formaggio era mangiato meno spesso di quanto immaginiamo e in molti posti delle insalate non c’era traccia. Le diete erano spesso inadeguate e erano carenti di componenti fondamentali come le proteine. Questo è uno dei motivi – insieme ad altri aspetti legati alla salute – per cui i rustici antenati di cui tanto vagheggiamo erano in media più piccoli e magri di noi.

Molti degli ingredienti “tradizionali” che oggi vengono considerati essenziali per cucinare – come i pomodori in Italia e i peperoni in Ungheria – fino a tempi sorprendentemente recenti erano sconosciuti a coloro le cui diete diciamo di onorare. Molte delle proteine, insufficienti com’erano, non venivano dal formaggio e dalla carne ma da varie zuppe di legumi. Oggi poche di queste specialità sono celebrate dai gastronomi.

Al contrario, per i ricchi che spendono cifre cospicue in quanto immaginano essere dieta contadina ogni giorno è un giorno di festa.

Terra dell’abbondanza

Noi, soprattutto, godiamo di un’eredità diversa, cioè dal miracolo di mezzo secolo in cui la fame è crollata a dispetto di un’epoca di popolazione crescente, miracolo che nel nostro mondo ricco raramente siamo disposti ad ammettere tanto è il confort che ci ha concesso. Sessanta o settant’anni fa questo risultato sarebbe stato considerato impossibile.

Ci sono tre cose sulle quali penso possiamo tutti concordare. Primo, che questo miracolo ha avuto con grandi costi ambientali. Esso è basato su nuove varietà molto esigenti che possono sopravvivere solo grazie a un uso massiccio di sostanze chimiche, a un consumo insostenibile di acqua e a pratiche che accelerano la degradazione dei suoli. In secondo luogo esso comporta pesanti conseguenze sociali e politiche tra cui il land grabbing, la privatizzazione delle terre, un potere crescente delle grandi imprese globali e una forte concentrazione. Infine il fatto che alla fine esso non sta riuscendo più a mantenere le sue promesse: la sottonutrizione globale è cresciuta da 613 milioni di persone nel 2019 a 735 nel 2022.

Le cause più immediate di questa parziale inversione di tendenza sono state il Covid e l’invasione dell’Ucraina, ma ci sono anche tre questioni più strutturali e sempre più allarmanti: il progressivo impoverimento di risorse cruciali come il suolo e l’acqua, diversi shock che hanno colpito la produzione agricola e la perdita di resilienza sistemica della catena globale del cibo.

In tal modo la questione – una delle questioni cruciali del nostro tempo – che si pone è come nutrire una popolazione destinata probabilmente a crescere fino a 9 o 10 miliardi di persone verso il 2050 prima di iniziare a declinare, e a farlo in modo affidabile, equo e ambientalmente sostenibile. In altre parole, come possiamo nutrire il mondo senza divorare il pianeta che è l’argomento del mio libro Regenesis.

Come ho potuto osservare nel libro di vie di uscita possibili ce ne sono diverse, ma ciò che non è possibile è tornare indietro. Se dovessimo restaurare i sistemi agricoli di 60 o 70 anni fa – un’epoca in cui molti erano profondamente pessimisti sulla capacità di nutrire l’umanità e pronosticavano grandi mortalità per fame – le loro previsioni si realizzerebbero. Perché? Perché allora la produttività era molto più bassa di quanto sia oggi. Nel 2023 un mondo di 8,1 miliardi di persone soffre molto meno la fame di quanto non la soffrisse il mondo di 3,2 miliardi dell’anno della mia nascita, il 1963.

Fermiamoci un attimo a riflettere su questo aspetto, perché si tratta di una delle più notevoli, e stranamente meno considerate, trasformazioni del nostro tempo.

I numeri dei morti per fame furono particolarmente alti negli anni Sessanta a causa del Grande Balzo Indietro cinese. Si stima che nel corso di quel decennio 16,6 milioni di persone morirono a causa di carestie a confronto di 8,8 milioni negli anni Cinquanta e 3,4 milioni negli anni Settanta. Ma rispetto ai tempi più recenti 3,4 milioni sono una cifra stratosferica. Tra il 2010 e il 2016, il periodo più recente per il quale abbiamo dati affidabili, soltanto 255.000 persone sono morte per questo motivo, tutte in Somalia. Dopo di ciò abbiamo avuto quattro carestie importanti: Yemen, Sudan meridionale, ancora Somalia e Tigré dove il totale dei morti è stato di qualche centinaio di migliaia. In tutti questi casi la carestia è stata provocata da conflitti armati. Oggi le carestie sono oltretutto molto meno diffuse di una volta e tendono a rimanere confinate in una nazione o una provincia alla volta invece di estendersi a zone più vaste.

Per comprendere appieno quanto sia stato stupefacente questo declino dobbiamo guardare al tasso di mortalità per fame in rapporto alla popolazione totale. Cento anni fa questo tasso era di 82 persone su 100.000. Negli anni Trenta era sceso a 56, negli anni Quaranta era di 79, nei Cinquanta di 32, nei Sessanta di 50, nei Settanta di 8,4 e oggi è di 0,5. In nessun periodo della storia a noi conosciuto le carestie sono state meno letali.

Un trend simile si registra per le morti per malnutrizione che sono declinate con una certa regolarità da 665.000 nel 1990 a 212.000 nel 2019.

Cosa c’è dietro questo formidabile cambiamento? Le ragioni sono molteplici, ma permettetemi di soffermarmi su due tra le più importanti. Una è la molto maggior disponibilità di cibo per persona. Anche questo è un fenomeno notevole. Our World in Data, sito specializzato nel raccogliere questi dati globali, mostra come tra il 1961 e il 2014 la produzione mondiali di cereali è cresciuta del 280%. Questo aumento rappresenta il doppio dell’aumento della popolazione nel medesimo periodo, che è stato del 136% ed è stato ottenuto quasi totalmente attraverso un aumento dei raccolti per ettaro.

Un’altra ragione è stato il trasporto del cibo su lunga distanza, una cosa contro la quale molti di noi si sono battuti ma che – con tutti i suoi aspetti negativi – dà un contributo essenziale alla diminuzione della fame. Il motivo è semplice: se c’è una stagione sfavorevole oppure un completo fallimento del raccolto in un posto, oggi il cibo può essere dirottato da regioni che hanno un surplus o per vie commerciali o grazie a programmi di aiuto. L’estremo tasso di globalizzazione del sistema del cibo ha fatto comparire tutta una serie di nuovi problemi, ma senza il trasporto di lunga distanza sarebbero morte di fame molte più persone.

Ritornare a modi di sussistenza precedenti è una ricetta che porta dritto a una catastrofe globale le cui dimensioni sfidano l’immaginazione.

La Grande Divergenza

Fare queste ovvie affermazioni vuol dire diventare il nemico giurato di molti scrittori, influencer e registi che si occupano di alimentazione e agricoltura (che hanno un settore redditizio da sostenere). È come commettere l’equivalente moderno di una blasfemia, poiché la nostalgia per il cibo ispira credenze semi-religiose.

Fare queste affermazioni con il supporto dei numeri significa moltiplicare il peccato. Come ho scoperto dopo la pubblicazione del libro, se c’è un’abitudine che suscita rabbia più di ogni altra, è quella di quantificare il problema. Ettari, rese, nutrienti, calorie, input, output, costi, emissioni, fame, morte: qualsiasi forma di quantificazione è benvenuta in questo campo quanto un tamburello in una sonata di Bach.

Perché? Perché la romantica storia di come il cibo “dovrebbe” essere prodotto è interamente qualitativa. È una fantasticheria estetica. Si tratta di immagini, poesia, sensazioni viscerali: comprensibile quando si parla di cibo, ma letteralmente letale quando si tratta di garantire che tutti ne abbiano a disposizione. […] In questo ambito vengono poste due domande completamente diverse. La prima è: “quali sistemi di produzione vorrebbero vedere alcuni giornalisti gastronomici ben nutriti nei paesi ricchi?”. La seconda è invece: “come si potrebbero sfamare tutti gli abitanti della Terra?”. Per quanto spesso portino a conclusioni molto diverse queste due domande vengono continuamente confuse l’una con l’altra.

Fantasticare su un sistema alimentare in cui la carestia finirebbe col tornare a infierire è una delle abitudini più perverse delle persone benestanti. La rabbia e la passione con cui alcuni di loro difendono la loro formula per rilanciare la fame è stupefacente. Essi antepongono la loro estetica, le loro fantasie arcadiche al benessere di 8 miliardi di persone. [Un caso tipico è quello del] nuovo libro di Chris Smaje, un piccolo agricoltore e scrittore con un background accademico, intitolato Saying No to a Farm-Free Future. Il libro è stato elogiato da numerosi scrittori e attivisti di spicco nel campo dell’alimentazione, dell’agricoltura e dell’ambiente, la maggior parte dei quali condivide la visione del mondo che ho descritto più sopra e sta diventando una sorta di bibbia per il loro movimento. Il libro promuove quella che sembra essere una ricetta per creare fame di massa a livello globale.

Prima di proseguire, vorrei sottolineare che Chris ha tutto il diritto di scrivere e pubblicare questo libro. È stato criticato online per aver fomentato una guerra intestina all’interno dei circoli di sinistra/verdi (così come lo sono stato io). Io non la vedo così. La discussione a cui lui partecipa è fondamentale, le divisioni sono reali e il dibattito è necessario. Credo che questa sia in realtà la più grande frattura all’interno dei movimenti ambientalisti, e non ci facciamo alcun favore fingendo che non esista. Per quanto il suo libro sia concepito come un attacco contro il mio libro Regenesis e più in generale contro di me, sono contento che lo abbia scritto. Ed è molto istruttivo.

Il Marchio della Bestia

Chris lancia il suo attacco etichettandomi tanto come “ecomodernista” che come un “urbanista”. Non definisce cosa intende per ecomodernista. Il suo uso del termine includerebbe chiunque sia favorevole alle tecnologie verdi nuove o relativamente nuove: pannelli solari, turbine eoliche, ferrovie elettrificate, mappatura GIS, piani cottura a induzione…

Io però una definizione di “ecomodernismo” ce l’ho: un movimento che considera le tecnologie verdi come un sostituto del cambiamento politico ed economico. Questa è la visione di persone come Bill Gates e Ted Nordhaus e ad essa io mi oppongo con forza in quanto credo che la tecnologia sia solo uno dei componenti del cambiamento di cui abbiamo bisogno. Un cambiamento necessario ma non sufficiente. Ho passato tutta la mia vita lavorativa impegnandomi per il cambiamento politico ed economico, cercando di detronizzare gli oligarchi (incluso Bill Gates) e le corporazioni il cui potere economico e politico ostacola sia la democrazia che il benessere umano.

Per quanto riguarda invece l’accusa di essere un “urbanista”, l’unica prova che egli adduce è che un sito web olandese chiede che entro il 2100 il 90% della popolazione viva nelle città, cosa con cui non ho nulla a che fare e anzi l’idea mi sconcerta tanto quanto sconcerta Chris. […] Sulla base di queste mistificazioni, Chris afferma che io desidero una “campagna spopolata”, una natura “disabitata”, che io voglio “eliminare” il ruralismo, “tenere il maggior numero possibile di persone lontane dai piccoli appezzamenti di terreno delle campagne, grandi quanto giardini o piccole fattorie” e “concentrare le persone nelle città come consumatori indifesi”. Io però non solo non voglio nessuna di queste cose ma mi oppongo fermamente ad esse e ribadisco ancora una volta la mia posizione, senza tante speranze che lui o altri la ascolteranno: non voglio assistere a nessun spopolamento delle campagne.

Anche se non nutro grande entusiasmo per le città da un certo punto di vista credo però di poter essere definito come un “urbanista”. Perché? Perché ritengo che le popolazioni urbane siano una realtà che non può essere ignorata e, soprattutto, che debbano avere accesso al cibo. Se ho interpretato correttamente il libro di Chris, queste sembrano essere le due grandi linee di demarcazione tra la mia visione e la sua: non voglio che nessuno sia costretto ad abbandonare la propria casa e credo al contempo che gli abitanti delle città debbano essere nutriti.

Le etichette “ecomodernista” e “urbanista” potrebbero essere viste come il solito botta e risposta del dibattito: affibbiando a qualcuno una definizione negativa si cerca di indurre le persone a smettere di ascoltare ciò che lui dice e a respingere senza indugio le sue prove e argomentazioni. È il modo in cui certi politici trasformano questioni complesse e difficili in argomenti di guerra culturale. Ma in questo caso non è così semplice: man mano che il libro procede, l’etichettatura prende infatti una piega molto più cupa.

Fuori mercato

Chris dedica un intero capitolo ad attaccare le persone (di cui io, a quanto pare, sono l’archetipo) che credono che mantenere alti i raccolti sia una buona idea. A quanto pare, questa è “l’ideologia dei miglioratori agricoli”, che a sua volta è “un’articolazione urbano-industriale del potere di classe contro la popolazione rurale e agraria”.

Egli spiega questa tesi come segue: “La storia del miglioramento dell’agricoltura ha sempre avuto una componente di classe: la preoccupazione per l’addomesticamento della classe sociale degli agricoltori non industrializzati e delle loro pratiche agricole”. Sì, in effetti questo è il vero obiettivo: un piano astuto per migliorare le buone maniere a tavola degli agricoltori. È chiaro che il mio interesse per le rese elevate non può derivare dalla preoccupazione per come senza di esse si potrebbero sfamare 8 miliardi di persone.

Ma non è finita qui. Se si ritiene che si debba coltivare cibo a sufficienza per sfamare tutti gli esseri umani si è colpevoli anche di “produttivismo”, “consumismo” e persino “colonialismo”.

Ciò ci permette di arrivare alla questione che Chris evita accuratamente di affrontare nel libro: il fatto un certo numero di persone richieda una certa quantità di cibo, e che questo cibo deve essere sia prodotto che distribuito a chi ne ha bisogno; se tale cibo non è sufficiente, o non è accessibile e alla portata di tutti, le persone moriranno di fame. […]

Uno dei motivi per cui le rese elevate garantiscono che più persone possano essere sfamate è che una maggiore offerta riduce il prezzo del cibo, rendendolo più accessibile ai poveri. Chris rifiuta categoricamente questo ragionamento. Egli afferma che “I prezzi bassi dei prodotti alimentari, le rese elevate e la sovrapproduzione sono assolutamente alla base dei problemi del sistema alimentare, tra cui la povertà e la fame nel mondo”. Prosegue poi con due affermazioni stupefacenti. La prima è che il calo dei prezzi dei generi alimentari è “l’ultima cosa di cui hanno bisogno i poveri del mondo. Il risultato è solitamente un aumento della povertà e della fame”. La seconda è che “l’aumento dei prezzi dei generi alimentari potrebbe alleviare la fame nel mondo”.

Si potrebbe immaginare che affermazioni così sorprendenti siano accuratamente spiegate e documentate ma esse vengono avanzate senza alcuna giustificazione. L’argomentazione più vicina è quella secondo cui in paesi come il Regno Unito le persone spendono più per l’alloggio e l’energia che per il cibo (il che è vero) e che il basso costo di quest’ultimo aiuta i proprietari di immobili e le aziende energetiche a generare maggiori profitti, il che potrebbe essere vero, ma richiederebbe un approfondimento. Questo tuttavia non dice nulla sulla situazione dei poveri nel mondo, oggetto delle due sorprendenti dichiarazioni. Quindi riflettiamo un attimo.

La definizione globale di dieta accessibile è quella che costa non più della metà della spesa media delle famiglie. Stando a questa definizione tre miliardi di persone, ovvero oltre un terzo della popolazione mondiale, non possono permettersi una dieta adeguata in quanto acquistare cibo realmente sufficiente significherebbe spendere più che per l’alloggio, l’energia, l’istruzione, la salute, i trasporti, l’abbigliamento e tutti gli altri beni messi insieme.

È importante sottolineare che i 3 miliardi di persone al di sotto della soglia di povertà non comprendono solo gli abitanti delle città e delle campagne che lavorano nel settore non agricolo, ma anche molti agricoltori di sussistenza, alcuni dei quali non riescono a produrre cibo a sufficienza e sufficientemente diversificato per soddisfare il proprio fabbisogno nutrizionale.

In alcuni paesi, un’alimentazione adeguata costa addirittura più del reddito medio: anche se le persone spendessero tutti i loro soldi per procurarsela, non potrebbero comunque permettersela. Il problema è dunque la povertà, una distribuzione della ricchezza gravemente iniqua, e questa distribuzione iniqua deve essere affrontata con urgenza. È per questo che abbiamo bisogno di un cambiamento politico ed economico e non solo di nuove tecnologie. E mentre non ho visto alcuna prova (e Chris non ne fornisce alcuna) che l’aumento dei prezzi dei generi alimentari allevii la fame nel mondo, ci sono molte prove che lo aggravino.

È possibile scrivere un libro sul cibo e sull’agricoltura senza comprendere questo fatto fondamentale? Sì, sembra proprio di sì, e Saying No to a Farm-Free Future è una lezione esemplare su come un ragionamento che pure ha un fondamento possa portare a una posizione assurda e perversa.

Che non mangino niente

Ma allora secondo Chris Smaje come si dovrebbe nutrire la popolazione? Dopo avermi attaccato così duramente, ci si potrebbe aspettare che proponesse un’alternativa chiara e invece un altro aspetto degno di nota del libro è come su questioni cruciali come la produzione di cibo sufficiente per 8 miliardi di persone esso rimanga sul vago. Ecco le frasi più specifiche che sono riuscito a trovare al riguardo:

Approvvigionamento prevalentemente locale di cibo, fibre e altri beni materiali necessari alla vita.

Conquistare l’autonomia e nutrirci da soli.

Le persone dovrebbero distribuirsi sul territorio e condurre lì una vita a basso consumo energetico.

Una ri-contadinizzazione, mediante la quale gli agricoltori commerciali abbandonano la corsa alla produttività e si orientano invece verso un’agricoltura locale più autonoma e orientata alle esigenze locali.

Potremmo incrementare l’approvvigionamento alimentare urbano aumentando il numero di orti urbani, orti comunitari, orti commerciali e aziende agricole su terreni dismessi.

La domanda che a questo punto sorge spontanea […] è: in questo mondo di agricoltori commerciali “autosufficienti” e “ri-contadinizzati”, chi sfamerà tutti coloro che non sono in grado di prodursi il proprio cibo?

La maggior parte dei posti in cui si concentra un gran numero di persone non dispone di terreni fertili sufficienti nelle vicinanze per sostenerle. Un articolo pubblicato sulla rivista “Nature Food” ha rilevato che solo un quarto della popolazione mondiale potrebbe essere sfamata con colture di cereali di base coltivate entro 100 chilometri dal luogo in cui vive. La distanza minima media alla quale la popolazione mondiale può essere rifornita di alimenti di base, secondo lo studio, è di 2.200 chilometri. Gran parte del cibo mondiale viene coltivato in vaste terre scarsamente popolate (pianure statunitensi, praterie canadesi, steppe russe, ecc.) e trasportato in luoghi densamente popolati.

Questi sono i numeri cui le persone che condividono le convinzioni di Chris si oppongono con più veemenza, anche se non hanno alcuna risposta da dare. Perché? Perché questi numeri sono incompatibili con la loro visione del mondo. Essi dimostrano che, sebbene il localismo agrario possa essere ottimo per quanto riguarda il suo ambito di applicazione, da solo non è in grado di affrontare la sfida di nutrire il mondo.

Le città possono coltivare solo una piccola parte del loro fabbisogno alimentare, come riconosce Chris in un altro punto del suo libro. Anche in questo caso, non è difficile capire perché. Le aree urbane occupano solo l’1% della superficie terrestre, e questo terreno è molto richiesto per altri usi. Gli orti urbani, i giardini comunitari, gli orti commerciali e le aziende agricole sono cose meravigliose che migliorano la vita urbana, ma possono produrre solo una piccolissima parte del fabbisogno di frutta e verdura di una città e quasi nulla dei suoi alimenti di base.

Sebbene si tratti prevalentemente di un problema urbano, non sono solo le grandi città a dipendere dalla produzione non locale. Esistono molte aree dominate da insediamenti più piccoli che semplicemente non hanno la capacità agricola per nutrirsi. Anche le regioni che hanno la fortuna di avere terreni agricoli e acqua sufficienti potrebbero, come è già successo molte volte in passato, vedere la loro produzione spazzata via da un cattivo raccolto locale, facendo sì che un mondo di localismo agrario diventerebbe, ancora una volta, un mondo in cui la carestia è sempre presente e diffusa.

Come si dovrebbero nutrire, quindi, secondo Chris i 4,5 miliardi di persone che vivono nelle città – oltre il 60% della popolazione mondiale – e le molte altre che vivono in luoghi dove la terra fertile scarseggia? Non si sa. Davvero: in 159 pagine non c’è alcuna spiegazione su come esse potrebbero sopravvivere. Se non sei un localista agrario che produce il proprio cibo o lo acquista dai coltivatori locali, sei fregato, o meglio, morirai di fame. […]

Parlando della sua produzione di grano e patate, che vanta con orgoglio un basso rendimento, Chris afferma:

Non ha senso lavorare duramente per pochi spiccioli per conto di qualcun altro quando sei già cresciuto abbastanza da poterti nutrire da solo.

Questo è il motivo per cui gli agricoltori che non condividono la sua visione del mondo perseguono rese più elevate: tali rese rendono economicamente vantaggiosa la produzione di alimenti di base che possono essere venduti ad altre persone. Dovremmo ringraziare la nostra buona stella per l’esistenza di persone come loro.

Allevamenti intensivi di esseri umani”

Ma come è arrivato Chris a sostenere cose del genere? Anche se non posso leggere nella sua mente, immagino che in parte possa essere per il suo odio verso le città […] che vengono descritte come “allevamenti intensivi umani”, termine che trovo grottesco e disumanizzante. “Consumano tutto ciò che le circonda e poi consumano sé stesse” e […] sono “basate su energia abbondante e a basso costo e su modelli di commercio globalizzato che non sono destinati a durare”.

Che le città si basino su modelli insostenibili di estrazione, consumo e smaltimento dei rifiuti è sicuramente vero, ma questo vale per l’economia nel suo complesso, urbana e non. La risposta, credo, non è quella di maledire le città e i loro abitanti, ma di sostituire i modelli economici distruttivi con sistemi in cui le esigenze di tutti siano soddisfatte senza violare i limiti del pianeta. Questo è ciò che cerca di fare Kate Raworth con la sua Doughnut Economics. Credo che possiamo avvicinarci alla sua visione con l’aiuto di ciò che io definisco “sufficienza privata, lusso pubblico” anche se nulla di tutto ciò elimina poi la necessità di produrre cibo a sufficienza.

Se interpreto correttamente i vaghi eufemismi di Chris, la questione di come sfamare la popolazione urbana non merita una risposta, perché le città presto crolleranno e i loro abitanti non avranno altra scelta che “sparpagliarsi nel paesaggio”, coltivando il proprio “cibo e le proprie fibre, costruendo ripari e guadagnandosi da vivere modestamente grazie alle risorse ecologiche locali”. Non importa che in molti luoghi la “base ecologica locale” possa sostenere solo una piccola parte della popolazione della regione.

Quando tuttavia la soluzione che si propone è il collasso della società sarebbe onesto porsi alcune delicate domande su cosa si sta in effetti cercando di risolvere.

La grande crudeltà

Nella lettura del libro una piccola consolazione forse c’è: Chris potrebbe aver rinunciato all’idea che il suo xià xiāng – la migrazione di massa verso la campagna che egli immagina – avverrà volontariamente. Forse ha finalmente capito che la maggior parte delle persone non ha alcun desiderio particolare di coltivare il proprio cibo e le proprie fibre, di confezionare i propri vestiti e di costruire i propri rifugi. Al contrario, ora sembra credere che gli abitanti delle città saranno costretti da una catastrofe ad abbandonare le città e a soccombere alla “ri-ruralizzazione” e alla “ri-contadinizazione”. Vale la pena notare che anche i profeti dell’Antico Testamento avevano previsto l’imminente collasso della vita urbana, duemila e cinquecento anni fa.

Sono notevoli inoltre la gentilezza e la delicatezza dei toni: i rifugiati dalle città “si sparpagliano nel paesaggio”, “ricavando un modesto sostentamento dalla base ecologica locale”. Quando i fuggitivi si disperderanno nelle campagne, gli abitanti li accoglieranno senza dubbio a braccia aperte. […] Ma se la storia ci insegna qualcosa sappiamo che molto probabilmente non è così che andrà a finire. Gli esiti più probabili del collasso sociale sono in genere il dominio dei signori della guerra o una guerra su vasta scala, la coercizione, il fascismo, la schiavitù, le malattie, la fame e la morte di massa.

È inoltre necessario osservare che se una catastrofe è talmente forte da distruggere le città, è probabile che distrugga anche le basi di gran parte della vita rurale. Dopo tutto, le differenze tra le due non sono così nette come Chris vorrebbe farci credere. In realtà, ed è terrificante, è probabile che, a seguito di un disastro ambientale, la vita rurale in molte parti del mondo crolli prima di quella urbana, come suggerisce un recente articolo molto inquietante pubblicato su “Nature”, che mostra come e dove la “nicchia climatica umana” rischia di ridursi. Al contrario è molto probabile che in caso di catastrofe diventeremmo più dipendenti dai trasporti a lunga distanza per la consegna dei nostri alimenti, una prospettiva che nessuno, me compreso, trova allettante.

Se una catastrofe del tipo immaginato da Chris […] dovesse verificarsi, le persone in tutto il mondo diventerebbero probabilmente ancora più disperate. La terra fertile e l’acqua rimaste sarebbero ancora più preziose e difese con più accanimento di quanto non lo siano oggi.

[…]

Misteri e passioni

Esiste oggi un ampio movimento, alcune delle cui figure di spicco sono citate nel libro di Chris, che antepone le proprie passioni alla sopravvivenza degli altri, al punto da promuovere l’idea di “ritirarsi” e “allontanarsi” dagli sforzi volti a impedire il collasso dei sistemi terrestri. A nome del resto del mondo, queste persone proclamano solennemente che è inutile cercare di fermare il declino. Dovremmo arrenderci e “adattarci”, persino accettare, qualunque cosa ci attenda. Ma costoro ignorano il fatto che non c’è nessun “luogo lontano” dove rifugiarsi. Il collasso ecologico e sociale ci raggiungerà ovunque andremo. Ciò da cui alcuni possono fuggire è la responsabilità condivisa di affrontare le nostre molteplici crisi e il loro dovere di prendersi cura degli altri.

L’accettazione del collasso, a volte palesemente desiderata, è una delle più grandi autoindulgenze nella storia dell’umanità. È tipica delle persone relativamente ricche e isolate, o che possiedono terreni e mezzi per coltivare il proprio cibo (o entrambi). […] Mentre i profeti dell’Antico Testamento dovevano rivolgersi all’ira divina per immaginare la punizione dell’umanità, oggi le maledizioni per realizzarsi possono contare su mezzi più secolari. Tutto ciò che dobbiamo fare ora è non fare nulla: lasciare che le multinazionali, gli oligarchi e la crescente domanda dei consumatori che stanno distruggendo i sistemi terrestri facciano il loro corso, e probabilmente si verificherà una qualche forma di collasso, con o senza l’ira di Dio. Se ci si allontana deliberatamente dalla lotta per contenere queste forze, e in alcuni casi si cerca persino di dissuadere gli altri dal partecipare, questa eventualità diventa solo più probabile.

La mia convinzione è al contrario che non abbiamo il diritto di concederci questo lusso. Dato che le nazioni ricche e le persone benestanti sono le principali responsabili dello squilibrio funzionale del pianeta che tutti noi dobbiamo affrontare, compreso l’enorme peso che il sistema alimentare impone al mondo vivente, tutti abbiamo il dovere di impegnarci e impegnarsi vuol dire dare valore alla vita degli altri come diamo valore alla nostra. Vivendo su questo pianeta, soprattutto come membri di una società privilegiata, le nostre vite sono intimamente legate a quelle degli altri, compresi coloro che vivono a migliaia di chilometri di distanza. Non possiamo sottrarci alle responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri. Il nostro obiettivo non dovrebbe essere quello di usare il collasso sociale come strumento per plasmare il mondo secondo i nostri gusti, ma cercare di evitarlo.

Note discordanti

In un mondo imperfetto non esistono soluzioni perfette. Tutto ciò che possiamo proporre, comprese le soluzioni che suggerisco in Regenesis, presenta degli svantaggi. Stiamo lavorando in uno spazio molto ristretto, in cui 8 miliardi di persone e più devono essere sfamate, all’interno di un sistema terrestre i cui limiti planetari sono già stati superati, in gran parte a causa della produzione alimentare. Non esistono più nicchie rassicuranti. Non c’è più spazio – se mai c’è stato – per una coerenza ideologica perfetta, per soluzioni che si adattino perfettamente a una visione del mondo. […] Nel cercare di affrontare le nostre grandi difficoltà, dovremmo essere, per quanto umanamente possibile, di mentalità aperta, di cuore aperto, ricettivi alle prove, alle argomentazioni e alla persuasione. Le risposte – necessariamente contraddittorie, incomplete e mai del tutto adeguate – saranno sociali, politiche, economiche, organizzative e tecnologiche. Alcune delle nostre stesse conclusioni potrebbero non piacerci. Ma dobbiamo sempre aver presente che non stiamo parlando solo di noi. […]

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